Verso l’uguaglianza, così va ridiscusso il sistema economico

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Di Thomas Piketty, La Stampa

Pubblichiamo, per concessione della casa editrice La Nave di Teseo, un estratto del nuovo libro di Thomas Piketty, Natura, cultura e disuguaglianze

I regimi basati sulla disuguaglianza – vale a dire la struttura e il livello delle disuguaglianze socioeconomiche nelle differenti società, così come la loro evoluzione nel tempo – sono straordinariamente diversi tra loro. Alla comprensione del fenomeno contribuiscono, in maniera determinante, sia la Storia sia le scienze umane. Le disuguaglianze, infatti, si collegano a traiettorie socio- economiche, politiche, culturali, istituzionali o religiose ben distinte. La cultura, in senso lato – e forse, ancor più della cultura, le mobilitazioni politiche collettive –, aiuta a dar conto di un tale divario, del livello e della struttura delle disuguaglianze sociali che abbiamo sotto gli occhi. Tuttavia il grado d’incidenza dei fattori cosiddetti “naturali” (i talenti individuali, le dotazioni in fatto di risorse naturali o altri elementi di tal genere) resta relativamente limitato.

Da questo punto di vista, è interessante l’esempio della Svezia, considerata uno dei Paesi più ugualitari al mondo: un dato di fatto che taluni hanno potuto attribuire a caratteristiche astoriche del Paese, a una cultura che avrebbe entro di sé, “per natura”, il senso dell’uguaglianza. In realtà, per lunghissimo tempo, la Svezia è stata uno dei Paesi meno ugualitari d’Europa, con un grado di raffinatezza impressionante nell’organizzazione politica delle disuguaglianze. Dopodiché, nel primo scorcio del XX secolo, la situazione si è rapidamente trasformata, nel quadro di una mobilitazione politica e sociale conclusasi con l’arrivo al potere, all’inizio degli anni Trenta, del partito socialdemocratico. Il quale ha poi governato per un cinquantennio, ponendo le potenzialità dello Stato svedese al servizio di un progetto politico del tutto diverso dal precedente.

In questo contesto, la Svezia rappresenta un caso più che interessante, qualora ci si voglia vaccinare contro qualsiasi idea di determinismo a lungo termine, legato per l’appunto a fattori naturali o anche culturali e che individuerebbe alcune società come perennemente ugualitarie e altre (l’India, per esempio) come perennemente non ugualitarie. La costruzioni sociali, politiche, possono cambiare, e a volte molto più rapidamente di quanto siano disposti a immaginare gli osservatori di oggi – in particolare coloro che traggono vantaggio da un determinato sistema, i gruppi dominanti, i quali, chiaramente, tendono sempre a naturalizzare le disuguaglianze, a presentarle come perpetue e a mettere in guardia contro ogni sorta di cambiamento capace di minacciare la gradevole armonia conseguita. La realtà è molto più dinamica, nella continua ricostruzione di se stessa, essendo il frutto di rapporti di forza, di compromessi istituzionali e di scelte di campo divergenti, perlopiù incompiute.

Tuttavia, al di là dell’enorme divario tra i regimi basati sulla disuguaglianza, è possibile osservare, nel corso degli ultimi secoli, un processo di fondo: una tendenza verso una maggiore uguaglianza sociale. Si tratta di un passo in avanti propiziato dalla situazione storica, che non ha certo avuto origine nel Neolitico o nel Medioevo ma si inscrive in una storia specifica che comincia nel 1789 – o diciamo pure alla fine del XVIII secolo – e apre a un’uguaglianza politica e socioeconomica sempre più rilevante.

Al principio, un simile passo verso l’uguaglianza coincide con un processo ancora esitante, caotico, nel quale il conflitto sociale gioca un ruolo di primissimo piano; e, non a caso, esso comporta forme di apprendimento collettivo del tutto nuove. In Capitale e ideologia (2019) ho insistito sul tema dell’apprendimento collettivo delle istituzioni ugualitarie, specie in materia di frontiere: quali sono i confini della comunità alla quale ci si riferisce? In che modo è possibile organizzare il potere politico, il sistema politico, all’interno di tale comunità? E lo stesso vale per la proprietà: quali sono le regole collettive in grado di definire i limiti, l’estensione dei diritti di proprietà? A quale quota si fissa il diritto di possedere? Che cosa significa essere proprietario?

Su queste due questioni centrali – le frontiere e la proprietà – si giocano in realtà i conflitti, gli spostamenti tramite i quali ciascun Paese tenta di tracciare la propria traiettoria, dimenticando spesso, per non dire un po’ troppo spesso, quella degli altri. Ciascun Paese viene così a trovarsi lungo questa traiettoria di apprendimento, la quale, sul lungo termine, tende a comportare un maggior grado di uguaglianza – anche se procede in maniera esitante, e anche se il processo complessivo è segnato da non poche fasi di regresso.

Da ultimo, al di là della varietà dei sistemi non ugualitari e della marcia pur sempre limitata verso l’uguaglianza, non bisogna dimenticare un altro tipo di rapporto tra natura, cultura e disuguaglianze, una problematica fondamentale: la distruzione della natura, della biodiversità, il cambiamento climatico e le emissioni di CO2.

Nei decenni a venire, la problematica di cui parlo finirà per giocare un ruolo sempre più cruciale. E potrà forse alimentare un bisogno di uguaglianza ancora più forte di quello manifestatosi di recente; non esisterà uscita dalla crisi del cambiamento climatico, non esisterà riconciliazione possibile tra uomo e natura, senza una drastica riduzione delle disuguaglianze e senza un nuovo sistema economico, radicalmente diverso dal sistema capitalistico attuale. Per descrivere un sistema del genere io parlo di “socialismo partecipativo, democratico ed ecologico”, ma è certo lecito inventare un altro possibile lessico – e sicuramente altri termini saranno inventati. A ogni modo, penso sia imperativo, se si vogliono fronteggiare queste sfide, riaprire la discussione sul cambiamento del sistema economico e sulla sua evoluzione a lungo termine.


La pace di Trump e gli interessi USA

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

C’è il pistolero e il simil-pacifista. Violenza imperiale e politica compassionevole. Sfacciate imposizioni economiche e studiati compromessi con dittature che devono cedere senza cadere. Bombe pronte a colpire e trattative pubbliche o sottobanco. Non il “regime change” con le relative pericolose incognite ma regimi antidemocratici che possono anche rimanere in carica a condizione di una umiliante e costosa (anche in dollari) sottomissione alla Casa Bianca. Ecco il Donald Trump bifronte. Doppia anima e, apparentemente, duplice politica. Esempi. Venezuela: arresto e deporto negli Stati Uniti il dittatore Maduro con signora, ma impongo le condizioni del dopo regime bolivariano, decidendo l’ascesa alla presidenza della sua vice radicale, Delcy Rodriguez, che subito autorizza la consegna del petrolio venezuelano agli Stati Uniti e la liberalizzazione del mercato energetico da decenni nelle mani dei “chavisti” marxisti.

