La dottrina Trump è un Maga pamphlet

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

Di Monica Maggioni, La Stampa

Proviamo a mettere insieme il tono assertivo della trentina di pagine di “strategia di sicurezza nazionale”, pubblicata nella notte di venerdì dalla Casa Bianca, con lo scoop dell’agenzia Reuters che dice che dal 2027 (contateli sono tredici mesi) la guida della Nato, e una serie di oneri annessi, dovrà essere europea. Il risultato non è distante dalla certezza che l’Alleanza Atlantica, come l’abbiamo considerata fin qui, è archiviata. E allora è venuto il momento di prendere atto del fatto che un capitolo della Storia si è chiuso e un altro deve essere scritto daccapo. Nelle condizioni peggiori certo: senza aver scelto tempi né obiettivi e immersi, come siamo, in una situazione di incertezza con pochi precedenti in epoche recenti.

Prendere o lasciare perché questa è la “dottrina Trump”. Infatti il documento, scritto in modo piuttosto approssimativo e non immune alle contraddizioni, ha un grande pregio: di costringere tutti ad aprire gli occhi sul fatto che c’è un impianto ideologico preciso che muove le scelte del presidente Trump, ancorché a volte reso più difficile da decifrare dall’irruenza del carattere. D’altronde che si tratti di una sorta di manifesto è chiaro visto che il riferimento alla dottrina del presidente Monroe, che va per la maggiore in questo momento negli Usa, viene arricchita da quello che è virgolettato come “Corollario Trump”. Dunque, la mano che ha compilato l’analisi vuole dirci esplicitamente che questo primo anno di Presidenza Trump non è stato il susseguirsi di azioni confuse e zigzaganti, piuttosto l’applicazione di questa nuova dottrina di politica nazionale e internazionale. Così, se il Quinto presidente americano voleva sancire la scissione dall’Europa e il suo atteggiamento coloniale nei confronti degli Stati Uniti, insomma stabilire il diritto all’autodeterminazione dell’America che poi si traduce in un atteggiamento imperialistico nel nome della salvaguardia degli interessi americani, il “Corollario Trump” diventa la sua declinazione contemporanea. L’attenzione è all’emisfero occidentale che deve essere stabile e preservato dai rischi della migrazione di massa, in cui i governi – tutti insieme – combattono i cartelli della droga e le organizzazioni criminali, e in cui venga garantito l’accesso alle postazioni strategiche. E, non a caso, di quelle postazioni strategiche Trump parla dal giorno uno della presidenza: luoghi come Panama e i suoi porti finiti in mano ai cinesi, il Canada – con cui i rapporti son sempre più tesi- e la Groenlandia che continua ad essere nelle sue mire per il controllo dell’artico e le materie critiche.

Certo, conforta leggere che il presidente americano dice almeno di voler supportare gli alleati europei a preservare la libertà e la sicurezza. Ma decisamente meno rassicurante è il passaggio in cui fa cenno al bisogno di ristabilire la fiducia nella propria civiltà e nell’identità occidentale dell’Europa. Del fatto che questo poi si possa tradurre in propositi molto più espliciti di interferenza nella politica degli stati europei, molto si sta dicendo in queste ore.

Eppure la questione chiave, l’elemento chiave rimane osservare come i punti si stanno via via ricongiungendo in un disegno chiaro.

Allora si tengono insieme le aggressioni verbali di JD Vance a Monaco un anno fa, i continui richiami negativi contro l’Europa accusata di essere un parassita che si fa difendere dagli Usa senza destinare adeguate porzioni del proprio bilancio alla difesa e i riferimenti all’ideologia liberal dominante nel nostro continente.

Verrebbe da chiedersi perché questo eterogeneo insieme di considerazioni finisce per cadere dentro il documento strategico della Casa Bianca e l’unica risposta è l’assunto da cui siamo partiti. Non è un documento strategico ma un pamphlet della Dottrina Trump che tiene insieme tutte le anime che si muovono dietro di lui e lo hanno riportato al potere. C’è il conservatorismo sociale, il richiamo alla reindustrializzazione degli Usa e alla ricostruzione della classe media, la spinta tecnologica e innovativa che deve tenere gli Usa al primo posto del mondo (in questo passaggio il tono è ispirato, quasi messianico). E si tratta di ambizioni del tutto legittime, evidentemente. Che però, nel momento in cui vanno di pari passo con l’allentamento dei vincoli dell’alleanza atlantica, costringe gli europei a una presa di coscienza e a una decisione, quella sì strategica, su che ruolo giocare. D’altronde non è la prima volta nella storia che l’Europa deve fare a meno dell’ombrello americano, anzi, semmai è vero il contrario. Quest’idea della protezione americana è piuttosto eredità postbellica, sviluppatasi dopo le due guerre mondiali. Oggi le cose sono cambiate.

A contribuire all’incertezza generale è arrivata la dottrina Trump, che può sembrare a tratti contraddittoria, ma non incerta.

A noi europei resta il compito di rinegoziare tra di noi e con la Storia il ruolo che vogliamo interpretare. Dovendo anche ribadire che, il dirci europei, ha un senso non negoziabile. E, la sottolineatura pare necessaria poiché un’altra delle tentazioni malcelate della nuova dottrina della Casa Bianca sembra quella di riportare indietro le lancette della nostra Storia trattandoci come singole nazioni.


Ultradestre con benedizione atlantica

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Gli Stati uniti hanno sempre diffidato dell’Unione europea non di rado ostacolandola, e Donald Trump non ha mai fatto mistero del suo particolare disprezzo. Ma ora tutto questo è nero su bianco nel documento National security strategy.

Che espone una linea di condotta ben precisa e priva di tatto. Le avvisaglie non erano mancate: il fastidio per le posizioni di Bruxelles sull’aggressione russa all’Ucraina, la guerriglia dei dazi contrastata dall’Unione con una sconcertante e perdente timidezza, le simpatie per le formazioni dell’estrema destra già anticipare da Elon Musk e Vance. Il messaggio è inequivoco: l’Europa deve seguire ed emulare sul piano ideologico, economico, geopolitico la dottrina Maga, ma pagando di tasca propria senza più contare sui soldi e sulle armi americane. Semmai contribuendo ai profitti dell’industria estrattiva e bellica statunitense. Ma perché questo disegno possa svilupparsi senza intralcio è necessario che il processo di integrazione dell’Europa non solo si arresti ma regredisca. Che le ultime protezioni contro lo strapotere dei capitali cadano, che le tutele dei più deboli, specialmente se migranti, vengano rimosse, che le più brutali posizioni dell’estrema destra e i suoi “valori” gerarchici e disciplinari siano definitivamente sdoganati.

Questo indecente catalogo di prescrizioni ha in Europa dei precisi interlocutori politici: i partiti della destra nazionalista che in quasi tutti i paesi del Vecchio continente hanno acquisito ormai abbastanza forza da incalzare i governi o condizionare pesantemente il quadro politico. Le relazioni privilegiate di Washington si sono così spostate dal centro liberale a quella destra radicale che durante la Guerra fredda veniva buona soprattutto per le più sporche operazioni anticomuniste.

La parola d’ordine della “remigrazione”, ossia la deportazione in massa di migranti, rifugiati e residenti di origine straniera, bandiera dei peggiori neofascismi europei e contro la quale milioni di persone erano scese in piazza in Germania, è per filo e per segno la stessa politica che Trump applica ai migranti e ai rifugiati negli Stati uniti. E che vorrebbe vedere prender piede anche in Europa ad opera di governi sovranisti, autoritari, xenofobi e accomunati dalla strenua difesa della “civiltà europea”, messa infine al riparo da qualunque ricostruzione critica della sua storia. Più che altro, dal punto di vista della Casa bianca si tratta di un feticcio che vieta all’Europa di cercare nel mondo interlocuzioni e relazioni diverse da quella con un’America sempre più arcigna e ricattatoria. Ci sarebbe stato da aspettarsi uno scatto d’orgoglio da parte dell’Unione europea trattata da vassallo in maniera così sprezzante e invasiva. Tuttavia, fino ad oggi i governi europei non hanno fatto altro che ribadire l’incrollabile amicizia con gli Stati uniti e chiunque li governi e lodare il genio geopolitico di Donald Trump, anche quando assumeva posizioni lontanissime se non ostili a quelle europee.

