Il neoliberismo mette in pericolo la democrazia

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 

Nel centro dell’Europa, il Ticino è una macchiolina scura che rivela l’alto tasso di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. Per scoprire situazioni analoghe bisogna guardare alla Croazia, alla Romania, alla Grecia, al sud Italia o al sud della Spagna. Il Ticino non appartiene alla Svizzera ricca e nemmeno all’Europa benestante. “Questa piccola isola all’interno dell’Europa Centrale è l’emblema del neoliberalismo dilettantistico. Da quarant’anni la politica ha un unico obiettivo: ridurre il debito pubblico e abbassare le aliquote fiscali”.

È quanto afferma Ronny Bianchi, economista, ricercatore e professore, a conclusione del suo saggio “Brevi elementi di economia per la difesa della democrazia (e della dignità)”.

Il lavoro di Bianchi è un manuale di economia chiaro e comprensibile, sembra che l’autore abbia attinto ai materiali dei suoi studi a Modena e a Parigi, per ricapitolare i fondamentali del pensiero economico, “smascherando le false narrazioni diffuse dal pensiero neoliberalista dominante”.

Lasciamo agli economisti la recensione critica degli aspetti teorici. Qui si vuole prima di tutto consigliarne la lettura e illustrare alcune considerazioni più politiche. Ronny Bianchi sostiene che nel mondo si aggira lo spettro del neofeudalesimo: gli sconfitti devono unirsi per evitare che i sistemi democratici finiscano per implodere. Il responsabile di questo stato di cose, economicamente parlando, ha un nome: neoliberismo! Certo, è la dottrina economica in voga, ma è manovrata da politiche che portano alla deriva le democrazie.

All’inizio degli anni ottanta si diffonde la rivoluzione neoliberista, negli Stati Uniti con Ronald Reagan e nel Regno Unito con Margaret Thatcher, poi via via in quasi tutti i paesi industrializzati. Le idee che trionfano sono supremazia del mercato, indebolimento del ruolo dello Stato  e forte riduzione della tassazione. Da lì in poi la fa da padrone il debito pubblico che cresce a dismisura, mentre aumentano i profitti e i salari in termini reali restano al palo.

Il debito pubblico viene utilizzato per indebolire il ruolo dello Stato e, in particolare, lo Stato sociale. Ma parallelamente si fanno pagare meno tasse sui redditi e sui patrimoni, perché il verbo neoliberista predica che bisogna lasciare più risorse alle persone e alle imprese. Ecco la spirale che porta all’aumento delle diseguaglianze.

Le disuguaglianze sociali sono sempre più stridenti negli ultimi anni. L’autore cita dati Oxfam del 2023: “Per ogni 100 dollari di incremento della ricchezza netta negli ultimi 10 anni, 54,40 dollari sono andati all’1% più ricco e solo 0,70 dollari al 50% più povero”. Negli ultimi decenni “la tassazione dei profitti è diminuita mediamente sotto i 20 punti e in alcuni Paesi è minima o nulla”. Anche la tassazione media sul capitale dei Paesi ad alto reddito – scrive Bianchi –  è diminuita di circa 10 punti, ma di quasi 20 punti per le aliquote più elevate. E al contempo, la tassazione del lavoro è addirittura aumentata di quasi 15 punti percentuali”. I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri aumentano: nell’area dell’euro il tasso di povertà è salito dal 16,1% nel 2007 al 17,2% nel 2015. E, aggiungiamo, in Ticino, dati Eurosat, il rischio povertà si situa al 28,3%, quando la media svizzera è del 16,1%.

Lo Stato è indispensabile. Altro ritornello neoliberista è che le imprese non hanno bisogno delle “interferenze” dello Stato. È un’altra delle grandi bugie, perché ormai è noto a tutti che nelle crisi degli ultimi anni, dovute alle speculazioni del sistema neoliberista, lo Stato ha dovuto intervenire per evitare il tracollo di tutta la società. Ronny Bianchi cita Mariana Mazzucato che ha spiegato, in diverse occasioni, che “lo Stato gioca un ruolo di imprenditore-innovatore perché è in grado di assumersi rischi economici che le imprese private non sono in grado di affrontare”.

Esistono alternative? Nella parte finale della sua opera l’economista si interroga, un po’ timidamente, sulle possibili alternative. Tema arduo, certamente non facile, che richiederebbe un altro libro. Qui accenna alla teoria monetaria moderna (Mmt) che combatte il mito del deficit sostenendo che “lo Stato sovrano può stampare moneta in grandi quantità, come è successo durante la pandemia da Covid -19”. Stephanie Kelton ha scritto un bellissimo saggio sulla Mmt “per un’economia al servizio del popolo”. Secondo Kelton, non è il bilancio dello Stato a dover essere in equilibrio, bensì l’economia. “Fintanto che i disavanzi, qualunque essi siano, non spingono in alto l’inflazione non c’è alcun motivo per cui debbano essere etichettati come eccessi di spesa”.

Ronny Bianchi sottolinea che “oggi a dominare è la convinzione che la distribuzione dei redditi debba essere a favore del profitto, invece che dei salari. È un modello che non regge sul lungo periodo, se vogliamo tentare di salvare i sistemi democratici”.

Il tema è posto e, come dice Colin Crouch, “non sorprende che commentatori seri abbiano iniziato a domandarsi se la democrazia e il capitalismo siano ancora compatibili”. E, come sostiene Nancy Fraser, “il risultato è che stiamo attraversando una crisi capitalistica di grandi proporzioni senza una teoria critica che sappia spiegarla o, men che meno, indirizzarci verso una soluzione emancipatrice”.

