Washington si compra i dati sanitari dei keniani

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

Di Andrea Spinelli Barrile, il manifesto

L’ultima frontiera è il colonialismo dei dati: gli Stati uniti, il 4 dicembre hanno firmato un accordo di cooperazione sanitaria con il Kenya, che garantisce a Washington l’accesso completo e senza necessità di autorizzazione (o obbligo di informare) ai dati sanitari dei cittadini keniani, test diagnostici e cartelle cliniche comprese. Insomma, ogni documento sanitario, ogni test, ogni diagnosi potrà essere totalmente accessibile ai funzionari statunitensi, senza alcuna anonimizzazione, alcun consenso e senza restrizioni sui dati disponibili. Non solo: l’accordo è regolato dalla legge federale Usa e il governo potrà condividere questi dati con una decina di aziende farmaceutiche selezionate, a scopo di ricerca nel settore dei vaccini. Si tratta del primo accordo internazionale di questo genere.

L’AMMINISTRAZIONE TRUMP ha stanziato 1,6 miliardi di dollari per il Kenya nei prossimi cinque anni, che saranno erogati direttamente attraverso le istituzioni governative. Come ha spiegato il Dipartimento di Stato in una nota, l’obiettivo è «rafforzare e allineare i sistemi sanitari keniani alle priorità nazionali, come l’Agenda per la trasformazione economica dal basso (Beta), la copertura sanitaria universale e la Vision 2030, riducendo al contempo la dipendenza a lungo termine dai donatori». Si promette una digitalizzazione delle infrastrutture sanitarie ma, in cambio, Washington chiede l’accesso all’oro digitale: «I finanziamenti statunitensi sosterranno l’ampliamento dei sistemi di dati sanitari del Kenya per garantire che i dati programmatici chiave su Hiv, tubercolosi, malaria, poliomielite ed epidemie possano essere monitorati su larga scala nel lungo termine. Questo include anche l’accelerazione dell’implementazione nazionale dei sistemi di cartelle cliniche elettroniche del Kenya».

Mercoledì scorso, l’Alta corte del Kenya ha sospeso temporaneamente questo accordo dopo un ricorso presentato dalla Federazione dei consumatori (Cofek), la quale sostiene che il testo violi «la Costituzione e la legge sulla salute e minaccia la riservatezza dei dati medici dei keniani». Il caso è esploso prima ancora che l’accordo fosse firmato: l’attivista Nelson Amenya, il 1 dicembre, ha diffuso sui social il contenuto del testo e di recente è dovuto intervenire il presidente William Ruto per assicurare a tutti che, prima di firmare il procuratore generale del Kenya, Dorcas Oduor «ha risolto tutte le questioni legali relative alla protezione dei dati e garantito che il documento non contenesse scappatoie».

MA VATTI A FIDARE. Se anche l’obiettivo finale di questo accordo può apparire “nobile” (usare dati freschi e puntuali a scopo di ricerca per ridurre l’incidenza di alcune malattie, una delle sfide più grandi per la scienza africana), anche in questo caso è il mezzo a prefigurare il fine: estrarre dati di cittadini stranieri, prodotti in un Paese straniero e da un sistema straniero, con le sue regole e le sue procedure, senza autorizzazione né obbligo di informazione, è la nuova frontiera del colonialismo. Che, come ha sempre fatto, estrae risorse a proprio uso e consumo.

Un accordo simile in forma di memorandum è stato firmato anche dal governo dell’Uganda: la settimana scorsa, a Kampala, gli Usa hanno promesso di finanziare con 1,7 miliardi di dollari aree prioritarie nel campo della salute ugandese, e, pochi giorni dopo, al club si sono uniti il Lesotho, che riceverà 232 milioni di dollari, ed eSwatini, unico Paese africano a non avere relazioni con la Cina, che riceverà 205 milioni per investimenti nella raccolta di dati sanitari, nel monitoraggio e nella risposta alle malattie e nella prevenzione e nel trattamento dell’Hiv.

È la “Strategia sanitaria globale America First”, con cui Trump ha rivisto l’approccio del suo governo all’assistenza umanitaria in seguito allo smantellamento di Usaid: la nuova frontiera del colonialismo.

Nell’immagine: un ospedale nel Leshoto


La missione americana dell’Afd. A lezione dai Maga per capire come prendere il potere

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

Di , la Repubblica

“Cancelliere Merz: butti giù il muro!”. La citazione di Ronald Reagan rimbomba tra le colonne del Cipriani Wall Street. Dovid Holtzmann sta tenendo la laudatio a Markus Frohnmaier, ospite d’onore dei Maga e spitzenkandidat dell’Afd alle prossime elezioni in Baden-Württemberg. È il momento clou della serata di gala newyorchese dei “Young Republicans”. E si scioglie in un applauso scrosciante. I giovani trumpiani si sono preparati per settimane ad accogliere l’ultradestra tedesca sabato scorso a New York – anche con slogan inequivocabili: “Afd über alles”, ad esempio -. Un omaggio alla strofa dell’inno tedesco, proibita dopo il nazismo.

Sono gli stessi Maga, del resto, finiti di recente nella bufera per le chat in cui inneggiavano a Hitler e scrivevano, a proposito delle partite di basket dell’Nba, che “se voglio vedere le scimmie vado allo zoo”. Ma il senso della citazione di Reagan al gran gala newyorchese è chiaro: nel 1987 il presidente americano si rivolse a Gorbaciov e lo invitò a buttare giù il Muro di Berlino. I Maga chiedono a Merz di abbattere il cordone sanitario verso l’Afd e sdoganare uno dei partiti più radicali e isolati in Europa.

Che i trumpiani abbiano un debole per l’Afd è stranoto. Basti pensare al sostegno di Elon Musk all’ultradestra durante la campagna elettorale tedesca e la surreale intervista del patron di X ad Alice Weidel culminata nel celebre “Hitler era comunista!”. A febbraio, poco dopo l’insediamento di Trump, il vicepresidente JD Vance venne alla Conferenza di Monaco a insultare l’Europa: l’accusò di minare la libertà di parola e la civiltà occidentale. Vance concesse appena 20 minuti all’allora cancelliere in pectore Friedrich Merz, mentre volle incontrare lungamente Weidel in un ristorante di lusso.

Non è un caso allora che da mesi alcuni parlamentari dell’Afd viaggino regolarmente negli Stati Uniti. E che la scorsa settimana una delegazione di quaranta esponenti del partito sia volata a Washington e a New York per elaborare convergenze con i Maga, studiare le loro tecniche di propaganda, farsi fotografare con lobbisti e parlamentari, incontrare riservatamente sottosegretari di Trump, ordire piani per la conquista del potere in Germania e assicurarsi il loro sostegno per scongiurare una messa al bando del partito. E adesso Frohnmaier ha invitato i Maga in Germania, in concomitanza con la Conferenza di Monaco del prossimo febbraio.

