A Gaza 2.842 palestinesi «evaporati in una palla di fuoco»

PALESTINA Le stime della protezione civile, frutto dei soccorsi sul campo e dell'incrocio dei dati. Sono gli effetti delle bombe termobariche di produzione statunitensi: restano solo schizzi di sangue e frammenti di carne 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Il genocidio di Gaza assume tante forme. Anche l’assenza: di corpi da seppellire, di identità perdute, di intere famiglie cancellate dai registri pubblici, di persone inghiottite nelle carceri israeliane.

A oggi è impossibile fare stime, anche per questo si insiste a dire che il bilancio di 72mila ammazzati in due anni e quattro mesi è conservativo, sottostimato.

Quanti cadaveri siano sepolti sotto le macerie? Quante anime sono ancora vive e quante si sono spente dentro un campo di tortura? C’è poi un altra assenza, quella di corpi senza vita ma intatti: secondo le stime della protezione civile palestinese e il lavoro di inchiesta di al-Jazeera, frutto di dati incrociati e pochi, pochissimi resti di carne e sangue, almeno 2.842 palestinesi sono «evaporati».

SONO LE VITTIME, coloro a cui è stato possibile dare un nome, delle cosiddette bombe termobariche o «bombe a vuoto», armi convenzionali che sprigionano una palla di fuoco, una nuvola di fiamme che raggiunge i 3.500 gradi. Il loro effetto è l’annientamento: i corpi colpiti evaporano, gli organi si spappolano ed esplodono, lasciando dietro di sé pochissime tracce. Schizzi di sangue, briciole di carne, a volte uno scalpo o poco più.

Utilizzate già nel secolo scorso e all’inizio di quello attuale nella seconda guerra del Golfo, sono riapparse in Ucraina, secondo inchieste giornalistiche e le accuse di Kiev e degli alleati europei: utilizzate dalle forze russe in diversi casi e in varie fasi del conflitto, a Kharkiv, Velyka Pysarivka, Kursk.

E a Gaza: secondo la protezione civile palestinese e «The Rest of the Story» di al Jazeera, l’esercito israeliano ha utilizzato le bombe termobariche nella Striscia, grazie ai rifornimenti statunitensi.

Arrivano da lì, da Washington: come le bombe Mk-84 «Martello» da 900 chili, che utilizzano un mix di Tnt e polvere di alluminio; le BLU-109, utilizzate negli spazi piccoli o sotto il suolo per incenerire tutto quanto presente; le GBU-39, di cui la protezione civile gazawi ha trovato i resti in diversi siti colpiti. Hanno una particolarità: fanno svanire i corpi, spaccando i polmoni e incenerendo i tessuti molli, e tutto quello che hanno intorno ma lasciano intatta la struttura.

«ENTRIAMO in una casa e incrociamo i dati sugli occupanti e sui corpi trovati», ha spiegato Mahmoud Basal, portavoce della protezione civile. Se la famiglia e i vicini sanno quante persone erano presenti e i soccorritori non trovano corpi intatti, «li trattano come “evaporati” soltanto dopo ricerche esaustive che non ridanno indietro nulla se non tracce biologiche, schizzi di sangue sui muri o piccoli frammenti».

Tra quei 2.842 palestinesi c’è Saad Mahani. È evaporato il 10 agosto 2024 nella scuola al-Tabin di Gaza City. «Sono entrata e mi sono trovata a camminare su carne e sangue», ha raccontato all’emittente qatarina Yasmin, sua madre. Per giorni ha cercato negli ospedali e negli obitori: «Non abbiamo trovato niente di Saad. Non c’era un corpo da seppellire».


La Russia sta scagliando il “Generale Inverno” contro gli ucraini

PALESTINA Le stime della protezione civile, frutto dei soccorsi sul campo e dell'incrocio dei dati. Sono gli effetti delle bombe termobariche di produzione statunitensi: restano solo schizzi di sangue e frammenti di carne 

Amnesty International ha documentato l’impatto devastante degli attacchi sistematici della Russia al sistema energetico ucraino in una nuova serie di testimonianze di persone che stanno affrontando un inverno gelido senza riscaldamento, elettricità o acqua corrente.

Basata sulle testimonianze di decine di persone provenienti da tutto il paese, la ricerca di Amnesty racconta le storie di civili toccati direttamente dalle conseguenze dei massicci e incessanti attacchi russi, causa di interruzioni diffuse e continue dei servizi essenziali. Al momento delle interviste, molte delle persone che hanno parlato con Amnesty International erano sopravvissute a settimane con fornitura elettrica intermittente o assente e senza riscaldamento, nel corso dell’inverno più freddo che il paese abbia vissuto dall’inizio dell’invasione russa su larga scala.

“La Russia non si limita a condurre una guerra di aggressione contro l’Ucraina, ma sta sottoponendo l’intera popolazione civile a una estrema crudeltà. La portata e l’intensità dei suoi attacchi alle infrastrutture energetiche vitali indicano chiaramente una strategia volta a diffondere la disperazione tra la popolazione civile ucraina e a spezzarne il morale” ha dichiarato Agnès Callamard, Segretaria Generale di Amnesty International.

“I titoli dei giornali non possono far comprendere cosa significhi realmente cercare di sopravvivere senza elettricità, acqua corrente e riscaldamento durante un lungo e gelido inverno segnato da raid aerei notturni. Oggi, mentre raccontiamo queste storie, gli attacchi incessanti della Russia continuano e le condizioni umanitarie in Ucraina diventano sempre più catastrofiche”.

“Fin dall’inizio della sua invasione dell’Ucraina, la Russia ha palesemente ignorato il diritto internazionale, comprese le norme che proteggono la popolazione civile in guerra. I responsabili di crimini atroci devono sapere che questi crimini non hanno prescrizione. Il popolo ucraino e non solo perseguirà senza sosta la verità, la giustizia e il risarcimento, e noi lo sosterremo.”

Dallo scorso ottobre, la Russia ha effettuato diverse centinaia di intensi attacchi aerei a lunga distanza contro l’Ucraina. A gennaio, questi attacchi erano quotidiani – spesso notturni – e prendevano di mira l’intera infrastruttura energetica. Di conseguenza, l’Ucraina ha perso più della metà della propria capacità di produzione di energia e i tagli di corrente di emergenza hanno colpito l’80% del paese. Ciò è avvenuto in un inverno in cui le temperature sono scese sotto i -15 °C.

Le persone intervistate e i chi fa parte dello staff di Amnesty International in Ucraina hanno parlato di condomini gelidi, tubature congelate e scoppiate, ascensori bloccati, telefoni cellulari scarichi e reti telefoniche interrotte. Come ha detto una persona: “A questo punto, siamo in una dura modalità di sopravvivenza”.

Molti residenti hanno fatto ricorso a stufe da campeggio e a cherosene per riscaldare mattoni e bottiglie d’acqua. Alcuni hanno adottato meccanismi di sopravvivenza pericolosi, come montare tende da campeggio nelle proprie camere da letto e accendere candele al loro interno per combattere il freddo.

