Ma l’Iran non era già stato debellato?

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

“Shir”, il leone in farsi. L’aggressore israeliano insiste. Definendo “Operazione Ruggito del Leone” l’offensiva anti-Iran iniziata la notte scorsa, in perfetta sintonia con l’alleato statunitense. Così non accadde otto mesi fa, in giugno, quando fu la determinazione di Netanyahu a determinare la partecipazione statunitense. Tsahal attaccò, i super-bombardieri USA seguirono per completare il lavoro. 

Assicurarono, a Washington e Gerusalemme, che quei dodici giorni del giugno 2025 fossero  bastati a risolvere il problema: cioè sradicare la minaccia, imminente o meno, di un Iran in possesso dell’arma atomica. Bugie. In realtà, gli ayatollah erano riusciti a ‘nascondere’  e salvare basi sotterranee a sufficienza per riprendere a breve, in profondi bunker e occultati laboratori, la costruzione e i depositi di materiali indispensabili ad un arsenale nucleare. Lo confermarono alcune inchieste giornalistiche americane, irrise dalla Casa Bianca. Smentite che non smentivano. 

Ed eccoci infatti alla replica odierna. Che anche stavolta si vuole “definitiva”, colpendo per prima la “testa” dello Stato teocratico, cioè l’ayatollah Khameney, “guida suprema”, successore designato di Khomeini. Contro le sue residenze e i suoi presunti nascondigli fra le rocce sono stati lanciati i primi missili. Fase iniziale che durerà almeno cinque giorni, nella speranza che bastino per decapitare e deprimere politicamente la rivoluzione islamica. Poi si vedrà quale direzione potrà o dovrà imboccare la coalizione israelo-americana per imporre il “regime-change”.

“Alcuni mesi”, avevano pronosticato alla vigilia esperti dello Stato ebraico, tuttavia senza mai evocare la possibilità-necessità di “operazioni terrestri”, quel pericoloso “boots on the ground” che oggi, se possibile,  viene evitato da qualsiasi buon generale. Ma senza mettere “gli stivali a terra” nessuno può scommettere sul futuro di un Iran preso di mira da una potenza regionale, Israele, e dall’unica superpotenza mondiale, Stati Uniti. Né l’Iran, che ha memoria storica del suo passato imperiale, non è certo il Venezuela, in poche ore caduto in mani americane e praticamente messosi al servizio degli interessi strategici ed anche economici (petrolio) della Casa Bianca. 

L’ex Persia, con i suoi oltre novanta milioni di abitanti, è anche un mosaico esplosivo: minoranze etniche (dai kazaki ai curdi) in ansiosa ricerca almeno di autonomia amministrativa, nazione di giovani in contrasto con la tradizione, città modernizzanti contro realtà tribali delle campagne, massa rurale assai sussidiata dal regime contro realtà commerciale urbana che quando si associa a proteste sociali diventa angoscia pura per gli uomini delle moschee, giovani occidentalizzanti che guardano con scarso interesse e ancor meno passione agli alleati russi o cinesi di Teheran. 

“Sarete finalmente liberi di scegliere” ha ripetuto agli iraniani il premier di Israele. Ma in una situazione di forte frammentazione etnica e sociale, quale scelta potrebbe essere libera e condivisa? Le frequenti e coraggiose rivolte popolari degli ultimi anni non hanno avuto la capacità di esprimere una leadership e una coalizione politica in grado di coagulare e organizzare la resistenza contro la feroce repressione delle moschee. E anche all’estero, la diaspora iraniana è attraversata da feroci divisioni.

 Dunque, a chi e come, la forza militare di Israele e America possono assegnare la guida di un paese al quale è pressoché impossibile assegnare una “democrazia importata e imposta”? Esperienza già fatta a sud del Mediterraneo (Irak, Libia, Libano) e regolarmente fallita.

Sempre, poi, che il “Board of Peace” inventato e presieduto (a vita!) da Donald Trump – per ora più un comitato d’affari che non un club davvero interessato e organizzato per sostituire o almeno affiancare l’ONU nella ricerca di soluzioni pacifiche – dimostri di aver senso.
Che certo per ora non ha. 

Nell’immagine: foto satellitare del complesso residenziale di Khamenei distrutto a Teheran


Lorenzo Cremonesi – È di nuovo guerra. USA e Israele attaccano l’Iran

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

Lorenzo Cremonesi è inviato di guerra del Corriere della Sera

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Sarah Parenzo- Incubi e speranze. Israele rivive le sue incertezze

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Lo strano silenzio dell’UDC sull’iniziativa anti-SSR

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

È importante dialogare con persone che la pensano diversamente e ascoltarle. Questo è fondamentale in un Paese democratico. Per questo ho posto le seguenti domande al presidente dell’UDC e consigliere nazionale Marcel Dettling:

«Quali sono i due motivi principali dell’iniziativa dell’UDC “200 franchi sono sufficienti”?»

E ancora: «In un periodo in cui le case editrici di giornali sono in crisi e le mezze verità, le falsità e le bugie si diffondono soprattutto su Internet, anche lei, in qualità di politico, non dipende forse da informazioni veritiere e indipendenti come quelle trasmesse dai programmi della SSR (ad esempio Echo der Zeit)?»

Ancora oggi sto aspettando una risposta. Per precauzione ho sottoposto le stesse domande alla segreteria generale dell’UDC a Berna, perché forse il presidente non ha tempo per rispondere alle domande di un giornalista indipendente. Ma anche la segreteria generale non ha reagito.

Dopo ben due settimane ho chiesto nuovamente una risposta. L’UDC avrebbe potuto anche comunicare che non aveva tempo. Oppure è consuetudine dell’UDC non rispondere alle domande di giornalisti sconosciuti o sgraditi? Devo quasi supporlo, perché anche un anno fa non ho ricevuto alcuna risposta quando ho chiesto perché l’UDC chiedesse che la Svizzera uscisse dall’accordo di Parigi sul clima.

Una SSR «snella»: cosa significa?

Nelle interviste e negli articoli, i sostenitori dell’iniziativa popolare hanno sottolineato che non intendono affatto distruggere la SSR. Il denaro dovrebbe continuare a essere distribuito alle emittenti radiofoniche e televisive nelle diverse parti del Paese, ma la SSR dovrebbe diventare “più snella” e concentrarsi principalmente su informazione, cultura e sport.