Nell’immagine: quando si dice “un Cantone meridionale”. Rischio di povertà in Europa, Eurostat 2024


Usa, retromarcia sui dazi. L’inflazione sul cibo spaventa la Casa Bianca

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 

Di Aldo Fontanarosa, La Repubblica

Negli Stati Uniti la carne di manzo – che costa il 14,7% in più, di media – spinge alle stelle il prezzo degli amatissimi hamburger. Il casco di banane – da settembre 2024 a oggi – si è impennato del 6,9%. Il caffè in polvere del 18,9%, con una spinta soprattutto dalla scorsa estate.

I dazi di Trump hanno prodotto un effetto boomerang sul carrello della spesa del ceto medio e basso degli Usa. E così il presidente americano fa retromarcia abolendo le imposizioni doganali che lui stesso ha deciso. Liberi dai dazi – che erano almeno al 10% – saranno circa 200 beni alimentari.

I più importanti sono elencati nella “scheda informativa” che la Casa Bianca diffonde il 14 novembre. Parliamo di caffè e tè; frutta tropicale e succhi di frutta; cacao e spezie;banane, arance e pomodori; carne bovina e fertilizzanti “aggiuntivi”.

Brasile alla finestra

Nessuna produzione tipica dell’Italia – nota Coldiretti – è interessata. Nessun sollievo, dunque, arriverà al nostro Paese dal pentimento trumpiano. Rincuorata è almeno lei – Cristina Scocchia, ad di Illycaffè – che apprezza il «segnale distensivo» e conferma il piano di «una produzione in loco», negli Usa. Resta alla finestra il Brasile – principale fornitore degli americani per carne e caffè – che si vede ridotto il suo super-dazio dal 50 al 40%. Poco per esultare.

I tecnici dell’amministrazione Usa, mentre imponevano i prelievi, hanno sottovalutato le variabili che hanno poi spinto i prezzi di tanti prodotti verso l’alto, ben al di là di un’inflazione al 3%. Trump scivola, ad esempio, sulla banana che è il frutto fresco più amato dagli americani. Ne consumano una media di 12 chili a testa nell’anno: una ogni 3 giorni.

Ora, il frutto viene importato quasi per intero dall’estero (per il 41% dal Guatemala). Impossibile per gli Usa ampliare di colpo le piccole coltivazioni domestiche in Hawaii e Florida. Ed è stato impossibile per gli importatori acquistare enormi quantità di banane da Guatemala, Ecuador, Costa Rica, Honduras prima della mannaia dei dazi perché il frutto non si conserva. Ecco perché l’oro giallo delle banane è schizzato verso l’alto, irritando gli americani.

L’onda blu

L’irritazione per il carovita generale ha preso la forma dell’onda blu che ha consegnato il New Jersey e la Virginia alle candidate governatrici democratiche (Abigail Spanberger e Mikie Sherrill) il 4 novembre.

In questo clima, il presidente Trump ritorna Taco. E cioè “Trump always chickens out”, Trump si tira sempre indietro. Soprannome effetto delle ripetute retromarce anche sui dazi.

Nell’immagine: TACO Trump


TACO Trump: quello che poi si tira indietro

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 


Sudafrica: l’ira funesta di Trump contro il G20

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 

Il G20 è il foro internazionale che riunisce le più importanti economie del mondo. I Paesi che ne fanno parte rappresentano più dell’80 percento del PIL mondiale. È in programma dal 22 al 23 novembre a Johannesburg, Sudafrica. La metropoli è in fermento in quanto la città si trova in gravi difficoltà organizzative a causa della debole economia e l’alto tasso di criminalità. Come se non bastasse, al G20 non parteciperanno gli Stati Uniti e l’Argentina di Javier Milei, trumpista convinto. Trump ha deciso di boicottare il vertice perchè accusa il Sudafrica di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei bianchi sudafricani. Accuse non provate, e recisamente contestate dal Sudafrica. Il boicottaggio americano potrebbe anche avere a che fare con i temi ufficiali del vertice: solidarietà, uguaglianza e sostenibilità. Tematiche non certamente care al presidente degli USA. La rabbia di Trump nei confronti del Sudafrica, che accusa Israele di genocidio nella guerra di Gaza, non ha precedenti nella storia del G20, creato nel 1999.

Per contro, le tematiche del vertice hanno trovato il pieno supporto dell’India e del suo primo ministro Narendra Modi, il quale presenzierà. Grande assente invece Xi Jinping, che non ha fornito spiegazioni. Il leader cinese aveva tuttavia  già notevolmente ridotto quest’anno la sua presenza a incontri all’estero.

La Russia di Putin sarà rappresentata dal vice capo dell’amministrazione presidenziale, Maxim Oreshkin. Putin infatti, toccato da un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, evita viaggi all’estero, salvo in luoghi da lui ritenuti sicuri, come ad esempio l’Alaska di Trump.

Resilienti come sempre, i sudafricani sono ancora convinti che il vertice sarà un successo. I vari temi in discussione confermano la volontà del Sudafrica di affrontare le grandi questioni dovute alle immense disparità che ancora affliggono il pianeta, come per esempio 690 milioni di persone che secondo una stima del World Food Program soffrono la fame.

Una delle proposte di questo summit sarà l’introduzione di una tassa sui super-ricchi al fine di finanziare una assistenza umanitaria gravemente indebolita dai tagli agli aiuti, come ha fatto Trump con l’abolizione della USAID.

Sul tavolo pure una proposta di riforma del modello di finanziamento praticato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Questo vertice del G20 vuole, nelle intenzioni del paese ospitante, essere una chiamata ad agire in difesa della giustizia e solidarietà morale.


