La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra
L’educazione come bene comune
In tempi di smarrimento collettivo e di crescente polarizzazione, tornare a parlare di educazione e giornalismo può sembrare un esercizio nostalgico, superfluo o accessorio. Eppure, mai come oggi, questi due ambiti rappresentano la spina dorsale di ogni democrazia che voglia restare viva o non sprofondare in derive oscurantiste.
Educazione e Giornalismo sono i pilastri della convivenza civile e della cittadinanza attiva: strumenti che permettono a una società e una cultura di conoscersi, interrogarsi e rigenerarsi.
Proteggere la scuola pubblica oggi significa difendere la possibilità di formare cittadini liberi, capaci di pensiero autonomo e di responsabilità personale e collettiva. Essa “assicura che ogni voce sia presente: è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica” (Piero Calamandrei 1950)
L’educazione – intesa non come semplice trasmissione di nozioni, ma come costruzione condivisa di senso – è la condizione di base per una società inclusiva e matura nella sua consapevolezza socio-politico-culturale, così da garantirne un’autentica matrice democratica. “La democrazia deve rinascere in ogni generazione, e l’educazione è la sua levatrice.” (John Dewey, 1916)
Eppure, proprio questo bene prezioso è minacciato da una doppia deriva: economica e ideologica.
Da un lato, la tendenza alla privatizzazione dell’istruzione. Negli Stati Uniti, la tendenza verso la ‘School Choice’ ha orchestrato un sistematico dirottamento delle risorse pubbliche verso il settore privato. L’espansione dei ‘voucher’ consente di fatto alle famiglie di utilizzare fondi statali – originariamente destinati ai distretti pubblici – per pagare le rette di scuole private, comprese quelle confessionali. Parallelamente, le ‘Charter Schools’, pur finanziate pubblicamente, operano con autonomia privata e contribuiscono a drenare fondi dai comprensori locali. Il risultato è un’accentuata frattura sociale: le circoscrizioni pubbliche nelle aree meno abbienti si ritrovano cronicamente sotto-finanziate e sovraccariche di oneri, mentre le scuole d’élite ricevono sussidi statali indiretti. La formazione di qualità, in questo scenario, cessa di essere percepita come un diritto universale per trasformarsi in un privilegio negoziabile, strettamente correlato allo status socioeconomico e alla capacità di scelta della famiglia.
Dall’altro lato, si moltiplicano i segnali di ingerenza politica nei contenuti formativi. In molti Stati americani, sotto la spinta conservatrice, libri che affrontano temi come il razzismo sistemico, la rappresentazione della brutalità storica e psicologica sulla comunità nera compresa la violenza esercitata dalla polizia, i diritti LGBTQ+ e la critica al controllo statale sul corpo femminile e alla teocrazia, vengono rimossi da biblioteche e programmi scolastici. Tra gli autori colpiti: le scrittrici afroamericane Toni Morrison (vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1993) e Angie Thomas, nonché la scrittrice, poetessa e attivista canadese Margaret Atwood. Il fenomeno della messa al bando e della restrizione dei libri (book banning) nelle biblioteche scolastiche e pubbliche, insieme alla loro rimozione dai programmi di studio, si diffonde sempre più, comportando un preoccupante restringimento dell’orizzonte espressivo e del confronto dialettico d’idee. Simile iniziativa è spesso guidata da gruppi di genitori e organizzazioni conservatrici che accusano i testi di essere inappropriati, divisivi o di promuovere ideologie non gradite o posizioni non allenate ai “valori tradizionali”.
“Nel nostro libro del 2024 [Shapiro, S. A., & Tomain, J. P. (2024). How Government Built America. Cambridge University Press], analizziamo la storia dell’istruzione pubblica, che non solo ha creato una forza lavoro istruita, ma ha anche diffuso valori fondamentali come libertà, uguaglianza, giustizia e difesa del bene comune. (…) Da quando è alla Casa Bianca, Trump vuole aumentare i finanziamenti alle scuole private e stabilire cosa si deve e si può insegnare in quelle pubbliche” (Sidney Shapiro e Joseph P. Tomain, Un bene comune prezioso, in “Internazionale” 1631, 12.09.2025).
