Gli effetti anche internazionali del conflitto ucraino; Russia che non riesce a vincere, e l’Ucraina che spera ancora di pareggiare senza soccombere
Dal nostro corrispondente da Mosca
Domani si entra nel quinto anno di guerra. E saranno 1461 i giorni di conflitto in Ucraina. Giorni e notti che hanno segnato un’epoca e hanno cambiato definitivamente il mondo in cui viviamo. Per avere dei punti di riferimento, la Seconda Guerra Mondiale a Est durò 1418 giorni, il tempo per l’Armata Rossa di retrocedere di fronte alle truppe naziste fino alla periferia di Mosca ed avanzare poi fino appendere la bandiera rossa sul pennone del Reich distrutto.
Se osservata da questo punto di vista, l’invasione russa dell’Ucraina non è stata proprio quel “blitzkrieg” che Putin aveva baluginato, ma in gran parte guerra di posizione in cui la maggioranza dei caduti è stata di militari (anche se le perdite di civili non sono state insignificanti).
Se visto da entrambi i lati della barricata invece, il bicchiere resta mezzo vuoto. La Russia ha conquistato porzioni del Donbass (alcune strategiche come Marjupol) ma non è riuscita a porre sotto la propria giurisdizione tutte le quattro provincie annesse in fretta e furia nel settembre 2022, e nemmeno è riuscita a realizzare il “regime change” a Kiev (il rovesciamento di Zelensky) che rappresentava il vero trofeo politico della contesa. L’economia russa malgrado le sanzioni ha retto e addirittura per un certo periodo di tempo, grazie al volano dell’economia di guerra, è pure cresciuta. Però l’arrivo di Trump non ha mandato al tappeto Zelensky come profetizzava Putin.
Zelensky, da parte sua, ha resistito. Il Paese non è crollato e neppure il cambio della guardia alla Casa Bianca con un Presidente che non lo ama e lo considera una marionetta di Biden (figlio), è stato in grado di imporgli l’uscita di scena. Allo stesso tempo i proclami iniziali (liberare tutta la Crimea e il Donbass occupati manu militari) sono finiti per stessa ammissione di Zelensky nel libro dei sogni. Il futuro del Paese resta incerto, con una popolazione ridotta all’osso (più poco di 30 milioni di residenti nel Paese e quasi 10 milioni di migranti e con una parte significa della popolazione maschia dedita alla renitenza alla leva).
Da entrambi i lati del fronte le truppe sono esauste. Chissà se un giorno si potranno conoscere i dati di questo insensato massacro, ma sicuramente il conto tra morti, feriti e invalidi sarò nell’ordine dei milioni: un’intera generazione segnata indelebilmente da un’esperienza catastrofica.
Le trattative triangolari USA-Ucraina-Russia che si stanno svolgendo pigramente a Ginevra ci raccontano di questo, di una guerra che non ha più obbiettivi raggiungibili militarmente da parte di entrambi i contendenti ma non si sa come concludere senza che ciò possa essere chiamata “vittoria”.
Le trattative potrebbero conoscere una lunga fase di stallo e trascinarsi a lungo perfino in attesa delle elezioni di mid-term in America dove potrebbe definirsi – in caso di vittoria democratica – una nuova agenza americana per l’Europa.
In attesa di ciò o di altri eventuali mutamenti del quadro politico internazionale (come un attacco americano all’Iran), restano aperte nei due Paesi due pressanti questioni.
Se la stabilità politica russa interna è garantita oggi più che dagli equilibri tra Putin e gli oligarchi da quelli del Ministero della Difesa con il FSB (l’intelligence), lo stato dell’economia desta più di una preoccupazione.
Alla quarta ricorrenza della guerra, l’economia russa si trova nella situazione più difficile dal febbraio 2022. I proventi del petrolio e del gas sono diminuiti drasticamente, il deficit di bilancio ha raggiunto già a gennaio quasi la metà del piano annuale e l’aumento dei prezzi non può essere nascosto nemmeno con manovre statistiche. L’economia non cresce più grazie agli investimenti militari, ma sta rallentando, mantenendo una parvenza di stabilità solo a costo di crescenti squilibri.