La rotta nascosta di Tel Aviv per l’«emigrazione» da Gaza

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 

Michele Giorgio, il manifesto

Sulla pagina Facebook dell’organizzazione Al Majid, con sedi a Gerusalemme e in Germania, è apparso questo avviso: «Attenzione abbiamo ricevuto segnalazioni di persone che si spacciano per rappresentanti dell’organizzazione. Si tratta di truffatori che non hanno alcun legame con noi». Parole che non hanno convinto nessuno. Resta forte il sospetto che questa opaca «organizzazione umanitaria» stia partecipando a un intricato sistema di intermediari che operano nell’ombra, di voli charter dall’aeroporto israeliano di Ramon nel Negev e di documenti non timbrati in uscita, per favorire la cosiddetta «emigrazione volontaria» dei palestinesi di Gaza, il progetto annunciato a inizio anno da Donald Trump, subito approvato dal premier israeliano Netanyahu e sostenuto da non pochi dei suoi ministri favorevoli a svuotare la Striscia della sua popolazione e colonizzarla di nuovo.

«DESIDERI VIAGGIARE e iniziare una nuova vita? Siamo qui per aiutarti» c’è scritto all’inizio del modulo di registrazione preparato dalla Al Majid e rivolto solo agli abitanti di Gaza, a chi vuole «fare un passo verso un futuro più sicuro per sé e per i tuoi figli», con l’organizzazione che deciderà la destinazione «più adatta dopo aver considerato sia gli aspetti umanitari che quelli logistici». Tutto ciò combacia con quanto hanno vissuto i 153 palestinesi arrivati a metà settimana in Sudafrica dopo un viaggio che nessuno di loro aveva compreso prima dell’imbarco. Il percorso seguito da questo gruppo, transitato attraverso il valico di Kerem Shalom e poi trasferito all’aeroporto di Ramon, illumina un meccanismo che è parte di un disegno più vasto. I gazawi partiti per Nairobi, all’arrivo sono stati trasferiti immediatamente su un aereo della Global Airways diretto a Johannesburg. È significativo che nessuno di loro avesse un timbro di uscita, biglietti di ritorno o documenti che certificassero il viaggio. Una condizione che ha portato inizialmente il Sudafrica, che pure è vicino ai palestinesi e a Gaza e che alla fine del 2023 ha richiesto alla Corte Internazionale di Giustizia un procedimento contro Israele per il crimine di genocidio, a negar loro l’ingresso per ore e a lasciarli sull’aereo. L’intervento di Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria, e quello successivo del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa hanno permesso di evitare che la situazione degenerasse, fornendo alloggio e mediazione fino al rilascio dei visti temporanei. Imtiaz Sooliman, direttore di Gift of the Givers, ha riferito che i passeggeri hanno scoperto la destinazione solo durante il transito in Kenya. «Non si sa chi abbia noleggiato l’aereo, un primo volo con 176 palestinesi di Gaza era arrivato a Johannesburg a fine ottobre, seguendo esattamente la stessa procedura», ha raccontato.

L’AMBASCIATA palestinese in Sudafrica ha denunciato l’operato della Al Majid che ha descritto come «un’entità ingannevole che sfrutta la disperazione delle famiglie di Gaza». Un giudizio largamente condiviso tra i palestinesi. «Da qualche tempo organizzazioni come la Al Majid propongono agli abitanti della Striscia che hanno risparmi da parte il trasferimento lontano dalle macerie e dalle privazioni di Gaza. Il costo varia tra 2mila e 5mila dollari. Siamo convinti che dietro ci siano agenti israeliani che sfruttano le sofferenze della nostra gente», spiega al manifesto Maher Kahlout, un giornalista di Gaza.

IL GOVERNO sudafricano ora sta indagando poiché vede in queste operazioni non incidenti isolati, bensì un piano per lo sradicamento su larga scala della popolazione di Gaza. Israele invece sostiene di «coordinarsi» con paesi ospitanti e che l’uscita dei cittadini di Gaza viene approvata solo se lo Stato di destinazione dà il proprio consenso. È una versione che mal si concilia con l’assenza dei timbri di uscita, con l’uso di charter di oscure compagnie aeree e con l’intervento della Al Majid, non registrata negli elenchi delle ong. Funzionari israeliani hanno fatto sapere che, dopo il favore espresso da Trump al «trasferimento» dei due milioni e 300mila abitanti di Gaza, il governo Netanyahu ha allentato le restrizioni all’uscita dei gazawi (a eccezione di quelli ritenuti vicini ad Hamas) e non solo di quelli ammalati o feriti che a piccoli gruppi ogni tanto già lascia passare per Kerem Shalom. Il risultato è stata l’approvazione del 95 percento delle richieste, un salto enorme rispetto alle politiche passate.

DUE SONO LE VIE principali delle partenze: l’aeroporto di Ramon o il valico di Allenby tra Cisgiordania e Giordania. Finora circa 7mila abitanti di Gaza sarebbero partiti passando per Kerem Shalom. Altre decine di migliaia sono uscite nei primi mesi dell’offensiva militare israeliana, attraversando il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto, fino a quando è rimasto aperto.


La gola profonda del caso Hospita e i nuovi dubbi di un’inchiesta nata al bar

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 

È un leghista della prima ora, già municipale di un comune del Malcantone e amico di Claudio Zali, la presunta “gola profonda” che – con le sue segnalazioni ad una commissaria di polizia – ha dato il la all’inchiesta che nell’agosto 2024 ha portato all’arresto di Eolo Alberti. Lo chiameremo Luca, un nome di fantasia, perché pur vantando amicizie ai vertici della Lega non ricopre nessuna carica pubblica.

Come già riferito da laRegione, l’uomo è stato interrogato lo scorso 14 ottobre – prima come persona informata sui fatti, poi come imputato – nell’ambito del procedimento per reati contro l’onore avviato dalle denunce presentate da Alberti, da sua moglie e dagli eredi dell’ex azionista di maggioranza di Hospita, la società attiva in ambito sanitario attorno a cui ruota l’intera vicenda. Il procuratore generale sostituto Moreno Capella, scrivendo ad un avvocato ha affermato di avere “qualche motivo per credere” che Luca “sia l’ignoto segnalante” citato nel rapporto di polizia da cui è nato il caso che da oltre quindici mesi tiene banco in Ticino. Un affare dagli ampi risvolti politici, sfociato in questi giorni con la richiesta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta.