La politologa dell’Università di Kiel Paula Diehl ci spiega al telefono che “per i tedeschi, soprattutto quelli cresciuti nella Germania Ovest, gli Stati Uniti sono sempre stati il ‘fratello maggiore’, non c’è un antiamericanismo radicato e antico come in Francia o in Italia. Quindi l’endorsement di quel ‘fratello maggiore’ all’Afd è una legittimazione importante”.

La settimana del tour americano dell’Afd è stata anche quella in cui la Strategia per la Difesa americana ha scosso la Ue: un documento in cui Trump si impegna nero su bianco a sostenere la resistenza delle destre contro i governi attuali. Maximilian Krah, uno dei leader dell’Afd, si è precipitato su X a festeggiarlo come la “Perestroika per Merz & Co”. L’ex candidato alle Europee che dichiarò a Repubblica che “le SS non erano tutte criminali” fu cacciato nel 2024 con l’intero partito dal gruppo europeo di Marine Le Pen e Matteo Salvini. Ma la reietta Afd sta rientrando nel giro dei grandi grazie al sostegno sfegatato dei Maga americani.

A conferma, una fonte autorevole dell’Afd ci rivela a microfoni spenti che “anche dall’entourage di Salvini sono arrivati segnali di grande distensione e interesse verso Weidel”. E la stessa fonte racconta che nella Cdu – storica alleata dei Repubblicani – “c’è un enorme nervosismo per i nostri buoni rapporti con i Maga: prima del viaggio di Merz a Washington, alcuni maggiorenti della Cdu hanno fatto sapere ai Maga di non avere alcuna intenzione di vietare l’Afd. E c’è una parte del partito di Merz, com’è noto, che lavora a un’alleanza con noi”.

Una delle pioniere dei legami coi Maga è la vicecapogruppo dell’Afd Beatrix von Storch. Da anni coltiva rapporti con l’ala trumpiana del partito, era tra le poche “elette” in Europa invitate all’inaugurazione di Trump e insieme a suo marito Sven tiene stretti legami anche con le destre sudamericane. Siamo andati a trovarla nel suo ufficio parlamentare, alle pareti sono appesi ritratti di Reagan, Papa Wojtyla e Claus von Stauffenberg, l’aristocratico ufficiale delle SS che tentò di ammazzare Hitler. Von Storch stessa è una baronessa dell’antico casato degli Oldenburg, il nonno fu ministro delle Finanze nella Repubblica di Weimar e poi nel Terzo Reich. Storch ci racconta che “i partiti tradizionali hanno cercato di diffamarci in ogni modo. Ma queste campagne contro l’Afd sono fallite e ci hanno solo rafforzati”.

Trump, grazie alla sua palese simpatia per Putin, ha sciolto anche le contraddizioni di un ex partito atlantista poi divenuto putiniano: l’Afd può ora può serenamente conciliare la sua predilezione per l’America e la Russia senza cadere in contraddizione. E le somiglianze tra i Maga e l’Afd sono enormi, racconta von Storch: “Noi vogliamo mantenere sovrane le democrazie. Siamo per l’Occidente cristiano, per la nostra cultura e identità. Sul fronte opposto ci sono la sinistra, i socialisti, i sostenitori dell’isteria sul clima e dell’agenda woke, delle frontiere aperte e dell’abolizione degli Stati nazionali”. Più trumpiani di così.


Süssli d’Schnorre zue! (chiudi quella bocca!)

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

“La Svizzera è tornata a dormire” ha sentenziato Thomas Süssli nella conferenza stampa d’addio, perché a fine anno lascerà l’incarico. “Si è svegliata il 22 febbraio 2022, (invasione dell’Ucraina da parte della Russia ndr), ma poi è tornata a dormire”. Lo dice con cognizione di causa e, evidentemente, facendo riferimento a se stesso. In questi tre anni, infatti, il super gallonato ha ripetuto che, in caso di guerra, in quindici giorni il suo esercito sarebbe liquidato e bisognerebbe affidarsi alla NATO. Se c’era, Thomas dormiva dolcemente!

A metà ottobre il quasi generale è stato ricevuto in Ticino, all’assemblea della Rivista militare della Svizzera italiana, dove ha esposto il suo pensiero: il nostro esercito è vecchio, abbiamo l’artiglieria che spara a 20 km, mentre i sistemi moderni arrivano a 60. Possiamo equipaggiare solo un soldato su tre. L’esercito ha pochi soldi, certo riceviamo 30 miliardi (sic), ma non bastano. Ce ne vogliono 40, più 10 per le munizioni. La Russia è già in guerra ibrida contro l’Europa, con provocazioni, sabotaggi, spionaggio e disinformazione. La Russia tra il 2027 e il 2029 potrebbe essere pronta a una escalation contro l’Europa, cominciando ad attaccare uno stato baltico.

Süssli ha imparato a memoria il bigino passatogli dal segretario generale della NATO Rütte che ripete – come capi di stato europei, giornalisti, pseudo esperti e guerrafondai di vario livello – che “è necessaria una mentalità da tempo di guerra”. Canta De Gregori “la guerra è bella anche se fa male”…

Visto lo stato comatoso dell’esercito svizzero, c’è da chiedersi cosa abbia combinato in questi ultimi sei anni il prode Süssli. E il capo dell’aviazione? E il capo dei servizi informativi? E la capa del Dipartimento? Tutti scappati come topi che lasciano la nave che sta affondando. Inoltre, sarebbe necessario che Rütte, Von der Leyen, Macron, Merz, Starmer, Gentiloni e compagnia ci spiegassero come mai Putin non riesce a conquistare il Donbass, ma potrebbe arrivare in Svizzera (fino a qualche tempo fa si parlava di Lisbona).

Intanto, in questo clima fomentato dai bellicisti europei, il nostro Parlamento ha deciso di allentare la legge sul materiale bellico e di concedere all’industria degli armamenti di esportare verso 25 paesi occidentali, anche se sono coinvolti in guerre. La sinistra ha già annunciato un referendum. Per fortuna è stata bloccata la proposta dell’UDC di permettere ai soldati elvetici di portare a casa le munizioni. Il divieto era stato introdotto nel 2007 e in seguito a questa misura si è ridotto il numero di suicidi e di femminicidi procurati con l’arma militare.

Il Parlamento non si accontenta di investire miliardi nel buco nero dell’ armata elvetica, propone pure di indebolire il servizio civile, modificando la Legge che lo disciplina introducendo misure restrittive per l’accesso a questa istituzione preziosa per la sanità, l’assistenza agli anziani, la protezione dell’ambiente ecc. Contro l’indebolimento del servizio civile il referendum è già lanciato, firmate e fate firmare.

La telenovela dei caccia americani continua. Ora sembra che il neo ministro Pfister, un buontempone che ha confermato l’acquisto da Israele (proprio così) dei droni che non volano, intenda acquistarne solo 24 per non superare  la spesa di sei miliardi approvata dal popolo in votazione per il rotto della cuffia. Però il ministro colonnello ha già pronta la rivincita. Bisognerà acquistare altri caccia, ne vorrebbe dai 55 ai 70, velivoli da combattimento moderni. Quindi i caccia usciti dalla finestra rientreranno dalla porta!