In realtà, l’UDC e i Giovani Liberali dovrebbero sapere che con 200 franchi non è possibile garantire un’offerta di qualità in materia di informazione, cultura e sport in tre o quattro lingue nazionali. Molte cose dovrebbero essere centralizzate a Zurigo. In Ticino, ad esempio, l’adempimento di questo mandato sarebbe possibile solo in misura molto limitata. Nella Svizzera tedesca scomparirebbero gli studi regionali.

Questo è uno dei motivi per cui i Cantoni respingono con decisione questa iniziativa popolare, poiché temono, tra l’altro, che le informazioni regionali verrebbero trasmesse solo in misura molto limitata.

Con affermazioni false, i politici dell’UDC cercano di convincere gli elettori a votare sì. Affermano, ad esempio, che i programmi di informazione siano di sinistra. Diversi studi condotti dall’Università di Zurigo smentiscono questa affermazione. Ma i politici dell’UDC ribattono che i responsabili degli studi sono essi stessi di sinistra.

Con slogan ad effetto, i risultati concordanti delle ricerche vengono diffamati come di parte. Ciò è in contrasto con il fatto che l’associazione apartitica Medienqualität Schweiz, di cui fanno parte professori di diverse università, nella sua valutazione annuale dei 42 media informativi più importanti ha eletto per cinque volte consecutive il programma di attualità «Echo der Zeit» di Radio SRF al primo posto nella classifica dei migliori programmi di informazione.

La diversità linguistica fa la differenza

In diversi luoghi della Svizzera sono esposti manifesti dell’UDC che mostrano un diavolo rosso con la scritta: «Fermate l’inferno delle tasse di sinistra!». Inferno, diavolo… non è grottesco? Esagerato e scorretto è anche un annuncio a tutta pagina – apparso tra l’altro sul quotidiano ticinese «La Regione» – che sostiene che in Svizzera i canoni radiofonici e televisivi sono i più alti al mondo.

I sostenitori dell’iniziativa popolare trascurano il fatto che il servizio pubblico in Svizzera non solo è sostenuto da un pubblico numericamente più ridotto rispetto ai Paesi vicini, ma che le trasmissioni sono in quattro lingue. Se si tiene conto di questo fatto, risulta che i programmi dell’SSR sono prodotti con meno soldi rispetto ad altre emittenti radiofoniche e televisive in Europa.

In realtà, proprio il modo in cui l’UDC conduce la campagna per la sua iniziativa è un esempio lampante della necessità di informazioni veritiere. Il diavolo rosso potrebbe in definitiva convincere  proprio molti svizzeri che una SSR forte è importante e indispensabile per la Svizzera.

Articolo pubblicato da Journal21
Nell’immagine: il manifesto elettorale dell’UDC sull’iniziativa per dimezzare la SSR a Buochs, nel Cantone di Nidvaldo. È la chiara dimostrazione che l’iniziativa non vuole sgravare i cittadini dal peso del canone, ma colpire la SSR che accusa infondatamente di essere di sinistra 


Su Kabul ora si abbattono le bombe pachistane

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

Di Giuliano Battiston, il manifesto

È scontro militare tra Afghanistan e Pakistan. Il più grave da quando, nell’estate del 2021, i Talebani sono tornati al potere ristabilendo l’Emirato islamico e girando le spalle ai mentori di un tempo. Con un’operazione senza precedenti, nella notte tra giovedì e venerdì l’aviazione pachistana ha colpito obiettivi militari – perlopiù depositi di munizioni – nella capitale afghana Kabul e a Kandahar, la città in cui risiede il leader supremo dei Talebani Haibatullah Akhundzada. E ancora nelle province di Nangarhar, Paktia e Paktika, nell’area orientale affacciata sulla Durand Line, la linea di confine tracciata dal colonialismo che non viene riconosciuta da Kabul, storico nodo di dissidio.

UN’OPERAZIONE dovuta, in risposta alle azioni condotte dall’Emirato nelle ore precedenti in territorio pachistano, dove sono state colpite alcune installazioni militari. Così secondo la versione del Paese dei puri, diversa da quella afghana. Kabul rimanda infatti agli attacchi aerei condotti il 22 febbraio dal Pakistan nella provincia di Nangarhar. Decine i civili uccisi. «Niente affatto, erano jihadisti», replica Islamabad. Il rimpallo di responsabilità non è cosa nuova, tanto che lo scorso ottobre-novembre sono intervenuti i governi di Qatar e Turchia per ottenere una tregua che non ha però impedito, nei mesi successivi, continui scambi a fuoco. Nelle ultime ore il conflitto ha assunto tratti più preoccupanti: per il ministro della Difesa del Pakistan, Khawaja Asif, «è guerra aperta», anche se dati e numeri delle vittime sono difficili da accertare, per ora.

SU TERRITORIO afghano, secondo Islamabad i Talebani offrirebbero ospitalità, libertà di movimento e sostegno logistico-militare al Tehreek-e-Taliban-Pakistan (Ttp), i Talebani pachistani, un gruppo-ombrello di jihadisti formato nell’inverno 2007 nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa (all’epoca Nwfp, North-West Frontier Province). Mira a rovesciare le istituzioni di Islamabad e a introdurre leggi islamiche e da quando i “cugini” afghani sono tornati al potere a Kabul ha intensificato gli attacchi. Secondo il Pakistan Institute for Peace Studies, un istituto di ricerca con base a Islamabad, nel 2025 nel corso di più di 300 attacchi il Ttp avrebbe causato la morte di più di 440 persone in Pakistan, l’80% membri delle forze di sicurezza. La tendenza continua nel 2026. E le autorità di Islamabad tendono ad attribuire al Ttp ogni attacco.

