Zuckerberg a processo: “I social come la droga,una rovina per i giovani”

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

Di Massimo Basile, La Repubblica

È arrivato poco prima di mezzogiorno alla Corte Superiore di Los Angeles, atteso da una folla di giornalisti e da un momento storico: il volto di un’epoca digitale, Mark Zuckerberg, fondatore di Meta, a cui fanno capo Facebook, Instagram e WhatsApp, ha deposto per la prima volta davanti a una corte, sotto giuramento, sulla sicurezza delle sue piattaforme usate da miliardi di persone. A portare uno degli uomini più ricchi del pianeta in tribunale è stata una ragazza californiana di vent’anni, Kaley, finita nel gorgo della dipendenza dai social. A sei anni utilizzava YouTube, a 11 Instagram, poi TikTok e Snapchat. Negli Stati Uniti circa quattro milioni sotto i 13 anni hanno usato Instagram nel 2025, nonostante la piattaforma indichi “termini e condizioni” secondo cui solo chi ha più di 13 anni può avere un account.

Zuckerberg si è scusato per il fallimento del “filtro”, ma anche difeso, sostenendo che «molte persone mentono sulla propria età». L’avvocato Mark Lanier, che rappresenta la ragazza, gli ha risposto: «Lei si aspetta che un bambino di nove anni legga termini e condizioni?». «Ci siamo evoluti nel tempo per poter avere più controllo», ha risposto il miliardario. Due anni fa, in audizione davanti al Congresso, si era scusato con i genitori di adolescenti morti suicidi a causa della dipendenza dai social e garantito di non aver ordinato di progettare le app per massimizzare i profitti legandoli al tempo trascorso dagli utenti. Lanier gli ha mostrato email del 2014 e 2015 in cui Zuckerberg indicava allo staff come aumentare il tempo passato sulle app. E una del 2017 in cui definiva gli adolescenti la «priorità massima» per la compagnia. Uno studio interno del 2018, invece, indicava i bambini tra i 9 e i 12 anni come “quelli che hanno più probabilità di legarsi a lungo” ai social. Il fondatore di Meta ha risposto che adesso «l’approccio è cambiato» e respinto l’ipotesi di aver mentito al Congresso. La posta in gioco, stavolta, è più alta, perché c’è un tribunale di mezzo: i dodici giurati dovranno stabilire entro la fine di marzo se YouTube, di Google, e Instagram siano in parte responsabile dei problemi di salute mentale vissuti da Kaley. Il processo deve stabilire se Google e Meta hanno volutamente progettato le loro piattaforme per favorire un uso irrazionale da parte dei giovani, a scapito della salute mentale.

La settimana scorsa Anna Lembke, psichiatra, aveva spiegato come i social rappresentassero la «droga d’ingresso» per i giovani, programmando la loro corteccia prefrontale ancora immatura verso comportamenti di dipendenza. Questo caso viene considerato pilota per capire come comportarsi con migliaia di denunce presentate da giovani rimasti schiavi dei social. Zuckerberg ha ammesso l’esistenza al mondo di «persone vulnerabili». «Ci sono tre modi per trattare le persone vulnerabili – lo ha incalzato l’avvocato – aiutarle, ignorarle oppure sfruttarle e usarle per i propri fini». «Penso – ha ribattuto freddamente Zuckerberg – che un’azienda ragionevole dovrebbe cercare di aiutare le persone».

Al centro dello scontro legale ci sono app, algoritmi e funzioni di personalizzazione, visto che la legge americana esonera quasi completamente le piattaforme dai contenuti dei video postati. L’11 febbraio il Ceo di Instagram, Adam Mosseri, aveva negato in aula l’esistenza di una dipendenza dai social, preferendo parlare di «uso problematico», il termine usato nella strategia difensiva di Meta. Ma il lato oscuro sembra molto più ampio. La piattaforma è coinvolta in un altro processo, in New Mexico, dove la procura federale ha accusato Meta di privilegiare il profitto a scapito della protezione dei minori dai pedofili.


Veronica Noseda – Un assassinio politico infiamma il dibattito francese

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Ma cos’è questo dumping ?