Con che soldi si foraggerà il Dipartimento della Difesa? Per ora con tagli allo Stato sociale: il programma della Confederazione prevede risparmi alla formazione, alla ricerca, alla protezione del paesaggio, alla politica climatica, alla socialità.

Secondo Martin Pfister, per finanziare l’esercito sarebbe auspicabile un aumento dell’IVA dello 0,5%, dall’attuale 8,1 all’ 8,6%. Il pensatoio liberale Avenir Suisse propone invece di aumentare l’età pensionabile a 66 anni, in modo da risparmiare sull’AVS. Avenir Suisse non ha dimestichezza con la democrazia e ha già dimenticato che il popolo ha bocciato una simile proposta recentemente in votazione (74,7% di no il 3.3.24).

L’esercito dovrebbe aumentare il suo budget dagli attuali 6,3 miliardi a 10 mila miliardi di franchi entro il 2032, ma il finanziamento non è ancora deciso. È non è nemmeno chiaro che cosa pensa di fare l’esercito con questi miliardi.

Il sondaggio più recente che misura le preoccupazioni degli svizzeri (20 minuti e Tamedia) rivela che il 69% degli interrogati è preoccupato per i costi della sanità. La sicurezza e l’esercito sono al penultimo posto, con il  29%. È un buon segnale, se pensiamo alla propaganda che Pfister, Süssli e i bellicisti europei stanno inscenando quotidianamente.

Dice bene Guido Viale, sociologo, uno dei leader più lucidi di Lotta Continua in Italia negli anni settanta: “Oggi tutto l’establishment occidentale – non solo governi e partiti, ma anche media, università e associazioni professionali impegnati a convincerci che non c’è alternativa alla guerra – va contrastato in nome della diffusa volontà di pace che persino i sondaggi riconoscono maggioranza ovunque. (…) Stiamo assistendo o siamo attori, in diversa misura e con diversa intensità, di una mobilitazione mondiale che ai temi della pace e del contrasto al riarmo accomuna in misura crescente difesa dell’ambiente, dei salari, dell’occupazione, della salute, dell’istruzione: tutte vittime designate della corsa alle armi”.


Prevenire la rabbia significa cambiare rotta

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

Il 20 novembre scorso, sulle colonne de laRegione, l’avvocato Luca Maghetti ha lanciato un allarme che merita di essere preso molto sul serio: il rischio che la frustrazione sociale che si sta accumulando nel Ticino si trasformi in rabbia aperta, con conseguenze difficilmente controllabili sul piano politico, economico e sociale. È un richiamo importante, perché va oltre i calcoli ragionieristici che tanto ispirano il dibattito politico e rimette al centro una questione spesso rimossa: la tenuta della coesione sociale.

La sensazione diffusa che “così non si possa andare avanti”, per riprendere l’espressione dell’estensore del contributo, non nasce dal nulla. È il prodotto di anni di salari insufficienti – in media significativamente più bassi rispetto al resto della Svizzera – di precarizzazione del lavoro, di pressioni crescenti sui tempi di vita e sulla salute delle persone. In un cantone dove una quota sempre più ampia di lavoratrici e lavoratori fatica a vivere del proprio salario – basti pensare al numero elevato di persone che beneficiano della riduzione del premio di assicurazione malattia (oltre 100 mila) o alla quota di persone (un quinto) che, pur lavorando, devono integrare il salario con una prestazione dell’assistenza sociale – l’esplosione della rabbia non è un’ipotesi astratta, ma una reazione facilmente prevedibile: l’esito di un modello di sviluppo che ha fatto della moderazione salariale, degli sgravi fiscali e del contenimento della spesa pubblica i suoi principali pilastri, senza considerare le conseguenze di tale modello.

Anzi, per anni è stato detto e si continua a ribadire che i sacrifici erano e sono necessari per restare competitivi e beneficiare delle ricadute positive di tali sacrifici in termini di occupazione, reddito e maggiore benessere. Ebbene, oggi ne vediamo i risultati: salari stagnanti, domanda interna debole, crescente dipendenza dagli aiuti sociali e finanze pubbliche sotto pressione. In questo contesto, continuare a insistere esclusivamente su tagli e austerità non solo è socialmente ingiusto e iniquo, ma è anche economicamente miope.

Il punto centrale, che spesso sembra sfuggire nel dibattito politico, è che i bassi salari non colpiscono solo chi li deve subire. Essi indeboliscono l’intero sistema economico: riducono i consumi, comprimono il gettito fiscale, schiacciano i contributi alle assicurazioni sociali, aumentano i costi sociali e indeboliscono il consenso nei confronti delle istituzioni, minando alla base qualsiasi strategia di sviluppo.

Da qui l’aspetto forse più difficile, ma imprescindibile, del ragionamento evocato anche da Maghetti. Se la rabbia dovesse esplodere, non travolgerebbe solo “il sistema” in astratto. Rischierebbe di colpire direttamente anche coloro che oggi difendono le politiche di austerità e di contenimento della spesa pubblica, privandoli di consenso, di legittimità e, in ultima analisi, di sbocchi economici. “Lo sfruttamento in atto deve necessariamente cessare … altrimenti gli stessi sfruttatori, fra un po’, non avranno più residenti a cui vendere i loro prodotti” conclude Maghetti.

Occorre perciò agire sulle cause strutturali, rimuovendole “whatever it takes”, per riprendere una ben nota espressione idiomatica inglese. Questo significa rimettere al centro la questione salariale come variabile di sviluppo, non come semplice costo. Vuol dire concepire lo Stato sociale e la spesa pubblica non come zavorra, ma come azione economica essenziale. Vuol dire smettere di inseguire l’illusione che il riequilibrio delle finanze passi solo dal lato delle uscite, ignorando il problema delle entrate e della qualità della crescita.

Il Ticino ha bisogno di un cambio di rotta consapevole e responsabile: una politica economica che punti sulla qualità del lavoro, sugli investimenti produttivi, sulla coesione sociale. Per realismo. Perché una società che accumula frustrazione, rabbia, insicurezza e rancore non è solo più ingiusta: è anche più instabile e meno capace di costruire il proprio futuro. Qui sì, sarebbe opportuno parlare di lascito alle future generazioni.

Scritto per laRegione


Corpi riemergono dalle rovine di Gaza. Israele continua a demolire

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

Di Eliana Riva, il manifesto

Nuove immagini satellitari mostrano il grado di distruzione operato da Israele dopo il cessate il fuoco nella parte di Gaza che ancora occupa. L’agenzia investigativa di Al Jazeera, Sanad, ha registrato le demolizioni avvenute tra il 5 novembre e il 13 dicembre, rivelando che gli abbattimenti si sono moltiplicati nella zona di Shujayea e di Tuffah, nei pressi di Gaza City.

