Gaza, rifiuti e macerie. Un disastro che uccide

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Michele Giorgio, il manifesto

In questi giorni di tempeste che tormentano Gaza, le immagini mostrano gli allagamenti nelle tendopoli degli sfollati e i media locali riferiscono degli uccisi dal freddo e dai crolli di edifici colpiti durante l’offensiva israeliana. Quell’acqua fangosa che ha invaso le tende di migliaia di famiglie non aggrava soltanto le sofferenze di coloro che non hanno più una casa. Porta tra la gente anche liquami pericolosi, rifiuti di ogni genere e materiali contaminati dagli ordigni lanciati da Israele.

Secondo Unep, il programma dell’Onu per l’ambiente, quasi cinque milioni di tonnellate di detriti potrebbero essere stati contaminati con l’amianto. Altri 2,9 milioni di tonnellate contengono rifiuti tossici. Il problema di dimensioni più ampie e allarmanti è la mancata raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. I gazawi vivono ammassati tra macerie e rifiuti sparsi ovunque, di conseguenza sono esposti a malattie infettive e parassiti, come segnalano da tempo le agenzie umanitarie e le autorità sanitarie di Gaza.

«La popolazione di Gaza genera circa 2.000 tonnellate di rifiuti al giorno», riferì lo scorso anno il centro per i diritti umani Al Mezan in un rapporto sulla situazione ambientale, aggiungendo che 190 piccole discariche erano sorte nei pressi di aree abitate e campi per sfollati. La situazione è peggiorata nel 2025. L’accordo di cessate il fuoco firmato ad ottobre da Israele e Hamas non ha portato cambiamenti significativi per il lavoro delle autorità locali di Gaza che non hanno gli automezzi e le risorse per provvedere alla rimozione dei rifiuti, circa 700 mila tonnellate secondo calcoli approssimativi. Le infrastrutture di gestione dei rifiuti della Striscia, già fragili prima del 7 ottobre 2023, sono state spazzate via dai bombardamenti e dalle restrizioni imposte da Israele.

E’ andato perduto anche il lavoro di riqualificazione di aree residenziali nel nord della Striscia, portato avanti con il progetto Green Hopes della ong italiana Acs, ad Al Nada, Al Isba e Al Awda nella zona della città di Beit Lahiya. Tanti sforzi ora sono soltanto polvere e macerie. «Il problema dei rifiuti a Gaza è enorme da sempre e il nostro progetto coinvolgeva le comunità locali nel recupero e della gestione del territorio e dell’ambiente. Abbiamo realizzato, con fondi italiani, opere infrastrutturali importanti. Speravamo di realizzare un polo verde e un centro di attività ludiche e sportive. Le bombe hanno azzerato tutto», ci dice Meri Calvelli, cooperante della ong Acs, che ha vissuto a Gaza per anni e diretto Green Hopes.

Già prima del 7 ottobre 2023 e l’inizio dell’offensiva israeliana, le tre principali discariche di Gaza avevano raggiunto il limite delle loro capacità e i comuni di Beit Lahia, Beit Hanoun e Jabaliya avevano preparato siti improvvisati. Con l’inizio dei bombardamenti, non solo si è interrotta la raccolta, ma buona parte dei rifiuti già depositati si sono riversati nelle aree circostanti. Islam al Habil, ingegnere ed esperta di ambiente, avverte che ciò che sta accadendo a Gaza è un vero e proprio disastro. «Non ci sono più infrastrutture di base, impianti di smistamento, discariche con sistemi di trattamento, e nemmeno la possibilità di trasferire e accumulare i rifiuti lontano dai quartieri densamente popolati», ha spiegato al Habil ad alcuni giornalisti di Gaza.

Israele, che occupa il 53% della Striscia (la zona gialla), è direttamente coinvolto. L’Unep sottolinea che le discariche, o ciò che resta di esse, sono situate in aree controllate dalle forze israeliane. Inoltre, gran parte dei mezzi e delle attrezzature municipali è stata distrutta. La gestione dei rifiuti è così passata da disfunzionale a potenzialmente letale per i civili. «Con la revoca totale del blocco e un sostegno internazionale efficace» prevede al Habil, «gli aspetti più visibili del problema dei rifiuti che sommergono Gaza potrebbero attenuarsi in pochi mesi».

La realtà è che questo scenario non si può realizzare. L’esercito israeliano non permette l’accesso alle discariche centrali vicino alla linea di confine a est della zona gialla. E proibisce l’ingresso di macchinari e attrezzature pesanti necessari per effettuare riparazioni e riaprire le strade sommerse dalle macerie. Non solo. Nelle settimane passate i media locali hanno rivelato che decine di camion carichi di rifiuti e materiale edile provenienti da Israele, dopo aver superato il valico di Kissufim, entrano per 200-300 metri dentro Gaza e ne escono vuoti. Si tratta di spazzatura e detriti lasciati dall’esercito sul versante israeliano delle linee di demarcazione con la Striscia.

Intanto le conseguenze sanitarie sono già evidenti. I medici di Gaza segnalano un aumento di diarrea, infezioni cutanee, scabbia e infestazioni da pidocchi. «Senza interventi immediati la rimozione dei rifiuti finirà per sovrapporsi a quella delle macerie stimata tra i sette e i venti anni. A differenza delle macerie i rifiuti non sono un problema temporaneo, ma una crisi che si rigenera ogni giorno», conclude al Halil.

Nell’immagine: palestinesi sfollati rovistano tra i rifiuti nella discarica a nord di Khan Yunis


Il fantasma antisemita

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Il drammatico attentato terroristico di Sydney, come purtroppo sappiamo, non è un atto isolato ma la punta di un iceberg. L’antisemitismo non è affatto un residuo arcaico della storia europea, un relitto del Novecento destinato a svanire insieme alla memoria della Shoah, quanto, al contrario, una tendenza, una inclinazione pulsionale persistente, capace di riattivarsi ogni volta che il legame sociale entra in crisi e le inquietudini del disagio della civiltà, come direbbe Freud, esigono l’identificazione di un colpevole assoluto. Non a caso l’antisemitismo ha storicamente prosperato nei momenti di maggiore disorientamento simbolico collettivo.

Quando le grandi narrazioni si indeboliscono, quando il futuro appare opaco e il presente minaccioso, il bisogno di identificare un nemico assoluto diventa pressante. L’attuale ondata di antisemitismo che pervade il nostro tempo non può dunque essere liquidata come una semplice reazione emotiva agli eventi mediorientali. Se è indubbio che l’azione sciagurata del governo Netanyahu, che la violenza che ha colpito indiscriminatamente civili, bambini, famiglie, ha prodotto indignazione, rabbia, dolore diffondendo fatalmente uno spirito antisemita mondiale, è altrettanto indubbio che il passaggio dalla critica politica di un governo e di una feroce strategia militare alla stigmatizzazione dell’ebreo come nemico assoluto segnala uno slittamento – non solo semantico – traumatico.

L’antisemitismo contemporaneo non può essere spiegato solo come reazione alla politica dello Stato di Israele. In primo piano non è solo un conflitto geopolitico, ma un fantasma inconscio radicato nel cuore dell’Occidente. Esso si ordina attorno alla doppia natura dell’ebreo: da un lato il parassita, l’essere infimo, corrotto, maligno, assimilato al batterio, ad un virus che infetta il corpo sano della comunità. Dall’altro lato, l’essere onnipotente, padrone occulto del mondo, regista invisibile dei mercati, delle guerre e delle crisi economiche.

