Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini
Di Andrea Spinelli Barrile, il manifesto
L’ultima frontiera è il colonialismo dei dati: gli Stati uniti, il 4 dicembre hanno firmato un accordo di cooperazione sanitaria con il Kenya, che garantisce a Washington l’accesso completo e senza necessità di autorizzazione (o obbligo di informare) ai dati sanitari dei cittadini keniani, test diagnostici e cartelle cliniche comprese. Insomma, ogni documento sanitario, ogni test, ogni diagnosi potrà essere totalmente accessibile ai funzionari statunitensi, senza alcuna anonimizzazione, alcun consenso e senza restrizioni sui dati disponibili. Non solo: l’accordo è regolato dalla legge federale Usa e il governo potrà condividere questi dati con una decina di aziende farmaceutiche selezionate, a scopo di ricerca nel settore dei vaccini. Si tratta del primo accordo internazionale di questo genere.
L’AMMINISTRAZIONE TRUMP ha stanziato 1,6 miliardi di dollari per il Kenya nei prossimi cinque anni, che saranno erogati direttamente attraverso le istituzioni governative. Come ha spiegato il Dipartimento di Stato in una nota, l’obiettivo è «rafforzare e allineare i sistemi sanitari keniani alle priorità nazionali, come l’Agenda per la trasformazione economica dal basso (Beta), la copertura sanitaria universale e la Vision 2030, riducendo al contempo la dipendenza a lungo termine dai donatori». Si promette una digitalizzazione delle infrastrutture sanitarie ma, in cambio, Washington chiede l’accesso all’oro digitale: «I finanziamenti statunitensi sosterranno l’ampliamento dei sistemi di dati sanitari del Kenya per garantire che i dati programmatici chiave su Hiv, tubercolosi, malaria, poliomielite ed epidemie possano essere monitorati su larga scala nel lungo termine. Questo include anche l’accelerazione dell’implementazione nazionale dei sistemi di cartelle cliniche elettroniche del Kenya».
Mercoledì scorso, l’Alta corte del Kenya ha sospeso temporaneamente questo accordo dopo un ricorso presentato dalla Federazione dei consumatori (Cofek), la quale sostiene che il testo violi «la Costituzione e la legge sulla salute e minaccia la riservatezza dei dati medici dei keniani». Il caso è esploso prima ancora che l’accordo fosse firmato: l’attivista Nelson Amenya, il 1 dicembre, ha diffuso sui social il contenuto del testo e di recente è dovuto intervenire il presidente William Ruto per assicurare a tutti che, prima di firmare il procuratore generale del Kenya, Dorcas Oduor «ha risolto tutte le questioni legali relative alla protezione dei dati e garantito che il documento non contenesse scappatoie».
MA VATTI A FIDARE. Se anche l’obiettivo finale di questo accordo può apparire “nobile” (usare dati freschi e puntuali a scopo di ricerca per ridurre l’incidenza di alcune malattie, una delle sfide più grandi per la scienza africana), anche in questo caso è il mezzo a prefigurare il fine: estrarre dati di cittadini stranieri, prodotti in un Paese straniero e da un sistema straniero, con le sue regole e le sue procedure, senza autorizzazione né obbligo di informazione, è la nuova frontiera del colonialismo. Che, come ha sempre fatto, estrae risorse a proprio uso e consumo.
Un accordo simile in forma di memorandum è stato firmato anche dal governo dell’Uganda: la settimana scorsa, a Kampala, gli Usa hanno promesso di finanziare con 1,7 miliardi di dollari aree prioritarie nel campo della salute ugandese, e, pochi giorni dopo, al club si sono uniti il Lesotho, che riceverà 232 milioni di dollari, ed eSwatini, unico Paese africano a non avere relazioni con la Cina, che riceverà 205 milioni per investimenti nella raccolta di dati sanitari, nel monitoraggio e nella risposta alle malattie e nella prevenzione e nel trattamento dell’Hiv.
È la “Strategia sanitaria globale America First”, con cui Trump ha rivisto l’approccio del suo governo all’assistenza umanitaria in seguito allo smantellamento di Usaid: la nuova frontiera del colonialismo.
Nell’immagine: un ospedale nel Leshoto