Alla ricerca di una nuova era

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso 

Fu Vladimir Putin a dare slancio a una Conferenza internazionale, quella di Monaco di Baviera sulla sicurezza, che da anni si muoveva lungo i binari di una diplomazia senza scossoni, erede prima del patto di Helsinki del 1975 (confronto senza scontro, lungo la cortina di ferro della Guerra fredda) e poi del crollo dell’Unione Sovietica, che sembrò erroneamente sigillare l’inappellabile vittoria del modello liberalcapitalista occidentale (la nota e illusoria “fine della storia”).

Poi, appunto, quel 10 febbraio del 2007: quando l’uomo del Cremlino, ormai coronato dai pieni poteri, decise la svolta, denunciando proprio a Monaco, con un discorso polemico di cinquanta minuti, l’inaccettabilità “di un mondo con un solo padrone, un solo sovrano”, cioè il nuovo mondo “unipolare” imposto dagli Stati Uniti. Era l’inizio della nuova predicazione strategica dello zar, non abbastanza soppesata alla Casa Bianca, fino all’annessione unilaterale della Crimea, poi all’invasione, quattro anni fa, di tutta l’Ucraina. Per questo, nell’ultimo ventennio, Monaco è stato un appuntamento seguito con più attenzione. E infatti fu ancora nella città bavarese che, col ritorno di Donald Trump ai vertici del potere americano, lo scorso anno divenne definitivamente chiaro all’Europa che una fessura irrimediabile si era prodotta in casa propria, fra le due sponde dell’Atlantico.

Ci pensò il vicepresidente statunitense J.D. Vance a pronunciare un discorso umiliante per i leader del Vecchio Continente, accusati senza mezzi termini di essere illiberali, anti-democratici e prigionieri di una suicida politica immigratoria. “Mantra”, nell’ultimo anno, di un trumpismo sempre più simile a un regime dispotico e distopico, da guerra civile interna, promotore della guerra dei dazi, delle rivendicazioni extraterritoriali (Groenlandia, sue materie prime, e controllo delle vie artiche), dell’incedere imperiale (Venezuela, più sue fonti energetiche), e della furbesca guerra guerreggiata in Medio Oriente (paciere armato più che combattente).

E rieccoci alla Monaco di questo 2026. Sorpresa. Stavolta è stato il padrone di casa, il cancelliere Merz, sponda democristiana, la più filo-statunitense d’Europa, a prendersi la scena. Con un intervento categorico sulla fine della Nato, sulla “ribellione intellettuale” nei confronti degli Usa, sull’inaccettabile nostra subalternità, con una affermazione senza possibili equivoci fra la incolmabile distanza del pensiero politico europeo e quello populista “Maga” americano. Discorso inaspettato per la sua fermezza, tanto da spingere il successivo oratore, il ministro degli Esteri statunitense Marco Rubio, a toni sobri e addirittura celebrativi sui “legami indistruttibili tra Usa e Ue”. Parole mai udite da Trump.

A chi, e a cosa, credere? L’impressione è di un gioco in cui nessuno dei protagonisti è ancora sicuro di aver imboccato la strada giusta o definitiva. Tutti un po’ indecisi, contraddittori, rabdomanti. Usciti da un’era, e non ancora approdati nell’era nuova. Sempre che ci sarà. Comunque tempo pericolosamente sospeso. Soprattutto per gli europei. Che tempo non ne hanno. Che da questa crisi potranno uscire più uniti, o definitivamente persi nelle loro incertezze. E nella loro inconsistenza politica. Che, se tale rimanesse, diventerebbe anche economica. E perciò totale.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: Marco Rubio e Friedrich Merz a Monaco il 13 febbraio scorso


“The show must go on!” Un’occasione persa

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso 

Il 13 febbraio si è consumato l’ennesimo femminicidio. Un uomo, rientrato ubriaco dal Carnevale, ha verosimilmente ucciso la sua compagna prima di togliersi la vita. Un episodio che non deve essere raccontato come un caso isolato o frutto di un raptus di follia o di un destino tragico. Ciò che è accaduto è parte di un fenomeno strutturale, radicato in una cultura patriarcale che continua a negare alle donne autonomia, libertà e piena dignità.

Anche in questo caso, la stampa ha esitato a usare la parola “femminicidio”, preferendo descrivere l’uomo come “un bravo lavoratore”, “una persona tranquilla”, minimizzando i problemi di alcol e ignorando i precedenti di violenza. In questo modo si individualizza il gesto, si psicologizza l’aggressore, si cancella il contesto. Così la violenza di genere resta invisibile come fenomeno collettivo, come prodotto di rapporti di potere che ancora oggi legittimano l’idea che una donna sia qualcosa da possedere, controllare, punire.

La vicenda mette in luce anche l’insufficienza delle misure di prevenzione e protezione. Ma ciò che colpisce, e ferisce, è il silenzio totale delle autorità e degli organizzatori del Carnevale. È vero: il fatto non è avvenuto al Rabadan, ma ha colpito la comunità di Bellinzona, e l’uomo era appena rientrato da una serata della manifestazione. Davvero non c’era spazio nemmeno per un gesto simbolico, una presa di posizione, un messaggio chiaro contro la violenza sulle donne?

Un evento popolare e seguitissimo come il Carnevale ha una responsabilità culturale enorme. È uno spazio in cui si producono e si riproducono immaginari, linguaggi, comportamenti. Proprio per questo avrebbe potuto – e dovuto – cogliere l’occasione per affermare pubblicamente che la violenza non è compatibile con la festa, che il rispetto è un valore non negoziabile, che la comunità rifiuta ogni forma di dominio e sopraffazione. Sarebbe stato un segnale forte, capace di raggiungere migliaia di persone.