È questa una rappresentazione antisemita che non emerge solo nel ritratto allucinato dell’ebreo proposto dal Mein Kampf di Hitler, ma che ritorna prepotentemente ancora oggi nel senso comune: l’ebreo è simultaneamente nulla e tutto, scarto e sovrano, rifiuto umano e espressione di un potere tanto occulto quanto onnipotente. Non si tratta solamente di un errore logico ma del cuore più proprio del fantasma antisemita. In termini psicoanalitici, come hanno mostrato efficacemente sia Freud che Fromm, l’antisemitismo funziona come una potente macchina proiettiva: tutto ciò che il soggetto individuale o collettivo non riesce a simbolizzare del proprio disagio viene espulso e attribuito a una alterità maligna che l’ebreo è destinato ad incarnare.

È l’ebreo ridotto ad agente patogeno che consente di pensare la società come un corpo malato che richiede una terapia radicale. L’ebreo come padrone occulto e malvagio del mondo consente di dare un senso all’ingiustizia individuando il principio causale della malattia che deve essere estirpata. Accade ogni volta che l’ebreo viene chiamato in causa non come cittadino o come soggetto politico determinato, ma come una figura metafisica del Male. Quando, come è accaduto il 7 ottobre e come si è ripetuto anche a Sydney, la mano gonfia di odio che si arma e spara nel mucchio colpendo giovani, famiglie e bambini durante una festa, è il segnale che il fantasma antisemita ha preso il sopravvento su qualunque altro ragionamento.

Il discorso non riguarda più la politica di Israele, ma l’essere dell’ebreo come tale; non la pesante responsabilità di un governo che ha trasfigurato la giusta difesa in un atto di vendetta, ma una colpa ontologica attribuita ad un intero popolo. Ed è proprio in questo scarto che si manifesta la riattivazione di un odio arcaico che, come un fiume carsico, utilizza l’attualità come pretesto per riemergere. Nondimeno, oggi siamo di fronte ad una mutazione antropologica dell’antisemitismo che non può non accrescere ulteriormente la nostra preoccupazione. L’antisemitismo nazista si presentava come una missione di strenua e delirante difesa dell’Occidente minacciato dall’infestazione ebraico-bolscevica e dalla corruzione del suo sangue provocata da un virus maligno ritenuto responsabile della sua decadenza morale, politica e biologica.

Ma mentre secondo la filosofia dell’hitlerismo l’ebreo veniva pensato come un corpo estraneo dell’Occidente, come una corruzione interna alla sua grandezza da emendare nel nome della salute razziale del Volk (popolo) e della civiltà occidentale stessa, l’antisemitismo contemporaneo tende invece sempre più a intrecciarsi ad una profonda e irrazionale passione anti-occidentale. L’ebreo non è più vissuto come il nemico che corrode l’Occidente dall’interno, ma diventa l’emblema stesso della malvagità e della corruzione dell’Occidente: capitalismo globale, dominio tecnologico, predazione finanziaria, neo-colonialismo, militarismo, identitarismo. In questo senso, l’islamismo jihadista rappresenta una delle espressioni più pure dell’antisemitismo contemporaneo.

In esso convergono in modo inquietante la passione anti-occidentale (presente paradossalmente, come sappiamo bene, nello stesso Occidente) insieme al fantasma antisemita più classico: l’ebreo identificato come nemico teologico, politico, economico, responsabile, in questo caso, non tanto di avvelenare la purezza e la grandezza dell’Occidente (antisemitismo nazista) quanto di manifestare pienamente la corruzione irreversibile dell’Occidente in quanto tale.

Nell’immagine: Bondi Beach, dopo la strage


Una scuola più adatta al presente: siamo pronti per un grande esercizio di democrazia?

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Con il titolo L’autorevolezza perduta, il deputato e maestro di scuola elementare Aron Piezzi ha pubblicato su laRegione del 24 novembre un articolo che merita attenzione. L’attacco è inflessibile: quando nella scuola emergono problemi, la risposta del Decs somiglia a una segreteria telefonica che ripete sempre lo stesso messaggio: più personale, più costi. Per Piezzi una visione contorta, perché servirebbe ben altro, tra cui segnala il ridimensionamento degli altisonanti principi pedagogici in voga (l’allusione al Piano di studio ticinese, su cui ho già scritto, è manifesta) e un ritorno alla centralità del maestro.

È bene chiarirlo subito: l’autorevolezza non coincide affatto con la centralità dell’insegnante. L’autorevolezza la si costruisce in aula, giorno dopo giorno, senza che nessuna riforma possa supplire a pigrizia, sciatteria, noia, indifferenza o – semplicemente – incapacità. Ricordo una classificazione fulminea di Franco Zambelloni, filosofo e insegnante, durante un incontro di riflessione sul profilo professionale degli insegnanti. Partì citando Jean Piaget: L’arte dell’educazione è come l’arte medica: un’arte che non si può praticare senza “doni” speciali, ma che contemporaneamente esige conoscenze esatte e sperimentali, relative agli esseri umani su cui viene esercitata. Tali conoscenze non sono anatomiche e fisiologiche, come quelle del medico, ma psicologiche; tuttavia non sono meno indispensabili e la soluzione dei problemi della scuola attiva o della formazione della ragione ne dipendono precisamente nel modo più diretto.

Insegnare nel III millennio, perciò, presuppone un corpus di solide conoscenze professionali che permettano in seguito di gestire serenamente la quotidianità dell’anno scolastico: in tal senso avremo un docente-artigiano in grado di svolgere in maniera professionale il mandato che gli è affidato dallo Stato, nella consapevolezza che nella scuola – per usare un sottile ritratto del prof. Zambelloni – coesistono insegnanti straordinariamente bravi e insegnanti normalmente bravi.

Anch’io ho fatto il maestro, ormai mezzo secolo fa, un’esperienza che ancora oggi ricordo con entusiasmo. Quando iniziai erano in vigore i Programmi del 1959, introdotti da alcuni «Criteri direttivi» che già allora insistevano sulla professionalità del docente: un programma è solo uno schema che l’insegnante deve rendere vivo, sta scritto. E ancora: la scuola ha una sola legge, quella del migliore sviluppo del fanciullo, e il metodo – qualunque esso sia – è buono se risponde alle esigenze morali, intellettuali e fisiche del bambino concreto, immerso nel suo ambiente particolare.

In apertura del documento c’era un’Avvertenza che oggi suona quasi profetica: il programma va adattato da ogni insegnante alla realtà della sua scuola, in accordo con l’ispettore. Premessa indispensabile: preparazione quotidiana e costante aggiornamento culturale. È forse qui che si comincia a intravedere l’autorevolezza evocata da Piezzi: una responsabilità professionale ampia, affidata all’iniziativa del singolo maestro, che richiede, ancora oggi, un impegno che non tutti sono disposti a onorare.

Il 1974, l’anno dei miei esordi “pedagogici”, fu anche quello in cui il Gran Consiglio approvò, tra molte controversie, la legge sulla scuola media, che faceva strame del ginnasio, di cinque anni, pensato per chi intendeva proseguire i suoi studi; e la scuola maggiore, di tre anni, per chi si indirizzava verso un apprendistato. L’innovativa sperimentazione partì nel ’76; i miei allievi, nel settembre del ’78, furono tra i primi a entrare nella fase di generalizzazione.

Nel 1984 arrivarono i nuovi programmi della scuola elementare, che sostituirono quelli del ’59. La centralità dell’insegnante rimase, anzi, venne arricchita dalla consapevolezza della complessità connaturata al compito educativo. Cambiò invece l’impianto culturale e pedagogico: non più la sequenza disciplinare tradizionale – che nel ’59 apriva con istruzione religiosa, educazione morale e civile, esercitazioni di vita pratica – ma un principio più ambizioso: la scuola elementare ha il compito di porre le basi perché ogni individuo possa, nel corso della vita, sviluppare le proprie facoltà e diventare consapevole della dignità, della libertà e della cultura proprie della condizione umana.