Svitlana, una pensionata di Kyiv, ha raccontato che durante i blackout: “Riscaldo dell’acqua in una tazza su una stufa a cherosene, riempio due bottiglie, una [la metto] sotto i piedi, l’altra tra le mani, per non congelarmi. E dormiamo tutti vestiti… Ci vestiamo sotto i piumoni, indossiamo tutto quello che abbiamo”.

Ci sono molte persone, tra cui anziani e disabili, che sono isolate e confinate nei loro appartamenti senza alcun mezzo di comunicazione. Le loro condizioni sono probabilmente molto peggiori di quelle documentate in questa ricerca: queste persone potrebbero non sopravvivere a questo inverno per raccontare la loro storia.

Amnesty International ha documentato violazioni diffuse dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario in Ucraina dall’inizio dell’invasione su larga scala da parte della Russia il 24 febbraio 2022, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

L’invasione su larga scala della Russia costituisce un’aggressione, che è un crimine secondo il diritto internazionale. La sua strategia e le sue tattiche, compreso l’uso continuato di armi indiscriminate e il bersagliamento deliberato di civili, hanno causato diffuse sofferenze e hanno avuto un grave impatto sulle persone più vulnerabili dell’Ucraina, compresi i bambini e gli anziani. La portata e lo schema degli attacchi aerei russi in tutto il paese hanno chiaramente indicato che la Russia ha cercato di danneggiare le infrastrutture energetiche dell’Ucraina.

Nell’immagine: Volodymyr Matveyev riscalda suo padre di 99 anni mettendo bottiglie di acqua calda nel suo letto


Alle Olimpiadi “Pinocchio Forever” trionfa la nostra destra

PALESTINA Le stime della protezione civile, frutto dei soccorsi sul campo e dell'incrocio dei dati. Sono gli effetti delle bombe termobariche di produzione statunitensi: restano solo schizzi di sangue e frammenti di carne 

La società della Svizzera italiana ‘Pinocchio per sempre’, al termine d’un periodo di anni stila una classifica della bugia più spudorata, l’ultima  a partire dal tentativo (No-Billag) di cancellare tout court la SSR mandando a casa 7000 impiegati fra interni e esterni.

In onore dell’autore della fiaba (Collodi) il comitato è composto da 3 Fate Turchine, 3 Mastri Geppetto e 3 Grilli parlanti dotati di lunghissime antenne. Le medaglie sono sostituite da nasi di varia lunghezza e materia a seconda delle panzane e della loro frequenza, con l’aggiunta di un pallottoliere se la bugia è  legata ai numeri.

1) TITO ‘PITAGORICO’ TETTAMANTI

Naso dorato di 20 cm (lunghezza massima raggiunta da Pinocchio) e pallottoliere per aver affermato in epoca ‘No-Billag’ che la SSR ha mandato alle Olimpiadi ‘pluricentinaia di inviati’, esattamente 340. Ma 105 erano a carico dal CIO per la diffusione in tutto il mondo dello sci alpino; hanno pure vinto il secondo premio per la qualità, battuti solo dal Canadà con l’hockey.

Il nostro finanziere-filosofo, che secondo ‘Bilanz’ ha un patrimonio fra gli 850’000 e i 950’000 franchi, assesta la mazzata finale alla SSR accusando l’azienda di pavoneggiarsi (dal tedesco ‘klotzen’, ancora ‘Bilanz’) con ben 235 inviati contro i 100 austriaci: ma l’ORF trasmette in una sola lingua, il tedesco, la SSR in 3, e concede 20 milioni anche ai romanci. Ne consegue che 235 diviso per 3 fa 78,3 inviati per emittente, primato europeo.

A distanza di 8 anni Tettamanti dichiara la TV pubblica obsoleta, scavalcata dalle piattaforme private, fra le quali ‘Grok’ di Elon Musk che permette di denudare donne, ragazzi e ragazze grazie all’IA.

2) LORENZO ‘NOSTRADAMUS’ QUADRI

Naso argentato di 18 centimetri e pallottoliere per aver affermato che a Comano prosperano i ‘fuchi’. Viene smentito dal portale svizzero-tedesco ‘WATSON’, con un calcolo elementare: numero di ore prodotte per numero di impiegati. Vince Comano: 2 ore di programma a testa, seguito da Zurigo,1.74 e da Ginevra, 1.4. Parafrasando Quadri, il fuco di Comano è molto più potente degli altri, costretti a praticare il ‘coitus interruptus’ per riprendere slancio: lui lo fa due volte di fila.

Il profetico Lorenzo (‘la SSR è un morto che cammina’) batte il chiodo del ‘canone più caro al mondo‘ e dei bassi indici di ascolto: giusto: appena il  70/80% per il Lauberhorn, e almeno il 50% per il TG delle 20:00 e il Quotidiano. Ci azzecca anche con le statistiche dei giovani che snobbano la SSR: il 73% dei giovani interessati alla politica sono sui canali digitali SSR.

3) PAOLO ‘TELEFONINO’ PAMINI

Naso bronzeo di 16 centimetri per aver di fatto affermato all’Assemblea della Corsi (brandendo il telefonino), che per la discesa del Lauberhorn non è più necessario un carro ad alta definizione (costo 12 milioni) capace di captare i segnali di 24 telecamere (costo 100-150’000 fr l’una) e di un drone da 20’000 euro: la diretta in Mondovisione si fa con il cellulare.

Memorabile anche l’uscita in epoca ‘No-Billag’: “votate SI con il cuore rivolto alle migliaia di persone licenziate nelle ferrovie, nelle poste, ecc.”. Se all’ETH qualcuno viene licenziato se ne va anche Pamini per solidarietà?

4) FABIO ‘TERMINATOR’ REGAZZI

Naso di salice piangente di 15 cm per aver affermato che il processo di dimezzamento della SSR è paragonabile a quello di ogni altra azienda che si ristruttura: no, perché una buona metà degli impiegati della RSI e dell’indotto (700-750) faranno la fine della pernice bianca da lui braccata. La ragione è nota a tutti, meno che al presidente dell’Unione arti e mestieri: una trentina di professioni fra le 74 (!) all’interno e una ventina all’esterno della RSI sono esclusive, strettamente legate all’audiovisivo e al cinema: l’unico sbocco è Teleticino che ha appena licenziato 3 impiegati. Per trovare una sistemazione bisognerà andare a Roma (Cinecittà), a Parigi o a Londra, mentre il contabile, il cassiere e pochi altri potranno forse ricollocarsi nel Cantone o in Svizzera. Monsignor Regazzi deplora poi la cattiva abitudine dell’assistenzialismo ‘piangina’ di chi vuole i 235 milioni di mamma Elvezia; coerente, perché la destra accetta di buon grado i milioni della perequazione intercantonale e i soldi della Banca Nazionale. Sicuri di essere sani?

