Crans-Montana, il responsabile della sicurezza del Comune non aveva il brevetto antincendio

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

Di Stefano Sergi, La Stampa

INVIATO A SION. Jacques Moretti è arrivato puntuale con il suo avvocato nell’aula Energypolis del centro universitario HES-SO di Sion dove da questa mattina la vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey, interroga Christophe Balet, il responsabile della sicurezza del Comune di Crans-Montana, tra gli indagati nell’inchiesta sul devastante incendio di Capodanno che ha provocato 41 morti e 115 feriti.

Il proprietario del Constellation e principale accusato della strage, prima di entrare nell’aula dell’Alta Scuola di Specializzazione adibita a sala interrogatori, ha detto ai microfoni: «Penso ogni istante alle vittime» e poi è sparito dietro la porta a vetri sorvegliata da un rigido cordone di polizia.

Nel palazzo vetrato a due passi dalla stazione ferroviaria della città svizzera ci sono anche decine di avvocati delle famiglie delle vittime, che possono partecipare all’interrogatorio di Balet. Il capo della sicurezza del Comune di Crans è in carica da 2 anni ed è colui che il 3 gennaio ha trasmesso alle autorità giudiziarie il dossier Constellation con tutta la documentazione d’interesse per l’inchiesta: progetti, planimetrie, lavori e modelli amministrativi dalla realizzazione del locale (l’edificio risale al 1967) in poi. Non avrebbe il brevetto di prevenzione anticendio, ma quelli riguardanti la sicurezza e la salute.

Il suo è uno degli interrogatori cruciali, come ha spiegato anche l’avvocato Fabrizio Ventimiglia che è qui in rappresentanza dei famigliari di una delle ragazze ferite nel rogo di Capodanno, la studentessa Sara Donadio, che è ancora ricoverata all’ospedale Niguarda di Milano: «Oggi ci aspettiamo molte risposte ad altrettante domande e in particolare sul perché al Constellation non furono fatti i controlli» ha detto il legale prima che cominciasse l’interrogatorio.

L’avvocato di un’altra vittima, imputando gravi errori nella gestione dell’inchiesta, ha chiesto di ricusare i magistrati svizzeri che stanno indagando sul disastro.

Dopo Balet, la vice procuratrice generale Seppey interrogherà lunedì Ken Jacquemoud, funzionario che precedette Balet nel ruolo di responsabile sicurezza del Comune di Crans-Montana e anche lui indagato per il disastro di Capodanno. Mercoledì e giovedì sarà infine la volta di Jacques Moretti e della moglie Jessica Maric.

Nell’immagine: Jacques Moretti all’arrivo a Sion


Come Svezia e Svizzera hanno regalato le Olimpiadi all’Italia

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

10 anni fa Stoccolma ha perso la votazione finale contro Milano-Cortina per 47 a 34, ma di fatto aveva già perso in partenza quando il Consiglio comunale della capitale svedese aveva dato parere contrario. Sion aveva a sua volta rinunciato dopo il referendum (54% di no), preceduta nel rifiuto da Calgary, Graz e Sapporo.

Tutti avevano paura della megalomania, della tracotanza dei ‘Signori degli Anelli’, impregnati del massimo peccato greco, quella ‘hybris’ che noi cristiani abbiamo tradotto con i termini sopracitati, ma che per i greci significava ‘dismisura’, rottura dell’equilibrio che deve reggere le nostre azioni nel rapporto con gli dei dell’Olimpo (con Dio) e gli altri umani.

Ciò che è successo a Montréal nel 1976 è rimasto a lungo sotto la pelle di ogni candidato: la capitale del Québec (con la regione) finì di pagare i debiti 30 anni dopo, nel 2006. Se il simbolo di Monaco 1972 era la spettacolare tensostruttura a rete e pannelli in vetro acrilico (plexiglass) che copriva le tribune e molti altri spazi, Montréal doveva fare meglio con la torre pendente più alta al mondo (175m) del francese Roger Taillibert in grado di reggere con cavi d’acciaio l’enorme, pesantissimo tetto apribile dello stadio.

Gli studenti di architettura di tutto il mondo, fra i quali mio fratello Duilio che mi chiedeva di portare a casa chili di documentazione, guardavano al progetto di Taillibert con grande ammirazione. Ma la torre rimase a metà strada per esaurimento dei fondi: un mostro con le braccia al cielo portato a termine solo nel 1987. I costi del preventivo per Montréal erano aumentati del 1050%.

Di questo passo non si poteva andare avanti, a meno che le Olimpiadi non fossero affidate a potenze imperiali, per le quali il prestigio politico e personale dell’imperatore-satrapo non avesse prezzo: vedasi le estive di Sochi 2014 costate alla Russia di Putin 42 miliardi di euro, o le invernali di Pechino 2022 costate a Xi Jinping 22 miliardi.

Qui bisogna però precisare che è estremamente difficile separare i costi vivi indotti dall’Olimpiade vera e propria, dai costi che andavano comunque messi in preventivo per strade, gallerie, edifici pubblici, palazzi per lo sport, per le esposizioni, per concerti ecc. Vale anche per l’Italia, passata da un preventivo di 1,9 miliardi al consuntivo attuale di 5,7. Su questi dati ha giocato a lungo il CIO: quando i debiti si accumulavano, ci si affidava ai benefici a lunga scadenza e all’indotto immediato.

Ora i nodi sono al pettine, ma lo erano già una ventina di anni fa, quando i grigionesi hanno rifiutato 3 volte i Giochi. Socialisti e Verdi, che si opponevano alle lobby del turismo e delle imprese che fiutavano lauti affari (a spese del contribuente), sono rimasti prigionieri della ‘sindrome di Montréal’.

Ma ora i Signori degli Anelli che imponevano la loro ‘grandeur’ ad ogni nuova edizione secondo la massima ‘THE BEST GAMES EVER HELD’ (i migliori Giochi di sempre) sono ridotti a questuanti. o poco più. La nuova massima sarà: ‘l’Olimpiade più economica e rispettosa dell’ambiente di sempre’.

La prima donna eletta alla presidenza del CIO, l’olimpionica del nuoto Kirsty Coventry (Zimbabwe, ex Rodesia) assomiglia molto alla volpe di Esopo che cerca di afferrare l’uva troppo in alto per lei: alla fine dirà che non ne valeva la pena, era acerba.

Tradotto: uno dei dogmi di De Coubertin (riunire la gioventù di tutto il mondo in un sol luogo) è diventato impossibile, già per l’esplosione degli sport e dei partecipanti ma poi e soprattutto per i costi. E dunque Kirsty non solo accetta la scelta italiana della massima decentralizzazione (resta fuori solo Mazara del Vallo per mancanza di materia prima, neve e ghiaccio) ma la celebra come il futuro dei Giochi.

Ancora più importante e significativa è la rinuncia del CIO alla garanzia di Stato di un miliardo a copertura di costi e debiti.

Era stata la socialista poschiavina Silvia Semadeni a depositare in Parlamento la mozione vincente contro i Giochi di Sion e del resto della Svizzera; contro il parere di Heinz Stöckli, pezzo grosso dei socialisti (alleato contronatura all’UDC Jürg Stahl), Simonetta Sommaruga aveva espresso a sua volta forti dubbi dicendo che il Governo non poteva permettersi un miliardo supplementare di uscite.

