Cile, Kast vince le presidenziali con ampio vantaggio

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

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SANTIAGO DEL CILE – José Antonio Kast, candidato di ultradestra e noto sostenitore del regime di Augusto Pinochet, è il nuovo presidente del Cile. Ha vinto con il 58,16% delle preferenze, contro il 41,84% ottenuto dalla sua sfidante e candidata della coalizione di sinistra Jeannette Jara.

Kast ha 59 anni e una lunga carriera alle spalle. Ha posizioni controverse sui diritti umani e la sua politica di riferimento è Giorgia Meloni, di cui aspira a riprodurre l’approccio in tema di immigrazione irregolare. Un risultato storico quello di oggi, sia perché per la prima volta dal ritorno alla democrazia, in Cile prende il potere un presidente di ultradestra, sia perché Kast ha ottenuto una percentuale di voti schiaccianti rispetto a Jara e, secondo i primi conteggi, è il presidente più votato nella storia del Paese.

“Vi rimangono 100 giorni per andarvene dal Cile”. Questa è la frase che nelle ultime settimane il candidato di ultradestra ha ripetuto giorno dopo giorno – in un inquietante conto alla rovescia – minacciando i 300.000 migranti irregolari che oggi si trovano in Cile. La minaccia ha spaventato migliaia di persone che si sono precipitate nel nord del Paese, scappando in Perù attraverso la frontiera. La situazione è diventata così grave che il governo peruviano ha dovuto decretare lo Stato d’emergenza, mentre Kast continuava a minacciare i migranti assicurando loro che sarebbero stati espulsi quando avrebbe assunto come nuovo presidente del Cile a marzo.

Il candidato di ultradestra ha corso al ballottaggio finale contro Jeannette Jara, 51 anni, politica del Partito comunista ed ex Ministra del lavoro dell’attuale governo cileno, guidato dal progressista Gabriel Boric. Al momento di votare, nel seggio di Paine (nella zona sud della capitale), Kast ha dichiarato: “Oggi è il giorno dei cittadini, non della politica. È una grande giornata per il Cile e chi vince dovrà impegnarsi a governare per tutti i cittadini del Paese”.

Kast, proveniente da una famiglia tedesca arrivata in Cile dopo la seconda guerra mondiale e il cui padre faceva parte del partito nazista, ha un profilo che fa discutere. Ha militato per molti anni nel partito di destra cileno UDI che ha lasciato nel 2016, per poi fondare nel 2019 il Partido Republicano, di cui è ancora oggi il leader. Dopo essere stato eletto deputato, si è candidato alle presidenziali per la prima volta come indipendente nel 2017 e di nuovo nel 2021. Ma, se nel 2017 aveva ottenuto solo l’8%, nel 2021 aveva vinto il primo turno delle elezioni per poi perdere al ballottaggio finale contro il progressista Gabriel Boric, attuale presidente del Cile.

Durante le elezioni del 2021, erano stati molti i cittadini che al ballottaggio finale avevano scelto di votare Boric, spaventati dal fatto che – in caso di vittoria di Kast – ci sarebbero potuti essere preoccupanti retrocessi in tema di diritti. In quella campagna il candidato era stato estremo, facendo dichiarazioni controverse riguardo ai diritti delle donne e della comunità LGBT, con frasi come “Se Augusto Pinoche fosse vivo, voterebbe per me”. Per questo motivo, nella campagna attuale, Kast ha moderato i toni, cercando di ottenere anche i voti del centro. Ma il sostegno del candidato alla dittatura di Pinochet è noto e lo è anche per retaggio familiare. Uno dei suoi fratelli, Miguel, ha svolto un ruolo cruciale durante la dittatura: era un Chicago boy, è stato ministro e presidente della Banca centrale cilena e ha esercitato una grande influenza in campo economico e sociale.

A queste elezioni sono stati chiamati a votare oltre 15 milioni di cittadini cileni e per la prima volta dal 2012, il voto è stato obbligatorio per le elezioni presidenziali. La giornata è stata concitata, con un allarme bomba in un seggio della città costiera di Valparaíso e con un messaggio inviato dalla compagnia energetica Lipigas agli usuari della sua applicazione, invitando a votare per Boric. L’invio del messaggio è stato massivo, in violazione alla legge cilena, e ha scatenato grosse polemiche nel Paese. Ai seggi, che si sono chiusi regolarmente alle 18, si sono registrate sin dalla mattina lunghe file; secondo i primi dati si dovrebbe confermare l’affluenza record registrata nel primo turno elettorale, lo scorso 16 novembre, in cui l’85% dei cittadini ha votato. Primo turno che era stato vinto dalla candidata di sinistra Jara, che aveva ottenuto il 26,9% delle preferenze, distanziandosi di pochi punti da Kast, che aveva ottenuto il 23,9%.


L’Ue è costosa, bloccata e illusa su Mosca. La corsa al riarmo non la difenderà

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

Di , La Stampa

Un serio esame di coscienza dovrebbe imporsi, i nudi dati lo imporrebbero alla vecchia Europa, non Trump o Putin o Xi Jinping. Il nostro prodotto lordo era nel 1990 il 25% di quello globale e ora siamo al 14%; i settori industriali trainanti, quello dell’auto in primis, si dibattono in una crisi irreversibile; la regressione demografica (oggi l’Ue è il 5% della popolazione mondiale, pur detenendo ancora oltre il 20% della ricchezza personale) è arrestabile soltanto con una strategia complessiva sull’immigrazione, che oggi non solo manca, ma viene contrastata da diversi Paesi. Pensare che ciò derivi da un destino cinico e baro difronte al quale le umane decisioni risultano impotenti sarà anche consolatorio, ma può aiutarci a uscire dalla crisi ancora meno delle volenterose quanto vuote declamazioni su eserciti e guerre. Correre al riarmo potrà servire come aiuto di Stato a industrie precarie, ma non ha nulla a che fare con autentiche strategie di difesa comune e deterrenza.

L’assetto amministrativo e politico dell’Unione costituisce un fattore determinante del suo arretramento economico e produttivo. Ha finito col prevalere uno sciagurato combinato disposto tra ideologie neo-liberiste e centralismo burocratico-tecnocratico. Da un lato, abbandono delle politiche ridistributive, fiscali e finanziarie degli anni dello “Stato sociale”, dall’altro liquidazione del principio di sussidiarietà e centralizzazione delle scelte all’interno degli apparati tecnici degli organi dell’Unione. Organi privi di ogni diretta legittimazione democratica. Così si è giunti a un Parlamento fantasma (e lo stanno diventando anche tutti quelli nazionali), a una Commissione che funge di fatto come Esecutivo, a un Consiglio che decide di non decidere, stante l’assoluta prevalenza del principio di sovranità nazionale almeno in tutti i Paesi entrati nel corso dell’ultimo ventennio.

Si tratta di un meccanismo anchilosato, costosissimo, del tutto inefficiente non soltanto nel collocare le proprie risorse a favore di un’imprenditoria giovane, dinamica, competitiva, ma anche nel rendere convergenti le politiche nazionali in campo sociale e fiscale, nell’eliminare clamorose contraddizioni e disuguaglianze. Un meccanismo impotente nei confronti dei vari “sovranismi” e forte soltanto contro i legittimi interessi dei “corpi intermedi” dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio. Norme, regole, blocchi di ogni genere per quest’ultimi; libertà “senza precauzione” per i grandi gruppi della informazione, delle nuove tecnologie, dell’industria delle armi, della farmaceutica, ecc. È evidente per chiunque non sia in malafede che così l’Unione non può continuare senza liquidarsi come soggetto politico all’interno dei nuovi equilibri internazionali. Resta tutto da vedere se vi siano o possano esprimersi energie in grado di farle cambiare rotta, riaffermando quei principi sui quali essa era pure nata.

