Pace o libertà, dilemma europeo

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

Di , la Repubblica

Sei per la pace o sei per la libertà? In un continente che, negli ultimi ottant’anni, ha avuto entrambe, ha goduto di entrambe, la domanda sembra abbastanza bizzarra. Penalizzante, oltre che illogica: da quando pace e libertà sono alternative l’una all’altra? Perché mai dovrei scegliere? Me le tengo tutte e due.

Eppure, con le dovute sfumature intermedie, è proprio questa la domanda che paralizza, soprattutto in Italia, il “che fare” riguardo al futuro dell’Europa: come se difendere la democrazia, con le sue garanzie, fosse un impiccio ideologico sulla strada della pace, e lavorare per la pace, con i suoi compromessi, fosse un cedimento alla doppia e incombente minaccia autocratica che, da Est e da Ovest, dichiara inimicizia e disprezzo per l’Unione.

Quella domanda è ricattatoria. Sottintende che rispondere “libertà” voglia dire alimentare la guerra quasi per un capriccio ideologico, e rispondere “pace” significhi rivelarsi imbelli e svendere al nemico, insieme alle porzioni di Ucraina già addentate, anche la democrazia. Ma il fatto che il campo progressista italiano (o come lo vogliamo chiamare), da quando l’elezione di Trump e i suoi successivi atti politici hanno reso lampante, tranne che ai più ottusi e ai più illusi, la fine dell’atlantismo, non sia in grado di fare dell’Europa e dell’europeismo una bandiera comune; non sia in grado di dire che pace e libertà sono entrambe condizioni costitutive del progetto europeo; non sia in grado di convocare una piazza unitaria; non sia in grado di dire quattro parole in croce che, a nome di tutti, stabiliscano che il sovra-nazionalismo europeista è per sua natura l’alternativa democratica al nazionalismo russo, al nazionalismo americano e al nazionalismo dei sovranisti europei: dimostra che quel ricatto, almeno fino a qui, funziona. È insuperato. Irrisolto. Con l’aggravante, micidiale, che è un ricatto auto-generato dall’opposizione stessa. Nessuno come la sinistra è in grado di sconfiggere la sinistra.

E dire che il dilemma tra riarmo e disarmo è una trappola ideologica da rifiutare ab ovo: l’Europa è già armata fino ai denti, in quella sproporzionata, abnorme quantità distruttiva che è conseguenza del duello atomico tra americani e russi e della Guerra Fredda; ma lo è con armi non sue, irta di missili in massima parte non suoi. Lo è in quanto, militarmente parlando, ex territorio d’oltremare degli Stati Uniti d’America. Beh, non è più così, e anzi è stato così ben oltre il necessario, fuori tempo massimo, nel senso che appare perfino comprensibile che l’America, ottant’anni dopo la Seconda Guerra e trentacinque dopo la caduta del Muro, non voglia più pagare l’ombrello atomico per noi europei. Mettersi nei panni degli altri è sempre la più difficile delle operazioni: ma voi paghereste per generazioni la tranquillità e la sicurezza di altri popoli?

Quanto tempo deve ancora passare prima che non solamente i governanti europei, anche le forze politiche e le opinioni pubbliche dei diversi Paesi ne prendano atto e comincino a discutere seriamente, operativamente sul da farsi? Perché, per esempio, i nipotini di quelli che volevano buttare a mare le basi americane non capiscono che questo, finalmente, è il momento, e che per farlo non serve “riarmo”, serve una difesa comune che sarebbe, probabilmente, meno costosa di quanto i singoli Stati già spendono oggi, adesso, ora, secondo la regola del massimo sforzo e minimo rendimento?

Al governo siedono tre partiti che, sulla politica internazionale, sono ben più divisi di quelli all’opposizione. Grosso modo: un terzo (Meloni e i suoi) è con Trump, un terzo (Salvini e i suoi) con Putin, solo un terzo, Forza Italia, si professa europeista. Ma il potere, evidentemente, è un collante formidabile, e la destra non sembra versata per l’introspezione. Si accontenta di vivere e possibilmente di comandare. Ed ecco il miracolo di un campo governativo che in caso di guerra non saprebbe che pesci pigliare, ma si guarda bene dal dirlo, perché dicendolo si dissolverebbe in un lampo, Salvini con il colbacco, Meloni con il cappello da cowboy e Tajani che bussa a Strasburgo sperando che gli aprano; e un’opposizione che anche tacendo resta divisa su un tema, quello del futuro europeo, che è con tutta probabilità il più importante non solo per le nuove generazioni, anche per quelle oggi sulla scena. Noi, insomma.

Parecchi lettori e anche qualche esponente politico mi ha scritto, in queste ore: perché non proviamo a replicare la manifestazione europeista del 15 marzo scorso a Roma, nella quale pace e libertà erano fianco a fianco, e fu un successo nonostante la sua composizione molto plurale (o forse: proprio per la sua composizione molto plurale, da Calenda a Fratoianni)? La risposta è semplice: perché tocca alla politica, oggi più di ieri, organizzarla. Come fu evidente allora, e ancora più evidente oggi, l’opinione pubblica europeista esiste, esistono gli europei (che sono un passo avanti rispetto agli europeisti: sono l’applicazione pratica dell’idea di Europa Unita). Ma la loro rappresentanza politica, a livello di massa (il solo che conta, che pesa, che cambia il corso delle cose) non è ancora riuscita a mettere insieme pace e libertà in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto.


Da oggi social vietati agli under 16: l’Australia apre la strada a un nuovo modello globale

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

Di , la Repubblica

LONDRA – Il bando all’uso dei social media per i minori di 16 anni, che dopo un lungo dibattito entra in vigore dal 10 dicembre in Australia, potrebbe ispirare altri Paesi a seguirne l’esempio: Danimarca e Norvegia hanno già iniziato progetti di legge analoghi, Brasile e Singapore li stanno considerando, Grecia e Malta studiano con interesse l’iniziativa, vari stati degli Usa anche. A seguirla, con forte apprensione, sono naturalmente pure i giganti dell’economia digitale: Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e altri social di largo consumo devono decidere come e fino a che punto reagire a un provvedimento che, se adottato nel resto del mondo, potrebbe avere conseguenze sui loro profitti. E poi si tratta di vedere in che modo reagiranno gli utenti: i minorenni, in primo luogo, e i loro genitori. Sebbene questi ultimi, qui sta la novità delle radicali misure australiane, non abbiano direttamente voce in capitolo.