Se dal principale fronte penale si è di fatto in una situazione di stallo – la pp Chiara Borelli ha rinviato a giudizio Alberti e l’ex contabile di Hospita per reati finanziari e amministrativi – ecco che l’inchiesta sulla gola profonda sta portando a galla alcuni retroscena inediti. Nuovi elementi che, anziché portare luce, alimentano gli interrogativi su questa vicenda dove affari privati, politica e giustizia continuano ad intrecciarsi.

Camponovo ha bisogno di aiuto

In questa storia, Luca entra in scena a fine marzo 2024 su invito di uno dei principali protagonisti: Claudio Camponovo, in quel momento direttore sanitario e azionista di minoranza di Hospita.

Per il dottore quel mese di marzo è stato particolarmente intenso. Prima c’è stata l’elezione del figlio Alvaro alla carica di procuratore pubblico. Un’elezione tra le polemiche, dopo che era emerso come la nomina fosse stata promossa dalla leghista Sabrina Aldi, membra della commissione giustizia del Gran Consiglio e, all’epoca, dipendente di Hospita e quindi di Camponovo padre. In seguito, ha dovuto subire la decisione dell’azionista di maggioranza di licenziare la stessa Aldi, con cui collaborava strettamente. Tutto ciò fa esplodere la tensione tra i due azionisti: dopo anni di proficua collaborazione il conflitto è da quel momento più acceso che mai.

È in questo contesto che Claudio Camponovo invita Luca a fargli visita all’ARS Medica di Gravesano.  «Siamo amici da dodici/tredici anni» dirà l’uomo in interrogatorio. Il medico gli racconta che Sabrina Aldi ha scoperto che Eolo Alberti – fino all’ottobre precedente direttore amministrativo e azionista di minoranza di Hospita – gli ha sottratto dei soldi. Camponovo sa che Luca, oltre ad essere un lontano cugino di Alberti, ha buoni contatti in vari ambienti. Per questo gli chiede se non conosca qualcuno in grado di risolvere la situazione.

A Luca basta prendere in mano il telefono.

La chiamata a Gobbi dell’amico di Zali

Pur non avendo ruoli politici, l’amico di Camponovo è un uomo di rete: conosce diversi poliziotti e, soprattutto, frequenta Claudio Zali, consigliere di Stato da sempre considerato vicino a Sabrina Aldi. Luca e Zali pranzano spesso assieme, solitamente di giovedì, come spiegherà al pp Capella durante il suo interrogatorio.

In quel caso, però, Luca non si rivolge direttamente al suo conoscente, ma chiama l’altro consigliere di Stato leghista: Norman Gobbi, all’epoca coordinatore della Lega. Una telefonata, avvenuta ad inizio aprile 2024, nella quale Luca riferisce quanto appreso da Camponovo in merito alle presunte malversazioni effettuate da Eolo Alberti.

Poco dopo quella chiamata, Gobbi inizia la sua indagine personale. Prima incontra lo stesso Alberti, in un parcheggio dello stand di tiro di Taverne. Poi avverte gli altri vertici della Lega e incarica l’avvocato Enea Petrini, ex granconsigliere leghista e membro del CdA di BancaStato, di stilare un rapporto sulla situazione. È la famosa inchiesta parallela, tutt’oggi oggetto di ampie discussioni politiche.

La domanda che Pagani non fa

Qualche mese dopo, a chiamare Gobbi è invece il PG Andrea Pagani. È il 9 settembre 2024 ed è passato un mese dall’arresto di Eolo Alberti, allora in carcere preventivo. Pagani vuole fissare un appuntamento per interrogare il consigliere di Stato come persona informata dei fatti. Poche ore dopo, l’avvocato di Gobbi, Renzo Galfetti, contatta il PG per comunicare che la data concordata non va bene. Sarà poi Pagani a richiamare il legale qualche giorno più tardi per fissare finalmente l’interrogatorio.

Il responsabile politico della giustizia sarà interrogato dal PG il 27 settembre 2024 nell’ambito del procedimento condotto da Chiara Borelli. Curiosità procedurale: gli avvocati degli imputati – gli Alberti e l’ex contabile di Hospita – non vengono convocati e non possono assistere all’audizione del consigliere di Stato. Pagani chiede perché Gobbi ha dato mandato all’avvocato Enea Petrini di indagare su Hospita. La risposta del coordinatore leghista è vaga. Dice semplicemente che, in merito ai problemi della società, gli “sono giunte all’orecchio delle voci che circolavano nel Luganese”, riferitegli “da una persona terza completamente slegata dalla società”.

Nessun accenno alla telefonata ricevuta da Luca ad inizio aprile. E soprattutto, nessuna domanda di Pagani per saperne di più. Il PG non chiede a Gobbi di identificare quella “persona terza” né di precisare quali fossero esattamente quelle “voci”.

Dal caffè al rapporto di polizia

Come ogni mercoledì, il 15 maggio 2024, Luca si reca a Lugano per accompagnare la figlia a fisioterapia. Durante l’ora di attesa si concede un caffè alla Birreria City o al Bar Capriccio. Siamo a pochi passi dal posto di polizia di via Bossi e, per forza di cose, i due locali sono frequentati da poliziotti e poliziotte.

Per ragioni famigliari, Luca conosce bene quell’ambiente. Così, tra i tavoli di quei bar, trova sempre qualcuno con cui fare quattro chiacchiere. Quel giorno incontra una commissaria della polizia giudiziaria «conoscente di lunga data». La conversazione verte subito su Eolo Alberti. Luca racconta quanto gli è stato detto da Claudio Camponovo. Spiega ad esempio che Sabrina Aldi – che aveva preso il posto di Alberti come direttrice amministrativa dell’azienda – ha accertato gravi malversazioni. Non dice, perché ne è all’oscuro, che qualche giorno prima Aldi e Camponovo – che Luca crede essere l’unico proprietario di Hospita – hanno fondato una nuova società attiva nello stesso ambito di Hospita.