Oggi gli Stati uniti non sono alleati dell’Europa ma delle destre antieuropeiste che mirano a ridisegnare in chiave nazionalista e autoritaria lo spazio politico europeo. Lo storico filoatlantismo liberale ne risulta spiazzato. Ma le indicazioni espresse dalla dottrina Maga potrebbero anche suggerire alle forze centriste di andare incontro a diffuse tentazioni che circolano nelle loro file, rompere i tabù e formare maggioranze insieme alle destre populiste e xenofobe, questa volta con la benedizione di Washington. Il pericolo è molto concreto e le forze europeiste dovrebbero reagire tempestivamente a un attacco a tutto campo e senza precedenti.

Nell’immagine: Donald Trump e Viktor Orbán


Bruxelles multa X per 120 milioni Vance: è un attacco alle aziende Usa

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

Di Stefano Bocconetti, il manifesto

Quando i commenti pesano più dei fatti. Accade se si parla di X, il social network di Elon Musk e le regole – le timide regole – europee. I fatti si raccontano in poche righe: ieri Bruxelles ha deciso di multare per 120 milioni di euro la piattaforma di microblogging di proprietà dell’uomo più ricco del mondo per violazione di alcune norme del Dsa, il pacchetto di leggi del vecchio continente che dovrebbero garantire il rispetto della concorrenza e qualche – scarso – diritto degli utenti. Una multa che, fatti i dovuti rapporti, pesa quanto una contravvenzione per sosta vietata. In un gruppo, quello di Musk, il cui fatturato l’anno scorso è stimato fra i 2,5 ed i 2,7 miliardi di dollari.

Fin qui la cronaca delle decisioni. Ci sono poi i commenti. Il primo, quello del vice di Trump, JD Vance. Mentre le agenzie stavano battendo la notizia s’è affrettato a dichiarare: «Girano voci secondo le quali l’Europa condannerà X per non aver applicato la censura. Bruxelles dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende statunitensi». Facile la replica della portavoce della Commissione: «La nostra legislazione digitale non ha nulla a che fare con la censura».

Le parole del vice di Trump, fanno da pendant a quelle pronunciate pochi giorni fa dal segretario al Commercio Usa, Lutnick: l’Europa deve rivedere le sue norme sul digitale, se vuole davvero ridurre i dazi sull’acciaio. Frasi che suonano come un monito perché il recentissimo Digital Omnibus – una serie di misure varate dalla Commissione che di fatto riscrive e cancella i diritti degli utenti, come preteso dalle big tech Usa – non sia modificato al momento della sua approvazione definitiva.

Anche la dichiarazione di JD Vance – subito applaudita da Musk su X: «Apprezzo molto» – sembra necessaria soprattutto a mettere le mani avanti.

Sì, perché la misera multa decisa ieri è la prima ma ci sono altre inchieste. Sempre su X. E per arrivare a quei 120 milioni di euro ci sono voluti più di due anni. Da quando Margrethe Vestager, commissaria al digitale nel primo governo Von der Leyen se ne uscì spiegando che il social di Musk utilizzava «modelli oscuri e fuorvianti». Ovviamente nella nuova commissione Vestager non c’è più ma l’inchiesta comunque era partita. È rimasta due anni sul tavolo di Von der Leyen, fino a ieri, quando è stato dato il via libera.

Il social è stato punito per 45 milioni per la “spunta blu” che appare al fianco del nome di molti utenti. Prima, prima di Musk, quel simbolo stava a significare che il nome ed il nickname erano stati verificati, in modo che nessuno potesse spacciarsi per personaggi pubblici, politici, uomini e donne di spettacolo, ecc. Da quando Twitter è diventata X però quella spunta blu si può acquistare: si paga e si diventa digitalmente autorevoli. Ancora: altri 35 milioni arrivano perché il social non permette la trasparenza sulla pubblicità (l’elenco di chi la paga, consentendo così campagne anonime, anche politiche); gli ultimi 40 milioni, infine, perché Musk non consente ai ricercatori di aver accesso ai dati. Cosa prevista dal Dsa. Per ora non si sa se X farà appello e ha tre mesi per rimediare alle violazioni.

Sul tappeto, resta però la parte più rilevante delle indagini: quella sulla “manipolazione delle informazioni”, sulla diffusione di contenuti illegali e sulla raccolta dati. Inchieste ancora non concluse. In questi casi le multe non potranno essere lo zero virgola zero del fatturato. E le parole di JD Vance sono lì a spiegare perché queste nuove indagini potrebbero durare ben più di due anni.


Gianrico Carofiglio. Coraggio e gentilezza: gli alleati della democrazia

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

Il principio fondamentale del jujutsu – ma anche, con modalità diverse, di molte arti marziali come il judo, l’aikido, il karate, il Wing Chun – ha a che fare con l’uso della forza dell’avversario per neutralizzare l’aggressione e, in definitiva, per eliminare o ridurre la violenza del conflitto. Se l’aggressore ti spinge, tu cedi, ruoti e gli fai perdere l’equilibrio; se l’aggressore ti tira, tu spingi e, allo stesso modo, gli fai perdere l’equilibrio.

Non vi è esercizio di violenza non necessaria; la neutralizzazione dell’attacco, lo squilibrio prodotto con lo spostamento e la deviazione della forza aggressiva hanno una funzione di difesa ma anche una funzione pedagogica. Essi mostrano all’avversario in modo gentile – diciamo: nel modo più gentile possibile – che l’aggressione è inutile e dannosa e si ritorce contro di lui. La neutralizzazione dell’attacco non implica l’eliminazione dell’avversario.

Il principio può essere applicato agevolmente all’ambito del confronto dialettico. Si pensi a un dibattito, una controversia, una discussione in cui il nostro interlocutore formuli in modo aggressivo un’affermazione tanto categorica quanto immotivata. L’impulso naturale sarebbe di reagire con un enunciato uguale e contrario, dai toni altrettanto categorici e aggressivi. In sostanza: opporre alla violenza verbale della tesi altra violenza verbale uguale e contraria. Appena il caso di sottolineare che sono queste le modalità abituali dei dibattiti politici televisivi. Una simile procedura non porta a nessuna eliminazione (o anche solo riduzione) del dissenso; esso al contrario ne risulta amplificato, quando non esacerbato. Per verificare come sia possibile una pratica alternativa torniamo all’affermazione categorica del nostro immaginario interlocutore. Invece di reagire ad essa opponendo in modo ottuso forza a forza, possiamo applicare il principio di cedevolezza per ottenere il metaforico sbilanciamento dell’avversario. Esso è la premessa per una rielaborazione costruttiva del dissenso e per la ricerca di possibili soluzioni condivise, o comunque non traumatiche, e può essere realizzato in concreto con una domanda ben concepita, all’esito dell’ascolto; con una parafrasi, che mostri i limiti dell’argomento altrui; o anche con un silenzio strategico. «Ciò a cui opponi resistenza persiste. Ciò che accetti può essere cambiato» scriveva, in un’analoga prospettiva concettuale, Carl Gustav Jung.

La gentilezza, la cedevolezza, la non durezza di cui stiamo parlando è dunque una sofisticata virtù marziale. È una tecnica, ma anche un’ideologia per la pratica e la gestione del conflitto. Scrive Eraclito: «Pólemos di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re: e gli uni rivela dèi, gli altri umani, gli uni rende schiavi, gli altri liberi” (fr. 53 [22], Dell’Origine). Il conflitto è parte strutturale dell’essere e questo dato ci costringe a scendere a patti con l’idea che il modo in cui vediamo le cose non è l’unico possibile. La pratica della gentilezza non significa sottrarsi al conflitto. Al contrario, significa accettarlo, ricondurlo a regole, renderlo un mezzo di possibile progresso e non un evento di distruzione.