Gaza: obbligo Israele ad accettare una pace che non è pace (con altre decine di palestinesi uccisi dopo la firma dell’accordo sulla Striscia), creo un inverosimile “Board of peace” privato, di cui rimarrò presidente a vita, con paesi membri costretti a versare un miliardo di dollari, e che importa dell’infuocata Cisgiordania dove impazzano i coloni religiosi quotidianamente impegnati ad aggredire gli abitanti palestinesi per appropriarsi dei loro villaggi e delle loro proprietà agricole. Annuncio anche l’inizio di una “pace eterna” nell’intera regione, ma lascio all’“eroe di guerra Netanyahu” (così definito dal tycoon) mano libera nel continuare la “pulizia” in Libano e Siria contro gli eredi sciiti dell’ormai martire Nasrallah.

Poi l’Ucraina, il cessate il fuoco “di una settimana”, ridotta da Mosca a un paio di giorni, e valido solo per Kiev. Insomma una tragica buffonata, e l’ultima cosa immaginata dal capo USA è una seria pressione sull’“amico” Vladimir.

E ora, di nuovo, l’Iran. Già “colpito e disarmato” in giugno, ma evidentemente non abbastanza, per cui la Casa Bianca invia la “grande Armada” nella regione, non si sa esattamente per fare cosa, anche se il “furbone” di Washington conta sulla repulsione di tutto l’Occidente verso gli ayatollah carnefici del popolo non più impegnato in una rivolta bensì in un tentativo di rivoluzione. Ancora una volta, “grande Armada” inviata non per abbatterne la teocrazia, ma possibilmente per correggerne la rotta, portarla in favore dell’Occidente. Ancora incerto, Mr. President, se colpire duro, come gli chiedono alcuni alleati, o se semplicemente spaventare gli ayatollah, senza spargimento di sangue, evitando la rimessa in moto di una guerra regionale oggi poco desiderabile persino da Israele.

A somme tirate dopo un anno di presidenza Trump, annunci e disannunci, proclami e ritirate, bocciatura dell’ONU e delle leggi internazionali, si può capire il disorientamento dell’opinione pubblica. Se la pace trumpiana è questo caravanserraglio, in cui finte paci servono soltanto alla politica globale di Washington, e a distrarre i cittadini americani dai guai della politica interna (terrorismo ICE e rivelazioni sugli “Epstein files”) l’apertura di una nuova stagione di ragionevolezza internazionale sembra ancora lontana. Del resto, la grande concorrente Cina, di nuovo in corsa economica e militare, lo ha ben capito.

Scritto per laRegione


La Candelora

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Patrick Boucheron ci dice che le memorie o i ricordi del passato diventano troppo spesso degli incubi (les cauchemars du passé). Dovrebbero però anche servire a comprendere le crisi contemporanee e incoraggiare la riflessione sui nostri rapporti con il tempo e la memoria collettiva. Forse appare eccessivo ricorrere a quell’illustre storico medievalista francese ricordando la Candelora (che si commemora oggi, 2 febbraio ) e forse quel che voleva insegnare e lasciare. 

Con la Candelora si vuol celebrare l’episodio biblico della presentazione di Gesù al tempio. Nell’Israele antica, osservando la legge di Mosè, ogni bambino primogenito doveva essere portato dai genitori al tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita, per consacrarlo a Dio. Secondo il Vangelo di Luca, in quel giorno, un vecchio che si chiamava Simeone si imbatte nel bambino Gesù e annuncia di vedere in lui “la luce che rischiarerà le nazioni”. La Candelora si inspira a questo episodio e diventa così una festa “centrata sulla luce, in un momento dell’anno dove i giorni si allungano e l’inverno scivola verso la primavera”. Già celebrata dai cristiani nel IV secolo, si estende poco a poco alla Siria, a Costantinopoli nel VI secolo e la si trova quindi a Roma nel secolo successivo, introdotta da papa Sergio I, siriano di origine. Assumerà importanza nel Medio Evo divenendo una delle celebrazioni più importanti dopo Natale e Pasqua.

Candelora deve il suo nome al latino “candelarum” (festa delle candele), nome che si trova tanto in italiano quanto in spagnolo (Candelaria) o in inglese (Candlemas). Durante il Medio Evo le processioni con candele del 2 febbraio rappresentavano un momento fondamentale nella vita degli abitanti: “ritualizzavano la coesione comunitaria, riunivano l’assieme del corpo sociale e mettevano in scena una unità simbolica fondata sulla condivisione della luce”,come spiega e sostiene la storica Benedicte Sère (v. L’Invention de l’Eglise, ed. Presse Universitaires de France,2019). 

La candela della Candelora “fa parte delle rare luminarie benedette e, per questa ragione, dotate di poteri specifici: protezione contro le intemperie (si accende durante i temporali), promessa di fertilità (se ne distribuiscono frammenti nei campi),fonte di speranza: alla fine del Medio Evo si metteva la candela nelle mani degli agonizzanti o il giorno dopo, san Biagio, si incrociano ancora oggi due candele sotto la gola per proteggerla.

“Per la Candelora, se nevica o se piova dell’inverno siamo fora; se l’è sole o solicello, siamo sempre a mezzo inverno”, dice l’antico proverbio (che sembra avvertire che il tempo può indicare il contrario di quanto avverrà). Ciò che dovrebbe contare, riprendendo Boucheron, è che la Candelora, attraverso storia, epoche e regioni, ci  ricorda che i popoli d’Europa hanno sempre cercato riti per riconfortarsi  dopo le lunghe notti dell’inverno, pronti a riprendersi la gioia di una nuova primavera.


Perché il futuro delle città si costruisce in periferia

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Esistono luoghi che non sono soltanto coordinate geografiche, ma categorie attraverso cui una città si lascia interrogare. La periferia è uno di questi luoghi. Non è il fuori, non è un margine da cui si torna indietro, non è il resto della città: è la lente più limpida attraverso cui comprenderla, la sua coscienza involontaria. È il punto da cui si osserva non ciò che una città racconta di sé, ma ciò che realmente permette. Un luogo di verità perché non ha nulla da difendere né da esibire.

La periferia non è un’epica e non è un archivio di ferite. È una domanda. Una domanda radicale su cosa sia una città: un insieme di servizi? Una rete di spostamenti? Un progetto politico? Una promessa? O piuttosto la trama delle relazioni – visibili e invisibili – che decide chi può esistere pienamente e chi, invece, resta confinato in un perimetro più stretto?

