Emmanuel Carrère: “Trump fa una sorta di reset ogni mattina perché ha dimenticato ciò che pensava il giorno prima”

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

Con Emmanuel Carrère, l’equazione è semplice: ogni suo libro è un evento. Che si occupi del caso di Jean-Claude Romand, il padre di famiglia che ha ucciso la moglie e i figli prima di togliersi la vita in L’adversaire, che racconti il processo per gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi in V13, o ancora quando affronta la biografia dello scrittore e politico russo Limonov nell’omonimo romanzo. Tutti sono accolti dalla stessa valanga di superlativi e premi. Kolkhoze, pubblicato alla fine di agosto, non ha fatto eccezione alla regola, essendo stato subito indicato tra i favoriti per i premi letterari autunnali, in particolare per il Goncourt. Se il premio è andato a Laurent Mauvignier per La maison vide, Kolkhoze non ha usurpato l’attenzione che gli è stata riservata, né il premio Médicis che gli è stato assegnato. Emmanuel Carrère vi cerca le radici del suo amore filiale per sua madre Hélène Carrère d’Encausse, specialista dell’URSS e poi della Russia, e di tutta la sua stirpe. Il romanziere, giornalista, regista (Ouistreham) e sceneggiatore (Le mage du Kremlin) era di passaggio a Bruxelles; l’occasione per parlare con calore del suo lavoro di scrittore, dell’accoglienza riservata al suo ultimo romanzo (tirato in 250.000 copie) e dell’attualità internazionale che per lui è diventata illeggibile.

Ha vinto il Médicis con Kolkhoze, ma per lei, a cui tutti promettevano il Goncourt, è stato un premio di consolazione?

No, è un bel premio. Se si guarda la lista dei giurati o quella dei vincitori, è un premio molto soddisfacente. Lo hanno ricevuto Georges Pérec, Claude Simon, Hélène Cixous. Anche i belgi Pierre Mertens e Jean-Philippe Toussaint. Per molti era il premio delle edizioni Minuit. Jérôme Lindon, il suo direttore, diceva: «È il nostro premio». Georges Pérec è uno degli scrittori che mi ha segnato di più quando ero giovane. È proprio grazie a lui che sono entrato a far parte della P.O.L., casa editrice alla quale sono fedele ormai da 41 anni…

Il filo conduttore di Kolkhoze è la genealogia e la memoria familiare. In un’epoca guidata dal breve termine e dall’urgenza, questi racconti che lei definisce «verticali» diventano sempre più necessari?

Non so se siano necessarie a tutti, non posso generalizzare. A me erano necessarie. Ho persino l’impressione che la situazione in cui ci troviamo possa relativizzare molti progetti letterari, compreso il mio. Ma questo non ci impedisce di continuare a realizzarli.

Cos’altro si può fare, del resto?

Mi piacerebbe essere in grado di dare vita a una rappresentazione globale del momento presente, di dove ci troviamo. In mancanza di ciò, credo di poterlo fare a “piccoli pezzi”. L’evocazione della mia famiglia in questo romanzo mi porta anche a parlare di un momento particolare della storia della Russia, di quello che potremmo chiamare l’imperialismo russo di oggi, dell’Ucraina, della Georgia.

Oggi è più proficuo partire dal “particolare” (i morti, la famiglia, i ricordi) piuttosto che affrontare le crisi mondiali che saturano un po’ la visione (le guerre, l’intelligenza artificiale)?

Mi piacerebbe essere in grado di scrivere su un argomento come l’intelligenza artificiale. Ma devo ammettere che non so come farlo. Innanzitutto, il mio livello di informazione è insufficiente. Inoltre, non sono un saggista. Per me, dovrebbe assumere la forma di un racconto. Ma non sono nemmeno un romanziere, nel senso che non invento storie di fantasia. Dovrei quindi arrivare a un lavoro di indagine narrativa. Perché no? Ma, al momento, non vedo come affrontarlo.

Lei dice di non essere uno scrittore di narrativa. La realtà è una necessità per scrivere?

Da ormai 25 anni, sì. Ma non è del tutto vero che non scrivo romanzi, è solo una mia vanità dirlo. Si dirà che i miei romanzi non sono finzione, ma io ricorro a tutte le tecniche, le ricette, gli espedienti, i piaceri propri del romanzo…

Lei attinge regolarmente dalla vita degli altri, che si tratti di Jean-Claude Romand, Limonov o dell’attualità, per i suoi libri. Il suo sguardo maschile sulle cose e sulle persone è indispensabile per poter scrivere?

Non saprei fare altrimenti, non sono in grado di scrivere se non in prima persona. Si può sempre dire che è narcisistico, ma in realtà non credo che lo sia. Paradossalmente, è piuttosto umiltà, poiché non posso dire al lettore la verità rivelata, ma solo ciò che io vedo e ho capito, con tutti i miei paraocchi.

In che modo la memoria della Russia evocata in Kolkhoze risuona con il tragico presente dell’Ucraina in questo inizio di dicembre?

Il problema è che la situazione odierna è così mutevole, fluttuante… Onestamente, non ho idea di come andrà a finire. Il piano di pace proposto dai russi e che si sta cercando di modificare sarà approvato, e in che modo? Trovo comunque assolutamente terribile la posizione in cui si trova Zelensky. O molli e ti arrendi. Oppure non ti arrendi, ma ti esponi al rischio che ti venga rimproverato di non volere la pace. È terribile, di una violenza terrificante. Non so come potrebbe evolversi la situazione e chi potrebbe saperlo. Si suppone che nei prossimi giorni o settimane si troverà una soluzione, buona o cattiva, più probabilmente cattiva. Ma forse non ci sarà alcuna soluzione e tutto potrebbe continuare, con Putin che bombarda dicendo di essere aperto alla negoziazione, ma che la palla è nel campo ucraino che non la vuole. Se si segue il suo ragionamento, si arriva quasi a considerare che sono gli ucraini gli aggressori e che l’operazione speciale è una sorta di intervento umanitario…

Tra la propaganda sovietica e l’era della disinformazione e dei deepfake, vede una continuità?

Mi sembra che siano molto simili. George Orwell ha descritto perfettamente questo fenomeno, il fatto che si dica esattamente il contrario della realtà. Cito come una sorta di mantra la frase totalmente orwelliana di Georgij Piatakov, un compagno di Lenin, che affermava: «Se il partito dice che il nero è bianco e il bianco è nero, un buon bolscevico deve crederci». Era detto senza alcuna ironia. E noi ci siamo proprio dentro.

Lei dice: «Non so come potrebbe evolversi la situazione»; sorprendente da parte di un grande conoscitore della Russia?

Mia madre conosceva molto bene la Russia, io no. E lei stessa sarebbe estremamente sconcertata, credo, tanto più che a un certo punto ha sbagliato a fidarsi di Putin. Neanche lei se lo aspettava. In realtà, tutte le persone che per molto tempo hanno nutrito illusioni su Putin, senza arrivare a pensare che fosse un grande umanista, ma sostenendo che giocasse secondo le regole, oggi sono ampiamente disilluse. Come diceva Churchill: «La Russia è un enigma all’interno di un segreto avvolto nel mistero».

Nel suo libro riprende una frase dello storico Tacito, che a sua volta riprendeva una frase di un capo iberico: «Quando hanno distrutto tutto, i Romani lo chiamano pace». È quello che sta succedendo a Gaza e forse in Ucraina?

Sì, ed è quello che è successo anche in Iraq. C’è senza dubbio una sorta di tropismo naturale dei totalitarismi o degli imperialismi a dare corpo a questa formula.

Il modo in cui gli americani danno carta bianca a Putin gli permette, in fin dei conti, di agire come meglio crede…

Oltre ad essere dannosa, la posizione americana è totalmente fluttuante e incoerente, proprio come Trump. Ciò che sembra più costante nei leader americani è l’intesa con Putin sulle spalle di questi poveri ucraini. Putin e Trump, oggi, sono come personaggi di una tragedia, molto contrastanti. Uno è estremamente concentrato, sa esattamente dove sta andando, cosa vuole, non molla mai, considera che il tempo gioca a suo favore. L’altro va in tutte le direzioni, fa una sorta di reset ogni mattina perché ha dimenticato quello che pensava il giorno prima. Ne sono stato testimone in occasione di un G7 in cui ero in reportage embedded con il presidente Macron. Era allo stesso tempo comico e spaventoso. Non si parlava più delle questioni del G7, e Dio solo sa se ce n’erano, ma di come ciascuno sarebbe stato trattato da Trump. Era la loro unica preoccupazione. Perché un giorno era gentile e il giorno dopo ti calpestava. Assistere a questo era spaventoso.