Nemmeno le università sono esenti da trattamenti censori e intimidatori, anzi!, alla faccia della tanto decantata autonomia e libertà accademica,
Mentre negli USA si consolida la tendenza verso la privatizzazione della scuola pubblica e la censura di testi considerati “scomodi”, l’Europa appare meno esposta a tali derive, ma non immune da dinamiche preoccupanti. In diversi Paesi europei, infatti, la riduzione dei finanziamenti al welfare state sta avendo un impatto diretto sull’istruzione pubblica. In Italia, come in altri Stati membri, la spesa per la scuola rimane stabilmente al di sotto della media UE, sia in rapporto al PIL, sia alla spesa pubblica complessiva. Questo squilibrio strutturale è oggi aggravato dalle pressioni per aumentare la spesa militare, in linea con gli obiettivi della NATO e con i nuovi programmi di difesa comune. La riallocazione di risorse verso tale comparto rischia di aggravare i tagli ai settori sociali, favorendo indirettamente la crescita dell’istruzione privata e riducendo la capacità dello Stato di garantire pari opportunità formative.
Anche la Svizzera, pur non appartenendo all’Unione Europea, si trova di fronte a dinamiche simili: la spinta a rafforzare la cooperazione militare con i Paesi europei e l’acquisto di nuovi sistemi d’arma hanno riacceso il dibattito sull’equilibrio tra sicurezza e investimenti sociali. Sebbene il sistema educativo elvetico resti tra i più solidi d’Europa, l’aumento delle spese militari rischia di incidere nel medio periodo sulla capacità dello Stato di mantenere gli attuali livelli di finanziamento all’istruzione pubblica, alla formazione professionale e a quella universitaria.
Difendere la scuola e l’istruzione pubblica, dunque, non è una causa di categoria, ma una questione di cittadinanza: significa garantire pari accesso al sapere, alle conoscenze e competenze necessarie per orientarsi e trovare una collocazione soddisfacente nel mondo, evitando “ghetti socioculturali”, vale a dire spazi educativi/formativi separati per reddito, provenienza e capitale simbolico (il prestigio, il riconoscimento, la reputazione e l’apprezzamento di cui gode un individuo o un gruppo; cfr. Pierre Bourdieu). Vuol dire altresì costruire comunità partecipative e contrastare l’analfabetismo civico che alimenta le derive autoritarie e il disinvestimento nella partecipazione alle tornate elettorali e alle decisioni politico-istituzionali inerenti alla cosa pubblica.
Il giornalismo come presidio di analisi critica e libertà di pensiero
Accanto all’educazione, un altro pilastro portante della democrazia è il Giornalismo, non quello gridato o spettacolarizzato, ma quello d’inchiesta e di approfondimento – libero, pluralistico, indipendente –, capace di scavare nei meandri del potere politico ed economico, verificare le notizie e le versioni ufficiali, dar voce a chi non ne ha, vale a dire alle componenti più fragili della compagine sociale, il tutto conferendo spessore e credibilità all’informazione.
Oggi, però, il giornalismo indipendente vive una crisi di sopravvivenza. La precarietà economico-finanziaria del settore, la costante pressione politico-partitica, la competizione con le piattaforme digitali ne mettono a dura prova l’esistenza.
Il recente attentato perpetrato il 16 ottobre scorso sotto casa di Sigfrido Ranucci, conduttore della nota trasmissione Report in onda la domenica sera su Rai3, dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che neppure le democrazie consolidate sono immuni da atti d’intimidazione eclatanti, campagne di delegittimazione e tentativi di censura rivolti a chi esercita la professione giornalistica. Del resto, la lunga scia di sangue ne attesta la pericolosità e il coraggio, fino al sacrificio della vita, di tanti corrispondenti, cronisti, editorialisti che hanno scandagliato nei recessi più bui del rapporto tra mafia, politica, poteri occulti, servizi segreti deviati …,
Solo per citare i nomi più noti e i casi più conosciuti:
in Italia
- Cosimo Cristina (1960) – Termini Imerese. Inchieste sui legami tra vecchia mafia e traffico di droga. (decesso inizialmente archiviata come suicidio)
- Mauro De Mauro (1970) – Palermo. Scomparso mentre indagava sulla morte di Enrico Mattei e sui rapporti tra mafia, politica e servizi segreti.