5) MARCO ‘QUESTION TIME’ CHIESA

Naso di plastica di 14 centimetri per il quesito: ‘perché Teleticino con soli  3,8 milioni di riesce a fare servizio pubblico rimanendo nel Cantone?’ Intanto se passano i 200 fr, i milioni saranno dimezzati; poi Chiesa scopre le carte: per lui la TV è un dibattito in un salotto (con molti UDC) ripreso da una telecamera fissa e una mobile, al costo di ‘tre e una cicca’. Si chiama Radio, tant’è vero che ora la nostra RSI (‘Millevoci”, “Controcorrente”) si fa anche in immagine. Teleticino, che ha avuto il derby di hockey dall’americana UPC (per nuocere alla SSR) non produce lo sport in diretta costato alla SSR 234,5 milioni, inclusi 40 di diritti per i grandi eventi nel 2024. Teleticino fa servizio pubblico deambulando nel solo Cantone (Chiesa dixit) perché la Coppa del Mondo di sci non si svolge mai a Carì o a Cardada-Cimetta, e le Olimpiadi fanno tappa a Sochi, Pyeongchang e Pechino, mai a Bosco Gurin, ad Airolo o sul Monte Lema;  Infine perché il Parlamento svizzero siede a Berna, non a Corcapolo o a Mendrisio, magari nella sala dove l’UDC ha invitato il neo-duce degli italiani Vannacci.

6) PIERO ‘EINSTEIN’ MARCHESI

Naso di bucce di patate rosicchiate dal topo-ragno (cm 13,5) e pallottoliere di sole 4 palline per aver detto che ‘il canone SSR è il più caro al mondo’. Come tutti i difensori della ‘Nostra Gente’ Marchesi fa finta di non sapere che nel nostro Paese 3 lingue secondo la Costituzione elvetica godono di pari dignità, senza dimenticare i romanci. UNO, DUE, TRE, QUATTRO, dai che ci siamo.

La TV austriaca, costa 183.60 fr l’anno per ogni economia domestica con una sola lingua, il tedesco; moltiplichiamolo per 3 e arriviamo a 550.8. In quel Paese simile al nostro (9 milioni di abitanti), anche le imprese pagano il canone.

Inoltre il confronto non andrebbe fatto sulle cifre assolute, ma in rapporto con il potere d’acquisto e il livello dei prezzi nel mercato svizzero, dove quasi tutto costa di più che nel resto del mondo, anche per produrre programmi Radio e TV.

Marchesi adepto del ‘logos’ greco (la logica) anche quando suggerisce che la SSR potrebbe vendere a pagamento lo sport: si, ma come fa se non ha i soldi per comprarlo?

7) ALAIN ‘QUANDO MAI’ BUEHLER

Naso di cartapesta di cm 12 per una dichiarazione(‘Terzaetà’) da far impallidire i surrealisti: ‘l’eliminazione della SSR non è un nostro obiettivo: il testo dell’iniziativa (No-Billag) non menziona minimamente l’emittente di Stato’. Kapiert: il testo si riferiva a Tele Corippo e a Tele Angeli Custodi, frazione di Poschiavo.

8) MATTEO ‘FAI DA TE’ CHEDA

Naso di caucciù (cm 10) per aver dichiarato che ‘ognuno si fa la sua TV in rete’. Vero, ma non é TV, come il ‘selfie’ non è fotografia. Potremmo dire che ogni giornalista si fa la sua ‘Scuola di  giornalismo’. Non lo diciamo perché Cheda (‘desaparecido’?) è un ottimo giornalista, salvo quando parla della SSR: ‘la tecnologia ha reso superfluo il canone SSR e ora dobbiamo decidere la data del suo funerale’.

Nel frattempo aumentano le nazioni che vogliono togliere i ‘social’ ai più giovani: UDC e Lega rischiano di perdere il voto di qualche genitore stufo di vedere il figlio/la figlia rincitrulliti dal telefonino.


Ventidue franchi bastano?

PALESTINA Le stime della protezione civile, frutto dei soccorsi sul campo e dell'incrocio dei dati. Sono gli effetti delle bombe termobariche di produzione statunitensi: restano solo schizzi di sangue e frammenti di carne 

Pier Zanetti, in un acuto intervento su laRegione del 27 gennaio 2026, richiama Stefano Franscini per mettere in discussione un confronto ricorrente nel dibattito ticinese: quello tra i salari cantonali e la media svizzera. Il divario esiste, naturalmente, ma il modo in cui è misurato e interpretato rischia di dire relativamente poco sulle sue cause. A maggior ragione se il confronto fra il salario medio svizzero e quello ticinese viene effettuato includendo il Ticino nel calcolo della media svizzera (abbassandola), con la conseguenza di restringere il divario. Ma tant’è. Resta il fatto che i salari sono comunque bassi e negli ultimi anni si sono ulteriormente allontanati dalla media nazionale. Per questo motivo, ciò che si deciderà prossimamente sul livello del salario minimo è di grande importanza.

Se, ad esempio, dovesse essere fissato a 22 franchi l’ora, cifra sulla quale sembra convergere un possibile consenso, va osservato che tale livello è quello al quale si giunge grosso modo indicizzando all’inflazione il salario minimo fissato per la prima volta in passato. E questo senza tenere conto dell’aumento dei premi di cassa malati. D’altra parte, se i 22 franchi rappresentano, come si dice, un salario minimo sopportabile dall’economia, il salario minimo sociale previsto dall’iniziativa lanciata dal PS che, secondo i calcoli del Consiglio di Stato sulla base dell’effettivo previsto dalle prestazioni complementari (PC), potrebbe ammontare a circa 25 franchi, per i detrattori dell’iniziativa risulta assolutamente eccessivo per non poche aziende.

Due cose vanno dette. La prima è che il salario minimo economico, cioè i 22 franchi, è inferiore al salario minimo sociale, quello delle PC. Con questa differenza, però, si sancisce, di fatto, la distinzione fallace tra salario minimo come “strumento sociale” e salario come “strumento economico”.  Il salario è per definizione entrambe le cose. È economico perché entra nei costi di produzione, influisce sulla distribuzione del reddito, incide sulla domanda aggregata e contribuisce al gettito fiscale. Ma è anche sociale perché permette la riproduzione della forza lavoro e determina condizioni di vita, salute, accesso ai diritti sociali.

In secondo luogo, la scelta di uno dei due livelli di salario minimo, determina l’ampiezza dell’intervento dello Stato che, dopo la votazione del 28 settembre sull’iniziativa per il 10%, sarà chiamato a colmare la differenza fra reddito disponibile e premi di cassa malati per non pochi residenti in Ticino. Per evitare che lo Stato continui a fare il datore di lavoro ombra, finanziando indirettamente i bassi salari, evitando così ai datori di lavoro di fare la loro parte, l’aumento del salario minimo gioverebbe non poco alle casse pubbliche. Tale aumento non comporterebbe affatto un appiattimento verso il basso dei salari, come ogni studio empirico ha dimostrato, quello dell’IRE incluso.

