PALESTINA Le stime della protezione civile, frutto dei soccorsi sul campo e dell'incrocio dei dati. Sono gli effetti delle bombe termobariche di produzione statunitensi: restano solo schizzi di sangue e frammenti di carne
Di Andrea Malaguti, La Stampa
«Sono nata nello Zimbabwe e noi, in Africa, abbiamo una parola che a me piace molto: ubuntu.
Significa: io sono perché noi siamo»
Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale, alla cerimonia d’apertura dei giochi
Rubo una considerazione che sentivo fare a Gianni Cuperlo qualche giorno fa. Serve un pensiero nuovo su questo tempo e bisogna produrlo in fretta. Condivido, ma come? Partendo da un rinascimento valoriale e dall’accanita ricerca dell’indipendenza tecnologica europea, perché tra le due cose c’è un nesso sempre più evidente. Idee scomposte che mi ballavano in testa guardando, venerdì sera, la cerimonia incantata dei Giochi olimpici, immaginata da quel genio di Marco Balich. Una sorta di fotografia della società come vorremmo che fosse e che, purtroppo, non è. Italia inclusa, naturalmente.
Quella in cui la Creatività è il soffio vitale, la Forza un grandioso propellente sportivo e la Competitività è lo stimolo più potente per dare il meglio. Nessuno degli atleti che hanno sfilato nella magica cornice del Meazza esisterebbe se non ci fossero gli altri. Lo Sport è un sistema a specchio, la vita lo è. Guardando gli altri perfezioniamo il senso di noi stessi. Per questo la narrativa di fondo è così importante. È il racconto dominante ad alimentare la sensibilità diffusa, ad orientare le scelte, a ridefinire gli assetti pubblici e privati.
Nessuno lo sa meglio dei tecno-feudatari della Silicon Valley, artefici spietati di quella che uno strepitoso scrittore come William Gibson chiama «l’Apocalisse a rate». Ci fanno franare la terra sotto i piedi. Scientificamente, piano piano, inesorabilmente, teorizzando che libertà e democrazia non sono più compatibili, imponendoci il loro stile di vita e i loro orizzonti. Ma solo la diversità e la fragilità degli altri, la capacità di comprenderli, ci tengono in equilibrio. Abbiamo bisogno del nostro opposto.
Per tornare, però, ai messaggi della Cerimonia di Balich, è evidente che non esisterebbe Goggia senza Brignone. E che non c’è Sinner senza Alcaraz. Juve senza Inter. Né, allargando lo sguardo, Meloni senza Mattarella. Una visione che la neopresidente del Cio, Kirsty Coventry, nata nello Zimbabwe, riassume chiaramente anticipando l’accensione della fiaccola. «Noi, in Africa, abbiamo una parola che a me piace molto: ubuntu. Significa: io sono perché noi siamo». Frase destinata a cariare i denti ai cinici perennemente disgustati, ai disillusi e agli incattiviti signori dello Spirito del Tempo, interpreti supremi della dominante ultradestra planetaria. Quelli, per intenderci, che manipolando l’Intelligenza Artificiale trasformano Barack e Michelle Obama in due scimmie. Una frase che, proprio per questo, andrebbe insegnata nelle scuole, meglio ancora se dall’asilo. Una frase della quale non bisognerebbe vergognarsi, perché, diceva Martin Luther King, «le nostre vite cominciano a finire quando cominciamo a stare zitti di fronte alle cose che contano». E invece.
La filosofia dell’ubuntu cambia il fatto che i Giochi sono un’illusoria sospensione della realtà, in cui tifare per qualcuno, vincere o perdere, non ha alcun prezzo reale, se non di tipo sbrigativamente emotivo? No. O lo cambia solo in parte. Ma questi quadriennali momenti di condivisione mondiale – erano due miliardi gli spettatori stimati davanti alla tv – qualcosa da insegnare ce l’hanno a prescindere.
L’applausometro di uno stadio pieno di italiani e di delegazioni provenienti da ogni angolo del pianeta è un interessante termometro dei nostri umori. Boati, applausi e cori per ucraini, canadesi, messicani e, soprattutto, per Sergio Mattarella, collante di un Paese che, senza di lui, rischierebbe una deriva americana, democrazia declinante e perennemente alla ricerca del corpo a corpo. Erano degli eroi, erano gli «Arrivano i nostri!». Oggi ci fanno paura. Come dimostrano i sondaggi di Alessandra Ghisleri (sette italiani su dieci detestano Trump) e i fischi automatici recapitati al vicepresidente J.D. Vance inquadrato incautamente dalla regia internazionale.
