200 fr. bastano? Non certo per lo sport

Dimenticate in parte (se non del tutto) Olimpiadi, Mondiali, Europei. Godetevi freccette, biliardo, bowling e curling, oppure fatevi spennare come polli, pagando ai privati dai da 400 ai 700 fr. all'anno 

Il progetto di Quadri, Tettamanti & Co. è chiaro, e Paolo ‘Telefonino’ Pamini lo ha confermato all’Assemblea della Corsi: i 200 franchi bastano all’informazione, ossia alla loro occupazione del TG che alle 20.00 non dovrebbe più dare notizie (tanto le leggiamo sul telefonino) ma dibattiti con la loro presenza.

E lo sport? Non fa parte del mandato essenziale, chi vuole il calcio lo compera da Swisscom (Blue) per 418,80 fr l’anno; l’hockey da My Sport (Sunrise) per 358.80: i proprietari sono gli americani di Liberty Global, ex UPC, quelli che 8 anni fa diedero per un piatto di lenticchie (rispetto a quanto chiesto alla RSI) i derby a Teleticino. Lo sport si può anche acquistare al mese, pagando molto di più: 49,90 il calcio, 39,90 l’hockey. Regalato. In epoca ‘No-Billag’ un match di calcio svizzero si poteva vedere per 7.90, uno di Champions League per 9.70. Ora non si può più. Venghino signori, venghino: risparmiate 100 franchi e ne spenderete da 400 a 700.

Passando da 451 a 335/300 la SSR ha dovuto abbandonare le due aste, che si muovono fra i 35 e i 40 milioni l’anno. Dopo aver contribuito per anni a far diventare grandi e ricchi entrambi gli sport, la SSR  è stata trattata dalle Leghe a pesci in faccia: una partita di calcio il sabato sera, più la Coppa; per l’hockey, brevi riassunti in tarda serata.

Si ma la SSR ha le nazionali, le Olimpiadi e i Mondiali: vero, ma per quanto tempo ancora se viene ‘halbiert’, dimezzata come dicono bene i tedeschi, mentre lo nega la destra?

I miei ex-colleghi stanno già facendo il toto-taglia e incolla: vengono licenziati (o restano in studio a fare brevi riassunti) quelli del motociclismo o quelli della formula 1 senza la svizzera Sauber? Quali dirette degli sport invernali salviamo? Lo sci alpino o il fondo e il salto? Lo sci acrobatico o il pattinaggio? Il bob o il biathlon? Chi sacrifichiamo fra il nuoto di Ponti e l’atletica leggera delle sorelle Kambundji e del decatleta Kamber?

È l’ennesima contraddizione della destra, dei paladini della ‘Nostra gente’: ma lo sport per questi veri (falsi) svizzeri, non fa parte della nostra Patria? Non possiamo andare orgogliosi se i nostri rappresentanti, uomini e donne, vincono a livello olimpico, mondiale, europeo? E allora perché volete togliere lo sport per darlo in mano a piattaforme private, americane più che svizzere, che spenneranno gli sportivi come polli?

Marchesi dice che lo sport la SSR lo può far pagare a parte: bravo, ma come fa a far pagare un prodotto di cui non può comprare i diritti per mancanza di fondi?

La realtà, nota a tutti, è che la destra vuol mettere le mani sulla RSI.

Per fortuna Gobbi e Zali in materia di informazione e trasparenza sono talmente raffinati da farsi male da soli: dicono che sono per i 200 fr perché la RSI “ipermediatizza (?) la nostra realtà con giornalisti che utilizzano il servizio pubblico per scopi attivistici e non informativi”.

Tradotto: quando noi due ci scambiamo le scartoffie, quando barattiamo 3 conigli per 2 galline perché tu hai l’erbetta in giardino e io un mini-pollaio dietro casa, voi della RSI e della stampa dovete dire al massimo due parole, possibilmente incomprensibili  e ambigue come le nostre.

Da notare (come già nel caso di Lorenzo Quadri e Alain Bühler) che anche Zali è cresciuto e ha potuto studiare grazie alla TSI, con papà Romeo caporedattore del Regionale, mio  primo (e indimenticabile) maestro da stagiaire e da giovane professionista, prima di passare allo sport in sostituzione del grande Albertini.

Fra i 30’000 ticinesi che hanno firmato per i 200 fr, immaginiamo che una discreta fetta segua lo sport. Per questi 15-20’000 ho ancora qualche notizia utile.

Dall’ultimo bilancio della SSR (lo trovate in rete) risulta che per lo sport è stato speso il 15%  dell’incasso totale, ossia 234 milioni e 150’000 franchi, di cui 40 milioni per i soli diritti dei grandi eventi che in certe annate possono arrivare a 50 milioni.

Passando da 300 a 200 fr, in  tasca alla SSR rimangono poco più di 100 milioni, perché oltre al canone decurtato verrebbe meno il contributo delle aziende (grazie all’impegno del ‘terminator’ della pernice bianca Regazzi, altro amico della ‘Nostra Gente’) e della pubblicità: con poco sport la RSI non sarà più attraente come prima.

La BBC ha già fatto ciò che la destra ticinese vuol fare: separare lo sport dal resto dell’Informazione. Intanto ogni economia domestica inglese paga 174,5 sterline l’anno (185 fr) indipendentemente dai programmi che sceglie, liberi o a pagamento. Per chi vuol anche vedere lo sport nazionale, il calcio, la tariffa è questa:

Campionato inglese: 12×49.5 sterline al mese, 594 l’anno
Coppe europee: 12×22.99 sterline al mese, 275.88 l’anno
A questi vanno aggiunte 145.50 sterline per la Coppa, in mano alla TV pubblica BBC
Il totale annuo ammonta all’equivalente di franchi 1067.58

È ora di salutarci, cari amici sportivi – un po’ meno cari di prima: intanto perché magari prenderete a calci l’azienda che sull’arco di 35 anni mi ha fatto girare il mondo per 18 Olimpiadi estive e invernali, molti Mondiali ed Europei ecc. facendo un bel servizio anche a voi, e poi perché mi avete obbligato a fare troppi cambi sterline-franco a braccio, prova  del nove inclusa: non uso (non ho) il calcolatore.