Osservare la periferia significa deporre le illusioni del centro. Nel centro una città può raccontarsi come vorrebbe essere: ordinata, colta, accogliente, moderna. La periferia restituisce la versione che non passa dalle narrazioni ma dai fatti: la distribuzione concreta delle opportunità, del tempo, della mobilità, dell’immaginazione. Chi ignora la periferia non ignora un pezzo della città: ignora la città nella sua interezza.

Perché la periferia è il luogo dove i principi si misurano con la pratica, dove le norme diventano biografia, dove le scelte amministrative si trasformano in spazio, distanza, possibilità o privazione. È lì che si vede se una città regge o se cede; se protegge o se abbandona; se garantisce equità o se la considera un lusso. Le periferie non sono soltanto luoghi di problemi: sono luoghi di domande, e le domande che nascono ai margini non sono mai laterali.

Quando un autobus passa ogni quaranta minuti, la domanda non riguarda il trasporto pubblico, ma il diritto al tempo. Quando un quartiere non ha una biblioteca, non è una mancanza culturale: è un interrogativo sul diritto a immaginare. Quando un ragazzo cresce in un luogo dove nessuno sembra credere che il suo futuro abbia valore, non è disagio sociale: è una domanda su cosa la città consideri degno di investimento.

Per questo i giovani delle periferie non sono un gruppo sociale definito: sono la regione più sensibile della città, il punto in cui si vede se il futuro è davvero una possibilità o soltanto un argomento retorico. Il futuro è qualcuno che oggi ha quattordici, sedici, diciotto anni e cresce in un luogo che, con ogni sua assenza, gli spiega quanto vale. In periferia i giovani chiedono ciò che altrove è scontato: spazi che non siano corridoi di passaggio, tempi che non siano residui, luoghi dove vivere non significhi essere tollerati ma riconosciuti.

Crescere ai margini significa misurarsi quotidianamente con un messaggio muto ma persistente: potrai diventare solo ciò che è già stato deciso attorno a te. È un’ombra che accompagna i ragazzi mentre camminano tra palazzi troppo alti, mentre aspettano autobus che non arrivano, mentre attraversano quartieri privi di spazi comuni. È un modo di dire: ti vediamo, ma non ti vediamo davvero.

Eppure è proprio nei giovani che la città conserva la sua parte più trasformabile. Sono loro l’unico luogo dove il futuro non è ancora irrigidito. A condizione, però, che la città offra spazi dove l’immaginazione possa prendere forma: un centro culturale aperto la sera, un campo illuminato, un’aula che non si chiude al suono dell’ultima campanella, un autobus frequente, un mentore, un insegnante che non arretra. Una città che non confonda la periferia con una sentenza.

E allora la domanda diventa inevitabile: cosa siamo disposti a fare affinché un ragazzo cresciuto in periferia non erediti soltanto il perimetro che lo circonda? Da questa risposta non dipende soltanto il suo destino, ma il nostro. Perché il futuro di una città non si misura nelle sue strade illuminate, ma nei margini che chiedono di essere attraversati.

Il centro è l’identità.

La periferia è la verità. E una città che non guarda la propria verità è una città che rinuncia a conoscersi.[…]

Le città rispondono a questi appelli nella forma minuta delle cose: nella distanza tra una casa popolare e un supermercato, nella presenza o assenza di un centro di distribuzione, nel numero di autobus che passano, nella dignità che una città concede quando tutto il resto è crollato. Ogni volto che chiede cibo interroga l’intero sistema urbano: hai creato spazi dove si può respirare, o luoghi dove si sopravvive? Perché la fame non pesa ovunque allo stesso modo: nel centro è un imprevisto; nei margini è un’esperienza riconoscibile, un vento che ritorna.

Non basta erigere edifici, aprire cantieri, tracciare linee sulle mappe. Una città esiste davvero quando diventa attraversabile, quando ogni sua parte può essere vissuta senza che questo comporti una penalità. La periferia, più di qualunque altro luogo, mostra quanto questa attraversabilità sia fragile, quanto dipenda da dettagli che spesso il discorso pubblico ignora: la distanza fra due fermate, il numero di minuti che separano una madre da un ambulatorio, la presenza di un marciapiede sicuro, la possibilità di raggiungere un servizio senza dover chiedere un passaggio o rinunciare al lavoro.

Nelle periferie il concetto di distanza assume un significato diverso. Non misura soltanto lo spazio: misura la qualità della vita. Cinquecento metri possono essere un tragitto irrilevante o un ostacolo insormontabile, a seconda di come la città li organizza. È in questi interstizi che si gioca la possibilità di sentirsi parte di un luogo o stranieri dentro la propria stessa casa. La città che non cura questi passaggi quotidiani costruisce confini invisibili, barriere sottili che non si vedono nelle mappe ma si avvertono nei corpi di chi li attraversa.

E qui la città si mostra per ciò che è: un organismo che distribuisce energie e fatiche in modo diseguale. Il centro assorbe e restituisce, le periferie spesso solo cedono. Cedono tempo, cedono opportunità, cedono una porzione di futuro in cambio di una mobilità più lenta, di servizi più lontani, di una presenza pubblica più rada. Non è un destino naturale: è la conseguenza di scelte, di priorità, di gerarchie che si sono sedimentate negli anni fino a diventare abitudini. E quando l’ingiustizia diventa abitudine, riconoscerla richiede un cambio di sguardo radicale.

È per questo che parlare di periferia non significa parlare di un luogo separato, ma del modo in cui la città intera pensa sé stessa. La periferia non è un altrove: è un indice. È il punto dove le crepe diventano visibili, dove ciò che altrove è mascherato dalla densità delle risorse appare senza protezioni. In periferia si vede come si distribuisce la cura, ma anche come si distribuisce la fiducia. Quando un quartiere non riceve investimenti per anni, non riceve solo meno servizi: riceve meno aspettative. È come se la città gli dicesse che il suo destino è già fissato, che la sua possibilità di cambiare è minima.

Eppure la città potrebbe scegliere diversamente. Potrebbe partire proprio da questi luoghi per ridefinire la propria identità.

La periferia non è un confine della città: è la domanda su cosa la città sia davvero. Il centro tende a parlare di sé. La periferia parla della città.

Ed è da lì che si vede quanto la città cura o non cura chi la abita. Perché prendersi cura non significa compilare regolamenti, ma fare sì che una città funzioni per tutti, non soltanto per chi è già al centro del suo racconto. La cura urbana è un orientamento: un modo di guardare. Una città che cura distribuisce tempo, possibilità, dignità. Una città che non cura distribuisce ostacoli.

La cura non è la somma delle opere, ma la somma degli sguardi. E la periferia è il punto da cui si vede come – e quanto – una città guarda davvero.


