Il disagio giovanile non si cura con le serrature

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 

Le tensioni nei Centri educativi per minori riaprono il dibattito sulla sicurezza degli operatori. Ma dietro gli episodi di aggressività si nascondono problemi più profondi: carenza di risorse, fragilità psichiatriche sempre più diffuse e l’assenza in Ticino di vere strutture terapeutiche per adolescenti.

Negli ultimi mesi il tema della sicurezza nei Centri educativi per minori (CEM) è tornato al centro del dibattito pubblico. L’articolo pubblicato da laRegione l’11 marzo, “Altri dubbi sulla tutela del personale dei CEM”, riporta le preoccupazioni della co-segretaria del VPOD Giulia Petralli e alcune testimonianze di operatori confrontati con episodi di aggressività da parte dei giovani accolti nelle strutture.

Si tratta di situazioni che non vanno minimizzate. Tuttavia, ridurre il problema alla sola questione della sicurezza rischia di portare il dibattito su un terreno fuorviante.

Chi conosce questo ambito sa che lavorare con adolescenti in forte difficoltà comporta inevitabilmente momenti di crisi e di conflitto. Ma partire da singoli episodi – per quanto gravi – senza interrogarsi sulle cause profonde rischia di nascondere il vero problema.

Il rischio è quello di ridurre tutto a un problema di sicurezza.

Quando il tema viene posto in questi termini, la risposta politica tende spesso a essere la stessa: più controllo, più sorveglianza, più misure contenitive. In altre parole, una risposta di tipo repressivo. Lo vediamo anche in altri ambiti della vita pubblica: di fronte a tensioni sociali o a episodi violenti, la soluzione più immediata diventa il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza, talvolta con l’idea di introdurre perfino agenti privati.

Ma davvero è questa la strada per affrontare il disagio giovanile?

Fa un certo effetto sentire racconti che insistono su singoli episodi senza andare oltre nel denunciare criticità ben più profonde. E soprattutto senza ricordare che, molto spesso, gli adolescenti coinvolti sono prima di tutto le vittime di situazioni familiari, sociali o psicologiche estremamente difficili.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sulle problematiche giovanili ha spesso oscillato tra allarme e semplificazione. Basti pensare alla proposta di creare un centro chiuso punitivo dopo la tragica morte di Damiano Tamagni, nella convinzione che misure più severe possano risolvere una parte dei problemi che compongono il complesso arcipelago del disagio giovanile. Il rischio, però, è quello di imboccare una strada che privilegia il controllo e la repressione rispetto alla comprensione e alla presa a carico educativa.

I Centri educativi per minori nascono in Ticino tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta con l’obiettivo di offrire un contesto protetto a ragazzi che vivono situazioni familiari, sociali o scolastiche problematiche. L’idea era creare un ambiente educativo stabile, con progetti individualizzati capaci di favorire crescita, integrazione e benessere.

Oggi, però, sempre più operatori segnalano difficoltà crescenti. Una delle ragioni riguarda la progressiva riduzione delle risorse. Il settore, che dipende dal Dipartimento della sanità e della socialità, è da anni confrontato con pressioni finanziarie che inevitabilmente si riflettono sulla qualità del lavoro educativo.

Senza risorse adeguate è difficile garantire personale sufficiente, formazione specialistica e strutture capaci di rispondere a bisogni sempre più complessi.

E i bisogni sono effettivamente cambiati.

Sempre più spesso i giovani accolti nei CEM presentano fragilità psicologiche o psichiatriche importanti. In questi casi la dimensione protettiva diventa fondamentale: il senso stesso del collocamento è offrire un contesto stabile, capace di interrompere dinamiche familiari disfunzionali e permettere ai ragazzi di ritrovare un minimo di equilibrio.

Ma questo equilibrio è possibile solo se le misure di protezione vengono applicate con coerenza. Succede invece non di rado che un minore venga collocato in un CEM per essere protetto dal proprio contesto familiare, ma continui a rientrare nello stesso ambiente durante i fine settimana, riattivando dinamiche problematiche o abusanti.

In queste condizioni è difficile pretendere stabilità emotiva e comportamentale.