- Giovanni Spampinato (1972) – Ragusa. Indagini sui legami politico-mafiosi in Sicilia.
- Mino Pecorelli (1979) – Roma. Fondatore di OP – Osservatore Politico. Ucciso mentre indagava su scandali politici, P2, servizi segreti e il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro.
- Mario Francese (1979) – Palermo. Cronista di giudiziaria che per primo descrisse i componenti della Cupola mafiosa e il ruolo di Totò Riina.
- Pippo Fava (1984) – Catania. Fondatore de’ I Siciliani. Ucciso per le sue inchieste sui rapporti tra mafia, imprenditoria e politica a Catania.
- Giancarlo Siani (1985) – Napoli. Cronista de’ Il Mattino. Ucciso dalla Camorra per le sue inchieste sugli appalti, l’abusivismo edilizio post-terremoto e i legami con la politica.
- Mauro Rostagno (1988) – Valderice (Trapani). Ucciso dalla mafia per le sue denunce in TV sul malaffare, i traffici di armi e droga nel trapanese, con intrecci tra mafia e ambienti dei servizi deviati.
- Beppe Alfano (1993) – Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Collaboratore de’ La Sicilia. Ucciso per le sue indagini su mafia, politica locale e la presenza di cellule eversive.
Giornalisti uccisi in missione all’estero
- Graziella De Palo e Italo Toni (1980) – Beirut, Libano. Inviati per documentare il traffico di armi e scomparsi nel nulla (il loro caso è stato coperto dal segreto di Stato).
- Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (1994) – Mogadiscio, Somalia. Uccisi mentre indagavano su un traffico internazionale di armi, rifiuti tossici e scorie radioattive che coinvolgeva enti italiani e somali. I mandanti non sono mai stati accertati.
Esempi di rilievo internazionale
- Anna Stepanovna Politkovskaja (2006) – Mosca, Russia. Assassinata sulla porta di casa a causa delle sue inchieste critiche sulla Cecenia, sui diritti umani e sul governo di Vladimir Putin. (Il mandante non è stato individuato).
- Daphne Caruana Galizia (2017) – Malta. Giornalista e blogger uccisa da un’autobomba per le sue inchieste sulla corruzione, il riciclaggio di denaro e i legami tra politici e criminalità organizzata a Malta, in relazione ai Panama Papers.
- Jamal Khashoggi (2018) – Istanbul, Turchia. Giornalista saudita e editorialista del Washington Post, critico nei confronti della monarchia saudita. Ucciso e smembrato all’interno del consolato saudita.
- Ján Kuciak (2018) – Velká Mača, Slovacchia. Ucciso insieme alla fidanzata Martina Kušnírová, per le sue inchieste su frodi fiscali e corruzione che coinvolgevano alti livelli di imprenditoria e politica slovacca con possibili legami con la ‘Ndrangheta.
Questi sono solo alcuni dei nomi che hanno pagato con la vita la ricerca della verità in contesti di collusione tra potere politico, economico, istituzionale e criminalità organizzata. Molti altri sono stati minacciati, aggrediti o vivono sotto scorta.
Non vanno poi dimenticati i numerosi corrispondenti di guerra, come i giornalisti locali della Striscia di Gaza (dato che a quelli internazionali, provenienti da fuori, è stato tassativamente impedito di documentare quanto accadeva, di atroce, in quel martoriato territori), che sono stati un “target” preso consapevolmente e specificamente di mira e da eliminare, durante il genocidio [vedi nota in calce] pianificato dal governo israeliano e realizzato dall’esercito di Tel Aviv, seguito all’orrendo massacro del 7 ottobre 2023 ad opera di Hamas.