ANCHE L’ATTENTATO suicida in una moschea sciita di Islamabad che il 6 febbraio ha provocato 32 morti, ma che è stato rivendicato dallo Stato islamico.
«Che non ci siano ambiguità», ha dichiarato ieri il tenente generale Ahmed Sharif Chaudhry, direttore generale delle pubbliche relazioni dei servizi di intelligence militare del Pakistan: «L’oppressivo regime talebano afghano deve fare una scelta chiara e decisiva. La scelta è tra lo stare dalla parte di gruppi terroristici come Tehreek-e-Taliban Pakistan, Baloch Liberation Army, Daesh, al-Qaeda, o dalla parte del Pakistan. Non ci sono vie di mezzo». Così il generale, riferendosi allo Stato islamico, un gruppo antagonista dei Talebani, ad al-Qaeda, con cui i rapporti sono invece buoni, e al movimento armato di separatisti beluci che fa la guerra a Islamabad rivendicando uno stato indipendente. Con l’aiuto dei Talebani e dell’India, è il sottinteso del discorso e uno dei veri nodi della faccenda. Perché se costanti negli ultimi 3-4 anni sono stati gli attriti militari al confine tra Afghanistan e Pakistan, nuovo è il contesto regionale.

IL PRIMO bombardamento di Kabul da parte dell’aviazione pachistana, nell’ottobre 2025, è avvenuto proprio nelle ore in cui il ministro degli Esteri dell’Emirato islamico d’Afghanistan, Amir Khan Muttaqi, veniva ricevuto in pompa magna dal governo di Narendra Modi a New Delhi, in India, l’acerrimo nemico del Pakistan. I rapporti tra India e Afghanistan si sono talmente rafforzati che, secondo Islamabad, i Talebani afghani farebbero il gioco dell’India, aiutando i militanti anti-pachistani. Teorie senza senso, secondo il portavoce dell’Emirato, Zabiullah Mujahid. «La questione del Tehreek-e-Taliban Pakistan viene utilizzata come pretesto per destabilizzare la regione ed è una questione interna del Pakistan», ha sostenuto ieri, ricordando che il governo afghano ha buoni rapporti con l’India, sì, ma che non sono diretti contro il Pakistan. «L’Emirato Islamico non è mai stato sotto il controllo di nessuno», ha dichiarato Mujahid, ribadendo la posizione dell’Emirato: «Non vogliamo recare danno a nessun paese, siamo pronti al dialogo, ma proteggeremo a ogni costo la nostra sovranità». Dall’altro lato della Durand Line, prende la parola anche il primo ministro Shehbaz Sharif, che annuncia «tolleranza zero» nei confronti dei «talebani afghani» e usa parole simili al portavoce talebano: «Il Pakistan sa come difendersi da qualsiasi aggressione».

Nell’ immagine: Afghanistan, 27 febbraio, forze di sicurezza afghane prendono posizione nella provincia di Nangarhar


Così gli Usa aiutano Israele ad annettere la Cisgiordania

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

L’ingresso della burocrazia nella colonia

Oggi a Efrat, non comparirà nulla che un occhio distratto possa scambiare per una svolta storica, nessuna nuova recinzione, nessun avamposto, nessuna collina occupata con la brutalità visibile del cemento. Arriveranno dei funzionari consolari americani, dei moduli, dei passaporti, in sintesi la burocrazia, e proprio per questo la decisione dell’ambasciata americana a Gerusalemme di portare per la prima volta i propri servizi dentro una colonia israeliana in Cisgiordania segna un passaggio più profondo di quanto suggerisca la sua superficie amministrativa. Portare il consolato dentro una colonia illegale per il diritto internazionale significa trattare un territorio che la legge continua a considerare occupato come se fosse già sotto sovranità israeliana.

Normalizzazione diplomatica e lessico dell’incorporazione

La scelta americana arriva dentro una fase in cui il linguaggio di Washington si è fatto più permeabile alla grammatica del fatto compiuto, e in cui Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, ha parlato dell’Area C come di uno spazio israeliano, riassumendo in una formula brutale ciò che una parte decisiva della destra israeliana pensa da anni e che ora prova a trasformare in architettura di governo. Contemporaneamente, il governo Netanyahu accelera nel rendere più semplice per gli israeliani acquistare proprietà in Cisgiordania, allentare i vincoli che avevano almeno in parte rallentato il mercato fondiario coloniale, estendere le capacità di intervento israeliane anche su materie come acqua, ambiente, archeologia, registrazione delle terre, significa lavorare non soltanto sull’espansione degli insediamenti esistenti, ma sulla sua futura leggibilità politica. Il linguaggio dei ministri israeliani soprattutto negli ultimi giorni è la voce del processo in corso. Smotrich non si limita a difendere la crescita degli insediamenti, ma ne parla come dello strumento con cui rendere definitiva l’impossibilità di uno Stato palestinese. Eli Cohen compie un passo ulteriore e chiama questo movimento con il suo nome sostanziale: sovranità di fatto. Ben Gvir continua a premere perché quella sostanza trovi presto anche la sua forma giuridica esplicita. Non è più il lessico della gestione provvisoria, dell’occupazione come eccezione lunga ma ancora teoricamente reversibile, è il lessico dell’incorporazione. Per anni il progetto è avanzato secondo una formula implicita: controllare senza annettere formalmente, espandere senza nominare, governare senza assumere fino in fondo il vocabolario della conquista. Oggi quella prudenza si assottiglia, non perché i ministri siano diventati più franchi in astratto, ma perché percepiscono che il terreno attorno a loro si è spostato: l’ostacolo internazionale appare più debole, il prezzo politico più basso, la distanza tra il fatto compiuto e la sua consacrazione ufficiale più breve.

Hebron, laboratorio permanente

È dentro questa saldatura tra normalizzazione diplomatica americana e radicalizzazione amministrativa israeliana che Hebron torna a mostrarsi per quello che è da decenni: il luogo in cui l’ideologia smette più in fretta di essere teoria e si deposita direttamente nelle case e nei quartieri. In nessun altro luogo della Cisgiordania il mutamento politico si imprime con tanta immediatezza come qui. Il 19 febbraio a Jabal Jalles quartiere palestinese a Est della Tomba dei Patriarchi nell’area H2 della città sotto controllo militare israeliano, in cinque edifici si sono stabilite 15 famiglie israeliane creando il nucleo di un nuovo insediamento: Shechunat HaGevurah, il quartiere dell’eroismo. Il nome non è ornamentale, ma tiene insieme il culto dei caduti, la consacrazione della forza e l’idea che l’abitare possa essere la prosecuzione civile di una guerra. A promuovere l’operazione è Harchivi Makom Ohalecha, un’organizzazione che da anni lavora sull’acquisizione di immobili palestinesi a Hebron, il cui compito è trasformare la compravendita in radicamento, il denaro in geografia, il mercato in progetto ideologico. Nel nome stesso dell’associazione – “Allarga lo spazio della tua tenda” – c’è già la fusione tra citazione biblica e programma territoriale.