Divieti all’uso dei social per i minori di 18 o di 16 anni, infatti, esistono già altrove, ma con una via di uscita: basta ottenere l’assenso del padre o della madre per poterli continuare a usare. In sostanza, se mamma e papà dicono “mio figlio può stare sui social”, così garantendo che a loro giudizio non ci sono rischi per la salute psicofisica di un adolescente, il bando non è valido.

In Australia, invece, la legge che entra in funzione il 10 dicembre non prevede il consenso dei genitori: fino all’età di 16 anni vige la proibizione ad avere un profilo sui social, punto e basta. Oltre che per i suddetti social media, il divieto vale per X, Snapchat, Threads, Reddit, Twitch e altre piattaforme digitali. Non sono inclusi YouTube Kids e Google ClassRoom, che hanno regole speciali a protezione dei contenuti chi vi appaiono, proprio perché rivolti ai minorenni, e le applicazioni di messaggistica come WhatsApp.

A fare rispettare il bando devono provvedere gli stessi social, ovvero le aziende loro proprietarie: non spetta ai giovanissimi, né ai genitori, verificare che il divieto venga applicato. Le piattaforme dovranno intraprendere “passi ragionevoli” per tenere bambini e ragazzi sotto i 16 anni fuori dai propri siti, facendo uso di tecnologie per la verifica dell’età degli utenti, come l’invio di un documento di identità o sistemi per il riconoscimento facciale e vocale. Ma il governo australiano non specifica il tipo di tecnologia da usare a tale fine. La richiesta di sistemi di identificazione per l’accesso ai siti pornografici, adottata di recente nel Regno Unito e in altri Paesi allo scopo di impedire l’accesso ai minorenni, ha fatto crollare del 70 per cento il traffico di utenti.

Le nuove misure suscitano numerose critiche. Le aziende digitali affermano che limitano la libertà di espressione e costituiscono un’interferenza nella privacy dei minori. Altri sostengono che sarà comunque difficile farle rispettare, perché un buon numero di minori potrebbero cercare di usare documenti falsi o altri trucchi per aggirare il bando. C’è poi chi sostiene che il provvedimento avrà il solo effetto di dirottare i più giovani sul dark web, l’internet illegale, senza controlli di alcun genere, con effetti ben più pericolosi per la loro psiche. E c’è anche un impegno a collaborare da parte di alcune aziende digitali, attivando maggiori controlli sui contenuti che finiscono sui social.

Il problema di fondo, tuttavia, è il rifiuto della maggior parte dei giganti digitali a introdurre limitazioni e controlli sui contenuti. Un rifiuto tassativo, motivato con ragioni ideologiche, da parte di Elon Musk per quanto riguarda il suo social X, ma anche altri operatori del settore, come Meta, la compagnia di Mark Zuckerberg proprietaria di Facebook e Instagram, sono accusati di non fare abbastanza in questo senso.

L’altro problema è che chi viola il bando australiano rischia una multa fino a 49 milioni di dollari in valuta locale, pari a circa 28 milioni di euro: non pochi, in apparenza, ma una goccia nel mare rispetto alle entrate miliardarie dei social, che perciò potrebbero accettare le sanzioni come una spesa necessaria per poter continuare a operare indisturbati. Altre critiche osservano che le tecnologie potrebbero funzionare male, tenendo fuori dai social le persone che hanno diritto di starci e permettendo invece la permanenza di minori di 16 anni. E che i giovani più vulnerabili, esclusi dai social, si sentano ancora più isolati.

Secondo un rapporto presentato al parlamento di Canberra, in Australia 450 mila giovani al di sotto dei 16 anni usano Facebook e Instagram, 440 mila usano Snapchat, 200 mila usano TikTok. “Non ci faremo intimidire dal Big Tech”, dice Anika Wells, ministra delle Comunicazioni australiana. “Può darsi che la nostra legge funzioni bene, può darsi che non funzioni perfettamente, ma almeno stiamo facendo qualcosa. L’unica certezza è che i social possono gravemente danneggiare i più giovani. Fare niente non è la soluzione”.


Ombre su Oliver Sacks: inventò i casi di “Risvegli”

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

Di  la Repubblica

NEW YORK – Oliver Sacks arrivò alla psicoanalisi non per scelta ideologica, ma per necessità esistenziale. E la usò per tenere a bada un tormento interiore, scrivendo libri diventati famosi. Ma con dentro un segreto, rivelato dai diari consegnati un anno fa alla New York Public Library e letti adesso dal New Yorker, che ne ha ricavato un lungo ritratto: Sacks, uno dei neurologi più famosi al mondo, morto a Manhattan nel 2015 a 82 anni, ha messo sé stesso nei suoi famosi casi clinici, edulcorandone le storie, dando ai pazienti “poteri” che in realtà non avevano. Un lungo percorso cominciato negli anni ’60 quando era un giovane neurologo inglese approdato a San Francisco, uscito dall’universo vittoriano della sua infanzia londinese. Portava con sé un segreto che, nell’America del dopoguerra, e non solo, era considerato quasi un crimine professionale: l’omosessualità. Un amico gli aveva consigliato una prudenza quasi paranoica: Sacks avrebbe dovuto cancellare gli indizi, non lasciare tracce. Lui scelse una strada che segnò il successo di libri come Risvegli e L’uomo che scambiò la moglie per un cappello: proiettò segretamente sé stesso nei suoi pazienti.

La svolta era avvenuta nello studio di Leonard Shengold, analista meno dogmatico dei suoi colleghi ma pur sempre figlio della disciplina che aveva trasformato l’omosessualità in disturbo da correggere, o almeno da sublimare. Shengold non lo incoraggiò alla castità, ma non la scoraggiò. E Sacks, che viveva un conflitto profondo tra pulsione e vergogna, secondo il New Yorker scelse la via più estrema: rinunciare al sesso, consegnandosi al martirio come forma di sopravvivenza.

L’energia sottratta alla vita intima ha finito per alimentare la sua scrittura, e l’astinenza sessuale si è sublimata in amore per i pazienti, il lavoro e il pensiero. Sacks riempiva diari a ritmo febbrile, anche nello spazio di due giorni. Guidava per le vie di Manhattan e intanto registrava i suoi pensieri, immancabilmente interrotti da uno stop improvviso o da un pedone che attraversava di corsa la strada. Puntava a produrre un milione e mezzo di parole all’anno. Se nel pieno della notte l’eccitazione lo sorprendeva, la raffreddava infilando il pene in una vaschetta di gelatina d’arancia, gesto che oscillava tra umorismo nero e autopunizione monastica.