Nel romanzo lei dice anche: «Sono tra coloro che sono convinti che ci stiamo avvicinando a una catastrofe storica senza precedenti. Il crollo della nostra civiltà, se siamo ottimisti, e se siamo pessimisti, l’estinzione della nostra specie». Non è molto incoraggiante…

È vero, ma è quello che penso. E non sono l’unico. Si potrebbe sostenere che è sempre stato così, che si è sempre detto che prima era meglio, che la fine del mondo era imminente. Il filosofo Lucien Jerphagnon ha persino realizzato una sorta di antologia di questo tipo di imprecazioni. E accetto volentieri l’idea che non c’è da preoccuparsi, dato che ne siamo sempre usciti. Ma questa volta, oggettivamente, i parametri sono così radicalmente diversi ed enormi che non sono sicuro che ci si possa rassicurare con questa idea.

Tanto più che non si tratta solo di una questione di impero e di guerra, ma di disastro ecologico e demografico.

Il disastro ecologico, la demografia, le migrazioni, l’intelligenza artificiale, tutto questo è davvero troppo. Si ha l’impressione che stia esplodendo in tutte le direzioni. Purtroppo ci sono pochissimi libri che ci raccontano tutto questo. Per citarne uno che è assolutamente fantastico: Le déluge, di Stephen Markley, un libro di fantascienza di altissimo livello che mi ha davvero impressionato.

Questo significa che la letteratura non è morta.

No, la letteratura non è morta. Io faccio parte di quelle persone che, in ogni caso, hanno qualcosa da fare. Si tratta di costruire frasi, con queste frasi costruire paragrafi, con questi paragrafi costruire capitoli, con questi capitoli costruire un libro. Un piccolo bricolage che è sempre stata la mia attività preferita.

Da leggere anche Emmanuel Carrère: «Nessuno è uscito indenne dalla grande scatola» del processo per gli attentati di Parigi

In una precedente intervista a Le Soir, lei aveva citato Joan Didion: «Molto spesso, diceva, mi sento come una sonnambula che attraversa il mondo senza essere consapevole delle grandi questioni del tempo». E lei provava la stessa sensazione. È ancora sconcertato?

Non ho alcuna sensazione di poter agire. Ma cerco di descrivere, di approfondire, sì, lo faccio. Soprattutto facendo giornalismo come in V13. Nel giornalismo ci sono due famiglie: quella che si occupa di analisi, tribuna, commento, e quella che si occupa di reportage, narrazione. Io appartengo decisamente alla seconda categoria, il che non significa affatto che disprezzi la prima, ma non so scrivere un editoriale, per esempio. In compenso, posso provare a raccontare una storia, a far capire una questione e la sua complessità attraverso i personaggi, ciò che vivono, ciò che sono.

Nell’immagine: lo scrittore francese Emmanuel Carrère


In Honduras ha vinto… Trump

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

Ha del surreale tutto ciò che sta accadendo in Honduras a ben dieci giorni dalla chiusura dei seggi per le elezioni presidenziali, cui hanno partecipato (in calo) la metà degli aventi diritto. Dopo varie inspiegabili interruzioni “tecniche” lo scrutinio avrebbe coperto il 98,77% dichiarato delle schede senza che sia stato annunciato ufficialmente un vincitore. Eppure in testa col 40,56% appare il candidato del Partido Nacional, Nasry Asfura, dell’ultradestra oligarchica, con un irrecuperabile punto e mezzo sul contendente “moderato” Salvador Nasralla, del Partido Liberal (39.16%). E dire che Nasralla fino a qualche giorno fa (seppur di poco) era in prima posizione, quando il conteggio ha subito un misterioso blackout al termine del quale le parti si sono definitivamente invertite.

In contemporanea era intervenuto Donald Trump minacciando “l’inferno” se il “quasi comunista” Nasralla avesse prevalso su Asfura. Quest’ultimo apertamente appoggiato dal tycoon durante la campagna elettorale con promesse di consistenti aiuti al paese (come recentemente fatto per l’argentino Milei). Senza contare il clamoroso indulto che l’inquilino della Casa Bianca ha elargito in favore dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández (di cui Asfura è il delfino) estradato nel 2022 e condannato a 45 anni per narcotraffico da scontare in un carcere della Pennsylvania. Come a dire che per Trump se sei un narco/governante iperliberista (vedi pure Daniel Noboa in Ecuador) non è un problema.

Nasralla al momento si è limitato a sollecitare un riconteggio visto che il computo tenuto dalla sua formazione lo darebbe in vantaggio.

Dal canto suo invece la progressista Rixi Moncada, del governante Partido Libertad y Refundación (Libre) in lontana terza posizione col 19 % dei suffragi, ha chiesto l’immediato annullamento e ripetizione delle consultazioni, spalleggiata dal suo rappresentante nel Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) Marlon Ochoa, messo in minoranza dalle altre due titolari, Ana Paola Hall e Cossette López, nominate dal redivivo bipartitismo nazional/liberale honduregno. Moncada è naturalmente sostenuta dalla presidente uscente Xiomara Castro, moglie di quel Manuel Zelaya rovesciato da un colpo di stato nel 2009 per aver aderito allora all’Alleanza Bolivariana (ALBA) del venezuelano Hugo Chavez. Con Xiomara che, nel tentativo di dargli almeno una parvenza democratica, ha dovuto barcamenarsi al governo di questo paese da sempre estremamente povero e corrotto, oltreché storicamente banana republic del sistema imperialista.

Gli osservatori internazionali, in particolare dell’Unione Europea, non hanno risparmiato critiche verso l’”inefficiente” funzionamento dei data-center. Dimostrando comunque fin troppa prudenza nei confronti di quello che appare ai più come un incredibile quanto premeditato broglio.

Il CNE ha tempo 30 giorni per proclamare il vincitore. Che a questo punto è scontato sia Nasry Asfura. Con la U.S. Navy che staziona da settimane nel Mar dei Caraibi in funzione anti Venezuela di quel Nicolas Maduro la cui ultima rielezione nel 2024 fu immediatamente riconosciuta dalla presidente Xiomara Castro.

Mentre a ultima ora il procuratore della repubblica dell’Honduras, Antonio Zelaya (anche qui, paradossalmente, fratello del deposto Manuel) ha emesso un ordine di cattura internazionale nei confronti dell’ex narcopresidente Hernández (che la sua succeditrice Xiomara aveva tradotto negli Usa nel 2022 su loro richiesta) e tornato in libertà la scorsa settimana per disposizione di Trump. L’accusa è di essere stato coinvolto in una fitta rete di riciclaggio di denaro derivante dal traffico di cocaina per finanziare le sue campagne elettorali che lo portarono a governare a Tegucigalpa per due mandati consecutivi (dal 2012 al 2022) violando peraltro la costituzione che ne impediva la rielezione.

A questo punto a Hernandez, almeno per ora, converrà rimanere negli Stati Uniti.

Scritto per il manifesto


Dazi: un disastro per un pugno di lenticchie

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

È difficile da dire (perché non è che ispiri particolare simpatia) ma nell’affare dei dazi con gli Usa l’unica consigliera federale con gli attributi è stata Karin Keller-Sutter, che verosimilmente ha detto a Trump quello che era necessario dire. Non solo abbiamo mandato dei privati a trattare con l’uomo arancione, ma abbiamo addirittura un senatore che afferma che oggi gli accordi le fanno le grandi aziende perché la politica non ha più potere (come minimo, per coerenza, dovrebbe dimettersi). Gli accordi raggiunti per abbassare i dazi al 15%, sono ancora nebulosi poiché i dettagli non sono ancora pienamente conosciuti (ma li sapremo mai?) ma fanno trasparire una totale sconfitta per la Svizzera.

Ora la domanda è: ma c’erano altre soluzioni? Per rispondere è necessario esaminare un po’ i dati, in particolare quelli del 2024, cioè prima del “disastro”.

In quell’anno la Svizzera ha esportato per 283 miliardi di franchi, esclusi i metalli preziosi (cioè l’oro) il cui ammontare dell’export è stato di 108 miliardi (esenti da dazi). Di questi 283 miliardi, 149 in prodotti farmaceutici (pure esenti).

