Una sentenza storica, ma per il presidente «gli Usa sono io»

SENTENZA STORICA La sentenza della Corte suprema statunitense è enorme nel merito e ancora di più nella nel peso simbolico in quanto rara sentenza avversa emanata da un tribunale costituzionale infarcito di integralisti della destra Maga 

Di Luca Celada, il manifesto

La sentenza della Corte suprema statunitense è enorme nel merito e ancora di più nella nel peso simbolico in quanto rara sentenza avversa emanata da un tribunale costituzionale infarcito di integralisti della destra Maga. Per di più su un argomento di cui Donald Trump ha sin dall’inizio del suo secondo mandato imperniato una componente centrale della sua supremazia performativa sul mondo, dichiarando i dazi come strumento di una rivalsa americana su di un immaginato complotto di tutti gli altri paesi.

Nell’inventata rappresentazione conflittuale, i pedaggi commerciali erano dunque giusta e punitiva rivalsa e «tariff», nientemeno, la «più bella parola nella lingua inglese».
Il suo commento a caldo ieri è stata un’altra perla: «La sentenza della corte costituzionale è anticostituzionale».

Nello specifico la sentenza emessa ieri dopo lunga attesa respinge la facoltà del presidente di classificare il disavanzo commerciale come «minaccia alla sicurezza nazionale» e su quella base invocare lo speciale potere di imporre per decreto regole commerciali che competono al Congresso. In questo caso, i dazi benché il presidente li abbia sempre descritti come sanzioni sui paesi produttori, sono pagati da importatori e dai cittadini sotto forma di prezzi maggiorati, costituendo di fatto, una forma di tassazione, bisognosa, a maggior ragione, di un’approvazione legislativa.

IL NOCCIOLO della questione, quello in fondo di tutta la sua presidenza, sono i limiti del potere esecutivo che Trump e gli strateghi del suo golpe “soft”, hanno allargato a dismisura e che la Corte suprema ha finora in gran parte avvallato (ad esempio in materia di immigrazione e diritti civili) sotto la teoria giuridica battezzata unitary executive.
La sentenza di ieri per 6-3 ha invece spaccato il fronte “originalista”, la dottrina che reinterpreta la Costituzione riconducendola al presunto intento originale dei fondatori, di concedere all’esecutivo poteri vastamente superiori a quelli della legislatura e della magistratura in virtù del «mandato plebiscitario» ottenuto con l’elezione (lo scarto di Trump nel 2024 è ammontato all’ 1,5%).

È QUESTO il teorema smontato, o almeno ridimensionato dalla Corte compresi i togati alleati Roberts, Coney-Barrett e Gorsuch, che in un’opinione concorrente ha scritto: «Il nostro sistema di separazione dei poteri, di pesi e contrappesi, rischia di lasciare il posto ad un progressivo e permanente accumulo di potere nelle mani di un solo uomo. Non è una ricetta per una repubblica». Scoperta apparentemente tardiva per Gorsuch e i colleghi che, poco più di un anno fa, al presidente avevano certificato l’immunità plenaria e preventiva per ogni atto d’ufficio.

L’AMMINISTRAZIONE non se l’era fatto ripetere due volte, abbinando la massima di Steve Bannon («flood the zone with shit») al motto dei magnati di Silicon Valley («muoviti veloce e fai danni») per travolgere le sponde costituzionali con chiusure di ministeri, licenziamenti, deportazioni, censure, ricatti, repressione culminata a Minneapolis con le esecuzioni di Renee Good e Alex Pretti.

Nel caso dei dazi sono stati imposti in maniera arbitraria non prettamente come strumento di politica economica e commerciale, ma soprattutto vettore del dominio americano, superpotenza di cui tutti hanno bisogno, nella formulazione di Trump, e che non ha bisogno di nessuno.

In alcuni casi le motivazioni sono state astruse e avulse all’economia come le gabelle maggiorate a Canada, Messico e Cina per non aver fermato il flusso di fentanyl verso gli Stati uniti. Altri hanno raggiunto arbitrarietà grottesca. Solo una settimana fa Trump aveva spiegato di aver maggiorato i dazi sulle importazioni svizzere dopo una telefonata con la presidente Karin Keller-Sutter perché «non mi è piaciuto il tono che aveva».

IN UNA CONFERENZA stampa consuetamente sconclusionata Trump ha dichiarato che in risposta avrebbe alzato i dazi di un ulteriore 10 % «con altri metodi». Il presidente si è scagliato contro i giudici traditori e ha sostenuto che la sentenza avrebbe in realtà rafforzato la sua mano aprendo la strada a procedure più giuridicamente salde.
Precedentemente il rappresentante commerciale degli Stati uniti Jamieson Greer aveva dichiarato a Politico: «Abbiamo riflettuto su questo piano per cinque anni o più. Potete stare certi che quando ci siamo presentati al presidente all’inizio del mandato, avevamo molte opzioni diverse».