Nel frattempo, la sua produzione di libri cresceva. Non erano referti medici ma racconti brillanti e ricchi di umanità. I pazienti non erano solo portatori di casi clinici ma persone intrappolate nei loro traumi. Nei gemelli autistici capaci di creare sequenze di numeri primi in L’uomo che scambiò la moglie per un cappello trasferì i suoi conflitti. Uno dei pazienti, Mort Doran, il chirurgo con la sindrome di Tourette di L’antropologo su Marte, aveva notato qualcosa di falso nella propria descrizione, ma perdonò Sacks, perché in fondo «è quello che fanno gli scrittori».

Nei suoi diari il neurologo ha ammesso di aver commesso «molti errori», e confessato un «senso di criminalità»: aveva dato ai pazienti una voce che forse non avevano, aggiunto dettagli, intensificato emozioni, talvolta creato episodi simbolici. Non mentiva per vanità, era autobiografia mascherata. Dal ritratto del New Yorker non emerge la figura del medico-santo che il pubblico avrebbe celebrato, ma di un uomo che sognava di diventare il “Galileo dell’interiorità”, impegnato in un negoziato costante tra desiderio e disciplina, arte e verità, identità e paura, alla ricerca di una forma di redenzione attraverso i suoi libri.


L’UE e la stretta russo-americana

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

In quasi trenta pagine di documento sulla “Strategia per la Sicurezza nazionale”, gli Usa di Donald Trump mirano a un unico bersaglio: l’Europa comunitaria. L’unica parte del mondo che l’America tratta da vero nemico, con severità e disprezzo. Un ex alleato, sostiene Washington, che si sta autodistruggendo, prigioniero della mancanza di libertà interna, e dell’immigrazione illegale che ne decreterà la fine. Non si tratta di affermazioni inedite. Donald Trump le ha rilanciate dopo il rientro alla Casa Bianca, e il suo vice-presidente Vance ne fece l’argomento principale durante un intervento di inizio anno a Monaco, suscitando per lo più imbarazzati silenzi, qualche parziale adesione (per esempio della presidente della Confederazione, KK Sutter, suscitando parecchie critiche nel suo stesso partito, il liberale), e molto dissenso pubblico.

Insomma, da che pulpito, considerato lo scivolone autoritario interno di Trump. La novità è che stavolta l’attacco dell’amministrazione americana al vecchio continente e alla sua presunta deriva politico-ideologica viene pubblicato in un documento ufficiale, che formalizza la visione e la politica estera mondiale della Casa Bianca. Ci sarebbe da strofinarsi gli occhi. Per la super-potenza mondiale non sembra esserci peggior pericolo dell’Unione Europea, così come si è andata costruendo negli ultimi anni. Continuando in questa traiettoria l’UE sarebbe destinata a perdere i propri valori, la sua identità, e in sostanza a scomparire. Quindi, fine della speciale relazione che da 80 anni governa i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico, fine della Nato così com’è oggi, e anche del sostegno all’Ucraina. Di più: Kiev dovrà tener conto del recuperato ruolo di Mosca sulla scena internazionale, e adeguarsi alle principali richieste del Cremlino (neutralizzazione, forte riduzione delle sue forze armate, abbandono del Donbass russofono, nessuna garanzia militare dell’Occidente a ciò che rimarrebbe della cosiddetta “piccola Russia”). Tutto in matematica sintonia con la volontà presente e futura di Putin, per il quale “l’Ucraina non esiste”.

Precisazioni statunitensi molto apprezzate dal Cremlino. Saldatura russo-americana. Con l’esclusione dell’Europa, che pure dalla scorsa primavera finanzia le armi USA con cui Kiev si difende. I “volonterosi” europei non sanno per ora come reagire. La militarizzazione dell’UE è un processo di lunga durata, così come l’annessione dell’Ucraina nell’Ue, mai del tutto respinta ma tutt’altro che gradita allo zar russo. Che comunque lascia all’“alleato” Trump l’attacco frontale all’UE. La quale anche nei piani e nei desideri del Capo della Casa Bianca dovrebbe cessare di esistere. Scomporre l’UE per meglio controllarla. E per sopprimere qualsiasi regolamento che complichi e intralci gli investimenti americani in questa parte del mondo. Elon Musk ha reagito con veemenza alla multa di 120 milioni inflitta a “X” dalla Commissione europea per violazione di un pacchetto di norme sulla gestione delle piattaforme: l’iper-miliardario ha prima negato l’accesso a “X” ai servizi UE, poi ha dichiarato che l’Unione dovrebbe semplicemente scomparire, infine ha condiviso un messaggio dal titolo “UE, quarto Reich” con tanto di croce uncinata. Scontro durissimo. Anche per le strumentalizzazioni iper-nazionaliste che può scaricare all’interno dei paesi europei. Dove non ci si chiederà chi sia più antidemocratico fra UE e capo della Casa Bianca.

Scritto per laRegione


Pace in Ucraina, l’infinita trattativa del tutti contro tutti

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

Di , La Stampa

Il negoziato sulla tregua nella guerra della Russia contro l’Ucraina ricorda sempre di più il famoso quesito logico su come caricare sulla stessa barca un lupo, una capra e una cassa di cavoli, riuscendo a farli arrivare a destinazione senza che si divorino a vicenda. La frenetica diplomazia internazionale degli ultimi giorni – Volodymyr Zelensky a Parigi, Londra e Bruxelles, gli emissari americani a Mosca, quelli ucraini negli Stati Uniti, e Vladimir Putin in India – non sembra per ora aver trovato una soluzione.

Dopo le fughe di notizie dei giorni scorsi, gli spostamenti intercontinentali sono drasticamente aumentati, «certe cose si possono riferire solo di persona», ha commentato il presidente ucraino. Nessuno si fida di nessuno, e nonostante il fittissimo calendario di incontri al vertice – Zelensky e Macron si vedono ormai ogni settimana – le dichiarazioni rilasciate al pubblico diventano sempre più asettiche: ieri il presidente ucraino ha parlato di «posizioni comuni», «garanzie di sicurezza» e «questioni territoriali», da «concordare per proseguire il lavoro sul piano di pace». Che significa che molto probabilmente un accordo non è nemmeno lontanamente all’orizzonte.