Il numero di professionisti dei media uccisi è drammatico e in continuo aggiornamento: fonti autorevoli come il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) e la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) stimano che il totale dei giornalisti e operatori dei media uccisi nel novero della guerra scatenata nella Striscia di Gaza superi i 240, con la stragrande maggioranza delle vittime (oltre il 90%) costituita da palestinesi operanti in quel contesto. Le principali organizzazioni di difesa della stampa non esitano a definire tale “conflitto” come “il più mortale per i giornalisti mai registrato”. Il CPJ ha indicato nello specifico che il tasso di mortalità nelle prime settimane ha superato quello di qualsiasi altro conflitto monitorato dal 1992, e ha sottolineato come la guerra rappresenti “lo sforzo più letale e deliberato per uccidere e mettere a tacere i giornalisti” mai documentato. Reporter, fotografi, cameraman, freelance, blogger e filmmaker locali, operanti in condizioni di estremo pericolo e con accesso bloccato alla stampa internazionale, sono stati gli unici “occhi e orecchie del mondo” per testimoniare l’impatto del genocidio perpetrato nella Striscia.
“Ogni volta che un giornalista viene ridotto al silenzio, una parte della coscienza pubblica tace con lui.” (Mauro De Mauro)
Intanto, l’uso politico dei media da parte di leader mondiali come Donald Trump continua a erodere la fiducia nell’informazione. Lo stesso presidente, che ha definito i giornalisti “nemici del popolo”, sfrutta i social e i contenuti generati da intelligenze artificiali per manipolare l’immaginario pubblico e gettare discredito su qualsiasi forma di dissenso od opposizione. Un recente deepfake lo ritrae in atteggiamenti diffamatori e spregiativi: travestito da monarca e ai comandi di un aereo getta escrementi sui manifestanti che nei giorni precedenti, a milioni, sono scesi nelle piazze di diverse città statunitensi per denunciare la deriva illiberale delle politiche adottate dell’amministrazione guidata dal tycoon. Un esempio paradossale ma rivelatore di una modalità di esercitare il potere dove la prepotenza, la tracotanza e il disprezzo per qualsiasi voce critica si fondono in una propaganda volgare e aggressiva.
La prima puntata di Report, dopo l’attentato citato, andata in onda il 26.10.2025 su Rai3, ha messo in evidenza il tentativo di colonizzazione ideologica da parte del populismo nazionalista statunitense per intaccare la stabilità democratica in Europa. Questo preoccupante intento non è casuale, ma è orchestrato attraverso una complessa rete di think tank e ingenti finanziamenti destinati a sostenere forze politiche di destra e di estrema destra nel Vecchio Continente. Al centro di questa strategia c’è la potentissima The Heritage Foundation con sede a Washington D.C. e il suo Project 2025: un programma politico che, sebbene formalmente incentrato sulla transizione di un’eventuale amministrazione presidenziale conservatrice USA, è diventato il manifesto di un più ampio disegno politico illiberale, conservatore e retrogrado a livello globale, vale a dire un progetto ideologico transnazionale. Il Project 2025, infatti, non è solo una lista di ordini esecutivi, ma una vera e propria visione del mondo basata sul nazionalismo, sul tradizionalismo cristiano e sulla volontà di smantellare le agenzie federali USA per accentrare il potere nelle mani dell’Esecutivo. L’eco di questa visione si estende in Europa tramite finanziamenti, lobbying e la creazione di alleanze con i partiti sovranisti: l’obiettivo ultimo è la decomposizione dell’Unione Europea a favore di una “Comunità europea delle Nazioni” basata su stati nazionali individuali e non su principi federali. Tali misure includono l’attacco alle politiche di inclusione (DEI), la promozione di politiche anti-immigrazione e l’opposizione alle tutele LGBTQ+ e alla lotta al cambiamento climatico, temi che alimentano l’agenda dei movimenti ultraconservatori europei.
Sono riscontrabili alleanze strategiche e/o affinità ideologiche tra questa rete d’influenza (comprendente la Heritage Foundation da cui è scaturito il Project 2025) e diverse formazioni politiche e leader di destra e di estrema destra in Europa, come: Viktor Orbán e il suo governo in Ungheria; in Italia, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni con i think tank associati ‘Fondazione Machiavelli’ e ‘Nazione Futura’, nonché Matteo Salvini della Lega che ha avuto stretti legami con Steve Bannon, ex capo stratega di Trump e figura chiave nel promuovere un’internazionale votata a un populismo nazionalista di stampo sovranista; in Germania, l’ Alternative für Deutschland (AfD) guidata da Alice Weidel e Tino Chrupalla; in Francia il Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen; nei Paesi Bassi, il Partito per la Libertà (PVV) di Geert Wilders; in Estonia, il Partito Popolare Conservatore Estone (EKRE) di Martin Helme.