Il tornaconto della premier, a chi conviene alzare lo scontro

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Di Concita De Gregorio, La Repubblica

Giorgia Meloni ha ragione. Quelli non sono manifestanti sono criminali, e quella non è una protesta: si chiama tentato omicidio. La buona notizia è che non ci sarà molto lavoro da fare, per identificarli. Chi siano, i violenti che hanno aggredito l’agente, lo Stato lo sa già. Lo sa la Digos, lo sanno i servizi, lo sa questura. Lo sanno da prima dell’aggressione e chi dicesse no, assolutamente, lo straordinario spiegamento di forze di polizia chiamato a raccolta a Torino e tutte le nostre intelligence sono state colte di sorpresa da quella banda vestita di nero: beh, non renderebbe onore alle doti professionali di chi è incaricato dallo Stato di mantenere l’ordine e di sorvegliare focolai di insurrezione. Al contrario, i nostri agenti sono in questo eccellenti. Hanno archivi colossali di manifestanti schedati negli anni e nei decenni. Sono in grado di riconoscerli da un tatuaggio sul polso, da uno zigomo. Che siano studenti persino minorenni, lavoratori, attivisti: sanno sempre in quale casa fare irruzione all’istante. Sono inoltre in contatto con l’Interpol, scambiano informazioni con le polizie di altri paesi. Anche se sono stranieri, i violenti, le forze dello Stato li conoscono bene: li aspettano, se li aspettano. Forse per evitare scontri, la prossima volta, potrebbero non lasciarli passare: fermarli prima. Perché, domandiamoci: a chi giova, a chi conviene che un poliziotto sia aggredito? Alla causa dei manifestanti o al governo della destra? Senza scomodare la Storia grande né fare paragoni, per carità, fra gli anni del terrorismo dei servizi deviati dei rapimenti e delle stragi. Diversissimo tutto, certo. Ma il principio della strategia della tensione era il medesimo: alzare il livello dello scontro, ad arte, per giustificare la repressione. Dagli Anni Settanta non abbiamo imparato niente o, al contrario, abbiamo imparato benissimo?

Il nuovo inizio fu il G8 di Genova venticinque anni fa, 2001. Sappiamo almeno da allora che l’internazionale nera dei black bloc si autoconvoca senza appuntamento e si smaterializza senza salutare. Molti arrivano dall’estero, moltissimi dall’Italia. Lì dove i manifestanti pacifici, famiglie con bambini, studenti liceali con gli zaini sono fermati ai posti di blocco, alle stazioni ferroviarie ai caselli autostradali, sono sottoposti a continue perquisizioni, ispezioni, sequestro di semplici bottigliette d’acqua e infine respinti loro, quelli coi cappucci neri, passano con le spranghe e coi martelli. Li vedono tutti, basta affacciarsi alle finestre. A Genova un gruppo aveva messo le tende in un giardinetto: ci furono decine di segnalazioni di persone che chiamavano la polizia per chiedere chi sono, questi vestiti di nero accampati nel giardino. Cosa rispose, la polizia? Non sappiamo. I nerovestiti rimasero lì, poi la tragedia.

A Genova li ho visti. A Torino non c’ero, ma leggo dai resoconti che persino i passanti sapevano indicare chi fin dal mattino girava incappucciato sprangando vetrine e bancomat. Si poteva forse fare un controllo documenti, per esempio del fantomatico gruppo di francesi? Forse.

Ma d’altra parte, sul fronte opposto. Anche certi esponenti di movimenti o partiti della sinistra, anche certe frange di attivisti sanno chi siano, quelli che regolarmente si mescolano e poi si mettono alla testa di un corteo di ventimila. Forse non gli stranieri ma gli italiani, alcuni almeno, li conoscono e li riconoscono. Sono sempre gli stessi. Fingere di no, ignorarli, fare gli gnorri, lasciarli passare: a chi conviene? A chi va in piazza contro il governo? Non direi. Se lo scopo della manifestazione era difendere gli spazi sociali autogestiti, difendere Askatasuna, non mi sembra che il risultato sia felice. Quindi forse: fermarli prima. La connivenza di una parte della sinistra coi violenti fa lo stesso gioco della destra. Identico.

È finito il tempo di far finta. Che la polizia non sappia, che lo Stato non sappia, che certa sinistra compiacente non sappia. Sono posizioni speculari e simmetriche buone a confermare il pensiero binario, semplicissimo, elementare che aizza gli eserciti di Internet. Con chi stai? Con le guardie fasciste o con la resistenza? Coi cattivi o coi buoni? La realtà però è più complessa degli hashtag. Le categorie non dicono mai niente, non spiegano. Ci sono “guardie” più rispettose di certi resistenti e ci sono guardie assassine. Ci sono manifestanti pacifici che a migliaia sono scesi in piazza sabato a Torino e a Milano e ci sono i black bloc che sprangano un uomo a terra inerme, gli si fanno attorno in gruppo. In cosa la dinamica dell’aggressione di Torino è diversa da quelle di Minneapolis? Lasciate stare ragioni e conseguenze, guardate la dinamica. Sono uguali. Dieci persone in piedi che si accaniscono con terribile violenza contro una persona a terra. La Gestapo di Trump è il male e gli incappucciati di Torino sono il bene?

Hanno telefonato e scritto decine di persone, ieri, durante la rassegna stampa che conducevo a RadioTre. Fra le 8 e le 8.30 del mattino di domenica hanno inviato video, testimonianze, hanno portato i loro racconti dalle manifestazioni. C’erano, a Torino e Milano, migliaia di persone che vogliono un’altra Italia: non militarizzata, antifascista, più libera, accogliente, egualitaria. Più giusta. Anche a Roma, giorni fa, alla manifestazione per scongiurare lo sgombero di Spin Time sono arrivati moltissimi cittadini non solo del quartiere a testimoniare il valore di un luogo che genera valore, cultura, accoglienza. Ho ricevuto ieri molti video da Torino di situazioni opposte a quella dell’aggressione all’agente: forze di polizia che si accaniscono sui manifestanti con brutalità. Ma certo. È sempre così: c’è questo e c’è quello. C’è la maggioranza dei manifestanti e c’è la minoranza dei violenti. Però basta uno solo episodio come quello dell’aggressione all’agente per oscurare il resto. Ecco, vedete: chi è la vittima, ecco chi sono i violenti. Per l’ultima volta, chiediamoci: a chi fa gioco, questo? A chi conviene?

Lo Stato lo sa, chi sono i violenti, e certa sinistra anche. Il tornaconto del governo è chiaro, quello degli antagonisti molto meno. Difendere l’indifendibile, fare melina è un danno enorme. Non solo per la sinistra che così rafforza la destra, in fondo sarebbe causa del suo mal, ma per l’Italia. Per tutti i cittadini. Per questa democrazia, come tante, così fragile. Occhio.

