A otto mesi dall’attacco del giugno 2025, quando sempre Washington e Gerusalemme assicuravano che la Repubblica islamica non era più una minaccia
Di Francesca Mannocchi, La Stampa
L’ingresso della burocrazia nella colonia
Oggi a Efrat, non comparirà nulla che un occhio distratto possa scambiare per una svolta storica, nessuna nuova recinzione, nessun avamposto, nessuna collina occupata con la brutalità visibile del cemento. Arriveranno dei funzionari consolari americani, dei moduli, dei passaporti, in sintesi la burocrazia, e proprio per questo la decisione dell’ambasciata americana a Gerusalemme di portare per la prima volta i propri servizi dentro una colonia israeliana in Cisgiordania segna un passaggio più profondo di quanto suggerisca la sua superficie amministrativa. Portare il consolato dentro una colonia illegale per il diritto internazionale significa trattare un territorio che la legge continua a considerare occupato come se fosse già sotto sovranità israeliana.
Normalizzazione diplomatica e lessico dell’incorporazione
La scelta americana arriva dentro una fase in cui il linguaggio di Washington si è fatto più permeabile alla grammatica del fatto compiuto, e in cui Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, ha parlato dell’Area C come di uno spazio israeliano, riassumendo in una formula brutale ciò che una parte decisiva della destra israeliana pensa da anni e che ora prova a trasformare in architettura di governo. Contemporaneamente, il governo Netanyahu accelera nel rendere più semplice per gli israeliani acquistare proprietà in Cisgiordania, allentare i vincoli che avevano almeno in parte rallentato il mercato fondiario coloniale, estendere le capacità di intervento israeliane anche su materie come acqua, ambiente, archeologia, registrazione delle terre, significa lavorare non soltanto sull’espansione degli insediamenti esistenti, ma sulla sua futura leggibilità politica. Il linguaggio dei ministri israeliani soprattutto negli ultimi giorni è la voce del processo in corso. Smotrich non si limita a difendere la crescita degli insediamenti, ma ne parla come dello strumento con cui rendere definitiva l’impossibilità di uno Stato palestinese. Eli Cohen compie un passo ulteriore e chiama questo movimento con il suo nome sostanziale: sovranità di fatto. Ben Gvir continua a premere perché quella sostanza trovi presto anche la sua forma giuridica esplicita. Non è più il lessico della gestione provvisoria, dell’occupazione come eccezione lunga ma ancora teoricamente reversibile, è il lessico dell’incorporazione. Per anni il progetto è avanzato secondo una formula implicita: controllare senza annettere formalmente, espandere senza nominare, governare senza assumere fino in fondo il vocabolario della conquista. Oggi quella prudenza si assottiglia, non perché i ministri siano diventati più franchi in astratto, ma perché percepiscono che il terreno attorno a loro si è spostato: l’ostacolo internazionale appare più debole, il prezzo politico più basso, la distanza tra il fatto compiuto e la sua consacrazione ufficiale più breve.
Hebron, laboratorio permanente
È dentro questa saldatura tra normalizzazione diplomatica americana e radicalizzazione amministrativa israeliana che Hebron torna a mostrarsi per quello che è da decenni: il luogo in cui l’ideologia smette più in fretta di essere teoria e si deposita direttamente nelle case e nei quartieri. In nessun altro luogo della Cisgiordania il mutamento politico si imprime con tanta immediatezza come qui. Il 19 febbraio a Jabal Jalles quartiere palestinese a Est della Tomba dei Patriarchi nell’area H2 della città sotto controllo militare israeliano, in cinque edifici si sono stabilite 15 famiglie israeliane creando il nucleo di un nuovo insediamento: Shechunat HaGevurah, il quartiere dell’eroismo. Il nome non è ornamentale, ma tiene insieme il culto dei caduti, la consacrazione della forza e l’idea che l’abitare possa essere la prosecuzione civile di una guerra. A promuovere l’operazione è Harchivi Makom Ohalecha, un’organizzazione che da anni lavora sull’acquisizione di immobili palestinesi a Hebron, il cui compito è trasformare la compravendita in radicamento, il denaro in geografia, il mercato in progetto ideologico. Nel nome stesso dell’associazione – “Allarga lo spazio della tua tenda” – c’è già la fusione tra citazione biblica e programma territoriale.
La sequenza: forza, insediamento, normalità
Anche la sequenza con cui si è compiuta l’operazione dice molto: il giorno precedente all’ingresso delle famiglie, le forze armate israeliane hanno compiuto un raid notturno: arresti, irruzioni, residenti fermati, una casa sequestrata e trasformata in punto di presenza militare. È un dato che restituisce la grammatica costante di Hebron, in cui prima lo spazio viene piegato dalla forza, poi la nuova presenza civile si installa dentro quello spazio già preparato, infine il tutto viene raccontato come ordine, come legalità, come ritorno, come normalità. Il militare apre il varco, il civile lo stabilizza, l’ideologia gli attribuisce una forma morale.