Invece, nulla. Come se ciò che accade fuori dal perimetro della festa non la riguardasse. Come se la cultura del rispetto non fosse parte integrante della prevenzione. Un’occasione persa, ancora una volta.

Nell’immagine: la manifestazione “Vite spezzate” contro i femminicidi in Piazza Collegiata a Bellinzona nel 2019


Cure infermieristiche forti: attuare la volontà popolare

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso 

La pandemia ha messo in luce il ruolo straordinario e determinante del personale di cura e infermieristico per la sopravvivenza di una società. Abbiamo visto molti applausi e abbiamo sentito ripetere mille volte che gli applausi non bastano. L’emozione suscitata dallo choc Covid -19 ha però avuto almeno una conseguenza positiva. Il popolo svizzero ha approvato nel 2021, con un voto chiaro e massiccio (61% dell’elettorato), l’iniziativa popolare “Per cure infermieristiche forti”. Le firme erano state raccolte nel 2017.

Così, nella Costituzione il nuovo articolo 117b afferma che: “La Confederazione e i Cantoni riconoscono e promuovono le cure infermieristiche come componente importante dell’assistenza sanitaria e provvedono affinché tutti abbiano accesso a cure infermieristiche sufficienti e di qualità”. Inoltre “assicurano che sia disponibile un numero di infermieri diplomati sufficiente per coprire il crescente fabbisogno e che gli operatori del settore delle cure infermieristiche siano impiegati conformemente alla loro formazione e alle loro competenze”.

Il punto cruciale è che il lavoro di cura negli ospedali è pesante e poco riconosciuto.Troppe ore, troppo stress e quindi circa un terzo degli addetti e delle addette abbandona la professione prematuramente. In Svizzera ogni mese 300 infermieri lasciano il posto di lavoro: la carenza di personale è una realtà. L’87 % del personale di cura è costituito da donne.

Per attuare l’iniziativa il Consiglio federale ha agito in due tappe. La prima tappa riguardava la promozione della formazione ed è entrata in vigore a metà del 2024.

Con due proposte di legge presentate dal Governo nel maggio scorso, ora si sta discutendo la seconda tappa, che riguarda il “miglioramento delle condizioni di lavoro e lo sviluppo professionale nel settore infermieristico”. Lo scopo della nuova legge è “rendere più attraente la professione infermieristica e ridurre gli abbandoni precoci”.

In che modo? I piani di servizio dovranno essere stabiliti almeno quattro settimane prima. La durata massima della settimana lavorativa dovrebbe essere portata a 45 ore, inoltre  “istituendo una durata normale della settimana lavorativa compresa fra le 40 e 42 ore, si intende proteggere la salute del personale”. Altre misure riguardano l’invito alle parti sociali di migliorare ulteriormente le condizioni di lavoro e le possibilità di sviluppo professionale. E qui si tocca un altro punto dolente, la questione salariale: gli adeguamenti salariali del personale ospedaliero sono in netto ritardo ed è imperativo rivalutarli!

La “Coalizione del personale sanitario”, che si sta prodigando per far rispettare il mandato popolare attuando subito l’iniziativa delle cure, critica le proposte del Consiglio federale, che considera insufficienti. Ma non c’è limite al peggio. Infatti il Parlamento nazionale, chiamato ad approvare i disegni di legge proposti dal Governo, li sta peggiorando.

La Coalizione lancia un appello urgente all’indirizzo di tutti i parlamentari svizzeri, affinché correggano la proposta della Commissione del Nazionale che non migliora le condizioni di lavoro nelle cure e pertanto rifiuta di attuare la volontà popolare.

Nell’appello si legge: “La Commissione del Consiglio nazionale ignora la volontà popolare. Le parlamentari e i parlamentari della Commissione competente del Consiglio nazionale hanno tuttavia deciso di calpestare la volontà popolare e di ignorare di fatto gli obiettivi principali dell’iniziativa sulle cure. Invece di attuare le disposizioni costituzionali, hanno ulteriormente indebolito la già insufficiente proposta di legge del Consiglio federale e in tal modo hanno disatteso gli obiettivi principali dell’iniziativa. Rinunciano ad esempio a ridurre l’orario di lavoro massimo da 50 a 45 ore, come avviene nelle professioni d’ufficio. Hanno rivisto al ribasso praticamente tutti gli aumenti delle indennità, hanno negato al Consiglio federale la competenza di emanare senza complicazioni ulteriori miglioramenti in caso di necessità e non hanno previsto misure per un organico adeguato alle esigenze, un elemento centrale dell’iniziativa popolare”.

L’appello chiede di attuare integralmente l’art. 117b della Costituzione federale e di correggere in modo sostanziale la proposta di legge, introducendo una sostanziale riduzione dell’orario di lavoro, migliori condizioni per il lavoro notturno, nei fine settimana e nei giorni festivi e l’obbligo per tutti i datori di lavoro di rispettare le leggi e i CCL cantonali. “Se la salute del personale sanitario è a rischio – afferma l’Appello – lo è anche la qualità dell’assistenza sanitaria alla popolazione! Già oggi molte persone non ricevono più l’assistenza sanitaria e le cure di cui hanno bisogno”.

Il sindacalista Enrico Borelli sottolinea che “la decisione della Commissione evidenzia una distanza siderale tra il ‘palazzo’ ed i reali bisogni della popolazione, tradisce la volontà popolare e rappresenta una vera pugnalata per il personale ma anche per i pazienti, in un momento in cui il nostro sistema sanitario vive una vera e propria crisi strutturale”.

Gli applausi non bastano, si è detto negli anni scorsi. È preoccupante che la maggioranza parlamentare elvetica non sia sensibile e disponibile nei confronti delle circa 800 mila persone occupate nel settore sanitario. Migliorare le condizioni di lavoro del personale significa assicurare una migliore qualità delle cure. Un beneficio per tutta la popolazione che l’ottusità del nostro Parlamento sta mettendo in pericolo. Ancora una volta, si tratta di attuare il dettato costituzionale e di rispettare la volontà popolare, come prevede la democrazia semi diretta svizzera.