L’«unità tra Usa, Europa e Ucraina», dichiarata ieri da Zelensky all’uscita dal numero 10 di Downing street, sembra infatti un tentativo di fare buon viso a un gioco sempre più catttivo. Politico non ha dubbi: l’unico obiettivo di Donald Trump è quello di «concludere un accordo», e se per ottenerlo bisogna accontentare i russi, così deve essere. Il fatto che sui territori non ancora occupati del Donbas abitino centinaia di migliaia di persone, la maggioranza delle quali andrebbe ad aggiungersi ai milioni di profughi ucraini già scappati dagli invasori, non sembra preoccupare minimamente Trump, così come il fatto che nella Storia è difficile trovare precedenti di territori concessi al nemico senza nemmeno combattere. «Presto, presto, presto», è il messaggio che arriva a Kyiv da Washington, secondo una fonte anonima del governo ucraino citata da France Press.

Una fretta che spaventa l’Europa, ormai consapevole che la minaccia russa non riguarda soltanto l’Ucraina, o i Paesi Baltici. Dai leader europei Zelensky ascolta regolarmente dichiarazioni di completa e totale solidarietà, ma nello stesso tempo il negoziato sull’utilizzo degli asset russi congelati in Belgio si è impantanato, e diversi sponsor di Kyiv stanno tagliando i loro budget di aiuti.

È vero che i “Volenterosi” europei sono gli alleati più convinti di Zelensky, soprattutto dopo che la pubblicazione della nuova dottrina strategica degli Usa ha reso ancora più reale il rischio di venire abbandonati a Putin. Ma è vero anche che la diplomazia di Kyiv sta lavorando sulla bozza del “piano di pace” americano, consapevole anche dell’impossibilità, per l’Ucraina come per l’Ue, di costruire una difesa senza gli Usa.

Di conseguenza, l’obiettivo della coalizione Ue-Kyiv diventa quello di convincere gli americani a smorzare le loro pressioni, per esempio, accordandosi su un “congelamento” della guerra lungo la linea del fronte. Nel corso dei negoziati incrociati e sovrapposti delle ultime settimane, il genero di Trump Jared Kushner e il suo inviato speciale Steve Witkoff hanno oscillato tra il ruolo di mediatori e quello dei portavoce di Mosca, della quale la Casa Bianca sembra aver sposato diverse tesi, tra cui quella dell’imminente vittoria bellica russa.

La disinvoltura con la quale Washington tratta l’eventuale passaggio dei territori, occupati e non ancora, a Putin, terrorizza non solo gli ucraini – che paradossalmente oggi temono più la pace che la guerra perché consapevoli che una pace come quella proposta da Trump significherebbe una resa al Cremlino -, ma anche gli europei. Mentre Cina e India stanno osservando con molta attenzione: una violazione così clamorosa del diritto internazionale potrebbe infatti rimettere in discussione tanti altri confini del “Sud globale”.

E infine c’è Putin, il convitato di pietra che aspetta in silenzio. Per il dittatore russo, una offerta di compromesso è un segno di debolezza, e quindi oltre a umiliare i suoi ospiti americani facendoli attendere per più di tre ore, ha chiesto che i territori ucraini che considera suoi gli vengano concessi non solo di fatto, ma anche con il riconoscimento ufficiale degli Usa e dell’Europa.

Fonti moscovite affermano che buona parte delle cinque ore di colloqui con gli americani è stata dedicata ai potenziali affari congiunti: il compromesso sulla tregua è apparso subito impraticabile, a differenza degli incentivi economici offerti dal Cremlino. Qualunque intesa esca dalla faticosa triangolazione Usa-Ue-Ucraina rischia dunque di venire stracciata da Putin, come è già successo con i compromessi offerti da Trump in Alaska, che secondo il Guardian di fatto «premiavano l’invasione dell’Ucraina».


L’Overmatch Brief, il rapporto del Pentagono che ipotizza la sconfitta degli USA contro la Cina

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

Di Jacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. Il presidente Donald Trump – e in generale qualsiasi politico americano – sostiene pubblicamente che gli Stati Uniti abbiano l’esercito più potente della storia. Tuttavia, a porte chiuse, gli viene presentata una realtà molto diversa. Il Pentagono, nel corso degli anni, ha fornito ai legislatori e ai vari presidenti americani una panoramica completa e riservata della potenza militare statunitense, chiamata “Overmatch Brief”. Questo rapporto dell’Office of Net Assessment (ONA), aggiornato negli ultimi mesi e presentato di recente all’amministrazione Trump, mostra cosa potrebbe accadere se scoppiasse una guerra tra Cina e Stati Uniti, di fronte a un’invasione di Taiwan.

Va ricordato che il presidente cinese Xi Jinping ha ordinato alle sue forze armate di essere pronte a conquistare l’isola entro il 2027, mentre sia i presidenti repubblicani che quelli democratici hanno affermato che l’America difenderebbe la nazione insulare. Ma proteggere Taiwan potrebbe non essere facile, perché gli Stati Uniti ora si trovano ad affrontare nuove minacce. Inoltre, la guerra nel XXI secolo è cambiata radicalmente.

Il cuore del rapporto Overmatch

L’Overmatch Brief, rivelato nel dettaglio dal New York Times, cataloga la capacità della Cina di distruggere aerei da combattimento, grandi navi e satelliti americani e identifica i punti critici della catena di approvvigionamento dell’esercito statunitense. I risultati sono allarmanti. Lo scorso novembre, il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha affermato che «in tutte le simulazioni di guerra del Pentagono contro la Cina, abbiamo perso ogni volta». Quando un alto funzionario della sicurezza nazionale di Biden ricevette l’Overmatch, nel 2021, impallidì nel rendersi conto che per ogni asso nella manica che aveva Washington, i cinesi ne avevano uno di più. Da una parte, la Cina è diventata una potenza diversa da qualsiasi altra con cui gli Stati Uniti abbiano mai gareggiato; dall’altra, Washington affronta un declino decennale nella propria capacità di vincere una guerra di lunga durata contro un’altra superpotenza.

Più sofisticato non vuol dire che sia meglio

Al di là del potenziale esito di una guerra a Taiwan, il rapporto dimostra l’eccessiva dipendenza del Pentagono da armi complesse e incredibilmente costose, come i jet F-35, mentre gli avversari schierano arsenali economici, facili da produrre, ma comunque tecnologicamente avanzati. Una nuova realtà che ha mostrato palesemente il conflitto in Ucraina, dove entrambe le parti hanno imparato, con il tempo, a fare uso di armi economiche come i piccoli droni esplosivi – controllati a distanza e comunque sia letali – piuttosto che ricorrere ai bombardieri. Con poche centinaia di dollari, Ucraina e Russia ora ne producono a milioni e hanno rivoluzionato il modo di fare la guerra.