Sono sempre le guerre a segnare le crisi più profonde di un organismo politico. Esse possono affondarlo definitivamente come pure creare le condizioni per l’affermarsi di nuove èlites dirigenti. La guerra attuale tra Russia, da un lato, e Ucraina e Nato, dall’altro, rappresenta forse un bivio di questo tipo. L’Europa è costretta a riscoprire la propria vitale relazione con la Russia. Vissuta fino a ieri all’ombra del confronto a tutto campo tra Usa e Russia. Da quell’ombra protettiva l’Europa è uscita. Gli Stati Uniti – almeno quelli di Trump, ma io credo che la svolta sarà irreversibile – hanno dichiarato con assoluta franchezza che il Nemico per loro non è più la Russia, che da quella parte non viene più per loro alcun serio pericolo. Ed hanno ragione, è pura Realpolitik. L’Europa, allora, è chiamata a decidere da sola: che rapporto vuole con la sua metà orientale? Costruire attraverso patti e trattati – tutto quello che è mancato alla fine della Guerra Fredda – una situazione che renda possibili scambi, commerci, intese di ogni tipo, oppure un confronto economico e militare che si arrischia fino a ritenere possibile la stessa Grande Guerra? Chi attualmente governa in Europa – con livelli incredibilmente bassi di consenso, almeno in alcuni Stati chiave – ha il dovere di dire con chiarezza quale strada intenda percorrere. La prima, quella dei trattati, è scritta da tempo. È quella degli accordi di Minsk del 12 febbraio del 2015, sottoscritti da Putin, Poroshenko, Hollande e Merkel, “benedetta” dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu di pochi giorni dopo. Cito: l’Ucraina, di cui si riconosce la piena sovranità e integrità territoriale, si impegna «a realizzare una riforma costituzionale che dovrà entrare in vigore alla fine del 2015, che disponga una decentralizzazione, come suo elemento chiave, adottando una legislazione sullo stato speciale delle regioni di Donetsk e Luhansk».

Accordi subito respinti dalla maggioranza che defenestrò Poroshenko, che cambiò sì la Costituzione, ma solo per introdurvi la decisione di entrare nella Nato. Sarà possibile tornare sui termini di Minsk? Ve ne sono di più ragionevoli dopo anni di massacri? Saranno così forti – perché qui davvero ci vuole forza morale e politica, dopo una tale guerra – le leadership ucraine e russe da riconoscere che l’alternativa è soltanto la continuazione dello scontro a “intensità controllata” – oppure una guerra totale, distruttiva per tutta Europa, occidentale e orientale? L’andamento del conflitto può magari aver convinto Putin di poter ottenere molto più di quanto dieci anni fa aveva sottoscritto. E i “Volenterosi” fingere di esser convinti che la Russia può uscire ancora sconfitta, stremata da sanzioni e spese militari.

Sarebbero errori clamorosi, opposti e complementari. Pagati in primis dal popolo ucraino. Ma anche dall’idea stessa di Europa, per la conclamata impotenza a prevenire e impedire guerre al suo interno, per il fallimento della sua dichiarata volontà di rifiutarle come mezzo per la soluzione dei conflitti, per la malafede con cui il suo ceto dirigente copre oggi le debolezze strategiche delle proprie politiche economiche, sociali, di ricerca e sviluppo, e della propria posizione internazionale, sbeffeggiata o quasi dal suo primo alleato, con retoriche chiamate alle armi, e magari sotto il comando tedesco.


Grokipedia, l’enciclopedia che distrugge la conoscenza

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

Di , la Repubblica

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Uno dei principali baluardi a difesa del “vero sapere” come noto è Wikipedia, interamente compilata e gestita da volontari/e che in tutto il mondo lavorano secondo principi di controllo reciproco e continua discussione. L’accesso è completamente libero e gratuito, ma la sua sopravvivenza non è garantita. Le minacce sono molte, e le spese per il funzionamento non sono indifferenti. Per questo è in corso una campagna di finanziamento. Ogni contributo, occasionale o ricorrente, è un passo in più nella lotta alla disinformazione e alla falsificazione dei fatti (red.)

Quando il francescano Vincenzo Maria Coronelli pubblicò a Venezia la sua Biblioteca universale sacro-profana alla fine del Seicento, non stava semplicemente compilando un repertorio di saperi: stava immaginando l’ordine possibile del mondo. L’impulso era quello di chi, davanti alla proliferazione delle conoscenze, avverte la necessità di un atlante mentale capace di orientare l’uomo in un universo improvvisamente più vasto. Lo stesso spirito animò, un secolo più tardi, l’impresa di Diderot e d’Alembert: l’Encyclopédie non era solo un deposito di nozioni, ma un manifesto culturale, un invito alla fiducia nella discussione pubblica, nel coraggio di porre domande nuove. Ogni epoca, in fondo, costruisce la propria enciclopedia per dire chi è e che cosa crede della conoscenza.

È con questa memoria lunga che dovremmo guardare all’apparizione, lo scorso ottobre, di Grokipedia, la piattaforma lanciata da Elon Musk con lo scopo di essere «un passo necessario verso l’obiettivo di comprendere l’Universo». Per chi non ne ha ancora sentito parlare, si presenta come un’enciclopedia online, i cui contenuti però non sono redatti da una comunità di volontari: sono generati dal modello linguistico Grok, lo stesso che anima i chatbot di Musk.

Grokipedia nasce dichiarando di volersi porre come alternativa a Wikipedia, accusata di essere troppo lenta, politicizzata, filtrata. È, nelle intenzioni, una “enciclopedia IA“: testi lunghi, apparentemente coerenti, prodotti da un algoritmo che imita la logica del saggio enciclopedico senza passare attraverso un autore umano identificabile.

Ma questo è solo un frammento di un paesaggio più vasto. Tra la Gen Z si diffonde ciò che il New Yorker ha chiamato posting zero: non si posta più, si scrolla. I social, nati come luoghi dell’”uomo in connessione”, sono diventati corridoi di passività, fiumi di contenuti senza paternità. Ed è proprio mentre l’io si ritira che arrivano piattaforme pensate per sostituirlo del tutto. Sora di OpenAI, utilizzata da un milione di utenti in cinque giorni, genera video in pochi secondi; Vibes di Meta riempie automaticamente il tuo feed con contenuti creati dall’intelligenza artificiale. Non ti chiedono più di esprimerti, ma di lasciarti attraversare da un flusso anonimo. In questo regime della visibilità tutto può accadere, anche “resuscitare” attori come Robin Williams con voce e volto intatti. L’identità digitale diventa un materiale sintetico, plasmabile all’infinito. Il futuro dei social appare sempre più come un universo popolato non da persone, ma da contenuti, dove la presenza umana è del tutto opzionale. Sarà così anche il futuro della conoscenza?

L’arrivo di Grokipedia è un sintomo tellurico che ci costringe a riformulare alcune domande fondamentali sul sapere, su come lo costruiamo e su come lo condividiamo. Wikipedia, nel bene e nel male, è stata per oltre vent’anni una straordinaria macchina culturale, un laboratorio vivo dove la conoscenza non era solo accumulata ma continuamente discussa, limata, contraddetta, ricucita. Certo, un’utopia concreta, un dispositivo che tiene insieme due tensioni decisive: da un lato l’apertura radicale al contributo di tutti, dall’altro la ricerca, sempre fragile, di una neutralità possibile. La sua architettura aperta ha incarnato la convinzione che il sapere, per essere vivo, debba essere attraversato da molte mani e molte menti. È un’idea semplice e rivoluzionaria: il sapere non è un oggetto finito, ma un processo in cui la comunità stessa diventa intelligenza collettiva.

Grokipedia rovescia improvvisamente l’assunto. Non più un’enciclopedia scritta dagli umani, ma prodotta da un modello linguistico che rielabora enormi quantità di dati per restituire contenuti già confezionati. Non una comunità che costruisce, ma un algoritmo che genera. Non un luogo dove si discute, ma un luogo dove si consuma. L’epistemologia dell’IA tende a essere liscia, levigata, priva di conflitti visibili: le contraddizioni vengono assorbite, semplificate o aggregate in un testo che appare coerente anche quando non lo è. La discussione – cuore pulsante del sapere – viene automatizzata fino a scomparire.

La differenza, dunque, non è soltanto tecnica. È antropologica. Wikipedia nasce dalla convinzione che ciascuno, con le proprie competenze e i propri limiti, possa lasciare una traccia. Il suo avviso “modifica questa voce” è una dichiarazione di fiducia nel lettore: il sapere appartiene a chi lo usa e l’autorevolezza emerge da una comunità plurale, talvolta litigiosa, ma trasparente. Si può vedere chi ha modificato cosa, quando e perché; si può contestare, integrare, riscrivere. Non è un sistema perfetto: la neutralità resta un ideale e l’errore è sempre possibile.

Grokipedia, al contrario, offre un sapere già ready made: non si costruisce, si riceve. E dietro il testo c’è un unico soggetto algoritmico la cui logica resta invisibile. Se Wikipedia è una piazza, Grokipedia è un teatro: ci si siede, si guarda, e ciò che accade è già stato deciso altrove. La sfida culturale è evidente: la scomparsa dell’io e quella del noi non sono fenomeni separati. I social diventano flussi impersonali; le identità digitali si dissolvono in immagini sintetiche; e ora il sapere si offre in forma di prodotto anonimo, senza autori e senza comunità. Un’enciclopedia generata da un algoritmo riflette un mondo in cui la conoscenza non è più un bene comune ma un servizio, un contenuto da erogare, un’esperienza senza responsabilità. E quando una società delega completamente la costruzione del sapere, rinuncia in qualche modo anche alla propria capacità di immaginarlo.