Sotto attacco i principi nati nel ’45

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso 

Di Anna Foa, La Stampa

Il mondo sta cambiando a una velocità a cui non eravamo abituati. E cancella anche il ricordo di come era quel vecchio mondo che stiamo perdendo, di come è nato, di cosa ha rappresentato.

È – era – il mondo del secondo dopoguerra, un dopoguerra non troppo lontano da quello che aveva posto fine alla prima guerra mondiale, in cui si erano gettate le radici di una nuova guerra e avvelenato l’anima dell’Europa. Nasceva nel 1945, dopo che l’Europa era stata ridotta ad un cumulo di macerie tanto materiali che morali. Dopo che si erano visti eventi mai verificatisi prima, come lo sterminio di sei milioni di ebrei, i campi della morte, l’esaltazione della “razza ariana”, la messa a morte dei disabili, la schiavitù delle cosiddette razze inferiori. Un mondo ridotto ad un continente selvaggio, solcato da masse immani di profughi che lo percorrevano in cerca di un luogo in cui fermarsi, una casa.

Tranne che nella Germania devastata e divisa, la ricostruzione fu veloce, e la memoria di quelle macerie si perse presto, almeno nel nostro Occidente. Ma su quelle macerie si decise di costruire un mondo nuovo, che non consentisse più che eventi simili avvenissero. Fu, è vero, una scelta che non riguardò tutto il mondo di allora, ma soprattutto quell’Europa che era stata teatro di quella distruzione, e nemmeno tutta quell’Europa, ma solo una parte di essa, quella dove si affermarono dei governi democratici. All’Est, protetti dalla divisione dell’Europa e dall’equilibrio garantito dalla Guerra fredda, si affermarono altri regimi totalitari, quelli comunisti, che nemmeno il 1989, con il crollo dell’Urss, è riuscito a trasformare del tutto.

Altrove, però, sembrava di essere sulla soglia di cambiamenti epocali. La spinta verso la democrazia dell’Europa si inserì dentro un più vasto movimento mondiale di decolonizzazione che sembrò far piazza pulita degli orrori del colonialismo precedente. Il mondo parve per qualche decennio allontanare da sé le spinte funeste dei nazionalismi. L’Europa si avviò verso la sua unificazione, cercando sia pur parzialmente di realizzare i sogni di quanti, come i padri del Manifesto di Ventotene, l’avevano sognata nel chiuso di una prigione fascista.

Si crearono Costituzioni avanzatissime, volte ad impedire il ritorno di quel passato di morte e a rendere meno intollerabile le diseguaglianze fra gli esseri umani. Il diritto abolì le barriere nazionali, si crearono tribunali in grado di giudicare i colpevoli dei crimini più terribili, come quel “genocidio”, nome inventato da un giurista ebreo polacco rifugiato negli States, Raphael Lemkin, per dare un nome al crimine senza nome di cui parlava Winston Churchill nel 1941. Si facilitò l’accesso al sapere, alle scuole, e la conoscenza fu unanimemente riconosciuta come il tramite privilegiato verso l’innalzamento sociale. Le disuguaglianze non furono sanate che molto limitatamente, ma furono almeno considerate come un fattore negativo sia moralmente che socialmente. Nei paesi, come l’Italia, in cui l’emigrazione era stata parte integrante della sua storia passata, ci si ricordò, sia pur non a lungo, di quel passato. A chi di noi ora dice ancora qualcosa il nome di Marcinelle, la miniera di carbone in Belgio dove nel 1956 ci fu un disastro in cui perirono oltre 150 minatori italiani? Chi ne è spinto a pensare al Mediterraneo cimitero di migranti?

Intendiamoci, ombre nere minacciarono sempre quella svolta.Ricordiamo le difficoltà di accedere alla democrazia nella Spagna di Franco e nel Portogallo di Salazar, il regime dei colonnelli in Grecia, la guerra d’Algeria che gettò ombre pesante sull’esercito francese.

E nell’alleato più importante, gli Stati Uniti, il maccartismo, la segregazione razziale, la guerra del Vietnam. E più tardi, il genocidio che si faceva di nuovo strada nella vecchia Europa, con la guerra in Bosnia e Srebrenica, mettendo in crisi l’idea che la creazione dell’Unione europea portasse direttamente a garantirci la pace.

E in Italia, il terrorismo nero e poi le brigate rosse. L’astensionismo crescente che sembrava fin dagli anni Ottanta aver fatto dimenticare l’entusiasmo con cui, nel 1945, le italiane e gli italiani andarono a votare dopo tanti anni in cui non si poteva più farlo. E i genocidi che nel mondo non cessavano: la Cambogia, e il Ruanda che si realizzò sotto gli occhi del mondo e rivelò complicità o impotenze di quegli stessi strumenti internazionali che erano stati creati per impedirli. E il terrorismo e l’11 settembre. A lungo si potrebbe continuare, in un elenco necessariamente parziale.

Ma, ciò nonostante, alcuni principi restavano intatti: quello della pace, della salvaguardia della vita umana, quello della necessità di colmare le disuguaglianze sociali, quello del valore della cultura. Restavano punti fermi della nostra etica anche quando erano sempre più disattesi. Oggi ad essere attaccati sono però proprio questi principi, su cui si era costruita nel 1945 la nostra resurrezione. Non la loro mancata attuazione, ma proprio i fondamenti etici. Per questo, è necessario almeno ricordarli, per poter immaginare nuovamente un futuro.