A causa delle sanzioni, i proventi delle esportazioni di petrolio e gas sono diminuiti in modo significativo. Nel gennaio 2026 erano dimezzati rispetto a un anno prima e inferiori del 14% rispetto al dicembre 2025. Le altre entrate di bilancio sono state superiori del 4,6% rispetto all’anno precedente. Tale aumento non copre nemmeno l’inflazione ufficiale. Di conseguenza, le entrate totali sono risultate inferiori dell’11,6% rispetto al livello dell’anno scorso.
Nel frattempo, il Cremlino non ha la possibilità di ridurre le spese mentre è in corso la guerra. Ufficialmente, il bilancio per il 2026 prevede una leggera riduzione delle spese militari rispetto al 2025, ma gli economisti sono convinti che in realtà aumenteranno. Inoltre, a causa degli alti tassi di interesse, sono aumentate le spese per il servizio del debito pubblico (nel periodo 2021-2025 sono triplicate, superando i 3.000 miliardi di rubli). La combinazione di questi fattori ha determinato un deficit di bilancio a gennaio pari al 45% del volume previsto per l’anno, pari a 1.700 miliardi.
Se i problemi con le esportazioni di petrolio dovessero persistere, il bilancio annuale registrerebbe un ammanco di 3-4 trilioni di entrate. Le spese potrebbero superare il livello previsto di 1-2 trilioni. In tal caso, il deficit di bilancio a fine anno non sarà di 3,8 trilioni, come previsto dal governo lo scorso autunno, ma di non meno di 7-8 trilioni o addirittura 8-9 trilioni: il doppio del piano di bilancio.
Il drastico calo delle entrate petrolifere e del gas nel gennaio 2026 è stato causato principalmente dalla riduzione del 45% delle esportazioni di petrolio verso l’India e la Cina (a febbraio la Cina ha aumentato gli acquisti). Complessivamente, le esportazioni marittime di petrolio sono diminuite dell’11%. A causa delle sanzioni introdotte da Trump in autunno contro LUKOIL e Rosneft, metà della produzione mensile di questa materia prima è rimasta bloccata in mare. Sono diminuiti non solo i volumi di vendita, ma anche il prezzo: lo sconto sull’ “Urals” (il greggio russo) rispetto al “Brent” è stato di 29 dollari.
I crescenti problemi di bilancio aumenteranno la richiesta da parte delle imprese e dell’alta burocrazia di porre fine alla guerra, revocare le sanzioni, uscire dall’isolamento internazionale, ridurre le spese militari e fermare la nazionalizzazione dell’economia. Tuttavia, l’umore delle élite economiche non costringerà Putin a cambiare rotta politica.
Contrariamente alle aspettative, la guerra non ha portato la Russia a un immediato declino economico. Inizialmente ha aiutato l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, poi il bilancio ha destinato le entrate extra al finanziamento della guerra. La conseguente crescita degli stipendi, in cui i settori civili hanno cercato di stare al passo con quelli militari, ha sostenuto la crescita della domanda interna. L’isolamento finanziario ha impedito alle aziende russe di trasferire i profitti all’estero, determinando una crescita degli investimenti dell’8% nel periodo 2022-2024.
Questi fattori non funzionano più. Il bilancio non registra entrate extra e le sanzioni incidono sempre più pesantemente sulle esportazioni. Il modello militare-keynesiano, che prevede il trasferimento di fondi dall’intera economia al settore militare e all’industria bellica, può ancora garantire la crescita dei “segmenti prioritari”, ma a scapito del declino degli altri settori. La crescita dell’industria dal 4,3-5,6% nel 2023-2024 è crollata allo 0,8% (la produzione militare è ancora in attivo, ma la maggior parte delle altre è in calo).