Se poi, come si sostiene, certe aziende non possono stare sul mercato senza comprimere i salari sotto il livello della fame, allora, seguendo lo stesso ragionamento che fanno i sostenitori dei “200 franchi bastano” a proposito delle aziende dell’indotto della RSI che non sopravvivranno alla riduzione del canone, è giusto che chiudano. E sia chiaro che i bassi salari non sono determinati da bassi livelli di produttività. Un’idea smentita empiricamente da decenni e particolarmente poco applicabile a un contesto come quello ticinese. Se così fosse, se la produttività determinasse i salari, a parità di produttività i salari dovrebbero convergere; invece osserviamo significative dispersioni salariali tra settori, imprese e regioni.

Sempre Zanetti, a proposito delle cause dei bassi salari, ricorda che Franscini, osservando la produzione casearia dell’Ottocento, imputava il ritardo ticinese non genericamente a “noi”, ai lavoratori residenti, ma piuttosto a una diversa organizzazione produttiva: frammentata, poco cooperativa, incapace di generare economie di scala e valore aggiunto. Il richiamo a Franscini suggerisce un metodo: per capire i salari, occorre guardare alla struttura dell’economia e del mercato del lavoro, non limitarsi a confronti tra grandezze aggregate. È a partire da questa prospettiva che va affrontata la questione dei bassi salari in Ticino: non come il risultato di una singola causa, ma come l’esito di un insieme di fattori che si rafforzano reciprocamente nel tempo.

Fra questi vanno citati una struttura economica con molte occupazioni a basso valore aggiunto, che l’insediamento a partire dagli anni Ottanta di importanti aziende ad alto valore aggiunto non ha modificato; un’economia regionale meno integrata con i settori ad alta produttività svizzeri; una forte presenza di lavoratori frontalieri il cui uso strutturale e diffuso agisce come fattore di pressione salariale (dumping) su larga scala; una precarietà lavorativa diffusa che indebolisce la forza contrattuale dei lavoratori. Da ultimo, una scarsa capacità politico-istituzionale di promuovere strategie di sviluppo salariale e produttivo, in buona sostanza di politica industriale.

Come ai tempi di Franscini, il problema non è il singolo lavoratore, residente o frontaliere, ma il modello di sviluppo. Senza una trasformazione della struttura produttiva e senza una politica salariale seria e strategicamente attenta, il mercato del lavoro tende a stabilizzarsi su un equilibrio di bassi salari che non si corregge spontaneamente, nemmeno in presenza di crescita economica.

Scritto per laRegione


Monete e banconote: sì o sì?

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Tra i temi in votazione in marzo (SÌ a tutti, ma NO al dimezzamento dei fondi per la Rsi/Ssr!), quello per la difesa del franco e del contante è quello di cui si discute meno. Logico: chi minaccia il franco? Un’eventuale introduzione dell’euro sarebbe in ogni caso sottoposta al voto popolare. E non è pensabile di fare a meno del contante, anche se il suo uso è in continua diminuzione. Dobbiamo comunque esprimerci sul testo costituzionale proposto.

L’iniziativa afferma che “La Confederazione assicura… in ogni tempo monete o banconote in quantità sufficiente” e che “La sostituzione del franco svizzero con un’altra valuta sottostà al voto del Popolo e dei Cantoni”. Consiglio federale e parlamento, d’accordo con la proposta, hanno però fatto notare che la nostra valuta si chiama “franco” non “franco svizzero” (controllare sulle banconote!) e che l’emissione di contante è compito della Banca nazionale e non della Confederazione (idem!).

Abbiamo dunque un controprogetto che formula la proposta in maniera corretta: “L’unità monetaria svizzera è il franco” e “La Banca nazionale garantisce l’approvvigionamento in numerario”. Forse spaventa il “numerario”, usato anche nel testo francese: è un termine tecnico per indicare il contante. Il testo tedesco parla di “Bargeld”, che indica il contante nel linguaggio comune. Se il parlamento ha formulato in modo corretto la proposta, perché gli iniziativisti non l’hanno ritirata? Non è chiaro: la loro propaganda insiste sull’importanza del contante, punto condiviso da tutti. Ma il controprogetto viene dichiarato “ingannevole”, senza spiegazioni. Dunque NO all’iniziativa e SÌ al controprogetto per l’unità monetaria svizzera e l’approvvigionamento in numerario. E non dimentichiamo la domanda risolutiva: preferiamo il controprogetto!


Lo stop di Trump a Netanyahu: no all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele

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La Repubblica

Donald Trump ribadisce il suo no all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Lo riporta Axios citando fonti della Casa Bianca, secondo le quale una “Cisgiordania stabile mantiene Israele sicura e si trova in linea con l’obiettivo dell’amministrazione di raggiungere la pace nella regione”.

Israele ha annunciato due giorni fa, al termine di una riunione del gabinetto per la sicurezza, di voler ampliare il controllo in Cisgiordania ad aree che per gli accordi di Oslo dovrebbero essere sotto il controllo totale o parziale dell’autorità palestinese. I ministri israeliani delle Finanze Bezalel Smotrich e della Difesa Israel Katz hanno confermato l’approvazione di una serie di decisioni per cambiare “drasticamente” la politica in Cisgiordania, rafforzando il controllo israeliano sul territorio, anche in siti sensibili come Hebron, e aprendo la strada a un’ulteriore espansione degli insediamenti. Un’iniziativa che suscitato la condanna da parte di Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Indonesia, Pakistan, Egitto e Turchia. Anche Londra si è espressa in termini duri, definendo “inaccettabile” qualsiasi “tentativo unilaterale di modificare la geografia o la demografia della Palestina”.

Trump aveva già dichiarato di essere contrario, all’indomani del voto della Knesset sull’annessione della Cisgiordania. Il suo vice JD Vance era stato molto esplicito, definendola “una manovra politica stupida, mi sono sentito personalmente insultato”. Ora la Casa Bianca fa trapelare che la posizione non è cambiata. Ed è un messaggio che arriva in un momento simbolico: Donald Trump vedrà mercoledì il premier Benjamin Netanyahu.

La posizione del tycoon è legata alle trattative per la ricostruzione di Gaza, che sarebbero compromesse nel caso di un passo così drastico da parte di Israele: “Ho dato la mia parola ai Paesi arabi, l’annessione non accadrà. E se accadesse, Israele perderebbe tutto il nostro sostegno”, aveva dichiarato in passato il presidente Usa.


Da Cesare a Trump, il «dittatore democratico»

PALESTINA Le stime della protezione civile, frutto dei soccorsi sul campo e dell'incrocio dei dati. Sono gli effetti delle bombe termobariche di produzione statunitensi: restano solo schizzi di sangue e frammenti di carne 

Di Marco Bascetta, il manifesto

È un’abitudine consolidata, una legge non scritta nel mondo della carta stampata quella di ignorare le iniziative editoriali degli altri quotidiani per non giovare alla concorrenza. Tuttavia questo meschino dogma commerciale andrebbe talvolta messo da parte.