In questa prospettiva, e per rendere più espliciti i termini di questa riflessione, conviene chiarire cosa non sia la gentilezza. Nel dizionario dei sinonimi e contrari, alla voce gentilezza troviamo, fra le altre, le seguenti parole: cortesia, grazia, garbo, buonagrazia, dolcezza, graziosità, leggiadria, soavità, compiacenza, benevolenza, finezza, raffinatezza, delicatezza, affabilità, cordialità, cavalleria, galanteria, educazione, buona creanza, urbanità, civiltà, compitezza, galateo, amabilità. Nessuna di queste definizioni contiene l’idea cui ci riferiamo, anche se molte fra esse alludono a parti del concetto. In particolare, la gentilezza non corrisponde alla buona educazione, al garbo, alle buone maniere. Tutte doti gradevoli e auspicabili che, tuttavia, non definiscono il senso profondo della gentilezza, il suo significato etico e, come vedremo, politico.

In realtà la gentilezza è il più potente strumento per disinnescare le semplificazioni che portano all’autoritarismo e alla violenza. I populismi e i fascismi vivono dell’elementare, micidiale logica che divide il mondo in amici e nemici; prosperano usando i meccanismi di creazione dei nemici e dunque dei capri espiatori. La gentilezza come metodo per la gestione dei conflitti – anche di quelli più accesi e violenti – serve a disattivare quei meccanismi.

La gentilezza a cui ci riferiamo è però assai diversa dalla mitezza di Norberto Bobbio, laddove questa seconda virtù include un sostanziale rifiuto della lotta. Il mite rifiuta il conflitto con fastidio, per la vanità dei fini, per un senso profondo di distacco dai beni. Il mite di Bobbio «nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto». L’uomo civile non rifiuta il conflitto. Lo accetta, invece, come parte inevitabile e proficua della complessità e della convivenza. Lo accetta e lo pratica secondo un sistema di regole, in una dimensione non distruttiva, umana. La gentilezza è una virtù marziale. La mitezza di Bobbio rischia di essere una dote inidonea a trasformare il mondo e a mettere in atto la giustizia (inteso il termine nel senso più ampio). E in quella mitezza vi è un tratto vagamente aristocratico difficile da condividere.

Gli insegnamenti di due grandi maestri di arti marziali propongono interpretazioni assai diverse dell’idea stessa di combattimento e contesa. Scrive Miyamoto Musashi, leggendario samurai e maestro di scherma vissuto a cavallo fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, nel suo Il libro dei cinque anelli: «Ogni volta che incrociate la spada con il nemico non dovete pensare a quanta forza riuscirete a mettere nell’attacco. Dovete solo pensare di colpire e uccidere. Siate concentrati sull’unico obiettivo di uccidere il nemico». È un’idea dell’arte marziale e del conflitto incentrata sull’uso, fortemente disciplinato, della violenza distruttiva. L’obiettivo di questa opzione è l’eliminazione dell’avversario. L’eliminazione può essere fisica, come nei numerosi duelli vinti da Miyamoto Musashi, o morale, come nelle molte applicazioni de Il libro dei cinque anelli nel mondo degli affari e del management. L’alternativa la troviamo in questa frase di Gichin Funakoshi, fondatore del karate moderno (Karate-d?. Il mio stile di vita): «Sconfiggere il nemico senza combattere è l’abilità suprema». Questa seconda impostazione ruota attorno all’idea di percezione dell’altro e alla ricerca di mezzi non traumatici di definizione dei conflitti.

Estratto da “Della gentilezza e del coraggio“, di Gianrico Carofiglio (Feltrinelli 2020)

Nell’immagine: Gianrico Carofiglio


Honduras: Trump ha il suo candidato e minaccia di “scatenare l’inferno”

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

“Scatenerò l’inferno se ci saranno irregolarità” ha sentenziato Donald Trump dopo che il “suo” candidato alla presidenza dell’Honduras, l’impresario Nasry Asfura, ex sindaco della capitale Tegucigalpa, esponente del Partido Nacional) è stato affiancato nel conteggio dei voti dal “moderato” Salvador Nasralla (Partido Liberal). Il clima è tesissimo tanto più che, scrutinato il 57% delle schede con entrambi i contendenti a sfiorare il 40% delle preferenze, la pagina web del Consiglio Supremo Elettorale è andata in tilt per un paio di attacchi informatici, determinando l’inquietante sospensione del già infinito computo.

Alla vigilia delle consultazioni, come sperimentato recentemente in favore dell’argentino Milei, l’inquilino della Casa Bianca aveva già promesso aiuti consistenti al piccolo stato centroamericano che si affaccia sui Caraibi, dove oggi staziona la flotta della U.S. Navy per controllare le imbarcazioni dei presunti narcos venezuelani. Peccato che Trump, intenzionato a orientare ulteriormente la campagna elettorale in favore dell’ultradestro oligarca honduregno Asfura, abbia annunciato  il clamoroso indulto per l’ex presidente nacionalista (dal 2014 al 2022) Juan Orlando Hernandez, estradato in un carcere degli States a fine mandato per scontare 45 anni: l’accusa dell’antinarcotici DEA è di essere stato finanziato dal boss del Cartello di Sinaloa,  “El Chapo” Guzman, in cambio del transito verso “nord” di 500 tonnellate di cocaina. Non senza aver imputato prima all’amministrazione Biden di aver montato su di lui “una trappola fin troppo ingiusta e severa”.

La spregiudicata iniziativa del tycoon aveva inizialmente messo in imbarazzo Asfura (delfino di Hernandez e già suo sconfitto candidato nel 2021) che in effetti nei sondaggi della vigilia era dato appena al terzo posto. Salvo essersi poi subito adeguato inondando il proprio account di X con foto dei capi di stato statunitense e argentino.

Sta di fatto che, vada come vada, Asfura e Nasralla (curiosamente il primo di antica origine palestinese e il secondo libanese) hanno ripristinato in Honduras lo storico bipartitismo reazionario e conservatore, relegando al terzo posto (con, al momento, il 18%) la governante formazione progressista Libertad y Refundación (LIBRE) della candidata Rixi Moncada. Come dire che se pure un broglio dovesse scaturire dalle urne, esso riguarderà solo i primi due contendenti. Con la presidente in carica Xiomara Castro che fino al momento ha osservato un totale silenzio.

Xiomara, definita da Trump “narcomunista” (allo stesso modo che l’attuale sua ministro della difesa Moncada) è la moglie di quel Manuel Zelaya rovesciato dal golpe civico/militare del 2009 dopo aver aderito all’ALBA (Alleanza Bolivariana) del visionario venezuelano Hugo Chavez. Non che Zelaya fosse particolarmente di sinistra (termine azzardato nella storia honduregna). Lui, mini-oligarca (ma rurale) quale era, aderendo al progetto chavista intendeva comunque tentare di emancipare il proprio paese dallo status di Banana Republic in cui era ancora relegato; acquisendo nel frattempo da subito e a un buon prezzo il petrolio di Caracas.

Xiomara Castro vinse le elezioni del riscatto nel 2021, grazie anche alla compartecipazione di Nasralla (poi rotta lo scorso anno). Non le è stato facile sopravvivere al governo nel paese più povero, diseguale e violento dell’America latina (dopo Haiti). Per non parlare della devastante corruzione e gli strutturali vincoli col narcotraffico. È stata prudente con Biden, tanto che la sua vice Kamala Harris aveva presenziato al suo insediamento. Il che aveva favorito una gestione dignitosa della questione migratoria, con le rimesse familiari che erano arrivate a un quarto dell’intero Pil. Ma a Trump non andata per niente giù che Xiomara avesse scaricato Taiwan per stabilirle relazioni con Pechino; in più aveva riconosciuto l’ultima elezione di Nicolas Maduro in Venezuela. Anche se non ha ostacolato le recenti deportazioni e men che meno minacciato di mettere in discussione l’unica base militare Usa del subcontinente, quella di Palmerola, dove venivano addestrati i contras ai tempi della Rivoluzione Sandinista..