Questa pressione finanziaria e ideologica esterna rischia di minare i principi liberal-democratici europei, spingendo le democrazie occidentali verso un modello di democratura in cui il potere esecutivo domina sui corpi/contrappesi legislativi e giudiziari, in uno scontro frontale con i pilastri costituzionali.
In simile scenario, il giornalismo d’inchiesta e di approfondimento, autorevole, documentato e verificato, resta l’ultimo baluardo contro il disordine informativo minacciato da raffiche di fake news e l’ipertrofia della propaganda demagogica e antidemocratica.
Ma servono investimenti, tutele e una rinnovata coscienza collettiva del valore della ricerca ostinata della verità. Il giornalismo, come la scuola e l’istruzione, è un servizio pubblico: la sua indipendenza non è un lusso, ma una necessità democratica. Quando ci troveremo ad esprimerci in merito alla votazione sull’iniziativa popolare federale denominata “200 franchi bastano! (Iniziativa SSR)”, che mira a ridurre il canone radiotelevisivo in Svizzera dagli attuali 335 franchi a 200 franchi, dovremmo ricordarcene.
La difesa della democrazia
L’Educazione autorevole e il Giornalismo di qualità sono due vie per coltivare la libertà di pensiero e l’autonomia di giudizio. Entrambi orientati a formare cittadini piuttosto che sudditi, nel solco della nostra tradizione democratica e umanistica più nobile, volta ad affrancarci da poteri autoritari e dogmatici, diretti teologicamente o/e politicamente (cfr. Kant). Insegnano a distinguere tra conoscenza e manipolazione, tra confronto aperto e chiusura in bozzoli autoreferenziali, tra proficue ibridazioni culturali e anelito ossessivo di (pseudo)purezze identitarie assolute. Eppure, ambedue vengono spesso trattati come costi da contenere, non come investimenti preziosi da proteggere.
La democrazia non si difende con muri o armi, ma con idee progettuali solide, con la capacità di leggere criticamente il mondo, di coglierne e interpretarne la complessità, di discuterlo animatamente ma civilmente.
Una scuola pubblica viva e un giornalismo indipendente costituiscono la più alta forma di sicurezza collettiva: preservano il pensiero critico e la possibilità del dissenso dialettico.
In un’epoca contrassegnata dall’affermazione della legge del più forte e dalla cacofonia della “chiacchiera” di heideggeriana memoria – una dispersione del linguaggio amplificata dai vettori comunicativi elettronici, priva di spessore riflessivo e competenziale – richiamare al valore inestimabile dell’educazione/istruzione e del giornalismo professionale non è un semplice appello, ma una vera e propria forma di resistenza civile.
Difendere questi due pilastri come servizi di utilità pubblica in favore della cittadinanza attiva, battendosi per salvaguardarne l’integrità, l’indipendenza e la sostenibilità (anche finanziaria), rappresenta una delle azioni più radicali e necessarie per contrastare la deriva populista-sovranista e ricostruire il fondamento di una società informata e consapevole.
“Una democrazia non muore all’improvviso: comincia a spegnersi quando smette di educare e di raccontare.” (Corrado Augias)
Nota
La ‘Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e Israele’ diretta da Navi Pillay (giurista sudafricana, già Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e giudice della Corte Penale Internazionale-CPI), ha reso pubblico il suo rapporto frutto di due anni di lavoro a metà settembre 2025, giungendo alla conclusione che lo Stato di Israele è responsabile di non aver impedito il genocidio, di aver commesso genocidio e di non aver punito il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. La Commissione ha affermato di aver trovato “prove pienamente conclusive” sull’esistenza dell’intenzione genocida. Per correttezza, è opportuno precisare che le conclusioni delle Commissioni d’inchiesta dell’ONU sono analisi legali e politiche significative, ma non equivalgono a una sentenza emessa da un tribunale internazionale penale come la Corte Penale Internazionale (CPI) o la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), sebbene queste indagini possano informare il lavoro di tali organi giurisdizionali.
Nell’immagine: Sigfrido Ranucci ad una manifestazione in sostegno dei giornalisti/e RAI