Nell’immagine: sfilata di partigiani a Torino il 25 aprile 1945


Il valore delle donne

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso 

Di Concita De Gregorio, La Repubblica

Dai, che c’è ancora una settimana di tempo per sorvegliarsi un poco. Rileggere, riascoltare l’audio prima di mandarlo online. Pensarci due minuti prima di andare in onda con una diretta tv. Come stiamo parlando di queste strepitose atlete di cui fino a ieri nessuno tranne gli addetti ai lavori sapeva niente o quasi niente? Come stiamo descrivendo le campionesse olimpiche che — diciamoci la verità — stanno salvando le nostre Olimpiadi, nel senso dell’orgoglio patriottico: ci stanno facendo belli agli occhi del mondo. Abodi il ministro e Malagò il presidente del comitato organizzatore, le istituzioni, i maschi alfa incassano applausi a garanzia del loro professionale futuro. Li incassano grazie ai successi della mammina due volte oro col figlio scostumato, però, che turba — oibò — la professionalità dell’intervistatore accreditato, nientemeno: lui aveva un badge, avete visto il badge? Il bambino disturbava. L’eroina che sconfigge il dolore, la madonna del miracolo, la campionessa priva di figli — breve momento di disorientamento: come definirla, se non madre? — la bella col rimmel che cola, Venere di rimmel, la single in cerca di compagnia, presto, si aprano le candidature: non può certo restare sola, vacante, vuota di uomini, una così. La fidanzata di (certo non è un gran fidanzato, è discutibile: disapprovazione), la compagna di (ma sono tutti fidanzati fra di loro, i pattinatori? ufficialmente, però poi chissà: ammiccamento). La madre di (madre e figlio insieme in gara! Storiona: la madre ultraquarantenne, il figlio diciottenne. Vi ricordate di quando lei scendeva sulle piste in minigonna col bambino in braccio? No? Era quindici anni fa, eccola: foto, video vintage).

Non benissimo, ecco. Non ne stiamo uscendo benissimo da queste telecronache, da questi resoconti, e tutto avrei voluto fare oggi tranne che l’ennesimo milionesimo articolo sulle parole per dirlo: sul modo in cui si parla delle donne. Lo faccio da più di quarant’anni e mi rendo conto ormai perfettamente dell’inutilità del gesto: le cose non sono affatto migliorate dagli Ottanta a oggi, anzi, e sono consapevole che sì, bisogna continuare a farlo — a dire guardate che non va bene così, non va bene per niente — non si può non farlo ma non basta. Servirebbe altro: educazione e politiche. Scuola e investimenti. Anche di questo: quante volte abbiamo detto, che governasse la destra o la sinistra? Ma niente. Tra l’altro: viviamo oggi in un paese dove due donne sono a capo del governo, una, e dell’opposizione, l’altra. Ma, di nuovo, niente. Anzi, peggio.

Sono qui perciò, a inutilmente dire che sono senza dubbio strepitose, queste atlete olimpiche che un giorno si sfracellano la faccia sul ghiaccio e il giorno dopo vincono la gara, che in dieci mesi recuperano una lesione gravissima e vincono l’oro. Lo sono soprattutto per un pubblico tv abituato a vedere i calciatori agonizzare per un urto in campo come se li avessero squartati, bruciati vivi. No, vi assicuro. Non è diversa la percezione del dolore. Uomini e donne sentono male con la stessa intensità. Informatevi, cercate su Internet se non vi fidate. Il sistema neuronale è il medesimo: è la reazione, ad essere diversa. E qui sì, c’è una questione di abitudine e tolleranza. Una diversità fra maschi e femmine. Culturale, non genetica.

Altri fatti sono accaduti, mentre le Olimpiadi sono in corso. Vale la pena elencarne alcuni, a promemoria. Una ragazza di 17 anni, Zoe Trinchero, è stata uccisa da un ventenne italiano perché non lo assecondava nella sua pretesa di stare con lei. Hanno provato ad addebitare la colpa a un ragazzo nero di pelle, il paese l’ha quasi linciato, ma non era stato lui: è stato l’italiano a buttarla nel canale quando era ancora viva. Peccato per la crociata contro gli immigrati, così redditizia ad alimentare le paure e varare nuovi decreti sicurezza, ma con i fatti non si discute. A volte non sono i “maranza” il problema, vedete, accidenti. Spesso, non lo sono. Gisèle Pelicot ha pubblicato un libro in cui racconta la sua storia: per dieci anni il marito l’ha addormentata e fatta violentare da chiunque. Ricorderete. Ha testimoniato al processo, ha detto devono vergognarsi loro non io. Si presenta alle interviste con il suo nuovo compagno. La notizia, per i media, è questa: incredibile, a 73 anni e dopo quello che le è successo ha un nuovo compagno. Come osa, chissà come si sente lui, il poveretto. Ma poveretti voi. Vi aspettiamo tutti al traguardo dei vostri 73 anni, con le vostre nuove compagne, a dire poveretti. Nicolangelo Gelormini ha girato un film bellissimo, La Gioia: l’amore fra una donna di mezza età e un ragazzino. Che scandalo, no?, nei tempi di Epstein, che scandalo una donna adulta con un ragazzino. Andate a vederlo, questo magnifico film, se potete.