Anche il 12 giugno 2024 è un mercoledì. Quel giorno, al bar, Luca fornisce altri dettagli inediti alla commissaria. In quelle settimane Camponovo lo ha tenuto aggiornato, inviandogli pure dei messaggi. La commissaria viene così a sapere di un investimento immobiliare a Bioggio, che sarebbe stato promosso da Alberti tramite un suo vicino di casa. Un’operazione che avrebbe generato un flusso occulto di denaro, dalla Hospita verso la società immobiliare di questa “testa di legno”, volto a finanziare – per un milione di franchi – la bonifica del terreno su cui doveva sorgere uno stabile commerciale. Bonifica che, però, secondo le informazioni ricevute dalla poliziotta, non sarebbe stata eseguita malgrado l’inizio dei lavori. Fatto grave, quest’ultimo, che si rivelerà però essere falso.

Nelle settimane successive, la commissaria entrerà in contatto altre tre volte da Luca su fatti inerenti alla Hospita. Ad inizio luglio, ormai prossima alla pensione, la donna comunica al suo informatore di avere allestito un rapporto su questi fatti. Il suo nome non comparirà mai nell’incarto.

Sarà semplicemente “il segnalante”.

Un caso che scotta, ma non è il PG a condurlo

L’8 luglio 2024, dopo essere stato avvisato verbalmente, il PG Andrea Pagani riceve il “rapporto di segnalazione” firmato dalla commissaria e contenente le informazioni raccolte al bar e ricevute per messaggio da Luca. Quest’ultimo non verrà mai formalmente interrogato né le sue dichiarazioni saranno verbalizzate. Il rapporto di quattro pagine non produce nuovi elementi o verifiche delle segnalazioni, ma specifica un fatto importante: il Consigliere di Stato Norman Gobbi – si legge – “era venuto a conoscenza di queste malversazioni”.

Il caso è di rilevanza politico-istituzionale. Non solo è conosciuto ai più alti livelli dello Stato, ma coinvolge un sindaco, membro peraltro del cda dell’Ente ospedaliero cantonale (Eolo Alberti), e tocca anche una granconsigliera membra della commissione giustizia (Sabrina Aldi) e il vicepresidente dell’ordine cantonale dei medici (Claudio Camponovo) che è anche il padre di un procuratore pubblico da poco eletto tra le polemiche dovute proprio alle interazioni tra questi tre soggetti.

Ciò malgrado, Pagani decide di non assumere lui l’incarico e – a parte il futuro interrogatorio a Gobbi – delega tutto a Chiara Borelli. Come prima mossa, due giorni dopo la PP interroga in qualità di testimoni Sabrina Aldi e Claudio Camponovo, ormai soci in affari in una nuova società. Lei gran consigliera con influenza sulla nomina dei magistrati (nel frattempo si è dimessa), lui padre di un procuratore, forniscono la propria versione dei fatti.

Un mese dopo, l’8 agosto, Eolo Alberti viene arrestato. Finiscono sotto indagine anche sua moglie, il contabile di Hospita e l’azionista di maggioranza della società, quest’ultimo nel frattempo deceduto. Claudio Camponovo si costituisce allora – solo allora – accusatore privato.

Nel procedimento per reati contro l’onore è invece Camponovo, assieme a Luca, ad essere attualmente imputato. Per lui, come per gli altri protagonisti, vale la presunzione di innocenza.

Leggi anche

Pubblicato da areaonline
Nell’immagine: Norman Gobbi in Gran consiglio (dal servizio RSI)


Il Garante della privacy e gli allegri rimborsi

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Per carità di Patria mi ostino a pensare che sia falsa e tendenziosa la notizia, diffusa in televisione, nella rete e sui giornali, secondo cui il presidente dell’autorità Garante per la protezione dei dati personali, Pasquale Stanzione, si sarebbe fatto rimborsare dal suo ente il costo della carne (lombo di vitello?) acquistata in una famosa macelleria di Roma.

Mi auguro, cioè, che in questo specifico caso la popolare e benemerita trasmissione “Report” di Raitre condotta da Sigfrido Ranucci, alla quale si deve l’inchiesta giornalistica che ha terremotato la politica italiana, abbia torto.

Esiste un precedente storico, questo ben accertato dalla magistratura: le mutande verdi messe in conto dal leghista Roberto Cota alla Regione Piemonte, da lui presieduta.

Rinfreschiamo la memoria. Cota, una quindicina d’anni fa, finì al centro di un imbarazzante scandalo. Le indagini sui rimborsi di alcuni consiglieri regionali piemontesi portarono alla scoperta di note spese d’ogni tipo: cene, sigarette, foulard, dentifrici e, appunto, nel caso del presidente, un paio di mutande verdi, il colore del partito. Si trattava di un importo modesto, 40 euro, ma il caso assunse un forte valore simbolico, diventando perfetta metafora dell’uso disinvolto di denaro pubblico e della distanza siderale tra istituzioni e cittadini. Il potere, a volte, dà alla testa.

Le mutande verdi lasciano dunque il passo al lombo di vitello?

Sforziamoci di credere, per ora, alle categoriche puntualizzazioni del professore Stanzione, che reclama a gran voce la correttezza dell’operato suo e dei colleghi. Certo è, tuttavia, che le legnate suonate da “Report” al collegio dei garanti, giornalisticamente ben motivate, non lasciano scampo all’immagine del quartetto nominato nel 2020 dal parlamento su segnalazione dei partiti, in carica per sette anni, quindi fino al 2027. E danno manforte alle opposizioni e alla società civile nel chiederne le immediate dimissioni.