Per decenni, l’esercito americano è stato costruito attorno all’idea che più una cosa è sofisticata, meglio è. Questo aveva senso durante la Guerra Fredda, quando l’Occidente poteva spendere più della Russia, ma oggi questa convinzione è diventata più una vulnerabilità che un punto di forza nelle simulazioni belliche. Secondo l’Overmatch Brief, le grandi navi come la USS Gerald R. Ford – attualmente schierata davanti al Venezuela – vengono spesso distrutte in questi scenari di guerra simulati dalle nuove forme di attacco come i droni. Tuttavia, la Marina prevede di costruire almeno altre nove portaerei di classe avanzata come la Ford, mentre l’amministrazione Trump vuole aumentare la spesa per la difesa nel 2026 a oltre 1.000 miliardi di dollari.

Una nave come la Ford incorpora nuove tecnologie, tra cui reattori nucleari avanzati e catapulte elettromagnetiche per il lancio di aerei, ma realizzarla costa circa 13 miliardi di dollari. Al contrario, negli ultimi anni la Cina ha accumulato un arsenale di circa 600 armi ipersoniche, che possono viaggiare a una velocità cinque volte superiore a quella del suono e sarebbero difficili da intercettare per una portaerei come la Ford. Da parte sua, gli Stati Uniti non hanno ancora schierato un singolo missile ipersonico e vorrebbero produrre i propri droni, come quelli ucraini, ma spendendo molto di più in versioni più sofisticate e che richiedono molto più tempo per essere prodotti.

Il problema delle armi tradizionali

Le armi tradizionali, come proiettili di artiglieria, navi e aerei, saranno ancora cruciali per le guerre future, ma l’industria della difesa statunitense ha perso la capacità di produrle su larga scala e con rapidità. Ad esempio, in caso di guerra con la Cina, gli Stati Uniti esaurirebbero rapidamente le munizioni essenziali, come ha avvertito Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden. Basti pensare che il Pentagono ha speso circa un quarto della sua riserva complessiva di intercettori missilistici ad alta quota per contribuire a difendere Israele dai missili balistici iraniani quest’anno. E questo in una guerra durata solo 12 giorni. Secondo gli analisti, per ovviare a questa mancanza, gli Stati Uniti dovrebbero unire le forze con gli alleati e partner in tutto il mondo, come l’Europa e il Giappone, per bilanciare la capacità industriale-militare della Cina e contenere la crescente influenza di Pechino.

Le possibili soluzioni

Ci sono alcuni segnali che indicano che l’attuale amministrazione potrebbe essere disposta a cambiare la sua maniera d’intendere la forza militare. Per esempio, la Casa Bianca sta spingendo per una revisione delle sue modalità di acquisto e produzione di armi. Tuttavia, il cambiamento è un risultato che non si ottiene in poco tempo. Nel breve termine, la trasformazione dell’esercito americano potrebbe richiedere spese aggiuntive, principalmente per ricostruire la sua capacità industriale nel settore bellico. Guardando al futuro, secondo gli esperti, una sicurezza nazionale statunitense più forte dipenderà meno da enormi budget e molto più da investimenti oculati, che si dovrebbe concentrare sull’innovazione, la rapida adattabilità e la volontà di abbandonare i vecchi presupposti.


L’Europa vuole i raid anti-stranieri in stile Trump: a rischio case e rifugi

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

Di Giansandro Merli, il manifesto

Mentre il presidente Usa Trump e la dirigenza Maga blaterano di un’Ue paradiso dei migranti, le istituzioni comunitarie si inseriscono con decisione nel solco razzista tracciato dal cugino statunitense. Non solo grazie alle norme sui paesi terzi sicuri che seppelliranno l’idea del Vecchio Continente come spazio di sicurezza e libertà, almeno formale, per chi fugge da guerre e persecuzioni. Ma anche con una proposta di modifica al nuovo regolamento rimpatri che rischia di importare in Europa le scene viste negli Usa: i raid anti-migranti della polizia Ice.

L’articolo 23a è comparso ieri nella posizione negoziale adottata dal Consiglio dell’Unione europea, nella formazione dei ministri dell’Interno, come aggiunta a quanto aveva affermato in materia la Commissione. Allo scopo di garantire rimpatri efficaci, la norma formalizza la possibilità di «perquisire il cittadino di un paese terzo e il suo luogo di residenza o altri locali pertinenti». Per lo stesso obiettivo sarà anche possibile «analizzare e sequestrare effetti personali, dispositivi elettronici e altri oggetti rilevanti» oltre a «imporre misure investigative». Ovviamente senza il consenso dei cittadini stranieri.

«L’ARTICOLO non chiarisce se queste retate potranno essere realizzate per preparare o effettuare le deportazioni di persone in situazione irregolare già conosciute dalle autorità o addirittura se potranno servire per andare a cercarle in luoghi ritenuti sensibili», afferma Silvia Carta, advocacy officer dell’organizzazione Picum, che a Bruxelles lavora sulle politiche di criminalizzazione delle persone migranti. «Consentire alle autorità di entrare nelle abitazioni private con una discrezionalità così ampia è un chiaro tentativo di intimidire chiunque aiuti un altro essere umano e di mettere le persone bisognose in pericolo ancora maggiore – continua Carta – Non possiamo permettere che l’applicazione delle norme in materia di immigrazione diventi la porta d’accesso alla normalizzazione delle pratiche di Stato di polizia in Europa».

Non possiamo permettere che l’applicazione delle norme in materia di immigrazione sia la porta d’accesso a pratiche da Stato di polizia.
Silvia Carta, Picum

In effetti l’ambiguità dell’articolo sembra voluta e con quella definizione di «altri locali pertinenti» rischia di incoraggiare le retate in tribunali, chiese, luoghi di rifugio gestiti dalle ong alla ricerca di persone che non hanno commesso alcun reato, ma si trovano soltanto in situazione di irregolarità amministrativa a causa delle norme europee e nazionali che impediscono loro di regolarizzarsi.