Per esempio riguardo alla scelta del Corriere della sera di mandare in edicola, con forte sostegno pubblicitario, le opere di Luciano Canfora sul mondo antico. E cioè di uno dei nostri più importanti storici dell’antichità, di cultura marxista e legato alla tradizione del comunismo italiano che da molto tempo collabora con quel quotidiano. Opere di grande valore, che pur evitando qualunque ingenuo cortocircuito con l’attualità non si sono mai sottratte a quelle dispute tra scuole e studiosi sull’interpretazione della società e della storia antica che hanno sempre espresso diverse visioni del mondo e diverse posizioni politiche. Nel caso di Canfora non proprio coincidenti con le tradizioni liberali che ispirano il Corriere della sera, cui va comunque dato atto dell’apertura culturale dimostrata nel proporre interpretazioni niente affatto neutrali delle vicende di un lontano passato. Tutti i più illustri studiosi dell’antichità, a partire da Moses Finley, hanno sempre messo in guardia dai confronti diretti tra la modernità e il mondo antico, dall’uso delle stesse categorie per descrivere realtà che hanno ben poco in comune. Economia, democrazia, schiavitù, repubblica, politica non indicano gli stessi fenomeni se riferite alla prima o al secondo. E già Benjamin Constant nella celebre conferenza del 1819 aveva stabilito (polemizzando con la riesumazione rivoluzionaria di Atene e Roma) una profonda differenza e una distanza incolmabile tra «la libertà degli antichi e quella dei moderni». Eppure, da Machiavelli ai Giacobini e ancora oltre la tentazione di impiegare il repertorio dell’antichità classica nella sfera politica del presente è sempre stata irrefrenabile.

Il primo volume riedito dal Corriere, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, un’opera del 1999, sembra fatto apposta per assecondare quella tentazione e trarne qualche lume sui processi politici in corso. Il racconto di Canfora è incalzante, ricco di svolte impreviste e colpi di scena. Ma segue un filo rosso ben preciso, dichiarato fin dalle prime pagine «una carriera tutta rivolta al superamento della res publica, dell’ordinamento tradizionale dello Stato romano». Superamento mai dichiarato, anzi travisato da conservazione, e privo di un disegno politico definito. Tutto giocato da Cesare nella contingenza, cogliendo le occasioni che si presentano di volta in volta, torcendo a favore del proprio potere personale paure, incertezze, speranze. Non vi è programma di riforme né rottura istituzionale nella sua politica, Cesare si atteggia a difensore, anzi a restauratore dell’assetto tradizionale che va in realtà scardinando. La sua azione si avvale di un istituto presente nell’ordinamento repubblicano, quello della dittatura, l’antenato romano dello stato di eccezione. Ma di occasione in occasione, di pericolo in pericolo, la carica dittatoriale, concepita come transitoria, si dilata, diventa permanente. La interromperanno l’uccisione del dittatore alle Idi di marzo, ma dopo Cesare la Repubblica non sarà più la stessa, scivolando sul piano inclinato che conduce alla monarchia, fino a quando Augusto (che abolirà l’istituto della dittatura, ormai inutile) fonderà il principato mascherato da restaurazione della Repubblica. Nel susseguirsi di pericoli estremi e salvatori della patria che si legittimano vicendevolmente, la perpetuazione dell’emergenza assume i tratti di una forma politica nuova, di una sovranità che, senza obblighi di rappresentanza reale, si fonda sul solo compito di proteggere i cittadini (i sudditi) dai pericoli reali o artificiosi che li minaccerebbero.

L’operato di Cesare ci mostra come un ordinamento politico possa venire radicalmente trasfigurato senza doverlo dichiarare e servendosi spregiudicatamente di strumenti politici e istituzionali che già vi sono contenuti. Facendo mostra di salvare l’esistente si afferma così un nuovo potere arbitrario che a patto di conservare inalterati i rapporti di classe non ha più bisogno di alcuna propria dottrina dello Stato. È l’invenzione dell’emergenza e della sua autonomia politica, destinata a godere di una grande e durevole fortuna. Tuttavia la prudenza suggerita dagli studiosi ci obbliga a riconoscere che questa archeologia dell’emergenza, riferendosi a un contesto sideralmente lontano dal nostro, si limita a offrirci un dispositivo, uno schema e un potente allarme narrativo. Il dispositivo è però proprio quello che spinge Donald Trump a cercare le condizioni per applicare contro i suoi avversari una norma non proprio recentissima dell’ordinamento statunitense e cioè quell’ Insurrection act del 1807 che in nome di un’emergenza, di una grave minaccia che incomberebbe sulla nazione, consente di impiegare l’esercito all’interno del paese contro i suoi stessi cittadini e al presidente di prendere il controllo della Guardia nazionale normalmente di competenza degli Stati.

A ben vedere qualche somiglianza con l’antico istituto della dittatura e con la politica cesarista la si può trovare. E poiché gli stati di crisi e gli interventi militari federali nelle metropoli statunitensi si moltiplicano e si inaspriscono anche la sua pericolosa dilatazione torna di attualità. Pure in Italia, del resto, i «pacchetti sicurezza» e l’ormai permanente decretazione d’urgenza lavorano mascherati da protettori della cittadinanza e da difensori dell’identità nazionale contro lo straniero a una trasformazione progressiva e non dichiarata dell’ordinamento politico in senso autoritario. «Dittatore democratico» è un ossimoro che si ripresenta però in una formula di conio assolutamente contemporaneo come «democrazia illiberale». Ma anche quando non si diano formule così esplicite le politiche dell’emergenza attentano passo dopo passo alla libertà dei più procedendo verso forme attuali di «dittatura democratica». È dunque ad ognuno di questi passi, anche quando non sembrino minacciarci direttamente, che bisogna prestare attenzione ed opporsi. Se non si comincia dalle prime avvisaglie, (ma siamo già ben oltre quelle) come illustra una celebre poesia di Berthold Brecht, alla fine non ci sarà più nulla da fare e quando verranno a prenderci a difenderci non sarà restato più nessuno. E il presidente sarà diventato un re.


Il mistero del prezzo esagerato dei giornali italiani in Svizzera

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Di Serena Tinari, tvsvizzera.it

C’è chi non rinuncia a La settimana enigmistica, chi ama sfogliare L’Espresso e chi non riesce a separarsi dai periodici di pettegolezzo e affari delle famiglie reali come Oggi, Gente e Chi. C’è chi adora Le Canard enchaîné, e chi senza leggere The Economist si sente meno informato. Complice la relativamente magra offerta di produzioni cartacee pubblicate nella Confederazione, e grazie al diffuso multilinguismo, molte persone in Svizzera acquistano media di ogni tipo che arrivano da altri Paesi del continente. Nonostante i prezzi decisamente rilevanti.