Per il resto non perdetevi d’animo: agli sport citati nel titolo, in prospettiva potrete magari aggiungere la Coppa del mondo di bocce, pétanque, biglie e ‘Gioco della lippa’. Quest’ultimo, per mancanza di spazio, lo dovete cercare in rete.


La fiaccola e il buio

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Di Ezio Mauro, La Repubblica

L’età dell’incertezza, lo smarrimento della nostra epoca, nasce dal fatto che siamo sospesi tra due mondi: non siamo più ciò che eravamo, ma non sappiamo ancora cosa siamo diventati. Istintivamente cerchiamo di opporci a questa scissione, negandola o facendo finta di non vederla: è la fatica del nostro procedere quotidiano dentro le vecchie regole che qualcuno ha disdettato senza averne l’autorizzazione, dunque con la logica della manomissione più che del cambiamento.

Nel mondo capovolto, dobbiamo difenderci da chi dovrebbe proteggerci e l’ultimo sortilegio è quello che ci confonde, rendendoci incapaci di distinguere tra amici e nemici. Qui siamo, fingendo di poter sopravvivere come se nulla fosse accaduto, mentre il mondo ha fatto un giro.

Poi capita che a Milano si accenda la fiamma olimpica e subito il buio si dirada. Ma attenzione: non è la prevalenza della retorica sulla realtà, il conforto della tradizione, l’abbandono alla dimensione parallela dello sport, è il contrario.

Il concetto sociopolitico delle Olimpiadi, nella sua forma e nella sostanza, alla prima prova dei fatti agisce come una contraddizione sulla realtà mascherata in cui viviamo, e che in questa fase di transizione non rivela appieno la sua natura e i suoi obiettivi. La forza neo-autoritaria come nuovo fondamento della politica ha già deciso il nostro futuro, facendo scivolare la storia e il destino universale sul piano inclinato della post-democrazia?

Ecco che irrompe con i Giochi la testimonianza culturale, fisica, agonistica, politica di un’altra forza naturalmente alternativa, fatta di primati e non di supremazia, di gara e non di lotta, di fratellanza e non di guerra, di sfida e non di ricatto.

La migliore gioventù che sfila con le bandiere affiancate sotto gli occhi del mondo, non mandata a morire ma chiamata a competere, dunque a superare in ogni gara se stessa nella perfetta coscienza del limite: che nello sport non è un vincolo di cui liberarsi come in politica, ma un traguardo e insieme una ripartenza, perché ogni record è per definizione temporaneo, e solo l’abuso trasforma la vittoria in una conquista.

Ci voleva la linea d’ombra sotto cui viviamo per farci capire che la fiaccola olimpica è una contro-rappresentazione del nostro tempo, una persistenza simbolica, un’irruzione di significato, che altre volte in passato non abbiamo colto.

Tutto questo per una ragione semplice: l’Olimpiade, modernissima nella tecnologia che ha spettacolarizzato la coreografia, è in realtà un portato di civiltà, la civiltà europea e occidentale offerta al mondo come occasione periodica di incontro e di confronto, di coesistenza, di convivenza. Di pace. E tutto questo cozza naturalmente, inevitabilmente, con l’interpretazione che il potere dà del mondo odierno.

È la civiltà della polis, come luogo del riconoscimento reciproco, che nel tempo in cui la fiamma olimpica resterà accesa diventa universale, raccoglie il pianeta e lo rappresenta, così come la tregua sacra consentiva alla città di riconoscersi in un mondo comune.

E la sapienza delle Olimpiadi di radicarsi appunto in una città più che in uno Stato consegna i Giochi ai cittadini più che al potere, convocato come presenza coreografica come le montagne di sfondo, davanti allo spettacolo della città nucleo civile fondamentale con le sue strade, le piazze, magari i portici attorno al Duomo, al municipio e alla prefettura: e infine ai caffè, dove si consuma il lusso intelligente della perdita di tempo e dove ozia l’invenzione europea della conversazione, che è appunto la forma quotidiana del riconoscimento reciproco, l’atto politico di base.

La civiltà, dicevano gli antichi, nasce proprio quando la forza accetta di farsi limite e il conflitto può essere addirittura sospeso, perché l’ordine e la pace non sono doni divini, ma costruzioni umane, e per questo politiche. Se rovesciamo il ragionamento, il rifiuto del limite diventa il fondamento dell’inciviltà.

Ecco la nuova soglia, illuminata dalla fiaccola olimpica che per contrasto la rivela in tutta la sua potenza distruttrice. Inconsapevolmente, ma con la forza dell’evidenza, la cerimonia olimpica conteneva tutto questo. Il rito, inventato per colmare il vuoto, per una volta lo rivela: è lo spazio tra due interpretazioni della realtà, da un lato il faticoso continuum della democrazia, dall’altro lo spettacolo devastante della rottura permanente dell’ordine fin qui costruito e accettato.

Milano deve fare tesoro di questo messaggio, diventandone destinataria, e non soltanto sede casuale. Perché è ancora possibile rintracciare il senso delle cose umane, risalire fino al significato degli avvenimenti, senza accontentarsi della loro rappresentazione: sapendo che una civiltà, o anche soltanto una comunità, ha bisogno di un rito simbolico condiviso. Altrimenti queste Olimpiadi diventano un semplice spettacolo. L’ultimo spettacolo.