Verso gli Usa – sempre nel 2024 – abbiamo esportato merci per un valore di 52,6 miliardi, cioè il 18% del totale. Di questi 52,6 miliardi, 33,6 miliardi sono prodotti farmaceutici. Il totale delle esportazioni soggetti ai dazi Usa ammonta quindi a 19 miliardi. Secondo alcuni dati (ma quelli definitivi non sono ancora disponibili) le esportazioni svizzere verso gli Usa sono diminuite nel 2025 del 5.5%. Noi per garantirci una certa sicurezza ipotizziamo un calo del 10%, il che in soldini significa una perdita (prendendo il dato definitivo del 2024) che si aggira attorno ai 2 miliardi. Certamente non bruscolini, ma nemmeno una tragedia. Si poteva parare questa perdita con altre misure, invece di calare le braghe a Trump, cosa che sembra apprezzare particolarmente, come da lui stesso affermato pubblicamente? Certo che sì. Ad esempio, si potevano imporre dei contro dazi dello stesso ammontare o anche solo dazi (o delle tasse) sulle esportazioni di metalli preziosi. Ad esempio un 10% sull’oro avrebbe comportato 4.4 miliardi, essendo il totale di 44 miliardi. Oppure si sarebbe potuto decidere di comperare un numero minore di F35 così da rimanere nel budget previsto di 6 miliardi (risparmio 1.3 miliardi).

Ma la soluzione più semplice sarebbe stata che la Confederazione dichiarasse che avrebbe coperto le perdite accertate sul mercato Usa per almeno due anni. Il tutto avrebbe comportato una spesa che possiamo ipotizzare di circa 5 miliardi: 4 miliardi per compensare le perdite e 1 miliardo per aiutare le imprese a trovare nuovi mercati magari con un po’ di dumping sui prezzi.

Questa ipotesi è basata sullo stato attuale. Naturalmente con l’amministrazione Trump nulla è scontato e quindi avrebbe potuto imporre altre misure, ma non è scontato per il semplice fatto che i prodotti svizzeri sono di alta qualità che gli Stati Uniti – potenza economica in declino e deindustrializzata – non possono sostituire da un giorno all’altro. Sicuramente non avrebbero imposto dazi sui prodotti farmaceutici perché hanno bisogno dei nostri medicamenti e perché le principali aziende svizzere sono già presenti sul mercato americano. Stesso discorso per l’oro.

In ogni caso una posizione più decisa sarebbe stata migliore di quella che si prospetta: abolizione della tax digitale, importazione di carne di pollo, diritto di parola su futuri accordi commerciali e, soprattutto, 200 miliardi di investimenti. È chiaro che le grandi aziende potrebbero trarre beneficio da questi investimenti (tra l’altro, sarebbero investimenti privati o anche pubblici?) ma la contrapartita sarebbero minori investimenti in Svizzera e verosimilmente perdita di posti di lavoro. Il danno sarebbe enorme, non fosse che per la reputazione politica.

Certo il principale partito svizzero e i suoi accoliti applaudono e considerano l’accordo una vittoria. Ma è comprensibile, essendo seguaci del piano 20-25 elaborato dalla Heritage Foundation, forse il testo peggiore – dopo il Mein Kampf – elaborato negli ultimi 100 anni. Insomma, mandare a quel paese Trump sarebbe costato alla Svizzera circa 5 miliardi in due anni, mentre il prezzo di questo accordo arrischia di essere molto, ma molto superiore.

I sostenitori dell’accordo, invece dell’alabarda dovrebbero presentarsi in pubblico con un capiente barattolo di vaselina, più adeguato alla situazione.


La faccia luminosa del mondo nell’ultimo libro di Alberto Nessi

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

Qualche anno fa incontrai per caso Alberto Nessi (Mendrisio, 1940) in quella straordinaria invenzione chiamata La Filanda, che ha da poco compiuto 15 anni. Biblioteca, ma soprattutto luogo di incontro spontaneo e intergenerazionale che lì si ritrovano, bevono un caffè, sfogliano il giornale. Gestito facendo largamente capo anche a encomiabili forme di volontariato.

Alcuni giorni dopo, Nessi mi inviò un suo testo dedicato al pittore Jean Corty (1907–1946), che avevo a lungo studiato, dedicandogli due libri e altrettante mostre.

Ora quel testo è raccolto, insieme ad altri, nel volume In cerca della luce. Storie di artisti venuti in Ticino,  pubblicato da Casagrande di Bellinzona. Otto racconti in cui lo scrittore ritrae una quindicina di artisti che, per tutto il secolo scorso, si stabilirono a sud delle Alpi e disegnarono/dipinsero la nostra regione, traendone ispirazione e facendone luogo elettivo di creazione.

Attento, mi dico subito, al rischio della retorica e del luogo comune, che facilmente si insinua: di un generico Drang nach Süden – che poteva fermarsi a Chiasso o approdare in Sicilia e sulle isole del Mediterraneo – la letteratura e l’arte europee erano pervase già da oltre un secolo. L’editoria è ricchissima di diari di viaggio e opere di finzione che rispecchiano questa spinta e questo richiamo esercitati, o solo sognati, da centinaia di autrici e autori noti e sconosciuti.

L’arrivo di queste figure – si legge in una nota dell’editore – “non è concertato: si direbbero attratti da una forza misteriosa che c’entra forse con i paesaggi e la luce. Giovani, anticonformisti, appassionati, scelgono di vivere – spesso poveramente – in piccoli paesi come Castel San Pietro, Ligornetto, Coldrerio, Montagnola, Ascona. Presto questi luoghi si ritagliano uno spazio nelle loro opere, diventando parte integrante della ricerca che li accomuna: quella di un’arte nuova”. A legarli, oltre alla terra d’adozione, è la qualità della loro pittura.

È dunque la luce, la ricerca di una luce diversa, sembra dire Nessi, ad attirare gli Svizzeri tedeschi Albert Müller, Hermann Scherer, Paul Camenisch, Robert Schürch, tutti nati tra il 1893 e il 1897, e l’un po’ più giovane Wiemken. Nonostante il clima più mite e da loro cercato, qualcuno è morto prematuramente, colpito dal tifo, chi suicida.

Se Schürch scelse Ascona, sulla scia del Monte Verità, altri si stabilirono nel Mendrisiotto dove – osserva Nessi in una breve introduzione – “il verde splendeva tra le chiazze dei villaggi e gli avvallamenti. Ora quella bellezza è scomparsa; ma non ne è scomparsa la luce che la illuminava. E non sono state violate, ai margini della pianura, le linee pure che segnano la cerchia dei Monti dintorno. Per quel verde, per quella bellezza, per quella luce ho scritto questo libro”.

Otto i capitoli in cui il volume è suddiviso, seguiti da un ulteriore capitolo in cui Nessi immagina un incontro tra il pittore René Auberjonois e il poeta Gustave Roud: due amici, due artisti appartati in vita (Un’inquieta solitudine, s’intitola il capitolo) e oggi semisconosciuti. Il pittore, che ama la letteratura e condivide con l’amico i racconti di Čechov, potrebbe essere scrittore e avrebbe voluto essere musicista. Il poeta è un appassionato di fotografia (ecco, di nuovo, la luce).

Mi soffermo, per ragioni di spazio e di interesse personale, sul ritratto che Nessi dedica a Jean Corty (1907–1946). Rispetto ad altri, Jean–Baptiste (nome con cui è registrato all’anagrafe) è attinente di Agno, anche se nasce nel Canton Neuchâtel, dove il padre, cavista, si trasferisce in cerca di lavoro. Lì incontra la donna che avrebbe ben presto sposato, dalla quale ebbe undici figli. Operaia in una fabbrica di orologi, è originaria della Val–de–Ruz (NE), terra di minatori e assenzio. Il papà morirà nel 1928, i polmoni devastati dalle polveri delle cave.

L’intera esistenza di Corty è un andirivieni tra Neuchâtel e il Ticino. Dal 1933 in poi, un dentro e fuori dal manicomio. La y finale con cui si firma se la inventa, attorno al 1939–40. Riferendosi ai Corti viticoltori e commercianti, un giorno dice: “Je ne veux pas être confondu avec les marchands de vin”.