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

L’iniziativa “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!”, sulla quale voteremo il prossimo 8 marzo ha riproposto la discussione attorno alla questione del dumping salariale.
L’espressione, come noto, si è imposta nella discussione politica generale all’epoca delle votazioni sugli accordi bilaterali. La liberalizzazoine del mercato del lavoro avrebbe comportato un rischio di dumping, cioè di una spinta generale dei salari verso il basso. Da qui l’adozione di una serie di cosiddette misure di accompagnamento che avrebbero dovuto scongiurare il dumping. Tra queste, la possibilità da parte dei Cantoni di istituire contratti normali di lavoro (CNL) con salari minimi obbligatori.
Poi, il riferimento al dumping salariale è tornato spesso nelle discussioni (anche a seguito dell’inziativa popolare dell’MPS sulla quale si è votato nel 2016); e tutti ammettono l’esistenza del problema e il suo aggravamento. Resta il fatto che la discussione oggi in atto – quella in Parlamento e quella dell’attuale campagna di votazione – hanno messo in luce come il concetto stesso di dumping salariale sia tutt’altro che chiaro, con conseguenze politiche evidenti.
La discussione dello scorso ottobre in Gran Consiglio sulla inizitiva dell’MPS ha visto i sostenitori del NO presentare un concetto del tutto sbagliato e fuorviante del dumping. Le relatrici del rapporti di maggioranza, Cristina Maderni e Raide Bassi, sostenute nel dibattito da Amalia Mirante, hanno affermato che “anche se i controlli dovessere mettere in luce un processo di abbassamento dei salari, non si potrebbe comunque fare nulla nella misura in cui tali salari rispetto il salario minimo legale”. Sarebbe cioè una presa d’atto senza conseguenze.
Sulla stessa linea si muove il direttore della Regione Daniel Ritzer affermando, in un editoriale di pochi giorni fa, che “Il licenziamento sostitutivo di personale residente, più o meno ben retribuito, per essere rimpiazzato da manodopera a basso costo, non costituisce una disdetta abusiva ai sensi del Codice delle obbligazioni, né infrange alcuna norma se avviene all’interno della forchetta consentita dagli attuali parametri del salario minimo o dei contratti collettivi..”.
In realtà, le cose non stanno affatto così. Il dumping salariale non coincide semplicemente con la diffusione sul territorio di salari inferiori ai minimi legali o contrattuali (che, al massimo, costituiscono delle infrazioni). Esso consiste piuttosto in una situazione nella quale, come recita l’art. 360a del Codice delle obbligazioni, “in un ramo o in una professione vengano ripetutamente e abusivamente offerti salari inferiori a quelli usuali per il luogo, la professione o il ramo”. In altre parole, se offro a qualcuno un salario di 4’000 franchi al mese in sostituzione di qualcuno che ne riceveva 5’000, si tratta di un atto che rientra in una dimensione di dumping salariale anche se il salario offerto è, ad esempio, superiore al salario minimo legale. Oppure, se un’azienda, nel giro di un anno, attraverso una politica di sostituzione, rimpiazza, ad esempio, il 20 o 30% del proprio personale con lavoratori meno pagati (nell’ordine del 5-10% ci dice la giurisprudenza), siamo di fronte a un’azione di dumping, anche se i nuovi arrivati vengono retribuiti nel rispetto dei salari minimi legali o contrattuali.
Un piccolo esempio. Tempo fa, il Consiglio di Stato, su proposta della Commissione tripartita, ha pubblicato un contratto normale per il settore informatico che prevede salari minimi (obbligatori) compresi tra 21,82 franchi (non qualificati) e 26,72 franchi (diploma universitario), passando per 23,58 franchi (diploma AFC). Da notare che questi minimi valgono anche per gli impiegati di commercio attivi in questo settore. Ebbene, se il dumping non ci fosse – come pensa Ritzer – se i nuovi salari si muovono “all’interno della forchetta consentita dagli attuali parametri del salario minimo o dei contratti collettivi e normali di lavoro”, la Commissione tripartita avrebbe semplicemente invitato queste aziende a rispettare il salario minimo legale. Invece si tratta di salari minimi ben al di sopra di quello legate e persino di quelli di cui si discute oggi attorno all’iniziativa del PS.
Di fronte a queste situazioni di dumping non si può come vorrebbero coloro che abbiamo citato, prendere atto che non si può far nulla.
Lo stesso Codice delle Obbligazioni indica chiaramente, al suo articolo 360°, che “Qualora in un ramo o in una professione vengano ripetutamente e abusivamente offerti salari inferiori a quelli usuali per il luogo, la professione o il ramo e non sussista un contratto collettivo di lavoro con disposizioni sui salari minimi al quale possa essere conferita obbligatorietà generale, su richiesta della Commissione tripartita di cui all’articolo 360b l’autorità competente può stabilire un contratto normale di lavoro di durata limitata che preveda salari minimi differenziati secondo le regioni e all’occorrenza il luogo allo scopo di combattere o impedire abusi”.
Tutto bene, se non che l’introduzione di un contratto normale di lavoro (con salari minimi) è  il risultato di un’analisi e di un monitoraggio che coinvolgono tutte le aziende, nonché i lavoratori e le lavoratrici di un settore o di una professione. Solo sulla base di questa analisi si possono rilevare situazioni di dumping e intervenire. A questo punto, come abbiamo a più riprese ripetuto durante questa campagna, l’autorità ha l’obbligo di intervenire e i contratti normali rappresentano effettivamente uno strumento decisivo.
Oggi, le decisioni spettano alla Commissione tripartita, che si appoggia all’Ispettorato del lavoro, non disponendo di una propria struttura operativa. Non bastano certo i sei o sette ispettori sui quali può contare, per questo tipo di intervento, l’Ispettorato del lavoro. Ma, per poter fare tutto questo (per poter intervenire “nei rami a rischio”) e non limitarsi agli attuali 9 contratti normali di lavoro che fanno riferimento a poco più di 13’000 salariati e salariate (poco più del 6% dei salariati attivi nel nostro Cantone), sarebbe necessario un monitoraggio serio, approfondito e, soprattutto, generalizzato così come chiede l’iniziativa attraverso l’obbligo di notifica di tutti i contratti. Si arriva sempre allo stesso punto: tutto il resto sono rispettabili opinioni che non hanno alcuna presa concreta sulla realtà.