A questo si aggiunge un altro problema strutturale: la carenza in Ticino di comunità terapeutiche specializzate per adolescenti con bisogni psichiatrici complessi. Di conseguenza, situazioni che richiederebbero un intervento clinico specifico finiscono per gravare sui CEM, che però non sono stati pensati né strutturati per questo tipo di presa a carico.

Il risultato è un sistema sotto pressione, in cui operatori e ragazzi si trovano spesso a gestire situazioni che vanno ben oltre il mandato originario dei centri.

In questo contesto torna ciclicamente anche il progetto del centro chiuso “La Clessidra”, spesso presentato come una possibile risposta ai casi più problematici. Ma si tratta davvero di una soluzione educativa?

In realtà, un centro chiuso risponderebbe soprattutto alle esigenze della magistratura dei minorenni, offrendo uno strumento di tipo custodiale per la gestione di situazioni particolarmente difficili. Non rappresenta però una risposta ai bisogni educativi e terapeutici di molti adolescenti che oggi finiscono nei CEM.

Dissento fortemente con le dichiarazione esternate dal direttore della fondazione Vanoni Mario Ferrarini  rilasciate a Laser  in un doc RSI. Non è possibile recuperare e riequilibrare le difficoltà di un giovane in soli 3 mesi, ma argomenteremo più in dettaglio prossimamente.

Il vero nodo resta un altro: in Ticino continuano a mancare strutture terapeutiche adeguate per giovani con fragilità psichiatriche importanti. Finché queste risorse non verranno sviluppate, il rischio è quello di continuare a rincorrere le emergenze con soluzioni che spostano il problema senza risolverlo.

Perché se il sistema continua a privilegiare risposte custodiali o securitarie al posto di interventi educativi e terapeutici, la domanda che dovremmo porci non è più perché questi ragazzi reagiscono con rabbia o aggressività, ma perché continuiamo a stupirci che lo facciano.

Il disagio giovanile non si cura con le serrature.

L’autore è membro del “Coordinamento contro il centro chiuso”


Il cappio israeliano: sì alla pena di morte, solo per i palestinesi

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 

Di Eliana Riva, il manifesto

Violenza e suprematismo sono i due principi fondamentali su cui si regge la legge approvata ieri dal parlamento israeliano. Quel cappio che i deputati e le deputate hanno esibito con orgoglio dai banchi della Knesset è il sigillo legale di un sistema che valuta le vite dei palestinesi meno di niente e che, soprattutto, attribuisce allo Stato ebraico un primato etico tale da permettergli di formulare norme rimanendone però immune.

LA LEGGE CHE PREVEDE la pena di morte per i palestinesi rappresenta una conquista personale per il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, esponente dell’estrema destra e leader del partito Potere ebraico, che distribuisce armi a coloni e residenti di Gerusalemme, ma solo nei quartieri ebraici. Ha portato avanti sui social e nelle strade una campagna elettorale violentissima, promettendo morte ovunque si trovasse. Ha inondato i social di video in cui parla di affogare, strangolare, folgorare, avvelenare i «terroristi». È così che figure come Ben Gvir chiamano i palestinesi.

La norma, approvata con 62 voti favorevoli e 48 contrari, prevede l’impiccagione. Mira non solo a consentire, ma a obbligare i tribunali che giudicano i palestinesi a pronunciare la condanna a morte. Formalmente Israele già prevedeva l’eventualità della pena capitale, alternativa all’ergastolo, in caso di omicidio, anche per i suoi cittadini; nella sua storia, tuttavia, è stata applicata una sola volta, nel 1962, contro il nazista Adolf Eichmann.

LA NUOVA LEGGE introduce la condanna a morte esclusivamente per coloro accusati di crimini «nazionalistici», definiti «terroristici», ossia per i palestinesi. L’applicazione delle norme ordinarie resta invece garantita per i cittadini israeliani che commettono un omicidio. La formulazione stessa del reato costituisce un’esenzione per i soli cittadini ebrei: l’atto deve essere commesso «con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele». Ai tribunali sarà consentito commutare la pena capitale in ergastolo solo in presenza di imprecisate «ragioni speciali» o «circostanze eccezionali».