Alla fine del 2025, la crescita di 21 dei 28 settori economici principali era in declino.
La crescita complessiva della produzione industriale (dell’1,3%) è stata garantita dall’industria bellica. Attualmente, secondo un sondaggio della Banca Centrale, l’attività economica non sta crescendo. La percentuale di imprese che riducono la produzione supera quella di quelle che la aumentano già da un anno e mezzo, ovvero da settembre 2024.
Uno degli indicatori della difficile situazione economica è rappresentato dai dati sulle perdite finanziarie delle imprese. Secondo i dati di “Rosstat”, nel periodo gennaio-novembre quasi il 29% delle imprese era in perdita. La percentuale più alta di tali aziende si registra nel settore carbonifero e dei trasporti. L’utile complessivo di tutte le aziende è diminuito di quasi il 10%. L’utile nell’estrazione di petrolio e gas è diminuito del 55%, mentre continuano ad aumentare le perdite nel settore carbonifero.
I profitti sono in calo anche nel settore del mercato consumer: nel commercio al dettaglio del 23%, nell’industria del mobile di oltre il 10%.
Il calo dell’attività economica costringe le aziende a risparmiare sui dipendenti. Si interrompono gli aumenti salariali, si mandano i dipendenti in ferie forzate, si riduce la settimana lavorativa. Il numero di persone trasferite a tempo parziale ha raggiunto i 5,5 milioni, ovvero oltre il 7% della forza lavoro complessiva.
Il Ministero dello Sviluppo Economico invita a non aspettarsi una ripresa della crescita economica prima del 2027 (dopo una crescita del 4-5% nel 2023-2024, il PIL nel 2025 è cresciuto dell’1%).
L’inflazione percepita dalla popolazione supera di gran lunga il livello ufficiale. Nel 2025 era pari al 15-17%, mentre attualmente è del 14,5%. Tenendo conto dei marketplace e dei negozi online, secondo i calcoli della società Nielsen, l’inflazione raggiunge l’11%. Queste cifre mettono in dubbio le stime di Rosstat, secondo cui nel 2025 i redditi reali (al netto dell’inflazione) sono aumentati del 7,4% e nel periodo 2023-2025 del 22,7%.
Il fenomeno dei mancati pagamenti dei salari si sta allargando a macchia d’olio.
L’ex deputato ed ex sindacalista Oleg Shein (che si trova nella “lista degli agenti stranieri”) ci conferma che in Russia gli scioperi ci sono ancora anche se in realtà sono vietati dallo Stato.
“Sono diventati una forma di protesta – conferma Shein – per difendersi quando non si pagano gli stipendi, e stanno aumentando. Questo tipo di rivendicazioni erano la causa principale degli scioperi di trent’anni fa, ma adesso i lavoratori reagiscono molto più velocemente. Dall’altra parte, a differenza degli anni ‘90, ora gli scioperi non portano alla creazione di sindacati liberi o altre forme di organizzazione stabili. Il motivo è la maggiore mobilità della forza lavoro, la perdita di credibilità del sindacato ufficiale putiniano e lo scarso utilizzo delle opportunità emergenti da parte dei nuovi sindacati a causa della mancanza di risorse”.
Si tratta di fermate del lavoro che avvengono prima di tutto in Siberia, dalla quale – in un Paese sotto censura bellica – è difficile ottenere notizia. Sono spesso scioperi dei grandi stabilimenti del complesso militar-industriale dove però le proteste vengono messe a tacere rapidamente.
Comunque, conclude Shein, “la questione non è più se siano possibili scioperi e proteste dei lavoratori in Russia. Ci sono già. La questione è cosa serve per unire questi conflitti locali in un movimento comune di solidarietà”.
Dall’altra parte della barricata la situazione non è migliore. Dal 2022 a oggi, l’economia ucraina è passata da un crollo drastico dovuto all’invasione russa a una fase di resilienza adattiva, sostenuta massicciamente dagli aiuti internazionali e da una ristrutturazione orientata alla difesa. Dopo il crollo del PIL nel 2022 (-28,8) gli anni successivi sono stati segnati da rimbalzi più o meno tecnici (+5,3% nel 2023) e nel 2024.