Si profila quindi la continuazione dello scontro costituzionale fra la presidenza imperiale di Trump e gli altri rami del governo, con linee di demarcazione ora un po’ più nitide.

I PROSSIMI tentativi di abusare del potere esecutivo, oltre ai tentativi di reimporre i dazi con diverse motivazioni, e a una possibile nuova guerra mediorientale intrapresa senza autorizzazione del Congresso, riguarderanno la legge che il Senato discuterà la prossima settimana che stravolgerebbe l’assetto elettorale trasferendo il potere dagli stati all’amministrazione federale imponendo, a pochi mesi dai mid term, regole atte ad esautorare potenzialmente milioni di elettori democratici con la falsa motivazione di «dilaganti brogli».

Nell’immagine: il segretario del commercio Howard Lutnick e la tabella dei dazi


Raoul Ghisletta – No all’odio razzista della “remigrazione”

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Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Ma i frontalieri non erano un problema?

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Dopo anni nei quali la maggioranza del Gran Consiglio non ha mancato occasione per dire e ridire che i lavoratori frontalieri sono un problema, si badi bene, i lavoratori, non chi dalla Svizzera li assume con salari indegni approfittando di un diritto del lavoro insufficiente, ora questa stessa maggioranza si eleva con una mozione per dire che una tassa imposta dalla Repubblica italiana a queste persone, che ha come effetto di disincentivare il lavoro transfrontaliero, sarebbe da abolire.

Ma come, l’Italia sovranista vuole in qualche modo tenere a casa propria i suoi lavoratori e chi in Ticino li ha sempre demonizzati ora protesta?

La tassa italiana qui contestata è quasi certamente problematica dal profilo della doppia imposizione, fanno bene le organizzazioni dei lavoratori a contestarla a nome dei loro aderenti e fa bene il Consiglio di Stato a tematizzarne la problematicità, ma che siano quelli che hanno sempre auspicato interventi politici anche al limite della legge per limitare i frontalieri a metterla in discussione mi lascia non poco di stucco. Perché delle due l’una: o molti dei sottoscrittori di questa richiesta, in particolare UDC e Lega, non vedendo l’ora di mostrare i muscoli contro l’Italia, non si rendono conto del fatto che così facendo stanno “tradendo” un loro pilastro politico, oppure finalmente queste stesse forze stanno realizzando che il lavoro frontaliere è importante per il nostro Cantone. Lascio ai lettori trarre le conclusioni su quale delle due opzioni sia quella più probabile.

La posizione è ancor più sorprendente se si considera che questa tassa andrebbe a colpire solo i “vecchi” frontalieri, quelli ancora avvantaggiati fiscalmente dall’accordo tra Svizzera e Italia del 1974, non quelli “nuovi”, che prima di accettare salari troppo bassi in Ticino devono fare i conti con le nuove regole tributarie, che giustamente hanno abrogato questi vantaggi.

Mentre va in scena questa strana querelle, giusta nel merito ma condotta da soggetti che a rigor di logica dovrebbero avere altre posizioni, rimane per ora senza risposta sufficiente il vero tema che investe il trattamento dei lavoratori frontalieri, quello del livello dei loro salari e quindi della possibilità per chi vive in Ticino di accettarli: non è la prima volta che la politica si concentra su temi secondari, anche questa vicenda non fa purtroppo eccezione.

Nell’immagine: cari frontalieri scusateci, quando gridavamo “prima i nostri” intendevamo “i nostri soldi”!


Andrea, la caduta di un principe. La monarchia britannica alla prova più difficile

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Da Londra

L’accusa è di cattiva condotta in pubblico ufficio. Un terremoto istituzionale che non ha precedenti nella storia moderna della monarchia britannica.

Il 66enne membro della famiglia reale britannica è stato interrogato per ore dalla polizia della Thames Valley in merito al sospetto che, quando ricopriva l’incarico di rappresentante speciale per il commercio e gli investimenti, abbia condiviso documenti governativi riservati con il defunto finanziere pedofilo statunitense Jeffrey Epstein. Gli investigatori hanno confermato il rilascio “sotto inchiesta”: l’arresto indica un ragionevole sospetto, non una colpevolezza.

Eppure il significato simbolico dell’atto è enorme. È il primo membro di alto rango della famiglia reale a finire in custodia nella storia contemporanea. Per trovare un precedente di tale portata bisogna risalire al processo contro Carlo I nel 1649. Nemmeno la crisi dell’abdicazione di Edoardo VIII nel 1936 aveva toccato il terreno penale.

L’indagine attuale non riguarda le passate accuse di violenza sessuale. Nel 2022 Andrea aveva cercato di archiviare, con un accordo extragiudiziale (diversi milioni di dollari), la causa civile negli Stati Uniti intentata da Virginia Giuffre (poi morta suicida), senza ammettere responsabilità. E i sospetti, così come le rivelazioni, rimangono e continuano, sebbene lui abbia sempre negato qualsiasi atto illecito.