Ho ascoltato il primo numero del podcast di Andrea Pocosgnich. Si chiama Tiresia. È una rassegna di cose di teatro, oggi esce il secondo episodio. A parte l’importanza e la bellezza di avere un resoconto delle cose di teatro, vita viva. Nel primo numero ho finalmente capito con chiarezza cosa è successo ai teatri di Parma: c’è una sentenza del settembre 2025 in cui il tribunale ha condannato quel teatro e il regista che ci lavorava a pagare il risarcimento nei confronti di due attrici che hanno subito molestie e violenze. Dopo la condanna altre attrici hanno testimoniato di aver subito abusi “in un meccanismo che andava avanti, evidentemente, dagli anni Novanta”, ascolto. La sentenza obbliga i media a non fare il nome del regista, con il risultato che si possono pubblicare i nomi delle donne vittime di abusi ma non quello di chi ha abusato. Molti giornali hanno rimandato a link e post sui social. Pocosgnich ha il merito di chiamarlo per nome, aggiunge che dopo la condanna l’uomo è stato nominato nuovo segretario interregionale del dipartimento arte cultura e spettacolo della Democrazia Cristiana del Nordest. Esiste la Democrazia Cristiana del Nord Est? Esiste. È un bellissimo podcast, Tiresia. Lo so che il teatro, come la storia delle donne, non godono dei favori delle moltitudini. Ma bisogna insistere, continuare e non fermarsi, fare come se il mondo fosse già quello che vorremmo. Renderlo vero, ostinarsi. Proviamo a rileggere quello che scriviamo, dai. Proviamo a pensarci ogni volta nei panni delle altre. Proviamo, senza stancarci, ancora e ancora. Poi certo di nuovo, a tutti: buone Olimpiadi. Tra poco, è un momento, sarà Sanremo. Per i commenti, se vorrete, siamo qui.

Nell’immagine: Francesca Lollobrigida


Iniziative popolari e pubblicità

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso 

Organizzare un’iniziativa popolare o un referendum in Svizzera comporta costi logistici per Confederazione, Cantoni e Comuni stimati intorno a 2 franchi per avente diritto di voto e per singola votazione coprendo materiali, trasporto e schede. I costi complessivi variano notevolmente a seconda del singolo oggetto, ma avendo 5.5 milioni di persone con diritto di voto stiamo parlando di importi attorno 10 milioni per ogni votazione.

A questo importo bisogna poi aggiungere i costi sostenuti dai promotori dell’iniziativa che variano molto a dipendenza della forza politica in causa.

Ma il vero guadagno è dal lato delle entrate, non monetario ma di visibilità politica. L’importante è fare in modo che il partito o il gruppo di interesse sia regolarmente sotto i riflettori. Specialista di questa strategia è indubbiamente l’Udc, che lancia con regolarità iniziative, motivandole con la difesa della democrazia diretta ma che in realità non sono altro che “pubblicità”.

Non si possono spiegare altrimenti alcune iniziative come quelle in votazione sul “denaro contante” o sul canone radiotelevisivo. La prima è assolutamente inutile perché non c’era nessuna intenzione né da parte della Banca nazionale né da parte del Consiglio federale di abolire il contante, tant’è che il controprogetto non fa altro che rafforzare quanto già prevede la costituzione.

Ancora più bizzarra è l’iniziativa “200 franchi bastano” che viene lanciata dal partito che pretende sempre di difendere la “svizzeritudine” e i valori elvetici. Cosa di meglio per difendere questi valori se non la Radio televisione svizzera, che opera nelle quattro lingue nazionali, attua una forte ridistribuzione del canone a favore delle minoranze e propone comunque un servizio di buona qualità? Certo non tutto funziona alla perfezione. Io stesso eliminerei volentieri due o tre trasmissioni, ma sono opinioni soggettive, che sicuramente non sono maggioranza e che fanno parte delle normalità di fronte a un ente radiotelevisivo generalista. Non parliamo poi della cosiddetta doppia imposizione che toccherebbe le imprese, come se le stesse non beneficiassero dell’informazione pubblica. Un minimo di coerenza sarebbe auspicabile.

Altrettanto inutile è la crociata per una popolazione che non superi i 10 milioni di abitanti. L’Udc vuole chiudere le frontiere quando fa comodo, ma non disdegna i lavoratori stranieri quando sono funzionali all’economia.

Tuttavia l’Udc non è l’unica a usare lo strumento dell’iniziativa per farsi pubblicità. Anche i giovani socialisti non scherzano, come quando hanno lanciato un’iniziativa per un’imposta federale del 50% sulle successioni e donazioni oltre i 50 milioni. Un’iniziativa che sembra “buttata là” tanto per far parlare di sé (con risultati negativi in termine di immagine), mentre con un po’ di elaborazione poteva anche diventare una seria discussione sulla tassazione progressiva a partire da una certa soglia e certamente non al 50%. Il risultato è stata una netta bocciatura e la mancata possibilità di affrontare un problema reale.

Se la democrazia diretta viene esercitata in questo modo non ha più molto senso. Se chi vuole essere al centro dell’attenzione (alcuni spesso, altri saltuariamente) lancia iniziative strampalate, raccogliendo facilmente il numero di firme necessarie su argomenti oggettivamente stravaganti, non difende la democrazia ma interessi di bottega. E quindi bisogna correre ai ripari.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Quando ci sono iniziative complesse, come quella sul fondo per il clima, vengono tacciate di essere estremiste mentre dovrebbero essere esaminate con attenzione. Ma la complessità politica oggi è aborrita: conta solo quanto è facilmente comprensibile. In una società abituata a trattare tutto superficialmente, si tende a ignorare temi complessi. Il problema del cambiamento climatico è pressante, ma si preferisce passare oltre dimenticando che non è solo un’opportunità per contenere i disastri climatici – che saranno sempre più frequenti – ma anche un potente strumento di crescita economica con benefici essendo i costi del non intervento molto superiori a quelli dell’intervento immediato.

Sarebbe forse ora di chiedersi se la democrazia diretta svizzera abbia ancora un senso. Purtroppo, se valutiamo quanto succede oltre i nostri confini, non sembrano esserci sistemi migliori, ma questo non implica che non bisogna chinarsi sul tema.