Non resta ora che attendere la assai controversa proclamazione del futuro presidente. Le autorità elettorali hanno un “massimo” di tempo di trenta giorni.

Pubblicato da il manifesto
Nell’immgine: Nasry Asfura, il candidato di Trump


Educazione e giornalismo: pilastri della democrazia

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

L’educazione come bene comune

In tempi di smarrimento collettivo e di crescente polarizzazione, tornare a parlare di educazione e giornalismo può sembrare un esercizio nostalgico, superfluo o accessorio. Eppure, mai come oggi, questi due ambiti rappresentano la spina dorsale di ogni democrazia che voglia restare viva o non sprofondare in derive oscurantiste.

Educazione e Giornalismo sono i pilastri della convivenza civile e della cittadinanza attiva: strumenti che permettono a una società e una cultura di conoscersi, interrogarsi e rigenerarsi.

Proteggere la scuola pubblica oggi significa difendere la possibilità di formare cittadini liberi, capaci di pensiero autonomo e di responsabilità personale e collettiva. Essa “assicura che ogni voce sia presente: è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica” (Piero Calamandrei 1950)

L’educazione – intesa non come semplice trasmissione di nozioni, ma come costruzione condivisa di senso – è la condizione di base per una società inclusiva e matura nella sua consapevolezza socio-politico-culturale, così da garantirne un’autentica matrice democratica. “La democrazia deve rinascere in ogni generazione, e l’educazione è la sua levatrice.” (John Dewey, 1916)

Eppure, proprio questo bene prezioso è minacciato da una doppia deriva: economica e ideologica.

Da un lato, la tendenza alla privatizzazione dell’istruzione. Negli Stati Uniti, la tendenza verso la ‘School Choice’ ha orchestrato un sistematico dirottamento delle risorse pubbliche verso il settore privato. L’espansione dei ‘voucher’ consente di fatto alle famiglie di utilizzare fondi statali – originariamente destinati ai distretti pubblici – per pagare le rette di scuole private, comprese quelle confessionali. Parallelamente, le ‘Charter Schools’, pur finanziate pubblicamente, operano con autonomia privata e contribuiscono a drenare fondi dai comprensori locali. Il risultato è un’accentuata frattura sociale: le circoscrizioni pubbliche nelle aree meno abbienti si ritrovano cronicamente sotto-finanziate e sovraccariche di oneri, mentre le scuole d’élite ricevono sussidi statali indiretti. La formazione di qualità, in questo scenario, cessa di essere percepita come un diritto universale per trasformarsi in un privilegio negoziabile, strettamente correlato allo status socioeconomico e alla capacità di scelta della famiglia.

Dall’altro lato, si moltiplicano i segnali di ingerenza politica nei contenuti formativi. In molti Stati americani, sotto la spinta conservatrice, libri che affrontano temi come il razzismo sistemico, la rappresentazione della brutalità storica e psicologica sulla comunità nera compresa la violenza esercitata dalla polizia, i diritti LGBTQ+ e la critica al controllo statale sul corpo femminile e alla teocrazia, vengono rimossi da biblioteche e programmi scolastici. Tra gli autori colpiti: le scrittrici afroamericane Toni Morrison (vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1993) e Angie Thomas, nonché la scrittrice, poetessa e attivista canadese Margaret Atwood. Il fenomeno della messa al bando e della restrizione dei libri (book banning) nelle biblioteche scolastiche e pubbliche, insieme alla loro rimozione dai programmi di studio, si diffonde sempre più, comportando un preoccupante restringimento dell’orizzonte espressivo e del confronto dialettico d’idee. Simile iniziativa è spesso guidata da gruppi di genitori e organizzazioni conservatrici che accusano i testi di essere inappropriati, divisivi o di promuovere ideologie non gradite o posizioni non allenate ai “valori tradizionali”.

“Nel nostro libro del 2024 [Shapiro, S. A., & Tomain, J. P. (2024). How Government Built America. Cambridge University Press], analizziamo la storia dell’istruzione pubblica, che non solo ha creato una forza lavoro istruita, ma ha anche diffuso valori fondamentali come libertà, uguaglianza, giustizia e difesa del bene comune. (…) Da quando è alla Casa Bianca, Trump vuole aumentare i finanziamenti alle scuole private e stabilire cosa si deve e si può insegnare in quelle pubbliche” (Sidney Shapiro e Joseph P. Tomain, Un bene comune prezioso, in “Internazionale” 1631, 12.09.2025).

Nemmeno le università sono esenti da trattamenti censori e intimidatori, anzi!, alla faccia della tanto decantata autonomia e libertà accademica,

Mentre negli USA si consolida la tendenza verso la privatizzazione della scuola pubblica e la censura di testi considerati “scomodi”, l’Europa appare meno esposta a tali derive, ma non immune da dinamiche preoccupanti. In diversi Paesi europei, infatti, la riduzione dei finanziamenti al welfare state sta avendo un impatto diretto sull’istruzione pubblica. In Italia, come in altri Stati membri, la spesa per la scuola rimane stabilmente al di sotto della media UE, sia in rapporto al PIL, sia alla spesa pubblica complessiva. Questo squilibrio strutturale è oggi aggravato dalle pressioni per aumentare la spesa militare, in linea con gli obiettivi della NATO e con i nuovi programmi di difesa comune. La riallocazione di risorse verso tale comparto rischia di aggravare i tagli ai settori sociali, favorendo indirettamente la crescita dell’istruzione privata e riducendo la capacità dello Stato di garantire pari opportunità formative.

Anche la Svizzera, pur non appartenendo all’Unione Europea, si trova di fronte a dinamiche simili: la spinta a rafforzare la cooperazione militare con i Paesi europei e l’acquisto di nuovi sistemi d’arma hanno riacceso il dibattito sull’equilibrio tra sicurezza e investimenti sociali. Sebbene il sistema educativo elvetico resti tra i più solidi d’Europa, l’aumento delle spese militari rischia di incidere nel medio periodo sulla capacità dello Stato di mantenere gli attuali livelli di finanziamento all’istruzione pubblica, alla formazione professionale e a quella universitaria.

Difendere la scuola e l’istruzione pubblica, dunque, non è una causa di categoria, ma una questione di cittadinanza: significa garantire pari accesso al sapere, alle conoscenze e competenze necessarie per orientarsi e trovare una collocazione soddisfacente nel mondo, evitando “ghetti socioculturali”, vale a dire spazi educativi/formativi separati per reddito, provenienza e capitale simbolico (il prestigio, il riconoscimento, la reputazione e l’apprezzamento di cui gode un individuo o un gruppo; cfr. Pierre Bourdieu). Vuol dire altresì costruire comunità partecipative e contrastare l’analfabetismo civico che alimenta le derive autoritarie e il disinvestimento nella partecipazione alle tornate elettorali e alle decisioni politico-istituzionali inerenti alla cosa pubblica.

Il giornalismo come presidio di analisi critica e libertà di pensiero

Accanto all’educazione, un altro pilastro portante della democrazia è il Giornalismo, non quello gridato o spettacolarizzato, ma quello d’inchiesta e di approfondimento – libero, pluralistico, indipendente –, capace di scavare nei meandri del potere politico ed economico, verificare le notizie e le versioni ufficiali, dar voce a chi non ne ha, vale a dire alle componenti più fragili della compagine sociale, il tutto conferendo spessore e credibilità all’informazione.

Oggi, però, il giornalismo indipendente vive una crisi di sopravvivenza. La precarietà economico-finanziaria del settore, la costante pressione politico-partitica, la competizione con le piattaforme digitali ne mettono a dura prova l’esistenza. 