Dopo un primo apprendistato in una panetteria e un secondo da imbianchino–gessatore, a 23 anni l’evidente talento nel disegno lo porta a Bruxelles, dove frequenta l’Accademia, passando direttamente al terzo anno e vincendo anche vari premi. Il miracolo si conclude tre anni dopo quando il veterinario Urfer di Cernier, che fino a quel momento gli aveva pagato studi e soggiorno, gli comunica che non è più in grado di far fronte alle spese.

In Belgio Corty incontra Rembrandt ma scopre soprattutto la grande pittura espressionista del nord – Permeke, Servaes, de Smet, ma anche Ensor, van Gogh e Rouault – venendone folgorato.

23 agosto 1937: da Neuchâtel, dove vive in costanti ristrettezze finanziarie, Corty viene spedito in Ticino per un nuovo ricovero all’ONC (il primo era avvenuto, per circa 9 mesi, tra il 1933 e il 1934). Nessi descrive il pittore al suo arrivo alla stazione di Lugano: “Un uomo dal viso smunto, sulle spalle un materassino, a tracolla la tavolozza, la cassetta dei colori e tre o quattro quadri legati con una cinghia. Scende dal treno, carrozza di terza classe. È magro, una capra selvatica, si guarda in giro spaesato. (…) Sono tempi duri per gli operai, in Ticino. Cinquemila disoccupati, più di quattrocento solo in questa città. La crisi frena quelli che emigrano e aumenta il numero di chi rimane senza niente”. Corty viene accolto da un municipale di Agno; un’auto li porta a Mendrisio, al Neuro. I due quasi non si parlano, percorrono il lungolago, dal Kursaal al Palace. Turisti terrazze, hotel di lusso, la Chiesa degli Angioli con la Crocifissione di Bernardino Luini che il pittore vorrebbe forse rivedere. Ma quel taxi, lo sa bene, lui non lo può fermare. “Non siamo in vacanza. Si sente tagliato fuori dal mondo, lo sguardo perduto nel niente”.

Spesso Nessi arricchisce il racconto con pennellate immaginifiche. “Lassù c’è la poiana che volteggia, alta sul lago, le larghe ali immobili sopra le onde. L’uomo la guarda: sono io quell’uccello cacciato da chi non mi vuole? Però da lassù deve esserci una bella vista. L’azzurrità, la fanciullezza: ma laggiù, in fondo al lago, un essere orrendo striscia nel fango. Vorrebbe essere come la poiana, che non sa di esserci, non pensa, fa cerchi nell’azzurro”.

In manicomio incontra un medico, Olindo Bernasconi (1892–1941), che se lo prende a cuore, e un pittore locale autodidatta, Libero Monetti (1912–1992), che lo accompagna a dipingere nelle campagne circostanti. Ne nacquero dei paesaggi che piacquero ad alcuni estimatori e che, una decina d’anni più tardi, quando Corty viveva per lo più a Lugano, ospite di conoscenti che, in cambio dell’ospitalità, gli chiedevano dei quadri, egli replicò infinite volte, spesso quasi meccanicamente. Opere che, dopo la sua morte, ebbero grandissima fortuna, fino a venire contraffate per soddisfare le richieste del mercato.

Oggi di Corty si parla meno, o non se ne parla più del tutto. Ma alcuni capolavori – soprattutto carboncini, sanguigne e matite – restano, caratterizzati dal segno inconfondibile del talento, della forza creatrice, della cupa disperazione che ne ha attraversato tutta l’esistenza. La cifra di Corty è altissima: certo, ci sono i paesaggi, le barche a vela allineate, i ritorni dai campi, i tramonti sul villaggio, dipinti su tavole di fortuna, replicati a dismisura perché gli consentivano di incassare qualche franco ai tavoli dei bar luganesi. Quelli erano i soggetti che i Luganesi, almeno in parte, apprezzavano. “La gente lo guarda come una bestia rara ed evita di parlare con lui, che per un po’ d’alcol lascia i suoi disegni sui tavolini dei bar. Accetta anche soltanto cinque franchi per un quadretto. Spesso si infuria con chi non paga, quando è bevuto diventa rissoso: il suo orgoglio di artista ferito si risveglia e la furia esplode”.  Anche l’intellighenzia locale dei primi anni ’40 (mentre sta per cadere definitivamente il Quartiere di Sassello) non capiva la sua pittura: ripetutamente, ciò che andava oltre le marine e i villaggi al tramonto, venne rifiutato dalle giurie. Un giorno, vedendo le opere scelte ed esposte alla mostra annuale della Società delle Belle Arti, esplode: “Ça ce n’est pas de l’art mais du lard!”.

1942: nella vita di Corty, fa irruzione una donna, la pittrice autodidatta Charlotte Brönimann (1910–1977), con studio in via Cattedrale a Lugano. Lei aiuta materialmente lui, lui aiuta lei in ambito tecnico–artistico. Ne nascono non pochi quadri a quattro mani, tanto che anche oggi fiori e nature morte firmati Corty sembrano dipinti dalla Brönimann; altre opere, in cui l’impronta cortiana è inconfondibile, sono invece firmate da lei.

Alcuni anni più tardi, dopo un ennesimo attacco di delirium tremens che gli infermieri tentano di arginare con una doccia gelata, Corty è di nuovo in manicomio. Al suo fianco, lo scultore Vittorio Calvi, che lo ritrae sul letto di morte. Il calendario segna domenica 21 aprile, Pasqua. Si sarebbe spento il Lunedì dell’Angelo, poco dopo la mezzanotte.

Riemergendo per l’ultima volta dall’agonia e dall’incoscienza, Jean riapre gli occhi. Gli appare, sul fondo dello stanzone scarsamente illuminato, una donna velata che si avvicina.

Proprio con questa figura – sovrapponibile alla Chimera di Dino Campana narrata da Renato Martinoni in Ricordi di suoni e di luci, Manni Editore, 2025 – Nessi chiude mirabilmente il racconto: “Sono la bellezza. Tu mi hai amato”. Poi si rimette il velo e sparisce. Allora d’improvviso lo stanzone in penombra si trasfigura, Jean vede davanti a sé la fiamma e lo zolfo dei paesaggi che ha dipinto, il fondo del Ceresio e il cielo sopra i monti, gli alberi storti della campagna, i minatori delle cave, il nudo delle donne, il manto della Madonna, i cavalli che trascinano l’aratro e un campanile sui campi, i proletari di sghimbescio e le donne accasciate intorno al Cristo dolente, i giocatori di bocce, i ballerini delle feste campestri, le ortensie di Charlotte”.

Il 23 aprile, nella Chiesa di Mendrisio e al cimitero di Agno, alla sepoltura di Jean–Baptiste assistono il fratello Pierre–Antoine, Raoul Monetti e pochi amici.


Il pianeta brucia e l’Europa che fa? Deregolamenta

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

Di Lorenzo Tecleme, il manifesto

Il Pianeta si riscalda, ma a Bruxelles non se ne accorgono. Il Climate Change Service del programma europeo Copernicus ha diffuso i dati relativi al 2024. E non sorprendono. La temperatura media globale di novembre è stata di 1,54°C superiore rispetto alla media corrispondente dell’era preindustriale, prima cioè che l’umanità iniziasse a modificare il clima. Il limite dei +1,5°C è stato costantemente superato negli ultimi tre anni. Era la soglia sotto la quale avremmo dovuto «preferibilmente» rimanere secondo l’Accordo di Parigi, la più importante intesa sul contrasto al riscaldamento globale, ma la comunità scientifica lo dà ormai quasi per perso.

NELL’INSIEME, il 2025 sarà probabilmente il secondo anno più caldo da quando esistono le misurazioni: quasi alla pari col 2023 e poco sotto il 2024. Non bisogna farsi ingannare da questo lieve calo: alcuni fenomeni meteorologici fanno sì che le temperature medie siano un po’ più alte o un po’ più basse secondo cicli di pochi anni, ma il trend di lungo periodo rimane di crescita.
Il braccio politico dell’Unione europea, comunque, non sembra interessato agli allarmi del suo braccio scientifico. Lunedì, il giorno prima dell’uscita dei dati di Copernicus, la Commissione ha trovato un accordo con Parlamento e Consiglio europeo relativo a un nuovo pacchetto omnibus. È uno dei diversi progetti di legge in corso di discussione che dovrebbero semplificare le norme europee al fine di rilanciare la competitività del Continente.