La sequenza: forza, insediamento, normalità

Anche la sequenza con cui si è compiuta l’operazione dice molto: il giorno precedente all’ingresso delle famiglie, le forze armate israeliane hanno compiuto un raid notturno: arresti, irruzioni, residenti fermati, una casa sequestrata e trasformata in punto di presenza militare. È un dato che restituisce la grammatica costante di Hebron, in cui prima lo spazio viene piegato dalla forza, poi la nuova presenza civile si installa dentro quello spazio già preparato, infine il tutto viene raccontato come ordine, come legalità, come ritorno, come normalità. Il militare apre il varco, il civile lo stabilizza, l’ideologia gli attribuisce una forma morale.

Lutto, memoria e mandato territoriale

Shechunat HaGevurah è stato dedicato a sette soldati morti in guerra, tutti originari di Hebron e del vicino insediamento di Kiryat Arba. Tra loro c’è Ori Mordechay Shani, capitano, ventidue anni, comandante di plotone nel 51° battaglione Golani, nato e cresciuto a Kiryat Arba, ucciso durante i combattimenti attorno a Kissufim. Suo padre, Yehoshua Shani concentra in sé diversi strati della storia coloniale di Hebron. È il padre di un ufficiale caduto il 7 ottobre, ma è anche uno dei volti del HaGevurah Forum, la rete di famiglie dei soldati morti che chiede la prosecuzione della guerra fino a ciò che definisce «una vittoria piena», è un uomo che da decenni appartiene all’universo di Kiryat Arba, tanto che il suo nome compare già all’inizio degli anni Duemila in documentazioni sui conflitti armati di Hebron. E che quel nome riemerga oggi, dentro una nuova scena di espansione, è la misura di una continuità e l’evidenza che in certi luoghi la colonizzazione non avanza per ondate isolate ma si trasmette per permanenza, per sedimentazione, per figure che ritornano e portano dentro il presente l’intera memoria del progetto. Nel racconto che Shani fa del figlio, Ori non appare soltanto come un giovane ufficiale morto in battaglia, ma come un ragazzo da sempre inscritto nella geografia sacralizzata di Hebron: il bambino che va verso la Tomba dei Patriarchi portando da bere ai soldati, l’adolescente coinvolto nei lavori di costruzione dell’area, il giovane che entra nell’esercito come modo di proteggere “la nazione” e “la terra d’Israele”. Quando Shani racconta quella morte, il figlio smette di essere soltanto un figlio e diventa un mandato: tocca ai vivi, dice in sostanza, continuare ciò che lui ha iniziato. Tocca a loro restare, entrare in quella casa, essere “pionieri”, acquistare altre proprietà, trasformare la perdita in permanenza. È qui che il lutto cambia natura: non chiede solo celebrazione della memoria, chiede territorio in cambio di quella perdita. Per questo la sua biografia privata e la sua visione politica non possono essere separate. Shani parla di quarant’anni trascorsi in quell’area, di una famiglia interamente cresciuta dentro quell’orizzonte, di una adesione al nuovo quartiere vissuta con la moglie come prosecuzione diretta della guerra del 7 ottobre. La guerra, nella sua lingua, non finisce al fronte ma cambia mezzo: il figlio combatteva in uniforme, lui continua a combattere da civile, entrando in una casa, il mandato militare che si prolunga nell’abitare, la morte che diventa legittimazione morale del possesso, la casa che si presenta come una forma rallentata di guerra. Shani rifiuta il termine “colono” e si definisce un “pioniere”, pensa che la terra non venga conquistata o occupata, ma recuperata, è convinto che la compravendita non sia un atto di mercato ma una forma di giustizia storica, ed è certo che i palestinesi possano restare soltanto a condizione di accettare in anticipo una gerarchia irrevocabile. La terra è tutta terra ebraica, e il problema politico non è come condividerla ma come ordinare la permanenza degli altri dentro un controllo ebraico considerato totale. Oslo appartiene al passato come un errore archiviato; il 7 ottobre, al contrario, viene letto come il momento che ha cambiato le regole del gioco e ha aperto una fase nuova. Quando Shani dice che questo è il tempo giusto perché il governo dichiari apertamente che Giudea e Samaria fanno parte di Israele, non commenta la politica dei ministri: la traduce, da un salotto di Hebron, nel lessico concreto della vita quotidiana.

Un unico processo su più livelli

È per questo che il passaggio sui ministri va letto attraverso Hebron, e non il contrario. Smotrich, Eli Cohen, Ben Gvir, Huckabee: ciascuno, in un registro diverso, sta fornendo la cornice di normalizzazione. Shani ne esprime la sostanza morale e sociale. Una casa acquistata, una famiglia che entra, un quartiere che riceve un nome, un consolato che arriva in una colonia, un ministro che parla apertamente di sovranità di fatto: non sono episodi separati. Sono la stessa frase, distribuita su livelli diversi dello Stato e della società. Per questo la decisione dell’ambasciata americana è il riflesso diplomatico ciò che è accaduto sulla collina di Jabal Jalles. Da una parte, la potenza che più di ogni altra ha inciso sul perimetro politico del conflitto comincia a trattare una colonia come spazio di amministrazione ordinaria; dall’altra, sul terreno, un’organizzazione specializzata nell’acquisizione di case palestinesi apre un nuovo quartiere battezzato con il nome dell’eroismo e dedicato ai caduti, mentre uno dei padri di quei caduti lo presenta come prosecuzione civile della guerra e anticipo di una sovranità ancora da dichiarare ma già esercitata a piccoli passi. Tutto converge nello stesso punto: la burocrazia e la bandiera, il raid e il rogito, il ministro e il padre, il lutto e la terra. E Hebron, ancora una volta, mostra prima degli altri luoghi la forma concreta di questa mutazione, perché qui basta una casa per cambiare una strada, basta un nome imposto a cinque edifici per restringere ancora il futuro di chi vive attorno. È così che avanzano i processi più durevoli: non sempre con il fragore delle svolte dichiarate, ma con la calma ostinata di ciò che, un passo dopo l’altro, pretende di farsi irreversibile.