Ma le ragioni dell’arresto sono altrettanto esplosive: l’ipotesi che informazioni riservate, acquisite nell’esercizio di un incarico pubblico, siano state trasmesse a un soggetto poi condannato per reati sessuali potrebbero ammontare ad un reato di alto tradimento. Se formalizzate, le accuse potrebbero comportare conseguenze penali severissime: la cattiva condotta in pubblico ufficio è un grave reato perseguibile davanti ad un tribunale della corona e punibile perfino con l’ergastolo.

Le prove citate nelle inchieste collegate ai file di Jeffrey Epstein vengono descritte come “schiaccianti” da diversi fonti. Saranno le prossime settimane a chiarire quali capi d’imputazione verranno eventualmente contestati e se emergeranno ulteriori rivelazioni.

Intanto però le conseguenze per la monarchia e per l’eredità di Re Carlo III rischiano di essere devastanti. È chiaro che l’istituzione è più importante del sangue e di fronte a potenziali crimini di Andrea, ottavo nella linea di successione al trono, il sovrano britannico ha ribadito che “la legge deve fare il suo corso”, promettendo “pieno e sincero sostegno e cooperazione” alle autorità.

La presa di distanza era iniziata mesi fa, ad ottobre 2025, quando Andrea fu privato degli ultimi titoli e onorificenze, dopo essersi già ritirato dalla vita pubblica nel 2019. Un percorso di progressiva separazione che oggi appare come il tentativo di proteggere l’istituzione da un coinvolgimento diretto. Ma basterà?

L’arresto è arrivato dopo mesi di crescente pressione mediatica, alimentata dalla pubblicazione di nuovi documenti statunitensi legati al caso Epstein. Negli ultimi giorni la polizia ha invitato eventuali testimoni e persone informate sui fatti a farsi avanti, segnale di un’inchiesta che potrebbe allargarsi.

La famiglia reale sa di non avere il controllo della situazione. Sa anche che revocare ad Andrea il titolo di Principe non equivale in alcun modo ad una vera assunzione di responsabilità o a un atto di giustizia. Tuttavia, vuole essere percepita come un’istituzione più trasparente, più vicina alle vittime e fermamente schierata dalla parte della legge e della legalità.

Ma cosa sapeva la famiglia reali dei legami di Andrea con Jeffrey Epstein noti da anni? Le domande su chi sapeva cosa, su chi ha protetto chi, si fanno sempre più forti ed insistenti. Ed anche il ruolo della regina Elisabetta II, seppur argomento tabu, rischia di finire sotto ai riflettori. Andrea era il figlio più amato dalla regina.

Siamo in territorio inesplorato. La monarchia britannica, fondata su tradizione e continuità, si trova davanti a una prova di credibilità unica: dimostrare che nessuno è al di sopra della legge, è ciò che l’opinione pubblica chiede con forza. Le azioni sono e saranno più forti di qualsiasi dichiarazione di Palazzo, non solo quelle di oggi, ma anche quelle degli ultimi decenni, che email e documenti relativi a Jeffrey Epstein, rischiano di scoperchiare.

Per ora Andrea resta un uomo formalmente innocente fino a prova contraria, ma il suo arresto segna già uno spartiacque per la corona: se entrerà nei libri di storia come l’inizio di una resa dei conti giudiziaria e la fine della monarchia come la conosciamo, o come il momento in cui la monarchia sceglie la trasparenza per sopravvivere, è presto per dirlo.

Nell’immagine: Andrea e Carlo


Epstein files: dalla Norvegia agli Emirati, una rete globale

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Di Marina Catucci, il manifesto

Gli Epstein files continuano a rivelare l’esistenza di un circolo formato da un’élite corrotta sempre più internazionale. L’ultima serie di fascicoli pubblicati dal dipartimento di Giustizia contiene anni di corrispondenza e prove che collegano Jeffrey Epstein ad alcune delle persone più ricche e potenti del mondo. Milioni di documenti che hanno provocato dimissioni e inchieste penali, più all’estero che in America, dove solo in pochi hanno seguito l’esempio di Kathy Ruemmler, funzionaria della Casa bianca di Obama, e si sono dimessi dai loro incarichi dopo le rivelazioni sui loro legami con Epstein. O quello di Peter Attia, che ha lasciato il posto di direttore scientifico di un marchio di integratori proteici dopo che i suoi scambi di mail sono diventati pubblici.

Negli Emirati arabi, Bin Sulayem si è dimesso dal ruolo di presidente della Dp World, una delle più grandi aziende di logistica al mondo. In un’email Epstein lo aveva definito «uno dei miei amici più fidati nel vero senso della parola».

A causa dei legami con Epstein, Thorbjørn Jagland, ex segretario generale del Consiglio d’Europa ed ex primo ministro norvegese, è stato accusato di «corruzione aggravata», dopo che il Consiglio d’Europa gli ha revocato l’immunità su richiesta della polizia norvegese che conduceva le indagini.
Sempre in Norvegia, Mona Juul si è dimessa dall’incarico di ambasciatrice del Paese in Giordania e Iraq. Con suo marito, l’ex diplomatico Terje Rød-Larsen, è indagata per corruzione dalla polizia norvegese, dopo che alcuni media hanno riportato che Epstein, nel testamento, ha lasciato alla coppia qualche milione di dollari.