Le prime vittime di questa nuova ondata di deregolamentazione sono proprio le norme ecologiche.

Il pacchetto in questione riguarda infatti due direttive sulla rendicontazione ambientale delle imprese approvate dalla precedente Commissione – guidata sempre da Ursula Von Der Leyen, ma con una maggioranza meno conservatrice. Secondo queste direttive, le aziende europee avrebbero dovuto pubblicare i dati relativi alle loro emissioni climalteranti, il loro consumo idrico e il rispetto dei diritti umani nella loro catena di forniture. Con l’omnibus accordato, oltre l’80% delle imprese sarà esentato da questo obbligo. La corsa alla deregulation è stata criticata dalla Sinistra e dai Verdi, e inizia a preoccupare anche una parte dei Socialisti e Democratici. «Von Der Leyen sta facendo sua l’agenda di Trump – ha detto la spagnola Iratxe García, portavoce del gruppo socialista – e i pacchetti omnibus stanno spuntando come funghi».

Il Parlamento europeo potrebbe ancora bloccare il progetto in un voto previsto per il 16 dicembre, ma è molto difficile lo faccia. Se anche i Socialisti si mettessero di traverso, i Popolari di Von Der Leyen possono ormai stabilmente contare sui voti delle ultradestre quando si tratta di annacquare o rimandare misure ecologiche. Tanto che la presidente della Commissione ha già pronto un secondo round di deregulation ambientale.

DI NUOVO l’obiettivo è ridurre gli obblighi di rendicontazione sugli impatti di diverse industrie – in questo caso soprattutto relativi a gestione dei rifiuti ed emissioni climalteranti. Per Wwf Europe si smantellano così «decenni di protezione della natura».

Le componenti più ecologiste della politica europea, sconfitte sulla revisione delle misure a breve termine, si rifugiano negli obiettivi lontani dal tempo. Un altro trilogo – ovvero l’incontro di Commissione, Consiglio e Parlamento comunitario – si è accordato su un nuovo target di riduzione dei gas climalteranti del continente. Entro il 2040 l’Unione nel suo insieme dovrà ridurre le sue emissioni del 90% rispetto ai livelli massimi mai raggiunti, quelli del 1990. Meno 90% in quindici anni è un obiettivo forse non allineato all’Accordo di Parigi, ma comunque ambizioso, specie in questo contesto di ritirata delle politiche ecologiche.

SULL’IMPORTANZA REALE di questo risultato pesano però due grossi “ma”. Il primo è l’introduzione del principio di flessibilità, che permetterà di coprire con l’acquisto di crediti di carbonio una parte della riduzione prevista – una pratica molto criticata da esperti ed ecologisti. Il secondo è proprio la distanza temporale del target: per i leader europei è più facile accordarsi su decisioni la cui attuazione ricadrà ben oltre la fine del loro mandato. L’Ue prende impegni importanti fino a che ci sono decenni di tempo per rispettarli. Ma quando si tratta di diminuire le emissioni qui e ora, l’ambizione sparisce.


Infantino sotto accusa: la Fifa apre un’indagine per l’asse con Trump

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

Da La Stampa

Il Comitato Etico della Fifa è stato incaricato di indagare sul presidente Gianni Infantino, a seguito di una denuncia presentata da FairSquare, organizzazione impegnata nella tutela dei diritti umani, che contesta al presidente della Federcalcio mondiale almeno quattro presunte violazioni delle norme sulla neutralità politica. Secondo quanto riportato da Bbc Sport, la segnalazione riguarda il sostegno pubblico mostrato da Infantino al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in occasione del sorteggio della fase a gironi dei Mondiali 2026 a Washington.

Durante l’evento, Trump ha ricevuto il primo “Fifa Peace Award”, consegnato direttamente da Infantino, che avrebbe inoltre pubblicato sui social media ulteriori messaggi e interviste a favore del leader statunitense. FairSquare definisce l’assegnazione del premio “una chiara violazione del dovere di neutralità della Fifa” e sostiene che il presidente della Federazione “non abbia l’autorità di definire unilateralmente missione, politiche e valori dell’organizzazione”.

L’organizzazione ha inoltre ricostruito diverse dichiarazioni rilasciate da Infantino nei mesi precedenti, sempre ritenute di sostegno a Trump. Durante il sorteggio, il numero uno della Fifa ha affermato: «Questo è ciò che vogliamo da un leader. Lei, signor presidente, potrà sempre contare sul mio sostegno». «Questa denuncia va oltre il semplice appoggio di Infantino all’agenda politica del presidente Trump», ha dichiarato Nicholas McGeehan, direttore di FairSquare.

«Riguarda il modo in cui la struttura di governance della Fifa ha permesso al suo presidente di violare apertamente le regole e di agire in modo contrario agli interessi del calcio mondiale».


Effetto Trump: dopo 30 anni Miami elegge una sindaca democratica

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

Di Marina Catucci, il manifesto

La democratica Eileen Higgins è stata eletta nuova sindaca di Miami, segnando una svolta che promette di ridefinire il profilo politico della città più simbolica della Florida. Oltre a rappresentare un’ulteriore prova dello scontento nazionale verso le politiche di Trump, in particolare in materia di immigrazione, la sua vittoria reimposta il panorama politico di Miami in un modo che, per certi aspetti, non si vedeva da quasi trent’anni, e per altri non si era mai visto.

HIGGINS è la prima donna a essere eletta sindaca della città, la prima non ispanica dal 1990, e il suo successo segna la prima volta, dopo 28 anni, che una progressista conquista la guida di un territorio a lungo dominato da amministrazioni conservatrici.

La vittoria della nuova sindaca, già nota per il suo lavoro come commissaria della contea di Miami-Dade, arriva al termine di una campagna in cui ha insistito sulla necessità di riportare la città a una visione pubblica del bene comune: casa, mobilità, clima, diritti. Gran parte della sua comunicazione si è concentrata proprio su uno dei cavalli di battaglia politici e culturali dei repubblicani: l’immigrazione. Higgins ha presentato le elezioni per il sindaco come un referendum sulle politiche di Donald Trump, ricordando il sostegno del tycoon al governatore repubblicano della Florida, Ron DeSantis, nella costruzione del famigerato centro di detenzione per immigrati “Alligator Alcatraz”, e denunciando le manovre per porre fine allo status di protezione temporanea (Tps) e ai programmi di libertà vigilata umanitaria per vari gruppi di migranti, venezuelani, haitiani e cubani, tre comunità particolarmente presenti nello Stato.

IL MESSAGGIO di Higgins ha fatto presa in una città i cui abitanti, secondo il censimento del 2024, sono per il 57% nati all’estero. Oggi Miami diventa un punto democratico non ignorabile in uno Stato dominato da DeSantis, da cui proviene un altro super trumpiano come il segretario di Stato Marco Rubio, e che lo stesso Trump ha scelto come sua residenza. È probabile che la campagna di Higgins venga studiata da altri candidati democratici che si preparano alle prossime tornate elettorali in Florida. La neo-sindaca non ha impostato la propria corsa sui temi della giustizia sociale o della cosiddetta «guerra culturale», ma sull’affordability, l’accessibilità economica, e ilmiglioramento del funzionamento dell’amministrazione, concordando con i repubblicani che le finanze della città necessitano di una verifica. Sono poi le conclusioni di Higgings a seguito dell’analisi, ad essere diverse da quelle del Gop.

La sua elezione rappresenta una scossa sismica, data l’entità della vittoria sul candidato repubblicano sostenuto da Trump, Emilio González, nella città più popolosa di un’area dove nel 2024 il tycoon ha vinto con un margine del 12%. Higgins ha prevalso al ballottaggio con quasi il 60% dei voti, secondo i risultati preliminari riportati dal Miami Herald. «Stiamo affrontando una retorica da parte di funzionari eletti che è disumanizzante e crudele, soprattutto nei confronti delle popolazioni immigrate – ha dichiarato Higgins all’Associated Press dopo la vittoria – gli abitanti di Miami erano pronti rifiutarla».

