La guerra che ha cambiato mezzo mondo

Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere 

Ed eccoci al primo giorno del quinto anno di guerra. In Ucraina. Guerra comunque ed inevitabilmente debordata, con i suoi effetti economici e politici. L’Europa (intesa come Ue) non è più l’Europa.

Non lo è più nemmeno la Nato, che ora si estende fino al Nord eternamente neutrale, con l’adesione soprattutto di Svezia e Finlandia, ex non allineati. E nemmeno, lo è, il legame transatlantico, Stati Uniti e Vecchio Continente. Effetto, certo, della seconda e prepotente entrata in scena di Donald Trump. Il quale, ostentando fino all’imbarazzo e alla generale inquietudine la sua adesione al verbo putiniano, ha comunque scombussolato i piani americani (con Biden) quantomeno sulla tenuta di Kiev e l’ulteriore ridimensionamento della Russia, che Obama aveva pubblicamente relegato a ‘potenza regionale’. Massimo affronto per il padrone del Cremlino, in ossessiva ricerca di una pur parziale rivincita dopo il collasso dell’impero sovietico (“tragedia”, l’ha definita Putin). Mentre si avvicina ancor più, con postura di vincitrice, la lontana Cina, di cui Mosca è crescente debitrice.

Poi i morti, i feriti, le macerie. Sono davvero troppi gli impulsi militari e umani del conflitto lungo il fiume Dnepr e le terre russofone in terra ucraina per tratteggiare un quadro completo, e soprattutto definitivo della “guerra più lunga del dopo-guerra”. Iniziata, in realtà, nel 2014, con l’annessione della Crimea da parte del Cremlino e l’invio nel Donbass, auto-proclamatosi indipendente, dei cosiddetti ‘omini verdi’, militari russi (e relativi armamenti) con divisa senza insegne, come ad ingannare chissà chi. Con relativo inizio di una guerra anche civile fra i regolari di Kiev e gli insubordinati filo-russi. Anno, il 2014, anche di Piazza Maidan: autentica rivoluzione popolar-giovanile e pro-occidentale per gli uni, e invece colpo di stato americano per Mosca e putiniani al seguito in tutto l’Occidente. 

Ora, entrati nel quinto anno di feroce conflitto, e due milioni di morti e feriti soltanto fra i soldati dei due fronti, è sempre più difficile pensare che questo sia solo e semplicemente un conflitto per procura: con Kiev sotto i primi bombardamenti, Washington offrì un piano di fuga, subito rifiutato, a Zelensky; gli ultimi due anni (soprattutto gli ultimi due inverni) sono stati terribili per la popolazione ucraina che missili e droni russi hanno privato di energia; la massiccia diaspora dei civili ucraini in patria e all’estero pesa come un macigno; infine, ma non solo, le reticenze euro-americane a tener fede alla promessa degli armamenti teoricamente garantiti. Già tutto questo sarebbe sufficiente per spezzare la più tenace delle resistenze. Invece non è bastato, non ancora. 

Uno dei problemi è sempre stata la sottovalutazione, a Ovest dell’Ucraina e dell’Atlantico, di come è nato, cresciuto, e si è consolidato il nazionalismo ucraino. Facilmente liquidato come l’“anima nera” e neo fascio-nazista dell’antica nazione. Credibile solo in parte se si guarda alla Storia. La parte che i giustificazionisti pro-russi volentieri dimenticano, per calcolo o cecità, è quanto la determinazione ucraina  sia stata “consolidata e cementata dal nemico” storico, prima con la grande carestia vilmente studiata, provocata e pianificata da Stalin contro i contadini ucraini (milioni di morti) ostinatamente contrari alla collettivizzazione sovietica, e poi (fino ad inizio Anni Cinquanta del secolo scorso) con l’Ucraina considerata “il grande granaio” dell’Urss in attesa del  pieno e soffocante riabbraccio della grande madre Russia, mentre in realtà il referendum organizzato dopo il crollo dell’Urss sancì la volontà di indipendenza anche nelle zone russofone: per nulla entusiaste, in effetti, all’arrivo delle truppe della Federazione nel febbraio 2022.

Cinque anni fa non fu soltanto minacciosa e sterile propaganda la proclamata volontà di Putin di normalizzare e purificare, anzi “denazificare”, l’Ucraina al momento di rimetterle gli stivali in testa. Allora, progetto fallito. Ma programma che ancor oggi non è affatto rientrato, a sentire soprattutto gli adoranti collaboratori del gran capo, che intanto riscrive la Storia del suo paese servendosi dei peggiori filosofi russi del passato, teorici della Russia “immortale perché ortodossa” e possibilmente anche fascista (Ivan Il’in il suo preferito). Il che non semplifica il sussultante e finto dialogo al tavolo russo-ucraino. Ora c’è da attendersi un’altra doccia caldissima di sano patriottismo espansionista; ora che tutte le statistiche, fuori Russia ma persino fra le sue mura, segnalano che “l’economia di guerra” non è affatto o non è più la formidabile formula che tiene il paese con la schiena dritta. 

Non può certo convincere il mondo una Russia che in quattro anni non è nemmeno riuscita a conquistare tutto il Donbass, che tuttavia continua a rivendicare con spirito revanscista, contro un esercito ucraino che per volontà euro-americana deve ancora difendersi militarmente con un braccio legato dietro la schiena. Mosca si difende affidandosi soprattutto alla minaccia di ricorrere al suo arsenale atomico: rovesciamento della vecchia regola, o tabù, per cui una battaglia con armi convenzionali non può essere sostituita dall’uso di testate nucleari senza compromettere il principio della “distruzione reciproca garantita”. A meno di non rischiare la desertificazione planetaria.

Ma la vera testata atomica di Putin si trova (si trovava?) a Washington, ed il suo nome è Donald. L’uomo che nel febbraio 2022, quando seppe dell’invasione russa, definì “geniale” l’uomo del Cremlino. Messaggio chiaro. E chiaro anche il proposito del tycoon. Realizzare qualche fruttuoso business con Kiev sottomessa (rimborsi in terre rare), e accordi con Mosca per isolare la Cina. O depotenziarla. Per stabilire un accordo a tre quantomeno più equilibrato a livello planetario. Si sa, Europa esclusa. Partita apertissima. Nemmeno negli uffici del Pentagono ci si crede. O lo si condivide. E un tycoon indebolito sul piano interno (nella lotta commerciale internazionale e nella rivolta popolare “No king” degli Stati democratici) può oggi puntare su questa sua scommessa. A meno di miopia, carenza di capacità analitica, declino psichico. “Il re è nudo”, ha osato rivelare il suo amico, il premier populista della Slovacchia, Robert Fico, che dopo una visita a Mar-a-Lago ha detto di aver incontrato un uomo mentalmente provato. Fico subito censurato, sbrigativamente zittito.  

Nell’immagine: macerie nelle città ucraine


Una sinistra unita rafforza la democrazia

Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere 

La sinistra unita non è detto che vinca. Però, vuoi mettere non dover raccattare pezzi di qua e di là dopo una sconfitta? Smettere di essere i soliti quattro gatti che si guardano in cagnesco, intenti a misurarsi su chi è più radicale, coerente o venduto? Proviamo a immaginare una bella sinistra, democratica e decomplessata, perché ormai, se non sei illiberale e xenofobo, sei démodé. E non si tratta di inventare un partito con nomi di piante o simboli archetipici. Basterebbe parlarsi, sul serio. Ne abbiamo disperatamente bisogno. La condizione del mondo è cambiata. Lo ha detto anche Ignazio Cassis, e per una volta c’è un vago sentore di verità nelle sue parole. Anche se, guarda caso, le conclusioni a cui arriviamo sono “lievemente” distanti. La palude post-duopolio in cui ci muoviamo è terreno fertile per chi ha perso fiducia nella democrazia o nella responsabilità che essa comporta. Oggi il principio del più forte sembra tornare a guidare le scelte dei potenti.