Inflazione: ha toccato il picco del 26,6% a fine 2022. Debito e Finanze Pubbliche: il deficit di bilancio è enorme (circa il 20-24% del PIL), coperto per oltre il 60% da aiuti esteri. Il debito pubblico ha raggiunto il 94% del PIL nel 2024, se non ci fossero stati gli aiuti internazionali l’economia ucraina sarebbe da tempo fallita. Secondo la Banca Mondiale, per ricostruire il paese serviranno almeno 486 – 524 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni e Zelensky ha alzato l’asticella parlando di 800-900 miliardi. Difficile da capire oggi chi potrebbe sobbarcarsi un simile “Piano Marshall”.
In questo quadro, appena si aprirà una finestra per l’effettuazione delle elezioni presidenziali e legislative, il quadro diventerà incandescente. Si tratterà in primo luogo della questione della emersione di alternative politiche a Zelenesky. Da una parte la Russia sta sicuramente preparando nelle zone orientali forze politiche e leaders che possono entrare nella contesa, dall’altra l’eventualità di una candidatura dell’ambasciatore dell’Ucraina nel Regno Unito, ex comandante in capo delle Forze armate ucraine Valery Zaluzhny, che non sembra, da quando è stato spedito in esilio in Gran Bretagna, di aver tirato i remi in barca. Recentemente ha rilasciato un’intervista all’ “Associated Press”, nella quale ha discusso delle divergenze con il presidente. Zaluzhny sostiene che le prime controversie sono sorte quasi immediatamente dopo l’inizio della guerra.
Secondo l’ex comandante in capo, il punto critico è stato raggiunto nell’autunno del 2022, quando decine di agenti dei servizi di sicurezza ucraini hanno fatto irruzione nel suo ufficio. Decine di agenti dein servizi segreti SBU si sono presentati nel suo ufficio a Kiev, proprio mentre erano presenti alcuni ufficiali britannici. Gli agenti dell’SBU non hanno spiegato cosa stessero cercando, ma Zaluzhny sostiene di non aver permesso loro di controllare documenti e computer. Secondo l’ex comandante in capo, la perquisizione era un atto intimidatorio.
Nell’intervista, Zaluzhny ha anche affermato che il piano di contrattacco da lui elaborato insieme ai partner della NATO, che avrebbe dovuto svolgersi nell’estate del 2023, è fallito perché Zelensky e altri funzionari non hanno stanziato le risorse necessarie.
Secondo l’ex comandante in capo, il piano iniziale prevedeva di concentrare forze sufficienti “in un unico pugno” per liberare la regione di Zaporizhzhia e poi raggiungere il Mar d’Azov. Ciò avrebbe permesso di tagliare la via di rifornimento della Crimea annessa dalla Russia. Secondo Zaluzhny, ciò avrebbe richiesto un massiccio e concentrato aumento delle forze e un’azione tattica a sorpresa. Invece, secondo Zaluzhny, le forze sono state disperse su un vasto territorio, indebolendo così la loro potenza offensiva.
Si tratta di affermazioni tutte da verificare, ma ovviamente indicano un contenzioso che potrebbe diventare direttamente politico nel momento in cui cessassero gli spari nel Donbass.
Nessuno sa quanto durerà ancora questa guerra, mentre per le truppe al fronte si prepara un disgelo primaverile, che vuole dire combattimenti più intensi e violenti. Del resto, pure il dopoguerra promette di essere anch’esso assai complicato.
Nell’immagine: Putin non se lo aspettava. Nel video girato il 25 febbraio al centro di Kiev il presidente ucraino e i suoi collaboratori mostrano al mondo che non sono scappati. «Siamo a Kiev e difendiamo l’indipendenza dell’Ucraina»