In Slovacchia, Miroslav Lajcák, ex presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, si è dimesso dal suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale.

L’ex ambasciatore britannico negli Usa Peter Mandelson si è dimesso dal Partito Laburista e dalla Camera dei Lord, dopo che il Financial Times ha pubblicato una tranche dei files che sembra dimostrare abbia ricevuto da Epstein circa 75.000 dollari, quando era membro laburista del parlamento. I documenti includono una fotografia di un uomo che sembra essere Mandelson in maglietta e biancheria intima, accanto a una donna non identificata. Mandelson sostiene di non ricordare i soldi ricevuti da Epstein, ma in una dichiarazione pubblica ha scritto: «Voglio cogliere l’occasione per rinnovare le mie scuse alle donne e alle ragazze le cui voci avrebbero dovuto essere ascoltate molto tempo fa».


Andrea e il crollo di un sistema

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Di Gabriele Romagnoli, La Repubblica

L’arresto dell’ex principe Andrea in Inghilterra è, come quello del “mariuolo” Chiesa al Pio Albergo Trivulzio, il mattoncino spostato che produrrà il crollo di un sistema? Oppure rappresenta l’offerta al pubblico ludibrio di un regale capro espiatorio, appariscente quanto ininfluente? Di certo la collezione Epstein, la più completa raccolta di campioni dell’elite, perde uno dei suoi connotati più rilevanti e detestati: l’impunità. Fin qui c’erano state soltanto dimissioni o sollevamenti da incarichi: 7 nella politica (ma un solo caso negli Stati Uniti), 6 nelle università, 5 nella finanza, 2 nel settore legale. Reputazioni macchiate, discese nel ridicolo, uscite di scena frettolose, ma mai che, come ieri, arrivassero sei auto della polizia all’alba come quando si preleva, appunto un criminale. Accusato di abuso. Attenzione: non sessuale, ma di ufficio. Come la vita, anche la giustizia è lunga e fa molti giri. Colpisce dove può. Poi si ferma o prosegue?

Molto dipenderà dalla percezione della possibile reazione popolare. L’archivio Epstein, secondo il New York Times che ha dedicato 24 giornalisti a spulciarlo è, per quanto fin qui pubblicato, foglio su foglio, alto quanto l’Empire State Building. Nel corridoio di un piano intermedio è abbandonata sul pavimento la stampa di una e-mail inviata a Epstein nel 2014 da James Staley, all’epoca amministratore della banca d’affari Barclays. Testo: “Tranquillo. Qualunque cosa esca non si solleveranno nelle piazze contro la casta suprema, mica siamo il Brasile”. Nei vent’anni tra l’inizio dei festini e la sospetta morte in carcere del loro organizzatore la gente, se così vogliamo definirla, il popolo, la clonazione seriale dell’uomo medio che fatica, consuma, crepa ha perduto il lavoro nella crisi dell’industria manifatturiera, la casa in quella dei mutui, i risparmi negli sprofondi della Borsa che hanno azzerato, anche, i fondi pensione. Intanto, scopre ora, mentre chiudevano una fabbrica, li facevano uscire da un ufficio scortati con uno scatolone, mandavano a eseguire lo sfratto ipotecario, il filosofo Noam Chomsky riceveva da Epstein una nuvola di maglioni in cachemire taglia XXL, Woody Allen 31 mutande e 31 magliette in cotone finissimo del valore di 9858 dollari, un sultano degli Emirati Arabi i complimenti per un “video di torture”, un ex presidente l’invito per un volo privato, verso un’isola privata per una festa privata dove, avrebbe potuto sperimentare la liberazione mentale, “come lo scoppio di uno starnuto”, attraverso il sesso. L’elenco dei destinatari è orizzontale e verticale, bianco e nero, ma soprattutto destro e sinistro: ci sono Bill Clinton e il suo accusatore Kenneth Starr, Sarah Ferguson e Naomi Campbell, la consigliera di Obama Kathryn Ruemmler e lo stratega di Trump, Steve Bannon. Ci sono i titani dell’economia, il guru della new age, l’organizzatore delle Olimpiadi 2028 e la curatrice della trasmissione “Poesia in America”. Ha ragione Ro Khanna, politico californiano, a domandarsi: “Come abbiamo potuto creare una elite così immatura, spericolata e arrogante?”. Il punto è che per la gente-il popolo-gli spossessati già il termine “elite” allude a un magma indistinto di privilegio e ruberia, all’ineludibile “magna magna” evocato da Paola Cortellesi nel Gatto in tangenziale. E che l’archivio Epstein, per come viene distillato, sembra la prova provata di questa teoria, fondamento del livore collettivo che non salva niente e nessuno, che va dalla Scandinavia all’Asia, in modo trasversale. Non bastasse quel che c’è nella documentazione, lo ingigantisce l’allusione che apre la strada alla complottistica, alla fantasia più sfrenata: i sabba democratici nei sotterranei di una pizzeria e le orge sulle astronavi battenti bandiera Space X. Se accusi tutti, non condanni nessuno. Se non ti attieni ai fatti, non hai elementi. È solo l’eco della litania del magna-magna, fotti-fotti, ruba-ruba che arriva dai secoli e nei secoli procede. È il qualunquismo contro chiunque, tanto sono tutti uguali. Alla fine, del castello di carte non resta niente.