Una dichiarazione d’intenti tutt’altro che marginale, al punto da proporre, almeno sulla carta, una programmazione che superasse le “materie” consuete: l’ambiente – non solo fisico, ma umano, linguistico, culturale – come riferimento per la scelta dei contenuti e per la costruzione dei sussidi didattici. L’allievo arrivava in aula con una prima esperienza del mondo: compito della scuola era dotarlo degli strumenti per interpretarla, complicarla, renderla più consapevole.

Non proprio una bazzecola.

Se guardiamo alla situazione attuale, il dibattito sul piano di studio continua a dimostrare quanto complesso sia mantenere autorevolezza e centralità del maestro. Su un punto, dunque, Piezzi non sbaglia: invocare la “centralità del maestro” è legittimo e anche necessario quando ci si trova in un sistema che spesso confonde autorevolezza con burocrazia o con nuovi ruoli intermedi: qualcuno deve pur rispondere delle sue scelte. Ma, come lui sa perfettamente, dietro la parola autorevolezza si nasconde un’intera galassia: capacità, carattere, formazione, etica professionale, empatia, talvolta anche temperamento, un mosaico che non può essere decretato per via legislativa e che nessuna nostalgia può restituire intatto.

Resta poi sul tavolo il difficile problema del piano di studio della scuola dell’obbligo. Stando a Piezzi, “come plr, su stimolo dell’associazione LaScuola (che associa i maestri liberali), abbiamo proposto, nel settembre del 2024, l’iniziativa denominata Per lo studio e la realizzazione di una nuova scuola media. Attendiamo con fiducia un riscontro da parte del Dipartimento”.

Senza fronzoli diplomatici, mi sento di dire che l’entrata in materia è pessima. Quel che leggo tra le righe è che ci si vuole sbarazzare in fretta del piano di studio in vigore, che, di per sé, potrebbe anche starci. Ma, come è noto, la gatta frettolosa fa i micini ciechi. A conduzione plr il nuovo piano nascerebbe semplificato, magari con un linguaggio meno misterioso. Ma ci vorrebbe comunque qualche anno, compresi i tanti compromessi da negoziare con gli altri partiti.

Perché prima di mettersi a enumerare obiettivi (legittimi), finalità (utopiche) e aderenza al paese in cui il Piano sarà operativo, sarebbe utile porsi qualche importante domanda: in quale mondo vivranno i nati dei prossimi decenni, cioè da 20/30 anni dopo in là? Non sappiamo come saranno il Ticino e il resto del mondo già nei prossimi anni ’30. Cosa ci dovrebbe essere nel Piano? Alcuni alti obiettivi particolarmente richiesti oggi? Una formazione per trovare almeno un posto di lavoro, magari a salari ticinesi? Oppure una scuola davvero in grado di perseguire quelli citati nella Legge della scuola del 1990: più umanesimo, dalla letteratura alla matematica, dalla storia alla fisica alle arti. E come sarà organizzata la scuola per sviluppare come si deve le competenze necessarie per affrontare quel futuro?

Parafrasando Marshall McLuhan, se The medium is the message – cioè se il mezzo di comunicazione ha un significativo impatto sulla società rispetto a ciò che intende trasmettere – siamo sicuri che sopravvivranno la centralità del maestro, il calendario scolastico odierno, le valutazioni e le discipline tradizionali?


Contro la Russia gli aerei da combattimento e i carri armati sono inutili

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Tutti sono d’accordo: in caso di conflitto nucleare, la Svizzera non sarebbe in grado di difendersi. Nessun armamento è efficace contro le armi nucleari. I militari e la lobby degli armamenti mettono però in guardia da una guerra convenzionale nell’Europa occidentale: «Un attacco meccanizzato alla Svizzera sarebbe assolutamente devastante», scrive l’Associazione degli ufficiali.

Ma questo scenario è estremamente improbabile. I carri armati russi dovrebbero prima attraversare i paesi della NATO prima di raggiungere la Svizzera.

«All’improvviso i carri armati russi sarebbero nelle immediate vicinanze del confine svizzero»

Georg Häsler, redattore militare della «NZZ» e colonnello della milizia dell’esercito svizzero, ora la vede diversamente: l’Ungheria e la Slovacchia potrebbero lasciare la NATO: «Se l’Ungheria e la Slovacchia cambiano campo geopolitico, a est del confine nazionale si aprirebbe il corridoio del Tirolo, praticamente privo di protezione». («NZZ» 15.3.2025)

Ancora nell’estate del 2023 Häsler aveva respinto questo pericolo: «Un attacco meccanizzato dell’esercito russo verso ovest è semplicemente impossibile, anche alla luce della situazione attuale. Inoltre, il Cremlino non ha alcuna intenzione di controllare l’intero continente con mezzi militari. I metodi ibridi sono più efficaci».

Secondo Häsler, quindi, è imminente una guerra ibrida. I carri armati e gli aerei da combattimento sono del tutto inadatti a questo scopo. Anche il vicepresidente del PS Jon Pult la pensava così: «Allo scoppio della guerra, la richiesta di riarmo era comprensibile come reazione di panico. Ma già oggi non sono solo gli elettori del PS a chiedersi: che senso ha? La guerra ha chiaramente dimostrato che in Svizzera siamo più sicuri che mai dal punto di vista militare, almeno per quanto riguarda la minaccia delle armi convenzionali. Se i carri armati di Putin non riescono nemmeno a conquistare Kiev, come potrebbero arrivare fino al Lago di Costanza?».

Persino Florence Gaub del Nato Defence College di Roma, che studia espressamente «scenari improbabili», ritiene «poco probabile un classico attacco a un Paese della NATO». («NZZ» 5.8.2025)

Martin Dahinden, ex ambasciatore svizzero a Washington e docente di politica di sicurezza all’Università di Zurigo, concorda: « Gli attacchi terrestri alla Svizzera con unità meccanizzate e di fanteria sono uno scenario improbabile. L’esercito del futuro dovrà prepararsi a un conflitto ibrido con forme di guerra cibernetica, atti di terrorismo e sabotaggio, l’uso di droni e l’impiego militare dell’intelligenza artificiale.» (Contributo ospite «NZZ» 3.4.2024)

È comprensibile che Frank Haun, amministratore delegato di Krauss-Maffei, mantenga i suoi ambiziosi obiettivi di fatturato: «Il nostro obiettivo è quello di poter consegnare 500 veicoli blindati all’anno a partire dal 2027.» («NZZ» 14.12.2024) Il suo gruppo sta esercitando forti pressioni in tal senso.

Il consigliere federale Pfister: prepararsi all’inimmaginabile

Almeno a lungo termine, secondo il ministro della difesa Martin Pfister, bisogna prepararsi all’inimmaginabile: «Al momento non dobbiamo aspettarci che i carri armati arrivino sul Reno, ma l’esercito deve essere pronto anche per questi scenari.» («NZZ» 1.3.2025)

Ci sono altri scenari «al momento» improbabili per i quali la Svizzera potrebbe prepararsi: ad esempio attacchi dallo spazio militarizzato o attacchi con batteri e virus. Oppure attacchi con missili balistici. Con questi e altri scenari «al momento improbabili» si può giustificare la militarizzazione dell’intero Paese.

Attacco con missili balistici

Poiché è improbabile che jet da combattimento e carri armati russi si avvicinino al confine svizzero, per giustificare l’armamento occorre ricorrere ad altri scenari. Georg Häsler ha citato uno scenario concreto l’8 agosto 2025 nella «NZZ»: «Un missile balistico che colpisce una centrale elettrica della rete elettrica europea sul territorio svizzero è sufficiente alla Russia per provocare una carenza di energia elettrica in Germania. […] La Svizzera ha bisogno di un minimo di difesa aerea». Häsler ha citato concretamente un nodo dell’approvvigionamento elettrico o l’occupazione di un nodo ferroviario da parte di un gruppo armato. («NZZ» 29.7.2023)

I nuovi jet da combattimento F-35 sono tuttavia poco utili per respingere tali missili balistici, e i carri armati lo sono ancora meno. Gli Stati membri della NATO impediranno, nel proprio interesse, che la Russia possa distruggere le sottostazioni elettriche della rete europea in Svizzera e in altre parti d’Europa. A questo scopo serve il sistema di difesa missilistica Sky Shield. La Svizzera partecipa a questo progetto. I sistemi Patriot ordinati dalla Svizzera sono in grado di respingere attacchi missilistici con una gittata fino a circa 100 chilometri e un’altitudine fino a circa 30 chilometri.