Nell’immagine: Milano, 6 febbraio: la cerimonia di apertura delle Olimpiadi a San Siro


Epstein, il potere dell’immortalità: quando lo scandalo può rafforzare la reputazione

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Di Federico Varese, La Stampa

Come è possibile che Jeffrey Epstein sia rimasto un personaggio influente, ammirato e corteggiato anche dopo la sua condanna per pedofilia nel 2008, continuando a occupare una posizione centrale in un vastissimo network di favori, sessuali e non? Per capirlo, occorre guardare meno al comportamento di Epstein e più al modo in cui i sistemi d’élite interpretano lo scandalo.

La condanna del 2008 non produsse la “morte sociale” di Epstein. Nelle reti d’élite, lo scandalo raramente viene elaborato come un verdetto morale: viene piuttosto concepito come informazione. La domanda rilevante non è “che cosa ha fatto questa persona?”, ma “che cosa segnala la sua presenza continuata?”. Quando qualcuno sopravvive a una catastrofe reputazionale e rimane inserito in ambienti potenti, l’inferenza che molti traggono non è l’innocenza, ma la protezione.

Questa logica non è specifica al caso Epstein, ma ricorre in altri ambiti di potere. È ben nota, per esempio, nel mondo mafioso, come ha mostrato Diego Gambetta nel suo libro La mafia siciliana. All’interno della criminalità organizzata, sopravvivere ad arresti, processi o persino alla detenzione funziona spesso come prova di forza, non come sua negazione. Segnala agli altri qualcosa di cruciale: appoggi, disciplina, capacità di sopravvivenza. La punizione che non pone fine all’autorità diventa la prova che quell’autorità è reale. Ciò che conta, in altre parole, non è l’assenza di un rovescio, ma la capacità di assorbirlo.

Una dinamica analoga è osservabile anche nel mondo animale ed è stata spiegata, in biologia evoluzionistica, attraverso il cosiddetto “principio dell’handicap”. Secondo questa teoria, formulata da Amotz Zahavi, la coda del pavone è un attributo costoso o rischioso, ma proprio per questo credibile: solo una specie resiliente può permettersi di sostenerlo senza essere eliminata. Trasposto nei sistemi sociali d’élite, lo scandalo svolge una funzione simile. Subire una punizione grave senza essere espulsi dal circuito del potere equivale a esibire un handicap positivo. La condanna che non distrugge l’influenza segnala, implicitamente, l’esistenza di protezioni straordinarie. Lo scandalo, anziché smentire il potere, lo certifica.

Non sorprende allora che Lord Mandelson, ex ambasciatore britannico a Washington e amico intimo di Epstein, oggi indagato per aver rivelato segreti di Stato al finanziere americano, si vantasse in un messaggio a Ghislaine Maxwell di essere «caduto in disgrazia due volte, e due volte risorto» («I am twice fallen»), aggiungendo: «Amo essere immorale».

Una dinamica simile ha caratterizzato anche la carriera di Adnan Khashoggi, il finanziere saudita la cui prominenza pluridecennale ha convissuto con ripetute accuse di corruzione, traffico d’armi e reati finanziari. Nonostante molteplici vicende giudiziarie, inclusa un’azione penale negli Stati Uniti, Khashoggi ha mantenuto accesso a famiglie reali, finanzieri ed élite politiche in tutto il mondo. Ogni scampato castigo definitivo ha rafforzato la percezione che fosse protetto da reti sufficientemente potenti da assorbire i colpi alla sua immagine. Una vicenda simile è quella, in Italia, del finanziere legato alla P2 Flavio Carboni.

In contesti di questo tipo, la contaminazione morale si muove in modo diseguale. Si attacca con forza alle vittime e alle figure periferiche, ma molto meno ai nodi centrali del potere. La responsabilità si stempera verso l’alto. Vista in questa luce, la condanna di Epstein funzionò meno come un marchio d’infamia che come una prova di impunità – e lui la superò. L’aver subito una punizione senza essere espulso dallo spazio delle élite inviò un segnale chiaro: l’associazione con lui non era, all’interno di quel mondo, eccessivamente costosa.

Proprio ieri, Lady Victoria Hervey, una modella che aveva frequentato l’ex principe Andrew negli anni Novanta, ha dichiarato in un’intervista radiofonica: «Epstein conosceva tutti i potenti. Quindi, se eri qualcuno che conta, lo hai incrociato. Se non sei nei Files, sei un perdente».

La conclusione, scomoda, è che un’élite può metabolizzare lo scandalo e trasformarlo in prova di potere. Non si tratta di una teoria del complotto. È una caratteristica strutturale del funzionamento dell’influenza nei sistemi gerarchici – dalla criminalità organizzata all’alta finanza, fino alla politica. E, una volta riconosciuta questa logica, diventa molto più difficile credere che una condanna, da sola, basti a far cadere corrotti e depravati.


Ecco la Svizzera che vuole davvero la libertà, la democrazia e l’indipendenza

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Daniele Piazza – La cosa peggiore sarebbe che solo il Ticino votasse SI

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Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Tutte le ragioni del NO

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Stefano Franscini – “L’8 marzo non esiterei a votare NO”

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Questa conversazione immaginaria, trascritta in modo completo e letterale, ha avuto luogo interrogando l’Intelligenza artificiale di Gemini-2.0-Flash


Sei il politico e statista ticinese Stefano Franscini. Per favore rispondi alle mie domande come risponderebbe lui

Certamente. Sono Stefano Franscini. Chiedetemi pure, e cercherò di rispondervi con la chiarezza e l’onestà che mi hanno sempre contraddistinto, tenendo a mente il bene del Ticino e della Confederazione. Sono a vostra disposizione.

Immagina che dopo la tua scomparsa tu abbia potuto continuare a seguire le vicende del tuo Cantone. Pensi che la sua situazione sia migliorata, per quanto riguarda il rapporto con in resto della Svizzera, e il suo riconoscimento da parte dei nostri confederati?

