La lezione all’Europa del “professore” americano

Nel documento strategico sulla sicurezza e la politica estera della Casa Bianca, Trump rinnova le sue critiche al vecchio continente; addio alla vecchia Nato e a Kiev. In buona sintonia con gli interessi di Putin 

Nella narrazione identitaria, gli Stati Uniti sono “A shining city, a city upon the hill”, una città che brilla sulla collina, presa da un sermone evangelico per indicare la sua esemplare missione nel mondo. Ed è il tono che l’improbabile cristiano Donald J.Trump utilizza nel suo nuovo manifesto sulla sicurezza e la politica estera americana quando affronta il tema dell’Europa. Non per una benevola predica, ma per dirne peste e corna.

Nella visione del “tycoon”, se il vecchio continente non dovesse cambiare rotta, sarebbe inevitabilmente destinato alla “scomparsa”, soffocato da una totale mancanza di libertà e da una soffocante immigrazione illegale, destinata a sostituirne inesorabilmente le popolazioni locali e dunque la sua stessa identità. Affermazioni non nuove da parte della Casa Bianca trumpiana, e già oggetto di un intervento molto polemico e assai controverso del vicepresidente statunitense Vance in un intervento di inizio anno alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. La novità sta nel fatto che stavolta queste convinzioni e queste accuse sono contenute in un documento ufficiale dell’amministrazione USA, che fissano la dottrina del suo mandato presidenziale. A parte la “lezione” di democrazia che di nuovo investe l’Europa da parte di un presidente pregiudicato, che sul piano interno moltiplica decisioni sempre più illiberali, alla guida di una nazione profondamente divisa e politicamente malata, le sue affermazioni sui rapporti con l’Europa sono inquietanti anche per altri motivi.

Innanzitutto perché scolpiscono, secondo molti osservatori, l’atto conclusivo del rapporto speciale fra le due sponde dell’Atlantico dalla fine della seconda guerra mondiale. Dal piano Marshall alla NATO, ottant’anni di collaborazione che in sostanza hanno garantito agli Stati Uniti di imporre la propria guida politica e ideologica all’Occidente capitalista, e a quest’ultimo di prosperare, con poca spesa economica, al riparo dello scudo militare americano. Non si tratta più, stando all’ultimo documento strategico USA, soltanto di accrescere le spese militari europee: nel giro di pochi anni, l’Europa dovrebbe infatti assumere la guida della NATO nelle vicende del vecchio continente, e principalmente nei rapporti con la Russia.

In tale contesto, per la Casa Bianca la sorte dell’Ucraina sarebbe già segnata: a Kiev non rimarrebbe che accettare la posizione di Mosca come potenza mondiale e non solo regionale, e sottoscrivere le richieste più sostanziali dello “zar” per porre fine alla guerra (occupazione del Donbass, sostanziale smilitarizzazione dell’Ucraina, nessuna partecipazione e garanzia occidentali alla sicurezza di ciò che rimarrebbe dell’Ucraina).

Questa, al di là dei balletti diplomatici che Trump impone ai suoi… non diplomatici, ci sembra l’indicazione di fondo che emerge dal documento della Casa Bianca. Che, significativamente, non è affatto polemico o allarmato nei confronti di Mosca e di Pechino. Conosciamo i mutamenti di umore di Mr.Trump. È possibile che anche stavolta si ripeta e qualcosa corregga. Ma difficilmente lo farà sulla Russia. Fin dall’inizio ha platealmente sottoscritto la posizione di Putin sull’Ucraina e sul recupero imperiale della Russia. Difficile, molto difficile, che possa essere la debole e marginale Europa a fargli cambiare idea. Un’Europa oggi ancor più nella morsa delle due superpotenze che vogliono il suo brutale declassamento.