La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane
Michele Giorgio, il manifesto
In questi giorni di tempeste che tormentano Gaza, le immagini mostrano gli allagamenti nelle tendopoli degli sfollati e i media locali riferiscono degli uccisi dal freddo e dai crolli di edifici colpiti durante l’offensiva israeliana. Quell’acqua fangosa che ha invaso le tende di migliaia di famiglie non aggrava soltanto le sofferenze di coloro che non hanno più una casa. Porta tra la gente anche liquami pericolosi, rifiuti di ogni genere e materiali contaminati dagli ordigni lanciati da Israele.
Secondo Unep, il programma dell’Onu per l’ambiente, quasi cinque milioni di tonnellate di detriti potrebbero essere stati contaminati con l’amianto. Altri 2,9 milioni di tonnellate contengono rifiuti tossici. Il problema di dimensioni più ampie e allarmanti è la mancata raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. I gazawi vivono ammassati tra macerie e rifiuti sparsi ovunque, di conseguenza sono esposti a malattie infettive e parassiti, come segnalano da tempo le agenzie umanitarie e le autorità sanitarie di Gaza.
«La popolazione di Gaza genera circa 2.000 tonnellate di rifiuti al giorno», riferì lo scorso anno il centro per i diritti umani Al Mezan in un rapporto sulla situazione ambientale, aggiungendo che 190 piccole discariche erano sorte nei pressi di aree abitate e campi per sfollati. La situazione è peggiorata nel 2025. L’accordo di cessate il fuoco firmato ad ottobre da Israele e Hamas non ha portato cambiamenti significativi per il lavoro delle autorità locali di Gaza che non hanno gli automezzi e le risorse per provvedere alla rimozione dei rifiuti, circa 700 mila tonnellate secondo calcoli approssimativi. Le infrastrutture di gestione dei rifiuti della Striscia, già fragili prima del 7 ottobre 2023, sono state spazzate via dai bombardamenti e dalle restrizioni imposte da Israele.
E’ andato perduto anche il lavoro di riqualificazione di aree residenziali nel nord della Striscia, portato avanti con il progetto Green Hopes della ong italiana Acs, ad Al Nada, Al Isba e Al Awda nella zona della città di Beit Lahiya. Tanti sforzi ora sono soltanto polvere e macerie. «Il problema dei rifiuti a Gaza è enorme da sempre e il nostro progetto coinvolgeva le comunità locali nel recupero e della gestione del territorio e dell’ambiente. Abbiamo realizzato, con fondi italiani, opere infrastrutturali importanti. Speravamo di realizzare un polo verde e un centro di attività ludiche e sportive. Le bombe hanno azzerato tutto», ci dice Meri Calvelli, cooperante della ong Acs, che ha vissuto a Gaza per anni e diretto Green Hopes.
Già prima del 7 ottobre 2023 e l’inizio dell’offensiva israeliana, le tre principali discariche di Gaza avevano raggiunto il limite delle loro capacità e i comuni di Beit Lahia, Beit Hanoun e Jabaliya avevano preparato siti improvvisati. Con l’inizio dei bombardamenti, non solo si è interrotta la raccolta, ma buona parte dei rifiuti già depositati si sono riversati nelle aree circostanti. Islam al Habil, ingegnere ed esperta di ambiente, avverte che ciò che sta accadendo a Gaza è un vero e proprio disastro. «Non ci sono più infrastrutture di base, impianti di smistamento, discariche con sistemi di trattamento, e nemmeno la possibilità di trasferire e accumulare i rifiuti lontano dai quartieri densamente popolati», ha spiegato al Habil ad alcuni giornalisti di Gaza.
Israele, che occupa il 53% della Striscia (la zona gialla), è direttamente coinvolto. L’Unep sottolinea che le discariche, o ciò che resta di esse, sono situate in aree controllate dalle forze israeliane. Inoltre, gran parte dei mezzi e delle attrezzature municipali è stata distrutta. La gestione dei rifiuti è così passata da disfunzionale a potenzialmente letale per i civili. «Con la revoca totale del blocco e un sostegno internazionale efficace» prevede al Habil, «gli aspetti più visibili del problema dei rifiuti che sommergono Gaza potrebbero attenuarsi in pochi mesi».
La realtà è che questo scenario non si può realizzare. L’esercito israeliano non permette l’accesso alle discariche centrali vicino alla linea di confine a est della zona gialla. E proibisce l’ingresso di macchinari e attrezzature pesanti necessari per effettuare riparazioni e riaprire le strade sommerse dalle macerie. Non solo. Nelle settimane passate i media locali hanno rivelato che decine di camion carichi di rifiuti e materiale edile provenienti da Israele, dopo aver superato il valico di Kissufim, entrano per 200-300 metri dentro Gaza e ne escono vuoti. Si tratta di spazzatura e detriti lasciati dall’esercito sul versante israeliano delle linee di demarcazione con la Striscia.
Intanto le conseguenze sanitarie sono già evidenti. I medici di Gaza segnalano un aumento di diarrea, infezioni cutanee, scabbia e infestazioni da pidocchi. «Senza interventi immediati la rimozione dei rifiuti finirà per sovrapporsi a quella delle macerie stimata tra i sette e i venti anni. A differenza delle macerie i rifiuti non sono un problema temporaneo, ma una crisi che si rigenera ogni giorno», conclude al Halil.
Nell’immagine: palestinesi sfollati rovistano tra i rifiuti nella discarica a nord di Khan Yunis