LA CORTE POTRÀ disporre l’esecuzione anche in assenza di una specifica richiesta dell’accusa e non sarà richiesta l’unanimità tra i giudici. La pena sarà immediatamente applicabile in tutti i territori occupati da Israele: la Cisgiordania e parte della Striscia di Gaza. Saranno già i militari, durante le indagini, a qualificare un atto come «terroristico» e, dal momento in cui il tribunale emetterà la condanna, l’amministrazione penitenziaria avrà 90 giorni per eseguirla. Il limite temporale è concepito per impedire appello o clemenza. È anche per questo che alcuni rappresentanti politici e militari israeliani hanno avvertito che la legge potrebbe violare il diritto internazionale ed esporre gli ufficiali a mandati di cattura.

NON SONO BASTATI questi avvertimenti, né le deboli obiezioni di Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia, che hanno pubblicato una dichiarazione congiunta la scorsa domenica. Nel documento, pur riconoscendo il «carattere discriminatorio» della norma, si contesta soprattutto il ricorso alla pena di morte in generale, descritta dai quattro Paesi europei come una «forma di punizione disumana e degradante».
Il ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani, intervistato da Bruno Vespa, ha dichiarato che il documento è servito a segnalare a Israele che nella legge «ci sono delle cose che non vanno».

Ma tra i banchi della Knesset, in prima fila a votare a favore, era presente anche il primo ministro Benyamin Netanyahu, accanto al ministro della difesa Israel Katz. Alcuni esponenti dell’opposizione avevano dichiarato che avrebbero sostenuto la legge solo in presenza di un sostegno pubblico del primo ministro. «Oggi stiamo facendo giustizia storica – ha dichiarato Ben Gvir dal pulpito – È arrivato il momento. Stiamo riportando l’orgoglio al popolo di Israele». Tra brindisi e abbracci, ha poi minacciato che «presto li conteremo uno per uno».

IN REALTÀ, il leader suprematista ha già condannato a morte diverse persone, prima ancora che questa norma venisse siglata, costruendo un sistema di tortura e orrore per i prigionieri politici palestinesi, in larga parte detenuti senza accuse. Su indicazione del ministro, il cibo è stato ridotto a livelli minimi di sopravvivenza. I detenuti subiscono vessazioni da parte delle guardie e dei soldati. L’uso della tortura è stato definito «sistematico» anche dalle Nazioni unite. Abusi sessuali, aggressioni e mancanza di cure sono all’ordine del giorno. Ma Ben Gvir difende l’operato dei militari, anche quelli che sono stati ripresi mentre violentavano un detenuto palestinese, causandogli orribili lesioni interne.

LA COALIZIONE Hadash-Ta’al, formata da partiti arabo-israeliani, ha annunciato ricorso alla Corte suprema per chiedere l’annullamento della legge, definita un atto di palese razzismo istituzionale che cristallizza un sistema di apartheid nei confronti del popolo palestinese. Un dispositivo selettivo che espone gli arabi alla pena massima mentre «garantisce impunità ai criminali ebrei».

Quella impunità che in Israele è già da tempo in vigore. Che lascia in libertà i coloni illegali che uccidono, picchiano e rubano ed evita di sottoporre a interrogatorio i soldati che massacrano una famiglia palestinese mentre torna a casa con i suoi quattro bambini.

Nell’ immagine: prigionieri palestinesi nel centro di detenzione israeliano di Sde Teiman 


I boia di dio

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 


Al mondo i conflitti non fanno più paura

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Chi può fare la guerra, prima o poi la fa. È la prima e più antica legge della politica: da Machiavelli in avanti, se riempi gli arsenali, presto o tardi troverai anche una buona ragione per svuotarli. Del resto, non ha senso lasciare la potenza in magazzino. Accanto a questo principio, però, ne esiste un altro, meno intuitivo, meno citato nei manuali, ma proprio per questo più rivelatore della folle spirale bellica nella quale stiamo precipitando: chi è convinto di avere il futuro dalla propria parte, la guerra preferisce rinviarla a data da destinarsi.

Certo, non è filosofia da Nobel per la pace. È puro calcolo, più psicologico che militare, ma non per questo meno strategico. Immaginate uno Stato che guarda l’orizzonte e non vede che una lunga stagione di magra: stagnazione economica, culle vuote, avversari che si rafforzano mentre il Paese si svuota e chi rimane si ubriaca di malumore. Di fronte a un inverno senza primavera, la guerra smette di sembrare una follia e comincia ad assomigliare a un investimento: strappare oggi, con la forza, ciò che il tempo di certo non regalerà più domani. Se, al contrario, nell’aria si sente profumo di orizzonti fecondi, la guerra torna ad apparire per quello che è: una disastrosa assurdità. Molto meglio lasciare che sia il “Generale Tempo” a fare il suo mestiere — vincendo sulla concorrenza a colpi di Pil e prosperità, anziché con missili e cannoni.