Le operazioni dei militari e dei contractor privati non hanno risparmiato la città di Rafah a sud né quella di Deir al-Balah, nel centro. Il team di verifica ha inoltre rilevato un nuovo avamposto militare israeliano a Tal al-Za’atar, nel nord. La demolizione di infrastrutture civili potrebbe costituire un crimine di guerra, soprattutto se effettuata durante un cessate il fuoco, quando cioè la potenza occupante non può usare il pretesto di «necessità» militari e di «sicurezza».

Oltre alla distruzione, avanza anche l’occupazione. Le testimonianze dei palestinesi che vivono a ridosso della cosiddetta «linea gialla», il confine che separa la parte occupata da Israele dal resto della Striscia, parlano tutte di una penetrazione dei militari. Chi all’inizio del cessate il fuoco si trovava a un chilometro e più dall’esercito, oggi vede i blocchi gialli a poche centinaia di metri.

Intanto le macerie continuano a restituire corpi. Ieri la protezione civile ne ha recuperati venti da quello che rimane della casa della famiglia Salem, nel quartiere al-Remal di Gaza City. Secondo le testimonianze, il palazzo era diventato rifugio per almeno 60 persone, di cui la metà bambini. Non si sa precisamente in quanti abbiano perso la vita nel bombardamento israeliano che due anni fa ha distrutto l’abitazione.

I corpi che emergono sono completamente deturpati, in avanzato stato di decomposizione, resti, ossa e teschi soprattutto. I sopravvissuti della famiglia hanno partecipato con strazio alle operazioni di recupero, ancora solo all’inizio. Si stima infatti che sotto le macerie di Gaza giacciano circa 10mila persone.

Le piogge, che in questi giorni continuano a cadere copiose, rendono ancora più complicati i ritrovamenti e mettono in pericolo la vita della popolazione di Gaza, composta quasi per la totalità da sfollati. Ma le condizioni meteorologiche non bastano a fermare i bombardamenti israeliani che ieri hanno preso di mira il campo profughi di al-Bureij, nel centro della Striscia.

Nell’immagine: recupero dei corpi della famiglia Salem a Gaza City, da un palazzo bombardato nel dicembre 2024


Il filo rosso tra Cremlino e giganti tech che può affossare le nostre democrazie

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

Di Monica Maggioni, La Stampa

Una convergenza di interessi estremamente pericolosa. Davanti ai nostri occhi. Il controllo della tecnologia e delle modalità di diffusione delle informazioni, vere e false, che si traduce in un progetto di potere reale. La disinformazione di Stato che diventa arma letale in una guerra ibrida che sta mettendo in discussione non tanto, o non solo, un ordine mondiale con cui possiamo o meno trovarci in sintonia, ma l’esistenza stessa delle istituzioni democratiche che caratterizzano la nostra società dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Quando il Presidente Mattarella punta il dito contro la disinformazione messa in atto dalla Russia, con al centro la guerra in Ucraina ma nei fatti diretta al cuore stesso dell’Unione europea e delle sue istituzioni, sta parlando di qualcosa di molto reale. Non di un sospetto o un’ipotesi. Solo che la strategia di Mosca, iniziata oltre un decennio fa, può contare oggi sull’alleanza subdola con chi domina la tecnologia, con chi dalla tecnologia trae profitti immensi e, attraverso la tecnologia, mira allo stravolgimento completo delle nostre società costruite su sistemi di regole e istituzioni.

Sebbene possa sembrare inaccettabile, le vie di San Pietroburgo parlano oggi – nei fatti – un linguaggio analogo a quello di alcuni dei giganti della tecnologia e dei loro ispiratori. In una prima fase, infatti, la disinformazione sistematica messa in atto dalla Russia aveva semplicemente utilizzato le opportunità fornite dalle nuove tecnologie, dagli algoritmi, dai social network; oggi invece può contare su una nuova forza costituita dall’ideologia di chi, dall’altra parte dell’oceano, ritiene che l’Occidente, come lo abbiamo inteso nell’ultimo secolo, sia il vero nemico da combattere con la sua idea di società aperta e i suoi eccessi woke.

San Pietroburgo era la patria della “fabbrica dei troll” quando ancora quasi nessuno sapeva cosa fossero. Evgeny Pryghozin, capo dei miliziani della Wagner, aveva avuto l’intuizione di strutturare un vero e proprio centro di disinformazione sistematica che permettesse di proteggere l’infosfera russa e contemporaneamente produrre contenuti originali in grado interferire nei processi, anche quelli elettorali, di altri Stati. Così, mentre i miliziani della Wagner espandevano l’influenza russa nel mondo con il potere della forza e delle armi, i troll di San Pietroburgo condizionavano i discorsi pubblici a migliaia di chilometri di distanza. Creavano profili falsi, si infilavano nelle conversazioni e nei discorsi politici con l’obiettivo di radicalizzare le questioni, polarizzare e spaccare in due le società, la nostra società.

Poi con Prigogyn è finita come si sa. Ha voluto sfidare l’Imperatore e il suo aereo è esploso in volo. I suoi metodi e le sue creature, invece, hanno continuato a proliferare e a essere sempre più pervasive, potendo contare su un’alleanza inimmaginabile fino a qualche anno fa. Quella con alcune frange della destra radicale americana e di alcuni tra i giganti della tecnologia. L’intelligenza artificiale è diventato un moltiplicatore di messaggi: persino i più noti propagandisti russi dichiarano senza remore di usare sistematicamente AI per generare messaggi e contenuti provocatori che diventano virali in rete.

Il gruppo di Newsguard ha monitorato oltre 3 milioni di articoli pro russia che in tre anni sono stati inseriti nei chatbot dell’AI da Grok a OpenAI a Meta AI. I loro testi, le tesi pro russe sono diventate parte integrante contenuti di questi sistemi. «L’esportazione del caso (per la Russia) è una strategia sistematica», dice la nuova capa dell’MI6 britannico nel suo primo discorso pubblico. L’effetto finale nella nostra società è fin troppo evidente.

Le narrazioni alterate dai contenuti mirati a rendere lo spazio pubblico un luogo di rissa, diventano regolarmente parte del “discorso” nella rete e nei social. I campi si polarizzano. Le questioni, anche le più complesse, come l’andamento di una guerra, non vengono più analizzate per quello che sono ma ci si divide ferocemente tra fazioni a sostegno di una causa o dell’altra. Solo che risse e divisioni, spesso basate su informazioni artefatte, iniziano sull’Ucraina e poi si estendono alle valutazioni sull’Unione europea e, alla fine, al valore stesso della democrazia. E questo fa parte di un progetto che supera i confini russi e va a intersecarsi con chi rispolvera progetti imperiali a molti chilometri di distanza.