Guerre come soluzione, invasioni come affermazione del proprio destino imperiale, “igiene del mondo” come slogan: tutto rischia di smontare diritto internazionale, diritti umani e istanze ecologiste. Subire il presente è pericoloso, mette a rischio il senso stesso di cittadinanza, abbandona i nuovi popoli, lascia le nuove generazioni senza protezione e futuro.

La destra illiberale esibisce argomenti altisonanti. Le sue parole feroci scavano nelle parti più fragili del paese. “Remigrazione” e “deportazione” fanno sembrare gentili formule come ‘prima i nostri’. Tutto sembra pensato per denigrare l’altro e smantellare diritti conquistati in decenni di impegno ed evoluzione civile. Le sfere d’influenza sono guidate da capi che si presentano come unti e bisunti da un dio. E noi? Possiamo restare a guardare, sperando che la storia faccia da antidoto, oppure possiamo pensare e agire. Ovunque è tempo di promuovere politiche e iniziative che ripensino e ricostruiscano un mondo in cui valga la pena credere. Una lotta in difesa della democrazia e dei suoi principi, in cui pragmatismo e idealismo dialoghino e trovino una sintesi nuova, liberandoci tutti dalla barbarie del “meno peggio”.

E la sinistra ha un ruolo da giocare, forte della sua specificità, che passa dall’atteggiamento verso l’uguaglianza. Un tempo il capitalismo era così muscoloso e autocompiaciuto da permettersi una controllata redistribuzione di ricchezza e diritti. Oggi, mutate radicalmente le condizioni storiche, politiche ed economiche, quella stessa redistribuzione viene chiamata “sgocciolamento”: ti lascio due gocce e sii contento che non ti tolga (ancora) l’acqua del rubinetto. Questo atteggiamento cambia il ruolo della sinistra, non la sua natura: per la sinistra l’ingiustizia sociale non è destino, è una scelta politica – e deve essere corretta. È su questo terreno che si gioca la partita, una partita delicata e decisiva. L’attacco al ruolo dello Stato, ai servizi pubblici, al bene comune si fa sempre più insistente, le disuguaglianze si allargano come crepe in un edificio diroccato, generando esclusione, povertà, rabbia senza risposta. Sono tornati a tuonare i proclami di una “libertà” selettiva: fai quello che vuoi… se hai i mezzi, non curarti di chi non può stare al passo. Il lusso di pochi si traduce in ingiustizia sociale, in rapina della natura: chi comanda decide quando e quanto possiamo respirare, bere o camminare tra il verde. La risposta, ancora una volta, è la libertà condivisa, che invoca nuova uguaglianza. L’uguaglianza chiama la democrazia, nelle sue forme e nella sua sostanza, nutrita dalla partecipazione e dal senso di giustizia sociale, valida per tutti e ovunque, dal locale al globale. E anche nella gens ticinensis, troppo spesso convinta di essere fuori dalla storia – come se vivesse in un villaggio celtico autonomo tra le valli – il richiamo alla responsabilità collettiva è inevitabile.

Da qualche anno anche qui, con sempre meno timidezza, si fanno prove di un riavvicinamento delle sinistre. A innescarle è la necessità di fare fronte comune davanti alle inderogabili sfide di questo nostro tempo, dominato dalla crescita di una destra post-democratica; rispondere alle difficoltà sociali e a una crisi ambientale senza precedenti, che prefigura un futuro più fosco. Perché questo possa accadere, però, risulta necessario rafforzare l’unità e l’efficacia dell’azione progressista. Le forze che si riconoscono a sinistra dovrebbero aprirsi e ascoltare, ma anche saper unire. Ci sono energie nei movimenti civici, nelle associazioni, nelle reti informali, tra i giovani, che non si riconoscono nei partiti ma che condividono valori di giustizia e solidarietà. Tutto questo reclama che si dia forma a un progetto politico lungo e duraturo, disancorato dal personalismo, dal presentismo e dall’episodicità. Questo è, crediamo, il mandato dei partiti di sinistra: continuare o ritrovare una propria determinante funzione storica all’interno della vita politica, punti di riferimento per le energie progressiste, vive eppure sfilacciate nella società.

Per queste ragioni anche in Ticino è urgente avviare un lavoro comune per proporre un progetto di medio-lungo respiro. Forum, piattaforme e spazi di discussione interpartitici non sono mancati, ma troppo spesso hanno ceduto al richiamo del ritorno alle appartenenze una volta superata la scadenza elettorale. Oggi si tratta di fare un passo ulteriore: costruire assieme, in modo stabile, una progettualità condivisa nella quale tutte le forze progressiste possano riconoscersi e collaborare.

Ma il dialogo deve avanzare in parallelo ai fatti. Una sinistra che si parli davvero, assuma decisioni concrete e le comunichi in modo univoco e comprensibile. Che unisca le forze, discuta senza timori e trasformi i principi in azione. Capace di incidere sulla società e di difendere democrazia e diritti. Le occasioni per dimostrarlo sono già davanti a noi: a partire dalle prossime votazioni – qualunque sia l’esito – e dalle scelte politiche imminenti, occorre convergere su posizioni comuni, assumere responsabilità condivise e presentarsi con messaggi chiari e riconoscibili. In questo modo unità e visione possono diventare pratica politica credibile.

Una sinistra unita non rafforza solo sé stessa: rafforza la democrazia. E può creare le condizioni per dialogare anche con forze che hanno visioni diverse su molti temi, ma che tengono fermo un punto: una società non verticale, non autoritaria, sempre e comunque democratica, attenta al benessere di tutti i viventi. Questo è il nostro auspicio e il nostro invito.

Pubblicato da laRegione

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


24 febbraio 2022, l’anniversario

Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere 


Lo stress post-traumatico: devastante eredità di guerra

Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere 

Di Sabato Angieri, il manifesto

Oggi è il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. Da quando la “guerra a bassa intensità” nel Donbass si è trasformata in conflitto su vasta scala, centinaia di migliaia di uomini hanno imbracciato le armi per combattere. Molti di questi sono morti, basta fare un giro nei cimiteri di Kiev, Odessa o Kharkiv per avere una prova empirica dei numeri approssimativi. Senza contare i dispersi, i feriti gravi, i prigionieri, gli invalidi, i traumatizzati e quelli che qualsiasi cosa succeda non torneranno mai alla vita di prima.

I TRAUMI psicologici sono l’eredità più devastante di una guerra, perché non sono evidenti e non si risolvono con l’aiuto pratico nell’immediato. Se c’è carenza di cibo si possono mandare aiuti umanitari, le case si ricostruiscono come le scuole, le fabbriche si riconvertono e gli alleati possono fornire prestiti per la ripresa economica. Ma cosa fare con chi ha vissuto per anni solo violenza e morte? Non solo i soldati, ma i civili nelle zone di combattimento attivo e quelli sfollati, le famiglie dei caduti, i bambini, le comunità discriminate come quella Lgbtqi+. C’è una costante che colpisce trasversalmente tutte le società che passano attraverso un conflitto: il disturbo da stress post-traumatico (Ptsd).