La Guerra Fredda, in questo senso, è stato un caso di scuola. Due superpotenze armate fino ai denti, capaci di annientarsi a vicenda più volte al giorno, eppure impossibilitate — o meglio, non interessate — a farlo. Entrambe erano certe che il futuro fosse dalla loro parte e che, prima o poi, avrebbero vinto senza dover sparare un colpo. Washington vedeva la storia marciare verso la democrazia liberale. Mosca verso il trionfo del comunismo. Una delle due si sbagliava di grosso, ma all’epoca poco importava: se sei convinto di passare all’incasso domani, perché giocarti tutto oggi? La vera deterrenza era psicologica ancor prima che nucleare.

Poi quel futuro è finito, e con esso la fiducia nel tempo come alleato. La Russia è stata la prima a scoprirlo — e nel modo più brutale. Con il crollo dell’Unione Sovietica si è dissolto anche il racconto del proprio destino. Mosca ha provato a reinventarsi tra privatizzazioni selvagge, oligarchi e passerelle internazionali, oscillando tra capitalismo improvvisato e nostalgia imperiale. Non ha funzionato. Quando la decadenza è apparsa inesorabile, il calcolo si è capovolto. A quel punto, l’invasione dell’Ucraina ha assunto i contorni di una puntata disperata: meglio alzare la posta al limite, anche a costo di finire rovinati, piuttosto che accettare di dissanguarsi lentamente.

La storia recente di Israele segue una traiettoria diversa, ma con lo stesso nervo scoperto. Per decenni, la sua deterrenza sembrava quasi metafisica nella sua solidità. Quando il 7 ottobre quella certezza si è polverizzata in poche ore, non è crollato solo il presente, ma la stessa percezione del futuro. Gaza, il Libano, l’Iran sono stati la risposta — tanto strategica quanto viscerale — di una società che ha sentito scapparle di mano il controllo del proprio domani.

E poi c’è l’Europa, elegante custode di un lungo periodo in cui la guerra era stata archiviata come un’abitudine barbarica, protetta da una sicurezza esternalizzata e da una crescita data per acquisita. Oggi, tra aggressività russa e isterie americane, quell’equilibrio privilegiato si è incrinato. Riarmo tedesco, nucleare francese, difesa comune: è il lessico di un lento risveglio muscolare che, per ora, somiglia più a un riflesso nervoso che a una vera strategia.

E poi ci sono loro — Stati Uniti e Cina — i grandi arbitri del tempo e della forza, attesi a breve a un incontro che potrebbe rivelarsi il più importante dei prossimi decenni, nel momento forse più delicato degli ultimi ottant’anni.

Gli Stati Uniti restano, oggettivamente, la potenza più completa del sistema internazionale, ma la percezione che vivono i suoi cittadini racconta un’altra storia: milioni di posti di lavoro evaporati, salari fermi, disuguaglianze che si allargano come una piaga che non si può rimarginare. Il passaggio da Nazione egemone a “prima tra pari” è vissuto come un trauma — e la raffica di “guerre lampo” dell’amministrazione Trump ne è, insieme, il riflesso e l’espressione più evidente.

Dal canto suo, la Cina affronta il medesimo meccanismo — e questa, per quanto sembri controintuitiva, è forse la notizia più inquietante. Siamo abituati a descriverla come la potenza che ragiona in decenni mentre gli altri litigano in cicli elettorali, ma anche lei comincia a fare i conti con i propri limiti. La crescita rallenta, la disoccupazione giovanile sale, il debito pesa, e il Paese è destinato a diventare vecchio prima di diventare ricco. Il presente resta solido, ma l’orizzonte non è più quella linea retta che sembrava scritta. In certi ambienti di Pechino circola l’idea che la Cina sia già oggi al picco della sua forza relativa. Così, se il futuro promette meno del presente, forse il momento di agire è già arrivato. Esattamente il ragionamento che si fece a Berlino nell’estate del 1914 prima di mandare l’intera Europa al fronte.