Gli unici a capire l’andazzo furono gli italiani, che avevano 3 membri nel CIO: bastava chiedere a quei 4-5 giornalisti svizzeri ancora in vita che hanno seguito sul posto una ventina di Olimpiadi estive e invernali negli ultimi 50 anni.

Non solo il CIO non ha chiesto garanzie allo Stato italiano, ma il miliardo o quasi (900 milioni) li versa a copertura delle spese! Da non credere, ma vero.

A conferma di quanto andiamo dicendo le Olimpiadi invernali del 2038 (le guarderò dai Pascoli del Cielo con i miei amici Toro Seduto, Nuvola Rossa, Cavallo Pazzo e Due Lune) molto probabilmente andranno alla Svizzera, che contribuirà con la somma di 200 milioni (poco più d’un ‘bratwurst’ per un’Olimpiade) e le distribuirà in tutto il territorio (palme di Lugano incluse) secondo la bellissima massima: ‘ONE NATION, FOUR LANGUAGES REGIONS, ONE VISION’. Proprio come siamo o dovremmo essere noi, salvo il parere contrario dei nostri onorevoli (si fa per dire) che vorrebbero prendere a calci la SSR e le sue 4 lingue per favorire  le piattaforme americane.

Dimenticavamo: uno studio della società di consulenze di Lucerna EBP sul progetto “Switzerland 2038” prevede che il costo di 2,2 miliardi per i prossimi 10 anni, coperto per l’80% dall’economia privata, potrebbe generare un valore indotto minimo di 2,75 miliardi, massimo di 3,68, e creare fra i 19’000 e i 25’000 posti di lavoro a tempo pieno.


Mercosur: la sfida per il settore agricolo

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

Negli ultimi anni abbiamo sovente visto gli agricoltori scendere in strada con i loro trattori per protestare contro le condizioni di lavoro con le quali sono confrontati. Ed è verosimile che lo faranno anche nel prossimo futuro quando verranno introdotti gli accordi di libero scambio come quelli con il Mercosur. Sono manifestazioni inevitabili perché il pericolo di una concorrenza sleale è altamente probabile. Tuttavia la soluzione non la si troverà nelle proteste ma altrove: è fondamentale cambiare modello per diversi motivi.

Nel secondo dopoguerra, caratterizzato da una forte crescita economica, si adottò un compromesso basato sulla ripartizione dei benefici ottenuti tramite la modernizzazione produttiva. Il modello permetteva di soddisfare contemporaneamente gli interessi degli industriali, il miglioramento delle condizioni di vita degli operai e la creazione di una copertura sociale estesa. L’obiettivo dell’autosufficienza alimentare fu assicurato da una sostanziale progressione del livello di vita degli agricoltori. In sintesi: una corretta distribuzione dei guadagni di produttività tra tutti gli attori economici.

A partire da fine anni ’80 il modello cambiò, con l’apertura internazionale e la deregolamentazione che accrebbero la concorrenza. L’agricoltura entrò nell’economia di mercato e si inserì nel movimento di deistituzionalizzazione. I governi persero la loro capacità di intermediazione e non furono più in grado di gestire la crisi. In Svizzera questo cambiamento si materializzò nel passaggio dal partito agrario (a difesa dell’agricoltore) all’Unione democratica di centro (a difesa del capitale).

Con il cambiamento di modello, l’alimentazione divenne un fattore di aggiustamento dei salari: la qualità del cibo decrebbe in parallelo con i salari e portò a un’agricoltura intensiva alla ricerca di bassi costi di produzione che, a sua volta, condusse a un aumento esponenziale nell’utilizzo di pesticidi ed energia. In parallelo la grande produzione, che godeva di una posizione quasi monopolistica, esercitò una forte pressione sui prezzi e di conseguenza sui margini di profitto degli agricoltori. Questo modello generò una crisi ecologica e sanitaria. Non solo: l’uso intensivo dei pesticidi e dei fertilizzanti ridusse la produttività agricola a medio e lungo termine.

Tempi verbali?

La soluzione identificata oggi dagli esperti è l’agroecologia, che sarebbe ben vista anche dai consumatori. Transizione che però deve essere pensata come cambiamento globale. A livello europeo si sta lavorando in questa direzione con un obiettivo per il 2050. Gli esperti concordano che l’agroecologia è possibile sia tecnicamente che economicamente a condizione di attuare i necessari cambiamenti strutturali.

Il primo cambiamento è nell’utilizzo della superficie agricola, diversificando l’utilizzo sia delle coltivazioni vegetali che di quelle animali, con una rotazione programmata che permetterebbe di accrescere il rendimento ma anche di ridurre i costi di produzione grazie a un utilizzo minimo di pesticidi e fertilizzanti. Inoltre, per ridurre i costi sanitari dovuti a una cattiva alimentazione e a un eccessivo consumo di carne, sarà necessario aumentare la produzione di leguminose – dal 5% attuale al 25% – mentre la produzione di cereali dovrebbe diminuire di un 10%. Un esempio svizzero in questa direzione è la recente presentazione da parte di Agroscope di 7 nuovi vitigni resistenti alle principali malattie (dalla peronospora e all’oidio).

Il passaggio all’agroecologia comporterà tuttavia dei problemi. Il primo è che i prodotti costeranno di più anche consumando di meno. Tuttavia, negli ultimi decenni il costo dell’alimentazione sul budget familiare. L’incidenza della spesa alimentare sul budget delle famiglie è diminuita significativamente e quindi un aumento con contropartita una migliore alimentazione dovrebbe essere assorbibile. A livello macroeconomico, i minori costi sanitari e dei pesticidi comporterebbero risparmi che potrebbero essere investiti nella transazione e nell’aiuto ai nuclei familiari con un reddito molto basso.

Anche la remunerazione degli agricoltori dovrebbe migliorare a seguito dell’aumento dei prezzi ma anche grazie a nuovi sistemi di remunerazione (sussidi) non più in base alla superficie ma alla qualità del prodotto. Reddito agricolo che potrebbe essere integrato con lo sviluppo di un aumento diffuso della produzione di elettricità fotovoltaica, eolica (dove possibile) e di biogas.

In conclusione, quindi, se gli agricoltori sono legittimamente preoccupati per la concorrenza estera a seguito degli accordi di libero scambio, la soluzione non può essere che una trasformazione sostanziale del modello intensivo degli ultimi decenni, cambiamento che dovrebbe essere alla base di qualsiasi discussione anche con i paesi extraeuropei durante le trattative dei nuovi accordi.


Auditorio Stelio Molo: arrivederci, forse

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

Le ultime note suonate giovedì 5 febbraio dall’OSI nella casa che l’ha ospitata per oltre 60 anni sono quelle della Serenata n. 2, opera giovanile di un ventiseienne Johannes Brahms.

L’ultimo a dirigere la nostra Orchestra nel vecchio e caro Auditorio intitolato a Stelio Molo è stato il parigino Antoine Tamestit (1979), presentatosi anche come solista imbracciando una delle pochissime viole costruite da Antonio Stradivari nel 1672.