Personaggi come Curtis Yarvin, blogger interprete di alcune delle pulsioni più radicali della nuova destra americana, sono l’esempio perfetto di questo percorso che mette insieme mondi apparentemente molto distanti tra loro. In fondo, a permetterci di fare queste connessioni è lui stesso: si autodefinisce monarchico e segue le filosofie dell’illuminismo oscuro. Un mese prima che Mosca invada l’Ucraina, Yarvin teorizza che il momento è propizio perché Putin, non solo riconquisti l’Ucraina, ma riprenda la missione della Russia zarista puntando a distruggere l’ordine liberale europeo.

Restaurare l’impero per Yarvin è una fissa: sostiene pubblicamente che è venuto il momento di porre fine al «fallito esperimento democratico» degli ultimi due secoli. Lo Stato deve essere sostanzialmente sostituito da una monarchia con alla testa un ceo, un grande capo azienda, e gli individui inutili vanno rinchiusi. Non solo. L’Europa, la sua idea di una società aperta costruita su un sistema di regole, va attaccata.

È quella stessa Europa che multa i grandi della tecnologia, che vive sulle spalle dell’America e si ostina a dirsi inutilmente democratica. Il modello putiniano, agli occhi dell’illuminista oscuro, è quello più vicino al modello di Stato che andrebbe ricostruito. Una società dei forti e dei migliori. Decisioni scaturite dal pensiero di pochi, in grado di imporlo alle masse. Un modello autarchico efficace e vincente che riecheggia nei contenuti diffusi sul web, nell’attacco continuo al sistema istituzionale europeo, alle sue fragilità, alle sue debolezze.

Non c’è da confondersi. Non si tratta di un’analisi degli errori (accettabilissima) del percorso politico dell’Europa, è invece il progetto di dominio elaborato da chi considera il nostro sistema di valori un ostacolo sulla via della competizione tecnologica e del dominio imperiale. Per troppo tempo, però, a quelli come Yarvin non si è prestato ascolto per il loro essere un po’ “pittoreschi” e sempre sopra le righe, scanso poi udire echi del suo pensiero nei palazzi di Washington che oggi contano davvero.

E forse, per questo, di fronte a un mondo in cui il senso del limite sembra largamente smarrito e l’indicibile viene pronunciato a gran voce, vale la pena di sorridere meno e ascoltare con attenzione le parole che vengono pronunciate da costoro. Ascoltandole per il senso che hanno, non per come le interpretiamo noi. Così, unendo i punti potrebbe diventare più evidente perché le democrazie sono fragili rispetto a un mondo in grado di penetrare l’opinione pubblica, orientare il consenso e radicalizzare la società. E perché le fabbriche di troll di San Pietroburgo, da un po’ di tempo, hanno smesso di parlare solo russo.

Nell’immagine: militari russi posano di fronte alla Wagner Tower a San Pietroburgo


A Gerusalemme Est, dove Israele costringe i palestinesi a pagare la demolizione delle proprie case

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

Di , la Repubblica

GERUSALEMME – “Ecco il futuro che ci aspetta”, Murad indica un cumulo di macerie nel cuore del quartiere palestinese di Silwan, a Gerusalemme Est. Della casa di una vita, anni di sacrifici e ricordi, restano solo un divano, una poltrona e lamiere contorte. L’abitazione apparteneva alla sua famiglia da generazioni. I ricorsi legali non sono bastati a salvarla: quest’anno le ruspe l’hanno rasa al suolo. Murad ha dovuto pagare la demolizione, insieme ai costi per i servizi di sicurezza della polizia israeliana. “Sarà costato almeno 100mila shakel (circa 25mila euro) – racconta – C’è gente che demolisce la propria casa con le mani per evitare di pagare queste tasse. Immaginate che sofferenza…”.

Il parco per re Davide

Secondo il governo israeliano, la casa di Murad, insieme a quelle di un centinaio di altri palestinesi, sorge in un’area in cui il re Davide – una delle figure più importanti della storia ebraica e biblica – avrebbe vissuto e governato e deve quindi essere demolita per fare spazio a un nuovo parco archeologico, il cosiddetto “Giardino del Re”. Gli ordini di demolizione rientrano in un ampio piano di sviluppo urbano che prevede una rete di siti archeologici e parchi nazionali, promosso dal governo israeliano in collaborazione con organizzazioni di coloni. Molte abitazioni vengono dichiarate abusive per giustificarne l’abbattimento, perché costruite senza permessi che ai palestinesi vengono quasi sempre negati, anche quando la terra è di loro proprietà.

Il quartiere Silwan
Il quartiere Silwan 

I dati raccolti da B’Tselem, organizzazione che dal 1989 documenta le violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati, indicano che a Silwan almeno 35 case sono già state demolite e circa cinquanta rischiano di esserlo a breve. Dal 2015, 87 abitazioni sono soggette a ordini di sfratto e, dopo il 7 ottobre, i coloni hanno preso possesso di almeno 13 di esse. Da allora, spiega Murad, la situazione è ulteriormente peggiorata. “Non abbiamo più strumenti legali. Non possiamo protestare, nemmeno pacificamente. Dobbiamo solo accettare e sorridere”.

Spazio ai coloni

“L’obiettivo è quello di eliminare la comunità palestinese per lasciare il posto a coloni ebrei e turisti. Riscrivere la storia per cambiare la narrativa di un quartiere storicamente palestinese”, spiega Sarit Micheali dell’organizzazione B’Tselem. Solo ieri, a pochi minuti a piedi da casa di Murad, una famiglia è stata costretta a lasciare la propria casa. Il loro ordine di sfratto era fissato per il 28 novembre, ma avevano chiesto una proroga di due settimane perché il figlio, 29 anni, è in coma. “Hanno scelto di lasciare l’abitazione per evitare un intervento violento della polizia viste le condizioni del ragazzo”, dice Micheali. Oggi, dalla loro casa, si affaccia una famiglia di coloni che ha già iniziato a coprire di bianco il murale colorato lasciato dagli ex inquilini.

La casa lasciata dai palestinesi ieri
La casa lasciata dai palestinesi ieri 

Anche le mura della casa di Zhueir sono decorate da disegni, un sole e fiori dai colori vivaci. Dal suo ingresso, nel cuore di Silwan, si scorge la moschea di Al-Aqsa. Mentre all’interno un gatto bianco riposa su un grande divano viola. Le fotografie di famiglia tappezzano le pareti: “Quello è mio figlio il giorno della laurea”, dice con orgoglio. “È una casa molto bella, peccato che ce la stiano portando via”. Appartiene alla sua famiglia dal 1966, quando Gerusalemme era sotto il governo giordano e un anno prima dell’annessione di tutta la città da parte di Israele.

Gli sfratti grazie alla legge del 1970

Una legge del 1970 consente ai cittadini israeliani di reclamare proprietà situate a Gerusalemme Est che erano di loro proprietà prima del 1948, senza limiti di tempo. In pratica, anche decenni dopo la guerra e l’annessione di Gerusalemme Est, un cittadino israeliano può presentare richiesta per riappropriarsi di terreni o edifici che appartenevano alla sua famiglia prima della creazione dello Stato di Israele. “Vogliono ridurre al minimo la presenza palestinese in città”, spiega tenendo ben salde in mano le prove dell’acquisizione del terreno da parte di suo padre.