Oltre all’ottuagenario presidente Stanzione, docente emerito di diritto privato all’Università di Salerno, proposto dal Partito democratico, fanno parte dell’Autorità la vicepresidente Ginevra Cerrina Feroni, ordinaria di diritto costituzionale all’Università di Firenze, in quota Lega; Guido Scorza, avvocato specializzato in diritto informatico e privacy, segnalato dal Movimento 5 Stelle; Agostino Ghiglia, ex-parlamentare di estrema destra, indicato da Fratelli d’Italia.

Quest’ultimo è stato, suo malgrado, il “volano” dell’inchiesta di “Report”, inchiodato dalle immagini mentre si recava nella sede del partito di riferimento per un appuntamento con l’onnipotente Arianna Meloni, sorella della premier. L’incontro avveniva proprio alla vigilia della decisione da parte del collegio dei garanti d’infliggere alla Rai una multa di 150.000 euro per avere diffuso un audio privato dell’ex-ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Appare evidente che Ghiglia, nonostante le sue smentite, sia andato a “prendere ordini” dalla capo-segreteria di Fratelli d’Italia, perdipiù pochi giorni dopo l’attentato subìto dal conduttore della trasmissione.

Naturalmente l’incarico dei garanti non è a titolo gratuito. Ciascun componente gode di una pingue indennità annuale, circa 250.000 euro lordi (che vanno ad aggiungersi ad altri eventuali redditi professionali o da pensione) e dispone di 5.000 euro mensili in rimborsi a piè di lista [dietro presentazione di una nota spese, ndr] per spese individuali. Tanto per fare un paragone, il compenso annuale del presidente della Repubblica ammonta ufficialmente a 240.000 euro lordi all’anno, che peraltro Sergio Mattarella da tempo si è autoridotto a 180.000.

L’Autorità preposta alla tutela dei dati personali dei cittadini, per sua stessa natura, dovrebbe agire nella massima indipendenza e autonomia, ma “Report”, oltre a quella di Ghiglia, ha evidenziato una serie di altre condotte a dir poco discutibili, all’insegna della peggiore clientela.

Una di queste riguarda l’Università di Salerno, nella quale troviamo una sorta di “cerchio magico” che unisce Stanzione, il suo collega Salvatore Sica e l’ex-ministro Sangiuliano. Sica è fratello dell’avvocato Silverio, che ha assistito Sangiuliano nel reclamo presentato contro “Report”. Il Garante ha poi inflitto alla trasmissione Rai la pesante sanzione. Questo intreccio di rapporti avrebbe imposto, come minimo, l’astensione del presidente, il quale invece ha votato a favore della multa.

Altrettanto imbarazzante è il fronte delle spese. Gli approfondimenti giornalistici mettono in luce rimborsi per viaggi in business class, talvolta non giustificati, pernottamenti in alberghi extra-lusso, cene da centinaia di euro, parrucchieri. Nella lista comparirebbero anche gli acquisti già citati di carne.

Chissà, probabilmente dietro questi comportamenti non si nascondono reati, e spetterà eventualmente alla Corte dei conti verificare che non ci siano sprechi di denaro pubblico. Una cosa però è certa: l’etica, ancora una volta, è andata a farsi benedire, come dimostra anche l’arroganza del presidente Stanzione nel respingere le richieste di dimissioni.

Nel cittadino comune aumenta, intanto, il senso di frustrazione, che si trasforma in rabbia pensando al primo presidente del collegio dei garanti, dal 1997 al 2005. Era Stefano Rodotà, figura di altissimo profilo culturale e morale, che univa rigore, raffinatezza di pensiero e coraggio politico. Fu anche candidato alla presidenza della Repubblica nel 2013 (sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e da Sinistra Ecologia Libertà) nella tormentata elezione che portò al secondo mandato di Giorgio Napolitano. Ma di uomini come Rodotà, nell’Italia meloniana, non se ne trovano più da un pezzo.

Nell’immagine: i membri dell’autorità per la protezione dei dati personali


Dopo New York, Seattle. Eletta sindaca Katie Wilson

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 

Di Marina Catucci, il manifesto

A una settimana dall’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, da Seattle arriva un segnale che conferma lo spostamento a sinistra delle grandi città democratiche statunitensi: anche sulla costa ovest il socialismo ha piantato la sua bandiera con la vittoria di Katie Wilson, attivista e fondatrice della Transit Riders Union, che pur non essendo iscritta ai Dsa, Democratic Socialists of America, non ha mai esitato a definirsi socialista.

WILSON HA BATTUTO il democratico in carica Bruce Harrell, inizialmente in vantaggio il giorno delle elezioni del 4 novembre. Ma quando sono arrivate le schede per corrispondenza, l’onda progressista ha ribaltato il risultato, superando il margine dei 2.000 voti necessari per evitare il riconteggio.

La vittoria della 43enne è il secondo affondo socialista contro l’establishment democratico in una grande città dopo quello di Mamdani . La vittoria di Wilson è stata festeggiata a Seattle, una città roccaforte democratica, e che è da anni un laboratorio politico dove il centrosinistra convive con spinte socialdemocratiche e movimenti più radicali, tanto che in passato i Verdi, e perfino esponenti del Freedom Socialist Party, se la sono cavata meglio dei repubblicani in alcuni voti locali.

È una città altamente scolarizzata, dove quasi il 50% dei residenti sopra i 25 anni ha almeno una laurea triennale, e con una popolazione che è il sogno di qualunque appassionato di sondaggi: un mix di razze, età, generi e identità di classe che vivono fianco a fianco senza troppi conflitti. Wilson incarna questo mosaico, e come Mamdani ha costruito una campagna radicata nei bisogni dei residenti travolti da città sempre più care e diseguali fatte a misura di milionario, e non della classe lavoratrice.