Nel 2008 – racconta il musicista  – erano stati alcuni amici a convincere la Fondazione Habisreutinger, propriertaria del preziosissimo strumento, a prestarmi il cosiddetto Mahler. “Non dimenticherò mai quell’incontro né l’eleganza dei mecenati. Mi hanno fatto entrare in una stanza, hanno aperto la custodia e si sono ritirati dicendo: «Vi lasciamo fare conoscenza». Per dieci minuti, intimidito, ho preso mille precauzioni per osservare da ogni angolazione questo capolavoro, che avevo visto solo in un catalogo. Poi, delicatamente, suonai due o tre note, senza alcun vibrato. Che respiro! Che poesia! Prima suonavo uno strumento uscito dalla bottega di Etienne Vatelot, vergine, completamente malleabile, che ho educato come uno studente. Con il Mahler sentivo quasi la presenza di coloro che lo avevano tenuto prima di me. Ho abbandonato il mio arco moderno per un arco del 1835. Per aprire il mio Stradivari, ho ripercorso corda per corda, nota per nota, i 353 anni della sua storia”.

Tamestit e la sua viola impagabile hanno regalato anche ai non specialisti come il sottoscritto momenti di rara bellezza. Così come, sin dalla sua inaugurazione, nel 1962, la frequentazione del vecchio Auditorio Stelio Molo da parte di migliaia di appassionati venuti da sud e da nord ha permesso loro di partecipare a centinaia di serate memorabili.

In circa 400, l’altra sera, abbiamo raggiunto Besso per salutare per l’ultima volta la Sala amata da Marta Argerich che, prima di diventare, nell’agosto 2028, il cuore della Città della Musica, sospende i concerti.

Nel corso dei decenni, l’Auditorio era diventato familiare non solo ai musicofili, ai cultori della musica classica e a prestigiose case discografiche che lì hanno registrato dischi memorabili, ma anche a un pubblico trasversale che vi ha visto suonare il pop, il folk, il cantautorato, il jazz. Tutto questo in perfetta e virtuosa sinergia con le tre reti Radio RSI

Assistendo all’ultimo concerto, i pensieri inevitabilmente si inseguivano e si sovrapponevano: talvolta andando a ritroso, talaltra guardando, con qualche timore, al futuro prossimo. Le difficoltà finanziarie crescenti avevano spinto la SSR, proprietaria dellintero stabile, a metterlo in vendita già oltre una decina d’anni fa: se ne parlava almeno dal 2012. I vincoli cantonali di tutela architettonica che proteggono l’intero edificio, firmato Camenzind, Jäggli e Tami, hanno reso più complicato trovare un acquirente e una destinazione, che non poteva che essere culturale e musicale. Gli unici seri interessati erano il Cantone e la Città di Lugano che, alla fine, se lo è aggiudicato per circa 22 milioni e ora lo cederà in diritto di superficie, per 99 anni, alla Confederazione e al Conservatorio della Svizzera italiana.

Le ristrettezze finanziarie hanno nel frattempo spinto la SSR a mettere in vendita non solo altri stabili nel resto del Paese, concentrando – esattamente come avvenuto da noi a Comano – i pcentri di produzione, ma anche tre canali radio: Swiss Classic, Swiss Jazz e Swiss Pop: le offerte possono essere inoltrate fino al 13 marzo.

Ecco, a queste realtà pensavo mentre l’Orchestra stava suonando la Sinfonia n. 49 di Haydn: La Passione… appunto.

Concessione per la SSR, Art. 7 – Cultura
1 Con la sua offerta la SSR contribuisce allo sviluppo culturale e al rafforzamento dei valori culturali del Paese. Promuove la cultura tenendo conto in special modo della produzione letteraria, musicale e cinematografica.
2 In questo modo trasmette la cultura svizzera nelle sue diverse espressioni.
3 La SSR fornisce le sue prestazioni segnatamente mediante:
a. una stretta collaborazione con l’industria cinematografica svizzera;
b. una stretta collaborazione con l’industria musicale svizzera;
c. un’adeguata presa in considerazione della letteratura svizzera;
d. la diffusione di produzioni svizzere ed europee indipendenti nonché trasmissioni prodotte in proprio.
4 Per fornire le prestazioni culturali richieste, mette a disposizione i mezzi finanziari appropriati.

E, non sembri una forzatura, continuavo a pensare anche alle costanti, reiterate, inarrestabili – soprattutto in vista dell’8 marzo – accuse alla nostra Radiotelevisione di essere sovradimensionata, di continuare ad occuparsi di àmbiti che non dovrebbero competerle. Il che è falso: basterebbe leggere l’art. 7 della Concessione.

Proprio il fatto che questo concerto sia stato anche l’ultimo è uno dei frutti dei tagli che tutta la SSR da anni sta operando per ridurre i costi. Il piano di risparmi Enavant dovrà tagliare, entro il 2029 (dopodomani), circa 270 milioni 900 posti di lavoro.

Enavant è già in atto e non c’entra nulla con l’imminente votazione. Solo alla RSI i posti persi negli ultimi mesi sono quasi un centinaio. Tutto questo anche se l’autolesionistica iniziativa 200 franchi bastano venisse – come evidentemente mi auguro – rispedita ai suoi incauti promotori.

Se questa nostra splendida Orchestra continuerà a suonare, sarà soprattutto grazie al finanziamento pubblico: 4.1 milioni di CHF all’anno (fino al 2028) da parte del Cantone Ticino, poco meno di 1 milione dalla Città di Lugano, e poco meno di 2 milioni dalla SSR-RSI in cambio di prestazioni di programma.

Una dimostrazione in più del fatto che, senza i decisivi contributi degli enti pubblici, la produzione culturale e artistica nella Svizzera italiana difficilmente riuscirebbe a sopravvivere e a reggere il confronto con realtà urbane più importanti.


Se la ragazzina è “una pizza”: il codice Epstein per l’Fbi

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

Di , La Stampa

C’è una domanda che accompagna gli Epstein files e forse non è la domanda giusta. Non riguarda infatti cosa è contenuto in questo materiale sterminato, orribile e confuso, ma l’uso che se ne può fare. Chi è coinvolto, chi compare nelle mail – a chi sono indirizzate e chi le manda – chi è riconoscibile nelle foto, al centro o sfuocato, chi firma ricevute e chi spedisce. Chi commenta serate, cene, ricevimenti, gite. Chi è salito sugli aerei, si è tuffato in piscina, ha accettato inviti a pranzo, chi era nelle ville nei fine settimana o volava sull’isola caraibica.

Il chi conta, certo, perché parliamo di un’élite potente: politica, affari, istituzioni, diplomazia, accademia; un sistema di relazioni robusto e trasversale. Il chi è connesso all’uso politico: il materiale che negli ultimi vent’anni si è stratificato intorno alla figura di Jeffrey Epstein documenta storie di abusi, violenze efferate e ricatti. Nel gioco politico, dove il merito può scomparire perché ciò che conta è il fine, la prossimità o il coinvolgimento negli affari di Epstein sono diventati da subito un’arma formidabile.

La strategia repubblicana in campagna elettorale ha fatto leva esattamente su questo: sveleremo le connivenze dei democratici, Clinton in testa, vi porteremo la testa di chi ha condiviso le imprese con lui, in America e fuori. La retorica è nota: gente senza morale, principi, valori, che non si ferma nemmeno davanti ai bambini. Come se lo stesso Trump potesse, nonostante le vistose evidenze emerse nel corso del tempo e dei processi, chiamarsi fuori. Le promesse non sono state mantenute e, data la posta in gioco, il prezzo in termini di consenso è alto.