Il recente attentato perpetrato il 16 ottobre scorso sotto casa di Sigfrido Ranucci, conduttore della nota trasmissione Report in onda la domenica sera su Rai3, dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che neppure le democrazie consolidate sono immuni da atti d’intimidazione eclatanti, campagne di delegittimazione e tentativi di censura rivolti a chi esercita la professione giornalistica. Del resto, la lunga scia di sangue ne attesta la pericolosità e il coraggio, fino al sacrificio della vita, di tanti corrispondenti, cronisti, editorialisti che hanno scandagliato nei recessi più bui del rapporto tra mafia, politica, poteri occulti, servizi segreti deviati …, 

Solo per citare i nomi più noti e i casi più conosciuti:

in Italia

  • Cosimo Cristina (1960) – Termini Imerese. Inchieste sui legami tra vecchia mafia e traffico di droga. (decesso inizialmente archiviata come suicidio)
  • Mauro De Mauro (1970) – Palermo. Scomparso mentre indagava sulla morte di Enrico Mattei e sui rapporti tra mafia, politica e servizi segreti.
  • Giovanni Spampinato (1972) – Ragusa. Indagini sui legami politico-mafiosi in Sicilia.
  • Mino Pecorelli (1979) – Roma. Fondatore di OP – Osservatore Politico. Ucciso mentre indagava su scandali politici, P2, servizi segreti e il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro.
  • Mario Francese (1979) – Palermo. Cronista di giudiziaria che per primo descrisse i componenti della Cupola mafiosa e il ruolo di Totò Riina.
  • Pippo Fava (1984) – Catania. Fondatore de’ I Siciliani. Ucciso per le sue inchieste sui rapporti tra mafia, imprenditoria e politica a Catania.
  • Giancarlo Siani (1985) – Napoli. Cronista de’ Il Mattino. Ucciso dalla Camorra per le sue inchieste sugli appalti, l’abusivismo edilizio post-terremoto e i legami con la politica.
  • Mauro Rostagno (1988) – Valderice (Trapani). Ucciso dalla mafia per le sue denunce in TV sul malaffare, i traffici di armi e droga nel trapanese, con intrecci tra mafia e ambienti dei servizi deviati.
  • Beppe Alfano (1993) – Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Collaboratore de’ La Sicilia. Ucciso per le sue indagini su mafia, politica locale e la presenza di cellule eversive.

Giornalisti uccisi in missione all’estero

  • Graziella De Palo e Italo Toni (1980) – Beirut, Libano. Inviati per documentare il traffico di armi e scomparsi nel nulla (il loro caso è stato coperto dal segreto di Stato).
  • Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (1994) – Mogadiscio, Somalia. Uccisi mentre indagavano su un traffico internazionale di armi, rifiuti tossici e scorie radioattive che coinvolgeva enti italiani e somali. I mandanti non sono mai stati accertati.

Esempi di rilievo internazionale

  • Anna Stepanovna Politkovskaja (2006) – Mosca, Russia. Assassinata sulla porta di casa a causa delle sue inchieste critiche sulla Cecenia, sui diritti umani e sul governo di Vladimir Putin. (Il mandante non è stato individuato).
  • Daphne Caruana Galizia (2017) – Malta. Giornalista e blogger uccisa da un’autobomba per le sue inchieste sulla corruzione, il riciclaggio di denaro e i legami tra politici e criminalità organizzata a Malta, in relazione ai Panama Papers.
  • Jamal Khashoggi (2018) – Istanbul, Turchia. Giornalista saudita e editorialista del Washington Post, critico nei confronti della monarchia saudita. Ucciso e smembrato all’interno del consolato saudita.
  • Ján Kuciak (2018) – Velká Mača, Slovacchia. Ucciso insieme alla fidanzata Martina Kušnírová, per le sue inchieste su frodi fiscali e corruzione che coinvolgevano alti livelli di imprenditoria e politica slovacca con possibili legami con la ‘Ndrangheta.

Questi sono solo alcuni dei nomi che hanno pagato con la vita la ricerca della verità in contesti di collusione tra potere politico, economico, istituzionale e criminalità organizzata. Molti altri sono stati minacciati, aggrediti o vivono sotto scorta.

Non vanno poi dimenticati i numerosi corrispondenti di guerra, come i giornalisti locali della Striscia di Gaza (dato che a quelli internazionali, provenienti da fuori, è stato tassativamente impedito di documentare quanto accadeva, di atroce, in quel martoriato territori), che sono stati un “target” preso consapevolmente e specificamente di mira e da eliminare, durante il genocidio [vedi nota in calce] pianificato dal governo israeliano e realizzato dall’esercito di Tel Aviv, seguito all’orrendo massacro del 7 ottobre 2023 ad opera di Hamas.

Il numero di professionisti dei media uccisi è drammatico e in continuo aggiornamento: fonti autorevoli come il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) e la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) stimano che il totale dei giornalisti e operatori dei media uccisi nel novero della guerra scatenata nella Striscia di Gaza superi i 240, con la stragrande maggioranza delle vittime (oltre il 90%) costituita da palestinesi operanti in quel contesto. Le principali organizzazioni di difesa della stampa non esitano a definire tale “conflitto” come “il più mortale per i giornalisti mai registrato”. Il CPJ ha indicato nello specifico che il tasso di mortalità nelle prime settimane ha superato quello di qualsiasi altro conflitto monitorato dal 1992, e ha sottolineato come la guerra rappresenti “lo sforzo più letale e deliberato per uccidere e mettere a tacere i giornalisti” mai documentato. Reporter, fotografi, cameraman, freelance, blogger e filmmaker locali, operanti in condizioni di estremo pericolo e con accesso bloccato alla stampa internazionale, sono stati gli unici “occhi e orecchie del mondo” per testimoniare l’impatto del genocidio perpetrato nella Striscia.

“Ogni volta che un giornalista viene ridotto al silenzio, una parte della coscienza pubblica tace con lui.” (Mauro De Mauro)

Intanto, l’uso politico dei media da parte di leader mondiali come Donald Trump continua a erodere la fiducia nell’informazione. Lo stesso presidente, che ha definito i giornalisti “nemici del popolo”, sfrutta i social e i contenuti generati da intelligenze artificiali per manipolare l’immaginario pubblico e gettare discredito su qualsiasi forma di dissenso od opposizione. Un recente deepfake lo ritrae in atteggiamenti diffamatori e spregiativi: travestito da monarca e ai comandi di un aereo getta escrementi sui manifestanti che nei giorni precedenti, a milioni, sono scesi nelle piazze di diverse città statunitensi per denunciare la deriva illiberale delle politiche adottate dell’amministrazione guidata dal tycoon. Un esempio paradossale ma rivelatore di una modalità di esercitare il potere dove la prepotenza, la tracotanza e il disprezzo per qualsiasi voce critica si fondono in una propaganda volgare e aggressiva.

La prima puntata di Report, dopo l’attentato citato, andata in onda il 26.10.2025 su Rai3, ha messo in evidenza il tentativo di colonizzazione ideologica da parte del populismo nazionalista statunitense per intaccare la stabilità democratica in Europa. Questo preoccupante intento non è casuale, ma è orchestrato attraverso una complessa rete di think tank e ingenti finanziamenti destinati a sostenere forze politiche di destra e di estrema destra nel Vecchio Continente. Al centro di questa strategia c’è la potentissima The Heritage Foundation con sede a Washington D.C. e il suo Project 2025: un programma politico che, sebbene formalmente incentrato sulla transizione di un’eventuale amministrazione presidenziale conservatrice USA, è diventato il manifesto di un più ampio disegno politico illiberale, conservatore e retrogrado a livello globale, vale a dire un progetto ideologico transnazionale. Il Project 2025, infatti, non è solo una lista di ordini esecutivi, ma una vera e propria visione del mondo basata sul nazionalismo, sul tradizionalismo cristiano e sulla volontà di smantellare le agenzie federali USA per accentrare il potere nelle mani dell’Esecutivo. L’eco di questa visione si estende in Europa tramite finanziamenti, lobbying e la creazione di alleanze con i partiti sovranisti: l’obiettivo ultimo è la decomposizione dell’Unione Europea a favore di una “Comunità europea delle Nazioni” basata su stati nazionali individuali e non su principi federali. Tali misure includono l’attacco alle politiche di inclusione (DEI), la promozione di politiche anti-immigrazione e l’opposizione alle tutele LGBTQ+ e alla lotta al cambiamento climatico, temi che alimentano l’agenda dei movimenti ultraconservatori europei. 