Giuseppe Sergi granconsigliere MPS


L`importanza di una rimunerazione equa del fotovoltaico

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

Nel 2025 le energie rinnovabili hanno superato il carbone come fonte di energia elettrica a livello mondiale, mentre l’energia solare ed eolica sono cresciute così rapidamente da coprire l’intero aumento del consumo globale di elettricità da gennaio a giugno. La crescita ormai inarrestabile delle energie rinnovabili ha portato la prestigiosa rivista Science a nominare questa tendenza come “Breakthrough of the Year 2025” (Innovazione dell’anno). L’impennata esponenziale globale di nuove istallazioni solari surclassa ampiamente carbone, gas e nucleare. Solo nel 2024 la Cina, anche grazie alla sua superiorità produttiva a basso costo di impiantistica solare ed eolica, ha installato nuovi impianti solari ed eolici che generano l`equivalente della produzione di 100 centrali nucleari (da 900 MW), e il ritmo si è ulteriormente accelerato all’inizio del 2025. A titolo di paragone a livello mondiale nello stesso periodo sono entrate in funzione solo 5 nuove centrali nucleari.

Mentre a livello mondiale l’energia solare mantiene una crescita annua esponenziale, a livello Svizzero e ticinese sembra instaurarsi una preoccupante stabilizzazione o addirittura una riduzione della crescita.

La crescita dell’incremento della nuova potenza installata di fotovoltaico rispetto all’anno precedente osservata ininterrottamente dal 2018 al 2023 si è infatti bruscamente arrestata nel 2024 sia in Svizzera che in Ticino. In Ticino la nuova potenza installata nel 2024 dopo il notevole balzo del 2023 è addirittura diminuita. La crescita dell’aumento della capacità installata del 2023 in Ticino aveva finalmente raggiunto un livello tale da permettere entro il 2050 di raggiungere i 1500 GWh di produzione annua definiti quali obiettivo dal Piano Energetico e Climatico Cantonale (PECC), ovvero ca. il 50% del potenziale ragionevolmente sfruttabile.

Eppure la storia di successo del solare in Svizzera avrebbe suggerito un`altra evoluzione: nel 2025 il fotovoltaico ha coperto ben il 14% dei consumi elettrici svizzeri producendo ad esempio sull’arco dell’intero anno circa il 40% in più della centrale nucleare di Beznau e in inverno quasi il triplo di quello che produceva la centrale nucleare di Mühleberg in via di smantellamento.

Una delle ragioni principali che spiegano la recente evoluzione nelle istallazioni è il calo del prezzo della corrente sul mercato e la relativa rimunerazione della corrente solare che hanno di fatto allungato i tempi di ammortamento degli impianti.

La politica minimalista di rimunerazione della corrente fotovoltaica da parte dell’Azienda Elettrica Ticinese (AET) ha purtroppo dato negli ultimi 2-3 anni in Ticino un segnale molto negativo. Molti privati che hanno già investito nell’energia solare si sono sentiti a tutti gli effetti presi in giro, dato che si sono visti costretti a pagare la corrente presa dalla rete ai distributori (dedotte tasse e uso rete) ben di più della rimunerazione ricevuta da AET per la corrente da loro immessa in rete. Altri hanno rinunciato ad investire. Anche la recente decisione del Consiglio di Stato conferma questa discutibile politica. Il passaggio ad una rimunerazione minima di 4 cts/kWh, pur essendo un piccolo passo in avanti rispetto alla situazione precedente, certifica una disparità di trattamento dei produttori ticinesi rispetto al resto della Svizzera.

A seguito di questa decisione il Ticino sarà infatti l’unico cantone dove la maggioranza degli impianti fotovoltaici non beneficeranno della rimunerazione minima di 6 cts/kWh fissata a livello federale. AET con la complicità del Consiglio di Stato sfrutta così abilmente da un lato il suo statuto di produttore (non vincolato ad applicare come i gestori di rete la rimunerazione minima federale) e dall’altro l’anomalia legislativa ticinese, secondo cui la corrente fotovoltaica prodotta in esubero dagli impianti sussidiati dal cantone con il fondo FER deve essere obbligatoriamente venduta ad AET.

Anche le modalità di finanziamento del differenziale tra la rimunerazione minima di 4 cts/kWh e un eventuale prezzo di mercato inferiore sono alquanto discutibili: la copertura del differenziale con un prelievo dal fondo FER ne riduce la portata in termini di finanziamenti di nuovi impianti fotovoltaici e limita il margine di manovra per il sussidio dei sistemi di accumulo previsto dalla legge ma non ancora implementato.

Se vogliamo che la transizione energetica verso le energie rinnovabili e il fotovoltaico in particolare riprenda lo slancio per allinearsi nuovamente agli obiettivi del PECC e di protezione del clima sarà forzatamente necessaria una politica più coraggiosa ed equa di remunerazione del fotovoltaico (magari mettendo mano anche all’incomprensibile anomalia legislativa ticinese) e una maggiore rapidità e determinazione nell’affrontare da parte di aziende elettriche produttrici e distributrici le sfide e i cambiamenti operativi che il fotovoltaico porta necessariamente con se.