Sul versante opposto, il mondo democratico spera nell’emersione di elementi in grado di provare solidamente il coinvolgimento di Trump nelle azioni criminose di Epstein e nelle ricadute politiche che questo avrebbe nelle prossime elezioni di Midterm. Questa è la battaglia che infuria nel mondo politico ed editoriale, in America e non solo. Anche da noi ci si chiede cosa davvero emerga di nuovo in queste carte e chi ne esca colpito; cosa sia penalmente rilevante e cosa lo sia solo politicamente; chi cade e chi resta in piedi. Cosa conviene e cosa no, nelle rivelazioni.

Il merito non conta: perché stupirsi? Questa è la lingua del potere, il rapporto tra i mezzi e i fini nel gioco politico e chi la pensa diversamente, in fondo, è un’anima bella – salvo che Hegel, quando descriveva le anime belle, non intendeva esattamente questo. Ma non andiamo per il sottile.

Il merito di questa vicenda invece conta e sarebbe tempo di capirlo. Pesa nell’opinione pubblica e nel senso comune e non si lascia piegare alle convenienze. I fatti hanno una loro ostinazione, anche verso la lingua che prova ad afferrarli: non siamo davanti a feste divertenti e fine settimana esuberanti. Non parliamo di party a cui si partecipava liberamente: di libero, a quanto leggiamo soprattutto nelle testimonianze delle vittime a cui si deve la ricostruzione, non c’era nulla.

Il sistema Epstein, come in tutti i sistemi che gli somigliano, si fonda sulla sottrazione della libertà di chi è chiamato a soddisfare in ogni forma il desiderio e il bisogno altrui. Si afferma una logica di sopraffazione sistematica, fondata sul dominio assoluto sull’altra e sull’altro, che diventa un corpo disumanizzato e costantemente disponibile. Non c’è limite a ciò che si può “fare” a questo corpo: i memo dell’Fbi aprono a scenari di vero e proprio orrore.

Occorrerà chiarire, provare, documentare. Viviamo un tempo nel quale l’accertamento della verità è sempre più difficile e per questo necessario. Ma il contesto nel quale, oltre ogni ragionevole dubbio, siamo alle prese, grazie soprattutto alle testimonianze delle ragazze che hanno parlato, dischiude un abisso. Perché i corpi disumanizzati, privati di dignità, i corpi che quel sistema di relazioni e di potere condivideva, sono i corpi di adolescenti, poco più che bambine, bambini.

Possiamo sterilizzare il linguaggio, parlare di minori: la sostanza non cambia. In quelle ville, in quell’isola-bunker, si è giocata la loro vita. Se un ragazzo diventa un hot dog, nel gergo del traffico, se una ragazza si usa e si scambia come un pezzo di pizza o di formaggio, se è più piccola – e ci fermiamo qui – il merito non pesa più come una variabile tra le altre. Il merito diventa un macigno ed è la sola posta in gioco.

Qui va fermato lo sguardo: quanto a lungo possiamo evitare di guardare la violenza sugli inermi, concentrando l’attenzione solo sulle conseguenze di quelle azioni sulla scacchiera del potere? Il mito insegna che il male non va guardato in faccia, che servono mediazioni per non esserne sopraffatti. Ma insegna anche che non può essere evitato senza pagarne il prezzo. Gli alibi sono finiti: è tempo di porre fine alla normalizzazione dell’orrore.

Nell’immagine: Trump circondato da sei donne in una fotografia degli “Epstein files”


Il governo degli Stati Uniti rilascia i dati assicurativi alle Big Tech

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

Di Martina Frei, Infosperber

Nel novembre 2023, un campanello d’allarme è suonato alla British Medical Association. L’organizzazione professionale ha ritenuto “profondamente preoccupante” il fatto che la società statunitense Palantir avrebbe creato una piattaforma dati per il Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS). Palantir lavora anche per governi, agenzie di intelligence e forze armate in tutto il mondo.

Il progetto quinquennale, che potrebbe costare ai contribuenti britannici fino a 330 milioni di sterline, mira a facilitare lo scambio di dati tra centri medici. Verranno registrati il ​​numero di posti letto ospedalieri disponibili, così come gli orari del personale. L’obiettivo ufficiale, secondo il sistema, è ridurre i tempi di attesa per gli interventi chirurgici e rendere il sistema sanitario più efficiente. Ciò che non viene menzionato è che un sistema del genere potrebbe rivelarsi utile anche in caso di guerra.

Il piano: i pazienti non devono rifiutare il consenso

Il Servizio Sanitario Nazionale (NHS) inglese ha rassicurato il pubblico che sarebbero stati adottati i “massimi standard di sicurezza possibili”. I dati sanitari britannici rimarranno sotto il controllo del NHS, e Palantir non potrà accedervi senza il suo esplicito consenso. Inoltre, questi dati saranno preventivamente resi anonimi. Pertanto, secondo il NHS, i pazienti britannici non potranno negare il consenso al trasferimento dei loro dati a Palantir in futuro. 

Due precedenti tentativi di collegare i vari archivi di dati sono falliti a causa di resistenze, ha riportato il Guardian. Ora ci si aspetta che sia Palantir a farlo; il suo co-fondatore, Peter Thiel, aveva dichiarato pubblicamente mesi prima che l’azienda si aggiudicasse l’appalto che il Servizio Sanitario Nazionale NHS avrebbe dovuto essere privatizzato. 

Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti condivide i dati dei pazienti

Nel giugno 2025, un campanello d’allarme è suonato alla California Medical Association, L’agenzia di stampa Associated Press ha rivelato che il Dipartimento della Salute degli Stati Uniti aveva consegnato i dati personali dei titolari di polizze Medicaid in diversi stati, tra cui la California, all’Immigration and Customs Enforcement (ICE).

Medicaid è il programma di assicurazione sanitaria gestito dal governo statunitense per adulti e bambini a basso reddito negli Stati Uniti. La maggior parte dei suoi iscritti sono cittadini statunitensi, con una percentuale minore di immigrati. Medicaid copre anche i trattamenti di emergenza salvavita per gli immigrati clandestini. 

Da luglio 2025 il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti fornisce quotidianamente all’agenzia ICE l’intero set di dati Medicaid. Ciò ha consentito all’ICE di accedere a nomi, numeri di previdenza sociale e indirizzi di circa 79 milioni di persone. Il Dipartimento ha giustificato il trasferimento dei dati, che considerava legale, affermando di voler rintracciare le persone che richiedevano fraudolentemente i benefici. In effetti, la legge statunitense consente la divulgazione dei dati sanitari Medicaid dei sospettati alle autorità inquirenti. Tuttavia, secondo il British Medical Journal (BMJ), in precedenza ciò era avvenuto solo in casi isolati, non su larga scala.

Medicaid ha tentato di impedire la condivisione dei dati con l’ICE, ma senza successo. Venti stati americani governati dai Democratici hanno presentato un’obiezione.

L’app «Elite» denuncia le persone

Ora, 404 Media ha rivelato che anche un’app sviluppata da Palantir sta accedendo ai dati Medicaid. Questa app, chiamata “Elite”, secondo un manuale ottenuto da 404 Media “è uno strumento di targeting progettato per migliorare la capacità di identificare e dare priorità a obiettivi di alto valore attraverso analisi avanzate”. Nello specifico, l’app viene utilizzata per rintracciare individui.

Simile a Google Maps, “Elite” mostra le probabili posizioni dei sospetti immigrati clandestini e fornisce un dossier per ogni persona, inclusi nome, foto, indirizzo e data di nascita. Secondo il BMJ, i dati sanitari sono una fonte fondamentale per queste informazioni. A ottobre “Elite” ha aiutato gli agenti dell’ICE ad arrestare 30 persone nello stato dell’Oregon.