Ogni epoca costruendo la propria enciclopedia dice chi è. Grokipedia ci dice che stiamo immaginando un mondo in cui la cultura può essere generata senza persone e consumata senza confronto. È un avvertimento. Se accettiamo che il sapere diventi un flusso anonimo prodotto da sistemi opachi, perdiamo la trama che ci tiene insieme. La sola condizione perché la conoscenza resti viva, plurale, umana, è che qualcuno continui a esporsi, a discutere, a lasciare tracce visibili. Che qualcuno, da qualche parte, continui ad avere il coraggio di dire “io” e di dire “noi”.


Calcio: a che gioco (sporco e stupido) giochiamo?

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

Nell’indifferenza di Infantino (portavoce aggiunto di Trump) e del responsabile degli arbitri Collina, il calcio si gioca al 70% con i piedi e con la testa, al 30% con le zampe, sistematicamente addosso all’avversario in ogni parte del campo. Il calcio miliardario che ai prossimi mondiali sarà vista da 4 miliardi di umani rischia il ridicolo e l’esito casuale per la cecità dei suoi dirigenti che hanno tollerato troppo a lungo elementi di rugby e di lotta greco-romana, aboliti nel 1863 al tavolaccio della Taverna dei Framassoni in Great Queen Street, Holborn, Londra, quando rugby e football hanno divorziato: a me piedi e zampe, e te, football, solo i piedi.

E ora? Il calcio è nel caos, in mano alla percezione personale dell’arbitro, dato che la regola introdotta nel 1863 è completamente ignorata: è la decima su 23: ‘NO PLAYER SHALL USE HIS HANDS TO PUSH OR PULL HIS ADVERSARY’: nessun giocatore può usare le mani per spingere o trattenere il suo avversario.

Emblematico l’episodio accaduto nell’ultima giornata di Champions League all’88’ fra Inter e Liverpool che ha dato la vittoria agli inglesi. Bastoni, con il nostro Widmer e lo spagnolo Cucurella un artista nell’uso illecito delle zampe, fa quello che fa sempre: mette le mani addosso all’avversario. Ma questa volta la giungla dell’area di rigore non è fitta di gente che si avvinghia come Minosse sui dannati dell’Inferno (‘giudica e manda secondo c’avvinghia’). C’è un po’ di ‘aria’, di spazio: Bastoni non se ne avvede e tira per la maglia il tedesco Wirz davanti all’arbitro e a tutti. La maglia si allarga di una trentina di centimetri, Wirz si avvita in modo innaturale su sé stesso e cade come Dante quando sente la storia di Paolo e Francesca uccisi dal suocero; ‘ e caddi come corpo morto cade’.

L’arbitro è chiamato a una scelta difficile: o concede il calcio di rigore o mostra il cartellino giallo a Wirz per simulazione. Il tedesco Zweidler decide che il fallo di Bastoni è più grave rispetto alla sceneggiata di Wirz che ha molto aggravato la caduta stramazzando al suolo. Ma qui viene il bello; la stampa italiana parla di ‘rigorino’, esattamente come ha fatto il nostro Dzemaili quando l’inglese Rice agli ultimi europei ha placcato l’avversario con una mossa da grande giocatore di rugby e come ha confermato l’ex arbitro internazionale Casarin alla Rai con l’assurda motivazione: ‘non si dà un rigore del genere in semifinale o in finale di un europeo o di un mondiale’, Ma come: proprio nei momenti culminanti del gioco del calcio si sospende la regola? Come dire: non si ruba, ma in certi giorni (Natale, Pasqua) si può anche rubacchiare qualche cioccolatino.

Peggio degli astuti commentatori tecnici, ex giocatori, sono i comicissimi telecronisti che non conoscendo le regole, ed essendo influenzati dal caos arbitrale, in caso di uso delle zampe (spintoni, trattenute, abbracci ostili, ecc.) parlano di ‘contatto’. Vero, ma c’è contatto e contatto: anche un corpo trapassato da parte a parte da un kriss malese ha subito un contatto…

Ma, tenetevi forte, la comica surreale non è ancora andata in scena. Si presenta in tutta la sua veste grottesca il giorno dopo con l’intervento di Chivu, allenatore dell’Inter: ‘il giocatore deve essere educato…’. Tradotto: non si deve educare i degni eredi dei giocatori di rugby Materazzi e Chiellini a non usare le mani (‘gioco di mani, gioco di villani’, si diceva ai bimbi) e magari anche a non sputare e a non aggredire l’arbitro, ma si deve educare chi è tirato per la maglia a stare in piedi, a resistere, a non simulare. E con ciò Chivu (ma lui non lo sa) dimostra quanto segue: il giocatore si può strattonare, è ormai tollerato, semmai non si deve esagerare con l’intensità. Invece la soluzione del problema sarebbe molto semplice e chiara: il giocatore deve rispettare la regola del 1863, non può usare le mani.

E con ciò è documentata in modo palese la degenerazione del calcio, ritornato all’Ottocento, prima della separazione dal rugby, avvenuta in embrione già nel 1849 ad opera del collegio di Eton, in contrasto con il rivale Rugby che ha dato il nome all’omonimo gioco. Pensate quanto sarebbe più bello, spettacolare, e quanto più incasserebbe il calcio se rispettasse la regola del 1863 che lo separa dal rugby! Infantino &Co? Veri autolesionisti. Ma vogliamo chiudere con una nota incoraggiante: nel Medioevo il football si giocava sull’arco di 2-3 giorni trasportando una vescica di maiale riempita di stracci o trucioli di sughero da un villaggio all’altro: le regole? Una sola: proibiti ‘murder’ e ‘negligent manslaughter’, omicidio e omicidio colposo.

Nel 1794 in occasione del derby Sheffield-Norton, durato 3 giorni, un cronista annota: ‘non si è verificato nessun omicidio’. Per tirarvi ancor piú su di morale ricordiamo anche che il football fu proibito una prima volta a Londra il 13 aprile 1314 da Re Edoardo con un editto indirizzato a ‘labourer and servants’. Il gioco con la palla è definito ‘common, undignified and Goodless’: volgare, privo di dignità e senza Dio. 31 anni dopo Re Giacomo I di Scozia condanna il football con un altro editto: that no men play at the foote-ball’.

Se vogliamo saperne di più possiamo sentire il pedagogo e cronista del tempo Peter Stubbs: il football provoca: ‘envy, malice, rancour, choler, hatred, displasure (invidia, malizia, rancore, collera, odio e disprezzo); e aggiunge: ‘pochi sfuggono alle fratture del collo, della schiena, delle gambe. Il naso perde sangue e gli occhi talvolta escono dalle orbite (their eyes start out). E noi ci lamentiamo per il sistematico uso delle zampe nel calcio moderno? Schizzinosi!


Ormai il Bitcoin è solo un giocattolo per gli squali di Wall Street

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

Di Christof Leisinger, Infosperber

Bitcoin: quella che un tempo era stata salutata come una rivoluzione del sistema finanziario è ormai degenerata in una gigantesca bolla speculativa. La cosiddetta criptovaluta viene ancora oggi pubblicizzata come alternativa alle «valute fiat deboli» come il dollaro e l’euro o come concorrente dell’oro «stabile». Ma in realtà si è trasformata in un giocattolo di Wall Street.

Mezzo di scambio stabile – ma anche no

Con conseguenze fatali, come scrive sul suo blog IRA (Institutional Risk Analyst) Chris Whalen, esperto e critico conoscitore del mercato. Ai suoi occhi, nel 2009 il Bitcoin è nato con una grande promessa: quella di essere un mezzo di pagamento decentralizzato con un’offerta limitata, libero dal controllo statale e alternativo al dollaro in costante perdita di valore. Ma il sogno è svanito. Invece di un mezzo di scambio stabile, è nato uno strumento altamente speculativo che oggi, nonostante tutti i dubbi, viene spesso definito un bene patrimoniale.

Le incredibili fluttuazioni di prezzo hanno portato enormi profitti ai commercianti del controverso «bene digitale». E così non ci è voluto molto perché attirassero l’attenzione degli avidi squali di Wall Street. È così che è iniziato il declino.

Il 19 ottobre 2021 ha segnato una svolta, secondo Whalen: è stato lanciato il primo ETF Bitcoin negli Stati Uniti. Il ProShares Bitcoin Strategy ETF non negoziava «bitcoin reali», ma contratti a termine sul Chicago Mercantile Exchange. Si tratta quindi di un derivato di un derivato su un «bene virtuale». Di conseguenza, un numero maggiore di investitori si è riversato sul mercato, poiché il «token crittografico» sembrava finalmente essere diventato adulto, almeno agli occhi dei promotori.