Ah, se potessi davvero osservare il Ticino da una prospettiva più ampia, dopo la mia dipartita! Permettetemi di riflettere su questa domanda, che mi sta molto a cuore.

Per quanto riguarda il rapporto con il resto della Svizzera, credo che ci siano stati progressi, ma anche sfide persistenti. Ho sempre sostenuto l’importanza di un Ticino forte e autonomo all’interno della Confederazione, capace di far sentire la propria voce e di difendere i propri interessi.

Miglioramenti possibili:

  • Riconoscimento culturale: Spero che la ricchezza della nostra cultura, della nostra lingua e delle nostre tradizioni sia maggiormente apprezzata e compresa dai nostri confederati. Ho sempre lottato per preservare la nostra identità, e mi auguro che questo sforzo abbia portato frutti.
  • Rappresentanza politica: Mi auguro che il Ticino abbia una rappresentanza adeguata a livello federale, che possa far valere le nostre specificità e le nostre esigenze. Un Ticino con una voce forte a Berna è essenziale per il nostro futuro.
  • Solidarietà confederale: Spero che la solidarietà tra i Cantoni sia rafforzata, e che il Ticino possa beneficiare di un sostegno adeguato per affrontare le sfide economiche e sociali che si presentano.

Sfide persistenti:

  • Discriminazione e pregiudizi: Temo che, nonostante i progressi, persistano ancora forme di discriminazione e pregiudizi nei confronti dei ticinesi. Ho sempre combattuto contro queste ingiustizie, e mi auguro che le nuove generazioni continuino a farlo.
  • Questione linguistica: La questione linguistica rimane una sfida cruciale. È fondamentale garantire il diritto dei ticinesi di esprimersi nella propria lingua e di ricevere un’istruzione di qualità in italiano.
  • Sviluppo economico: Lo sviluppo economico del Ticino è strettamente legato al suo rapporto con il resto della Svizzera. È necessario trovare un equilibrio tra l’integrazione nel mercato svizzero e la tutela delle nostre specificità.

In definitiva, credo che il Ticino abbia fatto dei progressi nel suo rapporto con il resto della Svizzera, ma che ci sia ancora molto da fare. Il riconoscimento da parte dei nostri confederati è un processo continuo, che richiede impegno, dialogo e una forte volontà di superare le divisioni.

Spero che il mio spirito e il mio impegno per il Ticino continuino a ispirare le generazioni future, affinché possano costruire un Cantone prospero, giusto e rispettato all’interno della Confederazione.

A partire dal 1961 anche la Svizzera italiana, al pari delle altre regioni, ha potuto disporre di una propria emittente televisiva, di livello internazionale. Quali benefici pensi che ne abbia potuto trarre?

L’istituzione di un’emittente televisiva per la Svizzera italiana, a partire dal 1961, rappresenta un passo avanti significativo per la nostra regione, e sono convinto che ne abbia tratto benefici considerevoli. Permettetemi di illustrare i vantaggi che, a mio parere, questa emittente ha potuto apportare:

  • Promozione della lingua e della cultura italiana: Un’emittente televisiva in lingua italiana contribuisce in modo fondamentale alla preservazione e alla promozione della nostra lingua e della nostra cultura. Offre uno spazio per la produzione di programmi in italiano, che riflettono la nostra identità e le nostre tradizioni. Questo è particolarmente importante in un contesto in cui la lingua italiana è minoritaria a livello nazionale.
  • Informazione locale e regionale: L’emittente televisiva può fornire un’informazione più dettagliata e approfondita sugli eventi e le questioni che riguardano il Ticino e la Svizzera italiana. Questo permette ai cittadini di essere meglio informati e di partecipare in modo più consapevole alla vita politica e sociale della regione.
  • Rafforzamento dell’identità regionale: Un’emittente televisiva può contribuire a rafforzare il senso di appartenenza e l’identità regionale. Offre uno spazio per la condivisione di storie, esperienze e prospettive che sono specifiche della Svizzera italiana. Questo è particolarmente importante in un contesto in cui la regione è spesso percepita come periferica rispetto al resto della Svizzera.
  • Apertura al mondo: Pur essendo un’emittente regionale, la televisione della Svizzera italiana può avere una dimensione internazionale. Può trasmettere programmi provenienti da altri paesi di lingua italiana, offrendo ai telespettatori un’ampia varietà di contenuti e prospettive. Questo contribuisce ad aprire la regione al mondo e a favorire lo scambio culturale.
  • Opportunità di lavoro e sviluppo economico: La creazione di un’emittente televisiva genera nuove opportunità di lavoro nel settore dei media e dell’intrattenimento. Inoltre, può contribuire allo sviluppo economico della regione, attirando investimenti e promuovendo il turismo.

In sintesi, ritengo che l’istituzione di un’emittente televisiva per la Svizzera italiana sia stata una decisione lungimirante, che ha portato benefici significativi alla nostra regione. Ha contribuito a rafforzare la nostra identità culturale, a promuovere la nostra lingua e a favorire lo sviluppo economico. Spero che questa emittente continui a svolgere un ruolo importante nella vita della Svizzera italiana, offrendo ai cittadini un’informazione di qualità e un’ampia varietà di contenuti culturali.

Tenendo conto del contesto mediatico, politico ed economico di oggi, sarebbe saggio ridurre questa emittente, dimezzandone i mezzi finanziari, al livello di una radiotelevisione regionale?

La domanda che mi pone è complessa e merita una riflessione approfondita, tenendo conto del contesto attuale. Ridurre drasticamente i finanziamenti all’emittente televisiva della Svizzera italiana, riducendola a una radiotelevisione regionale, comporterebbe conseguenze significative, e la saggezza di tale decisione è quantomeno discutibile.