Bambini e malati senza assistenza medica

Secondo il BMJ , la condivisione dei dati riguarda anche gli immigrati poveri provenienti da Haiti o dall’Afghanistan, che fino al secondo mandato di Donald Trump avevano diritto all’assistenza Medicaid. Tuttavia, a seguito delle nuove normative, potrebbero ora perdere lo status di rifugiati e diventare quindi bersaglio di una raccolta dati “d’élite”.  

L’attuale amministrazione statunitense vuole anche espellere le famiglie che vivono nel Paese grazie ai cosiddetti “anchor babies”. Si tratta di bambini nati negli Stati Uniti da genitori immigrati. Secondo la legge precedente, erano automaticamente considerati cittadini statunitensi. Tuttavia, come una delle prime decisioni del suo secondo mandato, Donald Trump ha revocato questo diritto. Se il suo piano andrà in porto, i bambini nati dopo il 19 febbraio 2025 perderanno la cittadinanza statunitense. A meno che i tribunali non annullino questa decisione, molte famiglie rischiano l’espulsione. 

Le persone colpite continueranno a consultare un medico in futuro se il loro “figlio-ancora” ha un incidente, ha la febbre alta o forse “solo” un’ernia? Le organizzazioni dei pazienti temono che le azioni delle autorità statunitensi possano minare la fiducia dei pazienti nel sistema sanitario.

La prospettiva che i loro dati sanitari possano essere utilizzati per scopi di polizia crea un incentivo razionale per le popolazioni che hanno già un “accesso precario all’assistenza sanitaria” a evitare il contatto con i servizi sanitari, a nascondere determinate informazioni ai medici e a trascurare trattamenti preventivi come la gestione dell’ipertensione o il follow-up medico. Diversi lettori lo sottolineano nei commenti online del ” BMJ “. Le associazioni mediche temono inoltre che le persone povere negli Stati Uniti non cercheranno più assistenza medica quando sono malate, perché i loro dati sanitari potrebbero comportare il loro arresto da parte dell’ICE.

Conseguenze impreviste

La situazione ha anche una “rilevanza transatlantica”, hanno avvertito un medico e uno scienziato spagnoli sul “BMJ”. Se un singolo fornitore sviluppa piattaforme che integrano set di dati provenienti da un’ampia varietà di settori, decisioni ufficiali errate prese in un luogo potrebbero avere conseguenze di vasta portata altrove.

I due autori spagnoli della lettera mettono in guardia sul BMJ: «Il trasferimento ufficiale su larga scala dei dati sull’assicurazione sanitaria alle autorità per l’immigrazione dimostra quanto velocemente i set di dati di routine possano essere riutilizzati». 

La legge tedesca consente l’”uso secondario” dei dati

La legge sull’utilizzo dei dati sanitari, entrata in vigore in Germania nel marzo 2024, stabilisce che i dati sanitari della popolazione possono essere condivisi per scopi specifici, a condizione che le normative corrispondenti in Germania o nell’UE lo consentano. La legge menziona inoltre esplicitamente “l’uso secondario dei dati […] per scopi diversi da quelli per cui i dati sono stati originariamente raccolti”, senza tuttavia definire cosa costituisca “uso secondario”.

Diversi stati tedeschi, ad esempio, utilizzano già il software “Gotham” di Palantir per le indagini digitali, come riportato dalla ZDF la scorsa estate. Questo software analizza e collega milioni di dati provenienti da diverse fonti. “Esamina tutte le raccolte di dati come un aspirapolvere e crea profili, modelli e analisi”, ha riferito Swissinfo . “Per gli eserciti, il software fornisce informazioni che influenzano le decisioni sull’uso della forza; per la polizia, funge da strumento di sorveglianza; e anche le grandi aziende utilizzano Palantir per l’ottimizzazione dei processi e come supporto decisionale”.

Nell’immagine: nella caccia agli immigrati gli agenti dell’ICE possono avvalersi anche dei dati sanitari


L’ira dei vecchi bossiani: “Lega distrutta da Salvini, lui peggio di Vannacci”

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

Di , la Repubblica

Qui dove tutto è cominciato, nella ricca ‘Lumbardia’ che lavora, produce e fa il fatturato, il Generalissimo «non è mai piaciuto granché», e pure uno che è stato nella Folgore come lui, e cioè “il vecchio Paglia”, censura «i riferimenti di Vannacci alla Decima Mas, che sono un’idiozia totale», e lo stesso Umberto Bossi «direbbe ‘a me i fascisti non piacciono’», ne è sicuro. Giancarlo Pagliarini, già ministro al Bilancio e quindi predecessore di Giorgetti, leghista da subito e per sempre, sa che «tutta la parte buona del vecchio partito ha ripetuto per mesi che Vannacci era matto…».

Esiste dunque ancora una parte “buona”, nella truppa salviniana, ma silente fino all’altro ieri sul caso Vannacci, poi esiste il nuovo partito Patto per il Nord, in cui sono arrivati via via i “bossiani”, fedeli al Senatùr per l’eternità, per quanto il Bossi non sia eterno e pure molto malato, chiuso nella villa di Gemonio, stile liberty ma vista tragica, affacciata com’è sul cementificio Colacem. Resiste, sulla strada che dal cancello scende in paese, la grande scritta “Grazie Bossi”, con il Sole delle Alpi, ma sta sbiadendo tutto. Resiste anche il ricordo di un momento storico della Lega Nord, 8 febbraio 1991, primo congresso federale a Pieve Emanuele, e sono 35 anni fa, giusti giusti.

E quelli di allora non possono che essere contenti (e anzi, ridono!) dell’addio del militare fascisteggiante, e ride forte Giuseppe Leoni, primo deputato assieme a Bossi nel 1987: «Un film già visto. Il traditore tradito… Ma il primo traditore è stato proprio Salvini, che ha tradito lo spirito della Lega, e ha messo Bossi in un angolo». E adesso, «di cosa si stupisce? Vive nel tradimento, se lo doveva aspettare». E chi sono i bossiani, ce lo dica lei che è stato socio fondatore. «Io, Umberto, e Manuela Marrone, sua moglie. La scritta davanti a casa l’ho fatta io, cosa crede». Sua anche una battuta venefica su Salvini: «Ha scambiato il concetto di federalismo con quello di federale fascista».

E il generale, «è solo la punta dell’iceberg. Il vero problema è Salvini, perché è lui che ha trasformato la Lega in un partito di estrema destra», spiega Paolo Grimoldi, che del Patto è segretario federale. E che «ha tradito gli ideali, il federalismo, l’abbattimento della pressione fiscale, della legge Fornero. E ha aumentato le accise, tassato all’inverosimile i frontalieri di Varese e Verbania. E diciamolo: la ‘Salvini Premier’ è rimasta con un unico progetto politico, che è il ponte di Messina».

