Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere
Ed eccoci al primo giorno del quinto anno di guerra. In Ucraina. Guerra comunque ed inevitabilmente debordata, con i suoi effetti economici e politici. L’Europa (intesa come Ue) non è più l’Europa.
Non lo è più nemmeno la Nato, che ora si estende fino al Nord eternamente neutrale, con l’adesione soprattutto di Svezia e Finlandia, ex non allineati. E nemmeno, lo è, il legame transatlantico, Stati Uniti e Vecchio Continente. Effetto, certo, della seconda e prepotente entrata in scena di Donald Trump. Il quale, ostentando fino all’imbarazzo e alla generale inquietudine la sua adesione al verbo putiniano, ha comunque scombussolato i piani americani (con Biden) quantomeno sulla tenuta di Kiev e l’ulteriore ridimensionamento della Russia, che Obama aveva pubblicamente relegato a ‘potenza regionale’. Massimo affronto per il padrone del Cremlino, in ossessiva ricerca di una pur parziale rivincita dopo il collasso dell’impero sovietico (“tragedia”, l’ha definita Putin). Mentre si avvicina ancor più, con postura di vincitrice, la lontana Cina, di cui Mosca è crescente debitrice.
Poi i morti, i feriti, le macerie. Sono davvero troppi gli impulsi militari e umani del conflitto lungo il fiume Dnepr e le terre russofone in terra ucraina per tratteggiare un quadro completo, e soprattutto definitivo della “guerra più lunga del dopo-guerra”. Iniziata, in realtà, nel 2014, con l’annessione della Crimea da parte del Cremlino e l’invio nel Donbass, auto-proclamatosi indipendente, dei cosiddetti ‘omini verdi’, militari russi (e relativi armamenti) con divisa senza insegne, come ad ingannare chissà chi. Con relativo inizio di una guerra anche civile fra i regolari di Kiev e gli insubordinati filo-russi. Anno, il 2014, anche di Piazza Maidan: autentica rivoluzione popolar-giovanile e pro-occidentale per gli uni, e invece colpo di stato americano per Mosca e putiniani al seguito in tutto l’Occidente.
Ora, entrati nel quinto anno di feroce conflitto, e due milioni di morti e feriti soltanto fra i soldati dei due fronti, è sempre più difficile pensare che questo sia solo e semplicemente un conflitto per procura: con Kiev sotto i primi bombardamenti, Washington offrì un piano di fuga, subito rifiutato, a Zelensky; gli ultimi due anni (soprattutto gli ultimi due inverni) sono stati terribili per la popolazione ucraina che missili e droni russi hanno privato di energia; la massiccia diaspora dei civili ucraini in patria e all’estero pesa come un macigno; infine, ma non solo, le reticenze euro-americane a tener fede alla promessa degli armamenti teoricamente garantiti. Già tutto questo sarebbe sufficiente per spezzare la più tenace delle resistenze. Invece non è bastato, non ancora.
Uno dei problemi è sempre stata la sottovalutazione, a Ovest dell’Ucraina e dell’Atlantico, di come è nato, cresciuto, e si è consolidato il nazionalismo ucraino. Facilmente liquidato come l’“anima nera” e neo fascio-nazista dell’antica nazione. Credibile solo in parte se si guarda alla Storia. La parte che i giustificazionisti pro-russi volentieri dimenticano, per calcolo o cecità, è quanto la determinazione ucraina sia stata “consolidata e cementata dal nemico” storico, prima con la grande carestia vilmente studiata, provocata e pianificata da Stalin contro i contadini ucraini (milioni di morti) ostinatamente contrari alla collettivizzazione sovietica, e poi (fino ad inizio Anni Cinquanta del secolo scorso) con l’Ucraina considerata “il grande granaio” dell’Urss in attesa del pieno e soffocante riabbraccio della grande madre Russia, mentre in realtà il referendum organizzato dopo il crollo dell’Urss sancì la volontà di indipendenza anche nelle zone russofone: per nulla entusiaste, in effetti, all’arrivo delle truppe della Federazione nel febbraio 2022.
Cinque anni fa non fu soltanto minacciosa e sterile propaganda la proclamata volontà di Putin di normalizzare e purificare, anzi “denazificare”, l’Ucraina al momento di rimetterle gli stivali in testa. Allora, progetto fallito. Ma programma che ancor oggi non è affatto rientrato, a sentire soprattutto gli adoranti collaboratori del gran capo, che intanto riscrive la Storia del suo paese servendosi dei peggiori filosofi russi del passato, teorici della Russia “immortale perché ortodossa” e possibilmente anche fascista (Ivan Il’in il suo preferito). Il che non semplifica il sussultante e finto dialogo al tavolo russo-ucraino. Ora c’è da attendersi un’altra doccia caldissima di sano patriottismo espansionista; ora che tutte le statistiche, fuori Russia ma persino fra le sue mura, segnalano che “l’economia di guerra” non è affatto o non è più la formidabile formula che tiene il paese con la schiena dritta.
Non può certo convincere il mondo una Russia che in quattro anni non è nemmeno riuscita a conquistare tutto il Donbass, che tuttavia continua a rivendicare con spirito revanscista, contro un esercito ucraino che per volontà euro-americana deve ancora difendersi militarmente con un braccio legato dietro la schiena. Mosca si difende affidandosi soprattutto alla minaccia di ricorrere al suo arsenale atomico: rovesciamento della vecchia regola, o tabù, per cui una battaglia con armi convenzionali non può essere sostituita dall’uso di testate nucleari senza compromettere il principio della “distruzione reciproca garantita”. A meno di non rischiare la desertificazione planetaria.
Ma la vera testata atomica di Putin si trova (si trovava?) a Washington, ed il suo nome è Donald. L’uomo che nel febbraio 2022, quando seppe dell’invasione russa, definì “geniale” l’uomo del Cremlino. Messaggio chiaro. E chiaro anche il proposito del tycoon. Realizzare qualche fruttuoso business con Kiev sottomessa (rimborsi in terre rare), e accordi con Mosca per isolare la Cina. O depotenziarla. Per stabilire un accordo a tre quantomeno più equilibrato a livello planetario. Si sa, Europa esclusa. Partita apertissima. Nemmeno negli uffici del Pentagono ci si crede. O lo si condivide. E un tycoon indebolito sul piano interno (nella lotta commerciale internazionale e nella rivolta popolare “No king” degli Stati democratici) può oggi puntare su questa sua scommessa. A meno di miopia, carenza di capacità analitica, declino psichico. “Il re è nudo”, ha osato rivelare il suo amico, il premier populista della Slovacchia, Robert Fico, che dopo una visita a Mar-a-Lago ha detto di aver incontrato un uomo mentalmente provato. Fico subito censurato, sbrigativamente zittito.
Nell’immagine: macerie nelle città ucraine