Ma in realtà Wall Street ha così incatenato il Bitcoin direttamente al «mondo fiat», ovvero proprio quel mondo di «valute normali effimere» da cui il Bitcoin avrebbe dovuto liberare gli investitori interessati alla stabilità.

ETF: le macchine dell’apocalisse

E non è tutto. Secondo i loro critici, gli Exchange Traded Funds [fondi di investimento quotati sui mercati, ndr], abbreviati in ETF, sono acceleratori di incendi sui mercati finanziari internazionali. La loro esistenza e, soprattutto, la loro crescente popolarità tra gli investitori hanno portato a un’esagerazione dei guadagni e delle perdite sui mercati. Nel caso del Bitcoin, questo meccanismo ha un effetto particolarmente devastante. A differenza delle azioni e delle obbligazioni, infatti, non esiste un mercato a termine maturo in grado di attenuare le fluttuazioni dei prezzi.

Non appena il denaro affluisce in un ETF Bitcoin, a volte ci vogliono ore o addirittura giorni prima che arrivi direttamente sul mercato Bitcoin, perché sono coinvolti diversi organismi organizzativi. Quando, ad esempio, un grande venditore, un cosiddetto «whale», cede un grande blocco di Bitcoin, il mercato non ha una trasparenza immediata. L’informazione filtra solo lentamente. Gli ETF accentuano ulteriormente questa debolezza strutturale. La presunta buona liquidità di cui parlano alcuni ricercatori si rivela essere un errore.

Il Bitcoin ha fallito come sistema di pagamento, ora viene commercializzato come «riserva di valore»

Michael Green, capo stratega di Simplify Asset Management, in un video su YouTube va dritto al punto: «Il Bitcoin era stato concepito come sistema di pagamento peer-to-peer. Tuttavia, in questo senso ha fallito completamente. La velocità delle transazioni è troppo bassa, i costi troppo alti». Così i sostenitori del Bitcoin hanno inventato una nuova strategia di marketing: il Bitcoin come oro digitale, come riserva di valore.

Ma anche questa favola di marketing sta lentamente ma inesorabilmente perdendo il suo fascino. Green chiede: «Stiamo assistendo a un forte aumento dell’uso del Bitcoin per le transazioni? No. I governi dei grandi paesi accettano il Bitcoin per il pagamento delle tasse? No [beh, nella repubblica di Lugano sì, ndr]. Qual è quindi la sua reale utilità e il suo reale valore, a parte la speculazione?»

Affinché il Bitcoin diventi una vera e propria valuta, i governi dei paesi più importanti dovrebbero riconoscerlo come mezzo di pagamento regolare e consentirne l’utilizzo, ad esempio, per il rimborso dei debiti. Ma questo sarebbe esattamente l’opposto della visione originale del Bitcoin, ovvero una «valuta senza Stato». Persino El Salvador, un tempo celebrato per aver introdotto il Bitcoin come mezzo di pagamento legale, lo utilizza pochissimo. Nel frattempo, le banche centrali di tutto il mondo acquistano massicciamente oro, oro vero, non token virtuali.

Strategy: un esempio di gigantesca trappola del debito

L’aspetto più pericoloso: il Bitcoin serve sempre più spesso come garanzia per i debiti in dollari. L’azienda americana Micro Strategy, oggi nota con il nome abbreviato di Strategy, ne è un esempio lampante. L’azienda ha raccolto ben sette miliardi di dollari tramite obbligazioni convertibili e ha raddoppiato il numero delle sue azioni per acquistare Bitcoin. Il prezzo medio di acquisto è di circa 66 000 dollari per Bitcoin, per un valore totale di circa 33 miliardi di dollari.

Strategy specula semplicemente sul fatto che il Bitcoin diventerà sempre più costoso e che quindi il valore della sua azienda continuerà a crescere. Ma cosa succederebbe se il Bitcoin scendesse al di sotto di questo prezzo medio? Si rischierebbero liquidazioni forzate, e questo in un mercato Bitcoin che, a differenza delle valute reali, è altamente illiquido. L’azienda dovrebbe vendere token Bitcoin in cambio di dollari per estinguere i debiti. E questo in un contesto di mercato inefficiente, ulteriormente aggravato dall’esistenza di ETF e contratti a termine. Si profila quindi un circolo vizioso in cui le «scommesse Bitcoin» altamente speculative come Strategy verrebbero spazzate via.

La favola delle stablecoin

Mentre il Bitcoin geme sotto il peso delle proprie contraddizioni, si sta già gonfiando il prossimo castello in aria: le stablecoin. Queste dovrebbero essere rese socialmente accettabili sotto la guida del presidente Donald Trump. Infatti, nel luglio 2025 il governo ha firmato il Genius Act, che mira a creare un quadro normativo per le criptovalute «stabili».

Agli occhi di Michael Green, invece, si tratta di un’impresa assurda quanto lo Sherman Silver Purchase Act del 1890, che aveva quasi portato gli Stati Uniti alla bancarotta. Senza lo status di moneta a corso legale, una stablecoin non ha alcuna possibilità di successo, né come mezzo di scambio né come oggetto di speculazione. Questo perché tali token crittografici non sono correlati all’oro, ma seguono i capricci dei mercati azionari. Non sono molto più che gettoni digitali da utilizzare in un casinò.

L’ironia della storia: gli squali di Wall Street hanno preso il sopravvento

Nel complesso, l’idea era che il Bitcoin avrebbe rivoluzionato il sistema finanziario. Invece, il sistema finanziario ha assorbito il Bitcoin e lo ha trasformato in un altro strumento speculativo. Wall Street non ha ucciso il Bitcoin, ma gli ha fatto qualcosa di peggio: lo ha reso parte di sé. La blockchain si è trasformata in un campo da gioco per i trader di derivati.

Mentre i messianici sostenitori del Bitcoin sperano ciecamente che il presunto «valore patrimoniale» li protegga dal crollo delle valute fiat, sono già caduti nelle grinfie degli avvoltoi di Wall Street. Nell’attesa dell’apocalisse, gli attori di Wall Street hanno modificato le regole e il loro marketing a proprio vantaggio. La realtà è che si tratta e rimane un gioco a scapito del piccolo, normale investitore.


Il nuovo antiamericanismo

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

Di , la Repubblica

“In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti. Dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”. La perfida battuta attribuita a Winston Churchill — certo non un ammiratore degli italiani, con qualche eccezione (per esempio Mussolini) — torna in mente leggendo nel rapporto Censis 2025 che il 73,7% degli italiani non considera più gli Stati Uniti un modello di riferimento. Da affiancare al 38,7% per cui le democrazie non sono più adeguate a questo mondo. E soprattutto al 29,7% che apprezza i regimi autocratici.

Riflesso diretto di tanto disamore per l’America, la sensazione che tra i decisori economici e politici nostrani si guardi alla Cina non più quale futuro Numero Uno ma come egemone in carica. Destinato a segnare questo secolo come l’America guidò il Novecento. Per conseguenza, schizziamo Washington e accostiamo a Pechino.

Aveva dunque ragione Ennio Flaiano quando attribuiva agli italiani la vocazione a correre in soccorso del vincitore? Premesso che l’opportunismo è sport praticato alle più varie latitudini, quel che di casa nostra impressiona è la rapidità con cui a ogni variazione atmosferica saltiamo da un carro all’altro. Talvolta fuori tempo. Sicché ci rompiamo l’osso del collo.

L’ultima ondata di simmetrica sinofilia e americanofobia risale all’emergenza Covid. Quando commossi dal profluvio di mascherine cinesi — e dalla parallela missione sanitaria russa, con retrogusto di intelligence — ci scoprimmo improvvisamente innamorati di Pechino (e di Mosca). Sentimento rovesciato appena esaurita la fase acuta del virus.

Spesso ci lamentiamo di essere trascurati dalle potenze “amiche e alleate”. Triplo errore. Primo, perché i lamentosi si autosqualificano in quanto tali, specie in questa «età selvaggia, del ferro e del fuoco», come definita nel citato rapporto Censis curato da Massimiliano Valerii. Secondo, perché per essere presi sul serio nel mercato della politica internazionale bisogna scegliere una posizione, oppure nessuna, se ci si vuole specializzare nell’antica e nobile arte della pirateria, nuovamente di moda. Terzo, perché in politica, giusto il postulato di Lord Palmerston, non esistono amici o nemici eterni. Perpetuo resta solo l’interesse della nazione.

Non entriamo qui nel merito della disputa su chi oggi comandi il mondo. Dibattito abbastanza ozioso, visto che siamo all’alba di una rivoluzione che nasce dalla fine dell’impero globale a stelle e strisce senza che nessuno ne abbia preso il posto.