NEL 2015 la Transit Riders Union ha ottenuto tariffe ridotte per chi aveva redditi bassi, e il trasporto gratuito per studenti delle scuole medie e superiori: un’anticipazione della battaglia di Mamdani per rendere gratuiti per tutti gli autobus di New York, dove già esistono abbonamenti gratuiti per gli studenti delle scuole elementari e medie. Nel 2022 Wilson è stata tra le voci più forti per l’aumento del salario minimo, mentre Mamdani, allora deputato municipale, nel 2021 aveva fatto 15 giorni di sciopero della fame schierandosi con i tassisti soffocati dai debiti e colpiti da un’ondata di suicidi.

Al centro del programma di entrambi i neo eletti sindaci ci sono l’ampliamento dell’assistenza all’infanzia e una tassazione più alta per ricchi e super-ricchi, la stessa fascia che nelle due città concentra una quota enorme di reddito e proprietà.

Parlando ai giornalisti dopo l’elezione, Wilson ha affermato: «Voglio che tutti in questa nostra grande città abbiano un tetto sopra la testa. Voglio un servizio di assistenza all’infanzia universale e un’assistenza estiva gratuita dalla scuola materna alle superiori. Voglio un trasporto pubblico di livello. Voglio spazi pubblici grandi e sicuri dove i bambini possano scorrazzare senza limiti. Voglio alloggi stabili e accessibili per gli affittuari. Voglio l’edilizia popolare. Voglio che molta più terra e ricchezza siano possedute e gestite dalle comunità invece che dalle aziende. Voglio un’economia solida con piccole imprese fiorenti, ottimi posti di lavoro con salari dignitosi e solidi diritti per i lavoratori».

GIÀ A OTTOBRE, mentre la sua ascesa era sempre più chiara, parlando con The New Republic, Wilson aveva detto: «Penso che la crisi della sostenibilità economica degli ultimi anni abbia portato la situazione a un livello tale che le persone non hanno più la sensazione che i loro leader stiano davvero lottando per loro». «È il fallimento di un certo tipo di politica del Partito democratico che non ha saputo fermare l’elezione di Trump. È come dire: vediamo che il governo può muoversi in fretta e fare cose davvero brutte molto velocemente. Allora perché non può fare anche cose buone?».

Nell’immagine: la neoeletta sindaca di Seattle Katie Wilson


Scandalo Epstein, la base Maga contro Trump: “La presidenza è a rischio”

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 

Di Simona Siri, La Stampa

Washington c’è un detto: non è tanto il crimine, sono i tentativi di coprirlo. La regola che è valsa per il Watergate e per lo scandalo Clinton potrebbe valere anche per Donald Trump e la questione Jeffrey Epstein. E per una ragione: nonostante abbia minimizzato, nonostante abbia definito tutto una «bufala», nonostante i tentativi di cambiare argomento, l’unica cosa che il mondo Maga sembra non solo non perdonare a Trump è proprio la sua poca trasparenza sul caso del finanziere pedofilo.

«È la questione più persistente ad aver creato una profonda frattura nella base del presidente», ha scritto il Washington Post sottolineando come alla base della sensazione di tradimento di cui hanno esperienza molti sostenitori, c’è la sensazione che Trump, più di se stesso, stia cercando di proteggere personaggi ricchi e famosi, quando «casta contro popolo» è proprio il tema alla base della fede Maga. Mercoledì, dopo la serie di email pubblicate da democratici e repubblicani che mettono ancora più in evidenza la sua passata associazione con il finanziere morto suicida nel 2019, Trump ha incaricato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt di andare davanti alla stampa e dire solo che «queste email non dimostrano assolutamente nulla, se non il fatto che il presidente non ha fatto nulla di sbagliato».

Nello stesso momento Trump stesso sui social media diceva che la notizia era una sciocchezza e che solo «un repubblicano molto cattivo, o stupido, cadrebbe nella trappola», aggiungendo anche un ordine per i suoi deputati: «Nessuno deve sgarrare su Epstein o su qualsiasi altra cosa». Non esattamente la risposta che la base si aspetta da lui. E infatti le reazioni ci sono. Mentre FoxNews e il New York Post non deviano dalla linea difensiva e dall’appoggio a Trump, in rete, tra la sua base, il malcontento è evidente, così come la rottura da parte di alcune voci di destra come l’attivista Laura Loomer, secondo la quale la gestione dell’indagine su Epstein da parte dell’amministrazione rischia di «consumare la sua presidenza». A luglio – quando erano stati resi pubblici altri documenti – persino il giornalista e conduttore Tucker Carlson era stato molto critico di come era stata gestita la faccenda.

Intanto, sempre più parlamentari repubblicani stanno abbandonando il partito per sostenere la pubblicazione dei documenti su Epstein. I deputati Warren Davidson dell’Ohio, Eli Crane dell’Arizona, Don Bacon del Nebraska, Tim Burchett del Tennessee e Rob Bresnahan della Pennsylvania hanno tutti manifestato l’intenzione di votare a favore di una misura volta a pubblicarli, secondo Cnn e Politico. Il voto arriverà già la prossima settimana, secondo lo speaker della Camera Mike Johnson, dopo che 218 parlamentari hanno firmato una petizione che costringe la Camera alla loro pubblicazione. La firma finale è arrivata mercoledì, dopo il giuramento della deputata dell’Arizona Adelita Grijalva, giuramento che è stato in sospeso durante la chiusura del governo federale e che solo ieri si è sbloccato.

Tra la questione Epstein e il suo commento sui lavoratori americani non abbastanza capaci per certi tipi di lavori, Trump sta affrontando la settimana peggiore del secondo mandato. Un sondaggio Ap-Norc pubblicato il 12 novembre rileva che solo 3 adulti su 10 «approvano la sua gestione dell’economia, dell’assistenza sanitaria o del governo federale». Nel complesso, il 62% disapprova il modo in cui sta gestendo il suo incarico di presidente. Solo il 33% approva, in calo rispetto al 43% di un sondaggio Ap-Norc di marzo. Una caduta generale che è dovuta in gran parte al calo di consenso tra repubblicani e indipendenti. Secondo il sondaggio, solo due terzi dei repubblicani – il 68% – approva Trump, in calo rispetto all’81% di marzo. Il consenso degli indipendenti è sceso dal 38% al 25%.