Zhueir con il documento di acquisizione della casa
Zhueir con il documento di acquisizione della casa 

Zhueir – e molti altri come lui – cerca di resistere ai tentativi di sfratto. Continua a presentare ricorsi ai tribunali israeliani per contestare l’ordine, nella speranza di rallentare l’esecuzione. “Il governo, i tribunali, tutti si schierano a favore dei coloni. Non c’è modo di trovare giustizia in queste corti. Ma dov’è la comunità internazionale? Sono gli unici che possono fermare tutto questo”. Negli anni gli attivisti di B’Tselem hanno accompagnato a Silwan decine di diplomatici e responsabili politici statunitensi ed europei. Anche Hillary Clinton ha visitato il quartiere nel 2009, quando era Segretario di Stato Usa sotto il governo Obama, criticando “i piani inutili di Israele”. Le sue parole hanno rallentato le demolizioni, ma oggi con il governo Netanyahu e con Ben-Gvir come ministro della sicurezza nazionale le demolizioni e gli sfratti sono tornati a essere più frequenti e violente.

Le case evidenziate sono quelle soggette a ordine di sfratto
Le case evidenziate sono quelle soggette a ordine di sfratto 

“Tutto questo era evitabile, ma ormai stiamo assistendo al collasso della comunità”, dice Sarit Micheali. Mentre parla, un ragazzo in moto si avvicina agli attivisti per avvertire che alcune persone si sono fermate davanti alla sua casa per scattare fotografie dall’esterno. “È finita nei registri”, spiegano. “Sarà lui il prossimo a ricevere un ordine di sfratto”.

Nell’immagine: le macerie della casa di Murad


Gianni Beretta – Cile, il ritorno di Pinochet

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

Gianni Beretta è giornalista, esperto dell’America Latina

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Smisurato disastro

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

«Due guerre ci assediano ormai. Esse sono internazionalizzate pur rimanendo ancora regionali. Esse aggravano la grande catastrofe ecologica che subisce il pianeta, e un po’ ovunque contribuiscono a questo aggravarsi». Ho letto questa frase del filosofo Edgar Morin (104 anni!) proprio mentre stavo scrivendo questo articolo. Ne può essere la sintesi, quindi apro con quella (tratta da «il manifesto» del 28 novembre, poi ripreso da Naufraghi/e).

Almeno per i due conflitti di cui parla Morin, gli organi di informazione ci danno quotidianamente la conta dei morti: unità in Ucraina, decine, a volte centinaia a Gaza. Vittime per lo più civili, come è noto. E ogni giorno è documentata dalle immagini la distruzione di case, scuole, infrastrutture vitali (reti energetiche e idriche, strade e ponti…): obiettivi isolati, mirati o colpiti a casaccio, in Ucraina e Russia, distruzione a tappeto a Gaza, con la striscia ridotta a un ammasso di macerie.

Quasi quotidianamente sappiamo anche – da immagini, filmati, interviste, commenti – della sofferenza della popolazione: quella che affronta l’inverno ucraino in case sventrate, senza riscaldamento e con l’occhio al cielo che porta missili e droni, quella di chi a Gaza non ha nemmeno più la possibilità di buttarsi sotto un camion di passaggio, perché non ci sono più strade e perché non passano nemmeno quelli con scorte alimentari e materiali d’emergenza.

Molto più sporadicamente si tocca il tema della distruzione ambientale di queste guerre e delle guerre in genere. Magari lo si dà per scontato, ma se ne parla poco. Una certa attenzione mediatica si è manifestata intorno al 6 novembre, giornata delle Nazioni Unite “per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato”. Ma probabilmente a molti la cosa è sfuggita, e non solo per la denominazione prolissa e poco incisiva della giornata. Riprendo quindi alcuni dati apparsi qua e là in quell’occasione e nei giorni successivi.

Distruzione diretta del territorio

In Ucraina, oltre a buona parte delle infrastrutture civili, sono stati devastati oltre 236 mila edifici residenziali. Ma anche il territorio non urbano è stato devastato (20,8 milioni di metri quadrati di suolo contaminati o inquinati), distrutti e incendiati campi e boschi (quasi un milione di ettari bruciati nel solo 2024). Sconvolte zone umide in cui sostavano uccelli in migrazione, con generale perdita di biodiversità. Un caso di particolare rilievo è stata la distruzione della diga di Nova Khakovka nel giugno 2023, con il conseguente allagamento di aree protette e la propagazione di almeno 150 tonnellate di materiali tossici provenienti da industrie, silos di stoccaggio di fertilizzanti e pesticidi, cimiteri, detriti. Una distruzione strategica per ostacolare con l’allagamento un’eventuale controffensiva ucraina e per impedire la produzione di energia elettrica. Il conseguente inquinamento forse non è stato pianificato, ma è un “effetto collaterale” pesante che, insieme alle mine inesplose sparse ovunque, renderà molto lungo e costoso il recupero. In generale quell’operazione ha prodotto una grave perturbazione degli ecosistemi fino alle coste del Mar Nero.

Nella striscia di Gaza circa l’80% delle strutture sono distrutte o gravemente compromesse (a Gaza City, secondo dati satellitari raccolti a fine settembre 2025, l’83% delle strutture è stato danneggiato). Si parla di più di 250 mila abitazioni distrutte. Prima dell’ottobre 2023 circa il 47% della superficie totale era coltivato e c’erano 7’500 serre sul territorio. Un sistema agricolo già reso precario, del resto anche in Cisgiordania, da costanti attacchi e danneggiamenti, con il passaggio di bulldozer su orti e serre, intimidazioni nei confronti di fattori e contadini, lancio aereo di pesticidi ed erbicidi sulle coltivazioni di ulivi. La situazione ora è precipitata. Un rapporto della FAO sulla situazione al 28 luglio 2025 attesta che solo l’8,6% (1’301 ettari) dei terreni coltivabili nella Striscia di Gaza è ancora accessibile, e l’1,5% (232 ettari) accessibile e non danneggiato. Inoltre con l’abbassamento delle falde sotterranee l’acqua salata del mare è penetrata nel sottosuolo; la capacità residua di desalinizzazione è stimata al 31% rispetto a due anni fa.

Ecocidio

Ecocidio è il termine a cui si fa ricorso per indicare la distruzione deliberata di un ecosistema naturale come arma di guerra. Il concetto nasce negli anni ’70, in relazione alla guerra del Vietnam, quando l’esercito statunitense ha usato i defolianti per distruggere le foreste che permettevano ai vietcong di nascondersi.

Per la Palestina di ecocidio si parlava ben prima degli attacchi del 7 ottobre: la pratica israeliana di distruggere le piantagioni di ulivo palestinesi – per costringere chi vi lavora ad andarsene – è da tempo considerato un esempio di ecocidio funzionale alla pulizia etnica. Una pratica costante, dalla violenza anche simbolica, oltre che fisica, particolarmente raccapricciante. Se ne è riparlato recentemente in occasione della stagione della raccolta delle olive in Cisgiordania, la più pericolosa degli ultimi decenni. Per il 2025 si parla di 48’728 alberi danneggiati o abbattuti, di cui 37’237 ulivi.