Interessa invece evocare il pericolo cui l’italica furbizia ci espone. Noi non siamo in grado di difenderci dall’attacco di potenze di qualche peso. Non tanto per deficit di armi e soldati quanto per indisponibilità psicologica e culturale a batterci. Sarà per la disabitudine al conflitto maturata negli ottant’anni di pace guadagnata volendo perdere la guerra mondiale, come diagnosticato nel 1945 da Salvatore Satta. Sarà perché un popolo di mediamente cinquantenni, nel quale le classi sociali che hanno sostenuto il peso delle grandi guerre sono virtualmente scomparse, anche volesse non potrebbe schierare un esercito all’altezza della sfida. Sarà soprattutto perché la morte cerebrale della politica esprime e rafforza l’inclinazione a pensare ciascuno per sé e nessuno per tutti.

Se qualcosa di vero c’è in questa diagnosi, dubitiamo che l’antiamericanismo sia utile all’Italia. Trump può dire quel che vuole, ma l’Italia è militarmente parte del suo schieramento strategico. Le basi Usa, con tanto di bombe atomiche a (teorica) doppia chiave, diventerebbero immediatamente bersagli del nemico. Perciò restano l’unico deterrente di cui disponiamo. Regolato in gran parte da accordi segreti “negoziati” nel dopoguerra fra il vincitore e lo sconfitto. Sarebbe tempo di aggiornarli, non solo nel nostro interesse.

Durante la guerra fredda il potenziale aggressore sovietico era certo — forse sbagliando — che in caso di attacco all’Italia avrebbe dovuto affrontare l’America. Oggi questa certezza, con relativa deterrenza, non c’è più. Anzi. Prima di dare il calcio dell’asino agli States, ragioniamo sulle probabili conseguenze della nostra furbizia. E magari diamo il nostro contributo alla pace, fosse solo per puro egoismo di Belpaese a scarsa vocazione bellica.

Nell’immagine: le basi militari americane in Italia


L’Occidente è ancora una comunità di destino?

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

Di , La Stampa

Dunque, il bersaglio è l’Europa. È l’Europa ad essere in guerra. Trump e Putin l’hanno spiegato con chiarezza in queste ore. Usando più o meno lo stesso linguaggio. Ostentando ghigno, disprezzo e alleanza. I nostri leader sarebbero deboli, i nostri costumi corrotti, i nostri valori sopravvalutati, superati, inutili. Peggio, dannosi. Le nostre capacità tecnologiche preistoriche, la curva demografica mortificante. Perciò il futuro sarebbe a rischio. E noi, disorientati, saremmo costretti ad ammettere che l’Unione non è mai stata tanto disunita.

Anche se è difficile immaginare di essere tornati alla casella di partenza nel gioco dell’oca dell’equilibrio mondiale, è impossibile non fare i conti con questa visione e con il bullismo della Casa Bianca. Dobbiamo agire in fretta, però, non ci sono dubbi. Perché non importa come finirà la guerra in Ucraina, la frattura tra il Vecchio Continente e gli Stati Uniti d’America, è profonda, forse insanabile. Il mondo è cambiato.

Rapidamente. Sotto i nostri occhi. L’Occidente, come lo abbiamo conosciuto, non esiste più. La supremazia del Diritto sulla Forza, valore fondante dell’intera architettura politica, e soprattutto umana, dal dopoguerra ad oggi, è appena una coperta di Linus per vecchi nostalgici. Il paradigma si è rovesciato. La Forza sovrasta il Diritto. Anzi, il diritto, minuscolo, diventa un ostacolo per la libertà dei Potenti del pianeta. Sto con Bertrand Russell: «Il problema del mondo è che gli stupidi e i fanatici sono sempre così sicuri di sé e le persone più sagge così piene di dubbi». Nessuno è tanto sicuro di sé quanto chi usa la forza.

Non siamo più una comunità di destino. La democrazia è pane per chi non ha i denti, I Valori Occidentali, tanto sbandierati quanto vaghi, sono una scatola vuota. Una sgangherata, inutile, evocazione di principio per chi cammina fuori dalla Storia. Abbiamo costruito per 50 anni una cosa che non c’è. Non siamo arrivati là dove pensavamo di essere. All’Europa dell’economia è mancata l’Europa del collante culturale. E se domani Afd, Le Pen e Farage dovessero guidare Germania, Francia e Inghilterra, precipiteremmo in un buco nero. Prendiamone atto. In attesa di rimettere assieme i cocci, di ripartire, magari dagli Stati Fondatori, di immaginare un Risorgimento che consideri il sovranismo europeo come l’unico scudo possibile per noi 450 milioni di conterranei, bisognosi di trasformarci in un unico corpo sociale. Ci mancano gli Schuman e i De Gasperi, ma non i soldi, le capacità e la creatività.

A dividerci dagli Usa, dalla Cina e dalla Russia, è la concezione del potere. La sua virtù risiede nella sua forza o nel suo limite? Problema ciclopico. Il nostro obiettivo è addomesticarlo, il potere, quello degli Orchi-tendenza-Trump, è dispiegarlo a piene mani, esercitarlo fino al confine estremo delle possibilità e delle capacità, radendo al suolo la ridicola resistenza dei più fragili.

Nello scontro tra i due Occidenti, dobbiamo imparare a difenderci. Come? Fotografando la realtà e rivendicando il valore dell’informazione libera e capace di raccontarla.

Ci sono due libri che la descrivono in maniera precisa, partendo da una visione opposta. Il primo è L’ora dei predatori. Scrive Giuliano da Empoli: «Donald Trump è una forma di vita straordinariamente adatta al tempo presente». Non perché sia intelligente in senso classico, al contrario. Non legge, non sa, spesso non capisce. Ma è il Re degli animali del Palazzo. Abituati ad operare senza limiti, i Satrapi hanno sostituito il ragionamento con l’azione. Sostenuti da pensatori apocalittici come Peter Thiel, fondatore di Palantir, seguace di René Girard e fedele convinto del “katechon”, concetto biblico e teologico che fa riferimento ad una forza misteriosa, o ad una persona, che impedisce la venuta dell’Anticristo e l’inizio dell’Apocalisse. Quella forza, spiega Thiel, è lui stesso. L’Anticristo, sostiene, è Greta Thunberg, che con un ambientalismo di maniera e una subdola promessa di pace, manipolerebbe le coscienze degli ingenui, promettendo un mondo migliore.

Favole per allocchi, sostiene Thiel in un saggio, scritto nel 2007 che sta spopolando ora nel mondo, in cui il tecno-feudatario ragiona sul peso della violenza, sulla natura umana e sul ruolo dell’Occidente. Il saggio si intitola: Il momento straussiano, un concentrato di complessa politologia antidemocratica con venature naziste. La tesi di fondo, sintetizzando male, è questa: non possiamo concepire il potere come uno strumento che si dosa, le misure e le regole ostacolano il progresso, la nostra corsa verso altri pianeti, il transumanesimo, e in particolar modo la ricerca dell’immortalità. I finti progressisti, le sinistre, i difensori dei diritti umani, frenano questa ambizione divina. I poveri sono scarafaggi, i borghesi un virus malefico, i miliardari l’avanguardia di una Nuova Era. È una revisione estrema, contemporanea e spaventosa del pensiero di Carl Schmitt, già teorico della “purezza del sangue tedesco”.

Se pensate di essere di fronte a farneticanti fantasie che non ci riguardano, andate a risentire l’intervista rilasciata dallo stesso Thiel al giornalista del New York Times Ross Douthat. I passaggi illuminanti sono parecchi, ma uno su tutti è spaventoso. Questo. Ross Douthat: «Preferisci che la razza umana sopravviva, giusto?». Thiel: «Ehm, uhm, ehm…»..

Nella testa del cerchio magico trumpiano lo spazio vitale si restringe e viene consegnato ad una élite cognitiva costituita da una percentuale bassissima degli esseri umani, che si ritroveranno in larga parte disoccupati, risentiti e in balìa della violenza. La strada è segnata, Trump è al comando e il gioco in fondo è semplice: per preparare il campo bisogna liberarsi di chi non la pensa in questo modo, sfidando le democrazie liberali, cancellando i diritti umani e mettendo alla gogna l’informazione tradizionale nella Hall of Shame, il tempio della vergogna, del giornalismo. «Siete brutti dentro e fuori», «Siete stupidi», «E lei è grassa». Eccola la quintessenza dell’elegante linguaggio presidenziale.

Lo sbrigativo e anziano Donald Trump è la versione pubblica, volgare e caricaturale di un modo di pensare non più democratico che si è insediato sul ponte di comando del fu Occidente. Si può fermare questa deriva? Ci sono due strade. Una è quella della geopolitica. L’altra è legata alla libertà di informazione.