«Scandaloso! Vergogna! Elemosina!»: nella TV italiana la Svizzera è diventata il nemico

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso 

Di Sandro Benini, Tages Anzeiger

Scene dell’attuale crisi nelle relazioni tra Svizzera e Italia dopo Crans-Montana: nel talk show «Quarta Repubblica», Tommaso Cerno, caporedattore del quotidiano italiano di destra «Il Giornale», urla: «Sono orgoglioso di non essere svizzero!». Nel programma «Dritto e rovescio»  Piero Sansonetti, caporedattore del quotidiano di sinistra «L’Unità», accusa il governo svizzero di «freddezza tagliente». Durante la trasmissione «Lo stato delle cose» dell’emittente statale RAI, una didascalia nella parte inferiore dello schermo dice: «Ci si può fidare della giustizia svizzera?»

Filippo Lombardi (Il Centro), consigliere comunale di Lugano ed ex consigliere agli Stati ticinese, partecipa a una delle trasmissioni in qualità di rappresentante della Svizzera. Ancora una volta si parla della catastrofe di Crans-Montana. Il giornalista Antonio Caprarica chiede a Lombardi: «Si rende conto di quanto sia stata danneggiata l’immagine della Svizzera?» Lombardi non ha la possibilità di rispondere, perché subito dopo viene trasmesso un filmato.

I soldi del Cantone Vallese sono «una vergogna»

Pochi minuti dopo, il conduttore diffonde informazioni fuorvianti sul presunto misero risarcimento finanziario delle vittime da parte del Cantone Vallese. Quando Lombardi fa notare che i 10’000 franchi sono un primo aiuto immediato versato senza burocrazia, il conduttore lo interrompe ripetutamente con commenti sarcastici: «Scandaloso!», «Una vergogna!», «Un’elemosina!», «Tenetevi i vostri soldi!». A quel punto Lombardi alza la voce. «State diffondendo fake news, state dicendo sciocchezze!». Il conduttore reagisce con gesti sprezzanti.

In una conversazione telefonica con questa redazione, Lombardi afferma: «Il danno d’immagine per il nostro Paese è considerevole». Anche in Francia i media sono critici nei confronti della Svizzera, ma distinguono tra il pubblico ministero vallesano, il sindaco di Crans-Montana, il Consiglio di Stato e il Consiglio federale. «In Francia intervengono esperti, in Italia giornalisti e politici che alimentano l’odio contro la Svizzera». Ad esempio, il fatto che un procuratore speciale di un altro cantone possa essere nominato solo su richiesta della procura del Vallese non interessa affatto ai critici italiani.

Lombardi non partecipa più alle trasmissioni

Per lo spettacolo nei talk show italiani, dice il politico ticinese, serve sempre un ospite svizzero che poi tutti gli altri attaccano, in rappresentanza dell’intero Paese. Ha partecipato quattro volte alle trasmissioni, anche per sottolineare che le critiche alla procura del Vallese e alle autorità comunali di Crans-Montana sono state aspre anche in Svizzera. «Il ruolo in cui questi polemisti televisivi vogliono spingermi con il loro giornalismo da ghigliottina non mi piace», afferma Lombardi. «Non parteciperò più». Nei quotidiani italiani seri le accuse generiche nei confronti della Svizzera sono meno evidenti che in televisione, ma non sono affatto rare.

Tutta questa teatralità mediatica non significa però che lo sgomento dell’opinione pubblica per la morte di sei giovani italiani a Crans-Montana sia artificiale. Significative sono le parole della deputata Simonetta Matone (Lega) nel programma «Quarta Repubblica»: «Nella nostra immaginazione collettiva abbiamo sempre pensato che la Svizzera fosse il Paese perfetto».

Questo cliché è talmente compromesso che ora molti considerano l’Italia, proprio l’Italia, più seria, severa e coerente. La soddisfazione per questo ribaltamento di ruoli, la soddisfazione per il fatto che, come dice Lombardi, «l’allievo modello è stato sorpreso con le mani nel barattolo della marmellata», sono evidenti.

Mentre un cliché positivo sulla Svizzera va in frantumi, agli occhi di molti giornalisti e opinionisti italiani se ne conferma uno negativo: quello della freddezza e dell’ostinazione elvetica, dell’orgogliosa convinzione di essere superiori. Hoara Borselli, ex modella e attrice, oggi giornalista, critica aspramente nel programma «Quarta Repubblica» «l’incredibile freddezza con cui le autorità svizzere hanno reagito a questa tragedia». Si tratterebbe di una «totale mancanza di rispetto nei confronti del grido disperato delle vittime».

La Svizzera, il Paese in cui il denaro trionfa sulla giustizia: l’opinione pubblica italiana reagisce con sgomento quando Jacques Moretti, proprietario del locale Le Constellation, viene rilasciato dalla custodia cautelare il 23 gennaio 2026 dietro pagamento di una cauzione di 200’000 franchi. «È il sistema svizzero che ha ucciso i giovani», afferma ora il caporedattore del Giornale Cerno. Il pubblico in studio applaude. Si sentono anche termini come «omertà» e «collusione» in riferimento a Crans-Montana, al Vallese, all’intera Svizzera.

«Meloni strumentalizza le vittime»

E non sono più solo gli ospiti dei talk show ad andare sopra le righe, ma anche politici di spicco, come il capo del governo Giorgia Meloni («Provo profonda rabbia e sgomento»; «È un insulto alle vittime») o il leader della Lega Matteo Salvini («Vergogna!»).

Il richiamo dell’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado a Roma è una protesta diplomatica di una durezza molto insolita tra paesi amici, strettamente legati dal punto di vista economico e culturale. Crisi simili risalgono al 1980 e al 1902, quando la questione era sostanzialmente la stessa di oggi: il governo italiano chiedeva un intervento più severo da parte della giustizia svizzera, in un caso (1980) contro un terrorista, nell’altro contro anarchici italiani in esilio. La Svizzera respinse queste richieste come un’ingerenza. Nel 1902 si arrivò addirittura a una rottura completa delle relazioni diplomatiche per tre mesi.