Nell’immagine: gli scontri di Torino


Gobbi & Zali, tradito il principio della collegialità

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Basterà ancora scusarsi come fecero nel giugno scorso con i loro colleghi? (Si veda il comunicato stampa del Consiglio di Stato del 3 giugno 2025: « Il Governo ha preso atto con disappunto delle modalità di comunicazione pubblica sull’argomento e ha deciso di prendersi il tempo necessario per analizzare la questione. I Consiglieri di Stato Norman Gobbi e Claudio Zali si sono scusati, riconoscendo di aver anticipato i tempi dell’informazione in merito a una richiesta che in Governo era stata formulata, ma non ancora discussa»). Speriamo proprio di no!

Norman Gobbi e Claudio Zali ci sono cascati di nuovo pubblicando il loro chiaro, netto e incrollabile sostegno all’iniziativa “200 franchi bastano!” sul settimanale «Il Mattino della Domenica» di oggi (che, ricordiamolo ai soliti distratti, non è l’organo della Lega).

Il 28 gennaio scorso il Consiglio di Stato ha comunicato la propria decisione – non si sa se adottata all’unanimità o a maggioranza – di invitare la popolazione «a respingere l’iniziativa popolare federale “200 franchi bastano! (Iniziativa SSR)”».  Perché «Il Consiglio di Stato – condividendo la posizione della Conferenza dei Governi cantonali – ritiene che una così drastica riduzione del canone radiotelevisivo impedirebbe alla SSR di continuare a svolgere in modo soddisfacente il proprio mandato di servizio pubblico in tutte le regioni linguistiche e geografiche del nostro Paese. L’informazione regionale ne verrebbe inevitabilmente indebolita, così come il ruolo centrale svolto oggi dalla SSR a favore della formazione della cittadinanza e del dibattito pubblico, e della coesione nazionale. Ne conseguirebbe un impoverimento della copertura mediatica, in particolare delle zone periferiche, e un significativo indebolimento del principio di territorialità che caratterizza la fruizione dei media nel paesaggio mediatico svizzero».

Questa è la chiara posizione del Governo del Canton Ticino, che per il ben noto principio di collegialità (chiaramente definito anche a livello federale) tutti i suoi componenti devono impegnarsi a sostenere indipendentemente dalla propria opinione (“Una volta presa la decisione, la collegialità impone che tutti i membri del collegio la assumano pienamente”).

Gobbi & Zali, come ben dimostra il loro coup de théâtre, non hanno ancora capito di ricoprire l’alta carica di Consiglieri di Stato, che forse, visto i guizzi dei Nostri, così alta non è. I due leghisti, infatti,  funzionano insieme con un solo obiettivo: quello di fare gli interessi del Paese per cui sono stati eletti a patto che questi non ledano gli interessi del loro partito. Per Norman Gobbi ciò è piuttosto facile da farsi, essendo politicamente cresciuto nelle busecche della Lega; per l’apostata Zali un po’ meno perché  ha il difficile compito di rendersi meno indigesto all’elettorato uddicì se vuole essere rieletto.

Lo strappo fatto da Gobbi e Zali non è una bischerata, e non è nemmeno giustificabile con la solita battuta “altri già l’hanno fatto”; esso è grave, gravissimo, per più motivi in parte già ricordati. La votazione dell’8 marzo è tra le più importanti degli ultimi decenni, forse la più pericolosa per il nostro Paese, soprattutto nel contesto geopolitico in cui viviamo. Intanto non è una votazione in cui, vincendo, potremmo offrire di più, ma una votazione che se dovessimo perdere ci farebbe avere molto, molto di meno. In buona sostanza si andrà a votare non per “aggiungere”, ma per “non togliere”, cioè non per avere un servizio migliore, ma per difendere quello attuale che ad ogni modo funziona bene.

Per chi, come Gobbi e Zali, pensa che la libertà di stampa sia buona solo per sé stessi, cioè vale solo se conviene, ricordo che l’informazione libera permette il dibattito pubblico, la critica costruttiva e la vigilanza sul potere.

La SSR svolge un ruolo fondamentale non solo a favore della formazione della cittadinanza, ma anche a favore della coesione nazionale.

L’ha capito anche Albert Rösti, che da parlamentare UDC era favorevole all’iniziativa popolare “200 franchi bastano!”, ma ora, che è direttore del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni, vi si oppone perché ha visto i pericoli per la democrazia, oltre che in ossequio al citato principio della collegialità, che vale anche per il Consiglio federale.

Ma questi due non vedono alcun pericolo.

Nell’immagine: alla faccia della collegialità e della funzione pubblica


Del domani vi è certezza. Eppure…

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Copiamo e incolliamo dal sito della Rsi, che riporta i risultati del primo sondaggio gfs.bern a proposito delle votazioni dell’8 marzo, ma ci concentriamo solo sul quesito sul Fondo per il clima.

Dunque: “I numeri assumono qui una valenza piuttosto inequivocabile: il campo dei contrari si attesta già infatti al 60%, distanziando quello dei favorevoli di ben 25 punti percentuali. […] I pareri sfavorevoli risultano più diffusi nella Svizzera tedesca e, tornando al dato complessivo, fra le fasce d’età più avanzate. Politicamente si riscontra poi una chiara divisione fra schieramenti. Fra coloro che si identificano nell’area di sinistra i consensi sono nettamente in maggioranza. Mentre le opinioni di segno opposto prevalgono invece fra i simpatizzanti del Centro e, in misura ancora più incisiva, fra quelli di PLR e UDC. […] Assai condivisa, mostrano gli esiti del sondaggio, è l’argomentazione secondo cui gli investimenti nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica già rafforzano la sicurezza dell’approvvigionamento in Svizzera. Risulta però ben diffuso anche il timore di costi, legati al Fondo, che finirebbero per gravare in modo eccessivo sul bilancio della Confederazione”.

Che dire? Che agli svizzeri (due su tre, replicandosi il NO all’iniziativa dei giovani socialisti) non interessa il futuro, quello dei loro figli e nipoti? Eppure, che dovranno vivere in un mondo peggiore di quello attuale lo dicono con certezza scientifica gli scienziati dell’IPCC – ma a quegli svizzeri interessa solo la scienza del pareggio di bilancio, la matematica per accrescere i profitti e gli indici azionari, l’intelligenza artificiale (così possiamo evitare di pensare) e i bitcoin. Godiamoci piuttosto e massimamente il presente, sembrano voler dire, divertiamoci oggi, domani ci divertiremo in altro modo e quando si saranno sciolti anche i ghiacciai qualche capitalista visionario inventerà l’acqua artificiale da bere (già esiste la neve artificiale, ma solo per continuare a sciare…), e sai che profitti per l’industria….