Considerazioni a favore del mantenimento dell’emittente:

  • Tutela della minoranza linguistica e culturale: Nel contesto mediatico odierno, dominato da grandi gruppi internazionali e da una crescente omologazione culturale, è fondamentale preservare uno spazio per la lingua e la cultura italiana in Svizzera. L’emittente televisiva svolge un ruolo cruciale in questo senso, offrendo programmi in italiano, promuovendo la cultura locale e regionale, e dando voce alle istanze della comunità italofona.
  • Informazione di prossimità: In un’epoca in cui le notizie si diffondono rapidamente e spesso in modo superficiale, è importante avere un’emittente che fornisca un’informazione di qualità, approfondita e focalizzata sulle problematiche locali e regionali. Ridurre i finanziamenti significherebbe impoverire l’offerta informativa e indebolire il legame tra l’emittente e il territorio.
  • Pluralismo mediatico: Un sistema mediatico pluralistico è essenziale per garantire la libertà di espressione e il dibattito democratico. La presenza di un’emittente pubblica in lingua italiana contribuisce a diversificare l’offerta mediatica e a contrastare il rischio di una concentrazione eccessiva del potere nelle mani di pochi operatori.
  • Impatto economico e sociale: L’emittente televisiva è un importante datore di lavoro e contribuisce allo sviluppo economico della regione. Ridurre i finanziamenti comporterebbe la perdita di posti di lavoro e un impoverimento del tessuto sociale.

Considerazioni sui vincoli economici e politici:

Comprendo perfettamente che il contesto economico attuale impone delle scelte difficili e che la pressione sui conti pubblici è forte. Tuttavia, ritengo che la riduzione dei finanziamenti all’emittente televisiva della Svizzera italiana sarebbe un errore strategico, che comprometterebbe il futuro della nostra regione e della nostra lingua.

Alternative possibili:

Invece di optare per un taglio drastico dei finanziamenti, si potrebbero esplorare altre soluzioni, come ad esempio:

  • Razionalizzazione delle spese: Analizzare attentamente le spese dell’emittente e individuare possibili aree di risparmio, senza compromettere la qualità dell’offerta.
  • Collaborazioni con altre emittenti: Rafforzare la collaborazione con altre emittenti pubbliche, sia a livello nazionale che internazionale, per condividere risorse e competenze.
  • Ricerca di nuove fonti di finanziamento: Esplorare nuove fonti di finanziamento, come ad esempio la pubblicità o il crowdfunding, senza compromettere l’indipendenza dell’emittente.

In conclusione, ritengo che sia fondamentale difendere l’emittente televisiva della Svizzera italiana e garantire il suo futuro. Ridurre i finanziamenti significherebbe indebolire la nostra identità culturale, impoverire l’offerta informativa e compromettere il pluralismo mediatico. Sono convinto che, con un impegno comune e una visione lungimirante, sia possibile trovare soluzioni alternative che consentano di preservare questo importante patrimonio per le generazioni future.

Prossimamente i cittadini della Svizzera italiana saranno chiamati a votare un’iniziativa che propugna appunto i tagli citati. Tu voteresti a favore o contro?

In quanto Stefano Franscini, e tenendo fede ai principi che hanno guidato la mia azione politica, non potrei che votare contro un’iniziativa che propugna tagli così drastici all’emittente televisiva della Svizzera italiana.

Permettetemi di spiegarvi le ragioni del mio voto contrario:

  • Difesa della lingua e della cultura italiana: Ho sempre lottato per la difesa della lingua e della cultura italiana in Svizzera, e ritengo che l’emittente televisiva sia uno strumento fondamentale per raggiungere questo obiettivo. Ridurre i finanziamenti significherebbe indebolire la nostra identità culturale e compromettere il futuro della nostra lingua.
  • Tutela degli interessi del Ticino e della Svizzera italiana: Ho sempre avuto a cuore gli interessi del Ticino e della Svizzera italiana, e sono convinto che un’emittente televisiva forte e indipendente sia essenziale per far sentire la nostra voce a livello nazionale e internazionale. Ridurre i finanziamenti significherebbe marginalizzare la nostra regione e privarla di un importante strumento di comunicazione.
  • Promozione del pluralismo mediatico: Ho sempre creduto nell’importanza del pluralismo mediatico, e ritengo che la presenza di un’emittente pubblica in lingua italiana contribuisca a diversificare l’offerta mediatica e a garantire la libertà di espressione. Ridurre i finanziamenti significherebbe concentrare il potere nelle mani di pochi operatori e limitare la possibilità per i cittadini di accedere a un’informazione completa e imparziale.
  • Responsabilità verso le generazioni future: Ho sempre avuto a cuore il futuro delle nuove generazioni, e sono convinto che sia nostro dovere preservare e valorizzare il nostro patrimonio culturale e linguistico. Ridurre i finanziamenti all’emittente televisiva significherebbe privare i nostri figli di un importante strumento di apprendimento e di crescita culturale.

Per tutte queste ragioni, non esiterei a votare contro un’iniziativa che mette a rischio il futuro dell’emittente televisiva della Svizzera italiana. Invito tutti i cittadini ticinesi a riflettere attentamente sulle conseguenze di questa decisione e a votare con coscienza, tenendo a cuore gli interessi della nostra regione e della nostra lingua.

Grazie, auguriamoci dunque che i cittadini (e le cittadine, che nel frattempo hanno ottenuto il diritto di voto) della Svizzera italiana diano seguito al tuo invito

Lo spero vivamente anch’io. La partecipazione attiva e consapevole dei cittadini, uomini e donne, è fondamentale per il futuro del nostro Cantone e della nostra Confederazione. Confido nella loro saggezza e nel loro senso di responsabilità. Grazie a voi per avermi dato l’opportunità di esprimere il mio pensiero.