Alto come l’Empire State Building, si diceva. Nella “corsa al cielo” combattuta con il Chrysler fu usato ogni mezzo. L’altro grattacielo si fregiò per 11 mesi del titolo di edificio più alto estraendo dalla sommità una guglia segreta a cui l’Empire rispose con piani non previsti nel progetto iniziale e poi, annullando ogni possibile rimonta, con un’antenna che svettava fra le nubi. Risalendo l’archivio Epstein di piano in piano, di corridoio in corridoio, perdendosi nei meandri, attirati da una curiosità, si rischia di dimenticare che lo sguardo deve mirare al punto più alto, che non può essere l’ex principe, ma il re, l’aspirante monarca degli Stati Uniti e del pianeta. Ci hanno mostrato tutto su Donald Trump? Che cosa aveva su di lui Epstein, a parte le possibili scorribande sessuali che non hanno mai abbattuto un presidente? “Io posso farlo cadere quando voglio”, si vantava da vivo. Suggeriva di non fargli le solite facili domande, ma di chiedergli dei suoi affari e dei suoi debiti. Quali? Con chi? Ripianati come? Poi ci sono anche i maglioni di Chomsky, certo, ma bisogna verificare l’antenna, per vedere se regge l’Empire.


Per Lancet gli uccisi a Gaza sono il 50% in più. E si continua a morire

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Di Eliana Riva, il manifesto

Più di un anno fa, a Gaza, le vittime degli attacchi e dell’assedio israeliano superavano già le 70mila. E per la maggior parte erano donne, anziani e bambini. Un nuovo studio della rivista scientifica The Lancet Global Health rivela che le stime del ministero della salute di Gaza sono estremamente inferiori rispetto a quelle emerse dall’indagine. Le accuse mosse dal governo israeliano e ripetute dai suoi proxy internazionali risultano del tutto infondate: le autorità della Striscia non hanno alterato i dati sulle vittime e, se discrepanze esistono, derivano al contrario da numeri calcolati per difetto.

IL SONDAGGIO è stato condotto tra il 30 dicembre 2024 e il 5 gennaio 2025, periodo durante il quale sono state intervistate 2mila famiglie di Gaza. Per garantire la rappresentatività dell’intera Striscia, comprese le aree inaccessibili come il nord, si è fatto in modo che il campione includesse persone sfollate originarie di quei territori.

Lo studio, intitolato Gaza Mortality Survey, stima un totale di 75.200 morti violente tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025: il 3,4% della popolazione pre-conflitto della Striscia è stato ucciso nei primi quindici mesi di attacchi. Il ministero della salute di Gaza, che ha raccolto i dati tra enormi sfide e ostacoli, aveva comunicato per lo stesso periodo 49mila vittime e conta che attualmente i morti totali siano circa 72mila. Il numero riportato dalla rivista scientifica è superiore del 50%.

Se si applica questo fattore di sottostima ai circa 23mila decessi dell’ultimo anno, la cifra complessiva delle morti violente supererebbe quota 100mila, a cui andrebbero aggiunte le morti per cause indirette e i dispersi.

La composizione demografica dei decessi riportata da The Lancet Global Health coincide quasi perfettamente con quella diffusa dal ministero: donne, bambini (sotto i 18 anni) e anziani rappresentano il 56,2% delle vittime totali. I minori di 18 anni uccisi nei primi 15 mesi di guerra sono stati 22.800. Sono state ammazzate 16.600 donne tra i 18 e i 64 anni e 2.870 persone, uomini e donne, sopra i 64 anni.

Lo studio rivede al ribasso le stime riguardanti le morti non violente pubblicate da proiezioni precedenti, precisando tuttavia che il dato non indica condizioni di vita migliori, bensì una violenza bellica che ha superato gli effetti letali della crisi umanitaria. Da ottobre 2023 a gennaio 2025, 8.540 persone sono morte a causa di conseguenze legate al conflitto.

IN QUEL MOMENTO i dispersi erano 12.200, persone di cui non si conosce la sorte e che le famiglie non vedevano né sentivano da mesi. Il periodo di riferimento non copre i mesi più drammatici della crisi umanitaria: la carestia a Gaza City è stata proclamata nell’agosto 2025.