Perciò Grimoldi ha prontamente pubblicato sulla sua pagina Facebook «un vecchio video di Bossi contro i fascisti», e tutti ricordano con rabbia — visto come sono andate le cose — le radici antifasciste della prima Lega. Roberto Bernardelli, detto “l’onorevole”, in quanto parlamentare dal ‘94 al ‘96: «Una volta Umberto fece un comizio e disse ‘mio padre era un partigiano. Mai e poi mai con i fascisti!’ Io sono rimasto lì». Un’altra volta ha anche detto «i fascisti andremo a prenderli casa per casa!», per chi se lo ricorda. Poi «è arrivato Salvini, uno che non è mai stato un genio, e posso ben dirlo perché sono stato vent’anni in Consiglio comunale a Milano, e a un certo punto è arrivato questo giovane, che si faceva gran pubblicità personale grazie a Radio Padania». Quanto al Generalissimo, «l’ho incontrato una volta sola alla presentazione del suo libro. E gli ho detto: ma lei è favorevole a un’Europa confederale e a un’Italia delle macroregioni? Ha risposto sì. Per il resto, è uno dell’estrema destra fascista».

Aggiunge che il Vannacci su una cosa ha ragione: «Salvini non ha mantenuto nessuna delle sue promesse elettorali». Una cosa, gli riconosce: «Quando sono finito in galera, è venuto a trovarmi. Sa, la storia del carrarmato…». Il tank dei Serenissimi, con cui tentarono l’occupazione di piazza San Marco, era il 1997, tutta roba entrata nell’epica della Lega. Bernardelli era accusato di aver finanziato il progetto secessionista, poi tornò a fare l’imprenditore alberghiero, e conduce 3 volte la settimana una trasmissione “Senza sconti” che fa «250mila contatti a volta, su Antenna 3. È un’emittente lombarda, ma a noi del Patto interessa l’elettorato della Lombardia, il bacino dove siamo forti», e dove tutto è cominciato.

Ma non è che le cose cambino, ora che Vannacci se ne è andato. Resta Salvini, «che scandalosamente continua a usare il termine Lega. Lui non c’entra niente con la Lega, così, come Vannacci non c’entrava niente», dice Pagliarini. Infatti «noi distinguiamo bene i leghisti veri dalla ‘Salvini premier’, che è tutt’altra cosa», aggiunge Grimoldi. E potrebbe fare una lunga lista di consiglieri, sindaci, ex parlamentari, che gli stanno arrivando tra le braccia, «dal Nord produttivo», e anche da un po’ più in là.


Come combattere il fascismo… “democratico”

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

Alle volte ci troviamo in casa (in Svizzera, nelle nostre università) profondi ed anche originali conoscitori e  analisti   dei tempi che corrono e dei fenomeni  culturali, politici, sociali che spuntano  o si ripresentano storicamente sotto altre sembianze e non li avvertiamo o li ignoriamo o non li segnaliamo; eppure potrebbero aiutarci a comprendere ciò che ci attornia e invade.

Poniamo una domanda tutt’altro che incidentale o trascurabile, con i tempi che corrono, una domanda di questo tipo: quale economia psichica corre oggi nelle personalità con potenziale fascista, e come si forgia con i procedimenti sociali contemporanei? D’accordo, non è una domanda da poco. È però essenziale e più che attuale.

Cercano di dare una risposta due sociologi di Basilea, Carolin Amlinger e Oliver Nachwey in un libro che porta un titolo intrigante, forse perché anche un poco strano: “Piacere di distruzione. Elementi del fascismo democratico” (Zerstörunglust, Elemente des demokratischen Faschismus, ed. Surkamp, ottobre 2025). Libro (laureato del premio “Geschwister Scholl”) che ha registrato subito enorme successo in Germania “soprattutto per il suo tentativo di proporre uno studio empirico di notevole portata sulle emozioni oggi politicizzate dalla destra autoritaria”. Alla base dello studio c’è infatti un sondaggio tra 2600 persone in Germania, con 41 incontri approfonditi con persone scelte con criteri diversi (persone comunque dimostranti una “personalità distruttrice” – destruktive Persönlichkeit – sostenitori dell’AFD – Alternative für Deutschland, partito di estrema destra in Germania).

Il programma dei sociologhi basilesi è complesso: cogliere il cambiamento sociale, economico ed emotivo avvenuto dopo la Seconda guerra mondiale e studiare le “strutture emozionali profonde” (“affektive Tiefenstrukturen”) prodotte dalle nuove organizzazioni sociali. Lo scopo è quindi quello di offrire un’analisi del fascismo contemporaneo, nella sua variante tedesca (AFD) o statunitense (MAGA trumpiano, e subordinatamente potremmo accamparvi anche la destra neofascista italiana), di descrivere la struttura emozionale che porta a votare la destra autoritaria. Pur non esitando a qualificare quei movimenti come “fascisti”, si insiste tuttavia sulla loro “dimensione democratica” per distinguerli dei fascismi storici.

Il pensiero a somma zero

In sostanza: quali trasformazioni sociali hanno formato o forgiato “l’economia emozionale” degli individui, dei cittadini, nelle democrazie liberali contemporanee?

Innanzitutto una sorta di spostamento del conflitto sociale che risulta peculiare nel “dopo-modernità” (Nachmoderne). In altre parole: da un lato abbiamo l’esperienza di un’apertura sociale che porta ad una “riduzione della discriminazione orizzontale” (o, potremmo anche dire, della conflittualità tra classi) ma, d’altro lato, anche ad una chiusura che avviene mediante una “radicalizzazione dell’ineguaglianza verticale” (o, potremmo anche dire, con l’accumulo di ricchezza da parte di pochi in alto e l’accresciuta debolezza di reddito o salariale da parte si una maggioranza in basso). Questo doppio movimento ha favorito e portato l’emergenza di una mentalità di “pensiero a somma zero” (Nullsummendenken).

Il pensiero a somma zero ha spostato il luogo del conflitto sociale: l’antagonismo tra la classe lavoratrice e la classe possidente perde la sua verticalità per diventare “orizzontale”. (Con qualche aggiunta: la situazione o catastrofe ecologica pone fine alle promesse di un progresso o di una crescita illimitati e l’avvenire non appare più come il “sol dell’avvenire”, possibile e migliore, ma come un avvenire sempre più incerto).

Una risposta

Il neoliberalismo in cui nuotiamo esige quindi sempre più un’autonomia e un riadeguamento importanti che creano di conseguenza la “sensazione di una non-libertà generalizzata”, con la pressione sempre più pesante di un apparato burocratico. Si esige quindi anche una sorta di sacrificio (Opferberaitschaft) o la pretesa di un coinvolgimento o forte investimento personale degli individui. Che è poi tutto quanto prepara il terreno propizio a una politicizzazione sempre più reazionaria.

Il sentimento di ineguaglianza e di umiliazione si estende, intensificato dall’ individualismo ed dall’affievolimento o dalla scomparsa di organizzazioni politiche che storicamente hanno sempre svolto la funzione di “mediatori emozionali” (“emotionale Mediatoren”).

Ci sono secondo gli autori “tre fonti” che alimentano attualmente il desiderio di distruzione come reazione emotiva all’impotenza sociale: il calo delle prospettive di ascesa sociale, il rimettere in causa le “frontiere sociali” storicamente protettrici di certi privilegi (maschi, paternalismo, bianchi ecc.), il sentimento di una politica di “competizione ingiusta” (percepita come tale per le politiche “preferenziali” di sostegno a minoranze o ai cosiddetti emarginati).

Una risposta antifascista dovrebbe quindi puntare (o scardinare) su due cose: sull’alleanza stabilitasi tra capitalismo, liberismo e fascismo e sull’ordine emotivo ch’essa genera, strumentalizza e di cui si alimenta per crescere continuamente.