Anche l’ex procuratore ticinese Paolo Bernasconi ha partecipato a talk show italiani in qualità di rappresentante della Svizzera. Egli ritiene che la perdita di prestigio del nostro Paese in Italia sia «colossale». Secondo Bernasconi, il pubblico ministero vallesano ha sottovalutato enormemente il rischio di occultamento delle prove, non avendo arrestato immediatamente i coniugi Moretti, non avendo perquisito subito i loro cellulari e la loro abitazione e non avendo interrogato separatamente tutte le persone coinvolte.

Inoltre, il giurista ticinese ritiene che il Consiglio federale avrebbe dovuto sostenere le famiglie delle vittime in modo rapido e semplice con generosi contributi finanziari. «Il fatto che ciò non sia ancora avvenuto dà l’impressione di una certa meschinità», afferma Bernasconi. In questo senso, egli può comprendere in parte le accuse.

Il tentativo del governo italiano di esercitare pressioni sulla giustizia svizzera viola tuttavia la separazione dei poteri. Si tratta di una violazione della Costituzione, «della Costituzione italiana, per la precisione», afferma Bernasconi. Lombardi e Bernasconi ritengono che uno dei motivi principali della reazione violenta del governo italiano sia il referendum sulla riforma della giustizia che si terrà in Italia a marzo. «Amplierebbe notevolmente l’influenza dell’esecutivo sulle autorità investigative e sui tribunali», afferma Lombardi. Meloni avrebbe lasciato che la controversia con la Svizzera si inasprisse per far credere alla propria popolazione che se la giustizia è troppo indipendente, le conseguenze sono quelle che stiamo vedendo in Svizzera. «Meloni strumentalizza il destino delle vittime per fini di politica interna», afferma Lombardi.

Bernasconi chiede: «Il governo russo diffama e insulta il presidente italiano Sergio Mattarella e commette atti di sabotaggio in Italia: perché Meloni non ha richiamato da tempo l’ambasciatore italiano da Mosca?».

E che ne sarà della squadra investigativa congiunta svizzero-italiana? Meloni minaccia di non rimandare l’ambasciatore italiano a Berna finché anche gli investigatori italiani non potranno indagare nel Vallese. Bernasconi, che ha partecipato a numerose indagini internazionali contro la mafia, ritiene che si tratti di «puro placebo politico». Infatti, la catastrofe di Crans-Montana non ha nulla a che vedere né con la criminalità organizzata né con quella internazionale.

La polizia ticinese controlla i giornalisti italiani

Alcune scene del mondo sfavillante dei programmi televisivi italiani sono tragicomiche. Alla TSI il consigliere nazionale del PLR Alex Farinelli definisce inaccettabile il brusco comportamento del governo italiano. E aggiunge che l’ambasciatore italiano può tranquillamente restare a Roma a mangiare la sua pasta all’amatriciana.

Il filmato viene riproposto più volte nei programmi italiani perché, secondo un conduttore, mostra «come si parla di noi in Svizzera». Quando i giornalisti della RAI cercano di intervistare Farinelli nella sua casa in Ticino, dopo pochi minuti vengono controllati da una pattuglia della polizia. Si sentono le parole «libertà di stampa» (da parte dei giornalisti italiani) e «stalking» (da parte dei poliziotti ticinesi).

Anche questo video non migliorerà certo l’immagine del nostro Paese presso il pubblico televisivo italiano.

Traduzione a cura della redazione


Ultimatum a senso unico, ma con galateo

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso 

Di Luca Celada, il manifesto

Nel giorno di San Valentino, Marco Rubio ha dichiarato enfaticamente che Usa e Europa sono fatti per stare insieme (belong together) ma, fra le righe, il suo discorso di Monaco è somigliato alla missiva di un toxic boyfriend. Il segretario di Stato ha tentato di dare alla dottrina Don-roe, del neo dominio americano, uno smalto politologico. Al centro del ripasso storico di Rubio figura l’errore di aver voluto, dopo la guerra fredda, «sostituire i mercati alle nazioni».

Impostandoli su un’idea di diritto internazionale («rules-based global order») che ritiene essere «altamente sopravvalutato». Posta la dicotomia, falsamente esclusiva, fra liberismo e nazionalismo, gli Usa di Rubio si adoperano invece per un sano ritorno ai naturali impulsi nazionalisti che hanno funzionato così bene «per 5000 anni».

Un anno fa, allo stesso congresso, JD Vance aveva annunciato l’arrivo di «un nuovo sceriffo». Di contro, Rubio ha ricevuto plausi per il cambio di stile ma il suo discorso ha contenuto la stessa visione anacronistica e profondamente antimoderna promossa dal suo paese, virato in potenza nazional-populista.

Per implicare gli “alleati” in quel progetto, Rubio ha calcato sul concetto di America come eterna «figlia d’Europa».

Ecco quindi l’elogio di Mozart e Beethoven, Dante e Shakespeare, Michelangelo, Da Vinci e la Cappella Sistina. Poi il debito originario ai fondatori eruopei: Colombo scopritore, inglesi domatori di praterie, francesi esploratori e cavalieri spagnoli, fino ai i Tedeschi che in America hanno portato la birra. Un catalogo suprematista per omissione, da cui sono spariti nativi, afroamericani, ispanici e tutte le sfaccettature del crogiolo americano. La rimozione è stata particolarmente stridente nella bocca del ministro figlio di immigrati cubani (ma, ha rassicurato, due secoli fa gli antenati erano andalusi e piemontesi!). Il suo discorso è parso intriso della negazione caratteristica di certa élite latinoamericana, un’operazione antitetica alla recente gioiosa auto affermazione del “cugino” portoricano Bad Bunny.