La prova dell’umanità che comincia oggi

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

Può un uomo, tenendo fede ai principi morali che ha sempre dichiarato di difendere, dire di no alle pretese di un autocrate e del suo potente esercito? A quanto sembra sì, è possibile. Un piccolo gesto per una persona, ma un gesto importante per l’umanità.

Chi è quest’uomo, e di cosa stiamo parlando?

Si chiama Dario Amodei. Classe 1983, imprenditore e ricercatore statunitense di origini italiane, è il fondatore e CEO di Anthropic, l’azienda che ha sviluppato la famiglia di “large language model” (il “motore” delle IA) nota come Claude. A differenza di molti suoi colleghi non è un invasato ultraliberista, un predicatore tecnofascista o l’autore di sistemi per il controllo o la manipolazione delle persone. Usa persino parole da taluni considerate oscene come “democrazia” o “diritti”. In un suo testo del 2024 (“Macchine di amorevole grazia – Come l’intelligenza artificiale potrebbe trasformare il mondo in meglio“) ha esposto una visione ottimistica del futuro tecnologico, ma il mese scorso, in un altro saggio, ha espresso il timore che il mondo stia procedendo a grandi passi verso uno scontro titanico tra libertà e tirannia.

La sua ditta è in conflitto con l’amministrazione Trump (e in particolare con il segretario alla Difesa Pete Hegseth), che vuole lo sblocco di tutte le potenzialità del sistema Claude per sfruttarne senza limiti tutte le possibilità belliche. Secondo Hegseth i sistemi di intelligenza artificiale militari dovranno operare «senza vincoli ideologici che limitino le applicazioni militari legittime». Anthropic (che peraltro collabora già con il Pentagono, come ha fatto ad esempio per il rapimento di Maduro) dal canto suo richiede la garanzia che le tecnologie fornite non verranno impiegate come sistemi di sorveglianza interna o integrate in armi autonome (come i droni) senza supervisione umana, e che i modelli vengano utilizzati in modo «affidabile e responsabile».

L’ultimatum di Hegseth per una decisione scade oggi. Anthropic ha già dichiarato che non cederà alle pressioni del governo Trump. La faccenda potrebbe complicarsi, con prevedibili ritorsioni, procedure legali e perdite di centinaia di milioni per l’azienda, ma grazie a questo raro gesto di resistenza almeno per il momento si può ancora sperare che l’uomo possa tener testa al denaro, alla brama di potere e alla tecnologia fuori controllo. La guerra, però, come prevede lo stesso Amodei nel testo che segue, sarà lunga e molto dura.

Per inquadrare meglio l’importanza di questa decisone e la gravità dell’attuale quadro “geotecnologico” riportiamo di seguito l’ultimo capitolo del citato ultimo saggio di Amodei, “L’adolescenza della tecnologia – Come affrontare e superare i rischi di un’intelligenza artificiale potente”, liberamente disponibile online e facilmente leggibile anche in italiano grazie alle funzionalità di traduzione automatica incorporate nei browser.


La prova dell’umanità

L’intelligenza artificiale rappresenta una minaccia per l’umanità da più punti di vista, e c’è una tensione reale tra i diversi pericoli, dove mitigare alcuni di essi rischia di peggiorarne altri se non si procede con estrema cautela.

Dedicare tempo alla creazione accurata di sistemi di intelligenza artificiale che non minaccino autonomamente l’umanità è in netto contrasto con la necessità delle nazioni democratiche di stare al passo con quelle autoritarie e non essere soggiogate da esse. Ma a loro volta gli stessi strumenti basati sull’IA necessari per combattere le autocrazie possono, se portati all’estremo, essere rivolti verso l’interno per creare tirannia nei nostri paesi. Il terrorismo guidato dall’IA potrebbe uccidere milioni di persone attraverso l’uso improprio della biologia, ma una reazione eccessiva a questo rischio potrebbe condurci sulla strada di uno stato di sorveglianza autocratico. Gli effetti dell’IA sulla concentrazione del lavoro e dell’economia, oltre ad essere gravi problemi di per sé, potrebbero costringerci ad affrontare gli altri problemi in un clima di rabbia pubblica e forse anche di disordini civili, invece di poter fare appello al meglio della nostra natura. Soprattutto, il numero stesso dei rischi, compresi quelli sconosciuti, e la necessità di affrontarli tutti contemporaneamente, creano una sfida tale da intimidire chiunque, ma che l’umanità deve affrontare.

Inoltre, gli ultimi anni dovrebbero chiarire che l’idea di fermare o anche solo rallentare in modo sostanziale la tecnologia è fondamentalmente insostenibile. La formula per costruire potenti sistemi di IA è incredibilmente semplice, tanto che si può quasi dire che emerga spontaneamente dalla giusta combinazione di dati e calcoli grezzi. La sua creazione era probabilmente inevitabile nel momento in cui l’umanità ha inventato il transistor, o forse anche prima, quando abbiamo imparato a controllare il fuoco. Se un’azienda non la realizza, altre lo faranno quasi altrettanto rapidamente. Se tutte le aziende dei paesi democratici fermassero o rallentassero lo sviluppo, di comune accordo o per decreto normativo, i paesi autoritari continuerebbero semplicemente ad andare avanti. Dato l’incredibile valore economico e militare della tecnologia, insieme alla mancanza di un meccanismo di applicazione significativo, non vedo come potremmo convincerli a fermarsi.

Vedo invece una strada verso una leggera moderazione nello sviluppo dell’IA che è compatibile con una visione realistica della geopolitica. Tale percorso prevede di rallentare per alcuni anni la marcia delle autocrazie verso un’IA potente, negando loro le risorse necessarie per costruirla, ovvero chip e apparecchiature per la produzione di semiconduttori. Ciò a sua volta offre ai paesi democratici un margine che possono “spendere” per costruire un’IA potente con maggiore cura, prestando maggiore attenzione ai rischi, pur procedendo abbastanza velocemente da battere comodamente le autocrazie. La competizione tra le aziende di IA all’interno delle democrazie può quindi essere gestita nell’ambito di un quadro giuridico comune, attraverso una combinazione di standard industriali e regolamentazione.

