Molti amici e colleghi statunitensi — spesso attivisti di Jewish Voice for Peace e tra i più severi critici del governo israeliano — mi pongono con insistenza una domanda: perché le piazze italiane, oggi animate da una nobile passione politica contro la tragedia di Gaza, non riescono a provare lo stesso sdegno per il disegno autoritario che Putin sta perseguendo, con spietata ferocia, dentro e fuori i confini russi?

È un interrogativo che mi scuote con forza sin dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina. Vorrei essere chiara: la mia non è una provocazione retorica volta a suggerire risposte precostituite, né intende alimentare il logoro canovaccio della polemica contro i cosiddetti pacifisti “filorussi” . Pongo questa questione senza alcuna volontà di assolvere le colpe di un’Unione europea i cui leader appaiono tragicamente inadeguati, e restando ben consapevole dei costi economici e dei pericoli che il riarmo del Continente porta con sé. So bene che la pace si basa su compromessi, perché la si negozia con i nemici. E non sono affatto “contro il popolo russo”.

Il mio problema non sono coloro che per bieco opportunismo difendono un regime. Essi rappresentano una realtà banale e costante della vita politica che non solleva dilemmi di rilievo. Ciò che mi inquieta sono le “asimmetrie della coscienza” di una parte della sinistra italiana. Mi chiedo perché lo stesso fervore che, giustamente, ci spinge a condannare le pratiche genocidarie a Gaza non si traduca in una mobilitazione altrettanto ferma contro quello che Masha Gessen — voce lucidissima dell’esilio russo negli Stati Uniti — definisce il “neo-totalitarismo” del Cremlino. Perché la severità etica rivolta a Netanyahu e soci cede il passo, di fronte a Putin, a una serie di ambigui “distinguo”? Perché, guardando alla Russia, il rigore morale abdica in favore di una presunta neutralità geopolitica che si piega alle ragioni della Realpolitik? Un realismo, peraltro, assai selettivo, capace di spacciare per necessità storiche quelle che sono soltanto ipotesi parziali.

Per Gaza, lo sguardo si posa con straziante compassione sui volti stravolti dalla fame, sui corpi uccisi e sulle macerie; per l’Ucraina, invece, una parte della sinistra preferisce parlare di scontro tra “sfere d’influenza”, pensare alla “sicurezza collettiva” e chiamare in causa l’espansione della Nato. Certamente l’Ucraina non è stata abbandonata a se stessa come lo è stata Gaza; il divario negli aiuti forniti è palese. Eppure, il regime di Putin commette crimini strutturalmente analoghi a quelli israeliani. Anch’esso nega il diritto di un popolo all’autodeterminazione, arrivando a cancellarne la realtà stessa: per chi sogna il ritorno della Grande Russia, l’Ucraina non è mai esistita, ma è solo una “creazione artificiale”. In breve: si usa il metro dell’etica e della giustizia per Israele, e quello del compromesso politico per una potenza che calpesta la sovranità ucraina e la libertà dei propri cittadini.

È come se la coscienza si attivasse a intermittenza, a seconda dell’identità di chi opprime o di chi subisce. Ma se la coscienza esiste e ha un senso, esso risiede nella denuncia incondizionata di un’ingiustizia nel momento stesso in cui si compie. Solo in un secondo momento l’istanza morale può scendere a patti con le contingenze. Ritengo che una parte della sinistra sia venuta meno proprio a questa denuncia dell’ingiustizia senza riserve. Se per Israele non si accettano mediazioni etiche, per la Russia si mette in campo una “comprensione” che sospetto si regga su una negazione profonda.

Uso il termine “negazione” in senso quasi psicanalitico, richiamando la Verneinung freudiana: quella strategia di difesa che percepisce il male ma non lo ammette, o lo sposta altrove per non dover mettere in discussione le proprie certezze. La negazione interviene infatti quando la realtà risulta insopportabile. Per non soffrire o non contraddirci, attiviamo un meccanismo difensivo che ci permette di negare l’evidenza. In questo caso, non si tratta di ignoranza, ma della scelta — spesso inconscia — di non trarre le conseguenze morali da ciò che, in fondo, già sappiamo.

Forse, per alcuni, è intollerabile la possibilità di una guerra vicina o, peggio, la minaccia atomica agitata da Putin. Ed è così che si opera una paradossale inversione delle responsabilità: Zelensky diventa l’ostacolo alla pace, quasi fosse lui l’artefice di una tragedia che invece subisce. Essendo il soggetto “più flessibile” perché dipendente dai nostri aiuti, su di lui ricade l’onere di non metterci nei guai e il dovere di non trascinarci verso la distruzione. Si ribaltano i ruoli: il colpevole non è più chi aggredisce, ma chi non si rassegna alla sconfitta. È il capolavoro dell’asimmetria: trasformare la vittima in carnefice per non dover guardare in faccia la natura del vero oppressore.

Per altri, invece, risulta inaccettabile ammettere che la Russia non rappresenti più il “bene” in lotta col “male” del capitalismo occidentale. Sebbene Putin e la sua cerchia siano l’emblema di un capitalismo selvaggio e oligarchico, troppi credono ancora che Mosca sia un baluardo contro le menzogne dell’Occidente. Da qui il silenzio sui tratti aberranti del sistema putiniano: dall’indottrinamento bellico nelle scuole alla criminalizzazione dell’identità Lgbt, fino alla scia di sangue che unisce i giornalisti uccisi al sacrificio di Alexei Navalny.

Il rifiuto del militarismo non può trasformarsi nell’alibi per tacere sulla tirannia russa. Se non è sostegno consapevole, forse si tratta di una fragilità intellettuale che preferisce la rassicurante analisi dei blocchi d’influenza alla scomoda verità dei diritti calpestati. Se la sinistra accetta che il realismo metta a tacere l’indignazione verso un regime che avvelena il dissenso e bombarda i civili, finisce per svuotare di senso le sue stesse battaglie, inclusa quella per la Palestina. Una coscienza che si concede il lusso della negazione a seconda del meridiano di riferimento smette di essere un riferimento etico per ridursi, tristemente, a una contabilità ideologica.