Matteo Buzzi è deputato in Gran Consiglio per i Verdi del Ticino


Monarchia globale, la strada di Trump

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

L’armata Brancaleone internazionale che si raduna domani a Washington sfugge alle definizioni. Entusiasmi prematuri, opposizione malriposta, scetticismo d’obbligo. Lo nutrono, ma non lo dicono, molti partecipanti. Intanto seguono. Il Consiglio di Pace ha in Donald Trump un condottiero non inferiore ad alcun capitano di ventura. Ha una nobile missione, pace e ricostruzione a Gaza, che merita il sostegno di tutti, partecipanti e no. Ha belle speranze, “assicura la pace in aree oggetto di o minacciate da conflitti”. Queste ultime lasciano perplessi quanto a compatibilità col sistema multilaterale e sul piano dell’efficacia. La scelta acrobatica dell’Italia, memore dell’andreottiano “gli assenti hanno sempre torto”, di partecipare ma solo a titolo di osservatore, è politica estera. Con cui la Costituzione, in questo caso, non ha nulla a che vedere.

Dubbi su efficacia e impatto sul sistema multilaterale hanno bloccato la partecipazione della grande maggioranza degli occidentali. Possibile che pochi eletti riescano dove le organizzazioni a vocazione universale, come Onu Osce, falliscono? La riluttanza, politica e strategica, si colloca sulla scia della spaccatura transatlantica apertasi nel primo anno dell’amministrazione Trump e confermata alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. Il Presidente americano non ci vuole ai due tavoli dei negoziati sull’Ucraina e con l’Iran – entrambi in corso ieri – più guerra dei dazi e pretese sulla Groenlandia. La geopolitica trumpiana tiene lontani dal Consiglio di Pace gli alleati “storici” – persino Londra, mai successo prima?

Il Consiglio è ancora un oggetto misterioso. Chi è? Come si muoverà nell’intricata ragnatela del piano Trump per Gaza? Cos’altro farà oltre la Striscia, visto che il Capitolo 1 dell’atto costitutivo non gli pone limiti, territoriali o altri, all’obiettivo della pace la pace in tutti gli angoli del mondo. Abbiamo solo una provvisoria risposta alla prima domanda. Su una novantina di invitati, ad esclusiva discrezione del Presidente (a tempo indeterminato fino a sua designazione di successore) che ha infatti disinvitato il Canada dopo il non gradito discorso di Mark Carney a Davos, hanno aderito 27 Paesi più sei osservatori, fra cui Italia, Ue e Giappone. È un cocktail eterogeneo in cui balza agli occhi la partecipazione di quasi tutta l’area Medio Oriente-Golfo, cioè di chi non può permettersi di rimanere fuori per diretti interessi, talvolta contrastanti (Turchia-Israele o Qatar-Egitto), nelle dinamiche del piano Trump. Nel resto il criterio prevalente sembra l’entrare nelle buone grazie di Trump, in altri l’affinità ideologica (Ungheria) o la riabilitazione internazionale (Belarus: in avanscoperta per conto di Putin?).

L’impronta regionale conferma che le sorti del Consiglio si giocano su Gaza. Ha l’arduo compito di: creare le condizioni per il disarmo di Hamas e completare il ritiro israeliano dalla Striscia, farvi entrare la forza di stabilizzazione e avviare la ricostruzione. C’è scetticismo nelle fila israeliane ma Netanyahu sta al gioco su Gaza – dove non ha piani alternativi – e ne approfitta in Cisgiordania, come spiegava ieri Francesca Mannocchi. Tuttavia, la stabilizzazione della Striscia è condizione sine qua non per un futuro Stato palestinese e, a Gaza, il piano Trump è l’unica carta da giocare.

La riunione di domani mette a fuoco la Striscia. Il compito, a cominciare dal disarmo di Hamas, è ciclopico. Se il Consiglio di Pace fallisce non avrà futuro. Al momento il dibattito sulla dicotomia con le Nazioni Unite e la natura affaristica dell’iniziativa e’ accademico. Prima viene Gaza. L’ha detto chiaramente, in Parlamento, il Ministro degli Esteri. Antonio Tajani era su terra ferma. Poteva essere ugualmente un utile dibattito di politica estera. Sullo strappo alla linea dei principali partner europei e Nato/G7 (Regno Unito e Canada). Sui rischi di isolamento italiano in Europa e di esclusione dagli E3 (Francia, Uk, Germania). L’ha deviato verso altri lidi l’infondato appello alla Costituzione. Nel Consiglio trumpiano non c’è alcuna cessione di sovranità o previsione bellica. Non siamo nel 2003 quando facendo leva sull’articolo 11 Carlo Azeglio Ciampi, con al fianco Antonio Puri Purini e, nome ben noto alla Stampa, Arrigo Levi, convinse Silvio Berlusconi che l’Italia non poteva partecipare all’intervento militare americano contro l’Iraq di Saddam Hussein. Quella era guerra. Questo è un Consiglio di Pace. Di incerte fortune e fragili fondamenta. Ma pur sempre “di pace”.