Concentrarsi sulle minacce reali

L’esperto di strategia ed ex docente del Politecnico federale di Zurigo Mauro Mantovani ha spiegato: «La Russia rappresenta l’unica minaccia. Tuttavia, con i suoi carri armati, la Russia non potrebbe avanzare fino all’Europa centrale. […] Una Russia imperialista dovrebbe attraversare 1500 chilometri di territorio dell’alleanza NATO senza superare la soglia della guerra nucleare». («NZZ am Sonntag» 18.5.2025)

In una replica dell’8 giugno, tre comandanti di battaglione hanno affermato: «Un esercito senza carri armati da combattimento non funziona. Punto». «Punto» è un argomento poco convincente.

Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO fino al 2025, ha descritto il futuro militare come segue: «La fusione tra intelligenza artificiale, tecnologia dei droni e sistemi senza pilota rappresenta un salto quantico simile a quello della rivoluzione industriale».

Il 17 marzo 2025, Werner J. Marti, redattore estero della «NZZ», aveva affermato: «I veicoli blindati sono in gran parte alla mercé dei droni (controllati tramite fibra ottica), poiché questi ultimi possono far esplodere i loro carichi con precisione nei punti non protetti della corazza».

A ciò si aggiunge il rapporto costi-benefici: uno dei più recenti carri armati da combattimento costa cento volte di più di uno dei più costosi droni controllati dall’intelligenza artificiale.

Droni controllati dall’intelligenza artificiale e attacchi autonomi

La professoressa di politica Elke Schwarz della Queen Mary University di Londra ha avvertito: «Aziende produttrici di armi come Anduril o Palantir stanno sviluppando sciami di droni autonomi in grado di uccidere esseri umani. Armi di questo tipo potrebbero cambiare l’intero ordine di sicurezza internazionale e rendere il mondo più insicuro».

David Bach, professore di strategia alla Business School IMD, ha fatto riferimento a una guerra senza pilota: «Le applicazioni di IA di prossima generazione possono individuare le posizioni nemiche, lanciare attacchi autonomi o disturbare infrastrutture critiche da lontano».

Contro tali attacchi, i jet da combattimento e i carri armati sono inutili.

Persino il redattore della «NZZ» Georg Häsler ha ammesso il 22 novembre 2025 che i jet da combattimento non sono adatti all’uso in Svizzera. Tuttavia, ha affermato che la Svizzera potrebbe utilizzare gli F-35 «nell’ambito del pilastro europeo della NATO». E se la Svizzera non volesse «impiegare i suoi F-35 sul fianco orientale della NATO», dovrebbe almeno utilizzarli «nell’area compresa tra Lione, Monaco, Vienna e Milano». Questo le garantirebbe rispetto.

L’argomento del «parassita»…

In mancanza di argomenti migliori, i militari, la lobby degli armamenti e alcuni politici tirano fuori un nuovo argomento: la Svizzera non dovrebbe essere una «free rider»: se la Svizzera conta sulla protezione degli Stati Uniti e della NATO, deve anche armarsi, per solidarietà.

Georg Häsler ha affermato: «La Svizzera non può permettersi di continuare a essere semplicemente una free rider. Prima o poi la NATO manderà il conto a Berna». Häsler non ha specificato quale potrebbe essere questo conto.

Nel frattempo, la Svizzera intende effettivamente acquistare ancora più armi dagli Stati Uniti, ma non per proteggersi, bensì per ottenere dazi doganali più bassi. Il capo economista della «NZZ» Peter A. Fischer ha diffamato coloro che criticano la corsa all’armamento con F-35 e carri armati definendoli «ipocriti pacifisti e opportunisti». In questo modo evita una discussione oggettiva.

…o una politica degli interessi senza compromessi

Di solito gli argomenti della solidarietà e del «parassitismo» non riscuotono molto successo. Quando si è trattato del sovraccarico del sistema di asilo, il consigliere nazionale del PLR Christian Wasserfallen non ha voluto saperne: «Non c’è bisogno di più solidarietà con l’UE, ma di una politica degli interessi senza compromessi».

Non si chiede solidarietà nemmeno con i più poveri. Oxfam ha fatto un calcolo a livello globale: «Con meno del 3% delle spese militari dei paesi del G7 o un misero 2,55% del bilancio della NATO per il 2024, si potrebbe eliminare la fame nel mondo (32 miliardi di dollari) e risolvere la crisi del debito nel Sud del mondo (36 miliardi di dollari)».

L’eliminazione della miseria contribuirebbe alla pace in misura molto maggiore rispetto al riarmo.

L’argomento del «free riding» non vale nemmeno quando si tratta dello sfruttamento delle lavoratrici tessili, dei raccoglitori di caffè o dei minatori. O della politica climatica: il nostro possibile contributo, si dice, non farebbe comunque alcuna differenza a livello mondiale.

Costi e rischi del riarmo

Un massiccio aumento delle spese militari comporta un forte potenziale di conflitto sociale. L’armamento può essere finanziato solo in tre modi, tutti con gravi effetti collaterali:

  1. Con tagli alla spesa sociale, sanitaria, all’istruzione, alla protezione dell’ambiente, alle infrastrutture o alla cultura
  2. Con un aumento delle tasse («Dobbiamo aumentare le tasse per l’esercito», editoriale sui giornali Tamedia del 13.12.2025)
  3. Con ulteriori debiti

La terza via è politicamente la più fattibile, ma anche la più rischiosa. Il potenziamento militare con l’indebitamento può diventare l’acceleratore di una crisi finanziaria ed economica. Se la struttura del debito crolla, si rischia l’iperinflazione e la disoccupazione diffusa. La libertà che vogliamo preservare sarebbe allora compromessa.

Un massiccio aumento delle spese militari non solo porta a debiti irresponsabili, ma comporta anche altre conseguenze sociali esplosive. L’aumento delle spese militari distoglie l’attenzione da altri rischi esistenziali. Si pensi al riscaldamento globale, alla migrazione, alla distruzione della natura e dell’ambiente, all’accesso all’acqua e alle materie prime e agli squilibri sociali.

Due opzioni per la Svizzera

L’oppositore dell’esercito Josef Lang ha dichiarato al «Sonntags-Zeitung»: «Andare avanti da soli non ha più senso. Ci sono solo due opzioni razionali:

  1. aderire a un’alleanza militare e abolire la neutralità.
  2. Optare per una neutralità solidale e pacifica a livello mondiale e abolire l’esercito (seguendo l’esempio di Costa Rica e Panama).

Ritengo che la seconda opzione sia la più ragionevole».

L’ex ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey ritiene invece più ragionevole la prima opzione: «Se la neutralità non garantisce più la nostra sicurezza, allora dovremmo valutare molto seriamente l’adesione all’UE e alla NATO».

Nella prima opzione, con l’adesione a un’alleanza militare, la Svizzera dovrebbe probabilmente introdurre un esercito professionale. Infatti, i moderni sistemi d’arma sono così sofisticati che tre settimane di servizio militare all’anno non sono sufficienti per l’addestramento.

Miliardi sperperati

Dopo aver analizzato il rischio concreto di guerra e i rischi globali, nonché il rapporto costi-benefici, non vi è alcun motivo convincente per cui la Svizzera dovrebbe acquistare gli aerei da combattimento statunitensi e i carri armati supplementari richiesti dagli ufficiali.