Il risultato di tutto ciò è un caleidoscopio di prospettive che converge in un inquietante punto cieco, mentre Trump e Xi si preparano al summit di Pechino. I due presidenti si troveranno a discutere di dazi, microchip, sicurezza marittima e Taiwan. Rischiano di essere parole inutili, se non riusciranno a rassicurarsi a vicenda, sussurrandosi ciò che conta di più: il futuro esiste ancora ed è dalla parte di entrambi.


Faccio cattivi pensieri e poi mi viene da piangere

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 

Sfogliando i nostri quotidiani, ma anche vedendo e ascoltando le nostre televisioni, non sempre si apprende qualcosa di nuovo, soprattutto quando questi media raccontano il Ticino.

Mani anonime e mani conosciute vergano scritti che ambiscono essere delle analisi. Spesso, per non dire sempre, finiscono per fare le solite malinconiche considerazioni.

Vale a dire: anche in Ticino la politica è di destra (e presto sarà di destra-destra); il movimento nato per detronizzare le grandi famiglie (ma era una balla) le ha soltanto sostituite; chi è stato votato per decidere non lo fa e butta la palla in tribuna; nel paese delle iperbole ogni tanto ci si diverte a organizzare scontri politici tra sodali per poi minimizzare il tutto con una lista unica alle prossime elezioni cantonali (ovviamente per appagare interessi di bottega); chi “scende in campo” lo fa solo per avere visibilità (un tempo succedeva il contrario, ma un tempo) e gli sforzi mediatici per costruire delle ‘larghe intese’ finiscono naturaliter per crollare; il morbo che circola in città si chiama narcisismo e se non si è egotici si viene subito additati come persone sospette perché questo mal comune non è per niente mezzo gaudio; chi non è riuscito a combinare molto quando occupava posizioni apicali, una volta in pensione viene ricompensato (avrei anche  potuto scrivere ‘ricompensata’, ma la grammatica me lo impedisce) con una personale rubrica giornalistica affinché possa criticare ciò che gli ex colleghi e le ex colleghe fanno o non fanno nei comitati delle varie fondazioni che fioriscono in Ticino come i miceti a fine estate; chi lavora o studia in ‘Svizzera interna’ ci rimane per due motivi: perché trova lavoro e perché guadagna il giusto (e poi, terzo motivo, perché trova anche la morosa. Ecco perché in Ticino si ritorna solo per le vacanze).

Gino, dall’Italia, mi chiede come si fa per avere la residenza in Svizzera; Manuela, da Magadino, mi supplica di chiedere al mio amico Gino come si fa ad avere la residenza per vivere a Maccagno e continuare a lavorare a Bellinzona.

Mi fermo qui perché mi viene da piangere. E con il forte vento non è bello.

Nell’immagine: tromboni in piazza


Prigionieri di una guerra e degli scenari peggiori

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 

L’unica volta che gli Stati Uniti fermarono Israele fu esattamente 70 anni fa. Ottobre 1956. Alla Casa Bianca c’era il generale Eisenhower. Il Canale di Suez era stato nazionalizzato da Nasser, leader dei giovani ufficiali egiziani che avevano abbattuto la monarchia. Gran Bretagna e Francia – gelosi ‘gestori’ del Canale e dei suoi profitti – decisero di reagire in armi, con l’aiuto di Israele, che in sostanza aprì la strada alle truppe anglo-francesi, che si riappropriarono del prezioso corso d’acqua. L’Urss minacciò di entrare in guerra contro le forze “colonialiste”. Eisenhower – assai poco propenso a soddisfare gli appetiti coloniali dei suoi alleati europei – impose la ritirata ai suoi alleati europei e a Israele. Fine di un’epoca, e trionfo del nasserismo pan-arabo.