E nella narrazione sono rientrati come un mantra i «valori cristiani» e la «minaccia alla civiltà» rappresentata dall’ «immigrazione di massa», riproposta eufemistica della sostituzione etnica insinuata, per carità, con grande galateo.

Le buone maniere del segretario di stato che hanno fatto «tirare un sospiro di sollievo» a Wolfgang Ischinger, direttore della conferenza, non hanno potuto dissimulare le immagini che da Minneapolis e da altre città restituiscono il volto vero della politica eugenetica che consegue dall’estremismo sovranista e dalla retorica delle «nobili civiltà».

«Scusate l’insistenza, a volte un po’ rozza, ma noi a quel futuro ci teniamo», ha detto Rubio, sempre con forma più garbata rispetto alle minacce grossolane di Vance l’anno scorso, ma il senso è rimasto quello di un ultimatum a senso unico, se vi va unitevi altrimenti…

L’analogia più calzante qui è forse quella del “good cop, bad cop,” l’alternanza fra minacce e lusinghe per ottenere l’esito desiderato negli interrogatori di polizia. «L’eterno figlio d’Europa» intende insomma imporre anche agli antenati «l’ordine ferreo della forza» (per citare Stephen Miller), bloccare ogni politica ambientale («non appagare il culto del clima» come ha detto Rubio) e combattere la tecnofobia (traduzione: mantenere internet americano).

Il programma è questo, naturalmente ognuno è libero si scegliere se seguirlo con le buone o con le cattive. Ci mancherebbe. Di fatto non cessano i contatti strategici fra il dipartimento di Stato ed i partiti dell’estrema destra. La promozione, in sostanza, di cambi di regime in nazioni alleate.

Il capo della diplomazia Usa ha confermato chiaramente l’adozione della guerra a strumento privilegiato a difesa di «una grande civiltà che ha tutte le ragioni per essere orgogliosa della propria storia, fiduciosa nel proprio futuro e che mira a essere sempre padrona del proprio destino economico e politico».

Se le parole di Vance all’epoca erano state minacce, quelle di Rubio hanno avuto la forza dei fatti, dei missili sull’Iran («14 bombe lanciate con precisione dai nostri B-2»), Somalia e Nigeria, del trionfo di Trump alla Knesset, del rapimento Maduro e l’assedio a Cuba, le flotte offensive nei Caraibi e nel Golfo Persico, della campagna groenlandese a cui, ancora venerdì, Trump assicurava di «stare lavorando».

Un quadro di fronte al quale i «sospiri di sollievo» non possono a questo punto che essere definiti autolesionismo.

Molto meglio sarebbe prestare attenzione alle voci, che come Alexandria Ocasio Cortez, intervenuta anche lei a Monaco, lanciano un monito urgente su di un mondo spartito e sottomesso da despoti votati alla sopraffazione e da una pluto-oligarchia ricca e potente come stati-nazione.

Nell’immagine: Marco Rubio


Gli esami di 5 paesi europei: Navalny fu avvelenato con una tossina ricavata dalla rana freccia

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso 

Da La Stampa

«Putin è un assassino. Ora ci sono le prove»: l’accusa arriva da Yulia Navalnaya, moglie di Alexei Navalny, leader di opposizione russo morto a 47 anni il 16 febbraio 2024 mentre si trovava detenuto nelle carceri russe in Siberia proprio per le sue attività politiche. Ci sono i risultati delle indagini fatte da cinque Paesi europei sulle cause del decesso.

I sostenitori e i familiari di Navalny da sempre hanno sostenuto l’implicazione del governo nella morte del politico e attivista. «Scienziati di cinque Paesi europei lo hanno stabilito: mio marito, Alexei Navalny, è stato avvelenato con epibatidina, una neurotossina, uno dei veleni più letali sulla terra. In natura, questo veleno si trova sulla pelle della rana freccia dell’Ecuador. Causa paralisi, arresto respiratorio e una morte dolorosa», ha scritto in un post su X Yulia Navalnaya, la vedova di Alexei Navalny. «Ero certa fin dal primo giorno che mio marito fosse stato avvelenato, ma ora c’è la prova: Putin ha ucciso Alexei con un’arma chimica – continua -. Sono grata agli Stati europei per il lavoro meticoloso che hanno svolto in due anni e per aver svelato la verità. Vladimir Putin è un assassino. Deve essere ritenuto responsabile di tutti i suoi crimini».

Intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il ministro degli Esteri Yvette Cooper ha dichiarato: «Solo il governo russo aveva i mezzi, le motivazioni e l’opportunità di utilizzare questa tossina letale contro Alexei Navalny durante la sua prigionia in Russia». «La Russia vedeva Navalny come una minaccia», ha aggiunto Cooper. E ancora: «Utilizzando questa forma di veleno lo Stato russo ha dimostrato gli spregevoli strumenti di cui dispone e la schiacciante paura che ha nei confronti dell’opposizione politica». Al Regno Unito si sono uniti Svezia, Francia, Paesi Bassi e Germania nell’accusare la Russia di avvelenamento. Il Ministero degli Esteri ha affermato che il Regno Unito ha informato l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche della presunta violazione da parte della Russia della Convenzione sulle armi chimiche.

Nel 2020 Navalny era già stato avvelenato con l’agente nervino Novichok. Era stato sottoposto a cure in Germania ed è stato arrestato all’aeroporto al suo ritorno in Russia.

Nell’immagine: Alexei Navalny condotto carcere 


L’arma chimica più letale*

Da Putin a Merz, la tribuna della conferenza di Monaco ci segnala lo stato delle relazioni internazionali e della sicurezza: oggi, un mondo sospeso