Il rischio di una guerra convenzionale in cui carri armati o aerei da combattimento russi raggiungano la Svizzera è trascurabile. Se la Russia dovesse attaccare la Svizzera con missili o droni telecomandati, gli aerei da combattimento e i carri armati sarebbero inutili.

Una Svizzera armata dovrebbe investire nella difesa da droni, attacchi informatici e virus. Persino per la Germania non vi è alcun motivo sufficiente per indebitarsi con 100 miliardi di euro per l’armamento.

Le spese militari dei paesi europei membri della NATO sono già oggi, anche al netto del potere d’acquisto, nettamente superiori a quelle della Russia. Una politica comune in materia di armamenti e approvvigionamenti può rafforzare ulteriormente la capacità di difesa. Non è necessario un riarmo.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: l’aereo da combattimento F-35 che dovrebbe difendere la Svizzera dagli attacchi della Russia (SRF)


Lessico animale

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Di , La Stampa

Tra le frasi che resero popolare Vladimir Putin subito dopo essere stato nominato presidente della Federazione Russa la prima volta, nel 1999, ci fu quella che nell’intento di rassicurare la popolazione, promise che avrebbe stanato “i terroristi ceceni anche nel cesso”. Da allora a oggi, anzi ieri, quando ha definito i leader europei “maiali al seguito di Biden” ci sono state altre analoghe espressioni che ben riassumono il senso di quella diplomazia muscolare che vediamo in azione ormai da anni. Si va dal “Non sono una donna, non ho giornate no” al saluto rivolto alla comunità gay in occasione dell’apertura dei giochi olimpici di Sochi: “Siete i benvenuti, ma lasciate stare i bambini”.

C’è stato il lapidario “affondato” a chi gli chiedeva del destino del Kursk, il sottomarino che portò via con sé le vite di 118 uomini, per cui il Paese aveva pregato per settimane. E il cinico “perdonare i terroristi è compito di Dio, mandarli da lui è il mio”. In molti casi le frasi gli sono state attribuite, ma nessuno al Cremlino si è mai curato di smentirle, per offensive che risultassero; del resto anche le regole della corretta attribuzione saltano dove l’informazione è per definizione opaca, controllata, perseguita. Se pure non le ha dette, avrebbe potuto dirle, finita lì.

Un altro grande utilizzatore del lessico animale è Donald Trump, che ha insultato una giornalista chiamandola “maialina” e intimandole il silenzio; più generico invece l’insulto rivolto ai migranti: “non sono uomini ma animali”, salvo precisare, in una successiva occasione, che “mangiano cani e gatti”. Nella lista dei più bersagliati dai due uomini più potenti del mondo, ci sono dunque le donne, i gay, i migranti, e l’insieme trasversale degli europei, “maiali” per il russo e già “parassiti” per l’americano.

Ma cosa c’è negli europei che produce tanta irritazione, che urta tanto i nervi di questi due? Non erano inutili, irrilevanti, senza esercito e senza re? A chi attacca l’Europa per le sue lentezze e per l’eccesso di burocrazia tocca allora ricordare che sono proprio questo due aspetti, che significano anche complessità, regole, rispetto delle procedure (e quindi del maggior numero di diritti) a scatenare l’ira dei leader spicci e autoritari. Un vecchio ambasciatore come Silvio Fagiolo – una lunga carriera nelle capitali europee, con una lieve intolleranza solo per quella inglese – ogni volta che doveva incontrare un giornalista americano prevedeva incontri più lunghi che per gli altri corrispondenti: “bisogna spiegargli tutto, ogni volta da capo, non capiranno mai il funzionamento dell’Ue”, diceva.

Le votazioni, i passaggi, i vari organismi, il continuo dibattere, contarsi, giocare alle geometrie variabili non sono soltanto un modo per rallentare le decisioni (delle volte anche, ma è un esito, non una causa), sono soprattutto manciate di sabbia nelle ruote dell’autoritarismo. C’è di che innervosirsi, in effetti.

Nell’immagine: murale a Tbilisi, Georgia


Ucraina, la deterrenza armata non prepara la pace

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Di Marco Bascetta, il manifesto

La minaccia russa i cui contorni, le cui motivazioni, le cui chance geopolitiche e le cui effettive capacità operative nessuno si sente mai in dovere di illustrare, sembra essere diventata, oltre che un atto di fede, l’unico oggetto di discussione tra i leader dell’Unione europea.

Una realtà politica sempre più vicina a quella “Europa delle nazioni” che da anni rappresenta la bandiera delle destre estreme.

Quale sia il quadro alla vigilia del Consiglio europeo di oggi è facilmente riassumibile in poche righe. L’Unione in storico deficit di soggettività politica cerca, inascoltata dai protagonisti che contano, i russi e gli americani, di ritagliarsi un ruolo nelle trattative di pace e nella spartizione della ricostruzione postbellica dell’Ucraina sposando «fino in fondo», ma con mezzi insufficienti e senza unanimità reale, la causa di Zelensky. La retorica dice: solo l’Ucraina è legittimata a decidere del futuro dei propri territori. La realtà dice: Kiev deciderà i suoi confini con la pistola di Trump puntata alla tempia e la Ue non potrà che adeguarsi. Davvero un luminoso esempio di autodeterminazione.

Washington ha chiaramente scelto i suoi alleati nel Vecchio continente: le destre nazionaliste impegnate a smantellare la dimensione sovranazionale del progetto europeo, non da oggi invisa agli Stati uniti. Bruxelles, sempre più sbilanciata a destra, rifiuta di prenderne atto e soprattutto di riconoscere nel depotenziamento dell’Unione europea un evidente interesse comune della Casa bianca e del Cremlino. Trump punta, senza del resto farne mistero, alla destituzione della zoppicante maggioranza di centrosinistra che governa a Bruxelles e che però, qualunque cosa accada, qualunque insulto riceva non smette di ossequiarlo, di rivendicarne l’amicizia e di piegarsi nella sostanza a tutte le prescrizioni americane.

L’Europa farà dunque da sola, ma soprattutto attraverso le singole nazioni che la compongono, quello che Washington desidera.

Non vi è infatti la minima traccia sul versante europeo, in risposta agli attacchi di Trump, di uno speculare tifo per le opposizioni statunitensi che pure, da New York alla Florida, lentamente riprendendosi dal KO delle presidenziali, hanno dato segni di nuova vitalità. Sullo scontro che attraversa gli Stati uniti i vertici della Ue si guardano bene dal proferire verbo. Chiunque occupi la Casa bianca è il solo legittimo interlocutore, anzi è l’America tout court.

Nelle cancellerie europee si ragiona come se le politiche trumpiane fossero eterne e immutabili e il rapporto tra le due sponde dell’Atlantico, se non per sempre almeno per un tempo molto lungo, quello imposto dall’attuale inquilino della Casa bianca. Che non ha nulla a che vedere con un ritiro isolazionista degli Usa, ma piuttosto con una nuova insidiosa forma di egemonia fondata sul ricatto.

L’argomento che domina il dibattito europeo e al quale tutto il resto viene sacrificato, dal welfare alla transizione verde, è il riarmo e il sostegno bellico e postbellico all’Ucraina, nonché le sue forme di finanziamento che ruotano intorno all’utilizzo dei capitali russi congelati in Europa. Ovverosia a qualcosa che nel mondo del capitalismo finanziario, quello in cui viviamo, equivale a un imperdonabile sacrilegio gravido di temibili conseguenze. I governi europei ripetono comunque in coro che la pace si ottiene solo con la deterrenza, costi quel che costi il riarmo necessario.

La guerra in Ucraina è una drammatica realtà, ma anche un’occasione per mascherare dietro l’esibizionismo muscolare la precaria sussistenza di deboli governi europei in grave deficit di legittimazione popolare e di prospettiva politica. Nonché pretesto per diverse rese dei conti: tra l’est e l’ovest dell’Unione europea, tra integrazione sovranazionale e nazionalismo, tra l’Unione europea e gli Stati uniti, tra i profitti dell’industria (rilanciata in versione bellica) e la spesa sociale.