NELLE STESSE ORE, quasi in risposta alla vittoria di Higgins, dalla Pennsylvania Trump tentava di rilanciare la propria presidenza con un evento in stile comizio, inanellando una lunga serie di affermazioni false sull’economia intervallate da attacchi xenofobi. Il suo discorso è rapidamente scivolato nella modalità erratica tipica dei suoi discorsi a braccio: per oltre 90 minuti ha definito l’affordability una «bufala».C’erano tutti i classici dei suoi comizi, dall’imitazione di Joe Biden alla ripetizione di falsità razziste sulla sua nuova nemica preferita, la deputata progressista di origini somale Ilhan Omar: «Dovremmo espellerla! Ha sposato suo fratello (l’ultima fake news virale fra i Maga, ndr), è qui illegalmente».

Mell’immagine: Eileen Higgins, eletta sindaca di Miami


AI e droni, a Gaza si è combattuta la prima guerra robotica della storia

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

Di , la Repubblica

Una guerra disumana, letteralmente: “Quella di Gaza è stata la prima guerra robotica della Storia”. Così l’ha definita Yaron Sarig, responsabile delle ricerche tecnologiche del Ministero della Difesa israeliano. Lo ha fatto all’Università di Tel Aviv durante la Defence Tech Week, tenendo una conferenza intitolata: “Robot e intelligenza artificiale: dalla teoria al campo di battaglia”. Sarig ha fornito le prime informazioni sull’impiego di armi guidate dall’AI durante le operazioni contro Hamas nella Striscia, spiegando che sono state frutto di “vent’anni di ricerche”. In un video ha mostrato alcuni dei sistemi usati durante la campagna a Gaza: bulldozers e veicoli blindati M113 senza uomini alla guida, oltre a piccoli veicoli a otto ruote motrici, alcuni dei quali dotati di mitragliatrice.

L’orchestra degli automi

Sono solo una parte della falange di automi schierati dalle Israeli Defence Forces per penetrare nei centri abitati palestinesi durante la lunga e devastante operazione nella Striscia. Quello che Sarig ha sottolineato non è il ruolo dei singoli robot, quanto la capacità di farli agire tutti insieme “come un’orchestra”. Squadre di M113 senza equipaggio che si coordinavano per aprire una strada all’interno di una zona abitata; mezzi ruotati telecomandati che rifornivano di cibo e munizioni i reparti appostati in basi fortificate all’interno delle città. “Abbiamo visto questi assetti operare in praticamente tutti i reparti”, ha spiegato Sarig, sottolineando che sono in grado di agire anche dove le coordinate Gps vengono azzerate dalle contromisure e che dispongono di “un certo numero di sensori di nuovo tipo”.

Controllo totale sulla Striscia

Questa onnipresenza dei robot è stata agevolata dal flusso colossale di dati raccolti dagli israeliani grazie a “decine di migliaia di ore di volo” dei droni in aria e “migliaia di ore di attività“ di macchine autonome presenti sul terreno. Molti analisti ritengono che sia proprio la capacità di gestire in sciame i sistemi unmanned il settore in cui Israele ha una superiorità rispetto a qualsiasi altro Paese. Gli ucraini e in misura minore i russi hanno impiegato droni volanti e terrestri in manovre combinate, oltre a sviluppare coppie di mezzi che interagiscono tra cielo e suolo. Ma riescono a farlo solo in spazi ristretti e per periodi limitati. A Gaza invece la falange delle macchine autonome è stata sempre in azione, garantendo il controllo della Striscia pure nelle zone dove i soldati e i tank non riuscivano a penetrare. Questo ha ridotto i rischi per i militari in carne e ossa, che hanno affidato ai droni qualsiasi attività pericolosa. Si è visto pure nei filmati dell’uccisione del capo di Hamas, Yahya Sinwar: il terrorista ferito – e non riconosciuto – è stato avvicinato da un quadricottero, contro cui ha tirato un bastone, e poi ammazzato sparando una cannonata.

L’esercito dell’AI

Sarig non ha parlato di alcuni episodi emersi durante il conflitto, come l’uso degli M113 robotizzati e imbottiti di esplosivo per far saltare in aria interi isolati di Gaza City durante l’ultima fase della guerra. Il responsabile del ministero della Difesa ha anticipato altri sviluppi: “Siamo solo all’inizio di questa rivoluzione. Nei prossimi anni, spinti dalle necessità operative, espanderemo in maniera significativa le nostre capacità operative. I robot serviranno come ponte decisivo verso il mondo dell’intelligenza artificiale che, guardando al futuro, sarà integrata in ogni armamento e nelle dotazioni di ogni soldato”. Nella stessa conferenza il generale Oren Giber, responsabile del direttorato del ministero della Difesa che si occupa di mezzi corazzati ha presentato quali saranno i carri armati israeliani del 2030: ogni tank sarà accompagnato da un gregario-robot, che potrà anche lanciare piccoli droni volanti e combattere sincronizzandosi con il resto delle forze.

Le unità Bina e Sphera

La scorsa settimana Israele ha annunciato la nascita di una nuova branca del ministero della Difesa che dovrà gestire tutte le iniziative nel campo dell’AI: è stata chiamata Bina, il termine ebraico per intelligence, e avrà alle dipendenze le strutture già esistenti. Il generale Aviad Dagan, capo della rete di comunicazione e cyber, ha detto che l’obiettivo è costruire una “macchina efficiente” per i decenni a venire: “Trasformerà un tank in cento carri armati, un soldato in cento combattenti”. La testata online Ynet ha spiegato che è stata creata anche un’unità segreta chiamata Sphera che si occupa di comunicazioni strategiche ma ha assorbito il reparto incaricato delle contromisure elettroniche che hanno fermato un quarto dei droni lanciati contro Israele negli ultimi due anni. Un altro raggruppamento – la Manpower Building Division – condurrà i processi di preparazione delle forze, incluse le collaborazioni digitali all’interno delle IDF e dell’industria nazionale e internazionale. Tutte queste trasformazioni organizzative sono basate soprattutto sull’esperienza della guerra contro l’Iran, mentre non viene fatta menzione dei bombardamenti su Gaza.

Le stragi decise dai software

Nei due mesi immediatamente successivi ai massacri jihadisti del 7 ottobre 2023, l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale da parte delle IDF per individuare e localizzare i membri di Hamas è stato rivelato da più inchieste giornalistiche israeliane e statunitensi che hanno messo in luce una serie di gravissimi errori, sia nell’accertare il ruolo di singole persone nell’organigramma della formazione terroristica sia nel valutare il numero di civili che sarebbero stati messi a rischio dagli attacchi aerei. Questi software avrebbero contribuito a uccidere 15 mila palestinesi entro il 25 novembre 2023, un quarto di quelli ammazzati nei successivi 21 mesi stando ai dati del ministero della Salute di Hamas. L’impiego degli algoritmi per decidere chi colpire e per calcolare i civili presenti nell’area è stato successivamente ridotto, rafforzando le verifiche affidate a personale dell’intelligence. Il ritmo dei bombardamenti è statisticamente diminuito: il risultato finale – 65 mila morti e 165 mila feriti – resta terrificante.


Usa-UE – E che sia finalmente Secessione!

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

Permettete qualche piccola integrazione – controcorrente – al gran parlare che si sta facendo dopo la pubblicazione delle linee guida strategiche di Trump – che maltrattano l’Europa, la danno per morta o comunque in declino – con un giro surreale di farneticazioni.

Prima considerazione. Che alla Casa Bianca sieda una lucida follia dovrebbe essere ormai cosa nota a tutti coloro che ancora sono usi a pensare e a ragionare secondo Ragione. Non evidentemente alle destre reazionarie europee (tra fascisti/sfascisti ci si intende sempre), visto che quello di Trump è un poderoso assist alla loro azione di demolizione dell’Europa e ai suoi valori di libertà, democrazia, autonomia, stato di diritto – e che poi questi valori siano stati traditi dalla stessa Europa e non da oggi è un altro discorso, che non inficia l’importanza di quei valori.