Tutti i colori di un simbolo della possibile America

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

Di Alessandro Portelli, il manifesto

Una sera, una casa isolata, in cima alle montagne degli Appalachi, famiglia di minatori bianchi in una zona quasi interamente bianca. Sarà stato il 1988, per la seconda volta Jesse Jackson era candidato nelle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti, primo afroamericano a provarci. Il padre, minatore: «Sta dalla parte giusta; ma non ce la faccio a votare un nero, purtroppo mi hanno educato così».

La figlia, militare: «Jesse Jackson non lo voto, mi vuole portare via le armi». E la madre: «Nero o non nero, armi o non armi, io lo voterei. Perché sta dalla nostra parte e ci dà speranza».

«Keep hope alive», tieni viva la speranza, è stata la sua frase guida. Il suo simbolo era la “coalizione arcobaleno”, tutti i colori di una possibile America molteplice dopo la tempesta, i colori che sarebbero stati poi quelli dei movimenti di liberazione LGBT e dei movimenti per la pace.

Ma, pensando a quella sera in quella casa in Kentucky, sono anche i molti colori di quell’intessitura di frammenti che creano una nuova bellezza che è il “quilt”, il simbolo della cultura delle donne del Sud, «la coat of many colors» di Dolly Parton.

Diceva Jesse Jackson: «L’America non è una coperta cucita con un solo filo, un solo colore, un solo tessuto. Quando ero in South Carolina e mia madre non si poteva permettere una coperta, invece di lamentarsi prese vecchi pezzi di stoffa – pezze di lana, seta, iuta da sacchi – giuste solo per pulirsi le scarpe, e con mani ferme e filo forte, le cucì insieme in un quilt, una cosa di potere, di bellezza, di cultura. Adesso dobbiamo costruire un quilt tutti insieme».

«La mia base», aveva detto in un memorabile intervento alla convenzione del Partito democratico del 1984, sono «i disperati, i dannati, i diseredati, i disillusi e i disprezzati». Collaboratore, allievo ed emulo di Martin Luther King («voleva essere Martin», ironizzava l’altro leader del Civil Rights Movement, Ralph Abernathy), Jesse Jackson aveva però una storia e una base diversa – non il Sud rurale e segregato ma quella Chicago urbana e teoricamente integrata, la Chicago dove King fu accolto inizialmente con difficoltà e ostilità, ma dove capì che il razzismo non era solo una questione giuridica del Sud ma una questione che in tutto il paese si intrecciava con i rapporti di classe.

Nel 1968, quando Martin Luther King organizza la ”marcia dei poveri” e va a occupare lo spazio davanti al Campidoglio di Washington, Jackson è designato come «sindaco» di questo accampamento di protesta. È tutto il contrario di quella «politica delle identità» che è stata il disastro del Partito democratico: gli afroamericani si battono per i loro diritti ponendosi come «classe generale», alla testa di tutti gli altri esclusi e sfruttati di un paese sempre più disuguale (ed è per questo che un afroamericano può ambire alla presidenza, cioè a rappresentare tutti).

Avverrà la stessa cosa con Black Lives Matter, quasi quarant’anni dopo; e ritroviamo Jesse Jackson a Minneapolis, alla testa delle manifestazioni che accompagnano il processo all’assassino di George Floyd. Troverà modo di farsi arrestare ancora una volta, nel 2021, per aver manifestato a Washington contro le crescenti manovre per azzerare i diritti di voto garantiti del Voting Rights Act per cui aveva manifestato nel 1965.

Il giorno in cui Martin Luther fu ucciso a Memphis in occasione di uno sciopero dei lavoratori della nettezza urbana (a seguito della morte di due di loro causata dall’insicurezza sul lavoro), Jesse Jackson gli è vicino (lo mostrano le foto, insieme agli altri su quel balcone). Il giorno dopo, apparve in televisione con un maglione macchiato di sangue, e in una commemorazione al consiglio comunale di Chicago disse: «Vengo qui con un peso sul cuore perché ho sul petto la macchia del sangue della testa di Martin Luther King». Probabilmente esagerava: il New York Times dedica metà del suo necrologio a discutere di come andarono i fatti quella volta (l’aveva proprio abbracciato? Quanto era vicino? Aveva davvero toccato la testa o solo un braccio? …) come segno delle sue «imperfezioni umane» di narcisista ambizioso ed egocentrico.

Chissà, forse un poco anche di questo ci vuole per nascere figlio di un lustrascarpe nero in South Carolina e avere la sfrontatezza di pretendere la presidenza degli Stati Uniti, vent’anni prima di Obama. Forse esagerava. Ma poi, quel giorno, aggiunse: «Martin Luther King ha subito, letteralmente, una crocifissione. Io ero lì. E sarò lì alla resurrezione». E questo, finché teniamo viva la speranza, è vero.