Intanto, nonostante a Washington il presidente degli Stati uniti Trump abbia dichiarato, dal trono del suo Board of Peace» che la guerra a Gaza è finita, altri due palestinesi sono stati uccisi e quattro feriti nelle ultime 24 ore. Quelle che il tycoon ha descritto come «piccole fiammate» sono 611 vite: persone uccise da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, quattro mesi fa.

Proprio gli Usa avrebbero dovuto garantire la fine degli attacchi, ma neppure una parola è stata spesa dalla Casa bianca per le centinaia di violazioni israeliane, per gli omicidi di bambini nei pressi della linea gialla, per i bombardamenti sulle tende dei profughi. Anche il flusso degli aiuti continua a essere controllato e ostacolato da Tel Aviv, che blocca centinaia di camion nonostante gli appelli dell’Onu e delle organizzazioni internazionali.

L’Alto commissario per i diritti umani denuncia i tentativi di pulizia etnica a Gaza ma anche in Cisgiordania, dove mercoledì sera un colono ha ucciso un giovane palestinese di 19 anni, Nasrallah Abu Siyam, del villaggio di Mukhmas.

ISRAELE HA RIPORTATO ieri nella Striscia alcuni palestinesi sequestrati e trattenuti per mesi nei centri di detenzione senza accuse né prove. Le prigioni israeliane, soprattutto quelle create per segregare i palestinesi di Gaza, sono luoghi di maltrattamenti e torture. Il rapporto pubblicato ieri dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha raccolto le testimonianze di 59 reporter rilasciati dalle carceri in cui Israele li aveva rinchiusi. In 58 hanno denunciato torture e violenze e in media hanno perso 23,5 chili ciascuno. Hanno testimoniato abusi e violenze sessuali; uno di loro ha raccontato che i soldati gli hanno legato i testicoli con delle fascette, colpendoli ripetutamente.

Musica assordante e scosse elettriche sono sistematicamente utilizzate per la privazione del sonno; le fratture non vengono curate, le ferite sono ricucite senza anestesia. Il Cpj ha concluso che si tratta di azioni ricorrenti, volte a intimidire e mettere a tacere chi documenta il conflitto. Dei 58 arrestati, 48 non sono mai stati accusati di alcun reato e rilasciati dopo mesi di fame e violenze. Altri 10 sono stati incriminati, a causa della propria attività giornalistica, per incitamento, attività antistatale o promozione del terrorismo.


Ma cos’è questo dumping? La replica di Ritzer a Sergi

SENTENZA STORICA La sentenza della Corte suprema statunitense è enorme nel merito e ancora di più nella nel peso simbolico in quanto rara sentenza avversa emanata da un tribunale costituzionale infarcito di integralisti della destra Maga 

Resto piuttosto perplesso di fronte all’intervento di Giuseppe Sergi ‘Ma cos’è questo dumping?’ in cui cita un frammento di un mio recente editoriale (‘Dumping: gli specchietti per le allodole vanno frantumati alla radice’) che, decontestualizzato, acquisisce un significato che non rispecchia il pensiero espresso. Nel legittimo tentativo di argomentare a favore dell’iniziativa popolare anti-dumping promossa dal suo partito, il granconsigliere dell’Mps sembra cadere in un errore poco frequente in una persona del suo spessore: confonde le cause di un fenomeno con la forma in cui questo si manifesta.

Sergi estrapola una frase dal mio articolo che non costituisce né una critica alla diagnosi di fondo – sul dumping dilagante e i suoi effetti nefasti sul tessuto socioeconomico cantonale, che condivido – ; né tanto meno una negazione dell’esistenza del dumping stesso. Quando mi riferisco al “licenziamento sostitutivo di personale residente” osservo che tale prassi, pur costituendo una forma di dumping, “non costituisce una disdetta abusiva ai sensi del Codice delle obbligazioni, né infrange alcuna norma se avviene all’interno della forchetta consentita dagli attuali parametri del salario minimo o dei contratti collettivi o normali di lavoro”.

Qui non siamo nel terreno delle opinioni, ma dei fatti. L’articolo 360 Co prevede che “qualora in un ramo o in una professione vengano ripetutamente e abusivamente offerti salari inferiori a quelli usuali per il luogo, la professione o il ramo e non sussista un contratto collettivo di lavoro con disposizioni sui salari minimi al quale possa essere conferita obbligatorietà generale, su richiesta della Commissione tripartita di cui all’articolo 360b l’autorità competente può stabilire un contratto normale di lavoro di durata limitata che preveda salari minimi differenziati secondo le regioni e all’occorrenza il luogo allo scopo di combattere o impedire abusi”.

Una formulazione che non prevede alcuna pena per i datori di lavoro o indennizzo per i lavoratori licenziati e che pertanto conferma quanto asserito precedentemente: ci si ritrova a combattere un dumping molto subdolo, praticamente “legale”. Parliamo addirittura – e lo ribadisco nello stesso commento pubblicato su laRegione che Sergi cita – di una forma di sfruttamento erta dal Dfe a principale “vantaggio competitivo” dell’economia cantonale. Ecco perché, pur condividendo la diagnosi di partenza dell’Mps, non riesco a ritenere idonei i mezzi proposti per rimediare a questa deriva.