Lo scontro sugli asset russi sequestrati, da destinare alla difesa ucraina, è il primo banco di prova. Se passerà la linea dei Volenterosi, la disfatta di Kiev non sarà più inevitabile. E segnalerà che neppure l’abbraccio con Putin, destinato a spazzare via Zelensky, può consentire a Washington di sottovalutare l’Europa. Diversamente, il nostro vassallaggio diventerà ufficiale. Problema piuttosto serio anche per Giorgia Meloni, sempre più attratta dalla dottrina trumpiana che dai balbettii vonderleyeniani. Da che parte stiamo? Davvero l’Italia può cedere all’insistita richiesta americana di abbandonare Bruxelles per stringere accordi bilaterali con Washington?

Perciò – e cambio volontariamente carattere – torno alla riflessione iniziale sulla concezione del potere: la sua virtù risiede nella sua forza o nel suo limite? I giornali come il nostro, come La Stampa, che suo malgrado in questi giorni è diventato una notizia, hanno il compito di rispondere a domande così. È questo il motivo per cui esistono. L’informazione non è il soft power della democrazia, è la sua struttura portante. La qualità del dibattito pubblico, senza confronto e senza elaborazione giornalistica, non ha valore. È merce avariata. Una truffa. I giornali e i giornalisti – quelli che non sono diventati ridicoli cortigiani e ci spiegano ogni giorno da malmostose prime pagine o da surreali palchi televisivi che cosa dovremmo scrivere per diventare servi come loro – restano l’ultima trincea contro la distruzione di una coscienza collettiva e condivisa. La Stampa è e resta un grande giornale al servizio del lettore e dei valori costituzionali, capace di coltivare il dubbio e autenticamente alla ricerca di analisi limpide e di notizie che, per loro natura, non hanno un’agenda o un’appartenenza politica. Rifiutiamo le autocelebrazioni e le autocommiserazioni. Ma siamo una comunità speciale, «barche, che – come scrive Jacques Brel – tornano sempre quando hanno navigato. Fino al loro ultimo giorno. E sono pronte a spiegare le loro vele da giganti, perché hanno un cuore a misura di oceano». Non importa quanto è forte il vento. Lo affrontiamo.

Nell’immagine: il miliardario fondatore di Palantir Peter Thiel nell’intervista citata


L’Europa sotto al tavolo tra Russia e Washington

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

Di Alberto Negri. il manifesto

È una presunzione del mondo moderno, scriveva Solženicyn, che la storia sia governata dalla ragione. La storia, sosteneva, è un albero contorto agitato da venti e tempeste improvvise. Né Zelensky né gli europei si aspettavano nel gennaio 2022 l’invasione russa.

E forse per evitare la guerra sarebbe bastata allora una dichiarazione di neutralità di Kiev. Ma dopo le delusioni dei negoziati di Minsk per risolvere il conflitto nel Donbass, stabilendo un cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti e un percorso politico per le regioni russofone separatiste, nessuno sembrava volere intavolare un vera trattativa con Mosca.

Adesso invece siamo in piena smania da negoziato e come nel cerchio di un tragico girotondo diplomatico si riparte da Minsk. Pur di prendere in contropiede gli europei, gli americani hanno raggiunto ieri un accordo con il capo della Bielorussia e alleato del Cremlino: Trump ha tolto le sanzioni all’industria del potassio e sono stati liberati cambio oltre 140 detenuti (tra loro Ales Bialiatski, vincitore del Nobel per la pace 2022, e Maria Kolesnikova, una delle figure centrali dell’opposizione), la gran parte, nell’ambito di un’intesa con Kiev, trasferiti in Ucraina. Ma è solo l’inizio.

La diplomazia per Trump è anche una partita dove, insiste sempre il presidente americano, «devi avere le carte». E così Washington ieri ha calato l’asso, quello che secondo le non troppe velate intenzioni di Trump dovrebbe spingere Zelensky e gli europei a un accordo (quale non si sa ancora) con Putin. L’amministrazione Trump, secondo Axios, sarebbe pronta a fornire all’Ucraina garanzie di sicurezza giuridicamente vincolanti basate sull’articolo 5 del Trattato Nato sulla difesa collettiva degli stati membri: «Vogliamo offrire agli ucraini una garanzia di sicurezza che non sia un assegno in bianco da un lato, ma che sia sufficientemente solida dall’altro e siamo disposti a inviarla al Congresso per votarla», ha affermato un funzionario americano. In sintesi secondo questa proposta (se verrà confermata) la Nato continuerà ad «abbaiare», come diceva Papa Bergoglio, ai confini di Mosca, un’Alleanza atlantica che intanto ha inglobato due nuovi membri (Svezia e Finlandia) e che farebbe dell’Ucraina non uno stato membro della Nato ma certamente non neutrale. C’è da dubitare che a Mosca possa piacere ingoiare il rospo. Ma è anche vero che potrebbe essere una mossa tattica degli Stati uniti per smuovere le acque europee e atlantiche per negoziare qualche cosa d’altro.

L’Europa deve stare ben attenta perché Trump gioca molto sulle nostre paure e porta avanti con Putin una sorta di guerra di civiltà. Il presidente americano ci disprezza fortemente. Trump, spiegava l’altro ieri il New York Times, non si preoccupa della democrazia, delle alleanze o della Nato, vede Putin come un difensore del nazionalismo cristiano bianco e dei valori tradizionali rispetto alle nazioni dell’Unione europea che secondo lui non difendono «la razza bianca e la fede giudaico-cristiana». L’idea trumpiana e Maga è l’espulsione dei musulmani dall’Europa, il modello, già in atto, è quello dell’espulsione dei palestinesi dalla Palestina e dei migranti dagli Usa.

Non solo. Con la guerra in Ucraina è riemersa in Europa la paura del nemico, anche in maniera incontrollata, e tutto questo fa il gioco di Trump. Noi vediamo in Putin una sorta di nemico perfetto perché è tutto quello che non vorremmo essere, un dittatore che vìola (come del resto Netanyahu) il diritto internazionale e qualunque regola umanitaria, e contro di lui siamo pronti a mettere in bilancio programmi di riarmo senza precedenti. L’Europa preda dei suoi timori fa sorridere Trump perché lui ci vende oltre il 60% dei nostri armamenti.

Quando si parla di affari Trump è ipersensibile. È stato assai contrariato dal congelamento a tempo indefinito degli asset russi in Europa votato dalla Ue per utilizzarli a sostegno dell’ Ucraina: secondo i suoi piani dovevano diventare un fondo di investimento comune fra Washington e Mosca destinato alle imprese americane. Lui intende massimizzare i profitti e senza rischi, per questo fa acquistare a noi le armi americane per l’Ucraina. In realtà l’Europa, chiamata in tribunale dalla Banca centrale russa per i fondi congelati, ha in mano alcune carte (oltre a una montagna di debito americano come faceva notare ieri sul manifesto Fabrizio Tonello) ma se vuole essere protagonista della ricostruzione dell’Ucraina deve prevedere anche il suo ingresso nell’Unione europea (nel 2027 secondo fonti di Bruxelles).

Di tutto questo avremo un saggio in queste ore a Berlino dove sta per arrivare l’inviato americano Steve Witkoff per incontrare i leader europei e Zelensky. La decisione della Casa bianca di mandare l’immobiliarista-negoziatore indica, secondo i media, un’accelerazione della spinta degli Stati uniti per un accordo di prima della fine dell’anno. La smania da negoziato sta diventando quasi febbrile: vedremo se la storia sarà governata questa volta dalla ragione o farà altri scherzi.


Tassare i ricchi, ma come?

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

Perché le democrazie non riducono le disuguaglianze? È un interrogativo che circola ormai da anni e sta diventando ossessivo. Purtroppo non per tutti. I super ricchi sono una infima minoranza, ma godono del sostegno della maggioranza della popolazione. Come mai? Perché è così difficile, in democrazia, adottare misure fiscali che facciano pagare all’1% della popolazione imposte maggiori che possano garantire una redistribuzione fra ricchi e poveri? Le disuguaglianze continuano a crescere e ormai l’1% degli abitanti del pianeta possiede quasi la metà delle ricchezze mondiali.

Il tema è globale. Se ne discute dall’Unione europea al G20 (il forum dei paesi industrializzati), dall’OCSE al neo sindaco di New York Mamdani. Qualche anno fa, nel 2012, aveva fatto discutere la battuta del miliardario americano Warren Buffet che si diceva scandalizzato perché la sua segretaria pagava più tasse di lui. Un concetto ormai confermato dalle analisi degli esperti, secondo cui, in proporzione, i super ricchi pagano meno tasse dei lavoratori. Tra il 1995 e il 2022, secondo l’OCSE, la quota di ricchezza detenuta dallo 0,001% più ricco del pianeta è più che raddoppiata, salendo al 6,9%.

