Verso l’uguaglianza, così va ridiscusso il sistema economico

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Di Thomas Piketty, La Stampa

Pubblichiamo, per concessione della casa editrice La Nave di Teseo, un estratto del nuovo libro di Thomas Piketty, Natura, cultura e disuguaglianze

I regimi basati sulla disuguaglianza – vale a dire la struttura e il livello delle disuguaglianze socioeconomiche nelle differenti società, così come la loro evoluzione nel tempo – sono straordinariamente diversi tra loro. Alla comprensione del fenomeno contribuiscono, in maniera determinante, sia la Storia sia le scienze umane. Le disuguaglianze, infatti, si collegano a traiettorie socio- economiche, politiche, culturali, istituzionali o religiose ben distinte. La cultura, in senso lato – e forse, ancor più della cultura, le mobilitazioni politiche collettive –, aiuta a dar conto di un tale divario, del livello e della struttura delle disuguaglianze sociali che abbiamo sotto gli occhi. Tuttavia il grado d’incidenza dei fattori cosiddetti “naturali” (i talenti individuali, le dotazioni in fatto di risorse naturali o altri elementi di tal genere) resta relativamente limitato.

Da questo punto di vista, è interessante l’esempio della Svezia, considerata uno dei Paesi più ugualitari al mondo: un dato di fatto che taluni hanno potuto attribuire a caratteristiche astoriche del Paese, a una cultura che avrebbe entro di sé, “per natura”, il senso dell’uguaglianza. In realtà, per lunghissimo tempo, la Svezia è stata uno dei Paesi meno ugualitari d’Europa, con un grado di raffinatezza impressionante nell’organizzazione politica delle disuguaglianze. Dopodiché, nel primo scorcio del XX secolo, la situazione si è rapidamente trasformata, nel quadro di una mobilitazione politica e sociale conclusasi con l’arrivo al potere, all’inizio degli anni Trenta, del partito socialdemocratico. Il quale ha poi governato per un cinquantennio, ponendo le potenzialità dello Stato svedese al servizio di un progetto politico del tutto diverso dal precedente.

In questo contesto, la Svezia rappresenta un caso più che interessante, qualora ci si voglia vaccinare contro qualsiasi idea di determinismo a lungo termine, legato per l’appunto a fattori naturali o anche culturali e che individuerebbe alcune società come perennemente ugualitarie e altre (l’India, per esempio) come perennemente non ugualitarie. La costruzioni sociali, politiche, possono cambiare, e a volte molto più rapidamente di quanto siano disposti a immaginare gli osservatori di oggi – in particolare coloro che traggono vantaggio da un determinato sistema, i gruppi dominanti, i quali, chiaramente, tendono sempre a naturalizzare le disuguaglianze, a presentarle come perpetue e a mettere in guardia contro ogni sorta di cambiamento capace di minacciare la gradevole armonia conseguita. La realtà è molto più dinamica, nella continua ricostruzione di se stessa, essendo il frutto di rapporti di forza, di compromessi istituzionali e di scelte di campo divergenti, perlopiù incompiute.

Tuttavia, al di là dell’enorme divario tra i regimi basati sulla disuguaglianza, è possibile osservare, nel corso degli ultimi secoli, un processo di fondo: una tendenza verso una maggiore uguaglianza sociale. Si tratta di un passo in avanti propiziato dalla situazione storica, che non ha certo avuto origine nel Neolitico o nel Medioevo ma si inscrive in una storia specifica che comincia nel 1789 – o diciamo pure alla fine del XVIII secolo – e apre a un’uguaglianza politica e socioeconomica sempre più rilevante.

Al principio, un simile passo verso l’uguaglianza coincide con un processo ancora esitante, caotico, nel quale il conflitto sociale gioca un ruolo di primissimo piano; e, non a caso, esso comporta forme di apprendimento collettivo del tutto nuove. In Capitale e ideologia (2019) ho insistito sul tema dell’apprendimento collettivo delle istituzioni ugualitarie, specie in materia di frontiere: quali sono i confini della comunità alla quale ci si riferisce? In che modo è possibile organizzare il potere politico, il sistema politico, all’interno di tale comunità? E lo stesso vale per la proprietà: quali sono le regole collettive in grado di definire i limiti, l’estensione dei diritti di proprietà? A quale quota si fissa il diritto di possedere? Che cosa significa essere proprietario?

Su queste due questioni centrali – le frontiere e la proprietà – si giocano in realtà i conflitti, gli spostamenti tramite i quali ciascun Paese tenta di tracciare la propria traiettoria, dimenticando spesso, per non dire un po’ troppo spesso, quella degli altri. Ciascun Paese viene così a trovarsi lungo questa traiettoria di apprendimento, la quale, sul lungo termine, tende a comportare un maggior grado di uguaglianza – anche se procede in maniera esitante, e anche se il processo complessivo è segnato da non poche fasi di regresso.

Da ultimo, al di là della varietà dei sistemi non ugualitari e della marcia pur sempre limitata verso l’uguaglianza, non bisogna dimenticare un altro tipo di rapporto tra natura, cultura e disuguaglianze, una problematica fondamentale: la distruzione della natura, della biodiversità, il cambiamento climatico e le emissioni di CO2.

Nei decenni a venire, la problematica di cui parlo finirà per giocare un ruolo sempre più cruciale. E potrà forse alimentare un bisogno di uguaglianza ancora più forte di quello manifestatosi di recente; non esisterà uscita dalla crisi del cambiamento climatico, non esisterà riconciliazione possibile tra uomo e natura, senza una drastica riduzione delle disuguaglianze e senza un nuovo sistema economico, radicalmente diverso dal sistema capitalistico attuale. Per descrivere un sistema del genere io parlo di “socialismo partecipativo, democratico ed ecologico”, ma è certo lecito inventare un altro possibile lessico – e sicuramente altri termini saranno inventati. A ogni modo, penso sia imperativo, se si vogliono fronteggiare queste sfide, riaprire la discussione sul cambiamento del sistema economico e sulla sua evoluzione a lungo termine.