A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia
“Shir”, il leone in farsi. L’aggressore israeliano insiste. Definendo “Operazione Ruggito del Leone” l’offensiva anti-Iran iniziata la notte scorsa, in perfetta sintonia con l’alleato statunitense. Così non accadde otto mesi fa, in giugno, quando fu la determinazione di Netanyahu a determinare la partecipazione statunitense. Tsahal attaccò, i super-bombardieri USA seguirono per completare il lavoro.
Assicurarono, a Washington e Gerusalemme, che quei dodici giorni del giugno 2025 fossero bastati a risolvere il problema: cioè sradicare la minaccia, imminente o meno, di un Iran in possesso dell’arma atomica. Bugie. In realtà, gli ayatollah erano riusciti a ‘nascondere’ e salvare basi sotterranee a sufficienza per riprendere a breve, in profondi bunker e occultati laboratori, la costruzione e i depositi di materiali indispensabili ad un arsenale nucleare. Lo confermarono alcune inchieste giornalistiche americane, irrise dalla Casa Bianca. Smentite che non smentivano.
Ed eccoci infatti alla replica odierna. Che anche stavolta si vuole “definitiva”, colpendo per prima la “testa” dello Stato teocratico, cioè l’ayatollah Khameney, “guida suprema”, successore designato di Khomeini. Contro le sue residenze e i suoi presunti nascondigli fra le rocce sono stati lanciati i primi missili. Fase iniziale che durerà almeno cinque giorni, nella speranza che bastino per decapitare e deprimere politicamente la rivoluzione islamica. Poi si vedrà quale direzione potrà o dovrà imboccare la coalizione israelo-americana per imporre il “regime-change”.
“Alcuni mesi”, avevano pronosticato alla vigilia esperti dello Stato ebraico, tuttavia senza mai evocare la possibilità-necessità di “operazioni terrestri”, quel pericoloso “boots on the ground” che oggi, se possibile, viene evitato da qualsiasi buon generale. Ma senza mettere “gli stivali a terra” nessuno può scommettere sul futuro di un Iran preso di mira da una potenza regionale, Israele, e dall’unica superpotenza mondiale, Stati Uniti. Né l’Iran, che ha memoria storica del suo passato imperiale, non è certo il Venezuela, in poche ore caduto in mani americane e praticamente messosi al servizio degli interessi strategici ed anche economici (petrolio) della Casa Bianca.
L’ex Persia, con i suoi oltre novanta milioni di abitanti, è anche un mosaico esplosivo: minoranze etniche (dai kazaki ai curdi) in ansiosa ricerca almeno di autonomia amministrativa, nazione di giovani in contrasto con la tradizione, città modernizzanti contro realtà tribali delle campagne, massa rurale assai sussidiata dal regime contro realtà commerciale urbana che quando si associa a proteste sociali diventa angoscia pura per gli uomini delle moschee, giovani occidentalizzanti che guardano con scarso interesse e ancor meno passione agli alleati russi o cinesi di Teheran.
“Sarete finalmente liberi di scegliere” ha ripetuto agli iraniani il premier di Israele. Ma in una situazione di forte frammentazione etnica e sociale, quale scelta potrebbe essere libera e condivisa? Le frequenti e coraggiose rivolte popolari degli ultimi anni non hanno avuto la capacità di esprimere una leadership e una coalizione politica in grado di coagulare e organizzare la resistenza contro la feroce repressione delle moschee. E anche all’estero, la diaspora iraniana è attraversata da feroci divisioni.
Dunque, a chi e come, la forza militare di Israele e America possono assegnare la guida di un paese al quale è pressoché impossibile assegnare una “democrazia importata e imposta”? Esperienza già fatta a sud del Mediterraneo (Irak, Libia, Libano) e regolarmente fallita.
Sempre, poi, che il “Board of Peace” inventato e presieduto (a vita!) da Donald Trump – per ora più un comitato d’affari che non un club davvero interessato e organizzato per sostituire o almeno affiancare l’ONU nella ricerca di soluzioni pacifiche – dimostri di aver senso.
Che certo per ora non ha.
Nell’immagine: foto satellitare del complesso residenziale di Khamenei distrutto a Teheran