Queste contrapposizioni, che i governi cercano di occultare con la favola pietosa dello scontro tra democrazie liberali e autocrazie, peraltro travolta dalla sconveniente figura di Donald Trump e dalle sue intemerate, si manifestano con sempre maggiore evidenza.

A raccoglierne il valore conflittuale, più che le traballanti formazioni politiche rappresentate nelle istituzioni della Ue, potrebbero candidarsi movimenti, corpi intermedi, forze sindacali ed extraparlamentari, renitenti e disertori capaci di guardare oltre la logica oppressiva delle nazioni e la sfera irraggiungibile della geopolitica.

Per dirla in maniera un po’ enfatica e che nelle attuali circostanze suona piuttosto surreale, la pace non si fa con la deterrenza (l’unica che fino a un certo punto ha funzionato è quella nucleare) ma con le rivoluzioni. E cioè quando i governanti vengono rovesciati dai governati chiamati a partire per la guerra. O, meno drammaticamente, quando i cittadini si rifiutano di pagare i costi della sua preparazione “deterrente”.

Nell’immagine: il fronte ucraino-russo, nella regione del Donetsk


Un sì all’iniziativa “200 fr. bastano” significherebbe la fine dell’attuale offerta online della SSR

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Con un articolo della giornalista Anja Burri la stampa del gruppo Tamedia (SonntagsZeitung e 24heures) ha messo in luce alcuni aspetti dell’iniziativa “anti-SSR” che finora sono stati trascurati anche da chi la combatte: se l’iniziativa fosse approvata l’8 marzo, la SSR non sarebbe solo costretta a tagliare i propri programmi e a ridurre il personale, ma dovrebbe anche limitare l’uso del canone esclusivamente alla cosiddetta “diffusione lineare” (in pratica alle sole trasmissioni).

L’UDC ha già chiesto che la SSR abbandoni i suoi siti web, le sue app e i suoi canali social, poiché farebbero concorrenza ai media privati. Inutile sottolineare che ad essere particolarmente penalizzati da queste restrizioni sarebbero i giovani.

Anja Burri riporta l’opinione di Bertil Cottier, professore emerito e decano dell’USI, che ha esaminato attentamente il testo dell’iniziativa. Egli afferma: «L’iniziativa contro la SSR vuole stabilire nella Costituzione a cosa possono essere destinati i proventi del canone». La prima frase del testo infatti recita: «Per finanziare i programmi radiofonici e televisivi (…) la Confederazione riscuote un canone di 200 franchi all’anno». E la legge federale sulla radiotelevisione definisce con precisione cosa si intende per programmi televisivi e radiofonici: «una serie di trasmissioni offerte in modo continuativo, programmate nel tempo e trasmesse tramite tecniche di telecomunicazione». Questa formulazione è oggi chiaramente superata, ma è ancora valida, e non include né i contenuti prodotti per TikTok né quelli preparati appositamente per i lettori online. La SSR (e quindi anche la RSI) sarebbe costretta a chiudere tutta la sua attuale presenza online: tutti i siti web di informazione, le app di notizie e i suoi account sui social media. 

Secondo l’articolo anche il Consiglio federale la pensa allo stesso modo: dopo un eventuale sì all’iniziativa la SSR «non sarebbe più autorizzata a finanziare con il canone i contenuti pubblicati esclusivamente per il settore online». Non esclude tuttavia che possa pubblicare testi sui propri portali, ma la questione dovrebbe se necessario essere chiarita in un secondo tempo.

I promotori dell’iniziativa, secondo quanto riportato da Tamedia, confermano in linea di principio la valutazione del Consiglio federale e dell’esperto Cottier: «Non abbiamo nulla in contrario se la SSR continuerà a diffondere i suoi programmi online», afferma il consigliere nazionale dell’UDC Thomas Matter, copresidente del comitato promotore dell’iniziativa. Va bene anche che la SSR riassuma i suoi contributi in forma testuale per il sito web. «Ciò che invece non vogliamo più è che la SSR gestisca un portale di notizie online con contenuti appositamente preparati per il sito web che fanno concorrenza all’offerta dei media privati». Anche i social media non sono un compito fondamentale della SSR, afferma Matter: «Dovrebbero chiudere i loro canali».

Eppure – continua Anja Burri – nessun’altra azienda mediatica svizzera ha più successo della SSR su Instagram e Tiktok. Assolutamente leader sono la radio e televisione della Svizzera romanda RTS. Ha 620’000 follower su Tiktok e 470’000 su Instagram. SRF conta 400’000 follower su Instagram e 170’000 su Tiktok. Sia la SRF che la RTS pubblicano su questi social media estratti dai loro notiziari, ma anche video realizzati appositamente, con dei cosiddetti host che moderano i contributi.

E il confronto è chiaro: i media privati svizzeri di maggior successo su Instagram sono «20 Minuten» (275’000 follower) e la NZZ (217’000 follower). Su TikTok, tra i privati, sono in testa il «Blick» (270’000 follower) e «Watson» (180’000 follower). Le emittenti private raggiungono quindi solo una parte dei follower di RTS e SRF. E questo senza contare i canali di singoli programmi come «SRF Bounce», «SRF 3» o «SRF Studio 404», che non sono nemmeno stati conteggiati.

Le restrizioni richieste dall’iniziativa nel settore online sarebbero dunque particolarmente ingiuste per i giovani: «Essi consumano sempre più spesso i media esclusivamente nello spazio digitale e anche loro pagano (e pagheranno) il canone».

Il consigliere nazionale vodese del PS Benoît Gaillard sostiene il comitato del no ed è preoccupato per le conseguenze dell’iniziativa sull’offerta online della SSR. «Trovo incomprensibile che questo aspetto dell’iniziativa non sia mai stato discusso in Parlamento», afferma. I canali online stanno acquisendo sempre più importanza, non solo per i giovani. «Finora i promotori dell’iniziativa non hanno mai detto apertamente che vogliono praticamente espellere la SSR dallo spazio online». Chi agisce in questo modo non consente un dibattito democratico sano.

Secondo Gaillard l’iniziativa porterebbe alla chiusura proprio di quei canali di informazione che sono in crescita e che si rivolgono a gruppi e generazioni più lontani dal consumo classico di informazioni attraverso i media tradizionali. «Senza questi canali, la SSR non può più svolgere il suo lavoro. Al contrario: sarebbe costretta a un lento ma inesorabile declino verso l’irrilevanza».

E l’articolista conclude: “Anche se l’iniziativa per il dimezzamento fosse approvata, la SSR avrebbe ancora un modo per  diffondersi liberamente online e sui social media: dovrebbe finanziare queste attività da sola, senza attingere al fondo dei canoni. Tuttavia, dato il calo dei ricavi pubblicitari nel settore dei media, ciò potrebbe rivelarsi estremamente difficile.”

Traduzione e adattamento a cura della redazione


Cile, una sconfitta annunciata

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Al secondo turno delle elezioni presidenziali cilene, domenica 14 dicembre, si è imposto con il 58,17% delle preferenze José Antonio Kast, candidato del “Partido Republicano”, dell’estrema destra cilena. La sua rivale Jeannette Jara, militante del “Partido Comunista”, appoggiata dalla coalizione progressista che fa parte anche dell’attuale governo di Gabriel Boric, ha ottenuto il 41,83% dei suffragi.

