Il presidente Usa insulta, dimenticando che l'Ue detiene una parte consistente dei titoli che tengono in piedi l'economia statunitense. Qualcuno, vedi Germania, potrebbe ricordarglielo
Di Fabrizio Tonello, il manifesto
Di solito non è una buona idea insultare pubblicamente i vostri creditori, come facevano i moschettieri di Alexandre Dumas alla fine di laute cene e abbondanti bevute in una taverna, gridando: «Oste della malora!» e mettendo mano alle spade. Questo elementare principio sembra essere stato dimenticato a Washington, dove l’amministrazione Trump ha pubblicato, qualche giorno fa, un documento sulla sicurezza nazionale che bistratta e schernisce l’Unione Europea come fosse una qualsiasi repubblica delle banane.
Problema: il debito pubblico federale degli Stati Uniti è oggi nell’ordine dei 38mila miliardi di dollari, secondo una stima ufficiale del Joint Economic Committee del Congresso. Di questi, circa 1.000 miliardi sono detenuti dal Giappone, 760 nelle mani della Cina ma 3.200 circa si trovano nelle cassaforti europee. Il che significa che, se in Europa qualcuno decidesse di venderne delle quantità importanti a Washington sarebbero un po’ in difficoltà per pagare gli stipendi.
Tutto nasce da una questione semplicissima: gli Stati Uniti vivono a credito da decenni. Consumano molto più di quello che producono e colmano la differenza indebitandosi. Lo hanno potuto fare per molto tempo grazie al dominio del dollaro sul sistema finanziario internazionale e al servilismo dei governi alleati, dall’Italia al Giappone. A volte ci sono buone ragioni: la Cina, per esempio, è diventata la fabbrica del mondo grazie al suo ingresso nella World Trade Organization nel 2001, favorito dagli Stati Uniti che hanno delocalizzato laggiù le loro industrie. Il prezzo pagato per questa solida alleanza è stato finanziare il debito pubblico americano, ma questa fase potrebbe finire presto.
Lo stesso vale per l’Europa: i titoli decennali americani di cui sono piene le nostre banche erano il pagamento della presenza militare in Europa, a protezione da un’Unione Sovietica percepita come una minaccia incombente. Oggi la propaganda della Nato descrive la Russia come pronta a mandare i suoi cosacchi ad abbeverare i propri cavalli in Piazza San Pietro ma non è particolarmente convincente, alla luce del fatto che le truppe di Putin, in quasi quattro anni di guerra sono penetrate di poche decine di chilometri in territorio ucraino, mentre la distanza tra il confine russo e la fontana di Trevi è di circa 2.400 chilometri.
Forse la Bce e la Banca d’Italia non venderanno i T-bond che hanno nei loro forzieri, ma la Bundesbank potrebbe fare diversamente, anche perché il riarmo europeo ha bisogno di un sacco di soldi ed è un’operazione essenzialmente tedesca. Giusto per avere un paio di punti di riferimento: la Rheinmetall ha fatturato nel 2024 il 36% in più che nell’anno precedente e i suoi profitti sono aumentati del 61%. Gli ordini di materiale bellico di ogni tipo sono andati alle stelle e l’azienda ha già investito circa 8 miliardi di dollari per aumentare la propria capacità produttiva. Rheinmetall naturalmente non è sola: ci sono anche Hensoldt, Thyssenkrupp e Diehl.
L’entusiasmo del cancelliere Merz per droni, elicotteri e carri armati non è dovuto a un fondato timore di vedere nuovamente i russi a Berlino, come nel 1945, ma piuttosto alla necessità di evitare il collasso dell’industria tedesca, colpita non solo dai dazi americani ma anche da una perdita di competitività in vari settori, in particolare l’auto. Il sostegno all’industria si tradurrà necessariamente in investimenti e sovvenzioni che assorbiranno il risparmio tedesco. I cittadini della Repubblica Federale verrano gentilmente indirizzati verso impieghi dei loro quattrini all’interno dei confini nazionali, certo non più in investimenti Oltreoceano, tanto meno in titoli di stato americani.
Di recente c’è stato a Halifax, in Canada, uno dei tanti forum di discussione tra europei e americani sulle prospettive economiche e militari dell’Occidente. Però i diplomatici e i militari americani non c’erano: o meglio, qualcuno c’era, ma fingendo di essere in vacanza da quelle parti, perché l’amministrazione Trump aveva dato consegne precise: tenersi alla larga da qualunque sede di discussione multilaterale o “globalista”. Il che ha sorpreso solo i più ingenui tra i rappresentanti europei mentre un alto funzionario inglese ha riassunto efficacemente i sentimenti europei di queste settimane nei confronti di Washington: We will not fucking trust you again, ever. Non credo ci sia bisogno di traduzione.
In altre parole, l’amministrazione Trump ha molto bisogno di credito nei prossimi mesi e anni ma non è detto che il mondo sia pronto a fornirglielo.