Anthropic ha sostenuto con forza questa strada, spingendo per il controllo delle esportazioni di chip e una regolamentazione giudiziosa dell’IA, ma anche queste proposte apparentemente di buon senso sono state in gran parte respinte dai responsabili politici degli Stati Uniti (che è il paese in cui è più importante averle). C’è così tanto denaro da guadagnare con l’IA – letteralmente trilioni di dollari all’anno – che anche le misure più semplici stanno trovando difficile superare l’economia politica insita nell’IA. Questa è la trappola: l’IA è così potente, una risorsa così allettante, che è molto difficile per la civiltà umana imporre qualsiasi restrizione.

Immaginiamo, come ha fatto Carl Sagan in Contact [il romanzo di fantascienza del noto astronomo, ndr], che questa stessa storia si ripeta su migliaia di mondi. Una specie acquisisce coscienza, impara a usare gli strumenti, inizia l’ascesa esponenziale della tecnologia, affronta le crisi dell’industrializzazione e delle armi nucleari e, se sopravvive a queste, affronta la sfida più difficile e definitiva quando impara a trasformare la sabbia in macchine che pensano. Se sopravvivremo a questa prova e continueremo a costruire la bella società che ho immaginato in Macchine di amorevole grazia, o se soccomberemo alla schiavitù e alla distruzione, dipenderà dal nostro carattere e dalla nostra determinazione come specie, dal nostro spirito e dalla nostra anima.

Nonostante i numerosi ostacoli, credo che l’umanità abbia la forza interiore per superare questa prova. Sono incoraggiato e ispirato dalle migliaia di ricercatori che hanno dedicato la loro carriera ad aiutarci a comprendere e guidare i modelli di IA e a plasmare il carattere e la costituzione di questi modelli. Penso che ora ci siano buone possibilità che questi sforzi diano i loro frutti in tempo utile. Mi incoraggia il fatto che almeno alcune aziende abbiano dichiarato che sarebbero disposte a “pagare costi commerciali significativi per impedire che i loro modelli contribuiscano alla minaccia del bioterrorismo”. Mi incoraggia il fatto che alcune persone coraggiose abbiano resistito alle tendenze politiche prevalenti e approvato una legge che pone le prime basi per una regolamentazione ragionevole dei sistemi di IA. Mi incoraggia il fatto che l’opinione pubblica comprenda che l’IA comporta dei rischi e voglia che tali rischi vengano affrontati. Mi incoraggia lo spirito indomito di libertà in tutto il mondo e la determinazione a resistere alla tirannia ovunque si manifesti.

Ma dovremo intensificare i nostri sforzi se vogliamo avere successo. Il primo passo è che coloro che sono più vicini alla tecnologia dicano semplicemente la verità sulla situazione in cui si trova l’umanità, cosa che ho sempre cercato di fare; lo sto facendo in modo più esplicito e con maggiore urgenza con questo saggio. Il passo successivo sarà convincere i pensatori, i politici, le aziende e i cittadini di tutto il mondo dell’urgenza e dell’importanza fondamentale di questa questione, che vale la pena dedicarle riflessione e capitale politico rispetto alle migliaia di altre questioni che dominano ogni giorno le notizie. Poi verrà il momento del coraggio, in cui un numero sufficiente di persone si opporrà alle tendenze prevalenti e difenderà i propri principi, anche di fronte a minacce ai propri interessi economici e alla propria sicurezza personale.

Gli anni che ci attendono saranno incredibilmente difficili e ci chiederanno più di quanto pensiamo di poter dare. Ma nella mia esperienza di ricercatore, leader e cittadino, ho visto abbastanza coraggio e nobiltà da credere che possiamo vincere, che quando si trova nelle circostanze più buie, l’umanità ha la capacità di raccogliere, apparentemente all’ultimo minuto, la forza e la saggezza necessarie per prevalere. Non abbiamo tempo da perdere.

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: Cristiano Siqueira, opera senza titolo


Piero Marchesi, il problema non è il canone RTV ma il “badge”

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

Da anni frequenta regolarmente i corridoi di Palazzo federale. Durante le sessioni parlamentari, stringe mani, dispensa consigli, organizza serate a tema e offre da bere a destra e a manca. Anche se soprattutto a destra. Jürg Aschwanden è dal 2009 il lobbista della multinazionale delle telecomunicazioni Liberty Global. Per promuovere tra deputati e deputate i desiderata dei suoi padroni, Aschwanden ha bisogno di accedere agli spazi non pubblici del Parlamento durante le sessioni. Per anni questo lasciapassare gli è stato garantito da due parlamentari di destra ticinesi: prima Lorenzo Quadri (Lega), poi, dal 2022, Piero Marchesi (UDC).

In una lettera pubblicata di recente sul Corriere del Ticino (Il problema non è il badge, ma il canone radiotv) lo stesso Marchesi ha preso posizione sulla questione, emersa nell’ambito della campagna sull’iniziativa “200 franchi bastano!” che vuole dimezzare il canone del servizio pubblico radiotelevisivo. Il consigliere nazionale, tra i principali fautori dell’iniziativa, scrive che il “tema vero” non è questo badge, ma il canone “più alto d’Europa e un’azienda pubblica che si è estesa ben oltre il mandato di base”.

Il tema del pass è però tutt’altro che marginale. Soprattutto in una democrazia di milizia come quella svizzera, dove i gruppi d’interesse giocano un ruolo di primo piano. Concedere il badge a Jürg Aschwanden non è un favore innocuo a “un amico”, ma è la concessione di un canale privilegiato di pressione sul processo legislativo, in particolare quando esso riguarda questioni legate al mercato radiotelevisivo e delle telecomunicazioni. Certo, concedere l’accesso a Jürg Aschwanden è un atto lecito, rispettoso delle regole parlamentari. Tutti i deputati possono scegliere due persone a cui dare libero ingresso a Palazzo federale durante le sessioni parlamentari, permettendo loro di interagire con i legislatori nel momento in cui prendono decisioni politiche di primaria importanza.