Una contundente vittoria della destra che ha destato profonda delusione, tristezza e preoccupazione, in ampi settori democratici del Paese, ma che tutto sommato non ha rappresentato una vera sorpresa. “La si vedeva arrivare”, hanno detto in parecchi una volta conosciuti i risultati ufficiali. La vittoria di Kast arriva nel momento in cui la estrema destra avanza a livello mondiale. Il suo programma per il Cile rispecchia quello già noto in altre nazioni. I temi centrali sono sempre gli stessi: la sicurezza, l’emigrazione e i tagli al settore pubblico. Il neoeletto presidente dice di avere come referente la presidente del consiglio italiano Giorgia Meloni. Ma non solo, nella lista dei suoi “ispiratori” figurano, tra gli altri, Javier Milei, che subito si è complimentato con lui per il suo trionfo, e persino Donald Trump. Il Nordamerica sarà senz’altro il principale alleato del governo di Kast.

Anni bui attendono il Cile. La sconfitta di domenica 14 dicembre rappresenta un duro colpo per i settori progressisti della società cilena. Tanto duro come la mancata approvazione di una nuova costituzione, dopo il sollevamento popolare del 2019, che mirava a spazzare via quella pesante eredità dittatoriale lasciata ai cileni da Pinochet. Già allora non furono pochi gli analisti nel Paese che ritenevano che la disfatta costituzionale avrebbe fatto arretrare di parecchio le lotte del popolo cileno per conquistare più ampi spazzi di giustizia sociale. In molti erano concordi che la sconfitta avrebbe provocato molta delusione, disincanto e perdita di fiducia nei processi politici. Detto e fatto. Subito dopo le elezioni municipali di ottobre 2024, i mezzi di informazione annunciarono la vittoria della “lista delle schede nulle e bianche”, che raggiunsero un’alta percentuale dei voti espressi, prova della forte sfiducia regnante nel Paese.

La sconfitta di domenica 14 dicembre, così come l’esito negativo del processo per una nuova costituzione, rischia di fare crescere la pesante sensazione di impotenza dei settori democratici davanti alle difficoltà di promuovere dei cambiamenti profondi nella nazione tramite i canali della democrazia. Questo ulteriore rovescio significa pure un salto indietro nella Storia del Cile. È noto che molti esponenti del settore sociale che andranno ora al governo, si sono sempre dichiarati “ammiratori” del dittatore Pinochet. Le sofferenze di coloro che sono state vittime della dittatura riemergono, ridiventano un presente opprimente.

Ma le cause di questa sconfitta non stanno solo nel panorama politico internazionale o nei precedenti insuccessi del movimento popolare. Oggi non sono pochi coloro che attribuiscono un buon grado di responsabilità al governo Boric e alla coalizione di centro sinistra che lo ha sostenuto. Stando a queste voci, sono rei di aver fatto troppe concessioni alla destra. Un governo che aveva destato in un primo momento molte speranze di trasformazioni sociali profonde come, per esempio, la fine delle AFP, cioè l’AVS, che in Cile è in mano a interessi privati che lucrano con i miseri risparmi di milioni di pensionati ai quali tocca poi vivere con pensioni da fame.  Oppure la riforma del sistema sanitario e della educazione, fortemente privatizzati.

Anche la sproporzionata militarizzazione del territorio dei mapuche, gli indigeni del sud del Cile, in conflitto con lo Stato cileno, che ha provocato parecchie perplessità e sconforto tra coloro che in un primo momento avevano appoggiato il presidente Boric. La delusione si è fatta sentire in molti settori. Altri sono stati conquistati dalla propaganda incessante della destra che ha usato il solito discorso della sicurezza, della lotta contro la delinquenza e contro gli stranieri, argomenti che trovano terreno fertile in una buona parte della cittadinanza, da parecchio tempo oramai depoliticizzata e incapace di comprendere le reali cause di questi fenomeni e di identificare le soluzioni giuste che non siano basate sull’autoritarismo e sulla repressione violenta.

Ma non tutto è perso. Negli ultimi anni, alcune intense mobilitazioni del popolo cileno sono sorte proprio durante i governi della destra, come quello che dirigerà Kast a partire da marzo 2026. Ad innescare la miccia dello scontento sono stati sempre i giovani, anzi giovanissimi. La rivolta sociale del 2019 ha avuto origine nelle proteste degli studenti delle scuole medie. Chissà se in futuro saranno proprio loro a riprendere il discorso della piena giustizia sociale in Cile.

Miguel Ángel Cienfuegos è attore, regista e autore teatrale, responsabile artistico del Teatro Paravento di Locarno. Per SalvioniEditore ha pubblicato “Valparaíso un porto ferito. Breve guida alla resilienza cilena” e “11 racconti di un esilio periferico”

Nell’immagine: giovani cileni/e ad una manifestazione per il clima


La verità, la giustizia e la pace

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Di , la Repubblica

I modi di dire, chissà perché, sembrano tanto più veri quanto più sono antichi. Non c’è chi, nel chiedere sempre più armi, non dica d’essere per la pace. Il suo motto è “se vuoi la pace, prepara la guerra”. Insomma, la guerra è pace, mentre la pace è guerra. È pura ed eterna verità o è purissimo ‘bispensiero’ orwelliano?

Morto Giulio Cesare (Idi di marzo), la Repubblica romana fu scossa dalle mire di Marco Antonio. Cicerone prese la parola in Senato (la settima Filippica) per convincere a muovere guerra contro di lui. Disse, più o meno, così (19, 7): non ch’io non sia per la pace, ma questa parola non ci impedisca di vedere il pericolo che corriamo. Perciò, facciamo guerra per scongiurarlo e non seguiamo gli illusi che confondono la pace con la capitolazione.

Nel lungo tempo dell’Impero romano, il “si vis pacem para bellum” diventò un luogo comune. Lo troviamo in un manualetto di guerra, scritto nel IV secolo da un funzionario governativo, tal Publio Vegezio (Epitoma rei militaris, 3, 14). I generali vincitori, celebrati in “trionfo”, erano figli di quel motto imperialista. Questa fu, nei secoli, la pax romana generata da guerre sempre da farsi per guadagnare e conservare l’Impero.

Oggi, alle stesse parole si dà un altro valore: non l’effettuazione, ma la prevenzione della guerra. La preparazione della guerra sarebbe il realistico presupposto della pace. L’amor di pace si dimostrerebbe correndo alle armi. Non c’è dittatore che, preparando la guerra, non abbia detto: è per la pace futura. La minaccia della forza difensiva può, in effetti, scoraggiare l’uso della violenza aggressiva. Tante più armi in giro, tanta maggiore sicurezza del mondo: nessuno potrebbe usare impunemente le sue. A condizione, naturalmente, che la distribuzione tra le diverse “potenze” sia in equilibrio. Allora, nessuna oserebbe scatenare un conflitto se prevedesse di uscirne sconfitta. È la “pace del terrore”, come quella miracolosamente perdurata nei decenni della “guerra fredda” (Cuba 1962 e incidenti vari tenuti nascosti), meglio comunque d’una guerra guerreggiata. La “corsa agli armamenti” sarebbe dunque il dovere sovrano di ogni Stato. La folle corsa, una volta incominciata, non finirebbe mai. Da soli o in coalizione, occorrerebbe sempre pareggiare o, meglio ancora, soverchiare i potenziali nemici.

La guerra, così concepita, sarebbe un grande wargame. Nelle teorie dei giochi si troverebbe la base scientifica dell’equilibrio cibernetico tra le forze in competizione che, attraverso il calcolo di azioni e reazioni plausibili, renderebbe non conveniente per tutte trattenersi dal farla scoppiare. Ma, ci si può fidare? Le teorie dei giochi sono azzardi basati su previsioni statistico-probabilistiche, pericolose sempre e pericolosissime quando le sfide sono mortali. L’affidabilità dipende da tre (anzi quattro) condizioni, tutte inesistenti quando si parla di pace e di guerre reali, non virtuali. La prima è che gli intenti, da cui dipende la razionalità e la prevedibilità delle azioni dei diversi attori, siano omogenei. La seconda è che ognuna sia perfettamente a conoscenza della consistenza degli armamenti altrui. La terza è il numerus clausus delle armi, cioè che nessuno possa crearsene a proprio piacimento e, così, alterare unilateralmente gli equilibri tra i giocatori.