Nell’immagine: Jesse Jackson guida una protesta per il diritto di voto in Mississippi nel 1984


Yurii Colombo – Putin ha già votato per corrispondenza sulla SSR

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

Yurii Colombo è il nostro corrispondente da Mosca


Berlinale, Gaza e il mito dell’arte neutrale: Arundhati Roy risponde con il boicottaggio

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

“Questa mattina, come milioni di persone in tutto il mondo ho ascoltato le dichiarazioni inaccettabili dei membri della giuria del Festival del cinema di Berlino quando è stato chiesto loro di commentare il genocidio a Gaza. Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica è sbalorditivo. È un modo per chiudere ogni discussione su un crimine contro l’umanità che si sta consumando sotto i nostri occhi in tempo reale, mentre artisti, scrittori e registi dovrebbero fare tutto il possibile per fermarlo. Lo dico chiaramente: ciò che è successo a Gaza, e che continua a succedere, è il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele sostenuto e finanziato dai governi degli Stati Uniti e della Germania, così come da diversi altri paesi europei, che si rendono complici del crimine. Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non sono in grado di alzarsi in piedi e dirlo, sappiano che la storia li giudicherà. Sono scioccata e disgustata. Con profondo rammarico, devo dire che non parteciperò alla Berlinale.”

Questo il comunicato diffuso il 14 febbraio 2026 da Arundhati Roy, figura che in India (e fuori) si è affermata sotto una duplice veste: grande romanziera e, insieme, intellettuale pubblica abituata a trasformare la notorietà in presa di posizione contro soprusi e ingiustizie. Booker Prize nel 1997 con Il dio delle piccole cose, Roy ha poi affiancato alla narrativa una lunga stagione di saggi e interventi civili che l’hanno resa una voce costante di dissenso su nazionalismo, guerre e diseguaglianze.

Arundhati Roy non sta “solo” boicottando un festival: sta rimettendo al centro una vecchia domanda: che cosa significa, oggi, invocare la neutralità dell’arte mentre un evento politico-militare terrificante come un genocidio domina lo spazio pubblico e l’immaginario globale, nonché dovrebbe scuotere le coscienze individuali e collettive. La sua reazione alla conferenza stampa indetta dalla giuria della Berlinale 2026 (e in particolare all’idea, espressa dal presidente Wim Wenders, che l’arte debba restare fuori dalla politica) si iscrive coerentemente nella sua traiettoria di militanza per l’uso della parola pubblica come atto di responsabilità etica e civile.

Così la rinuncia alla Berlinale diventa un gesto simbolico: un rifiuto di partecipare a una scena che, a suo avviso, chiede prestigio e presenza ma non tollera il linguaggio della denuncia a fronte di crimini contro l’umanità. Che si condivida o no la sua lettura, Roy costringe il discorso culturale a uscire dalla comfort zone: se l’arte pretende di parlare del mondo, allora – quando il mondo brucia – anche il silenzio smette di essere neutro e diventa un’opzione politica.

Nell’immagine: il presidente della giuria Wim Wenders


L’ultimo trucco di Israele: «registrare» la terra palestinese per confiscarla

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Israele ha da sempre le idee chiare: assumere il controllo di tutta la Palestina storica, obiettivo perseguibile con strumenti diversi, affluenti di un unico fiume. Dopo il 7 ottobre 2023 il processo, nei decenni avanzato a velocità variabili a seconda delle condizioni interne e internazionali, ha accelerato come soltanto due volte nella sua storia, il 1948 e il 1967.

Oggi, come in passato, avviene sotto lo sguardo inerte o complice della comunità internazionale. A Gaza ha preso il nome di Board of Peace, neo-mandato coloniale a cui l’Italia si affretta ad aderire, nel solito modo peloso. In Cisgiordania si chiama annessione, con misure senza precedenti stancamente criticate o volutamente ignorate dalle cancellerie occidentali, che si trincerano dietro un’idea rassicurante proprio perché irrealizzabile, la soluzione dei due stati.

DOMENICA il governo israeliano – con un budget iniziale di 79 milioni di dollari – ha avviato il processo di registrazione delle terre della Cisgiordania, con il fine dichiarato di arrivare entro il 2030 alla confisca di almeno il 15% dell’Area C (il 60% della West Bank, dagli Accordi di Oslo sotto controllo civile e militare israeliano): «terra di stato», dunque, da utilizzare per l’espansione coloniale.

La questione potrebbe apparire tecnica, ma è profondamente politica: «La nuova legge afferma che tutta la terra palestinese è terra di stato a meno che i proprietari palestinesi non provino il contrario», sintetizza al manifesto Jamal Juma, storico attivista palestinese, dal 2002 coordinatore della campagna Anti-Apartheid Wall e dal 2012 della Land Defence Coalition.

Israele si è da sempre fatto scudo con lo strumento legislativo a fini coloniali, a dare una parvenza di “legittimità” a un crimine di guerra ai sensi delle Convenzioni di Ginevra: in quanto potere occupante non può confiscare terre, cacciare i suoi abitanti, trasferire la propria popolazione sul territorio occupato. Ma lo fa, ammantando la violazione di “legalità”: lo dice la legge interna.

L’ultima richiede ai palestinesi di dimostrare la proprietà della terra di fronte a una commissione ad hoc, israeliana. E non è così semplice: moltissime famiglie, quei documenti, non li possiedono. Per tanti motivi: perché la Palestina è stata sottoposta a domini diversi per secoli, dall’impero ottomano al mandato britannico fino a Israele; perché gli unici documenti di proprietà emessi, quelli originari ottomani, risalgono a un paio di secoli fa, e spesso sono andati perduti nelle guerre e negli esili.