La sfida della superintelligenza: sviluppare l’IA senza perderne il controllo

E in Ticino anche le condizioni di vita della popolazione, a rischio povertà come il sud della Spagna, l'Italia meridionale o i Balcani 

Di Federico Guerrini, La Repubblica

C’è chi, come i capi di alcune grandi aziende tecnologiche, promette un futuro in cui l’intelligenza artificiale porterà benessere diffuso e contribuirà a risolvere ogni genere di problema, dal curare il cancro al cambiamento del clima. E chi invece vede nell’IA, una volta diventata troppo potente e difficile da controllare, una potenziale minaccia esistenziale per l’umanità. Un’intelligenza sovraumana, secondo questa corrente di pensiero, potrebbe farci male anche non volendo, trascurando gli effetti collaterali sull’umanità delle proprie azioni. Un po’ come a volte noi umani schiacciamo, inavvertitamente delle formiche. Non perché le odiamo; semplicemente, non ci facciamo caso.

Si tratta di una corrente minoritaria, ma in crescita: solo poche settimana fa, un appello della no profit Future of Life Institute (FLI) di San Francisco per mettere la bando la creazione di una “superintelligenza” ha raccolto più di 115mila firme, comprese quelle di celebrità e luminari del settore. “Siamo in questa situazione assurda, in cui in America ci sono più leggi sui sandwich che sull’IA. L’industria è completamente non regolamentata – spiega il presidente e fondatore dell’FLI, Max Tegmark – e questo perché ci sono dietro troppi interessi, troppi soldi.”

Abbiamo incontrato Tegmark al Web Summit di Lisbona, dove di fronte a un pubblico di nerd e geek entusiasti della tecnologia, ha portato la sua battaglia divulgativa sui rischi dell’IA. Oltre che presidente del FLI, questo cosmologo svedese-americano è professore all’MIT di Boston, istituzione presso cui negli ultimi anni ha dirottato i propri interessi dallo studio delle leggi che regolano l’universo, all’IA e al machine learning.

Nel 2014, quando ancora questi argomenti non erano di moda, ha lanciato assieme ad altri studiosi il Future of Life Institute. Fra i finanziatori iniziali, Elon Musk, il quale però da tempo ha smesso di supportarne le attività. Oggi il FLI copre i suoi costi grazie soprattutto a una donazione di Vitalik Buterin, il co-fondatore della piattaforma blockchain Ethereum.

Il vento, dice Tegmark, sta cambiando. “Da un recente sondaggio che abbiamo effettuato su un campione di 2.000 americani adulti, emerge che il 64% di essi si oppone alla creazione di una intelligenza superiore a quella umana, almeno finché non si possa essere certi che sia sicura e controllabile – spiega”.

In effetti, anche altri sondaggi, come uno recente del Pew Research Center, confermano che l’atteggiamento del pubblico americani verso questa tecnologia stia mutando: agli entusiasmi iniziali si è sostituita via via una valutazione negativa.

Da entrambe le parti dello spettro politico. Se gli elettori repubblicani, commenta il docente dell’MIT, temono che l’IA rubi loro il lavoro e li costringa a dipendere da politiche di redistribuzione del reddito che vedono come il fumo negli occhi, per i democratici invece il timore è quella di una eccessiva concentrazione di potere nelle mani di poche grandi aziende tecnologiche.

Le quali, per evitare problemi, di solito in America mettono le mani avanti spiegando che “se non lo facciamo noi, lo farà la Cina”; mentre in Europa ripetono a più non posso come “troppa regolamentazione non farà altro che soffocare l’innovazione”. Un ritornello che a quanto pare funziona, se come pare la Commissione Europea ha intenzione di prendere tempo e ritardare di un anno l’entrata in vigore di alcune misure dell’AI Act, il principale regolamento europeo in materia.

Tuttavia, Tegmark rimane ottimista: “il motivo per cui non è scoppiata una guerra nucleare fra Usa e Russia è che entrambe le nazioni sapevano che sarebbe stato un suicidio bombardare l’altra. Allo stesso modo, il motivo per cui governi come Usa e Cina fermeranno la creazione di una superintelligenza, è per proteggere i propri interessi, la propria esistenza, e impediranno ad altri di svilupparla”. Almeno finché non verranno stabiliti adeguati standard e procedimenti da rispettare per eliminare o limitare il più possibile i rischi di questa tecnologia. Il cui funzionamento – ed è questo il principale problema – in realtà non comprendiamo appieno. Tante e tali sono le connessioni all’interno delle reti neurali, e tanto veloci sono le operazioni svolte, che è sovente difficile capire come si sia giunti a un certo risultato o una certa decisione, anche se questa dovesse poi rivelarsi esatta.

“La nostra comprensione di quello che avviene all’interno di queste reti neurali – spiega il docente dell’MIT – è più o meno al livello di quello che capiamo della mente umana, ossia non molto. Ci sono stati comunque dei progressi interessanti in questo campo. Quindi ora capiamo molte cose su come i concetti vengono rappresentati all’interno delle macchine, e su alcune cose specifiche che esse fanno. Ma in generale, ci sono moltissime cose che ancora non capiamo. Il che è un bel problema, per chi volesse mettere le macchine a capo di decisioni importanti”. C’è infatti una motivazione essenziale, anche se magari non è la più citata, per voler essere certi di mantenere l’essere umano al comando. Ed è che ci vuole sempre qualcuno a poter addossare la colpa, nel caso qualcosa andasse storto.

Nell’immagine: Max Tegmark