Seconda considerazione. Trump è un ingrato ma certo la sua azione dopo il ritorno al potere ha davvero dimostrato, purtroppo, che l’Europa non esiste: dopo i dazi di Trump in Europa è stato un coro assordante di oddio e adesso cosa facciamo? ma da subito è stato soprattutto un indecoroso e servile pellegrinaggio, un corriamo da Trump, inginocchiamoci davanti alla sua scrivania, imploriamo pietà facendoci ancora più vassalli e fedeli, promettiamogli tutto purché continui a proteggerci sotto la sua ala e sotto i suoi artigli imperiali. Indecorosa Ursula, indecorosi gli imprenditori svizzeri che hanno portato doni al signore (oro certamente – e poi Rolex invece di incenso e mirra, seguendo la stella cometa del capitalismo che indicava la via verso Washington). E gli europei (svizzeri compresi) hanno poi promesso di aiutare l’America a reindustrializzarsi, investendo miliardi anche a costo di deindustrializzare e impoverire l’Europa (ovvero: sadomasochismo e servilismo insieme). E hanno promesso di comprare armi a volontà dall’America alzando la spesa militare al 5% del Pil, spingendo al rialzo i profitti del complesso militare-industriale soprattutto statunitense e per questo alimentando un crescendo di retoriche belliciste / guerrafondaie surreali (la Russia ci invaderà entro il 2030!); e questo dopo che per anni la Nato – un’altra lucida follia – è andata ad abbaiare (definizione di papa Francesco) sempre più vicino ai confini della Russia, invece di sciogliersi come il Patto di Varsavia e creare in Europa una zona di pace e di dialogo.

E sempre gli europei stanno rivedendo al ribasso, fin quasi al negazionismo climatico (Meloni docet) – in perfetta servitù volontaria – le politiche ambientali e quelle sociali, in nome del riarmo, come chiesto e ottenuto sempre da Trump. E anche sulle politiche migratorie in Europa cresce il razzismo dei respingimenti e delle remigrazioni, in perfetto stile trumpista da parte delle nostrane destre fasciste / tecnofasciste / sovraniste. E sempre in Europa cresce la deriva verso destra anche delle sinistre, ammesso che Starmer possa ancora dirsi laburista, ammesso lo sia mai stato, i peggiori essendo però forse i democristiani tedeschi, in Germania e al Parlamento europeo, sempre pronti ad allearsi persino con i neonazisti dell’AfD purché contro socialità e ambiente – che è esattamente quello che vuole Trump.

Perché dunque Trump critica l’Europa, se l’Europa sta facendo esattamente quanto richiesto dal signore America ai suoi vassalli europei – deregolamentazione digitale compresa, riducendo i diritti alla privacy e alla libertà cognitiva, per non danneggiare i profitti e il totalitarismo digitalizzato dell’hi-tech americano? Ingratitudine, cinismo, oppure un gigantesco sfottò, oppure un messaggio criptato per dire agli europei: quanto siete stupidi, non capite che quanto vi dico (sulla decadenza, sulla irrilevanza europea) è solo un modo per imporvi di fare di più, di più ma secondo quanto io Re/King-Trump voglio da voi? Non a caso, quindi oggi si parla di rifeudalizzazione del mondo (ultimo, il libro di Massimo De Carolis, uscito per Gramma-Feltrinelli), ma il processo è in realtà non di oggi.

Terza considerazione. Il neoliberalismo (il neoliberismo in particolare) nasce in Europa (von Hayek e correligionari), emigra a Chicago alla Scuola di Milton Friedman, viene testato per vedere l’effetto che fa sulla carne viva dei cileni dopo il golpe americano-fascista di Pinochet del 1973 (e tra fascismo/antidemocrazia e neoliberismo/capitalismo/sistemi tecnici à la Silicon Valley l’empatia/affinità elettiva è antica e strutturale/ontologica), per essere quindi applicato nella Gran Bretagna della Thatcher e negli Usa di Reagan e poi dilagare ovunque nel mondo. E anche sovranismi, populismi, democrature, autocrazie sono neoliberiste e filocapitaliste (dietro la maschera o il velo ideologico del nazionalismo, dell’essere contro le caste, dell’UDCismo e del MAGA si nasconde un filo-capitalismo strutturale e reciprocamente funzionale) – e in proposito consigliamo di leggere l’ottimo Tecnofascismo di Donatella Di Cesare, Einaudi. Quindi, diffidiamo di tutti quelli che dicono che il neoliberismo è morto – non è morto, non è mai stato così bene, la sua egemonia ideologica è totale e totalitaria, soprattutto in Europa e negli Usa – si è piuttosto radicalizzato grazie alla tecnologia digitale, ma questo era nella sua essenza e tendenza, nella sua natura intrinsecamente autoritaria e repressiva; e la crisi della demo-crazia che stiamo oggi vivendo in Occidente – con il consenso crescente delle masse (anche giovanili), consenso attivo o passivo che sia – non è un accidente/incidente della storia, ma l’effetto pianificato e combinato di neoliberalismo e di tecnica – anch’essa infatti, per sua essenza e tendenza, è anti-democratica / auto-cratica / reazionaria, im-ponendosi sempre sulla società con la violenza anti-democratica di un dato di fatto immodificabile, a cui ci si deve solo adattare. Anche in questo, Stati Uniti ed Europa sono (ahimè) fatti della medesima modernità nichilista e sfruttatrice di uomini e ambiente (e rimandiamo, per chi volesse, al nostro Tecno-archía, o la Nave dei folli – DeriveApprodi).

Quarta considerazione. Gli Stati Uniti sono figli dell’Europa ma l’Europa è stata colonizzata poi dagli Stati Uniti. Vecchia storia, certo. Colonizzata da Hollywood e dall’industria culturale americana, dal consumismo e dall’american way of life, dalla Coca Cola e da Halloween (che ormai qualcuno considera una vera e propria festività); colonizzata nel (non)pensare e nel fare; nel modello industriale (organizzazione, comando e sorveglianza nelle mani sempre del capitale); nelle tecnocrazie; nell’organizzazione sociale. Colonizzata oggi attraverso il digitale e la digitalizzazione delle masse; colonizzata da una ragione totalmente irrazionale e nichilista (vedi i  Rapporti di Mario Draghi sulla competitività europea da recuperare; o la crisi climatica figlia diretta del modello tecno-capitalista, che porta gli svizzeri – un esempio a caso – a bocciare l’Iniziativa per il futuro, perché – neoliberisticamente, capitalisticamente, nichilisticamente – chi se ne importa del futuro di figli e nipoti, chi se ne importa se i ghiacciai si sciolgono e se l’aumento della temperatura è in Svizzera il doppio che nel resto del mondo, importante è lasciare che i ricchi vengano a noi. Appunto, assecondando la lucida follia nichilista ed ecocida trumpiana, ma diventata ormai anche di massa – in realtà capitalistica/tecnologica.

Nessuna secessione dunque tra America ed Europa, semmai un gioco di ruolo tra potenza ed egemonia, ma sempre e comunque una perfetta sintonia di teoria e di prassi. Da qui forse il silenzio dei leader europei – per affinità appunto elettiva. Europa che rivendica per l’Ucraina (ma non per Gaza e la Cisgiordania – è il cinico doppio standard dell’Occidente), la distinzione tra aggressore e aggredito, permettendo invece a Israele di fare (la Grande Israele) ciò che vorrebbe negare alla Russia (l’Ucraina come culla sacra delle origini della Rus’) – mentre Trump ha forse capito, da buon affarista, che non si può negare a Putin ciò che si permette di fare a Israele; e che se si vuole lasciar fare a Israele non si può non lasciar fare a Putin.

E se invece cogliessimo l’occasione e facessimo davvero, ma noi europei tutti, una battaglia culturale di secessione e di de-colonizzazione – ma anche di de-colonizzazione di noi europei dalla nostra modernità che ha promesso il Progresso producendo invece il Regresso alla sola potenza della forza? Battaglia dove – con un richiamo alla Guerra di Secessione americana, ma rovesciata – se i sudisti/confederati schiavisti sono ovviamente le destre americane ed europee, i nordisti secessionisti dal tecnofascismo / fascioliberalismo potrebbero essere le sinistre europee. Potrebbero, ma solo se ritrovassero se stesse e il senso di concetti e valori come uguaglianza, fraternità, responsabilità, democrazia e libertà. E quindi recidessero il rapporto di vassallaggio con gli Stati Uniti. Trump o non Trump.