C’è poi la quarta condizione, la più incerta, che i giocatori possano fare conto su una dote comune tutt’altro che scontata tra i despoti: che non si abbia a che fare con pazzi fanatici.

Nessuna di queste condizioni esiste nel “gioco” in questione, ciò che spiega perché, nella storia, gli equilibristi tra pace e guerra hanno sempre finito per cedere alla guerra. Quanto alla prima condizione — l’obiettivo comune — nei “giochi di società” si è concordi sul perché si gioca. Nella guerra, ognuno sceglie il proprio: nuovi territori, risorse naturali, liberazione e annessione di popolazioni, dominio razziale, gloria nazionale e riscatto da umiliazioni, difesa di identità nazionali, cementificazione di oligarchie fameliche di potere, eccetera. Che cosa attira o respinge un popolo, una nazione, un governo nel muovere guerra o nel trattenersi non è qualcosa che possa assumersi come un dato comune su cui innestare azioni razionali che si incontrano e si equilibrano. Se Hitler avesse avuto a disposizione l’arma atomica, l’avrebbe probabilmente usata per il suo Reich millenario. Truman la usò, perché aveva in mente altri progetti. La teoria dei giochi avrebbe permesso di trovare un equilibrio tra i due?

Anche la seconda condizione è improbabile: ogni “giocatore” nello scenario della guerra è inevitabilmente portato a trasferire agli altri le sue ambizioni, come se i soggetti fossero mossi da medesime motivazioni. Ma le guerre prendono origine, per l’appunto, dall’eterogeneità e dall’incolmabilità delle distanze delle ragioni degli uni e degli altri.

La terza condizione, infine, è indeterminabile poiché la tecnologia della guerra è sempre in movimento e ciascun “giocatore” tende a promuovere lo sviluppo della propria, oltretutto cercando di coprirla del più rigoroso di tutti i segreti, il segreto militare. Così, le “regole del gioco” in guerra vanno in fumo e variano a seconda della potenza di ciascun giocatore e la possibilità di imporre le proprie, se sono forti, e l’eventualità di subirle, se sono deboli: tutto il contrario della lealtà che deve contraddistinguere, oltre che rendere possibili, i giochi che meritano questo nome.

Quando si gioca a un gioco, si può vincere o perdere. Quando “si gioca alla guerra”, soprattutto alla guerra che si avvale di strumenti di distruzione come quelli attuali, non si può perdere. Quando “si gioca alla guerra” si deve essere pronti a tutto, a usare qualunque mezzo, arma, inganno, sotterfugio. Non è vero, dunque, che il si vis pacem… possa renderci tranquilli. Non esistono le condizioni per poterlo sperare. Chi si prepara alla guerra dicendo che lo fa per evitarla, in realtà è disposto a farla e, se è disposto, la farà. Se non fosse disposto, dove starebbe la deterrenza?

E allora? Al motto mentitore, diffusivo di guerre, opponiamone un altro, altrettanto antico, che viene dalla sapienza biblica. Dice così: su tre cose si regge il mondo, la verità, la giustizia, la pace. La verità genera la giustizia e la giustizia porta la pace. Al contrario: la menzogna genera l’ingiustizia e l’ingiustizia porta la guerra. Per combattere il flagello delle guerre c’è molto da fare, ma predisponendo le condizioni della pace.

Nell’immagine: Il vertice di Berlino


Pentagono, la rivoluzione: meno potere ad alcuni generali e meno risorse in Europa e Medio Oriente

La spazzatura minaccia i civili esponendoli a infezioni e parassiti. Poche discariche accessibili a causa delle restrizioni israeliane 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

Il Pentagono vuole cambiare gli equilibri di potere al suo interno, declassificando alcuni dei principali quartier generali dell’esercito americano in giro per il mondo e togliendo il controllo ad alcuni dei suoi generali di grado più elevato.

Il piano, rivelato dal Washington Post e voluto fortemente dal Segretario per la Difesa Pete Hegseth per consolidare la sua autorità centrale, punta a rompere lo status quo del Dipartimento e a ridurre drasticamente il numero di generali a quattro stelle.

Ad esempio, i quartier generali dello U.S. Central Command, dello U.S. European Command e dello U.S. Africa Command perderanno importanza, finendo sotto il controllo di una nuova entità chiamata U.S. International Command.

Tale mossa completerebbe gli sforzi già realizzati dall’attuale amministrazione per spostare risorse dal Medio Oriente e dall’Europa e concentrarsi principalmente sull’espansione delle operazioni militari nell’emisfero occidentale e nell’Indo Pacifico.

«Ogni insinuazione che ci sia una divisione tra i funzionari sulla questione è completamente falsa: tutti nel Dipartimento stanno lavorando per raggiungere lo stesso obiettivo sotto quest’amministrazione», si legge in un comunicato del team di Hegseth.

Per il momento, le intenzioni del Pentagono non sono state condivise con i membri del Congresso: una mancanza di comunicazione che ha turbato i membri delle commissioni per i servizi armati del Senato e della Camera guidate dai repubblicani.

Il piano prevede anche l’unione del Comando Sud e del Comando Nord degli Stati Uniti, che sovrintendono alle operazioni militari in tutto l’emisfero occidentale, sotto un nuovo quartier generale che sarà noto come Comando America degli Stati Uniti, o Americom.

Nel complesso, le misure ridurrebbero il numero dei quartier generali militari – noti come comandi combattenti – da undici a otto, diminuendo al contempo il numero di generali e ammiragli a quattro stelle che rispondono direttamente a Hegseth.

Gli altri comandi combattenti rimanenti sarebbero l’Indo-Pacific Command, il Cyber Command, il Comando per le Operazioni Speciali, il Comando Spaziale, il Comando Strategico e il Comando dei Trasporti.

Secondo le fonti a conoscenza del piano citate dal Washington Post, tutto ciò sarebbe in linea con la strategia per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, pubblicata questo mese, che dichiara che «i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti».

Un maggior generale del Pentagono conferma a La Stampa che l’intenzione dell’amministrazione Trump, con questa ristrutturazione, sia quella di allontanarsi dagli scenari di guerra europei e mediorientali.

La cupola del potere del Dipartimento della Difesa presenterà il piano al segretario Hegseth questa settimana, dopo mesi di lavoro, in risposta a una richiesta avanzata dall’ ex anchor di Fox News nella primavera scorsa, per cercare modi di migliorare il comando e il controllo delle truppe.

Hegseth e il presidente Donald Trump avranno l’ultima parola sull’approvazione di questo piano.

Alti funzionari militari, secondo il Washington Post, hanno espresso preoccupazione per il fatto che una riorganizzazione del genere non offrirebbe le stesse competenze regionali e le stesse relazioni insite nell’attuale struttura militare.

Anche se in una task force di questo tipo si dispone di «alcuni dei migliori uomini», ha affermato un ufficiale citato dal post, «non si ha la minima idea» di ciò che accade in una regione. Un secondo funzionario ha affermato che sembra «molto sconcertante» che i comandanti di alto rango di una regione si preparino per un conflitto, per poi consegnare i piani a un altro comandante quando si verifica qualcosa.

La potenziale riorganizzazione arriva mentre la Casa Bianca e il Segretario della Difesa hanno avviato sforzi più ampi per ridurre il numero totale di generali e ammiragli in tutto l’esercito.

L’amministrazione Trump ha licenziato o comunque costretto alle dimissioni più di 20 ufficiali superiori, ha minacciato altri con test del poligrafo per verificare se abbiano divulgato informazioni ai media e ha detto a coloro che sono rimasti che se non gradivano le politiche dell’amministrazione avrebbero dovuto «fare la cosa onorevole e dimettersi».