La differenza fra il costo di una testata in un’edicola italiana e in un chiosco svizzero è infatti sconcertante. Per fare un esempio, per una copia di Internazionale a Milano si pagano 4,5 euro, che al cambio attuale sono 4,12 franchi. A Berna però costa 10,30 franchi, 11 a Lugano. A cosa si deve cotanto aumento? La materia è complessa, perché si tratta di un settore affetto da cronica mancanza di trasparenza.

Caccia ai numeri

7Days è il grossista che distribuisce in Svizzera (e in Liechtenstein) periodici e quotidiani internazionali. L’azienda tedesca è di casa a Francoforte sul Meno e a partire dal 2014, grazie a progressive acquisizioni, ha conquistato il mercato svizzero.

Nel suo portafoglio ci sono oltre 6’900 testate, pubblicate da circa 340 case editrici. L’ufficio stampa scrive a tvsvizzera.it che i costi sono fissati dalle case editrici che pubblicano i titoli. In altre parole, la tariffa che troviamo in un’edicola a Zurigo, a Ginevra o a Bellinzona viene fissata in Italia, in Francia, in Germania.

7Days non brilla per trasparenza. L’addetto alla comunicazione sceglie di non rispondere alle domande sulla composizione del prezzo. Avevamo anche chiesto se poteva fornirci una lista delle pubblicazioni, con i rispettivi prezzi applicati in Italia e in Svizzera, ma ha omesso anche questa risposta. Un gentile sollecito è caduto nel nulla.

Il sito dell’azienda sostiene cheCollegamento esterno, poiché il prezzo di vendita in Svizzera è stabilito dalla casa editrice straniera, “le riviste e i giornali sono venduti allo stesso prezzo in tutta la Svizzera, il che è equo e ragionevole in un’ottica democratica”. Non è vero: lo stesso periodico ha prezzi diversi nella Svizzera francese, italiana e tedesca. Ma anche su questo punto, 7Days ha preferito non pronunciarsi.

La borsa della spesa

Siamo allora andati in un’edicola di Berna e in una di Lugano per acquistare giornali pubblicati in Italia, in Francia e in Germania. La differenza di prezzo fra la Confederazione e gli altri Paesi è impressionante: una testata costa in Svizzera anche il triplo rispetto alla nazione in cui è stata pubblicata. E le differenze fra le regioni linguistiche sono evidenti. In particolare, la maggior parte dei giornali italiani costa un po’ meno a sud delle Alpi che nei cantoni francofoni e germanofoni.

La questione è annosa, le associazioni svizzere per i diritti di consumatori e consumatrici se ne sono occupate nel 2019 con un progetto nazionale che ha incluso la raccolta dei prezzi al dettaglio di 19 periodici stranieriCollegamento esterno in vendita in Svizzera. Risultato: differenze vertiginose, e inspiegabili. L’ACSI ha confermato a tvsvizzera.it che da allora non sono state fatte ulteriori rilevazioni sistematiche.

Il socialista Didier Berberat è stato per una vita di casa alle Camere federali. Eletto al Consiglio nazionale nel 1995, nel 2009 è passato al Consiglio degli Stati dove è rimasto fino al 2019. Negli anni, ha presentato tre interpellanzeCollegamento esterno in Parlamento sul tema del costo dei giornali stranieri in Svizzera. A tvsvizzera.it dice che la stortura è “frutto della chiara volontà degli editori di altri Paesi di ottenere il massimo profitto da un mercato di nicchia che consente loro di ottenere margini di guadagno importanti”.

Mancanza di trasparenza

Berberat ha indagato sulla composizione del prezzo, arrivando alla conclusione che i costi del trasporto fra le frontiere non giustificano le differenze. “Pensiamo all’esempio di un editore parigino. Dalla capitale francese a Ginevra ci sono solo 350 chilometri di distanza, ma appena un periodico passa la frontiera con la Svizzera, costa il doppio o il triplo. Ma se lo stesso giornale è spedito in Corsica, sull’isola costa quanto a Parigi”.

L’ex parlamentare ha notato che la differenza è particolarmente evidente sul prezzo dei giornali italiani. Il nostro test nei chioschi svizzeri lo conferma. Prendiamo due esempi da Francia e Germania. Il settimanale Der Spiegel costa 6,90 euro a Berlino, 8,50 franchi a Berna. Il quotidiano Le Monde in Francia costa 3,80 euro, in Svizzera tedesca 4,90 franchi. Tutt’altra musica con le testate italiane. La Gazzetta dello sport costa in Italia un euro e 50 centesimi, in Ticino 3,50 franchi e in Svizzera tedesca, quattro. L’Espresso costa 4 euro in un’edicola italiana, ma arriva a 7,90 franchi in Ticino e a 8,50 in Svizzera tedesca. Non si salvano i cosiddetti femminili, per una copia di Donna moderna in Italia bisogna sborsare 2 euro, 5,90 franchi a Lugano e 6,20 a Berna. GrandHotel: 2 euro in Italia, 6,10 franchi in Ticino e 6,60 franchi Oltregottardo.

Didier Berberat sottolinea che queste tariffe non tengono mai conto delle oscillazioni del cambio fra le due valute, e ritiene ci sia “un accordo che non è alla luce del sole fra la distribuzione svizzera e gli editori all’estero. C’è lo stesso problema con i libri, dove però la differenza di prezzo si ferma a circa il 40%”.

Libero mercato?

La questione si inserisce nell’annoso tema degli eccessivi prezzi all’importazione, e negli anni se ne sono occupati – invano – la Commissione della concorrenza (COMCO) e il Sorvegliante dei prezzi. A Palazzo federale, poi, Berberat ha tentato a più riprese di coinvolgere il Governo. Risultato? Nessuno. “Il Consiglio federale nelle sue risposte ha menzionato costi logistici più elevati, ma questo è solo in parte vero”.

“Nel nostro Paese, la politica si fonda sul principio del libero mercato, ergo di non disturbare l’economia. Per questo da noi la protezione di consumatori e consumatrici è sottosviluppata”.
Didier Berberat, ex parlamentare svizzero

E allora, quale sarebbe il problema? Berberat non ha peli sulla lingua: “Nel nostro Paese, la politica si fonda sul principio del libero mercato, ergo di non disturbare l’economia. Per questo da noi la protezione di consumatori e consumatrici è sottosviluppata. Siamo la patria del non intervenzionismo in economia, il Governo è persuaso che bisogna lasciare che offerta e domanda regolino il mercato. Con i giornali stranieri non funziona, e il risultato è sotto i nostri occhi”.