Si tratta di un disturbo che insorge dopo un evento traumatico e si caratterizza per la riattivazione involontaria e ripetuta del trauma, l’evitamento e uno stato di allerta persistente, con impatto rilevante sulla vita quotidiana della persona. I flashback sono una costante del Ptsd e portano chi ne soffre a rivivere l’evento scatenante come se fosse presente. «Il cervello in questi casi funziona in modo particolare» ci spiega Elena Butta, coordinatrice medica di progetto di Medici Senza Frontiere, che si è occupata fino a gennaio di quest’anno del centro specializzato per la salute mentale della popolazione affetta dai traumi della guerra a Vinnytsia, «un colore, un suono, una forma possono scatenare la reazione che ti porta a rivivere l’evento traumatico». Senza un percorso serio e continuativo il Ptsd non si cura, servono psichiatri e medici che controllino che eventuali supporti farmacologici non interferiscano con altri trattamenti, come nel caso dei malati cronici o di chi ha subito amputazioni, comunità di riferimento che siano disposte ad accogliere chi affronta il percorso riabilitativo e tanta attenzione da parte delle autorità.

Fondi, programmi ad hoc, strutture, personale adeguatamente formato. Come quello di Vinnytsia, dove Msf dal settembre 2023 ha installato – in collaborazione con l’autorità regionale per la salute e quella per le politiche sociali – un centro permanente per la cura del Ptsd in Ucraina. Si stima che il disturbo, anche nella sua variante complessa (Cptsd) colpisca circa il 20% della popolazione ucraina, con picchi del 55% tra gli sfollati interni, del 30% circa tra i rifugiati e dell’80% tra i veterani (fonti: The Lancet, European Psychiatry, European Journal of Clinical and Experimental Medicine e Globsec). Tra i combattenti attivi circa la metà presenta già i sintomi di questo disturbo.

«Il trauma» prosegue Butta, «è un evento in cui percepisci che la tua vita è in pericolo. È una definizione abbastanza precisa. Riviverlo costantemente vuol dire avere pensieri intrusivi che magari generano incubi – diversi dall’insonnia che viene considerata un sintomo aggiuntivo – cambiamenti nell’umore generale, pensieri che attivano delle tensioni negative, immagine di sé disturbata oppure distacco emotivo, senso di colpa. E ancora uno stato allerta continua, come se ci si sentisse continuamente in pericolo». Una sorta di paranoia che unita agli altri sintomi può davvero gettare il malato nel baratro. Il che, unito ai problemi congeniti generati da un conflitto come la necessità di trovare una nuova casa, di provvedere ai figli o alle preoccupazioni della vita quotidiana può essere devastante per la psiche già fragile di chi soffre di Ptsd. «Servirà un’attenzione e un lavoro enorme da parte del governo ucraino dopo la guerra». Ma il rischio reale è già identificabile? Ad esempio: è corretto dire che in una società con centinaia di migliaia di uomini addestrati e armati che hanno vissuto anni di sola guerra i rischi di una radicalizzazione generale nel periodo post-bellico?

VIAGGIANDO PER L’UCRAINA in guerra un pensiero ricorrente che occupa la mente porta ai capitoli dei libri di storia delle superiori in cui si parlava dei reduci della Prima guerra mondiale. Disadattati, violenti, sbandati e problematici che si sono affidati alle dittature costituendone la linfa vitale, l’ossatura e il braccio armato. «È una domanda alla quale è difficile rispondere, ma esistono studi specifici di studiosi israeliani e palestinesi di psicologia transgenerazionale che si occupano proprio degli effetti a lungo termine della Nakba dell’occupazione dei territori» o, per citare un altro esempio, «negli ultimi sei mesi abbiamo avuto tre diverse visite di rappresentanti della stampa giapponese che sono venuti nel centro di Vinnytsia a intervistare i nostri colleghi ucraini perché in Giappone in questo momento c’è molto interesse per le conseguenze odierne del Ptsd non trattato dopo la seconda guerra mondiale, quindi due generazioni dopo. È molto interessante perché questo disturbo ha conseguenze che durano non solo in orizzontale nella società ma anche in verticale. Potenzialmente, quindi quello di cui ci si prende cura oggi avrà un impatto in futuro molto molto importante».

Che Ucraina sarà dopo così tanta guerra è difficile dirlo, ma sappiamo per certo che se in nome del mito dell’eroe e della difesa nazionale non si darà modo a tutte queste persone traumatizzate di superare il conflitto, o almeno di provarci, la sofferenza di oggi non finirà con nessun trattato di pace.

Nell’immagine: soldati ucraini durante i bombardamenti russi nella regione di Zaporizhia


Nascere sotto le bombe

Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere 

Di Monica Perosino, La Stampa

ZAPORIZHZIA. In una stanza dell’ospedale neonatale di Zaporizhzia c’è una ragazza di ventiquattro anni, unghie corte e mani da operaia. Tiene in braccio la sua bambina: Marharyta, nata da appena 3 ore e già battezzata da un bombardamento russo che ha fatto tremare le finestre della sala parto. La linea del fronte è a meno di 15 chilometri, come il papà di Marharyta e la loro casa, ormai rasa al suolo.

Dare alla luce un bambino qui non è solo una scelta privata, ma un gesto politico, un atto di resistenza contro la logica della distruzione e della morte. «Dopo quattro anni di attesa mi sono chiesta: cosa sto aspettando?», dice Natasha, che riesce a sorridere nonostante il dolore e la stanza vuota. La scelta di avere una figlia è stata ponderata a lungo: «Non ci siamo abituati alla guerra, ma vogliamo che la vita vinca sulla morte, e ognuno contribuisce come può alla sopravvivenza dell’Ucraina». In questa città, dove i vetri tremano e la lista dei caduti si allunga ogni giorno, la vita è la cosa più radicale che si possa scegliere.

L’invasione su larga scala ha innescato una crisi demografica senza precedenti, con oltre dieci milioni di persone “scomparse” dal Paese, tra morti, sfollati e civili inghiottiti dall’occupazione. Il tasso di natalità è sceso a meno di un figlio per donna, più basso anche della media europea (1,4). Dopo quattro anni di guerra totale, l’Ucraina ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo, con circa un parto ogni tre decessi.

I medici registrano dati terribili: aumento significativo degli aborti spontanei, problemi di salute riproduttiva, peggioramento della qualità degli ovociti e dello sperma, casi di menopausa precoce tra le giovani donne. La causa principale è lo stress cronico e la vita in condizioni di guerra. La situazione è aggravata anche dal fronte: l’età media dei militari è di circa 43 anni e a morire sono soprattutto uomini che avevano già una famiglia. L’Ucraina sta diventando un Paese di vedove e orfani.