PER IL MOMENTO si tratta soltanto di una proposta. Tra le varie normative in materia di immigrazione su cui stanno discutendo le istituzioni comunitarie, il nuovo regolamento rimpatri è quella che avrà bisogno di maggior tempo. Ha fatto emergere diversi dissidi tra i paesi membri che andranno risolti, in particolare sull’implementazione automatica tra tutti i partner dei provvedimenti di deportazione emessi da singoli Stati, e il parlamento di Strasburgo deve ancora definire la propria posizione. In ogni caso è chiaro dove soffia il vento: su questi argomenti il solco con le estreme destre è abbondantemente saltato e i Popolari non si fanno alcun problema a votare insieme ai gruppi più estremisti e razzisti.

In un modo o nell’altro passeranno norme che andranno a colpire duramente la vita di decine di migliaia di cittadini stranieri. Tra queste c’è la richiesta di aumentare il periodo massimo di detenzione amministrativa e la possibilità di aprire return hub nei paesi terzi, ovvero centri per i rimpatri in cui parcheggiare i migranti in attesa del trasferimento coatto a casa.

Tutte misure che il governo di Giorgia Meloni sostiene con forza, per dare un senso ai centri d’oltre Adriatico e forse anche per dimostrare all’amico Donald Trump che in materia di politiche liberticide e discriminatorie l’Europa può fare tranquillamente la sua parte.

ANCHE A COSTO di rinnegare l’identità su cui sarebbe dovuta essere costruita. Che non è l’omogeneità etnica, come sostengono i Maga, ma uno spazio di pace e sicurezza in grado di garantire in senso universalistico i diritti fondamentali.


Israele ha disegnato un altro confine: così si prende mezza Gaza

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

Di Eliana Riva, il manifesto

La seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas comincerà presto, così ha dichiarato il premier Benjamin Netanyahu. Probabilmente sarà lui stesso ad annunciarla, insieme al presidente statunitense Donald Trump, gli ultimi giorni del 2025: il primo ministro israeliano volerà negli Usa il prossimo 29 dicembre.

Durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Merz, in visita ufficiale in Israele tra il 6 e il 7 dicembre, Netanyahu ha parlato anche di una «fase tre» per Gaza. Questo nuovo stadio, che non compare ufficialmente nel piano Trump, prevederebbe la «deradicalizzazione» della Striscia: «Come è stato fatto in Germania, in Giappone, e negli stati del Golfo – ha dichiarato Netanyahu – ora deve essere fatto a Gaza».

È PROBABILE che la visita oltre oceano sarà l’occasione anche per chiarire a Washington le accuse di spionaggio nei confronti degli alleati americani. Un’inchiesta del quotidiano inglese The Guardian ha riportato della preoccupazione da parte dei militari statunitensi presenti nel Centro di coordinamento civile-militare (Cmcc). La struttura, creata per sovrintendere all’attuazione del piano Trump per Gaza, accoglie personale proveniente da diversi paesi ma esclude i palestinesi, del tutto non rappresentati. Secondo le fonti del Guardian i militari di Tel Aviv avrebbero spiato le operazioni del personale statunitense, arrivando a registrare le riunioni e le conversazioni degli alleati.

Il comandante statunitense della base, il tenente generale Patrick Frank, ha convocato la controparte israeliana, intimandole di interrompere subito le attività di registrazione. Anche altri paesi avrebbero dato l’ordine di non condividere informazioni sensibili all’interno della struttura, per non correre il rischio che vengano raccolte e sfruttate da Israele. Washington non ha commentato la notizia ma Tel Aviv ha confermato in qualche modo l’acquisizione dei dati, dichiarando però che si tratterebbe di operazioni trasparenti e condivise, ma rifiutandosi di spiegare la richiesta di Frank.

MENTRE NETANYAHU annuncia che la seconda fase del piano è vicina, i vertici militari rivendicano l’occupazione di Gaza, che considerano ufficiale e, soprattutto, permanente. Anche se gli accordi firmati sotto l’egida degli Stati uniti prevedono il ritiro graduale e completo dei militari di Tel Aviv, il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha affermato che la cosiddetta «linea gialla» è ormai diventata il nuovo confine. «Abbiamo il controllo operativo su vaste parti della Striscia di Gaza e rimarremo su quelle linee di difesa – ha dichiarato ieri Zamir – La linea gialla è una nuova linea di confine, che funge da linea difensiva per le nostre comunità e da linea di attività operativa».

Dunque, ormai è ufficiale: Tel Aviv intende mantenere l’occupazione di quasi il 60% della Striscia, continuando dalle sue postazioni a colpire con cecchini, carri armati e droni la popolazione palestinese. Anche ieri un nuovo bombardamento a Deir al-Balah ha ucciso una persona, mentre le case vengono ancora fatte a pezzi, che si trovino dentro o fuori la «linea gialla».

Domenica il ministero della salute di Gaza ha fatto sapere che almeno 373 persone sono state uccise e 970 ferite da Israele dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco, il 10 ottobre. Inoltre, la chiusura dei valichi e i continui rallentamenti di Tel Aviv al passaggio degli aiuti umanitari, causano una grave mancanza di farmaci e di attrezzature mediche. Secondo il ministero, il 52% dei farmaci essenziali sono esauriti, così come il 70% delle forniture di laboratorio.

ANCHE l’attacco ai palestinesi della Cisgiordania prosegue con quotidiana e rinnovata violenza. Il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra, Itamar Ben Gvir, ieri si è presentato a un’udienza della Knesset con indosso una spilla a forma di cappio. Al parlamento era in discussione la proposta di legge sulla pena di morte per i palestinesi che uccidono un israeliano. La stessa pena non è prevista per gli israeliani, che al contrario godono di una immunità pressoché totale. Il cappio è «una delle opzioni», ha dichiarato Ben Gvir, aggiungendo che la legge prevederà non solo la forca ma anche «la sedia elettrica e l’iniezione letale».

Mentre Tel Aviv fa sapere che destinerà 2,7 miliardi di shekel per la creazione di 17 nuovi insediamenti in Cisgiordania, le Nazioni unite, hanno condannato l’attacco delle forze armate israeliane alla sede dell’Unrwa – l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi – a Gerusalemme est occupata. Nonostante il quartier generale di Sheikh Jarrah fosse inattivo da quando Tel Aviv ha dichiarato fuori legge l’agenzia, i soldati hanno perquisito i locali e confiscato le attrezzature.

Nell’immagine: palestinesi camminano in una strada di Jabaliya


Dopo il 1945, come l’estrema destra è diventata un movimento europeo

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

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Di Benjamin von Wyl, tvsvizzera.it

Gonzague de Reynold era un personaggio davvero particolare. Cercò di convincere il dittatore italiano Benito MussoliniCollegamento esterno a rendere più cattolico il fascismo.