L’analisi dei destinatari di questa chiave d’accesso illustra le sensibilità e gli interessi difesi dai politici federali. Soffermiamoci sui consiglieri e la consigliera nazionale ticinese: Greta Gysin e Giorgio Fonio hanno invitato dei rappresentanti del mondo sindacale, Alex Farinelli e Bruno Storni dei rappresentanti dell’amministrazione cantonale, Paolo Pamini e Lorenzo Quadri due lobbisti professionisti, vicini al mondo del padronato. Piero Marchesi ha invece scelto di invitare l’uomo di Liberty Global, Jürg Aschwanden. Una scelta lecita, ma non trascurabile rispetto all’acceso dibattito sul finanziamento del servizio pubblico. Una scelta che ci dice soprattutto quali siano gli interessi che il nostro primanostrista difende e in qualche modo rappresenta: quelli di una multinazionale anglo-olandese con sede fiscale nelle Bermuda, i cui maggiori azionisti sono il miliardario statunitense John Malone e una serie di fondi speculativi a stelle e strisce.

Marchesi ha spiegato la sua scelta “trasparente” affermando che Aschwanden è “anche un amico” e che Liberty Global, tramite Sunrise, impiega quasi 3.000 persone in Svizzera. Qui non si tratta però di amicizia, ma di soldoni. Liberty Global è tra i principali concorrenti privati nei servizi che l’iniziativa “200 franchi bastano!” vorrebbe togliere dal controllo della SSR. Prendiamo lo sport: Sunrise, società di Liberty Global, controlla MySports, un canale a pagamento (da 30 franchi al mese) che offre contenuti sportivi, in particolare l’hockey su ghiaccio, e che avrebbe tutto da guadagnare da un indebolimento della SSR.

È qui che sta il conflitto d’interesse sostanziale, sottaciuto da Marchesi: lui che guida la battaglia per dimezzare il finanziamento della SSR (100% svizzera) – con effetti potenzialmente devastanti sull’impiego, sull’informazione regionale, le minoranze linguistiche e sulla pluralità dei media –  è lo stesso che garantisce l’accesso privilegiato, da anni, al lobbista di una multinazionale straniera concorrente che potrebbe trarre un beneficio economico diretto da un indebolimento del servizio pubblico radio-tv. Poco importa se vi sia o meno un vantaggio personale dimostrabile. Basta la sovrapposizione evidente tra l’agenda politica di Marchesi e l’interesse commerciale di Liberty Global. Ma tranquilli: lui lo fa per amicizia.

Pubblicato da Areaonline


Caso Epstein, Podesta: “Provano a coinvolgere Hillary Clinton per salvare Trump, ma lui ha perso”

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

«Le audizioni dei Clinton sul caso Epstein sono solo un complotto politico dei repubblicani per distrarre l’attenzione da Trump, ma falliranno e si riveleranno un boomerang. Ormai Donald ha già perso questa partita e il Gop la pagherà alle elezioni di Midterm». Tony Podesta ha un interesse personale in questa vicenda, se non altro perché suo fratello John è stato capo di gabinetto nella Casa Bianca di Bill e capo della campagna presidenziale di Hillary. Però è anche il lobbista più potente di Washington e pochi conoscono come lui i trucchi della politica americana.

Perché prendere di mira i Clinton?

«Dovete capire che per i repubblicani Bill e Hillary sono i personaggi preferiti di qualsiasi film complottista. Tirarli in ballo funziona sempre con i loro elettori. Trump è in difficoltà a causa di Epstein e per distrarre l’attenzione non c’è nulla di meglio che coinvolgere i Clinton».

Hillary però ha risposto che se vogliono la verità dovrebbero interrogare Donald, visto che è il più citato nei file.

«Ha ragione, è un fatto. L’interrogatorio di Trump non avverrà mai, ma quello dei Clinton diventerà un boomerang per i repubblicani perché non rivelerà reati, ma tornerà ad attirare l’attenzione su una vicenda molto imbarazzante per il capo della Casa Bianca».

Perché?

«La verità è che Epstein era bipartisan nel tentativo di usare la sua ricchezza per guadagnare influenza. Però c’è una differenza: nel caso dei Clinton non ha avuto alcun rapporto significativo con Hillary, mentre Bill ha usato un paio di volte il suo aereo per lavoro e ha fatto un bagno in piscina. Trump invece era un vero amico di Jeffrey, almeno fino a quando hanno litigato, e lo frequentava per eventi sociali, feste e divertimenti vari, ossia le attività legate ai suoi reati. Finora non sono emerse prove di crimini commessi da Donald, ma molte informazioni imbarazzanti che lo hanno messo in difficoltà con la stessa base del suo movimento. Interrogare i Clinton non cambierà questa dinamica e, anzi, riporterà l’attenzione su un tema che l’attuale capo della Casa Bianca vorrebbe far dimenticare».

Quale dinamica?

«Trump ha già perso questa partita e non riuscirà a rimediarla. Può solo sperare che passi di moda».

Perché?

«Perché era stato lui in campagna elettorale a promettere di pubblicare tutti i file di Epstein, perché la sua base era convinta che contenessero prove contro i democratici. Poi, quando dopo le elezioni il dipartimento alla Giustizia lo ha informato che il suo nome era quello più citato nei documenti, ha cambiato idea. I suoi elettori lo hanno capito e così ha perso anche alleati accecati dal culto della sua personalità, come l’ex deputata Marjorie Taylor Greene».

Quindi. ora cosa si aspetta che accada?

«Al netto di grandi sorprese sempre possibili, il caso Epstein farà perdere voti ai repubblicani nelle Midterm di novembre, in particolare fra i moderati che avevano chiuso un occhio sui limiti personali di Donald, ma anche fra alcuni militanti Maga. Siccome ai democratici basteranno pochi voti per riprendere la maggioranza alla Camera, questo potrebbe essere uno degli elementi fondamentali per fare di Trump un’anatra zoppa nel resto del mandato. È questo che cerca disperatamente di evitare».

Quali sarebbero gli effetti, secondo lei?