Ma sono d’accordo con Sergi su una cosa, anche questa messa nero su bianco nell’articolo in questione: non fare nulla non è un’opzione. Ci sarebbero alcune misure più o meno immediate da attuare, senza nemmeno dover intensificare – a scopo prevalentemente  statistico – i controlli sui datori di lavoro (anche perché la realtà del mercato del lavoro ticinese, soprattutto i sindacati la conoscono già): urge un salario minimo sociale di obbligatorietà generale, servono più contratti normali di lavoro nei settori maggiormente a rischio ed è imprescindibile una revisione della Legge tributaria che favorisca le aziende virtuose e penalizzi gli approfittatori. A tutto questo si aggiunge poi quello che nel mio editoriale definisco “l’obiettivo di massima” a cui dovrebbe tendere il fronte progressista, per riuscire davvero a invertire la rotta: “produrre” una figura in grado di prendere le redini del Dipartimento finanze ed economia. Proposta audace, vero? Senza passare da qui, però, non si andrà troppo lontano.

Resto in ogni caso convinto che, indipendentemente dall’esito del voto dell’8 marzo, il tema del dumping non si esaurirà. E che persone intelligenti come Sergi sapranno dare il proprio contributo per permettere al Ticino di individuare nuove ipotesi di lavoro.


Nel nome di dio!?

SENTENZA STORICA La sentenza della Corte suprema statunitense è enorme nel merito e ancora di più nella nel peso simbolico in quanto rara sentenza avversa emanata da un tribunale costituzionale infarcito di integralisti della destra Maga 

E se quel dio non esistesse, come farebbe quello Stato che si autodefinisce “del popolo eletto”? E se di conseguenza non fosse “popolo eletto”, nel nome di chi o cosa può arrogarsi il diritto di sentirsi libero di tante nefandezze commesse in questa prima parte del millennio? 

E se quel dio non esistesse, a chi rispondere delle proprie azioni se non alla giustizia dell’uomo? Ma quale giustizia?

Sono nato uomo libero, in un Paese che mi ha insegnato ad essere libero. Libero nel rispetto di una Costituzione laica, che ci vuole uguali nei diritti e nei doveri, nell’assumerci le nostre responsabilità, nel proteggere i deboli, nel combattere le ingiustizie. Libero nel giudizio laico.

Libero nel denunciare l’abdicazione etica di tutti quegli Stati evaporati di fronte alle proprie responsabilità del “mai più”.  Parafrasando Arendt, libero di denunciare la banalità del male di chi preme un grilletto o sgancia bombe su esseri umani inermi, deumanizzati nella loro esistenza dal fanatismo di pochi. 

Abbiamo scelto di chiudere gli occhi di fronte a un massacro e, chiudendoli anche solo per un istante, abbiamo creato le premesse per giustificarne altri in un prossimo futuro, che porterebbero, considerando il malcelato desiderio di alcuni estremisti oggi al governo, alla completa distruzione di un popolo con gli stessi diritti di tutti gli altri: diritto alla terra, alla casa, alla dignità, alla memoria.

E se dio esistesse? Bene, allora oltre alla giustizia umana ci sarà quella divina, perché nessun dio potrà mai accettare quanto succede oggi. Perché nessun dio accetterebbe che nel suo nome si possa rivendicare il diritto di calpestare i diritti di altri esseri umani. Perché nessun dio potrà mai accettare più di 18’000 minori uccisi (*) nel tempo di un battito di ciglia.

Nel mondo dei vivi, del qui e ora, anche tu dovresti contribuire denunciando narrazioni sempre più manipolate, guardando dritto negli occhi gli usurpatori delle nostre vite, delle nostre libertà.

«Se dovessi morire,

tu devi vivere

per raccontare la mia storia

per vendere le mie cose

per comprare un po’ di carta

e qualche filo

(fallo bianco con una lunga coda),

cosicché un bambino, da qualche parte nel mondo (**),

guardando il cielo negli occhi

in attesa di suo padre che

se ne andò in una fiammata –

senza dare l’addio a nessuno

nemmeno alla sua stessa carne

nemmeno a sé stesso –

veda l’aquilone, il mio aquilone

che tu hai fatto, volare là sopra

e pensi per un momento

che un angelo sia lì

a riportare amore.