Anche per l’Ucraina si è parlato di ecocidio, per esempio nel caso già ricordato di Nova Khakovka. Per ora il reato di ecocidio non è riconosciuto giuridicamente in modo univoco, anche se alcuni Stati  iniziano a codificare il reato di ecocidio nei propri diritti interni. Nel 2021 l’organizzazione Stop ecocide international ha riportato il tema al centro del dibattito internazionale, con la proposta di un emendamento all’articolo 8 (relativo ai crimini di guerra) dello Statuto di Roma, che definisce i crimini su cui può pronunciarsi la Corte penale internazionale, per includervi l’ecocidio come crimine a sé, riassumibile in «Atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti».

Scorie militari e contaminazioni

Oltre al danno diretto causato da esplosioni e bombardamenti vi è la contaminazione da metalli pesanti e sostanze chimiche tossiche. Le scorie belliche – mine terrestri, residui di munizioni, carri armati abbandonati eccetera – restano nell’ambiente per decenni, rendendo i terreni non coltivabili, contaminando le falde acquifere, minacciando la sicurezza alimentare, mettendo a rischio la salute della popolazione a lungo termine. E ovviamente compromettendo la vita animale e vegetale. Questo vale per le guerre in generale.

A Gaza la situazione è devastante dal punto di vista atmosferico, di salute, di smaltimento di materiali, anche potenzialmente tossici. A giugno 2025 è stato stimato che dovranno essere rimossi circa 61 milioni di tonnellate di detriti (ma sono stime ormai superate, come altre citate qui).

In Ucraina sono stati abbandonati sul territorio 600’000 tonnellate di armamenti, e un milione di ettari di terreno sono inutilizzabili per un tempo stimato tra i 3 e i 5 anni. In questo momento il 30% del territorio ucraino è costellato di mine, munizioni e ordigni inesplosi. Anche Kiev fa la sua parte nella devastazione ambientale, per esempio incendiando raffinerie e petroliere russe.

Un grande contributo ai gas serra

Già in tempo di pace industria bellica e forze armate contribuiscono in modo significativo alle emissioni di gas serra attraverso l’uso di combustibili fossili e la produzione di armamenti: la loro quota di gas serra è del 6%.

Dal giorno dell’invasione dell’Ucraina al febbraio 2025 si calcola un rilascio nell’atmosfera di 237 milioni di tonnellate di CO2 (il dato è ottenuto computando anche l’uso di combustibili per muovere carri armati e aerei, gli incendi provocati nelle foreste, le esplosioni nelle raffinerie e nei depositi di carburante, il dirottamento del traffico aereo fuori dalle aree di guerra, che ha costretto i voli civili a percorrere più chilometri, nonché la stima delle emissioni che verranno prodotte per la ricostruzione).

Uno studio del Social science research network uscito il 30 maggio 2025 (pubblicato dal «Guardian»), stima che nei primi 15 mesi di conflitto a Gaza «le emissioni totali di carbonio dovute alle attività belliche dirette siano pari a 1’898’330 tonnellate di biossido di carbonio equivalente (tCO2e). Calcolando non solo l’impatto in termini di emissioni delle attività militari israeliane, ma anche il costo ambientale della distribuzione di aiuti, delle operazioni propedeutiche ai bombardamenti – come i trasferimenti di materiale militare – e soprattutto della futura ricostruzione di Gaza, oggi ridotta in macerie, la cifra sale a 31 milioni di tCO2e» (la sola ricostruzione varrebbe 29 delle 31 milioni di tonnellate di CO2 calcolate). Da notare che in tutte queste valutazioni non si parla della ricostruzione degli habitat naturali.

La sottrazione di risorse

Ma c’è un altro contributo di queste guerre al disastro ambientale globale, certamente di gran lunga superiore al già impressionante impatto in termini di emissioni: è la corsa al riarmo, con la conseguente sottrazione di risorse alle politiche di prevenzione del cambiamento climatico e dei suoi effetti. Non è necessario dilungarsi su questo punto, perché è sotto gli occhi di tutti, e la Svizzera non fa eccezione. Forse un giorno gli studiosi – se nella società futura di impronta tramputiniana si faranno ancora studi in questo ambito – ci sapranno dire con precisione quanto l’aggressione all’Ucraina abbia pesato globalmente in termini di ritardo delle politiche ambientali. In ogni caso è evidente – al di là delle dinamiche già in atto e delle ragioni addotte (ma se si è per la composizione nonviolenta dei conflitti, qualsiasi giustificazione che porti alla guerra è inaccettabile) – che la guerra di Putin ha avuto un ruolo centrale in questo processo regressivo dalla portata gigantesca, probabilmente catastrofica considerato il punto di svolta in cui si trova l’umanità. L’unica via d’uscita è quella, che pare al momento impossibile, del “disarmo climatico”: disinvestire dalla guerra, investire nella giustizia climatica. Ma Putin, Netanyahu, Trump, Von der Leyen, Kallas, Pfister, Rösti, in compagnia di moltissimi altri governanti, ci stanno portando a grandi passi in tutt’altra direzione (una direzione che, diciamolo almeno tra parentesi, era stata imboccata, sebbene con toni diversi, anche da persone più presentabili come l’inetto Biden o la verde tedesca Baerbock).

Disarmo climatico: è una parola! Anzi due. Ma non c’è altra strada.

Note
Segnalo, tra le varie fonti utilizzate, un articolo di Pietro Piga per Vatican News accompagnato da un’intervista di Radio vaticana a Marzio Marzorati (6 novembre), un articolo di Cinzia Boschiero su salvettifoundation.it (8 novembre), uno di Sara del Dot su Gariwo Mag (12 novembre), un servizio del RG della RSI del 21 novembre dopo la pubblicazione del rapporto Climate damage caused by Russia’s war in Ukraine (ottobre 25). E ancora: retepacedisarmo.org/disarmo-climatico e un articolo sugli ulivi di Michele Giorgio («il manifesto», 19 ottobre).

Pubblicato su «Nonviolenza», n. 61, dicembre 2025
Nell’immagine: disastro ambientale a Gaza


L’odio di Trump per l’Europa dimostra la nostra potenza. Senza di lui rinasceremo

Nuove frontiere del colonialismo. La Corte suprema keniana rallenta l’accordo sui dati sanitari ma intanto firmano anche Uganda, Lesotho e eSwatini 

Di , La Stampa

Quando il presidente e il vicepresidente americano e diversi loro seguaci trascorrono il tempo a insultare e attaccare l’Europa, la domanda fondamentale da porsi non è se abbiano ragione o torto, e nemmeno come dovrebbero rispondere i leader europei. La domanda fondamentale è per quale motivo questi sedicenti sostenitori dell’America First si stanno prendendo la briga di denigrare Paesi lontani che si trovano sull’altra sponda dell’Oceano Atlantico. La risposta è che l’Europa conta, nonostante tutte le sue debolezze. Dovremmo quindi considerare questa attenzione indesiderata come un complimento.