«Il terzo mandato è vietato dalla Costituzione, ma comunque Trump dovrebbe scordarsi anche solo di sognarlo. Poi i democratici userebbero la Camera per mettere l’amministrazione sotto inchiesta, magari non il terzo impeachment. Sarebbe comunque una paralisi, non solo legislativa. Quindi il Gop inizierebbe a pensare ai candidati per il 2028, rendendo Trump irrilevante».


Il delitto Palme e la crisi dello Stato sociale

A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia 

Di Tito Boeri, La Repubblica

Il 28 febbraio 1986 Olof Palme, primo ministro e leader del partito socialdemocratico in Svezia, veniva assassinato mentre rientrava a casa dopo essere andato al cinema, senza scorta, con sua moglie, suo figlio e la sua fidanzata. A distanza di 40 anni non sappiamo ancora il nome del suo assassino. Sappiamo però che la sua morte è coincisa con l’inizio della crisi delle socialdemocrazie, scese dal 36% al 20% dei voti degli elettori europei, affiancate e poi superate dai partiti dell’estrema destra.

Negli ultimi 15 anni nella sola Europa occidentale i partiti socialdemocratici hanno perso 25 milioni di voti, mentre i partiti populisti della destra nazionalista guadagnavano 17 milioni di elettori. Le socialdemocrazie hanno perso appeal tanto negli anni di boom che in quelli di recessione, interrompendo la tradizione che le vedeva raccogliere consensi crescenti durante le crisi perché in grado di garantire protezione sociale a chi perdeva il lavoro.

L’emorragia è stata più forte proprio tra coloro che avrebbero avuto maggior bisogno di protezione sociale: lavoratori poco istruiti, disoccupati, abitanti di piccoli centri con un passato manifatturiero, persone non più autosufficienti. La socialdemocrazia non è apparsa più in grado di proteggere i deboli.

Cosa non funziona più dello stato sociale edificato, con tanta fatica, dalle socialdemocrazie europee nel Dopoguerra? Era troppo costoso per reggere alle pressioni competitive indotte dalla globalizzazione e a quelle fiscali imposte dall’invecchiamento della popolazione. Costretti, per ragioni oggettive, a ridimensionare il welfare state, ad allontanare l’età di pensionamento, a tenere sotto controllo la spesa sanitaria, i partiti socialdemocratici hanno spesso puntato sui valori, graditi alle élite globalizzate e non gravanti sul bilancio dello Stato.

Ecco allora le campagne sulla valorizzazione delle diversità e sull’universalismo dei diritti contrapposte al localismo, conservatorismo e xenofobia predicati agli estremi opposti dello schieramento politico. Sono valori condivisibili, ma ai quali una fetta importante della popolazione, soprattutto nelle zone rurali, non era e non è tuttora preparata.

Inoltre uno stato sociale si fonda sulla solidarietà perché protegge da rischi, quali la perdita del lavoro, la malattia, l’inabilità, la longevità non coperta da adeguati risparmi per la vecchiaia, persone che sono soggette a questi rischi in modo diverso. Chi ha meno rischio di perdere il lavoro accetta di aiutare chi ha un rischio di disoccupazione più alto. Chi è giovane e in salute aiuta chi è anziano e non può più lavorare.

Ma quando i profili di rischio sono molto diversi o ci sono forti distanze culturali, non tutti sono disposti a questa condivisione. Molti cittadini europei non si sentono di essere più di un tanto solidali nei confronti dei nuovi arrivati, soprattutto quando provengono da Paesi con tradizioni, religioni, culture, molto distanti dalle nostre. Può piacere o meno, ma questo è un dato di fatto. E poi tra le fasce più deboli della popolazione, a partire dagli stessi immigrati, c’è chi teme, non sempre a torto, che l’arrivo di altre persone come loro possa privarli di quei lavori, di quei redditi, che hanno così faticosamente conquistato. Sono spesso proprio gli immigrati ad aver paura degli immigrati.

I partiti socialdemocratici continuano a ignorare i problemi posti dall’intreccio tra immigrazione e stato sociale. È una relazione pericolosa ed è indubbiamente difficile contrapporsi al messaggio semplice di chi propone di sigillare le frontiere. Ma la demografia impone anche alle destre xenofobe e populiste di aprire le frontiere. Ce lo dimostra il governo Meloni, costretto a varare decreti flussi che ammettono un milione di immigrati nel giro di cinque anni.

In questo contesto solo chi sa prefigurare un percorso di acquisizione di diritti a prestazioni sociali basato sul versamento prima possibile dei contributi, su rilasci e rinnovi rapidi dei permessi di soggiorno e senza la finzione del ritorno in patria per chi è già da noi, solo chi permette agli immigrati di poter restare mentre cercano un lavoro migliore e sfuggono così allo sfruttamento aiutando imprese e famiglie a trovare di chi hanno bisogno, solo chi fa tutto questo può riuscire a conciliare il welfare state, come tratto fondante l’identità europea, e l’immigrazione.

Il populismo xenofobo ha in questi anni convinto gli europei che ci sono molti più immigrati di quanto sia vero. La percezione comune è che un abitante della penisola su quattro sia immigrato e che la maggioranza dei nuovi arrivati sia irregolare. In realtà gli immigrati sono meno del 10% della popolazione e gli irregolari attorno all’1%. Ma la scelta di ingigantire i numeri e di abbinare agli occhi di tutti immigrazione con illegalità potrebbe ritorcersi contro chi ne ha fatto il cavallo di battaglia.

I grandi numeri stanno dalla parte delle politiche di integrazione, non da quella delle espulsioni. Il governo Meloni sta spendendo centinaia di milioni nel goffo tentativo di espellere in Albaniaqualche decina di richiedenti asilo. Mentre lascia che le risorse del fondo asilo migrazione e integrazione (Amif) dell’Unione Europea rimangano inutilizzate. Servirebbero per rafforzare gli sportelli dell’immigrazione, offrire orientamento professionale e supporto linguistico a decine di migliaia di immigrati che sono già da noi e che cercano lavoro. L’integrazione riguarda le decine di migliaia e si autofinanzia con i contributi di chi ha trovato lavoro, le espulsioni riguardano le poche decine, sono costosissime e raramente definitive.

Nell’immagine: Roma, 10 febbraio: un rider