Crisi dell’editoria

La versione cartacea di giornali e periodici attraversa una profonda crisi in tutto il mondo. I dati sono impressionanti, a seconda dei Paesi l’ultimo ventennio ha visto le vendite diminuire dal 40 al 75%. 7Days conferma che il fenomeno non risparmia il mercato dei giornali stranieri in Svizzera: “Gli effetti dell’avanzamento della digitalizzazione li registriamo in tutte le regioni linguistiche”. Anche sull’offerta online, comunque, gli editori stranieri si prendono cura dell’isola dei prezzi alti elvetica, attraverso meccanismi di geoblocking che identificano il Paese da cui una persona si connette.

Persino La Settimana Enigmistica, con i suoi cruciverba che per tradizione prevedono l’uso di carta e penna, si è buttata sul digitale. La rivista ha di recente compiuto 90 anni e nonostante la sempre crescente concorrenza di testate simili, mantiene una solida posizione sul mercato grazie a un lettorato affezionato.

Tvsvizzera.it ha chiesto all’ufficio stampa del settimanale come mai in Italia una copia costi 2 euro, in Ticino 5 franchi e a Berna 6,10 franchi, ovvero circa il triplo. La risposta: “Siamo davvero spiacenti di doverle comunicare che, per una precisa, antica e inderogabile scelta editoriale non possiamo accontentarla. Quelli che lei ci chiede sono dati che non diffondiamo”. È il mondo della stampa, bellezza, e non sempre è trasparente.


A quali Giochi gioca il mondo

PALESTINA Le stime della protezione civile, frutto dei soccorsi sul campo e dell'incrocio dei dati. Sono gli effetti delle bombe termobariche di produzione statunitensi: restano solo schizzi di sangue e frammenti di carne 

Di Andrea Malaguti, La Stampa

«Sono nata nello Zimbabwe e noi, in Africa, abbiamo una parola che a me piace molto: ubuntu.
Significa: io sono perché noi siamo»
Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale, alla cerimonia d’apertura dei giochi

Rubo una considerazione che sentivo fare a Gianni Cuperlo qualche giorno fa. Serve un pensiero nuovo su questo tempo e bisogna produrlo in fretta. Condivido, ma come? Partendo da un rinascimento valoriale e dall’accanita ricerca dell’indipendenza tecnologica europea, perché tra le due cose c’è un nesso sempre più evidente. Idee scomposte che mi ballavano in testa guardando, venerdì sera, la cerimonia incantata dei Giochi olimpici, immaginata da quel genio di Marco Balich. Una sorta di fotografia della società come vorremmo che fosse e che, purtroppo, non è. Italia inclusa, naturalmente.

Quella in cui la Creatività è il soffio vitale, la Forza un grandioso propellente sportivo e la Competitività è lo stimolo più potente per dare il meglio. Nessuno degli atleti che hanno sfilato nella magica cornice del Meazza esisterebbe se non ci fossero gli altri. Lo Sport è un sistema a specchio, la vita lo è. Guardando gli altri perfezioniamo il senso di noi stessi. Per questo la narrativa di fondo è così importante. È il racconto dominante ad alimentare la sensibilità diffusa, ad orientare le scelte, a ridefinire gli assetti pubblici e privati.

Nessuno lo sa meglio dei tecno-feudatari della Silicon Valley, artefici spietati di quella che uno strepitoso scrittore come William Gibson chiama «l’Apocalisse a rate». Ci fanno franare la terra sotto i piedi. Scientificamente, piano piano, inesorabilmente, teorizzando che libertà e democrazia non sono più compatibili, imponendoci il loro stile di vita e i loro orizzonti. Ma solo la diversità e la fragilità degli altri, la capacità di comprenderli, ci tengono in equilibrio. Abbiamo bisogno del nostro opposto.

Per tornare, però, ai messaggi della Cerimonia di Balich, è evidente che non esisterebbe Goggia senza Brignone. E che non c’è Sinner senza Alcaraz. Juve senza Inter. Né, allargando lo sguardo, Meloni senza Mattarella. Una visione che la neopresidente del Cio, Kirsty Coventry, nata nello Zimbabwe, riassume chiaramente anticipando l’accensione della fiaccola. «Noi, in Africa, abbiamo una parola che a me piace molto: ubuntu. Significa: io sono perché noi siamo». Frase destinata a cariare i denti ai cinici perennemente disgustati, ai disillusi e agli incattiviti signori dello Spirito del Tempo, interpreti supremi della dominante ultradestra planetaria. Quelli, per intenderci, che manipolando l’Intelligenza Artificiale trasformano Barack e Michelle Obama in due scimmie. Una frase che, proprio per questo, andrebbe insegnata nelle scuole, meglio ancora se dall’asilo. Una frase della quale non bisognerebbe vergognarsi, perché, diceva Martin Luther King, «le nostre vite cominciano a finire quando cominciamo a stare zitti di fronte alle cose che contano». E invece.

La filosofia dell’ubuntu cambia il fatto che i Giochi sono un’illusoria sospensione della realtà, in cui tifare per qualcuno, vincere o perdere, non ha alcun prezzo reale, se non di tipo sbrigativamente emotivo? No. O lo cambia solo in parte. Ma questi quadriennali momenti di condivisione mondiale – erano due miliardi gli spettatori stimati davanti alla tv – qualcosa da insegnare ce l’hanno a prescindere.

L’applausometro di uno stadio pieno di italiani e di delegazioni provenienti da ogni angolo del pianeta è un interessante termometro dei nostri umori. Boati, applausi e cori per ucraini, canadesi, messicani e, soprattutto, per Sergio Mattarella, collante di un Paese che, senza di lui, rischierebbe una deriva americana, democrazia declinante e perennemente alla ricerca del corpo a corpo. Erano degli eroi, erano gli «Arrivano i nostri!». Oggi ci fanno paura. Come dimostrano i sondaggi di Alessandra Ghisleri (sette italiani su dieci detestano Trump) e i fischi automatici recapitati al vicepresidente J.D. Vance inquadrato incautamente dalla regia internazionale.

Nel sistema Italia è la presenza del Presidente della Repubblica, che scende da un tram guidato da Valentino Rossi, a permettere che l’aggressività dialettica di Nordio e di Vannacci, o quella fisica, sconvolgente e inaccettabile dei black bloc alla torinese, non si trasformino in quotidiana guerra civile. Mi faceva notare un collega piuttosto saggio, che se la follia esplosa davanti ad Askatasuna fosse stata gestita dall’Ice e non dalle nostre forze dell’ordine, probabilmente avremmo contato i morti e non i feriti. Penso abbia ragione.

Nonostante la scivolosa ambiguità del millesimo decreto sicurezza, siamo un Paese ancora pieno di anticorpi sani, dove, però, l’impietoso confronto tra l’eleganza della festa olimpica e gli annunci del prossimo Sanremo, con una serata affidata ad un comico noto soprattutto per le sue battute sessiste e omofobe, svela l’incertezza identitaria della nostra ondivaga “chatting class”, abituata da sempre a tenere i piedi in due scarpe. A non prendere decisioni secche. Precipitata nei compromessi. Accogliente per Pucci ma non per Ghali. Disposta persino, come ha fatto sapere la premier Giorgia Meloni, a sostenere il Board of Peace per Gaza, una sorta di Onu parallela fondata sul contributo di autocrati di varia fatta. Ma non con una partecipazione diretta – troppo facile – bensì da semplici osservatori. Ci sto ma non ci sto. Ci credo ma mi vergogno. Vorrei ma non posso. Abbiamo paura del delirio di onnipotenza dell’autocrate di Mar-a-Lago o ne siamo affascinati?