Lutto, memoria e mandato territoriale
Shechunat HaGevurah è stato dedicato a sette soldati morti in guerra, tutti originari di Hebron e del vicino insediamento di Kiryat Arba. Tra loro c’è Ori Mordechay Shani, capitano, ventidue anni, comandante di plotone nel 51° battaglione Golani, nato e cresciuto a Kiryat Arba, ucciso durante i combattimenti attorno a Kissufim. Suo padre, Yehoshua Shani concentra in sé diversi strati della storia coloniale di Hebron. È il padre di un ufficiale caduto il 7 ottobre, ma è anche uno dei volti del HaGevurah Forum, la rete di famiglie dei soldati morti che chiede la prosecuzione della guerra fino a ciò che definisce «una vittoria piena», è un uomo che da decenni appartiene all’universo di Kiryat Arba, tanto che il suo nome compare già all’inizio degli anni Duemila in documentazioni sui conflitti armati di Hebron. E che quel nome riemerga oggi, dentro una nuova scena di espansione, è la misura di una continuità e l’evidenza che in certi luoghi la colonizzazione non avanza per ondate isolate ma si trasmette per permanenza, per sedimentazione, per figure che ritornano e portano dentro il presente l’intera memoria del progetto. Nel racconto che Shani fa del figlio, Ori non appare soltanto come un giovane ufficiale morto in battaglia, ma come un ragazzo da sempre inscritto nella geografia sacralizzata di Hebron: il bambino che va verso la Tomba dei Patriarchi portando da bere ai soldati, l’adolescente coinvolto nei lavori di costruzione dell’area, il giovane che entra nell’esercito come modo di proteggere “la nazione” e “la terra d’Israele”. Quando Shani racconta quella morte, il figlio smette di essere soltanto un figlio e diventa un mandato: tocca ai vivi, dice in sostanza, continuare ciò che lui ha iniziato. Tocca a loro restare, entrare in quella casa, essere “pionieri”, acquistare altre proprietà, trasformare la perdita in permanenza. È qui che il lutto cambia natura: non chiede solo celebrazione della memoria, chiede territorio in cambio di quella perdita. Per questo la sua biografia privata e la sua visione politica non possono essere separate. Shani parla di quarant’anni trascorsi in quell’area, di una famiglia interamente cresciuta dentro quell’orizzonte, di una adesione al nuovo quartiere vissuta con la moglie come prosecuzione diretta della guerra del 7 ottobre. La guerra, nella sua lingua, non finisce al fronte ma cambia mezzo: il figlio combatteva in uniforme, lui continua a combattere da civile, entrando in una casa, il mandato militare che si prolunga nell’abitare, la morte che diventa legittimazione morale del possesso, la casa che si presenta come una forma rallentata di guerra. Shani rifiuta il termine “colono” e si definisce un “pioniere”, pensa che la terra non venga conquistata o occupata, ma recuperata, è convinto che la compravendita non sia un atto di mercato ma una forma di giustizia storica, ed è certo che i palestinesi possano restare soltanto a condizione di accettare in anticipo una gerarchia irrevocabile. La terra è tutta terra ebraica, e il problema politico non è come condividerla ma come ordinare la permanenza degli altri dentro un controllo ebraico considerato totale. Oslo appartiene al passato come un errore archiviato; il 7 ottobre, al contrario, viene letto come il momento che ha cambiato le regole del gioco e ha aperto una fase nuova. Quando Shani dice che questo è il tempo giusto perché il governo dichiari apertamente che Giudea e Samaria fanno parte di Israele, non commenta la politica dei ministri: la traduce, da un salotto di Hebron, nel lessico concreto della vita quotidiana.
Un unico processo su più livelli
È per questo che il passaggio sui ministri va letto attraverso Hebron, e non il contrario. Smotrich, Eli Cohen, Ben Gvir, Huckabee: ciascuno, in un registro diverso, sta fornendo la cornice di normalizzazione. Shani ne esprime la sostanza morale e sociale. Una casa acquistata, una famiglia che entra, un quartiere che riceve un nome, un consolato che arriva in una colonia, un ministro che parla apertamente di sovranità di fatto: non sono episodi separati. Sono la stessa frase, distribuita su livelli diversi dello Stato e della società. Per questo la decisione dell’ambasciata americana è il riflesso diplomatico ciò che è accaduto sulla collina di Jabal Jalles. Da una parte, la potenza che più di ogni altra ha inciso sul perimetro politico del conflitto comincia a trattare una colonia come spazio di amministrazione ordinaria; dall’altra, sul terreno, un’organizzazione specializzata nell’acquisizione di case palestinesi apre un nuovo quartiere battezzato con il nome dell’eroismo e dedicato ai caduti, mentre uno dei padri di quei caduti lo presenta come prosecuzione civile della guerra e anticipo di una sovranità ancora da dichiarare ma già esercitata a piccoli passi. Tutto converge nello stesso punto: la burocrazia e la bandiera, il raid e il rogito, il ministro e il padre, il lutto e la terra. E Hebron, ancora una volta, mostra prima degli altri luoghi la forma concreta di questa mutazione, perché qui basta una casa per cambiare una strada, basta un nome imposto a cinque edifici per restringere ancora il futuro di chi vive attorno. È così che avanzano i processi più durevoli: non sempre con il fragore delle svolte dichiarate, ma con la calma ostinata di ciò che, un passo dopo l’altro, pretende di farsi irreversibile.