Sono riscontrabili alleanze strategiche e/o affinità ideologiche tra questa rete d’influenza (comprendente la Heritage Foundation da cui è scaturito il Project 2025) e diverse formazioni politiche e leader di destra e di estrema destra in Europa, come: Viktor Orbán e il suo governo in Ungheria; in Italia, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni con i think tank associati ‘Fondazione Machiavelli’ e ‘Nazione Futura’, nonché Matteo Salvini della Lega che ha avuto stretti legami con Steve Bannon, ex capo stratega di Trump e figura chiave nel promuovere un’internazionale votata a un populismo nazionalista di stampo sovranista; in Germania, l’ Alternative für Deutschland (AfD) guidata da Alice Weidel e Tino Chrupalla; in Francia il Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen; nei Paesi Bassi, il Partito per la Libertà (PVV) di Geert Wilders; in Estonia, il Partito Popolare Conservatore Estone (EKRE) di Martin Helme. 

Questa pressione finanziaria e ideologica esterna rischia di minare i principi liberal-democratici europei, spingendo le democrazie occidentali verso un modello di democratura in cui il potere esecutivo domina sui corpi/contrappesi legislativi e giudiziari, in uno scontro frontale con i pilastri costituzionali.

In simile scenario, il giornalismo d’inchiesta e di approfondimento, autorevole, documentato e verificato, resta l’ultimo baluardo contro il disordine informativo minacciato da raffiche di fake news e l’ipertrofia della propaganda demagogica e antidemocratica.

Ma servono investimenti, tutele e una rinnovata coscienza collettiva del valore della ricerca ostinata della verità. Il giornalismo, come la scuola e l’istruzione, è un servizio pubblico: la sua indipendenza non è un lusso, ma una necessità democratica. Quando ci troveremo ad esprimerci in merito alla votazione sull’iniziativa popolare federale denominata “200 franchi bastano! (Iniziativa SSR)”, che mira a ridurre il canone radiotelevisivo in Svizzera dagli attuali 335 franchi a 200 franchi, dovremmo ricordarcene.

La difesa della democrazia

L’Educazione autorevole e il Giornalismo di qualità sono due vie per coltivare la libertà di pensiero e l’autonomia di giudizio. Entrambi orientati a formare cittadini piuttosto che sudditi, nel solco della nostra tradizione democratica e umanistica più nobile, volta ad affrancarci da poteri autoritari e dogmatici, diretti teologicamente o/e politicamente (cfr. Kant). Insegnano a distinguere tra conoscenza e manipolazione, tra confronto aperto e chiusura in bozzoli autoreferenziali, tra proficue ibridazioni culturali e anelito ossessivo di (pseudo)purezze identitarie assolute. Eppure, ambedue vengono spesso trattati come costi da contenere, non come investimenti preziosi da proteggere.

La democrazia non si difende con muri o armi, ma con idee progettuali solide, con la capacità di leggere criticamente il mondo, di coglierne e interpretarne la complessità, di discuterlo animatamente ma civilmente.

Una scuola pubblica viva e un giornalismo indipendente costituiscono la più alta forma di sicurezza collettiva: preservano il pensiero critico e la possibilità del dissenso dialettico. 

In un’epoca contrassegnata dall’affermazione della legge del più forte e dalla cacofonia della “chiacchiera” di heideggeriana memoria – una dispersione del linguaggio amplificata dai vettori comunicativi elettronici, priva di spessore riflessivo e competenziale – richiamare al valore inestimabile dell’educazione/istruzione e del giornalismo professionale non è un semplice appello, ma una vera e propria forma di resistenza civile.

Difendere questi due pilastri come servizi di utilità pubblica in favore della cittadinanza attiva, battendosi per salvaguardarne l’integrità, l’indipendenza e la sostenibilità (anche finanziaria), rappresenta una delle azioni più radicali e necessarie per contrastare la deriva populista-sovranista e ricostruire il fondamento di una società informata e consapevole.

“Una democrazia non muore all’improvviso: comincia a spegnersi quando smette di educare e di raccontare.” (Corrado Augias)


Nota
La ‘Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e Israele’ diretta da Navi Pillay (giurista sudafricana, già Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e giudice della Corte Penale Internazionale-CPI), ha reso pubblico il suo rapporto frutto di due anni di lavoro a metà settembre 2025, giungendo alla conclusione che lo Stato di Israele è responsabile di non aver impedito il genocidio, di aver commesso genocidio e di non aver punito il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. La Commissione ha affermato di aver trovato “prove pienamente conclusive” sull’esistenza dell’intenzione genocida. Per correttezza, è opportuno precisare che le conclusioni delle Commissioni d’inchiesta dell’ONU sono analisi legali e politiche significative, ma non equivalgono a una sentenza emessa da un tribunale internazionale penale come la Corte Penale Internazionale (CPI) o la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), sebbene queste indagini possano informare il lavoro di tali organi giurisdizionali.

Nell’immagine: Sigfrido Ranucci ad una manifestazione in sostegno dei giornalisti/e RAI


Verrà Vannacci?

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

Leggo che Roberto Vannacci verrà in Ticino ad affinare il suo pensiero. L’ha invitato, se ho ben capito, l’UDC di Mendrisio. Ritiene necessario, sembra, approfondire la riflessione sulla strada da seguire. Il salto indietro, etico e culturale, è notevole. Conferma che il progresso civile non è inarrestabile. Dice il Vannacci, tanto per intenderci, che la remigrazione (la deportazione di massa, secondo la definizione dell’Accademia della Crusca) è necessaria perché c’è da temere la sostituzione etnica e culturale del popolo italico che da millenni ha la pelle bianca. I disabili debbono essere collocati a parte e non possono essere inseriti nelle classi normali. Gli omosessuali non sono persone normali e si debbono rassegnare alla loro anormalità. Il patriarcato difende le donne. La dittatura delle minoranze minaccia la democrazia che si fonda sul principio della maggioranza. Forti propensioni verso l’ultradestra secondo cui il fascismo deve essere rivalutato. Costante il riferimento alla “gloriosa” Decima Mas, il reparto speciale che dopo il 1942 fu responsabile di orrende stragi di civili e partigiani.

Mettete in fila tutto questo, e tanto altro ancora, e avete il catalogo di posizioni e idee incompatibili con i principi dello Stato di diritto. Quelli, tanto per intenderci, riassunti nella Costituzione federale: all’articolo 7 dispone che “la dignità umana va rispettata e protetta” e all’articolo 8 vieta ogni discriminazione sotto qualsiasi forma.

Michele Serra, penna assai arguta, ci dice che in democrazia è necessario rivalutare la zona grigia ossia quella che si trova fra il bianco e il nero e raccoglie entrambi i colori: una metafora per dire che il dialogo e il compromesso sono l’essenza stessa della democrazia. Condivido, con una importante eccezione. Di fronte a chi non accetta i principi fondanti della liberaldemocrazia non vi è dialogo possibile: o sei di qua o sei di là, tertium non datur. Ce lo dice Karl Popper con il suo famoso paradosso: non bisogna tollerare gli intolleranti proprio per evitare che distruggano le libertà garantite dallo Stato di diritto. Ed è nostro dovere tracciare una linea rossa, oltre la quale ogni discussione è preclusa.

Il mondo di Vannacci, e delle ultradestre in genere, è fatto di barriere, di separazioni, di discriminazioni fra noi e gli altri. È la negazione di tutto ciò che si è cercato di costruire dopo il 1945 per assicurare una convivenza pacifica.

Solo pochi decenni fa, non avrei mai immaginato che di lì a poco avremmo dovuto fare i conti con personaggi che ostentano il “diritto all’odio” e che fanno del peggio la ragione del loro successo. È accaduto e oggi la tendenza è quella lì.