Già, perché i ghiacciai svizzeri si stanno ritirando – un’altra certezza. Nel 2025 (ancora un copia e incolla dal sito della Rsi, ultimi mesi del 2025), “secondo il Servizio Glaciologico Svizzero (GLAMOS), i ghiacciai hanno perso il 3% del loro volume, uno dei maggiori cali registrati finora. Ma soprattutto, il 2025 conclude un decennio particolarmente duro, posto che i ghiacciai si sono ridotti di un quarto negli ultimi dieci anni”. Di un quarto, cioè del 25%. Di più: “L’aumento della temperatura dovuto al cambiamento climatico concerne tutte le regioni del pianeta. Ci sono però Paesi che si riscaldano più di altri e uno di questi è la Svizzera. Nella nazione alpina al centro dell’Europa, il riscaldamento climatico procede a una velocità doppia rispetto alla media globale, indica MeteoSvizzera”. Inevitabilmente, “il rialzo delle temperature in Svizzera ha conseguenze sulla popolazione, sulle attività economiche e sul paesaggio. Ondate di calore sempre più frequenti e intense rappresentano un grave rischio per la salute, soprattutto per le persone anziane, e compromettono i raccolti agricoli. In montagna, i ghiacciai e il permafrost si sciolgono e il rischio di disastri naturali aumenta”. Ma anche di questo non ci dobbiamo preoccupare, dicono due svizzeri su tre. Quindi, no al Fondo per l’ambiente, peserebbe troppo sul bilancio della Confederazione; così però non vedendo che a non fare niente oggi (a non fare prevenzione oggi, a non pensare oggi al domani) i costi saranno ancora maggiori domani, quando si tratterà di risolvere le emergenze. È un ragionamento elementare, eppure…

Irresponsabilità? Incapacità di lungi-miranza (saper guardare lontano e avanti nel tempo)? O peggio, la guerra mondiale che stiamo combattendo contro la biosfera è l’ultimo esempio della distruttività umana? Oppure, è una vocazione perversa ma di massa al cupio dissolvi (“desiderio di annientarsi, di autodistruggersi”)? O ancora: individualizzazione e privatizzazione neoliberista anche del futuro, cioè mettiamo da parte i soldi o ci indebitiamo per fare manutenzione della nostra casa (è il nostro piccolo feudo, guai a chi ce la tocca! – senza capire che con la crisi climatica siamo tutti vassalli del tecno-capitalismo), ma non facciamo nulla o troppo poco per garantire la cura e la manutenzione della casa comune chiamata Terra? Trionfo del nichilismo ontologico capitalistico, per cui davvero è più facile immaginare la fine della Terra che la fine del capitalismo, frase sintetica ma che bene descrive i tempi attuali – e che è riferita a Frederic Jameson e ripresa da Mark Fisher? O siamo davvero nella più perfetta sublimazione capitalistica, usare i fondi delle emergenze per riparare i danni causati dalla stesso capitalismo, così moltiplicando i profitti privati, sempre aspettando il prossimo disastro e la prossima emergenza? – già, perché il sempre di più è l’imperativo categorico del capitalismo e dei sistemi tecnici, importante è non smettere mai, compulsivamente, mentre dovrebbe essere evidente, anche alle talpe che siamo, che il sempre di più è strutturalmente incompatibile con una Terra fisicamente rotonda e quindi limitata. E la Svizzera non aveva deciso nel 2023 di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050?

Contro il Fondo sono massimamente e ovviamente le destre capitaliste, nichiliste / ecocide per loro essenza – Trump docet (e alla Banca Mondiale è vietato parlare di sostenibilità) con il contorno di tecno-fascisti, sovranisti, populisti, tecnocrati, tutti i capitalisti. Eppure ci era nata una domanda: l’UDC reazionaria e iper-capitalista nasceva nel 1971 dalla fusione tra il Partito dei Contadini, degli Artigiani e dei Borghesi e di due partiti moderati della Svizzera tedesca; ma i contadini – ecco la domanda – non sono sempre stati curatori e manutentori della terra, mettendo sempre da parte qualcosa oggi per il domani? E allora perché oggi sono invece contro il Fondo per l’ambiente (domanda ingenua, lo ammettiamo)? Ma anche molti sostenitori del Centro sarebbero contro il Fondo, quel Centro che ha origine anche dal PPD e che aveva una sua forte matrice cristiana / popolare… evidentemente per il Centro la Laudato si’ di Papa Francesco è qualcosa di sconosciuto, o di deliberatamente rimosso.

E dalla Svizzera passiamo all’Italia (rinviando a Gino Banterla su queste pagine).

Tutti abbiamo sotto gli occhi la frana (e la minaccia di ulteriore frana) di Niscemi, in Sicilia. Con il tifone che l’ha provocata / accelerata. Sì, un tifone in Sicilia, dove non sono mai avvenuti. Sempre colpa del cambiamento climatico, prodotto dall’uomo e dalle attività economiche produttive/consumative umane – ancora l’IPCC – cioè dal capitalismo. Eppure sugli eventi franosi del recente passato non si è intervenuti e gli allarmi dei geologi sono passati inosservati – come appunto, nel mondo, quelli sulla crisi climatica – in un cortocircuito / disordine mentale che ha coinvolto governi ed enti locali degli ultimi decenni, ma anche ciascun cittadino rimasto inerme davanti all’aggravarsi della situazione, se non negazionista a prescindere.

Ha scritto Massimo Serafini, ecologista italiano: “Fa impressione vedere quel paese sospeso sul ciglio e che sta per essere inghiottito da una gigantesca frana. Che si intende fare? Il copione è il solito: i presidenti delle regioni chiedono soldi in nome dell’emergenza e il governo Meloni promette di darglieli ovviamente per riparare i danni. Oltre al tifone deve essere sconosciuto a questo governo anche il verbo prevenire che come tutte e tutti sanno è meglio di riparare. […] Non più tardi di una settimana fa Meloni e Merz, rispettivamente presidenti del consiglio d’Italia e Germania, manifestavano il loro giubilo per aver reso la transizione ecologica meno ideologica, parola magica per dire che si continuerà a non far nulla né per adattarsi né per mitigare il cambiamento climatico. […] C’è da chiedersi in quale buco nero sia finita la coscienza di una classe dirigente che dà risorse per le armi e per inseguire una crescita senza benessere e le nega per offrire una prosperità collettiva: educazione, salute, ricerca, cultura, aria pulita, acqua di qualità, terra non più in dissesto e quindi sicura” (il manifesto del 30 gennaio).

Dovremmo allora avere un sogno, a dream – proseguendo quello di M. L. King, ma anche aggiornandolo e cioè: rovesciare la citazione di Jameson e Fisher e finirla con il capitalismo e provare a salvare la Terra. E noi stessi.