Olesia Vorkun, 35 anni, ha perso suo marito Volodymyr sei mesi fa: «Dovrei partorire tra due giorni, e so già che sarà durissima: da sola, in mezzo alla guerra. Ma mia figlia Kateryna sarà quello che resta di Volodymyr e senza di lei sarei già impazzita dal dolore». Ogni nascita a Zaporizhzhia è una piccola disobbedienza alla volontà delle armi. «È una forma di fiducia ostinata – spiega Natalya Boguslavska, ostetrica e vice direttrice del Centro perinatale -. Le donne che partoriscono sotto le bombe non lo chiamano eroismo, ma semplicemente vita». Kateryna – come Eva, Mykola e Maksym -, è arrivata dopo mesi di attesa, come accade qui: si concepisce durante una licenza, poi si aspetta. Si aspetta di sapere se lui tornerà, se sarà vivo, se vedrà il bambino. Intanto la vita cresce.

«Il rifugio è nel seminterrato, quando iniziano i bombardamenti portiamo giù le madri, le donne incinte in una stanza, quelle che hanno già partorito in un’altra con i neonati, nella terza le incubatrici». Oggi l’ospedale ospita 87 mamme e 23 bambini. «Prima della guerra facevamo circa 3.500 parti all’anno, poi i numeri sono diminuiti gradualmente: nel 2024 abbiamo avuto 1.115 parti, nel 2025 solo 876». Qualche giorno fa, l’altro ospedale perinatale di Zaporizhzhia è stato bombardato. «A noi sono esplose solo le finestre, nulla di grave», dice Natalya. Lavora qui da sempre: da quando l’edificio è stato costruito, nel 1976. È nata in questo ospedale, come moltissimi bambini di Zaporizhzhia, qui ha fatto nascere i suoi figli e qui ha iniziato come studentessa. «Non ho mai contato quanti bambini ha fatto nascere – dice – ma spesso quando entro in un negozio qualcuno mi riconosce e mi dice: “Questa è mia figlia”, “Questo è mio figlio”. È una sensazione strana… perché facciamo nascere persone in mezzo a un disastro». Ma, aggiunge, «per noi è una missione. Non siamo eroi. Le eroine sono le donne che arrivano qui, che decidono di partorire in queste condizioni: sono coraggiose».

L’ospedale è sorprendente: così pulito, caldo, accogliente eppure così vicino al fronte, così dentro alla violenza e ai boati. Fino alla fine del 2022, quando esistevano i corridoi umanitari, le donne dei territori occupati arrivavano qui, partorivano, ottenevano il certificato ucraino di nascita e tornavano a casa. Nell’ottobre 2022 i russi hanno bombardato l’area di transito: 59 persone sono state uccise mentre aspettavano il permesso di passare, i corridoi sono stati chiusi. «Penso spesso a loro, dall’altra parte… », dice Natalya. «Quello di cui abbiamo paura è che i russi si avvicinino. Tra un mese dovevo andare in vacanza, ma ho deciso di non partire: temo di non avere più un posto in cui tornare». Molte donne partoriscono da sole, perché i mariti sono al fronte, o peggio.

A volte vogliono un figlio proprio per avere qualcosa di lui, qualcosa che lo ricordi. Nel mondo in pace molti giovani non fanno figli per la paura del futuro. Qui è il contrario.«Non sappiamo cosa accadrà domani. Se non lo facciamo oggi, domani potrebbe non essere possibile. Viviamo qui e ora, il futuro è il nostro presente», dice Olesia.

Nel reparto prematuri il silenzio è quasi totale. Sergii Matysko, chirurgo neonatale, accarezza un’incubatrice come se il bimbo potesse sentirlo: «Dopo quattro anni non mi capacito che questa guerra non abbia alcuna regola. Non importa se si tratta di bambini, donne, medici. I russi bombardano tutto». Sergii annota l’avanzata del fronte, ma lui, come tutti gli altri medici dell’ospedale, non ha nessuna intenzione di fuggire: «Nonostante l’altissimo prezzo che stiamo pagando, abbiamo capito una cosa: se scappiamo, se non adempiamo ai nostri doveri, il prezzo che pagheremo per la guerra sarà molto più alto. Per questo stiamo qui, e le donne continuano a mettere al mondo bambini».

L’atmosfera nelle cliniche di maternità è diversa da quella degli ospedali normali: «Qui, le persone arrivano con emozioni positive». Ma nessuno crede che i russi intendano porre fine al loro sanguinoso tentativo, durato 12 anni, di distruggere l’Ucraina.

Le pareti rosa pesca, i fori disegnati con i gessetti, gli sguardi commossi su piccole mani, piedi paffuti e sorrisi sdentati. Nemmeno le sirene riescono a rompere l’incanto: «Non credo che l’Ucraina perderà, alla fine. Lo sento dentro, dove prima c’era Marharyta», dice Natasha appoggiando la mano sul ventre: «C’è stata così tanta distruzione, da una parte e dall’altra. L’Ucraina non smetterà di esistere, noi non smetteremo di esistere». Una nuova generazione di bambini ucraini nati durante la guerra si affaccia alla vita: «È spaventoso. È terribile pensare a quanta paura avranno, alle notti che dovremo passare nascosti tra due muri, sperando che il drone non cada sulla nostra testa. Impazzisco all’idea, ma l’alternativa sarebbe smettere di respirare, farla finita. Invece, dopo tutto, ogni bambino che nasce è una promessa di futuro che non si arrende».


Orgoglio e sciovinismo

Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere 

Le Olimpiadi di Milano-Torino sono state organizzate molto bene, viste da un miliardo e mezzo di umani che hanno goduto di riprese televisive magnifiche, anche grazie ai nostri Lorenzo ‘Nostradamus’ Quadri e Paolo ‘Telefonino’ Pamini che hanno spiegato al CIO l’impiego del cellulare, specialmente per la discesa libera, lo sci acrobatico, il rallentatore e la scomposizione dell’immagine in frammenti.

Ciò detto s’impongono delle osservazioni sul modo di rispettare la Carta Olimpica che definisce chiaramente i limiti dell’autocelebrazione e del nazionalismo. I Giochi sono la riunione pacifica della gioventù di tutto il mondo al di là di ogni settarismo religioso, politico o, peggio ancora, razziale, come espresso in modo simbolico dai 5 anelli disegnati dallo stesso De Coubertin e presentati per la prima volta ad Anversa nel 1920.

Nel 1936 a Berlino il ministro della propaganda tedesco Joseph Goebbels perverte in modo radicale l’ideale olimpico nel discorso d’apertura dei Giochi organizzati dal Terzo Reich: “In diesem Sinne, heilige Flamme, blühe und erlösche nie!”. Per Goebbels la fiamma che arde in eterno non è quella olimpica, ma quella del Reich millenario che non deve spegnersi mai.

Dopodiché De Coubertin, un anno prima di morire, riesce a imporre alle autorità di Stato che aprono i giochi un’autocensura quasi crudele: possono solo dire che dichiarano aperti i Giochi. Punto.

Fatta la legge, scovato l’inganno: il compito di magnificare a vari livelli, velati o espliciti, la ‘grandeur’ del proprio Paese è affidato al locale Comitato Olimpico o al conduttore delle cerimonie: alle Olimpiadi estive del 2024, Tony Estanguet, olimpionico nella canoa, ha più volte celebrato la grandezza della Francia e il presidente Emmanuel Macron.

A quelle invernali di Milano-Cortina Mattarella non ha potuto far altro che pronunciare in modo scarno l’apertura ufficiale dei Giochi. Ma al suo posto si è scatenato il membro del CIO Giovanni Malagò che in chiusura ha celebrato con ‘grande orgoglio di essere italiano una grandissima Italia che ha mostrato a tutto il mondo la sua eccellenza’.