Shakespeare, siamo nel 1600, lo aveva previsto nel Re Lear con largo anticipo: “È la peste dei nostri tempi, quando i folli guidano i ciechi”. È la fotografia perfetta dell’attualità: in giro per il mondo comandano i grandi folli impegnati a demolire lo Stato liberale con la complicità dei ciechi, i cittadini che li hanno eletti. Qualcuno fra i promotori dell’invito ha precisato che la destra liberale è un valore ed è una componente essenziale del confronto in democrazia. Sono d’accordo, ma non facciamo confusione: l’ultradestra che avanza non ha niente a che vedere con la destra liberale e costituzionale. L’ultradestra, di cui Vannacci è una declinazione, non mi pare un fulgido esempio di strenua difesa dei valori della liberaldemocrazia. E non è un esempio da seguire, nemmeno per l’UDC.

Scritto per laRegione

Nell’immagine: Vannacci con una maglietta che inneggia alla Decima MAS


A Gaza i corpi dei palestinesi spianati dai bulldozer

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

La più grande, Ghada, aveva 46 anni; il più piccolo Bilal appena otto. E poi Fatehi, 36 anni, Israa, 30, e Mohammed, dieci. Tutti membri della famiglia Abu Hussein, cancellata da un raid israeliano che ha centrato la loro tenda nel campo profughi di Al-Mawasi, nel sud di Gaza. Li ha sorpresi di notte, tra mercoledì e ieri. Quattro missili sganciati da un drone e «spiegati» dall’esercito israeliano come risposta a uno scontro a fuoco avvenuto ore prima tra le sue truppe e membri di Hamas.

IN QUALCHE MODO era stato lo stesso primo ministro israeliano Netanyahu a dettare pubblicamente la politica che guida Tel Aviv: «Tolleranza zero per chi colpisce i nostri soldati». Che è poi la stessa a cui si assiste da due anni, e nei decenni precedenti, e che è stata riassunta dal portavoce della protezione civile di Gaza, Mahmoud Basal: «Quanti altri massacri devono commettere perché tutti capiscano che quello che avviene a Gaza è la presa di mira sistematica e diretta di civili?».

Nessuna tregua, dunque, né passaggio alla fase due nonostante le dichiarazioni di mercoledì del presidente Usa Trump, che insiste a indicare tempi stretti per la sua realizzazione senza però fornire dettagli. Resta fumosa, tra le altre cose, la composizione della International Stabilization Force (Isf), forza multinazionale che dovrebbe gestire la sicurezza a Gaza sotto il Board of Peace.
Chi ne prenderà parte, cosa farà, non è dato sapere non perché non ce lo dicano ma perché la Isf è tuttora materia del contendere tra Israele e Turchia, in primis.

Così Tel Aviv può permettersi di prendere tempo, violare per 600 volte la tregua in otto settimane e proseguire nella sua guerra a bassa intensità. La certificazione dello stallo l’ha dato il non-voto alla Knesset di ieri: doveva approvare il piano Trump (quello già legittimato dal Consiglio di Sicurezza Onu nonostante la sua palese illegalità), ma mancava il numero minimo di parlamentari per il boicottaggio del voto da parte del Likud, il partito di Netanyahu.

IL PREMIER aveva chiarito la sua linea per il dopoguerra poche ore prima al New York Times: si è detto impegnato a reclutare collaborazionisti palestinesi che assumano il governo (ben poco sovrano) della Striscia. Come Yasser Abu Shabab, a capo delle Popular Forces, responsabili di estorsioni, saccheggi di aiuti, sostegno alle truppe israeliane, cattura di palestinesi poi ceduti all’esercito occupante e legami con l’Isis.

Ricercato da Hamas e dagli altri partiti palestinesi, ieri Abu Shabab sarebbe stato ucciso in scontri intorno Rafah. Di dettagli certi al momento non ce ne sono. Canale 12 ha riportato della sua morte nell’ospedale Soroka a Be’er Sheva; l’istituto smentisce. Molti a Gaza hanno celebrato la morte di Abu Shabab, per le strade e nelle tendopoli, accusandolo di tradimento.

Tanto più dopo le ultime indiscrezioni che vogliono Usa e Israele intenzionate a utilizzare le milizie palestinesi filo-israeliane nella zona est, oltre la linea gialla, quel 60% di Gaza da cui Tel Aviv non vuole ritirarsi e in cui Washington vuole avviare una ricostruzione parziale e punitiva.

Intanto un’inchiesta della Cnn svela nuovi brutali dettagli della collaborazione israelo-statunitense a Gaza, quella che aveva assunto il volto sanguinario e disumanizzante della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), che la scorsa estate ha distribuito pacchi alimentari a costo della vita.

VISIONANDO immagini satellitari, video e raccogliendo le testimonianze di soldati israeliani, autisti dei camion di aiuti e sopravvissuti palestinesi, l’emittente ha rivelato la pratica israeliana di schiacciare con i bulldozer i corpi dei palestinesi uccisi mentre cercavano di procurarsi del cibo per poi seppellire i resti, indistinti e indistinguibili, in fosse comuni. In alcuni casi sono stati seppelliti tempo dopo, decomposti sotto il sole torrido o mangiati dai cani. Il triangolo delle Bermuda, lo ha definito un camionista: «nessuno sa cosa è successo lì, nessuno lo saprà mai».

«Un sacco di corpi intorno a te, disarmati – aggiunge un altro – con i cani che li hanno mangiati o giocano con le ossa e i teschi…è orribile».

Nell’immagine: Nuseirat, agosto 2025: palestinesi con i pacchi alimentari nella trappola dei centri della Ghf


L’Europa vulnerabile è fuori dai giochi: si rischia la prima pace post-occidentale

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

Di Ettore Sequi, La Stampa

I negoziati tra Stati Uniti e Russia sull’Ucraina stanno ridisegnando l’ordine internazionale: il confronto reale è bilaterale, mentre l’Europa, l’attore più esposto agli esiti della guerra e della pace, resta senza capacità di incidere.

Il confronto è asimmetrico. Per l’Europa l’obiettivo è una “pace giusta”; Washington punta invece a una pace “gestibile”, cioè una pace sporca, a danno dell’Ucraina: congelare la guerra e scaricare sull’Unione europea la sicurezza del continente. Mosca, sostenuta dal logoramento ucraino e dalle divisioni occidentali, mira a una pace draconiana e impone condizioni severissime, mentre i progressi russi a Pokrovsk alimentano la narrativa di una vittoria inevitabile.

Questa asimmetria rivela la logica americana. L’Ucraina non è un dossier autonomo, ma un segmento, e neanche il più importante, dei rapporti con Mosca, che passano attraverso l’energia, le relazioni con l’Iran, gli affari, l’Artico e, soprattutto, i rapporti con la Cina. Per Washington l’Ucraina non è una questione esistenziale, come per gli europei, ma una variabile di un equilibrio più ampio, in cui contano di stabilizzare il fronte russo e concentrare risorse nell’Indo-Pacifico, per la vera sfida strategica con Pechino. E quindi, sacrificabile.

Il negoziato incontra ancora tre ostacoli strutturali irrisolti.

  1. I territori: il Donbass è irrinunciabile per Mosca; per Kiev cederlo è per ora inaccettabile; per l’Ue significherebbe legittimare la forza.
  2. La sicurezza: Mosca vuole un’Ucraina debole, Kiev garanzie vincolanti.
  3. Gli asset russi congelati: per la Ue e Kiev sono una leva; Washington valuta una restituzione parziale, tecnicamente possibile, politicamente destabilizzante. Questione tecnica politicamente esplosiva.

L’Europa è doppiamente vulnerabile: è il soggetto più esposto ma resta fuori dal negoziato, definito bilateralmente da Usa e Russia. I tentativi europei di modificarlo sono stati respinti da Mosca. Inoltre, è divisa. Per Polonia, Baltici e Scandinavi la Russia è una minaccia esistenziale; per altri membri dell’Unione è una sfida da bilanciare con altre priorità, incluse quelle di politica interna e dei rapporti tra governi e opinioni pubbliche.

Tre tensioni strutturali paralizzano dunque l’Europa. Primo: principi contro paura. Nessuno vuole legittimare l’annessione attraverso la forza, ma molti temono una guerra lunga e socialmente devastante. Secondo: tensione transatlantica. Washington discute con Mosca ma tiene fuori l’Europa. Terzo: tensione intraeuropea, su sanzioni, approvvigionamenti energetici dalla Russia, sostegno all’Ucraina.