Nell’immagine: il ghiacciaio del Basodino. “La superficie e il volume del ghiaccio continueranno a diminuire in maniera rilevante ed il ghiacciaio apparirà sempre più frammentato. Dopo il 2030 potrebbero restare solo pochi residui di ghiaccio a ridosso delle creste più alte” (ticino.ch)


Svizzera in guerra? Al massimo per 4 ore

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Di Marco Diener, Infosperber

Cinque anni fa il popolo svizzero ha approvato una spesa di sei miliardi di franchi per l’acquisto di 36 aerei da combattimento americani. Ne riceveremo solo una parte, perché il Dipartimento militare ha sbagliato i calcoli. Al momento nessuno sa esattamente quanti aerei saranno.

Anche in altri ambiti della sicurezza del nostro Paese qualcosa non funziona. Ad esempio, la rete telefonica. Poco tempo fa il Consiglio federale si è espresso a favore di «chiamate di emergenza sicure». Ha deciso che «gli operatori di telefonia mobile dovranno garantire l’alimentazione di emergenza a partire dal 2031».

Solo quattro ore

Ma quella che sembra una decisione autorevole del Consiglio federale è in realtà una dichiarazione di fallimento. Il Consiglio federale obbliga gli operatori di telefonia mobile a predisporre un’alimentazione elettrica di emergenza. A partire dal 2031, le chiamate di emergenza dovranno funzionare anche in caso di blackout, e dal 2034 anche il telefono, Internet e la radio.

Ma solo per quattro ore.

Sarebbe quindi un bene se una guerra durasse solo quattro ore. Se il nemico malvagio interrompesse il suo attacco informatico dopo quattro ore. E se non ci fossero gravi condizioni meteorologiche.

Ma perché solo quattro ore?

«Troppo costoso» per l’economia

Il Consiglio federale ammette che inizialmente voleva obbligare gli operatori di telefonia mobile a mantenere i servizi in caso di interruzioni di corrente fino a tre giorni e anche in caso di interruzioni ripetute. Tuttavia, gli operatori di telefonia mobile e le associazioni economiche lo hanno ritenuto «troppo costoso e difficile da attuare», come scrive il Consiglio federale. Alla fine, il consigliere federale Albert Rösti (UDC) ha ceduto. Gli operatori di telefonia mobile e le associazioni economiche hanno avuto la meglio.

Tuttavia, la questione non è ancora del tutto chiusa. Il Dipartimento dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) di Rösti ha ricevuto un incarico: entro la fine del 2027 dovrà elaborare proposte per «un ulteriore rafforzamento delle reti di telefonia mobile».

Le autorità avrebbero potuto risparmiarsi questo lavoro se negli ultimi dieci anni avessero agito con un po’ più di lungimiranza. I più anziani ricorderanno che fino al 2017 in Svizzera esisteva una rete telefonica fissa analogica che funzionava anche in caso di interruzione della rete elettrica a 230 volt. Prima è stata disattivata, poi smantellata. In caso di blackout prolungato, rimpiangeremo questa rete fissa analogica.

Già ora si sta pagando lo scotto della disattivazione delle emittenti SRF in FM alla fine del 2024. Prima di allora, praticamente ogni famiglia disponeva di una radio FM a batteria e avrebbe potuto ricevere gli annunci anche in caso di un lungo blackout, persino in cantina.

Oggi la SRF trasmetterebbe gli annunci tramite DAB. Ma molte persone non possiedono ancora una radio DAB a batteria. E se anche la possedessero, avrebbero difficoltà a ricevere il segnale dietro muri spessi e finestre metallizzate.

Nell’immagine: una scena da “Beresina ovvero gli ultimi giorni della Svizzera”, di Daniel Schmid (1999). Un esercito da operetta


Trump, un presidente amico di un pedofilo. E l’America è trascinata nel baratro

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Di Alan Friedman, La Stampa

Mai, nei 250 anni di storia degli Stati Uniti, un presidente è stato documentato come amico intimo e assiduo compagno di vita sociale di un pedofilo condannato e trafficante sessuale.

Fino a oggi, nessun presidente americano era mai stato accusato da decine di donne di stupro, molestie sessuali e abusi su ragazze di 13 e 14 anni. Le rivelazioni grottesche che continuano a emergere mostrano che Donald Trump fosse un amico molto stretto di Jeffrey Epstein, il pedofilo condannato morto nel 2019 in un carcere di New York in circostanze tuttora estremamente oscure.

Nei cosiddetti Epstein files non esiste però una prova diretta della colpevolezza di Trump: ci sono prove indiziarie, accuse mai investigate, allusioni.

Sia chiaro: Trump compare in tante pagine particolarmente scabrose di email e altri documenti all’interno dei tre milioni di pagine dei dossier Epstein rilasciati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Le accuse sono numerose, i testimoni pronti a parlare altrettanti, così come i rapporti parzialmente confermati e le segnalazioni mai approfondite che i procuratori hanno scelto di non seguire.

L’amministrazione Trump ha trascinato i piedi per settimane sulla pubblicazione integrale dei documenti, nonostante una legge imponesse la massima trasparenza. Nel frattempo, l’ex avvocato personale del presidente, Todd Blanche, è stato promosso a vice ministro della Giustizia ed è apparso chiaramente impegnato in un’operazione di contenimento dei danni. È stato proprio Blanche a sostenere pubblicamente che non esistono altri file rilevanti.

Non esiste una “pistola fumante”. Vero. Esiste però qualcosa di più corrosivo: un accumulo denso di prove indiziarie, accuse mai indagate di natura orribile, testimonianze parzialmente corroborate e decisioni giudiziarie di non procedere. In un’altra epoca, tutto questo avrebbe portato ad audizioni al Congresso o a una procedura di impeachment. Ma questi non sono tempi normali.

La gestione opaca delle rivelazioni da parte del Dipartimento di Giustizia ha sollevato più domande di quante ne abbia chiarite. Todd Blanche insiste sul fatto che il Dipartimento abbia rispettato la legge e non abbia protetto nessuno. Eppure è stato lo stesso Blanche ad ammettere limiti su ciò che il pubblico avrebbe potuto vedere, spiegando venerdì che il Dipartimento ha deciso di trattenere o oscurare qualsiasi materiale che «raffiguri o contenga immagini di morte, abusi fisici o lesioni». Immagini di morte, abusi fisici o lesioni? Come? È forse questa l’indicazione ufficiale più chiara del perché così tanto materiale legato a Epstein resti ancora nascosto.

I file non riguardano solo Trump. Riaccendono i riflettori su figure potenti i cui nomi compaiono in email, agende e corrispondenza, anche quando non è stato contestato né provato alcun reato.

Nel caso di Bill Gates, i documenti pubblicati includono delle email attribuite a Epstein, contenenti affermazioni luride sulla vita privata del fondatore di Microsoft. Gates ha smentito categoricamente queste accuse, definendole false e diffamatorie, e non esistono prove indipendenti a sostegno. Ciò che è certo è che i rapporti tra Gates ed Epstein furono stretti e prolungati.