Dal canto suo Giorgia Meloni sui social ha parlato di un’Italia ‘che ha proiettato a tutto il mondo e a tutti gli italiani all’estero l’immagine della sua grandezza’. La Meloni aveva imposto il suo uomo, Paolo Petrecca, a commentare la cerimonia d’apertura dopo averlo nominato direttore di Rai Sport. Ma Petrecca ha dimostrato di essere del tutto impreparato, confondendo la direttrice del CIO con la figlia di Mattarella, non citando il nome di un rapper vicino all’opposizione, e soprattutto non riconoscendo le ragazze italiane della pallavolo che hanno vinto tutto in giro per il mondo.

Dimessosi in seguito agli scioperi dei colleghi e alle proteste generali, è stato sostituito da due colleghi che hanno fatto molto meglio salvo quando hanno parlato di un ‘umanista’ autore del famoso motto ‘citius, altius, fortius’, più veloci, più in alto, più forti: si trattava del frate domenicano Henry Didon, grande amico di De Coubertin al quale ha ceduto la sua massima; organizzava mini-olimpiadi in seminario, fu osteggiato dalla Chiesa, spedito da Parigi in una remota parrocchia in Corsica e poi in Germania a contrastare i luterani.

Visto che nessuna bandiera italiana era presente alla cerimonia di premiazione della 50km di fondo femminile e maschile, fuori posto anche l’osservazione ‘giusto lasciare anche agli altri qualche medaglia’.

In conclusione, si può capire una certa enfasi patriottica, un certo orgoglio nazionale, che però non può tracimare nello sciovinismo, nel tentativo di matrice fascista di individuare nei successi sportivi una superiorità culturale e storica della propria nazione: le vittorie non danno diritto a nessuna prepotenza.

Crediamo di poter dire che le grandi prestazioni svizzere sono state celebrate con misura dai protagonisti stessi e entro i limiti di un giustificato orgoglio dalla nostra SSR e dalla stampa in generale.

Nel 2038 le Olimpiadi invernali saranno in Svizzera al 99%. Noi, dai pascoli del Cielo in compagnia degli amici Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Nuvola Rossa e Due Lune, le seguiremo attentamente, sperando che alle nostre Autorità non venga in mente di dire che le Olimpiadi rossocrociate hanno dato una dimostrazione della grandezza del nostro Paese. Tocca al centinaio di Paesi ospiti, semmai, dire due parole su quanto siamo (saremo) stati bravi.


Markus Krienke – I partiti democratici devono ripartire da un maggior legame con gli elettori

Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere 

Ai dibattito hanno preso parte

  • Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica (guarda il video)
  • Sonia Castro, docente didattica della storia DFA (guarda il video)
  • Daniele Piazza, giornalista a Berna (guarda il video)
  • Markus Krienke, professore di filosofia FTL (video in questa pagina)
  • Willy Lubrini, Mendrisiotto Regione Aperta (guarda il video)


Russia-Ucraina – Domani saranno 1461 giorni di guerra

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Dal nostro corrispondente da Mosca

Domani si entra nel quinto anno di guerra. E saranno 1461 i giorni di conflitto in Ucraina. Giorni e notti che hanno segnato un’epoca e hanno cambiato definitivamente il mondo in cui viviamo. Per avere dei punti di riferimento, la Seconda Guerra Mondiale a Est durò 1418 giorni, il tempo per l’Armata Rossa di retrocedere di fronte alle truppe naziste fino alla periferia di Mosca ed avanzare poi fino appendere la bandiera rossa sul pennone del Reich distrutto.

Se osservata da questo punto di vista, l’invasione russa dell’Ucraina non è stata proprio quel “blitzkrieg” che Putin aveva baluginato, ma in gran parte guerra di posizione in cui la maggioranza dei caduti è stata di militari (anche se le perdite di civili non sono  state insignificanti).

Se visto da entrambi i lati della barricata invece, il bicchiere resta mezzo vuoto. La Russia ha conquistato porzioni del Donbass (alcune strategiche come Marjupol) ma non è riuscita a porre sotto la propria giurisdizione tutte le quattro provincie annesse in fretta e furia nel settembre 2022, e nemmeno è riuscita a realizzare il “regime change” a Kiev (il rovesciamento di Zelensky) che rappresentava il vero trofeo politico della contesa. L’economia russa malgrado le sanzioni ha retto e addirittura per un certo periodo di tempo, grazie al volano dell’economia di guerra, è pure cresciuta. Però l’arrivo di Trump non ha mandato al tappeto Zelensky come profetizzava Putin.

Zelensky, da parte sua, ha resistito. Il Paese non è crollato e neppure il cambio della guardia alla Casa Bianca con un Presidente che non lo ama e lo considera una marionetta di Biden (figlio), è stato in grado di imporgli l’uscita di scena. Allo stesso tempo i proclami iniziali (liberare tutta la Crimea e il Donbass occupati manu militari) sono finiti per stessa ammissione di Zelensky nel libro dei sogni. Il futuro del Paese resta incerto, con una popolazione ridotta all’osso (più poco di 30 milioni di residenti nel Paese e quasi 10 milioni di migranti e con una parte significa della popolazione maschia dedita alla renitenza alla leva).

Da entrambi i lati del fronte le truppe sono esauste. Chissà se un giorno si potranno conoscere i dati di questo insensato massacro, ma sicuramente il conto tra morti, feriti e invalidi sarò nell’ordine dei milioni: un’intera generazione segnata indelebilmente da un’esperienza catastrofica.

Le trattative triangolari USA-Ucraina-Russia che si stanno svolgendo pigramente a Ginevra ci raccontano di questo, di una guerra che non ha più obbiettivi raggiungibili militarmente da parte di entrambi i contendenti ma non si sa come concludere senza che ciò possa essere chiamata “vittoria”.

Le trattative potrebbero conoscere una lunga fase di stallo e trascinarsi a lungo perfino in attesa delle elezioni di mid-term in America dove potrebbe definirsi – in caso di vittoria democratica – una nuova agenza americana per l’Europa.

In attesa di ciò o di altri eventuali mutamenti del quadro politico internazionale (come un attacco americano all’Iran), restano aperte nei due Paesi due pressanti questioni.

Se la stabilità politica russa interna è garantita oggi più che dagli equilibri tra Putin e gli oligarchi da quelli del Ministero della Difesa con il FSB (l’intelligence), lo stato dell’economia desta più di una preoccupazione.

Alla quarta ricorrenza della guerra, l’economia russa si trova nella situazione più difficile dal febbraio 2022. I proventi del petrolio e del gas sono diminuiti drasticamente, il deficit di bilancio ha raggiunto già a gennaio quasi la metà del piano annuale e l’aumento dei prezzi non può essere nascosto nemmeno con manovre statistiche. L’economia non cresce più grazie agli investimenti militari, ma sta rallentando, mantenendo una parvenza di stabilità solo a costo di crescenti squilibri.

A causa delle sanzioni, i proventi delle esportazioni di petrolio e gas sono diminuiti in modo significativo. Nel gennaio 2026 erano dimezzati rispetto a un anno prima e inferiori del 14% rispetto al dicembre 2025. Le altre entrate di bilancio sono state superiori del 4,6% rispetto all’anno precedente. Tale aumento non copre nemmeno l’inflazione ufficiale. Di conseguenza, le entrate totali sono risultate inferiori dell’11,6% rispetto al livello dell’anno scorso.