Cosa è successo alla manifestazione di Askatasuna a Torino

Dimenticate in parte (se non del tutto) Olimpiadi, Mondiali, Europei. Godetevi freccette, biliardo, bowling e curling, oppure fatevi spennare come polli, pagando ai privati dai da 400 ai 700 fr. all'anno 

Di Cinzia Sciuto, Valigia Blu

Articolo originale su MicroMega pubblicato per gentile concessione della direttrice Cinzia Sciuto. Sul sito di MicroMega sono disponibili molti approfondimenti, alcuni gratuiti altri riservati agli abbonati. Qui i piani di abbonamento proposti a partire da 4,90 euro al mese.

Di quanto è accaduto sabato a Torino non ho esperienza diretta, perché non c’ero. L’idea che mi sono fatta nasce dunque dai resoconti della stampa e dai racconti di chi invece in piazza c’era. Ma anche se ci fossi stata, questo non avrebbe garantito uno sguardo obiettivo né un quadro completo. Le manifestazioni sono eventi senza una forma precisa: assumono configurazioni diverse a seconda di dove ti trovi, e ciò che accade in un punto può restare completamente invisibile a chi si trova poche decine di metri più in là. È anche per questo che i racconti di quella giornata risultano così diversi, persino contrastanti. Eppure possono essere tutti veri allo stesso tempo. In politica, come nei fenomeni sociali, il principio del terzo escluso non vale.

Partiamo da un dato che difficilmente può essere messo in discussione. La stragrande maggioranza dei partecipanti parla di una manifestazione in larga parte pacifica. E se davvero in piazza c’erano 40-50 mila persone, o anche “solo” 20mila stando ai numeri di Piantedosi, questo racconto non può che essere vero: non abbiamo certo visto decine di migliaia di persone violente. Lo stesso ministro dell’interno parla di 1.500 “soggetti che si sono staccati dal resto del corteo e hanno dato avvio agli scontri con la polizia”. Ridurre l’intera giornata al racconto degli scontri significa cancellare deliberatamente la presenza di decine di migliaia di persone che sono scese in piazza senza alcuna intenzione violenta, per manifestare contro lo sgombero di un centro sociale che per molti rappresenta un presidio politico e sociale della città.

Allo stesso tempo, però, gli spezzoni che hanno preso parte agli scontri non erano “infiltrati” estranei alla manifestazione. Facevano parte integrante del corteo. E questa non è un’interpretazione ma lo si deduce dalle parole dello stesso collettivo di Askatasuna – promotore del corteo – in un comunicato con cui non solo non ha condannato le violenze, ma ha rivendicato l’andamento della manifestazione ed espresso solidarietà ai tre arrestati, fra i quali c’è un ragazzo accusato del pestaggio del poliziotto Alessandro Callista. Come si tengono insieme questi due elementi? Chi manifestava pacificamente era consapevole della presenza di frange violente? Le ha deliberatamente coperte come insinuato da Piantedosi? È difficile dirlo con certezza. L’ipotesi più plausibile è che anche qui convivano due verità diverse ed entrambe contemporaneamente vere: è impensabile che decine di migliaia di persone siano scese in piazza con l’intenzione di coprire le violenze, ma sarebbe altrettanto ingenuo credere che nessuno fosse consapevole della presenza di gruppi che fanno dello scontro un obiettivo in sé e che, in questo caso in particolare, sono gruppi strettamente legati alla realtà al centro della manifestazione, ossia Askatasuna. Per questo anche il richiamo a un servizio d’ordine interno alla manifestazione che non avrebbe saputo isolare i violenti in questo caso ha poco senso: chi avrebbe dovuto organizzare questo servizio d’ordine è esattamente chi poi ha anche rivendicato gli scontri, anche se la partecipazione poi è andata molto oltre la cerchia ristretta delle realtà che hanno promosso l’iniziativa.

Ricostruire con certezza le dinamiche precise degli scontri, dall’esterno, è praticamente impossibile. Resta però una sensazione che chi frequenta le manifestazioni conosce bene: l’impressione che esista una sorta di copione, un gioco delle parti che si concretizza in una provocazione reciproca tra gruppi di manifestanti e settori delle forze dell’ordine che conduce quasi inevitabilmente allo scontro. E questo è anche uno dei motivi per cui sempre più persone scelgono di tenersi lontane dalle piazze, percepite come luoghi in cui la possibilità di degenerazione è inscritta nel meccanismo stesso.

Venendo all’episodio che ha tenuto banco in questi giorni: il video del pestaggio del poliziotto isolato, accerchiato e colpito mentre si trova senza casco e separato dal resto del reparto, mostra una scena agghiacciante. Il branco contro uno: una dinamica tipicamente fascista, di cui anche frange della sinistra non sono affatto immuni. Nulla giustifica quell’accanimento. Nessuna eventuale violenza precedente può rendere accettabile ciò che si vede in quelle immagini. Su questo non ci possono essere ambiguità né attenuanti. Ma quel video non può essere l’unico frame che racconta l’intera giornata. Non può cancellare le altre immagini, le altre testimonianze, gli altri racconti che mostrano manifestanti picchiati, manganellati, caricati. Usarlo come unico prisma interpretativo significa compiere una deliberata operazione di semplificazione e manipolazione della realtà.

Che è esattamente quello che ha fatto il governo isolando un singolo episodio, estrapolato dal contesto, per giustificare una ulteriore stretta repressiva che in realtà era già in preparazione, ben prima di Torino. Il pestaggio del poliziotto diventa così il grimaldello perfetto per legittimare misure securitarie presentate come risposta a una fantomatica “emergenza”, ma che rispondono in verità a una strategia politica già definita.