Quanto, il modo di pensare di The Donald, sta tappando a tutti la bocca? Che cosa è diventata la Terra della Libertà, il Faro della Democrazia, se in una città come Minneapolis, per farsi una reputazione da cittadini pericolosi basta andare in giro ripetendo frasi che per i padri costituenti erano imprescindibili pilastri sociali. Chi protesta viene accusato in tempo reale di terrorismo, con una dinamica da regime che sta rapidamente attraversando l’Oceano. O sei con me o sei un pericolo pubblico. C’era una volta lo Stato di diritto. È impressionante osservare la trasformazione in atto negli Stati Uniti. I Draghi della tecnologia moltiplicano i propri fondi senza fine trasformando il Presidente in un nuovo Creso fuori controllo e, come pupari del terzo millennio, muovono agilmente i fili di istituzioni sempre più fragili. Infiltrandole e dominandole, teorizzando senza imbarazzi che il futuro si costruisce solo attraverso la violenza e l’individuazione di un nemico. È tutto studiato a tavolino. Persino i soldi dell’orrendo Jeffrey Epstein erano investiti nei fondi dell’oscuro Peter Thiel, creatore di Palantir, la più sofisticata e pervasiva macchina da guerra della storia. Chi pone un limite al potere dilagante di Meta o di TikTok, ormai espressione diretta della Casa Bianca? C’è qualcuno capace, in questo privilegiato angolo della Terra, di contrapporsi a loro, appoggiandosi ai valori tanto semplici da sembrare banali dei Giochi olimpici? Non esiste alternativa alla sovranità tecnologica.

C’è stato un tempo in cui eravamo i primi ad abbracciare il futuro. Dall’inizio del millennio arranchiamo. Ci incartiamo in dibattiti infiniti. Rifiutiamo percorsi condivisi, non siamo capaci di costruire gli Stati Uniti d’Europa, ma ne parliamo moltissimo. E non ci rendiamo conto che solo la regolamentazione e il controllo dell’intelligenza artificiale ci impediranno di diventare schiavi. Non è un caso se Papa Leone XIV torna ossessivamente sul tema. Ma quello che è chiaro in Vaticano, è sconosciuto a Roma e a Bruxelles.

A Torino, il 16 febbraio, alla presenza del Presidente della Repubblica, si celebra il centenario della morte di Piero Gobetti, prezioso intellettuale bambino che metteva in guardia da una democrazia debole, tentata persino dall’ambizione di «addomesticare il fascismo». Come se con i principi si potessero trovare dei compromessi. All’anestetica «Democrazia dell’armonia», Gobetti contrapponeva, come ha ricordato Marco Revelli su questo giornale, la «sDemocrazia da fare”. Che non è un inno alla conflittualità, ma la presa d’atto che per i propri valori è necessario spendersi ogni giorno. Serve intransigenza interiore, umana e vigile, per impedire l’Apocalisse a rate di cui parla Gibson. Seve un ubuntu all’europea: io sono perché noi siamo. L’esperienza dice che il rigore non fa per noi. Che tra i valori dello Sport che amiamo e il piccolo cabotaggio che ci tiene apparentemente al riparo dai rischi e ci spinge a salire sul carro del vincitore, siamo più inclini a scegliere il secondo. Ma che meraviglia sarebbe scoprire che siamo cambiati.

Nell’immagine: Kirsty Coventry


Il Portogallo va a Seguro: il socialista che unisce ha bloccato i sovranisti

PALESTINA Le stime della protezione civile, frutto dei soccorsi sul campo e dell'incrocio dei dati. Sono gli effetti delle bombe termobariche di produzione statunitensi: restano solo schizzi di sangue e frammenti di carne 

Di Benedetta Perilli, La Repubblica

Sotto la pioggia incessante, flagellato dal treno di perturbazioni che in poco più di dieci giorni ha fatto registrare 14 morti, il Portogallo ha scelto il suo nuovo presidente della Repubblica con uno dei tassi di astensione più bassi degli ultimi anni. Socialista, ma moderato, António José Seguro, 63 anni, ha stravinto il ballottaggio con oltre il 66% dei voti – a inizio campagna i primi sondaggi lo davano al 6% – battendo il leader dell’estrema destra André Ventura, 43 anni, capace di trasformare il suo partito Chega, fondato nel 2019, nella seconda forza politica in Parlamento.

«Sono entusiasta dell’attaccamento dei portoghesi ai valori costituzionali», la prima dichiarazione di Seguro che succede al conservatore Marcelo Rebelo de Sousa. La vittoria della democrazia, commentano gli analisti che lodano un popolo capace di affrontare le intemperie pur di difenderla; la resistenza all’avanzata dei sovranisti, esultano socialisti – nonostante il tiepido sostegno iniziale di parte della sinistra – e non socialisti – tra i quali anche alti esponenti del mondo conservatore – che intorno a lui hanno costruito un solido cordone sanitario contro l’estremismo della politica anti-establishment e anti-immigrazione di Ventura.

Dopo venti anni, da quando Jorge Sampaio ha lasciato il palazzo di Belém, un socialista torna alla presidenza della Repubblica in un Portogallo governato dal debole centro-destra del premier Luís Montenegro. E sembra veramente una guerra dei mondi, favorita dalla grande frammentazione della destra, quella vinta dall’ex segretario del Partito Socialista (Ps) Seguro che alla politica urlata dei sovranisti ha opposto l’immagine moderata di un uomo di lunga esperienza lontano da anni dalla politica attiva e dai numerosi scandali di corruzione che hanno colpito il Paese.

Di orientamento centrista, è tornato sulla scena dopo un lungo periodo di marginalità: nel 2014, al termine di una battaglia fratricida, Seguro era stato sostituito alla guida del Ps dall’ex primo ministro e attuale presidente del Consiglio europeo António Costa, che gli rimproverava di non essersi opposto alla politica di austerità della troika. Seguro è stato leader delle giovanili socialiste negli anni Novanta, deputato e poi ministro sotto il premier António Guterres, oggi segretario generale dell’Onu.

Laureato in scienze politiche e relazioni internazionali, è stato eletto al Parlamento europeo nel 1999. Allontanatosi dalla politica durante il governo del socialista José Sócrates, che portò il Portogallo vicino alla bancarotta e fu poi accusato di corruzione, ha ripreso nel 2011 le redini del Ps. Sposato e padre di due figli, soprannominato “Tozé”, è originario di Penamacor, nel centro del Portogallo, dove produce vino e olio.

Nell’immagine: António José Seguro,