Nel sistema Italia è la presenza del Presidente della Repubblica, che scende da un tram guidato da Valentino Rossi, a permettere che l’aggressività dialettica di Nordio e di Vannacci, o quella fisica, sconvolgente e inaccettabile dei black bloc alla torinese, non si trasformino in quotidiana guerra civile. Mi faceva notare un collega piuttosto saggio, che se la follia esplosa davanti ad Askatasuna fosse stata gestita dall’Ice e non dalle nostre forze dell’ordine, probabilmente avremmo contato i morti e non i feriti. Penso abbia ragione.
Nonostante la scivolosa ambiguità del millesimo decreto sicurezza, siamo un Paese ancora pieno di anticorpi sani, dove, però, l’impietoso confronto tra l’eleganza della festa olimpica e gli annunci del prossimo Sanremo, con una serata affidata ad un comico noto soprattutto per le sue battute sessiste e omofobe, svela l’incertezza identitaria della nostra ondivaga “chatting class”, abituata da sempre a tenere i piedi in due scarpe. A non prendere decisioni secche. Precipitata nei compromessi. Accogliente per Pucci ma non per Ghali. Disposta persino, come ha fatto sapere la premier Giorgia Meloni, a sostenere il Board of Peace per Gaza, una sorta di Onu parallela fondata sul contributo di autocrati di varia fatta. Ma non con una partecipazione diretta – troppo facile – bensì da semplici osservatori. Ci sto ma non ci sto. Ci credo ma mi vergogno. Vorrei ma non posso. Abbiamo paura del delirio di onnipotenza dell’autocrate di Mar-a-Lago o ne siamo affascinati?
Quanto, il modo di pensare di The Donald, sta tappando a tutti la bocca? Che cosa è diventata la Terra della Libertà, il Faro della Democrazia, se in una città come Minneapolis, per farsi una reputazione da cittadini pericolosi basta andare in giro ripetendo frasi che per i padri costituenti erano imprescindibili pilastri sociali. Chi protesta viene accusato in tempo reale di terrorismo, con una dinamica da regime che sta rapidamente attraversando l’Oceano. O sei con me o sei un pericolo pubblico. C’era una volta lo Stato di diritto. È impressionante osservare la trasformazione in atto negli Stati Uniti. I Draghi della tecnologia moltiplicano i propri fondi senza fine trasformando il Presidente in un nuovo Creso fuori controllo e, come pupari del terzo millennio, muovono agilmente i fili di istituzioni sempre più fragili. Infiltrandole e dominandole, teorizzando senza imbarazzi che il futuro si costruisce solo attraverso la violenza e l’individuazione di un nemico. È tutto studiato a tavolino. Persino i soldi dell’orrendo Jeffrey Epstein erano investiti nei fondi dell’oscuro Peter Thiel, creatore di Palantir, la più sofisticata e pervasiva macchina da guerra della storia. Chi pone un limite al potere dilagante di Meta o di TikTok, ormai espressione diretta della Casa Bianca? C’è qualcuno capace, in questo privilegiato angolo della Terra, di contrapporsi a loro, appoggiandosi ai valori tanto semplici da sembrare banali dei Giochi olimpici? Non esiste alternativa alla sovranità tecnologica.
C’è stato un tempo in cui eravamo i primi ad abbracciare il futuro. Dall’inizio del millennio arranchiamo. Ci incartiamo in dibattiti infiniti. Rifiutiamo percorsi condivisi, non siamo capaci di costruire gli Stati Uniti d’Europa, ma ne parliamo moltissimo. E non ci rendiamo conto che solo la regolamentazione e il controllo dell’intelligenza artificiale ci impediranno di diventare schiavi. Non è un caso se Papa Leone XIV torna ossessivamente sul tema. Ma quello che è chiaro in Vaticano, è sconosciuto a Roma e a Bruxelles.
A Torino, il 16 febbraio, alla presenza del Presidente della Repubblica, si celebra il centenario della morte di Piero Gobetti, prezioso intellettuale bambino che metteva in guardia da una democrazia debole, tentata persino dall’ambizione di «addomesticare il fascismo». Come se con i principi si potessero trovare dei compromessi. All’anestetica «Democrazia dell’armonia», Gobetti contrapponeva, come ha ricordato Marco Revelli su questo giornale, la «sDemocrazia da fare”. Che non è un inno alla conflittualità, ma la presa d’atto che per i propri valori è necessario spendersi ogni giorno. Serve intransigenza interiore, umana e vigile, per impedire l’Apocalisse a rate di cui parla Gibson. Seve un ubuntu all’europea: io sono perché noi siamo. L’esperienza dice che il rigore non fa per noi. Che tra i valori dello Sport che amiamo e il piccolo cabotaggio che ci tiene apparentemente al riparo dai rischi e ci spinge a salire sul carro del vincitore, siamo più inclini a scegliere il secondo. Ma che meraviglia sarebbe scoprire che siamo cambiati.
Nell’immagine: Kirsty Coventry