Il caso di Howard Lutnick, il Ministro del Commercio, è più circoscritto, ma politicamente dannoso. Email rese pubbliche mostrano che Lutnick ha mantenuto contatti con Epstein molti anni dopo aver dichiarato di averli interrotti nel 2005, inclusa una corrispondenza relativa a una visita programmata sull’isola privata di Epstein nel 2012. Lutnick non è accusato di alcun reato, ma i documenti contraddicono le sue precedenti ricostruzioni pubbliche.

Poi c’è l’ex-principe Andrew Mounhtbatten-Windsor, la cui caduta resta l’esempio più netto delle conseguenze subite da un uomo potente finito nell’orbita di Epstein. Le accuse che lo riguardano sono talmente sconvolgenti da averlo costretto a un accordo civile e al ritiro dalla vita pubblica.

Va ribadito con forza: comparire negli Epstein files non equivale a essere colpevoli. Epstein cercava deliberatamente la vicinanza al potere e alla ricchezza come strategia. Molti nomi compaiono perché lui cercava contatti, non perché siano stati commessi reati.

Eppure, il disgusto rimane.

Trump non è semplicemente un altro nome nei file. È un presidente già condannato da giurie popolari, obbligato a pagare 88 milioni di dollari per abuso sessuale e diffamazione, tornato al potere dopo aver istigato un’insurrezione nel gennaio 2021. Gli americani lo hanno votato non una, ma due volte. Sapevano chi stavano eleggendo. E non se ne sono curati.

Come ho scritto sopra, in una presidenza normale gli Epstein files avrebbero potuto portare a dimissioni o impeachment. Non nell’America di Trump del 2026, almeno per ora. L’unica certezza è che lo scandalo Epstein non sarà facile da superare. E, insieme all’indignazione per altre crisi che scuotono la Casa Bianca, come l’uccisione di due americani a Minneapolis dagli squadristi dell’Ice, potrebbe ottenere ciò che Trump più teme: una vittoria democratica alle elezioni congressuali di metà mandato.


L’attacco all’Iran può incendiare tutto

Bisogna sostituire il capitalismo con una forma di socialismo partecipativo, democratico ed ecologico, affinché i conflitti non si giochino più su frontiere e proprietà 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Una grandiosa Armada a stelle e strisce si aggira nei pressi delle coste iraniane. Trump minaccia fuoco e fiamme. Tutti aspettano l’attacco alla Repubblica Islamica, membro fondatore dell’ “Asse del Male”, slogan inventato da George Bush figlio per bollare perfidi regimi da rovesciare in nome della democrazia e della libertà. Forse Trump si è convertito alla fede rivoluzionaria dei neoconservatori? O Bush junior era un trumpista avanti lettera? Vale la pena scavare nell’apparente paradosso. Insomma, che cosa vuole l’America, da sé e da noi?

Trump ha costruito la sua doppia scalata alla Casa Bianca, con intermezzo para-golpista, sull’America First. Offerta come scelta, di fatto obbligata. La crisi della nazione a stelle e strisce è troppo profonda per lanciarsi in avventure destinate a redimere umanità sofferenti. Una nazione così divisa non può permettersi guerre vere, figuriamoci se in lontane regioni che non eccitano l’America profonda di cui Trump si erge portabandiera. Vero che la guerra gli americani l’hanno nel sangue. Quasi nevrosi: 400 interventi militari circa in 250 anni (1776-2026). La metà dopo la seconda guerra mondiale, un quarto dopo la proclamata fine della guerra fredda, alla faccia dei dividendi della pace cantati da Clinton. Eppure l’amministrazione al timone, certo non una banda di suicidi, sembra consapevole dell’emergenza che sconsiglia impegni bellici, per di più ravvicinati. Maduro era sul menù di gennaio, Khamenei sarà servito in febbraio? Massima la confusione sullo scopo dell’impresa. Autolegittimata quale punizione per la strage di manifestanti anti-regime, poi virata in attacco al programma atomico e missilistico dei pasdaran (ma non ci avevano detto che era stato distrutto?).

In attesa di scoprire se l’attacco ci sarà, per quali obiettivi e con quali esiti, cerchiamo una ratio in un’operazione che sta mettendo in subbuglio le petroligarchie del Golfo e agitando l’intero Medio Oriente. A cominciare da Israele, minacciato di robusta rappresaglia persiana. Allarmati anche gli ex alleati europei, ancor più cinesi e russi. Tutti temono effetti domino a cascata se si arrivasse al blocco dello Stretto di Hormuz, da cui scorre un quarto del petrolio consumato nel mondo. Il comandante in capo sembra indeciso sul da farsi. A meno che non abbia mobilitato l’Armada per libidine militare, memoria dei soldatini di piombo. La psicologia conta, soprattutto in chi è dominato da un ego tanto espanso da muovere a compassione. L’unica logica che resiste a queste premesse è la guerra economica. Per sottrarre risorse energetiche e minerarie al rivale cinese e al quasi amico russo. Per dividerli, quindi indebolirli nel quadro di un negoziato permanente all’ombra delle ultratecnologiche portaerei americane. Militarizzazione dell’Art of the Deal, la tecnica degli affari che tanto appassiona Trump, giusto il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1987. La pressione militare non serve a cambiare il regime avverso ma a fargli cambiare idea per allinearsi con gli interessi trumpiani, intesi americani. Poker a-strategico, ad altissimo rischio.

Che succederebbe se qualcosa andasse storto e l’America dovesse impegnarsi in guerra per salvarsi la faccia o quel che ne resta? Nel caso, quale reggente potrebbe imporre Washington a Teheran e che garanzie potrebbe costui dare sull’atomica? E se le fiamme toccassero Israele, potenza atomica in piena isteria bellica, con un leader azzoppato, volontario ostaggio dei coloni e degli ultrasionisti religiosi?

Fossimo ai tempi della guerra fredda, quando sovietici e statunitensi avevano stretto un patto di ferro che escludeva lo scontro diretto mentre ammetteva le guerre per procura nel Terzo Mondo, saremmo meno inquieti. Però primo, il mondo delle ex colonie ha oggi più di una fiche da giocare al tavolo dei Grandi. Secondo, Stati Uniti, Cina e Russia non vogliono farsi guerra. Ma allo stato delle tecnologie attuali, la guerra può farsi da sola. Basta una scintilla. Agitare candelotti accesi a ridosso dei pezzi di guerra mondiale è sport rischioso anche per Trump. A meno che l’amore del gioco non lo spinga ad affidarsi al lancio della medaglietta omaggiatagli dalla signora Machado, che lo incorona primo Nobel di seconda mano.

Nell’immagine: missili a Teheran