Nel frattempo, il Cremlino non ha la possibilità di ridurre le spese mentre è in corso la guerra. Ufficialmente, il bilancio per il 2026 prevede una leggera riduzione delle spese militari rispetto al 2025, ma gli economisti sono convinti che in realtà aumenteranno. Inoltre, a causa degli alti tassi di interesse, sono aumentate le spese per il servizio del debito pubblico (nel periodo 2021-2025 sono triplicate, superando i 3.000 miliardi di rubli). La combinazione di questi fattori ha determinato un deficit di bilancio a gennaio pari al 45% del volume previsto per l’anno, pari a 1.700 miliardi.

Se i problemi con le esportazioni di petrolio dovessero persistere, il bilancio annuale registrerebbe un ammanco di 3-4 trilioni di entrate. Le spese potrebbero superare il livello previsto di 1-2 trilioni. In tal caso, il deficit di bilancio a fine anno non sarà di 3,8 trilioni, come previsto dal governo lo scorso autunno, ma di non meno di 7-8 trilioni o addirittura 8-9 trilioni: il doppio del piano di bilancio.

Il drastico calo delle entrate petrolifere e del gas nel gennaio 2026 è stato causato principalmente dalla riduzione del 45% delle esportazioni di petrolio verso l’India e la Cina (a febbraio la Cina ha aumentato gli acquisti). Complessivamente, le esportazioni marittime di petrolio sono diminuite dell’11%. A causa delle sanzioni introdotte da Trump in autunno contro LUKOIL e Rosneft, metà della produzione mensile di questa materia prima è rimasta bloccata in mare. Sono diminuiti non solo i volumi di vendita, ma anche il prezzo: lo sconto sull’ “Urals” (il greggio russo) rispetto al “Brent” è stato di 29 dollari.

I crescenti problemi di bilancio aumenteranno la richiesta da parte delle imprese e dell’alta burocrazia di porre fine alla guerra, revocare le sanzioni, uscire dall’isolamento internazionale, ridurre le spese militari e fermare la nazionalizzazione dell’economia. Tuttavia, l’umore delle élite economiche non costringerà Putin a cambiare rotta politica.

Contrariamente alle aspettative, la guerra non ha portato la Russia a un immediato declino economico. Inizialmente ha aiutato l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, poi il bilancio ha destinato le entrate extra al finanziamento della guerra. La conseguente crescita degli stipendi, in cui i settori civili hanno cercato di stare al passo con quelli militari, ha sostenuto la crescita della domanda interna. L’isolamento finanziario ha impedito alle aziende russe di trasferire i profitti all’estero, determinando una crescita degli investimenti dell’8% nel periodo 2022-2024.

Questi fattori non funzionano più. Il bilancio non registra entrate extra e le sanzioni incidono sempre più pesantemente sulle esportazioni. Il modello militare-keynesiano, che prevede il trasferimento di fondi dall’intera economia al settore militare e all’industria bellica, può ancora garantire la crescita dei “segmenti prioritari”, ma a scapito del declino degli altri settori. La crescita dell’industria dal 4,3-5,6% nel 2023-2024 è crollata allo 0,8% (la produzione militare è ancora in attivo, ma la maggior parte delle altre è in calo).

Alla fine del 2025, la crescita di 21 dei 28 settori economici principali era in declino.

La crescita complessiva della produzione industriale (dell’1,3%) è stata garantita dall’industria bellica. Attualmente, secondo un sondaggio della Banca Centrale, l’attività economica non sta crescendo. La percentuale di imprese che riducono la produzione supera quella di quelle che la aumentano già da un anno e mezzo, ovvero da settembre 2024.

Uno degli indicatori della difficile situazione economica è rappresentato dai dati sulle perdite finanziarie delle imprese. Secondo i dati di “Rosstat”, nel periodo gennaio-novembre quasi il 29% delle imprese era in perdita. La percentuale più alta di tali aziende si registra nel settore carbonifero e dei trasporti. L’utile complessivo di tutte le aziende è diminuito di quasi il 10%. L’utile nell’estrazione di petrolio e gas è diminuito del 55%, mentre continuano ad aumentare le perdite nel settore carbonifero.

I profitti sono in calo anche nel settore del mercato consumer: nel commercio al dettaglio del 23%, nell’industria del mobile di oltre il 10%.

Il calo dell’attività economica costringe le aziende a risparmiare sui dipendenti. Si interrompono gli aumenti salariali, si mandano i dipendenti in ferie forzate, si riduce la settimana lavorativa. Il numero di persone trasferite a tempo parziale ha raggiunto i 5,5 milioni, ovvero oltre il 7% della forza lavoro complessiva.

Il Ministero dello Sviluppo Economico invita a non aspettarsi una ripresa della crescita economica prima del 2027 (dopo una crescita del 4-5% nel 2023-2024, il PIL nel 2025 è cresciuto dell’1%).

L’inflazione percepita dalla popolazione supera di gran lunga il livello ufficiale. Nel 2025 era pari al 15-17%, mentre attualmente è del 14,5%. Tenendo conto dei marketplace e dei negozi online, secondo i calcoli della società Nielsen, l’inflazione raggiunge l’11%. Queste cifre mettono in dubbio le stime di Rosstat, secondo cui nel 2025 i redditi reali (al netto dell’inflazione) sono aumentati del 7,4% e nel periodo 2023-2025 del 22,7%.

Il fenomeno dei mancati pagamenti dei salari si sta allargando a macchia d’olio.

L’ex deputato ed ex sindacalista Oleg Shein (che si trova nella “lista degli agenti stranieri”) ci conferma che in Russia gli scioperi ci sono ancora anche se in realtà sono vietati dallo Stato.

“Sono diventati una forma di protesta – conferma Shein – per difendersi quando non si pagano gli stipendi, e stanno aumentando. Questo tipo di rivendicazioni erano la causa principale degli scioperi di trent’anni fa, ma adesso i lavoratori reagiscono molto più velocemente. Dall’altra parte, a differenza degli anni ‘90, ora gli scioperi non portano alla creazione di sindacati liberi o altre forme di organizzazione stabili. Il motivo è la maggiore mobilità della forza lavoro, la perdita di credibilità del sindacato ufficiale putiniano e lo scarso utilizzo delle opportunità emergenti da parte dei nuovi sindacati a causa della mancanza di risorse”.

Si tratta di fermate del lavoro che avvengono prima di tutto in Siberia, dalla quale – in un Paese sotto censura bellica – è difficile ottenere notizia. Sono spesso scioperi dei grandi stabilimenti del complesso militar-industriale dove però le proteste vengono messe a tacere rapidamente.

Comunque, conclude Shein, “la questione non è più se siano possibili scioperi e proteste dei lavoratori in Russia. Ci sono già. La questione è cosa serve per unire questi conflitti locali in un movimento comune di solidarietà”.

Dall’altra parte della barricata la situazione non è migliore. Dal 2022 a oggi, l’economia ucraina è passata da un crollo drastico dovuto all’invasione russa a una fase di resilienza adattiva, sostenuta massicciamente dagli aiuti internazionali e da una ristrutturazione orientata alla difesa. Dopo il crollo del PIL nel 2022 (-28,8) gli anni successivi sono stati segnati da rimbalzi più o meno tecnici (+5,3% nel 2023) e nel 2024.

