Epstein files, dominio e privilegio

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto 

Di Mario Ricciardi, il manifesto

Le ultime settimane sono state scandite da dichiarazioni di Trump che hanno suscitato preoccupazione e sconcerto. Quando l’occasione richiede un intervento oltre lo scambio di battute con i cronisti, il presidente sembra incapace di seguire una linea argomentativa chiara.E nemmeno di esporre gli obiettivi della sua amministrazione. Affermazioni stravaganti, minacce, parole ripetute in modo meccanico (in particolare i superlativi, per i quali ha un debole) e confusioni tra luoghi (Groenlandia e Islanda) generano allarme e confusione nel pubblico, e provocano costante frustrazione in chi avrebbe il compito di spiegare quel che accade. Ecco perché spesso si affaccia il dubbio che ci sia qualcosa che non va, che Trump non sia del tutto lucido.
L’ipotesi non è priva di senso.

Ci sono anzi diversi fattori che potrebbero rafforzarla. Trump ha tre anni in meno di Mick Jagger, ma non sembra altrettanto in salute. Oltre alla comunicazione, ci sono altri indizi che fanno pensare: si muove lentamente, e in qualche occasione appare disorientato. Insomma ci sono ragioni sufficienti per chiedersi se sia pienamente in possesso delle proprie facoltà, e in grado di adempiere ai doveri del suo ufficio in modo adeguata. Domande che hanno accompagnato con insistenza anche gli ultimi mesi di presidenza del suo predecessore. Potrebbe essere soltanto una coincidenza, ma Samuel Moyn, uno tra i più brillanti storici statunitensi, è convinto che non sia così, e che le condizioni di Biden e di Trump siano la parte più visibile di un fenomeno sociale più ampio, ovvero la trasformazione del paese in una «gerontocrazia», nella quale la distribuzione del potere e della ricchezza sono squilibrate in favore di una generazione a svantaggio della altre.
La tesi di Moyn ha certamente il pregio di riportare al centro della riflessione sulla crisi della democrazia statunitense fattori strutturali rispetto a quelli personali.

Ricorrere alla patologia mentale per spiegare fenomeni politici è una tentazione ricorrente, cui si cede facilmente, perché può essere in qualche misura tranquillizzante, soprattutto in presenza di avvenimenti che turbano la coscienza. Se la «follia» del capo spiega i crimini dei seguaci questo ci lascia la speranza che alla sua caduta le cose possano in qualche modo rimettersi a posto. Se Trump fosse folle, o semplicemente incapacitato da un processo di degenerazione avanzata delle sue facoltà mentali, potremmo confidare nella possibilità che dopo di lui ci sia qualcuno in migliori condizioni. Ponendo il tema del conflitto generazionale (che è anche un conflitto distributivo), Moyn ci spinge a prendere in considerazione la possibilità che le cose non siano destinate a migliorare spontaneamente.

Se rimaniamo sul piano strutturale, dovremmo chiederci tuttavia se la «gerontocrazia» sia la causa efficiente della crisi, o non uno dei suoi sintomi. Le rivelazioni di questi giorni sui contenuti della nuova porzione dei documenti relativi alle attività di Jeffrey Epstein che è stata pubblicata, farebbero pensare che le cose stiano così, e che il punto cruciale non sia lo squilibrio generazionale, ma quello nella distribuzione del potere e della ricchezza. Quel che emerge in maniera chiarissima è una rete molto ampia di persone che hanno in comune posizioni di privilegio – che in parte dipendono dalla ricchezza, in parte dalla posizione politica e sociale – e si sentono esentate dai vincoli giuridici e sociali cui sono sottoposti tutti gli altri. Perseguono il proprio interesse, la soddisfazione dei propri desideri, anche quelli più ripugnanti, e assecondano le richieste di altri che sono parte dello stesso ambiente, e con i quali sono o sperano di entrare in relazioni di scambio proficue.

Anche se al centro sembra esserci il sesso, si direbbe che lo scopo ultimo sia il dominio (sui corpi, sui destini, sugli affetti) da perseguire con vari mezzi che vanno dalle offerte di denaro, alla manipolazione, fino alla violenza. Se ci chiediamo come tutto questo sia diventato possibile, la risposta si trova probabilmente nella «trasmutazione dei valori» avvenuta negli ultimi decenni. Un processo di sostituzione del successo economico a qualunque altro standard sociale. Tutto questo a sua volta ha a che fare con la privatizzazione della politica (che emerge in modo molto chiaro dagli Epstein files) che è stata l’obiettivo perseguito con incessante e spregiudicata determinazione dalla destra statunitense e dalle sue filiali in Europa e nel resto del mondo. Non c’è bene comune, e neppure diritti individuali nel mondo degli Epstein files. Ci sono sfruttati e sfruttatori certamente, e i secondi non si identificano soltanto come una «classe» perché le forme del dominio operano sulle sfere del lavoro, dell’identità (la «razza», la nazionalità, la religione e il genere) e sulla vita stessa.