Forse si doveva anche dire, e non lo si dice, che se da un lato la questione della dimensione emotiva del fascismo è innegabilmente importante, gli individui, i cittadini, sono anche i produttori di questo mondo. Ciò avrebbe almeno permesso di rendere attenti, di responsabilizzarsi o di capire come si può combattere il fascismo, rendendo nel contempo certi che la sua vittoria non è una fatalità.


Il dimezzamento della SSR nei piani delle destre europee

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

Di Sarah Schmalz, WOZ

La campagna sull’”iniziativa per il dimezzamento della SSR” è appena iniziata. Ma è già chiaro in quale direzione i sostenitori vogliono orientare il dibattito: l’UDC promuove l’iniziativa con un diavolo rosso. Lo slogan: «Fermare l’inferno delle tasse di sinistra! SSR: 200 franchi sono sufficienti!» Il comitato promotore dell’iniziativa, sostenuto anche dall’Unione svizzera delle arti e mestieri e dai Giovani liberali, punta su giovani raggianti, famiglie e «lavoratori» felici di avere «finalmente più soldi per vivere». Il linguaggio visivo è diverso, ma il messaggio è lo stesso: la SSR deve solo essere sottoposta a una necessaria «pulizia». Proprio come un albero, i cui numerosi rami devono essere potati affinché possa rifiorire.

È un messaggio che potrebbe essere ben accolto da molti: a cosa serve il «Samschtig-Jass» a chi ama la letteratura, o la «Sternstunde Philosophie» a chi ama lo sci? I sostenitori cercano naturalmente di convincere tutti che saranno colpiti solo i programmi che non guardano. Con il dibattito su ciò che può essere eliminato, l’UDC distoglie l’attenzione dal suo vero obiettivo: in sintonia con altre forze di destra in Europa, il suo obiettivo è conquistare lo spazio pubblico. E spostare ulteriormente il discorso per eliminare ciò che la ostacola.

Quasi nessuna discussione critica

Nessun esempio illustra meglio quanto velocemente ciò possa avvenire della Slovacchia, dove nel 2023 il «socialdemocratico» nazionalista e filorusso Robert Fico è salito al potere per la quarta volta. Dopo il suo insediamento, Fico ha proseguito il lavoro preparatorio del precedente governo neoliberista, che aveva già abolito il canone radiotelevisivo e introdotto il finanziamento statale. Dopo la vittoria elettorale, Fico ha drasticamente ridotto il budget e, con una modifica di legge, ha posto l’emittenza pubblica sotto il controllo dello Stato.

Michal Hvorecký, autore e intellettuale slovacco residente a Bratislava, afferma: «I popolari talk show politici sono stati cancellati, i conduttori licenziati e sostituiti da fedelissimi. Oggi, in televisione slovacca, hanno voce in capitolo quasi esclusivamente i propagandisti del governo, mentre le discussioni critiche sono ormai quasi inesistenti». Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi il controllo statale si è esteso sempre più. «Anche le piccole emittenti regionali finiscono nel mirino del governo se non riportano notizie di suo gradimento».

Ma la Slovacchia non è affatto l’unico Paese europeo in cui i media pubblici sono sotto attacco da parte della destra. Uno studio pubblicato di recente da Reporter senza frontiere, basato su sondaggi condotti nei 27 Stati membri dell’UE, giunge alla conclusione che ciò avviene in oltre la metà degli Stati. Un risultato particolarmente allarmante, perché i media pubblici svolgono un ruolo centrale nella lotta alla disinformazione e alla propaganda. Uno studio del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford lo ha dimostrato già nel 2016: nei paesi in cui i media pubblici sono forti, le persone sono meglio informate e i dibattiti politici sono più pluralistici.

Il modello Orbán

Mentre un tempo l’UDC si tratteneva dal criticare politicamente la SSR, prima del lancio dell’iniziativa lo ha fatto senza remore. “Ora basta“, ha dichiarato nel 2021 il consigliere nazionale dell’UDC Thomas Matter, dopo che il suo partito non era stato invitato a una trasmissione-dibattito sull’accordo quadro con l’UE. «Da quando è stata respinta l’iniziativa “No Billag”, la tendenza a sinistra della SRF è solo peggiorata». L’UDC, che nel 2018 ha fallito nel tentativo di abolire completamente il canone, lamenta da anni il presunto «squilibrio» della SSR e sommerge il suo ufficio di mediazione di reclami. Il partito utilizza i singoli casi in cui ottiene ragione a fini propagandistici per sostenere la propria tesi.

La politologa austriaca ed esperta di estremismo Natascha Strobl afferma: «Seguono sempre lo stesso schema: la destra attacca i media pubblici sulla questione dell’equilibrio». Tuttavia, hanno una concezione estremamente riduttiva dell’equilibrio. «A loro non interessa la fedeltà ai fatti, ovvero il principio giornalistico secondo cui le dichiarazioni della persona A e della persona B devono essere verificate e classificate. Piuttosto, vogliono semplicemente diffondere le loro tesi, come quelle non scientifiche sul cambiamento climatico». L’affermazione secondo cui i temi di destra sarebbero meno presenti nella televisione pubblica è inoltre semplicemente falsa. «Quale tema è stato più dibattuto negli ultimi anni della migrazione?» Anche Michal Hvorecký afferma: «È la solita solfa, quella di essere vittime, di essere costantemente cancellati. E cosa fanno una volta al potere? Cancellano tutti gli altri».

Quanto sia grottesca l’affermazione della destra di voler garantire l’equilibrio lo dimostra anche l’esempio dell’Ungheria, dove il leader Viktor Orbán ha posto l’intero sistema mediatico sotto il controllo del suo governo autoritario. Nella legge sui media promulgata nel 2010 ha obbligato i giornalisti a garantire una copertura «equilibrata» e a «rafforzare l’identità nazionale» . Orbán è noto per essere una sorta di ministro della propaganda della destra europea unita, che si reca regolarmente in Ungheria per incontri di networking. Uno dei suoi più grandi fan è l’editore della «Weltwoche» ed ex consigliere nazionale dell’UDC Roger Köppel, che ha già definito Orbán un «combattente per la libertà» e un «modello per la Svizzera».

«Risparmi nel posto sbagliato»

Lo studio di Reporter senza frontiere ritiene che l’indipendenza politica delle emittenti pubbliche non sia più garantita, soprattutto in Ungheria, Slovacchia e Italia. In Italia, dove i media pubblici sono notoriamente sotto pressione, il governo di estrema destra guidato da Giorgia Meloni ha ulteriormente inasprito la situazione, come sottolinea l’organizzazione europea Media Freedom Rapid Response in un recente rapporto: «Da quando Meloni ha assunto la carica di presidente del Consiglio dei ministri italiano il 22 ottobre 2022, l’emittente pubblica Rai si trova ad affrontare un livello senza precedenti di influenza politica. […] Colloqui con giornalisti, leader sindacali ed esperti dei media rivelano un livello straordinario di pressione e autocensura». Un’altra presa di potere politica è attualmente in atto nella Repubblica Ceca, dove la coalizione di governo populista di destra guidata dal primo ministro Andrej Babiš ha annunciato la scorsa settimana l’intenzione di abolire il canone radiotelevisivo all’inizio del 2027.