Perché l’Europa è meglio degli Usa

Nel suo ultimo libro, «Kolkhoze», risale alle origini del suo amore per sua madre con lo sfondo della guerra in Ucraina. Per lui, anche se il futuro è molto cupo, la letteratura non è morta 

Di , La Stampa

Mettiamo subito in chiaro l’ovvio: non sono gli americani a doverci dire chi siamo, dove andiamo e cosa facciamo. E, soprattutto, cosa dovremmo fare per compiacerli. Non abbiamo bisogno di consigli per un motivo molto semplice. L’Europa rappresenta un grande esercizio di democrazia e pure di successo. Semmai dovrebbe essere lei a dare lezioni, non a riceverle. Non a caso, oggi, l’Unione conta ventisette Stati membri, uno è uscito – il Regno Unito che non se la passa granché bene – e molti altri vorrebbero entrare. Nelle democrazie, del resto, si sta bene. Certo, richiedono manutenzione e hanno tempi lunghi. Occorre costruire consenso, trovare compromessi e – in un mondo sempre più complesso – serve la capacità di ragionare in maniera articolata. E infatti, l’Europa dà il meglio di sé proprio nelle crisi. Jean Monet, uno dei padri dell’euro, diceva che l’Europa è l’insieme delle soluzioni che vengono trovate ogni volta che c’è una crisi.

Gli Stati Uniti, invece, le rifuggono, non le vogliono. Troppi negoziati, diplomazia, pazienza, energia. Un processo lungo, e il tempo è denaro. Così le crisi si risolvono a parole: Trump, a suo dire, ne avrebbe già risolte una decina: manca l’Ucraina. La capacità di leggere la realtà per quella che è, senza banalizzarla né manipolarla, rende l’Europa un partner credibile e affidabile. Trump, invece, va dritto al punto e definisce il suo Paese «the hottest Country Anywhere in the World» (letteralmente «Siamo il Paese più famoso del mondo»).

Bene, allora, vediamo i numeri. Negli Stati Uniti la crescita scende dal 3 per cento del biennio 2023-2024 all’1,8 nel biennio 2025-2026. In Europa avviene il contrario: si sale da una media dello 0,6 a 1,6 per cento. Un valore inferiore certamente, ma è aggregato. All’interno dell’area, economie come la Spagna, la Grecia e il Portogallo registrano variazioni del Pil superiori al 2,5 per cento medio annuo. Sul fronte del debito, quello americano aumenta dal 122 per cento del Pil al 128, quello europeo resta stabile all’83 per cento, quasi cinquanta punti sotto. Il deficit americano sfiora l’8 per cento, quello europeo il 3. A ciò si aggiunge una spesa per interessi del 5 per cento contro il 2 per cento dell’Unione. Poi, ovviamente, da noi la produttività langue – ma solo in alcuni Paesi, ad esempio il nostro – e mancano i campioni tecnologici. Servono riforme e lo sappiamo. Andiamo avanti, però, con quanto di positivo è stato fatto. Una lista lunga che sembrava impensabile, proprio agli occhi di molti analisti americani.

Negli ultimi decenni, ben cinque Paesi sono stati salvati – Spagna, Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro – e nessuno Stato dell’Unione si è tirato indietro, a dimostrazione che la solidarietà è un valore consolidato. Nuove istituzioni sono state create, a cominciare dal Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che potrebbe in futuro diventare il nostro Fondo monetario europeo. E così, nell’eventualità di una crisi non avremmo più bisogno del Fondo monetario internazionale (Fmi) dove gli Stati Uniti sono i primi azionisti. Purtroppo, al governo il Mes non piace. Ma se vogliamo diventare “indipendenti” come – giustamente – sostiene la nostra premier, disporre di un’istituzione senza gli americani sarebbe quantomeno utile.

E non è finita qui. A gennaio la Bulgaria entra nell’euro: è il ventunesimo stato. Eppure, sempre alcuni americani sostenevano – solo un decennio fa – che il progetto sarebbe fallito. Non è andata così. Anzi, l’area si è rafforzata. Attualmente, la Banca centrale europea dispone di ben quattro strumenti straordinari: l’Smp, Securities Markets Program, l’Omt, Outright Monetary Transactions, il Qe, Quantitative Easing e il Tpi, Transmission Protection Instrument.

Una cassetta degli attrezzi solida, pronta a far fronte a eventuali tensioni sui mercati. Vale la pena ricordare che, quando la grande crisi finanziaria esplose negli Stati Uniti con il fallimento della Lehman Brothers, il contagio fu rapido e significativo anche perché strumenti di questo tipo – all’epoca – semplicemente non esistevano.

Inoltre, è stata creata l’Unione bancaria. Va completata certamente: manca il terzo pilastro, ovvero il fondo unico che tutela i depositanti sotto centomila euro. E anche potenziata. Uno strumento ci sarebbe e arriverebbe dal Mes, che potrebbe intervenire con ulteriori risorse in caso di crisi bancaria sistemica. Ma manca la ratifica dell’Italia al nuovo Trattato. Ancora una volta, non si capisce come si possa diventare più indipendenti – come auspica Meloni – e poi essere proprio lei a bloccare la creazione di strumenti pensati per accrescere la nostra autonomia, in questo caso finanziaria. Durante la crisi pandemica, è stato creato il Next Generation Eu per le economie che sono rimaste indietro, ad esempio la nostra che ha preso ben 200 miliardi; poi, è arrivato il Sure (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) pensato per pagare la cassa integrazione: noi abbiamo preso 27 miliardi. Sulla stessa linea è stato adottato il Safe (Security Action for Europe) che offre prestiti fino a 150 miliardi agli Stati membri per le spese in sicurezza: noi abbiamo deciso di attivarlo.

Infine, ci sono le regole volte a coordinare le politiche di bilancio nazionali e a prevenire, in questo modo, il rischio di contagio tra economie in caso di crisi. Sono contenute nel Patto di stabilità e Crescita: l’ultima versione è stata negoziata, concordata e firmata proprio da questa maggioranza. Ci sono anche regole che monitorano la salute macroeconomica dei Paesi con l’obiettivo di garantire una reale “convergenza” all’interno dell’area. La logica è semplice: più le economie sono simili in termini di performance, più si rafforza l’Unione nel suo complesso. Grazie a questa architettura, ogni anno riceviamo una bella lettera da Bruxelles che ci dice quella verità che la nostra classe politica, di qualsiasi colore, fatica ad ammettere: le donne e i giovani in Italia lavorano troppo poco, è necessario investire nella scuola e spostare la tassazione dal lavoro alle rendite.

Si tratta di cose banali, ma che non facciamo – il surreale dibattito sulla cedolare secca lo dimostra – perché sono semplici raccomandazioni. L’Europa non è un’unione politica, non può obbligare, solo raccomandare. Ed è qui che si arriva al punto. Dobbiamo scegliere se andare indietro come suggerisce Trump, oppure continuare sulla strada della maggiore integrazione.

Questa seconda opzione richiede, innanzitutto, onestà. Smettiamola di parlare di “Europa” come se fosse un’entità separata, altra da noi. L’Europa è la somma delle persone che votiamo. Se prendono decisioni che non ci piacciono la colpa è nostra: abbiamo sbagliato a scegliere. Ad esempio, se mandiamo a Bruxelles politici che alla prima occasione utile si candidando alle elezioni nazionali (come Pasquale Tridico e Matteo Ricci) forse non abbiamo scelto persone sufficientemente motivate a rimanere e lavorare in Europa.

Poi ci sono i leader che siedono al Consiglio europeo. Per noi c’è Giorgia Meloni. Su La7, intervistata da Enrico Mentana, ha detto parlando della difesa che «la libertà ha un prezzo politico». Parole sacrosante. Finalmente si è capito che i “pasti gratis” non esistono – non solo nei conti pubblici – ma anche in politica. L’indipendenza ha un prezzo. Allora paghiamolo e, soprattutto, spieghiamolo. Qualche esempio? Iniziamo a snellire l’eccessiva burocrazia che creiamo noi stessi – vedi il Golden Power e la regolamentazione dei balneari. E poi, semplifichiamo i processi decisionali, eliminando il diritto di veto che invece Meloni vuole tenere.

In sostanza, se davvero vogliamo essere “indipendenti”, occorre essere credibili, coraggiosi e convinti. Vale la pena ricordare le parole della direttrice del Fmi, la bulgara Kristalina Georgieva, pronunciate in un convegno qualche anno fa. Spiegava, in modo molto efficace, la differenza di mentalità tra gli Stati Uniti e l’Europa. «Se negli Usa fai qualcosa di medio ti dicono: bravissimo, fantastico; da noi ti dicono “non è abbastanza”».

Ecco, continuiamo a dirci «non è abbastanza» e proseguiamo nel cammino dell’integrazione. Non servono frasi inutili come «l’Europa è finita». E ovviamente non serve neppure dire che è tutto «fantastico»: gli europei hanno senso della misura e del ridicolo.