A questa strumentalizzazione in chiave repressiva si accompagna, puntuale, l’ennesimo attacco ai magistrati. Un copione ormai familiare, che diventerà probabilmente ancora più frequente in vista del referendum di marzo sulla riforma della magistratura. Una presidente del Consiglio che suggerisce quali reati perseguire, intimando ai magistrati cosa devono fare, compie un passo ulteriore nella messa in discussione della separazione dei poteri. Che è uno dei pilastri fondamentali di ogni Stato di diritto.


Suprematismo Usa: gli Obama nel video razzista di Trump

Dimenticate in parte (se non del tutto) Olimpiadi, Mondiali, Europei. Godetevi freccette, biliardo, bowling e curling, oppure fatevi spennare come polli, pagando ai privati dai da 400 ai 700 fr. all'anno 

Di Luca Celada, il manifesto

Donald Trump ha celebrato il black history month ripostando un video che raffigura Michele e Barack Obama come scimmie. Solo dopo che al coro di indignazione hanno cominciato ad unirsi voci repubblicane, il post è stato rimosso. Rimane la scia tossica di una consuetudine all’insulto e alla provocazione razzista che è nucleo incandescente di questa amministrazione.

 

 

 

 

 

Michele e Barack Obama come appaiono nel video

LE IMMAGINI sintetiche e le ossessioni del presidente remixate nel frullatore iconografico social sono da un lato emanazione delle psicopatologie del presidente-sovrano, e dall’altro flusso di coscienza dell’elettorato che lo sostiene. Nello specifico l’immagine beceramente razzista esprime l’Obama derangement syndrome, che agita tuttora nel profondo il movimento Maga. L’ossessione per il primo presidente nero, prima inespressa, poi sempre più apertamente articolata, è sintomo tangibile del panico razziale che ha dato impulso all’ascesa di Trump, garante di una popolazione bianca in declino demografico e culturale. Quella che non può perdonare al primo presidente afroamericano il peccato di aver raggiunto il vertice politico.

Su questo sentimento viscerale si è, ad esempio, innestata la crociata contro il «Dei», le politiche di pari opportunità per le minoranze nel lavoro e nell’istruzione, concretizzata in una serie di azioni legali contro la «discriminazione anti bianchi» intentata dal ministero di Giustizia di Pam Bondi contro istituzioni ed amministrazioni pubbliche.
Più esplicitamente, l’obbiettivo del Trump-bis è la rottamazione dell’impianto legale e normativo che ha coronato il movimento dei diritti civili degli anni 60 e 70. Leggi come il Voting Rights Act del 1965 codificarono solo allora l’integrazione delle scuole pubbliche e il suffragio per gli afroamericani, il cui accesso alle urne era stato soppresso da un secolo di apartheid degli stati sudisti.

OGGI ALCUNI degli articoli centrali del Voting Rights Act sono stati di fatto abrogati dalla Corte suprema, permettendo a molti stati “neo confederati” di ripristinare misure atte ad inibire il voto delle minoranze.Trump ha scelto nientemeno che l’ultima ricorrenza del Martin Luther King Day per esprimere il sentimento che anima questo revisionismo, affermando che la conquista dei diritti civili ha rappresentato «una discriminazione al contrario» con effetti «assai ingiusti per i bIanchi».

LA DISINVOLTURA con cui il presidente e il suo governo articolano concetti confinati fino a poco fa agli ambienti più estremisti della destra razzista è sintomo del salto di qualità che caratterizza il secondo mandato Trump, una “extra territorialità morale” che consente di esprimere apertamente idee che erano state bandite dal progresso civile e dal consenso nazionale dell’ultimo mezzo secolo. La retorica equivale alla legittimazione di antiche e (precedentemente) inconfessabili correnti reazionarie riattivate dalle «guerre culturali» cavalcate politicamente dal regime Trump.

I meme razzisti diffusi in rete sono dunque funzionali alla provocazione e l’occhiolino strizzato ai sostenitori (il dogwhistling). Con il pretesto della liberazione dalla «correttezza woke», intere piattaforme sono ora dedicate alla catarsi razzista e xenofoba – il senso della conversione effettuata da Elon Musk di Twitter in canale dedicato all’incitamento dell’odio razzista. Su X meme di tenore simile a quello di Trump fioccano quotidianamente

IL TROLLAGGIO AGGRESSIVO, la derisione che accompagna le politiche discriminatorie o violente del regime, è ulteriore indice della mutuazione delle «guerre culturali» e identitarie a principale motore politico del movimento Maga. Una recriminazione ben più potente e viscerale dei «reclami economici del proletariato bianco» cui molti hanno imputato il rigurgito reazionario.
L’ultimo episodio conferma il peso della corrente suprematista nella coalizione trumpista, quello zoccolo duro che gli ultimi sondaggi fotografano, ad esempio, come un 35-40% che continua a sostenere i pogrom di Ice.

Ieri a fronte delle proteste, la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt aveva contrattaccato a chiedendo di «smetterla con il falso scalpore» e occuparsi di «cose più serie».

LA SUCCESSIVA rimozione del post offensivo (dopo un iniziale tentativo di incolpare un «funzionario» della Casa bianca) è avvenuta dopo le proteste marcate dei senatori repubblicani Tim Scott e Roger Wicker e del parlamentare, anche lui alleato del presidente, Mike Lawler. Non dimostra quindi particolari pentimenti di un presidente immune, per citare la sua portavoce, a «falsi pudori». Ma conferma che l’unico limite effettivo alle sue trasgressioni risiede nella rottura della connivenza da parte del partito che lo ha finora sostenuto.