Inflazione: ha toccato il picco del 26,6% a fine 2022. Debito e Finanze Pubbliche: il deficit di bilancio è enorme (circa il 20-24% del PIL), coperto per oltre il 60% da aiuti esteri. Il debito pubblico ha raggiunto il 94% del PIL nel 2024, se non ci fossero stati gli aiuti internazionali l’economia ucraina sarebbe da tempo fallita. Secondo la Banca Mondiale, per ricostruire il paese serviranno almeno 486 – 524 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni e Zelensky ha alzato l’asticella parlando di 800-900 miliardi. Difficile da capire oggi chi potrebbe sobbarcarsi un simile “Piano Marshall”.

In questo quadro, appena si aprirà una finestra per l’effettuazione delle elezioni presidenziali e legislative, il quadro diventerà incandescente. Si tratterà in primo luogo della questione della emersione di alternative politiche a Zelenesky. Da una parte la Russia sta sicuramente preparando nelle zone orientali forze politiche e leaders che possono entrare nella contesa, dall’altra l’eventualità di una candidatura dell’ambasciatore dell’Ucraina nel Regno Unito, ex comandante in capo delle Forze armate ucraine Valery Zaluzhny, che non sembra, da quando è stato spedito in esilio in Gran Bretagna, di aver tirato i remi in barca. Recentemente ha rilasciato un’intervista all’ “Associated Press”, nella quale ha discusso delle divergenze con il presidente. Zaluzhny sostiene che le prime controversie sono sorte quasi immediatamente dopo l’inizio della guerra.

Secondo l’ex comandante in capo, il punto critico è stato raggiunto nell’autunno del 2022, quando decine di agenti dei servizi di sicurezza ucraini hanno fatto irruzione nel suo ufficio. Decine di agenti dein servizi segreti SBU si sono presentati nel suo ufficio a Kiev, proprio mentre erano presenti alcuni ufficiali britannici. Gli agenti dell’SBU non hanno spiegato cosa stessero cercando, ma Zaluzhny sostiene di non aver permesso loro di controllare documenti e computer. Secondo l’ex comandante in capo, la perquisizione era un atto intimidatorio.

Nell’intervista, Zaluzhny ha anche affermato che il piano di contrattacco da lui elaborato insieme ai partner della NATO, che avrebbe dovuto svolgersi nell’estate del 2023, è fallito perché Zelensky e altri funzionari non hanno stanziato le risorse necessarie.

Secondo l’ex comandante in capo, il piano iniziale prevedeva di concentrare forze sufficienti “in un unico pugno” per liberare la regione di Zaporizhzhia e poi raggiungere il Mar d’Azov. Ciò avrebbe permesso di tagliare la via di rifornimento della Crimea annessa dalla Russia. Secondo Zaluzhny, ciò avrebbe richiesto un massiccio e concentrato aumento delle forze e un’azione tattica a sorpresa. Invece, secondo Zaluzhny, le forze sono state disperse su un vasto territorio, indebolendo così la loro potenza offensiva.

Si tratta di affermazioni tutte da verificare, ma ovviamente indicano un contenzioso che potrebbe diventare direttamente politico nel momento in cui cessassero gli spari nel Donbass.

Nessuno sa quanto durerà ancora questa guerra, mentre per le truppe al fronte si prepara un disgelo primaverile, che vuole dire combattimenti più intensi e violenti. Del resto, pure il dopoguerra promette di essere anch’esso assai complicato.

Nell’immagine: Putin non se lo aspettava. Nel video girato il 25 febbraio al centro di Kiev il presidente ucraino e i suoi collaboratori mostrano al mondo che non sono scappati. «Siamo a Kiev e difendiamo l’indipendenza dell’Ucraina»


Quattro anni di guerra nel cuore dell’Europa

Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere 

Di Giovanni Pigni, Francesco Semprini, La Stampa

Doveva essere una guerra lampo di poche settimane e invece si è trasformata nel conflitto più lungo e sanguinoso sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale. Alla vigilia del quarto anniversario dell’invasione ordinata da Vladimir Putin, la pace appare ancora lontana, nonostante la ripresa del dialogo tra Mosca e Kyiv nell’ultimo anno, favorita dalla mediazione dell’amministrazione Donald Trump. Un nuovo round di negoziati dovrebbe svolgersi nelle prossime tre settimane, ha dichiarato ieri l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, che sostiene potrebbe sfociare in un vertice tra Putin e Zelensky. Finora, tuttavia, gli sforzi diplomatici non hanno prodotto risultati concreti.

Le posizioni dei due Paesi restano distanti su alcuni punti chiave, primo fra tutti quello territoriale: il Cremlino chiede il ritiro delle truppe ucraine dal Donbas, una condizione che Zelensky ha più volte definito inaccettabile. Un altro nodo centrale riguarda le garanzie di sicurezza che l’Occidente dovrebbe fornire per prevenire un nuovo attacco russo come quello del 24 febbraio 2022.

Quattro anni fa il Cremlino puntava a una rapida operazione di regime change per riportare l’Ucraina nella propria sfera di influenza, ma non tenne conto dell’inaspettata resistenza dell’esercito ucraino e della popolazione civile, che – contrariamente alle valutazioni dell’intelligence russa – non accolse le truppe di Mosca a braccia aperte. Nel giro di poche settimane, l’esercito russo fu costretto a ritirarsi dagli oblast di Kyiv, Chernihiv e Sumy. A quel punto sembrò aprirsi una prima finestra per un accordo di pace durante i negoziati di Istanbul, ma le divergenze su punti fondamentali, il massacro di civili a Bucha e la promessa di un sostegno militare occidentale spinsero Zelensky a puntare sulla liberazione dei territori occupati. Nel corso delle controffensive nei mesi successivi, l’esercito ucraino riuscì a riconquistare buona parte dell’oblast di Kharkiv e di Kherson, compreso il capoluogo di quest’ultima.

La Russia, messa alle strette in una guerra per la quale non era preparata, fu così costretta a ordinare una mobilitazione parziale di 300.000 riservisti. Nonostante il sostegno militare occidentale, la controffensiva ucraina dell’anno successivo, che mirava a sfondare le difese russe nel Sud del Paese per raggiungere la Crimea, risultò in un fallimento. Da allora, se si esclude l’incursione ucraina nella regione russa di Kursk nel 2024, la guerra ha assunto la forma di un conflitto di logoramento, con due eserciti contrapposti lungo una linea del fronte di circa 1.200 chilometri. Dalla fine del 2023, l’iniziativa strategica è passata stabilmente nelle mani della Russia, che ha potuto contare su una netta superiorità numerica grazie a un’aggressiva campagna di reclutamento di volontari attratti da salari molto superiori alla media nazionale. Un punto di svolta è arrivato circa un anno fa con l’avvicendamento tra Joe Biden e Donald Trump alla Casa Bianca, che ha segnato un cambio di passo sul dossier ucraino.