E ANCORA, spiega Juma, «a causa della legge degli Assenti, che Israele utilizza fin dalla sua fondazione per confiscare i beni immobili dei rifugiati palestinesi; a causa della natura della proprietà familiare, spesso registrata con il nome di un singolo membro secondo la pratica del tabu; a causa di cessioni di terre che, in assenza di un registro, sono state realizzate sulla base di accordi orali».

Nel 1967 Israele assunse immediatamente il controllo di 900mila dunam di terre, 900 km quadrati che sotto l’impero ottomano erano registrati come terra di stato. Altri 450mila dunam, seppur registrati a nome di privati palestinesi, li ha confiscati in due modi: da una parte ha allargato al territorio occupato il raggio di azione delle leggi interne reclamando per sé terre private a fini di «interesse pubblico» o «ragioni di sicurezza»; dall’altro è ricorso alla legge degli Assenti per appropriarsi di terre di palestinesi che nel 1967 sono stati costretti all’esilio all’estero o che, pur presenti, non sono stati riconosciuti tali dall’occupazione perché al momento del “censimento” si trovavano in una città diversa da quella dove possedevano terre e case.

Infine, l’ultimo trucco. Interrompere immediatamente ogni processo di registrazione: «Nel 1968 – continua Juma – Israele ha fermato i procedimenti avviati dalle autorità giordane e da allora non è stato più possibile registrare una proprietà o trasferirla ai discendenti. Pochi anni fa l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha tentato di riprendere la registrazione, in particolare in Area C, ma l’esercito israeliano ha fisicamente impedito a ingegneri e periti di raggiungere gli appezzamenti».

Nel mirino non c’è solo l’Area C: «Può essere dichiarato terra di stato qualsiasi appezzamento, ovunque si trovi: Israele non si fermerà, ma si allargherà all’area A e B. Spetterà a una commissione israeliana stabilire quali documenti riconoscere come validi e quali no, un sistema aperto all’interpretazione dell’occupante. È un processo di furto palese».

LA NUOVA NORMATIVA segue di pochi giorni due interventi legislativi rivoluzionari: prima Israele ha annullato unilateralmente la legge giordana che proibiva la vendita di terre in Cisgiordania a meno che gli acquirenti, individui o compagnie, fossero palestinesi; poi ha privato l’Anp di qualsiasi potere di amministrazione civile in Area A e B e sulle aree archeologiche, ovunque si trovino.

Significa che le “regole” urbanistiche finora applicate solo all’Area C, dove è già Israele a decidere cosa può essere costruito e cosa no, «si estenderanno al resto della West Bank. Israele sta di fatto dissolvendo l’Anp: assume su di sé la responsabilità civile in ogni municipalità, dai luoghi dove aprire una discarica alla pianificazione urbanistica fino ai permessi per la costruzione di nuove case. Sostituendo il dominio militare con quello civile, Israele sta di fatto annettendo la Cisgiordania».

Tale accelerazione si realizza in un momento particolarmente favorevole: il mondo non guarda. Negli ultimi due anni e mezzo l’esercito ha ripulito della presenza palestinese, attraverso lo sgombero violento delle comunità agricole e beduine, 980 km quadrati, tre volte tanto la Striscia di Gaza, e ha dichiarato terra statale oltre 25mila dunam, battendo ogni record (le confische hanno superato tutte quelle effettuate nei 25 anni precedenti combinati insieme).

«Assistiamo alla continuazione del processo di liquidazione della questione palestinese e dell’assunzione del controllo totale della terra, il cuore di ogni progetto di colonialismo d’insediamento – conclude Juma – I palestinesi vengono ammassati in pezzetti di terra sempre più piccoli, ghetti creati attraverso muri, colonie, nuove leggi, confische quotidiane».

Nell’immagine: Palestinesi cacciati dall’esercito dal campo di Nur Shams a Tulkarem


La Russia affoga nel suo petrolio e l’economia di guerra si inceppa

Il fondatore di Meta in aula a Los Angeles denunciato da una 20enne:“Crei dipendenza per il profitto”. Lui si difende: “Ora più controlli” 