L’Europa conta, in verità, a causa della sua forza, non della debolezza di cui Trump la accusa. Da quando la Russia ha lanciato la sua invasione su larga scala nel febbraio 2022, i Paesi e le istituzioni europee hanno fornito circa due terzi degli aiuti militari e finanziari ricevuti dall’Ucraina, secondo il Kiel Institute’s Ukraine Support Tracker, e più del 95 per cento degli aiuti promessi, ma finora non allocati.

L’economia dell’Unione europea è più grande di quella russa di otto volte, dieci se si aggiunge il Regno Unito. Forse non saranno ricchi come vorrebbero essere, ma i Paesi europei possono permettersi di continuare a sostenere l’Ucraina e questo li rende di ostacolo a un’Amministrazione americana intenzionata a togliere di mezzo il grande intralcio della guerra in Ucraina, che impedisce di concretizzare il desiderio di fare affari con la Russia.

Certo, le aziende europee sono molto indietro rispetto a quelle americane nella maggior parte delle tecnologie digitali. Dell’importanza dell’Europa ci si è resi conto anche con la reazione ostile e sproporzionatamente esagerata di Trump e Vance alla multa alquanto modesta di 120 milioni di euro imposta dall’Ue il 5 dicembre a X di Elon Musk per aver violato le regole dell’Ue sulla trasparenza. Contrariamente a quanto ha affermato Vance, la multa non era un attacco alla libertà di espressione, ma una semplice multa per aver infranto la legge.

Nella nuova Strategia di Sicurezza Nazionale dell’America, Trump, Vance e i loro seguaci hanno dichiarato di essere contrari all’idea stessa di Unione europea come corpus legislativo sovranazionale messo a punto (effettivamente) secondo la libera volontà democratica di Stati membri sovrani dell’Ue. La sua creazione e il suo sviluppo sono il prodotto di atti di sovranità. Non sono minacce alla sovranità, come afferma la Strategia di Sicurezza Nazionale.

Chiaramente, l’Ue non rappresenta una minaccia reale per la sicurezza americana, soprattutto se si tiene conto che 23 dei 27 Paesi che ne fanno parte sono alleati dell’America nel Patto della Nato. L’Ue rappresenta una minaccia per la piena libertà delle grandi piattaforme tech online americane, dal cui sostegno dipendono Trump e Vance. Il potere normativo dell’Ue è una minaccia per la redditività delle piattaforme.

Per l’attuale Amministrazione americana, l’Europa conta anche sotto altri profili: i suoi risultati nettamente superiori sul piano dell’assistenza sanitaria, i suoi sistemi del welfare di gran lunga migliori e la maggiore priorità data dalla politica europea a questioni come il cambiamento del clima e l’ineguaglianza servono a mettere in una luce meno buona gli Stati Uniti agli occhi dei loro stessi cittadini, per non parlare del resto del mondo. Da questo punto di vista – essere lo specchio nel quale l’America può guardarsi e scoprirsi in qualche caso peggiore – l’Europa offende Trump in un modo assai simile a quello con il quale l’Ucraina democratica offende Putin.

Questi attacchi americani non dovrebbero essere definiti “campanelli d’allarme” per l’Europa, perché molti di essi in verità sono falsi e perché in aree importanti – quali la spesa militare, l’espansione del settore della Difesa e la leadership diplomatica – gran parte dell’Europa si è svegliata già da tempo. Resta ancora molto da fare e continuano a esserci parti d’Europa che vogliono nascondersi rispetto alla realtà delle minacce alla sicurezza che ci troviamo davanti. Tuttavia, sotto molti punti di vista l’Europa si sta comprensibilmente muovendo nella direzione giusta.

L’Unione europea e i leader del Regno Unito dovrebbero considerare gli attacchi di Trump alla stregua di complimenti, quantunque irrispettosi e talvolta sgradevoli come di fatto sono, ma anche come l’avvertimento che la principale comunità politica da cui sono dipesi per la pace negli ultimi ottant’anni ormai è disgregata. Quello che abbiamo chiamato “Occidente” non può più esistere, se il leader di quella comunità di un tempo, l’America, adesso dichiara guerra politica all’Europa, e contemporaneamente sceglie di non definire Russia e Cina minacce. L’Occidente potrebbe non essere morto per sempre, ma deve essere considerato deceduto fino a quando Trump o Vance siederanno alla Casa Bianca.

Da adesso in poi, l’Europa deve agire come se fosse sola. Questo non significa che può ignorare l’America, né che dovrebbe vendicarsi di Trump con parole o azioni. Deve però prendere decisioni e agire in modo indipendente rispetto all’America, e semplicemente accogliere il sostegno statunitense ogni qualvolta si presenterà. Non deve, e non può, attendere il permesso dell’America, come molti leader europei hanno fatto per buona parte della prima metà di quest’anno.

Il primo e immediato banco di prova sarà accordarsi per continuare ad assicurare il sostegno finanziario all’Ucraina e, in particolare, aderire alla proposta di prestare all’Ucraina 140 miliardi di euro sulla base degli asset della Banca centrale russa congelati nei conti correnti europei dal febbraio 2022. La Commissione europea ha presentato questa proposta in virtù dei poteri di emergenza resi possibili dall’Articolo 122 del Trattato dell’Ue, mossa che dovrebbe suscitare il rispetto di Trump, tenuto conto che egli ha scelto di imporre i dazi sulle importazioni in virtù di poteri di emergenza.

Se l’adozione di questi poteri di emergenza si concretizzasse, eviterebbe ai governi filorussi come quello ungherese di ostacolare il prestito all’Ucraina. Poi, al meeting del 18 dicembre del Consiglio europeo, si dovrà prendere la decisione finale. Il Regno Unito ha promesso di aderire al prestito all’Ucraina, se l’Ue deciderà in tal senso.

Agendo con determinazione su questo punto, i leader europei confermeranno di essere forti, non deboli, e miglioreranno la posizione contrattuale dell’Ucraina nei confronti sia della Russia sia dell’America. Gli europei potrebbero dimostrare la loro forza anche facendo proposte concrete rispetto all’invio di soldati in Ucraina per garantire la sicurezza di quel Paese qualora un cessate il fuoco potesse essere concordato con la Russia.

Con la sua consueta arroganza, la Russia ha affermato che considererà qualsiasi contingente militare europeo dislocato in Ucraina come un legittimo obiettivo militare. Tuttavia, se fa sul serio rispetto a quella minaccia, palesemente la Russia non sta facendo sul serio quando dice di voler trovare un’intesa con l’Ucraina per un cessate il fuoco o la pace. L’Europa deve smascherare il bluff di Putin, e anche quello di Trump.