Il timore degli attacchi della destra ha portato in molti luoghi a un’obbedienza anticipata [come in Svizzera, ndr], da un lato da parte delle aziende mediatiche, dall’altro da parte degli oppositori politici. In Austria, dove il partito di estrema destra FPÖ ha vinto le elezioni nel 2024, ma governa una coalizione di conservatori, socialdemocratici e liberali, i giornalisti sono da anni sottoposti a una pressione estrema. «Lo si nota dal programma dell’ORF», afferma Natascha Strobl. Allo stesso tempo, il governo sta cercando di togliere vento alle vele dell’FPÖ, che incita all’odio contro i «media del sistema», annunciando una «snellimento» dell’ORF. «Penso che sia una tattica sbagliata, perché la destra non sarà mai soddisfatta», afferma Strobl.

Anche nel Regno Unito, dove la BBC, finanziata con il canone, è sempre più sotto attacco, il governo laburista di Keir Starmer sta adottando una strategia conciliante nei confronti dell’estrema destra in ascesa: ha annunciato che, in occasione della prossima revisione delle basi costituzionali per l’emittenza pubblica, valuterà modelli di finanziamento alternativi.

Il sistema della concordanza ha finora preservato la Svizzera da un governo monocolore dell’UDC. Ciò rende ancora più importante per il «partito popolare» [in tedesco l’UDC si chiama Volkspartei, ndr] ridurre lo spazio del dibattito democratico. Hvorecký, che nella sua patria, la Slovacchia, sta assistendo all’improvvisa diffusione della propaganda russa attraverso la televisione di Stato, dice dell’iniziativa svizzera “per il dimezzamento”: «Dal mio punto di vista, posso solo sconsigliare di accettarla. Si tratterebbe davvero di un risparmio nel posto completamente sbagliato».

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la propaganda parla chiaro: “Fermare l’inferno delle tasse di sinistra!”


La gara a chi è più di destra

Christophe Balet, indagato nell’inchiesta sul rogo che ha ucciso 41 persone insieme ai proprietari del Constellation, oggi davanti alla vice procuratrice generale del Cantone Vallese, Catherine Seppey 

Di Luigi Manconi, La Repubblica

Al contrario di quanto si continua pigramente a scrivere, Roberto Vannacci non è un ex generale e nemmeno un generale in pensione. È un generale in aspettativa. Questa definizione, oltre ad avere un preciso significato burocratico- amministrativo (potrà rientrare, quando vorrà, nei ranghi dell’esercito), evoca una tonalità sottilmente intimidatoria e vagamente ansiogena. Il generale Vannacci rappresenta una attesa, una sospensione, la vigilia di qualcosa destinato ad accadere. Vannacci è l’ombra di Banco (meglio: Banquo) che nel Macbeth costituisce una ossessione e una presenza fantasmatica: e che, qui e ora, inquieta, turba e allarma il centrodestra. Ma, per sua e nostra fortuna, Vannacci è anche altro.

Nelle scorse settimane, Michele Serra e Giuliano Ferrara hanno segnalato la somiglianza, fino al sospetto di consanguineità, con Alberto Sordi. Non si può che essere d’accordo. Come è noto, Sordi è la maschera più significativa del Carattere Nazionale. Che, prima ancora di essere una personalità, è un temperamento, una attitudine fisico-morale, una impronta antropologica. Forse una vocazione.

Il “sordismo” è quell’oscillare tra millanteria e ignavia, tra rodomontate e opportunismi, tra il Tengofamiglia e il Leinonsachisonoio. Da questo punto di vista, l’iconografia più autentica del vannaccismo è proprio quella che alterna le immagini di Russell Crowe nel Gladiatore a quelle del bagnante piccolo-borghese in vestaglietta (o vestaglina) su una spiaggia della Versilia.

Di conseguenza, dargli la baia è non solo possibile, ma addirittura doveroso, in nome di un mite antimilitarismo nei confronti di una marzialità tronfia e petulante. Ma, detto questo, guai a sottovalutare il possibile ruolo del neonato partito. Nel mercato politico italiano sembra indubbio che Futuro Nazionale (questo il nome della nuova formazione) abbia già ora un suo spazio, che corrisponde puntualmente ai tratti antichi e ai connotati inediti di un segmento della destra dichiarata e di quella sommersa.

Il riferimento orgoglioso alla X Mas e l’affermazione “se mi danno del fascista non mi offendo” sono, certo, l’ammiccamento di un marpione, ma anche il richiamo a un repertorio ideologico di memoria guerresca e a un apparato di torva virilità. Qui il nostalgismo non si indirizza innanzitutto ai reduci dell’epoca (quanti potranno essere oggi i sopravvissuti?), bensì ai cultori di una epopea inventata e trasmessa tra le generazioni, che alimenta il mito della “bella morte” e degli “esuli in patria”.

Sarebbe un grave errore pensare che si tratti esclusivamente di veterani da ospizio o di giovani assatanati alla ricerca di una retorica capace di riscattare da un presente disadorno fatto di consumismo e di omologazione. Intorno a queste minoranze, associate in organizzazioni come CasaPound, Forza Nuova, Lealtà Azione, Veneto Fronte Skinheads e una miriade di altri gruppi, può ritrovarsi una parte della società italiana stressata: a causa delle tasse e della burocrazia, dell’iva e del carovita, e dei rumeni, tunisini, albanesi, egiziani, pakistani, peruviani, senegalesi…

Tutto questo si combina in qualche modo con una diffusa domanda di revisionismo della storia nazionale dove le antinomie classiche (proletariato e borghesia, fascismo e antifascismo, destra e sinistra) vengono soppiantate a vantaggio di una sola e irriducibile contraddizione: quella tra popolo ed élite. Questa, che è alla base di una validissima interpretazione delle radici del populismo, è assai più onnipervasiva di quanto si creda. E, in genere, vengono sottovalutate le sue conseguenze sul senso comune e sulla mentalità collettiva. È qui che trova origine, tra l’altro, il processo di banalizzazione del fascismo e dei suoi crimini.

Rispetto a questa Italia esausta e afflitta da un profondo dolore sociale, persino Vannacci può rappresentare una alternativa. E si tratta, probabilmente, di una alternativa vissuta come l’ultima, davvero l’ultima, a disposizione. In ciò risiede una parte della sua capacità d’attrazione, perché può intercettare i delusi della “penultima alternativa”, quella incarnata da Giorgia Meloni. Non a caso le prime analisi dicono che è sull’elettorato di Fratelli d’Italia che Futuro Nazionale potrebbe incidere.

Non solo, c’è un’altra componente politico-culturale che può incentivare il voto per il partito di Vannacci. Non va dimenticato che questi è stato per due anni addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca e sembra abbia sfruttato bene quel tempo, così da farsi “il più putiniano” dei putiniani nostrani.

Per molte ragioni in Italia si è formata un’area, la più variegata, che mostra grande interesse per il regime di Putin (apprezzamento per l’autocrazia e per l’uomo forte, stanchezza verso la democrazia e verso il liberalismo) e per una idea di “pacifismo” che assocerebbe Donald Trump e il despota russo nella difesa dello status quo internazionale. Da qui l’ostilità verso l’Europa e le sue istituzioni.

Tutto questo potrebbe rivelarsi, alla lettera, un fuoco fatuo: quella fiammella che si forma talvolta sopra le tombe (in questo caso il cadavere sarebbe quello del fascismo del terzo millennio). Ma non è detto. Se accadesse che l’azione politica di Giorgia Meloni incontrasse una crisi istituzionale, un arretramento elettorale o una rottura nella coalizione, ecco che persino la vestaglietta (o vestaglina) di Vannacci potrebbe giocare un suo ruolo. Dopotutto, siamo il paese degli stilisti e del made in Italy.