Il cattolico conservatore De Reynold riteneva che, senza Cristianesimo, la democrazia sarebbe diventata la forma di governo “inevitabilmente più inumana”. Secondo una biografia era un “cieco ammiratore” del dittatore portoghese Salazar e sperava che l’Europa si “portogalizzasse”.

Gonzague de Reynold tra democratici e antidemocratici

Negli anni Trenta de Reynold contribuì a plasmare la cosiddetta difesa spiritualeCollegamento esterno della Svizzera, partecipò alla creazione della Commissione internazionale di cooperazione intellettualeCollegamento esterno, organismo da cui nacque poi l’UNESCO e fu consulente di alcuni consiglieri federali.

In Svizzera, de Reynold è stato dimenticato dai più, ma c’è ancora chi continua a considerarlo una figura di riferimento, tra questi ci sono gli ambienti conservatori, ma anche gruppi dell’estrema destra, come i Fight ClubCollegamento esterno della Svizzera romanda, che lo citano come personaggio identitario, mentre blog francesi lo ricordano come un “controrivoluzionarioCollegamento esterno” svizzero.

Dopo la Seconda guerra mondiale, de Reynold mantenne il suo ruolo di “costruttore di ponti tra ambienti politici”, come afferma lo storico Damir Skenderovic, rimanendo fino alla sua morte, avvenuta nel 1970, una figura di spicco.

Skenderovic ne traccia un ritratto ambivalente. De Reynold mostra come, in Svizzera, anche dopo il secondo conflitto mondiale era possibile muoversi sul filo tra autoritarismo e democrazia senza compromettere la propria reputazione, una posizione più difficile da gestire in altre democrazie europee dell’epoca.

Il nuovo volto dell’estrema destra in Europa e in Svizzera. Il reportage di Falò (RSI)

Dimenticata per decenni: la destra radicale dopo il 1945

Da trent’ anni Skenderovic studia la destra reazionaria e radicale. Inizialmente era quasi il solo a farlo. “Non solo in Svizzera la storiografia si è occupata poco dell’estremismo di destra dopo il 1945”, osserva. Le storiche e gli storici in Germania se ne sono resi conto solo nel 2018, quando al Deutschen HistorikertagCollegamento esterno, (la giornata degli storici tedeschi) approvarono una risoluzione contro la minaccia dei movimenti populisti di destra, con un riferimento particolare al partito Alternative für Deutschland (AfD). “Si sono chiesti: dov’è la storia contemporanea? Ce la siamo lasciata sfuggire?”.

Secondo Skenderovic, la ricerca storica ha effettivamente trascurato a lungo questo argomento, mentre le scienze politiche e la sociologia hanno promosso un’ampia produzione sul tema.

I movimenti di destra si identificano come europei

In un contesto in cui esponenti politici della destra ostentano le proprie amicizie internazionali e nel Parlamento europeo ci sono vari gruppi di estrema destra, diventa fondamentale comprendere le interconnessioni tra i nazionalisti di vari Paesi. In un articolo, la politologa italiana Manuela Caiani illustra come i partiti dell’estrema destra dell’Europa occidentale abbiano cercato di coordinarsi fin dalla metà degli anni Ottanta, una strategia che ne ha promosso il successo. La ricercatrice ricorda inoltre che oggi le attiviste e gli attivisti si definiscono europei, una caratteristica con una connotazione positiva.

L’articolo di Caiani si apre con una citazione della presidente del Consiglio italiano, Giorgia MeloniCollegamento esterno, che facendo campagna per il partito spagnolo di estrema destra Vox, afferma: “La vostra vittoria può dare slancio all’intera Europa”.

Secondo Skenderovic, la storiografia deve recuperare terreno. “Per decenni, il 1945 è stato considerato come uno spartiacque e ci si è interessati ad altro”, osserva. Molti aspetti restano inesplorati, ad esempio, come le idee di una generazione più anziana di estremisti siano state trasmesse alle generazioni successive.

Proprio come Gonzague de Reynold, anche Skenderovic è professore all’Università di Friburgo. Ed è proprio in quell’ateneo che lo storico ha organizzato questo autunno una conferenza di storia contemporanea sull’estrema destra transnazionaleCollegamento esterno. Durante il simposio si sono incontrati ricercatrici e ricercatori di tutta l’Europa e hanno confrontato le loro ricerche per cercare e trovare analogie tra le biografie della destra radicale dopo il 1945.

Il ruolo dei Paesi neutrali per l’estremismo di destra

I Paesi neutrali come la Svizzera o la Svezia hanno avuto un ruolo significativo. Come ha esposto la storica Valérie Dubslaff durante la sua conferenza, in questi Stati era più semplice proseguire il “proprio coinvolgimento nazista” dopo il 1945. Un primo esempio è la conferenza di Malmö del 1951, da cui nacque il movimento Europäischen Sozialen Bewegung (ESB, Movimento sociale europeo), una sorta di “internazionale neonazionalista”.

A questo movimento partecipò anche lo svizzero Gaston-Armand Amaudruz, che con il Courrier du continent si rivolgeva sempre a persone di tutta l’Europa.

L’ESB rimase di dimensioni ridotte, ma la sua struttura è molto interessante ed è stata descritta durante la conferenza: ancora prima che venisse fondata la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, organizzazione antesignana dell’odierna UE, questi estremisti avevano creato una loro “Commissione europea” e un piccolo “congresso”. Promuovevano una visione paneuropea, anticomunista, immaginando una federazione alternativa alla NATO.

Ben presto Amaudruz e altri si separarono dall’ESB per formare un gruppo ancora più radicale. Questi movimenti persero rapidamente importanza, ma i loro legami internazionali sono rimasti molto ramificati. Ad esempio, Gamal Abdel Nasser, leader del panarabismo, ricevette l’attivista dell’ESB e nazista tedesco Karl-Heinz Priester.

Il negazionista della Shoah Gaston-Armand Amaudruz

A persone come Amaudruz che negavano l’Olocausto, la Svizzera offrì un quadro giuridico-legale favorevole. Fino al 1995 con l’introduzione della norma penale contro il razzismo, nessuna legge vietava infatti la negazione della Shoah. Di conseguenza, libri che contestavano lo sterminio nazista di sei milioni di ebree ed ebrei venivano spesso distribuiti anche dalla Svizzera. Amaudruz spesso spediva i suoi pamphlet in tutto il mondo.