Il sostegno statunitense a Kyiv è rimasto, ma non è più incondizionato: Washington chiede un ruolo più attivo degli alleati europei, in linea con la dottrina “America First”. È cambiato anche l’approccio verso Mosca: senza rinnegare l’appoggio all’Ucraina, il presidente Usa ha ribadito che il dialogo diretto con la Russia è parte della soluzione, come dimostrato dal vertice Putin-Trump di Anchorage dello scorso agosto. Ma nonostante gli sforzi diplomatici di Trump per porre fine al conflitto, l’avanzata russa è continuata lenta ma costante: negli ultimi due anni Mosca ha conquistato circa l’1,3% del territorio ucraino, secondo i dati del canale ucraino DeepState, arrivando a controllare circa un quinto del Paese. Un’offensiva dai costi umani enormi. Mediazona e BBC Russian Service, basandosi su fonti aperte, hanno confermato i nomi di oltre 173.400 soldati russi uccisi, mentre le cifre totali potrebbero aggirarsi intorno ai 300.000 morti. Dal lato ucraino, il sito Ua Losses riporta 179.000 nomi di soldati, principalmente morti e dispersi.

Secondo il Csis, le perdite complessive tra morti, feriti e dispersi potrebbero avvicinarsi ai due milioni. Il conflitto ha colpito duramente anche la popolazione civile: le Nazioni Unite parlano di oltre 55.000 vittime civili, tra morti e feriti, dall’inizio della guerra, a cui si aggiungono gli enormi danni inflitti all’economia e alle infrastrutture del Paese. Tutto questo ha ridotto la popolazione allo stremo, come mostrano anche gli ultimi sondaggi: se nel maggio 2022 l’82% degli ucraini rifiutava qualsiasi cessione territoriale, oggi circa il 40% sarebbe disposto a cedere il Donbas in cambio di garanzie di sicurezza, secondo il Kyiv International Institute of Sociology. Ma mentre il processo negoziale resta in stallo, la violenza continua.

Nella sola notte tra sabato e domenica, decine di missili e centinaia di droni russi hanno colpito il Paese, causando almeno un morto nell’oblast di Kyiv. Nella stessa notte, due esplosioni hanno colpito Leopoli, uccidendo una poliziotta e ferendo almeno venticinque persone. «Un attacco terroristico», secondo le autorità locali, mentre il presidente Volodymyr Zelensky ha puntato il dito contro la Russia e annunciato l’arresto di «diverse persone». Intanto, oggi l’Unione europea si appresta ad approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che potrebbe però essere bloccato dal veto dell’Ungheria. Budapest ha infatti minacciato di opporsi finché Kyiv non riprenderà il transito di petrolio verso Ungheria e Slovacchia attraverso l’oleodotto Druzhba.


Guerra in Ucraina, così in quattro anni è cambiata l’Ue

Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere 

Di Paolo Gentiloni, La Repubblica

Quattro anni di guerra in Ucraina hanno cambiato la storia europea. La resistenza all’invasione, per molti imprevista, ha messo a nudo la fragilità del progetto neo-imperiale di Putin: una “tigre di carta”, si sarebbe detto in altri tempi. Il dispiegarsi di quel progetto di espansione ha cambiato anche l’Europa, provocando un risveglio forse altrettanto imprevisto. Ma intanto l’attacco non si ferma, aumentano le vittime civili, la rete elettrica è diventata un campo di battaglia per lasciare gli ucraini al buio e al gelo. Comincia il quinto anno, e di questa guerra non si vede la fine.

Mai più cambiare i confini europei con la forza: è stata proprio questa certezza, maturata sulle macerie delle guerre del Novecento, che i carri armati russi hanno calpestato all’alba del 24 febbraio 2022. Putin voleva instaurare manu militari a Kiev un governo amico, completando l’opera avviata dodici anni fa.

Il fallimento di questo obiettivo è ormai evidente. L’«operazione speciale», come Putin si è ostinato a definire una guerra già durata più a lungo della Grande guerra patriottica per l’Urss, è ormai impantanata. La feroce battaglia di droni — se ne scambiano circa diecimila al giorno — fa guadagnare appena qualche decina di chilometri all’anno con costi umani terribili. Al punto che è diventato difficile assicurare il ricambio ai reparti russi al fronte, nonostante i bonus per chi si arruola siano stati quadruplicati, le pene per i detenuti “volontari” cancellate, le sentenze per tradimento schizzate alle stelle, gli arruolamenti forzati estesi all’Africa.

Lo scorso autunno Mosca aveva cercato di giocare la parte del vincitore, alimentando l’attesa di un doppio sfondamento. Militare, per la carenza di personale ucraino in una linea del fuoco lunga mille e duecento chilometri. E diplomatico, grazie alla spinta ricevuta da Trump nel vertice di Anchorage e tradotta nel curioso piano di chiara origine russa veicolato da “negoziatori” Usa forse attratti dalle promesse di fare affari d’oro con il Cremlino. In effetti l’Ucraina ha vissuto mesi durissimi ma sembra aver superato il suo momento più critico che era legato alle controversie interne sulla corruzione oltre che all’andamento al fronte.

La Russia affronta dunque un 2026 più difficile del previsto. La crescita è entrata in stagnazione. Il petrolio, venduto a prezzi scontati, naviga verso l’Asia, l’economia è sempre più dipendente dalla Cina. Una guerra che doveva rinverdire l’ambizione imperiale rischia di lasciare un Paese stremato, addirittura umiliato nella sua reputazione militare, ridotto a junior partner di Pechino. Oggi Putin non ha la forza di vincere, né l’intenzione di fermarsi.

Oltre che in Russia, questi quattro anni hanno lasciato il segno anche in Europa. Un’Europa che è stata costretta a reagire dopo aver a lungo coltivato speranze e illusioni. Prima, all’inizio del secolo, la speranza di una conversione democratica della Russia. Wandel durch Handel, il cambiamento attraverso il commercio, era il motto dell’ottimismo tedesco. Poi, anche dopo l’annessione della Crimea, l’illusione di un appeasement che lasciasse intatti i rapporti diplomatici e soprattutto gli affari, specie in campo energetico: basti pensare che il progetto del gasdotto North Stream II era stato archiviato solo due giorni prima dell’invasione russa.

Questa volta invece la risposta c’è stata. Forte e capace di prevalere sulle divisioni interne anche quando, dalla fine del 2024, il sostegno economico e militare americano è stato azzerato: 190 miliardi di aiuti europei, una ventina di pacchetti successivi di sanzioni.

Con la conferma, tuttavia, che una risposta basata sulla sola forza economica può rivelarsi insufficiente. Le sanzioni sono indispensabili ma non fermano le guerre né abbattono le dittature. Un motivo di urgenza in più per un’autonomia strategica europea.

Ora il rischio che abbiamo davanti è di andare incontro a una guerra senza fine, una prova di durata senza vie d’uscita, un susseguirsi di negoziati utili soltanto perché hanno luogo.

Di fronte a questo rischio l’Europa deve attrezzarsi a sostenere a lungo, fin quando sarà necessario, la resistenza ucraina all’invasione. Dobbiamo farlo con particolare impegno qui in Italia. L’Ucraina non è così lontana, non è “dall’altra parte della luna”, e tutte le forze politiche e le classi dirigenti hanno il dovere di spiegare che il prezzo di una vittoria di Putin per il nostro futuro di italiani sarebbe enormemente più alto del costo degli aiuti all’Ucraina.

L’Europa deve spalleggiare Kiev nello sforzo di uscire dalla trappola “cessione (certa) di territori in cambio di garanzie (incerte) sul futuro”. Un negoziato serio può cominciare nel momento in cui, almeno provvisoriamente, tacciono le armi. Chissà che con il tempo Putin, se vengono meno le sue speranze su Trump, non finisca per rendersene conto.

Nell’immagine: Amsterdam: 22 febbraio: una manifestazione a sostegno di Kiev