Super ricchi super inquinatori

È in questo contesto che i Giovani socialisti svizzeri hanno lanciato la loro “Iniziativa per il futuro”, che chiedeva di tassare le successioni e le donazioni. “Per una politica climatica sociale finanziata in modo fiscalmente equo” prevedeva l’introduzione di un’imposta federale del 50% sulle successioni e sulle donazioni delle persone fisiche sull’importo eccedente i 50 milioni di franchi.

“I super ricchi stanno dando fuoco al nostro pianeta” afferma Manuel Schmitt di Oxfam. Lo studio “Climate Plunder”, appena pubblicato, inquadra con dati chiari. “Un individuo appartenente allo 0,1% più ricco del pianeta emette in un solo giorno più CO2 di quanto il 50% più povero della popolazione mondiale ne produce in un anno. Dal 1990, la quota di emissioni dei super ricchi è cresciuta del 32%, mentre quella della metà più povera si è ridotta del 3%”.

Anche la piazza finanziaria svizzera contribuisce in modo massiccio alla crisi climatica, spiega Infosperber: “Dall’accordo sul clima di Parigi, la sola UBS ha stanziato oltre 211 miliardi di dollari per progetti di petrolio e gas. E con l’uscita dalla Net Zero Banking Alliance nel  2025, UBS ha ufficialmente abbandonato l’obiettivo di conciliare i suoi investimenti con l’obiettivo di 1,5 gradi”.

Nel 2023 è stata lanciata la campagna europea “Tax the Rich”, promossa fra gli altri dall’economista francese Thomas Piketty, per chiedere alla Commissione europea di introdurre una tassa minima sui grandi patrimoni destinata a finanziare la transizione ecologica e a ridurre le disuguaglianze. Purtroppo non è stato raggiunto l’obiettivo di raccogliere un milione di firme.

Nell’estate dell’anno scorso, in occasione del G20 di Rio de Janeiro, l’economista francese Gabriel Zucman, fondatore dell’EU Tax Observatory, ha presentato un rapporto in cui propone di introdurre una tassa del 2% sui patrimoni dei circa 3 mila miliardari globali, che garantirebbe un gettito stimato tra i 200 e i 250 miliardi di dollari. Se il tributo fosse esteso anche ai titolari di ricchezza netta superiori a 100 milioni di dollari, ci sarebbero altri 100-140 miliardi di dollari di entrate erariali l’anno. “Il rapporto – ha detto Misha Maslennikov di Oxfam Italia – traccia nitidamente la strada per una maggiore giustizia fiscale. Tassare maggiormente gli ultra ricchi potrebbe generare risorse da investire nel contrasto alle disuguaglianze e nella lotta al cambiamento climatico”.

L’economista francese Gabriel Zucman ha spiegato, al Fatto Quotidiano, le responsabilità della politica: “Si credeva che le tasse basse per i ricchi avrebbero portato benefici al resto della popolazione. La famosa teoria del trickle-down (teoria dello sgocciolamento), sperimentata negli Stati Uniti negli anni ottanta senza successo: l’effetto principale è stato far crescere la disuguaglianza. Ma ancora più diffusa è l’idea che si tratta di fenomeni contro i quali non possiamo far nulla. In realtà, nel rapporto facciamo molte proposte che mostrano come sia possibile avere sia un’economia aperta, sia una tassazione progressiva con tasse elevate sul capitale”. Altro suggerimento dal rapporto Zucman è l’istituzione di una tassazione delle multinazionali (Global minimun tax) con un’aliquota del 25%, invece del 15%.

Se non è semplice, né facile, adottare riforme fiscali globali, è importante che i Paesi si muovano anche da soli.

Così Gabriel Zucman ha lanciato anche in Francia la proposta di introdurre un’imposta del 2% sui patrimoni superiori a 100 milioni di euro. La dovrebbero pagare solo 1800 persone ma, anche qui, c’è stata una reazione isterica, non solo da parte degli ultraricchi. C’è chi ha gridato a “una forma di saccheggio” e a “un chiaro desiderio di far crollare l’economia francese”. Un sondaggio del partito socialista ha rivelato che l’86% degli intervistati sostiene la tassa, ma in Parlamento la proposta è stata bocciata. Dove sono finite “Liberté, ‘Egalité, Fratérnité”?

“Exit tax” per i super ricchi che scappano

“È tempo di riconoscere l’emergenza disuguaglianza” ha affermato il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che da anni sostiene la necessità di una riforma del sistema fiscale internazionale per permettere di tassare in modo efficace multinazionali e super ricchi. Di fronte allo spauracchio che i capitalisti agitano in continuazione, che con aumenti di imposizione i super ricchi scapperebbero, Stiglitz propone di introdurre una “Exit Tax” che costringa chi vuole emigrare a pagare comunque un tributo. Il premio Nobel mette in guardia sui pericoli per la democrazia. “È evidente che la Francia, come molti altri Paesi, ha creato oligarchi. Il pericolo è che gli oligarchi si impegnino sempre di più in politica. Molti di loro agivano dietro le quinte, ma è chiaro che oggi, come negli Stati Uniti, si danno da fare per ottenere dei favori particolari”.

Anche in Italia il dibattito su tassare i ricchi è aperto, ma con l’attuale maggioranza c’è poca speranza di ottenere risultati. Il leader del sindacato CGIL, Maurizio Landini, propone di introdurre un “contributo di solidarietà”, dell’1,3% sui patrimoni che superano i 2 milioni di euro e che riguarderebbe l’1% degli italiani.

La Norvegia ha deciso recentemente di aumentare l’imposta sui patrimoni e molti miliardari hanno lasciato il Paese. Il ministro delle finanze del governo di centro sinistra si è detto fiducioso che la fuga sia solo temporanea, perché il modello dello Stato norvegese è vincente. Interessante la dichiarazione del magnate Inge Rokke, che ha scelto la Svizzera: “Ho scelto Massagno come mia nuova residenza , non è né la più economica, né ha le tasse più basse. Ma in cambio è un posto fantastico con una posizione centrale in Europa”. Prendano nota i nostri politici che gufano prevedendo le fughe dei ricchi: contano di più il clima piacevole e la posizione geografica che l’imposta.

L’Unione europea ha appena deciso di abbandonare la Tassa sulle transizioni finanziarie (Ttf). Se ne discuteva dal 2013. Si trattava di un piccolo prelievo dello 0,1% sulle transazioni di azioni e obbligazioni e dello 0,01 sui derivati. Un’ occasione persa per cercare di tassare maggiormente la grande ricchezza. Da questa UE c’è poco d’aspettarsi, ormai è obnubilata dalla corsa al riarmo.

Rispettare la Costituzione

“Nonostante abbiano redditi molto alti, i ricchi e i super ricchi spesso pagano un’imposta sul reddito molto più bassa in termini percentuali rispetto alle famiglie a reddito medio. Anche in Svizzera, l’onere dell’imposta sul reddito dei miliardari è spesso significativamente inferiore a quello del resto dei contribuenti, grazie ai privilegi di cui godono gli imprenditori”. Non lo dice la Gioventù socialista, ma il KOF, l’Istituto di ricerca economica del Politecnico di Zurigo. “La ragione principale – spiega l’Istituto – è che gli individui facoltosi guadagnano principalmente reddito da investimenti (dividendi, reddito da locazione e interessi), che di solito è tassato a un’aliquota inferiore rispetto agli stipendi e non è soggetto a contributi previdenziali. Inoltre, il reddito da investimento da varie fonti può esere raggruppato in un’unica attività in modo che per il momento non sia dovuta alcuna imposta sul reddito”. Il KOF spiega bene, in uno studio del 2024 (Martinez) che piove sempre sul bagnato, ovvero che il reddito dei super ricchi, siccome è diversificato, riesce a mantenere basso il carico fiscale. L’imposta sul patrimonio, o sulla sostanza, permette di riequilibrare in piccola misura: “Anche l’imposta sulla ricchezza globale del 2% su miliardi di beni, attualmente in discussione nel G20, dovrebbe rientrare in questa logica”. E, ricorda ancora l’Istituto dell’ETH: “Il principio della tassazione in base alla performance economica, su cui la Svizzera è esplicitamente impegnata secondo la sua Costituzione (art.127), dovrebbe essere più pienamente preso in considerazione”.

L’iniziativa per il futuro dei Giovani socialisti partiva da queste premesse: dalle disuguaglianze crescenti, dall’inquinamento causato dai super ricchi e dalla volontà, espressa da molte voci, di esigere giustizia sociale: è una rivendicazione da non mollare!