I negazionisti dell’Olocausto attivi in Europa tra gli anni Cinquanta e Novanta raggiunsero con le loro riviste solo alcune centinaia o poche migliaia di persone e le loro associazioni transnazionali non divennero mai un fenomeno di massa.

Eppure, Skenderovic è convinto che rappresentino tasselli importanti per comprendere come il fascismo e altre ideologie di estrema destra abbiano potuto attecchire di nuovo dopo il 1945.

Altre tessere del puzzle sono l’esilio e la diaspora, come ha illustrato a Friburgo Manuel Miraneau sulla base dell’esempio dell’imprenditore rumeno Iosif Drăgan, che dopo la Seconda guerra mondiale fece fortuna in Italia.

Per Skenderovic, il ruolo della diaspora nel favorire le reti dell’estremismo di destra nel dopoguerra è un ambito poco studiato.

L’antifemminismo come tema unificante dell’estrema destra internazionale

Da poco tempo, osserva Skenderovic, molte giovani storiche e molti giovani storici si occupano dell’estremismo di destra dopo il 1945, correggendo una precedente distorsione maschile nella ricerca. Oggi, molte donne conducono studi sulle continuità transnazionali nell’antifemminismo e nel movimento antiabortista all’interno delle destre internazionali. Secondo Skenderovic, solo ora emerge con chiarezza quanto questi temi siano stati centrali per le alleanze della destra radicale ed estrema.

Molti elementi dividono le e i nazionalisti quando tentano di organizzarsi su scala internazionale. Fattori unificanti sono invece una visione patriarcale della donna, l’immigrazione extraeuropea e la costruzione di una propria identità distintiva. “Gli estremisti e i nazionalisti sono riusciti a solidarizzare oltre i confini nazionali imponendo l’idea dell’Europa come Occidente culturale, in modo diverso rispetto ai razzisti dichiarati come Amaudruz”, afferma Skenderovic. La ricerca su quanto questo tipo di pensiero abbia influenzato la storia dell’integrazione europea dagli anni Cinquanta è ancora agli inizi.

Il processo di integrazione europea influenzato da idee di estrema destra?

“In che misura alcune idee dell’estrema destra sono confluite nella storia dell’integrazione europea?”, si chiede Skenderovic, ricordando che studi mostrerebbero che negli anni Cinquanta il colonialismo ebbe un ruolo importante per alcune figure promotrici dell’unità europea. Immaginavano che un’Europa unita potesse rafforzare il loro potere coloniale in Africa.

Già il cattolico conservatore friburghese Gonzague de Reynold aveva una visione transnazionale e promuoveva in Svizzera l’idea di un “Europa delle patrie”. Il suo ideale era il Sacro Romano Impero della Nazione germanica e l’Impero romano, come ricorda la biografia dello storico Aram Mattioli.

Nel 2025, alcuni movimenti dell’estrema destra continuano a ispirarsi agli stessi modelli.

Nell’immagine: Il primo ministro italiano Giorgia Meloni, del partito di estrema destra Fratelli d’Italia, si collega in video a una conferenza a Madrid organizzata dal partito di estrema destra spagnolo Vox nel settembre 2025


E allora povero Cristo!

I politici europei non sono ancora riusciti a metterle insieme in modo che siano la stessa speranza e lo stesso progetto 

Reportage (o, meglio, servizio giornalistico televisivo inglese) realizzato in Pennsylvania. Una giovane che più americana non si può, interpellata, dice con sorriso accondiscendente: “Trump’s supporters think he’s the reincarnation of Christ” (“I sostenitori di Trump ritengono che egli sia la reincarnazione di Cristo”). E Buon Natale. Una signora severa ed occhialuta a domanda dubbiosa si intromette con piglio teologico e commenta polemicamente: “You believe in reason, I believe in the Bible” (“Voi credete nella ragione, io credo nella Bibbia”). Accanto un distinto signore, con sorriso ambiguamente ironico, osserva la scena e poi aggiunge che ormai da “In God We Trust” (in Dio riponiamo la nostra fede, stampato sui dollari, monete metalliche e banconote) si è passati (slipped, “scivolati”, quasi onomatopeico in inglese) in “Trump We Trust”. E allora buoni affari.

Potremmo dedurne, con quel minimo di intelligenza che forse rimane ancora, che il sentimento religioso (o potremmo anche dire ora,  tristemente: il clima natalizio) è passato armi e bagagli dall’”ekklesia” (dal greco “assemblea”, dal verbo “ekkaleo” che significa “io vi convoco”) al campo o al mercimonio politico (io vi attruppo, per i miei scopi). Capita comunque anche in Svizzera con la storiella dell’identità cristiana come marchio di legittimità nazionale ostentata ora da un partito.

C’è chi laicamente ha osato commentare tra blasfemia e feroce ironia, che l’Immacolata concezione (che i cattolici festeggiano l’8 dicembre) non risulta poi così impensabile rispetto all’invenzione del MAGA trumpiano (Make America Great Again), sempre espresso con alato berretto rosso calcato sulla capoccia. Si vedono attorno, ostentati con orgoglio, altri berretti rossi, più espliciti, con altre scritte più “metafisiche”; come – mutando verso – “Make America Godly Again” (Rendi l’America nuovamente credente) o persino “Jesus is my Savior, Trump is my president” (Gesù è il mio Salvatore , Trump il mio presidente).

C’è però anche chi constata che, a dispetto di una loro diserzione (meno del 50 per cento degli statunitensi sono affiliati ad una religione), i luoghi santi e sacri o apocalitticamente terrificanti si sono di questi tempi moltiplicati all’infinito (piattaforme online, streaming, forum evangelici tonitruanti…). Bisogno di religione?

Marx, quello della religione “oppio del popolo”, in un testo del 1843, quasi sempre male interpretato, considerava il fatto religioso come “il sospiro della creatura oppressa”, “l’anima del mondo senza anima”, che può anche essere “l’espressione di una sofferenza reale” e, contemporaneamente, “una protesta con la sofferenza reale”. Forse potremmo anche metterla così per salvare almeno un po’ di senso.

O potremmo anche semplicemente ripescare una citazione attribuita all’illuminante Chesterton (l’indimenticabile autore di “Padre Brown”): “Quando l’umano distorce Dio a proprio uso e consumo o si ritiene addirittura Dio, si finisce semplicemente per credere in non importa qualunque … “shit” (stronzata)”. E allora, povero Cristo!

Nell’immagine: illustrazione da The Economist