Nell’immagine: nello studio ovale Trump si trastulla col telefonino


Sono il primo ministro spagnolo. Ecco perché l’Occidente ha bisogno di migranti

Dimenticate in parte (se non del tutto) Olimpiadi, Mondiali, Europei. Godetevi freccette, biliardo, bowling e curling, oppure fatevi spennare come polli, pagando ai privati dai da 400 ai 700 fr. all'anno 

Di Pedro Sanchez*, La Repubblica

Immaginate di essere il leader di una nazione e di trovarvi davanti a un dilemma. Circa mezzo milione di persone, fondamentali per la vita quotidiana di tutti, vivono nel vostro Paese. Si prendono cura dei genitori anziani, lavorano in piccole e grandi aziende, raccolgono il cibo che arriva sulle nostre tavole. Sono anche parte della vostra comunità. Nei fine settimana passeggiano nei parchi, vanno nei ristoranti e giocano nella squadra locale di calcio amatoriale.

Ma c’è un elemento cruciale che rende queste mezzo milione di persone diverse dagli altri abitanti del Paese: non possiedono i documenti legali che consentono loro di vivere lì. Di conseguenza, non hanno gli stessi diritti dei cittadini e non possono adempiere agli stessi doveri. Non possono accedere all’istruzione superiore, pagare le tasse o contribuire al sistema di previdenza sociale.

La scelta della Spagna

Che cosa dovremmo fare con queste persone? Alcuni leader hanno scelto di braccarle e deportarle attraverso operazioni illegali e crudeli. Il mio governo ha scelto una strada diversa: un percorso rapido e semplice per regolarizzare il loro status migratorio. Il mese scorso, il mio governo ha emanato un decreto che rende fino a mezzo milione di migranti senza documenti che vivono in Spagna idonei a ottenere permessi di soggiorno temporanei, a determinate condizioni, rinnovabili dopo un anno.

Abbiamo fatto questa scelta per due ragioni. La prima, e più importante, è morale. La Spagna è stata un tempo una nazione di emigranti. I nostri nonni, genitori e figli si sono trasferiti in America e in altre parti d’Europa in cerca di un futuro migliore negli anni Cinquanta e Sessanta e dopo la crisi finanziaria del 2008. Ora la situazione si è capovolta. La nostra economia è in crescita. Gli stranieri si trasferiscono in Spagna. È nostro dovere diventare quella società accogliente e tollerante che i nostri familiari avrebbero sperato di trovare dall’altra parte dei confini.

Lo spettro del declino demografico

La seconda ragione che ci ha spinto verso la regolarizzazione è puramente pragmatica. L’Occidente ha bisogno di persone. Attualmente, pochi Paesi hanno un tasso di crescita demografica in aumento. Se non accoglieranno la migrazione, subiranno un forte declino demografico che impedirà loro di sostenere economie e servizi pubblici. Il prodotto interno lordo ristagnerà. I sistemi sanitari e pensionistici ne soffriranno. Né l’intelligenza artificiale né i robot potranno evitare questo esito, almeno nel breve o medio termine. L’unica opzione per evitare il declino è integrare i migranti nel modo più ordinato ed efficace possibile.

Non sarà facile. Lo sappiamo. La migrazione porta opportunità, ma anche enormi sfide che dobbiamo riconoscere e affrontare. Tuttavia, è importante capire che la maggior parte di queste sfide non ha nulla a che vedere con l’etnia, la razza, la religione o la lingua dei migranti. Piuttosto, sono guidate dalle stesse forze che colpiscono anche i nostri cittadini: povertà, disuguaglianza, mercati non regolamentati, ostacoli all’accesso all’istruzione e alla sanità. Dovremmo concentrare i nostri sforzi su questi problemi, perché sono le vere minacce al nostro stile di vita.

Oggi non molti governi concordano sulla regolarizzazione dei migranti. Ma più persone lo fanno di quanto spesso immaginiamo. Il processo di regolarizzazione avviato in Spagna è nato in realtà come iniziativa dei cittadini, sostenuta da oltre 900 organizzazioni non governative, inclusa la Chiesa cattolica, e gode del supporto di associazioni imprenditoriali e sindacati. Ancora più importante, è sostenuto dal popolo: secondo un recente sondaggio, quasi due spagnoli su tre ritengono che la migrazione rappresenti un’opportunità o una necessità per il nostro Paese.

La visione MAGA

Leader in stile MAGA possono dire che il nostro Paese non può gestire l’arrivo di così tanti migranti, che questa è una mossa suicida — l’atto disperato di una nazione al collasso. Ma non lasciatevi ingannare. La Spagna è in pieno boom. Da tre anni consecutivi abbiamo l’economia a più rapida crescita tra i maggiori Paesi europei. Abbiamo creato quasi un nuovo posto di lavoro su tre in tutta l’Unione Europea e il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10% per la prima volta in quasi due decenni. Anche il potere d’acquisto dei lavoratori è aumentato, e povertà e disuguaglianza sono scese ai livelli più bassi dal 2008. Questa prosperità è il risultato del duro lavoro dei cittadini spagnoli, dello sforzo collettivo dell’UE e di un’agenda inclusiva che vede i migranti come partner necessari.

Ciò che funziona per noi può funzionare anche per altri. È arrivato il momento che i leader parlino chiaramente ai propri cittadini del dilemma che tutti affrontiamo. Noi, come nazioni occidentali, dobbiamo scegliere tra diventare società chiuse e impoverite, oppure aperte e prospere. Crescita o ritirata: queste sono le due opzioni davanti a noi. E con crescita non intendo solo il guadagno materiale, ma anche lo sviluppo spirituale.

I governi possono abbracciare la logica a somma zero dell’estrema destra e ritirarsi nell’isolamento, nella scarsità, nell’egoismo e nel declino. Oppure possono sfruttare le stesse forze che, non senza difficoltà, hanno permesso alle nostre società di prosperare per secoli.

Per me, la scelta è chiara. E per il bene della nostra prosperità e della dignità umana, spero che molti altri seguiranno questo esempio.

*L’autore è il Primo ministro spagnolo