Nel mentre, la missione di Putin in India mostra che la Russia è isolata dall’Occidente, non dal mondo. L’India compra petrolio russo, pur riducendo i volumi a causa delle nuove sanzioni, e offre canali finanziari alternativi. Energia e triangolazioni valutarie garantiscono a Mosca una resilienza che l’Europa non può contrastare. Dalla tappa indiana, Putin ha inviato alcuni messaggi politici.

Innanzitutto, vuole trattare solo con gli Stati Uniti, da pari a pari, e separare progressivamente Washington dall’Europa. Inoltre, l’Europa deve restare fuori dal negoziato, come mostrano gli avvertimenti sulla questione degli asset congelati, usati per dividere ulteriormente il fronte europeo. Infine, Mosca è pronta a ottenere, con il negoziato o con la forza, le porzioni di territorio ucraino che ancora le mancano.

La missione di Macron in Cina è altrettanto rivelatrice. Il presidente francese ha chiesto a Xi di intervenire su Mosca per arrivare a una pace. La risposta è stata fredda: la Cina sostiene genericamente “gli sforzi di pace”, ma rifiuta qualsiasi responsabilità nella crisi e non pensa di esercitare pressioni reali su Putin. Per Pechino, una Russia indebolita ma non sconfitta è l’asset ideale: blocca l’Occidente, limita la proiezione europea, distrae gli Usa dal Pacifico e accresce la dipendenza russa.

Macron non ha trovato un mediatore, ma il regista silenzioso della competizione sistemica. Mosca è ormai un partner subordinato sul piano economico e tecnologico. Questo inquieta l’India, che teme un asse troppo saldo e usa il multi-allineamento con Washington, Mosca, Pechino e l’Ue come leva di equilibrio.

Su questo sfondo, India polmone energetico e finanziario; Cina garante esterno, fornitore e acquirente; Europa spettatrice, il negoziato resta bilaterale. Washington e Mosca discutono, mentre gli altri attori condizionano i rapporti di forza pur senza sedere al tavolo. Il rischio per l’Europa è serio: non perde solo la gestione della guerra, ma la definizione della pace.

Se un accordo nascerà da un’intesa Usa-Russia con il tacito assenso di Pechino, l’Ue dovrà ratificare un ordine di sicurezza deciso altrove, certificando la propria irrilevanza strategica. Senza una posizione unitaria, capacità di deterrenza e visione geopolitica comune, la guerra diventerà la prima pace post-occidentale, negoziata a Washington e Mosca, condizionata da Pechino, accettata da Delhi e subita dall’Europa. Soprattutto in questa fase delle relazioni internazionali sopravvive non chi ha ragione, ma chi ha potere.


La ghostwriter di Giuffre: “So chi è l’anonimo premier che la stuprò. Nei file Epstein c’è di tutto”

La Strategia di sicurezza è il manifesto ideologico del 45° presidente Usa. In una trentina di pagine archivia l’ordine mondiale nato nel dopoguerra 

Di , la Repubblica

Amy Wallace, giornalista americana nonché ghostwriter di Virginia Roberts Giuffre e delle sue esplosive memorie postume Nobody’s Girl (Bompiani), si commuove mentre accarezza l’anello a forma di rosa da 50 dollari, ricavato da una zip, che l’ex schiava sessuale di Jeffrey Epstein e grande accusatrice dell’ex principe Andrea le regalò nell’ottobre 2024 in Australia. Ossia, l’ultima volta che si sono viste. Giuffre sarebbe poi morta suicida lo scorso aprile, nella sua fattoria in Australia: «Era una donna straordinaria, ha vinto contro tutto e tutti», afferma oggi Wallace, mentre impugna con orgoglio pure la sua collanina a ciondolo di farfalla, simbolo di Virginia e della sua lotta contro i potenti predatori.

Wallace, crede davvero si sia trattato di un suicidio per Giuffre, dopo tutte le minacce ricevute e dopo quello di Epstein, “ucciso in carcere” secondo il fratello?

«Purtroppo sì. Virginia tentò il suicidio due volte durante la stesura di Nobody’s Girl. A volte era a pezzi, si sentiva inutile e preferiva farla finita. Lei cercava di resistere, di non mollare. Ma purtroppo le tragedie cui era sopravvissuta, le tensioni continue e la paura, hanno avuto la meglio. Sfortunatamente, capita nelle persone che soffrono di stress post traumatico. Anche suo fratello Sky è convinto che Virginia si sia tolta la vita, quando l’ha ritrovata dietro una porta chiusa dall’interno».

Però nel 2019 Giuffre aveva twittato: «Se qualcuno vi dirà che sono morta suicida, non credetegli».

«È vero, e comprendo i sospetti. Anche perché oltre a Epstein è morto suicida anche Jean-Luc Brunel, il francese agente di modelle e complice del miliardario pedofilo. E Virginia aveva subito molte minacce nel corso della sua vita. Ma è tutto quello che so».

Lei sa anche chi è l’anonimo primo ministro che, a quanto si legge nelle memorie, violentò brutalmente Virginia sul jet privato di Epstein?

«Certo che lo so».

E perché non lo rivela? In fin dei conti, Virginia si era già esposta contro gente altrettanto potente, come l’ex principe Andrea.

«Perché bisogna sempre valutare i rischi di certe rivelazioni. Virginia aveva già subito minacce di morte, le erano entrati in casa e ci sono i suoi figli da proteggere. Perciò Giuffre aveva deciso di non rivelarli. Una persona, di cui non posso fare il nome, tempo fa mi ha detto: “So chi è quel primo ministro che citate nel libro, ci ho parlato. Mi ha detto di essere pronto a uccidervi qualora uscisse il nome, e di avere pronti sicari disposti a farlo per soli mille dollari”».

È terribile.

«Lo so. Ma è la verità. Anche le registrazioni delle mie conversazioni con Virginia le ho spostate in un luogo sicuro e ho detto pubblicamente ai quattro venti di non averle in casa…».

Anche Trump sembra molto spaventato dai cosiddetti Epstein Files. Ha annunciato di pubblicarli, ma ancora non è successo.

«Potrebbero esserci molti altri nomi lì dentro, anche di altre ragazze che hanno denunciato. Non sappiamo perché il presidente Usa sia così riluttante, dopo le promesse in campagna elettorale. Vedremo. Ma certo Epstein ricattava in molti, Bill Gates incluso, per i suoi luridi scopi, registrando ogni cosa, con le telecamere di sorveglianza. Quindi potrebbe esserci di tutto in quei file».

Nelle sue memorie, però, Virginia scagiona Trump, definendolo “un gentiluomo”.

«È vero. Ma non dimentichiamo che Virginia è stata schiava di Epstein per un periodo di tempo limitato, due anni. Non sappiamo cosa sia accaduto in tutto il resto della lunga amicizia tra Trump ed Epstein».

Crede che l’ex principe Andrea debba testimoniare davanti al Congresso?

«Assolutamente sì. Era a casa di Epstein, sulla sua isola privata, sul jet Lolita Express. Ha visto cose. Ha visto ragazze minorenni. Dovrebbe farsi avanti. Dovrebbe farlo anche per le sue due giovani figlie. Tutti dovrebbero dare il proprio contributo per la giustizia e per le donne. Andrea incluso».

Ghislaine Maxwell, amica di Andrea ed ex compagna e complice di Epstein, è stata trasferita in un carcere di minima sicurezza e ora spera in una grazia da parte di Trump. Cosa ne pensa?

«Maxwell non dovrebbe essere rilasciata né graziata. Era complice di Epstein, anzi, abusatrice sadica lei stessa di Virginia e altre giovanissime, già condannata per traffico sessuale. Eppure, Ghislaine era amica personale di Trump, e comprendo le preoccupazioni di molti. Ma rilasciarla sarebbe davvero un abominio».

Nell’immagina: foto (brutto) ricordo