Se dovessi morire

fa’ che porti speranza

fa’ che sia un racconto

(Refaat Alareer)»

(*) Save the Children, 06.09.2025 (Gaza)

(**) Testo originale: “…da qualche parte a Gaza” 


Valuta digitale e piattaforme alternative, Xi vuole lo yuan internazionale

SENTENZA STORICA La sentenza della Corte suprema statunitense è enorme nel merito e ancora di più nella nel peso simbolico in quanto rara sentenza avversa emanata da un tribunale costituzionale infarcito di integralisti della destra Maga 

Di Lorenzo Lamperti, il manifesto

«Cosa costituisce una nazione finanziariamente forte? Innanzitutto, una moneta potente, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale e con lo status di valuta di riserva globale». Parola di Xi Jinping, in un discorso ai quadri della leadership cinese pubblicato a inizio febbraio su Qiushi, la rivista teorica del Partito comunista. Nel pieno di una fase di trasformazione degli equilibri monetari internazionali, la Cina rilancia dunque con forza le proprie ambizioni sull’internazionalizzazione dello yuan, all’interno di una più ampia sfida al predominio globale del dollaro statunitense. Non tanto una guerra valutaria, quanto un processo ritenuto ineludibile per ridurre la propria vulnerabilità sistemica.

IL DISCORSO di Xi, inedito ma risalente al 2024, è in realtà un manifesto programmatico e il tempismo della sua diffusione è tutt’altro che casuale. Lo scorso aprile è stato annunciato un piano d’azione per promuovere l’internazionalizzazione dello yuan, con l’obiettivo di schermarsi dalle sanzioni e tutelare l’interscambio commerciale dai dazi. Nel 2025 le tariffe imposte da Donald Trump si sono intrecciate con un calo del 10% del dollaro, il più marcato dal 1973. Preoccupato dalla volatilità dei mercati, Xi ha definitivamente stabilito che in un sistema finanziario a rischio frammentazione il potere della valuta è una questione di sicurezza nazionale.

«IL SISTEMA finanziario cinese è grande ma non forte», ammette Xi. «Costruire una potenza finanziaria richiede sforzi a lungo termine e un lavoro costante». Il leader cinese ha poi delineato i pilastri del suo programma: una banca centrale forte, istituzioni finanziarie competitive a livello globale, centri finanziari internazionali, una regolamentazione solida e talenti nel settore finanziario.

La sfida al biglietto verde non è improvvisata. Già da tempo la Cina incoraggia un uso più ampio dello yuan nel commercio internazionale, soprattutto con i partner di Asia, Africa e America Latina. Gli accordi di swap valutari bilaterali, l’espansione dei sistemi di pagamento alternativi a Swift e la promozione della fatturazione in yuan per le materie prime energetiche rappresentano tasselli di una strategia più ampia: ridurre la dipendenza dal dollaro e creare un ecosistema finanziario più autonomo.

Il Cips, alternativa cinese a Swift, conta partecipanti in 189 paesi e nel 2024 ha aumentato del 43% le transazioni elaborate. Eppure, la quota dello yuan nelle riserve globali è scesa dal picco del 2,83% all’inizio del 2022 all’1,93% nel terzo trimestre del 2025, ben sotto il 58% del dollaro e il 20% dell’euro.

ORA PECHINO vuole un salto di qualità. Da qui arriva anche la svolta sulla valuta digitale. Dopo oltre un decennio di sperimentazioni e progetti pilota in numerose città, la banca centrale ha introdotto un profondo rinnovamento dello yuan digitale. Dal 1° gennaio 2026, l’e-cny non è più solo un equivalente digitale del contante, ma è evoluto in uno strumento assimilabile a un deposito fruttifero. Si tratta di una trasformazione strategica di enorme portata. Rendere la valuta digitale remunerata significa introdurre un incentivo diretto alla sua detenzione, allineandola ai meccanismi bancari tradizionali e favorendone l’adozione su larga scala.
Si passa da un modello strettamente controllato a uno più integrato con il mercato. Una valuta digitale cinese interoperabile con sistemi di pagamento internazionali alternativi potrebbe ridurre i costi delle transazioni transfrontaliere e offrire un’opzione credibile ai paesi che desiderano diversificare riserve e strumenti di pagamento.

SECONDO GLI ANALISTI il tutto va però abbinato a una maggiore apertura dei mercati finanziari e a un progressivo allentamento dei controlli sui capitali. «Le restrizioni sui flussi di denaro consentono a Pechino di gestire il tasso di cambio e fissare i tassi di interesse senza innescare deflussi destabilizzanti, ma una vera internazionalizzazione dello yuan implica una parziale rinuncia a questo controllo», sostiene un report di Ing.

SEGNALI DI CAUTELA emergono nel frattempo anche nella gestione delle riserve e degli investimenti in titoli di Stato statunitensi. Le autorità di regolamentazione cinesi hanno consigliato alle banche di contenere l’esposizione ai titoli del tesoro Usa. Pur senza mettere in discussione la solidità del debito americano, Pechino sembra voler diversificare gradualmente, rafforzando il proprio sistema finanziario. Una prudenza che riflette un approccio strategico: non una rottura improvvisa, ma un riequilibrio progressivo. D’altronde, l’obiettivo non è una forse irrealizzabile sostituzione del dollaro, quanto la realizzazione di un sistema monetario multipolare in cui lo yuan giochi un ruolo da protagonista nel rafforzamento della sovranità economica della Cina.