Anche l’Istituto di Ricerche Economiche (IRE) ticinese è sensibile al tema e ha lanciato la discussione su: “La grande ricchezza: il ruolo economico e fiscale di successioni e donazioni in Svizzera”. “Una delle leve fiscali in cui la Svizzera risulta ancora attrattiva è la trasmissione generazionale dei patrimoni. – dice Davide Airoldi dell’IRE – Mentre in Europa, con l’esclusione dell’Austria, tali passaggi sono tassati con aliquote più o meno elevate sulla base dei legami di parentela e dell’importo del patrimonio (dal 7% al 50% in Germania, dal 5 al 60% in Francia e dal 4% all’8% in Italia), in Svizzera è lasciata ampia autonomia fiscale ai cantoni”. Successioni e donazioni toccano il cuore del nostro sistema economico e sociale, afferma l’IRE, e uno dei grandi dilemmi delle economie e delle democrazie moderne è come garantire il giusto equilibrio tra equità sociale e efficienza economica nel passaggio fra generazioni.

Più disuguaglianza meno democrazia

Certo, la questione fiscale condiziona le democrazie moderne. Le disuguaglianze portano a un aumento della povertà e dell’esclusione, fenomeni che creano segregazione sociale e possono incrinare la coesione. Mentre le grandi ricchezze crescono, i governi tagliano il welfare e riducono lo Stato sociale: la pentola a pressione potrebbe scoppiare!

La campagna inscenata in Svizzera contro l’iniziativa per il futuro, a suon di milioni di franchi, con manifesti indecenti, con messaggi pubblicitari falsi e al limite dell’oscenità, si spiega con il terrore di tassare i super ricchi. Qualche magnate potrà anche andarsene, ma basterebbe la Exit Tax proposta da Stiglitz per frenare l’evasione. Cominciare a discutere di una tassazione nazionale delle successioni e donazioni è indispensabile. Certo, sarebbe necessario e utile che i paesi dell’OCSE adottassero misure coordinate per evitare la concorrenza fiscale tra le nazioni, così come si dovrebbe fare in Svizzera per evitare la concorrenza fra cantoni.

La forza delle tasse progressive, e la grande paura che crea ai super ricchi, la spiega l’economista francese Thomas Piketty, famoso per il suo saggio Il capitale nel XXI secolo.

“Lo Stato sociale e l’imposta progressiva – scrive – rappresentano senza dubbio una trasformazione sistemica del capitalismo. Se le concepiamo nella misura più radicale possibile, ci accorgiamo che queste due riforme istituzionali costituiscono una tappa fondamentale verso una nuova forma di socialismo democratico, fondato sul decentramento e sull’autogestione, ecologico e meticcio, in grado di strutturare un mondo diverso, ben più emancipatore ed egualitario del mondo attuale”.

Morale: tassare i ricchi deve essere un punto chiave dell’agenda delle sinistre.

Scritto per Quaderni alternativi


Come valutare i rischi di guerra

Pinochet "torna al potere" grazie alla schiacciante vittoria del candidato di ultradestra, figlio di un nazista 

Di Jacques Pilet, antithèse.info

In ogni epoca, gli europei hanno sempre amato festeggiare. Dal carnevale ai mercatini di Natale, la cui tradizione risale al XIV secolo in Germania e in Austria. E così spesso, all’indomani dei festeggiamenti, sono tornati i problemi e le guerre. Sarà diverso dopo l’ultima festa di San Nicolao? È necessario riflettere al di là delle certezze opposte.

A cominciare dalla conoscenza della storia. Quando oggi vediamo il gruppetto di leader bellicisti che desiderano a tutti i costi proseguire il conflitto tra Russia e Ucraina, che ignorano i piani di pace elaborati da Trump e Putin, uniti nel loro disprezzo per il Vecchio Continente, c’è motivo di temere il peggio. Tante guerre sono iniziate senza essere desiderate all’inizio, tante di esse intraprese con buoni sentimenti si sono trasformate in disastri. Nel 1870, Napoleone III dichiarò le ostilità alla Prussia e fu la terribile sconfitta della Francia. Nel 1914, diverse monarchie alleate desideravano la pace, ma furono trascinate nell’incubo dai loro generali, in un gioco di pretesti e di escalation vendicative. L’accordo finale del 1918, che umiliò l’Impero austro-ungarico e la Germania, preparò la seconda guerra mondiale. Più vicino a noi, l’attacco americano all’Iraq, in nome dei “valori occidentali”, ha provocato massacri e dissensi settari. Non è andata meglio in Libia, dove la caduta di Gheddafi ha aperto nuovi campi al caos e al terrorismo.

Analizzare gli ingranaggi bellici sulla base della storia

L’unica saggezza sarebbe quella di porre fine ai conflitti nascenti sin dai loro primi segni. Attraverso la negoziazione. Un processo che non si nutre di slanci cosiddetti idealistici, ma dell’analisi dei fatti. Si dà il caso che l’Ucraina sia divisa dalla storia: possedimento russo in parte dal 1667, terra di influenze opposte da parte della Polonia e dell’Austria-Ungheria. Il grande errore degli europei è stato quello di non porre fine alla guerra civile, incoraggiata dall’Occidente e caratterizzata dal sostegno russo alle minoranze russofone dell’est del Paese. E noi ci impantaniamo nella visione semplicistica di una «democrazia» contrapposta all’«imperialismo» del Cremlino. A costo di indicibili sofferenze.

Il brillante analista francese Gérard Araud, ex ambasciatore negli Stati Uniti, ha appena pubblicato un piccolo libro che analizza i meccanismi della guerra sulla base della storia e di una visione contemporanea. Egli evoca il rischio di derive impreviste, il gioco delle provocazioni. E ribadisce una verità evidente: per porre fine a un conflitto tra due parti, entrambe devono considerare con lucidità ciò che le motiva. Non si fa la pace da soli nel proprio campo. Ci si ascolta. Si cercano a tentoni le vie del compromesso.

«Una buona politica realista, scrive, è una politica pacifica. I fallimenti americani in Iraq e in Afghanistan e il pantano in cui è finita la Francia nel Sahel ce lo ricordano… Sì, semplicemente negoziare con interlocutori che non condividono né i nostri interessi né i nostri valori, non per servire un fine morale trascendente o vivere secondo principi astratti, ma per raggiungere compromessi parziali, temporanei e insoddisfacenti. »

Gli europei ossessionati dal desiderio di indebolire la Russia

È comprensibile che gli europei siano stati scossi dall’abbandono degli Stati Uniti, su cui hanno contato per così tanto tempo. Ma in questo caso hanno perso il treno. Invece di prendere in mano la questione Russia-Ucraina, a modo loro, con i propri strumenti, Macron, Merz e Starmer assumono atteggiamenti da capi militari. Non smettono di abbracciare Zelensky e di promettergli miliardi… introvabili. Proprio come la signora von der Leyen, autoproclamata leader dell’UE, che ha un solo obiettivo: sostenere Kiev fino all’ultimo ucraino e indebolire la Russia.

Ma attenzione, questi guerrafondai guardano oltre questo sfortunato Paese, dissanguato, demoralizzato, corrotto fino al midollo. In realtà, è la Russia che vogliono mettere in ginocchio. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri a Bruxelles, l’estone Kaja Kallas, non lasciano dubbi al riguardo. Suo nonno era un sostenitore nazista del Reich, suo padre un pezzo grosso dell’URSS, ed eccola qui, grande sacerdotessa dell’offensiva anti-russa. Un capovolgimento della storia.

La strategia è chiara: abituarci all’idea di una guerra mondiale inesorabile

Ci martellano le orecchie con la presunta «guerra ibrida» che era già iniziata con le manipolazioni su Internet, comuni in tutti gli schieramenti. O dei droni innocui che disturbano alcuni aeroporti… e ci si chiede se non siano stati inviati dagli stessi occidentali per creare l’atmosfera! Tesi sostenuta da alcuni militari indipendenti che ne sanno qualcosa delle piroette della propaganda.

Gli esperti sfilano sui set televisivi, constatando l’indebolimento dell’impero odiato, i suoi limiti economici e demografici… mentre annunciano la sua ripresa offensiva nei prossimi anni. I tedeschi esagerano sull’argomento. La strategia è chiara: bisogna abituare l’opinione pubblica all’idea di una guerra mondiale inesorabile. Parlarne ogni giorno. Eliminare la parola «pace» dal vocabolario.

Il club dei saggi dell’OSCE – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa –, composto da 57 membri, non è altro che un organismo privo di sostanza. Non si conta molto sulla Svizzera, che ne assumerà la presidenza il prossimo anno, per restituirgli il significato che aveva un tempo.

Ma da dove arriveranno i segnali ragionevoli e finalmente pacifici? Sono così rari.

Qualunque siano i rischi, il tumulto bellico non è destinato a finire. Limitato o esteso, è il terreno fertile di varie tragedie umane, pagate con sangue e disperazione.