Di Anna Zafesova, La Stampa

«La Russia sta affogando nel suo petrolio», titola il Moscow Times, e cita numeri vertiginosi: almeno 150 milioni di barili di greggio russo sono in questo momento in alto mare, letteralmente, caricati su petroliere che però non riescono ad approdare nei porti. I depositi in territorio russo possono contenere circa 32 milioni di barili, l’equivalente di appena 3-4 giorni di produzione nazionale, e sarebbero per metà già riempiti. Gli oleodotti russi potrebbero contenere provvisoriamente un altro centinaio di milioni di barili, altri 12 giorni di produzione, dopo di che, sostengono gli esperti del settore interpellati da Reuters, il Cremlino si troverà di fronte a una scelta: o tagliare la produzione, oppure cominciare a sigillare i pozzi petroliferi che producono il greggio che non trova più mercato: nel 2025, le entrate russe da petrolio e gas si sono ridotte del 24 per cento, e nel solo mese di gennaio si sono dimezzate rispetto a un anno fa. Le notizie secche – e sempre più scarse, visto che mese dopo mese sempre più voci delle statistiche economiche della Federazione Russa vengono secretate dal governo – assomigliano in certi giorni ai bollettini dal fronte.Quando l’Alta responsabile per la politica estera europea Kaja Kallas dice che l’economia russa è in rovina, può suonare come un’esagerazione solo per chi non ha visto i numeri prodotti dalle fonti ufficiali di Mosca. Come quello di un deficit di bilancio che a gennaio ha già superato di un terzo le aspettative dell’esecutivo, e secondo calcoli riservati del governo, rivelati dalla Reuters, potrebbe raddoppiare rispetto alle stime. Il rapporto del ministero dello Sviluppo economico riferisce di una recessione in 21 settori su 27, e il ministro Maksim Reshetnikov in un intervento alla Duma ha cautamente promesso una ripresa dell’economia «non prima del 2027». Ancora più pessimista la Banca Centrale, che ha appena ridotto le sue stesse stime fatte soltanto nell’ottobre scorso, quando aveva pronosticato un prezzo medio del barile made in Russia a 55 dollari. Oggi viene stimato a 10 dollari in meno, e visto che il bilancio dello Stato era stato progettato con un’ipotesi di quasi 60 dollari a barile, la governatrice Elvira Nabiullina commenta asciutta che «il prezzo del petrolio oggi rappresenta dei rischi cospicui».

L’economia russa, e la guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina, vanno a petrolio, e il taglio della produzione di 100 mila barili giornalieri – i dati ufficiali dell’estrazione sono riservati, ma Reuters cita le stime dell’agenzia internazionale Rystad Energy – potrebbe essere soltanto l’inizio. L’Unione Europea sta infatti discutendo un nuovo pacchetto di sanzioni che dovrebbero di fatto proibire il transito marittimo delle petroliere con il greggio russo, mentre diversi Paesi occidentali stanno prendendo di mira la “flotta ombra” di navi con bandiere diverse, che però di fatto vengono utilizzate dal Cremlino non solo per il trasporto, ma anche per operazioni di spionaggio e lancio dei droni. Intanto, già le sanzioni precedenti, sia europee che americane, hanno spinto il maggior acquirente del petrolio russo, l’India, a ridurre drasticamente le importazioni di combustibili fossili dalla Russia: da 3, 8 milioni di barili di dicembre a 2, 8 milioni a febbraio. Un terzo di volumi in meno, con almeno un terzo di ricavi in meno, ma probabilmente in termini monetari le perdite sono ancora più cospicue: secondo le fonti dell’Opec, dopo l’introduzione delle sanzioni europee sulle esportazioni marittime del greggio russo lo sconto offerto dai trader russi ha superato i 30 dollari a barile. Anche la Cina ha tagliato i consumi, mentre l’unico petrolio russo che ancora arrivava nell’Unione Europea, in Ungheria e in Slovacchia, è stato bloccato da un attacco all’oleodotto Druzhba. Dati che spiegano come mai un Volodymyr Zelensky insolitamente ottimista ha raccontato, alla conferenza per la sicurezza di Monaco, che «Putin non ha molto tempo».

Difficile che anche un collasso delle esportazioni possa convincere il padrone del Cremlino a fermare la guerra. Ma proseguirla sarà sempre più difficile: senza le entrate petrolifere che si aspettava dovrà tagliare le spese, o stampare più rubli. Intanto, secondo il Comitato per la statistica russo, le regioni della Federazione hanno chiuso il 2025 con un deficit dei bilanci complessivo aumentato di 5 volte rispetto alle aspettative. Questo spiega anche perché il numero dei disastri nelle infrastrutture comunali – dal riscaldamento all’elettricità alle tubature dell’acqua e delle fogne – nel gennaio 2026 è raddoppiato rispetto a 12 mesi fa, raggiungendo la cifra record di 1280 episodi. E mentre il governo è alle prese con l’ennesima emergenza prezzi, stavolta sui cetrioli (la verdura nazionale è aumentata in media del 111%, e in alcuni negozi siberiani la vendita viene limitata a 5 chili a persona, per evitare speculazioni), il Comitato per la statistica segnala che le famiglie russe stanno spendendo in media il 39% delle loro entrate per mangiare, il dato più elevato dai tempi della crisi del 2008. Un altro record è quello delle perdite cumulate da 18 mila società russe, incluse aziende illustri come le ferrovie RZhD, che stanno mettendo in vendita edifici di stazioni e grattacieli a Mosca, per provare a chiudere un buco che l’economista Sergey Aleksashenko chiama «bancarotta». Quello che non fanno le sanzioni, lo fanno le spese di guerra: secondo alcune stime, già quest’anno le riserve dalle quali finora il Cremlino ha ripianato il deficit delle entrate potrebbero esaurirsi.

Nell’immagine: decine di russi, insieme a diplomatici europei, hanno reso omaggio ad Alexei Navalny deponendo fiori sulla sua tomba.