Oggi, quadro completamento rovesciato. È lo Stato ebraico ad aver convinto Donald Trump ad attaccare l’Iran, per dare la spallata decisiva al regime degli ayatollah, ufficialmente per evitare che la teocrazia si impossessasse dell’arma atomica, anche se in molti (anche negli Usa) ritenevano che la “guerra dei dodici giorni” del giugno scorso, sempre ad opera di Washington e Tel Aviv, avesse scongiurato il pericolo per un lungo periodo. Intrappolato dunque il tycoon in un’imprevedibile guerra e l’economia internazionale in una crisi da cui è difficile uscire, date le impreviste capacità difensive e offensive dei Pasdaran. Impasse che obbliga il capo della Casa Bianca, fragilizzato e ancora più imbarazzante, a imbarcarsi in una strategia confusa e contraddittoria: negoziati indiretti con gli ayatollah – affidati soprattutto al Pakistan, potenza islamico-nucleare – ma anche ulteriori minacce, con una flotta americana mai vista nel Golfo e il confluire di migliaia di soldati statunitensi, pronti a sbarcare su territorio persiano.

Carota e bastone. Escalation auspicata da Israele, e dal suo governo a indirizzo messianico guidato da Netanyahu, che sogna una “pax israeliana” in tutta la regione; ma che Trump, convinto di liquidare la faccenda in un paio di settimane, eviterebbe volentieri: per il potenziale pericolo a cui espone il suo esercito, per l’imprevedibile durata di una tale operazione, per la protesta del suo elettorato Maga e quella crescente dei suoi oppositori, per il disimpegno dei maltrattati e insultati alleati della Nato ma anche dai regimi musulmani moderati (anti-Iran, ma costretti a tener conto delle proprie opinioni pubbliche), per il rischio che si riaccendano altri focolai pro-Teheran fra le minoranze sciite in tutta la regione (vedi Houthi yemeniti), e  dietro le quinte per le mosse anti-americane della coppia Russia-Cina.

Non è certo un caso se Trump ha annullato all’ultimo momento il suo cruciale viaggio a Pechino (dazi, competizione tecnologica, materie prime). Un sisma geopolitico, per l’intero Medio Oriente. Che di questo passo, ammonisce lo storico Gilles Kepel, potrebbe dirigersi e trascinare il pianeta verso l’uso dell’atomica. Impossibile? Ma non siamo già di fronte a uno scenario da capogiro e del tutto impensabile ancora pochi anni fa?

Scritto per laRegione
Nell’immagine: sembra, ma non è. Non ancora


L’egolatra e il vaso di Pandora

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 


Sei una donna? Ti sbagli: il tuo cromosoma Y…

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 

Sei anatomicamente una donna e ti senti  bene nella tua pelle, nel tuo corpo? Per la presidente del CIO Kirsty Coventry, due volte olimpionica nel nuoto (2000 Sidney-2004 Atene) prima donna a capo del movimento olimpico, ai fini della partecipazione a una competizione femminile non conta: se il test (obbligatorio), tramite tampone orale, saliva o sangue rivela la permanenza del gene SRY responsabile della separazione maschio-femmina nella fase embrionale, sei  squalificata; se sei negativa sei una donna al 100%, ammessa alle gare femminili.

 E con ciò la signora Coventry, che si basa su “perizie scientifiche altamente accurate”, fa chiarezza (forse…) su un annoso dibattito che si trascina da anni e che va molto al di là del dato agonistico-scientifico, implicando considerazioni politiche, filosofiche, umanistiche e persino ‘religiose’: che fare con chi è anatomicamente maschio ma si sente male nella sua pelle e si priva degli attributi maschili? E’ il caso della ‘transgender’ americana Lia Thomas che dominava le gare di nuoto, e ha scatenato l’ira di Trump che ha impedito per legge ai ‘transgender’ di competere nelle gare femminili. È il caso, clamoroso, della schermitrice americana Stephanie Turner che si è inginocchiata ai piedi della ‘transgender’ Redmond Sullivan: “ti senti male?” “No”, risponde Stephanie Turner: “nulla contro di te ma non mi batto contro un uomo”. Il giudice squalifica la donna secondo il regolamento (ottuso) della scherma “per aver rifiutato di battersi”.

È il caso dello statuario Bruce Jenner che ho celebrato nel 1972 (Monaco di Baviera) come erede degli olimpionici greci nelle prove multiple: dopo 3 matrimoni e 6 figli, a 66 anni Bruce è diventato Caitlin Marie Jenner: “questa è la mia vera natura”.

A chi contesta da un punto di vista ‘religioso’ questi dati consigliamo di mandare un SMS collettivo al Signore, auspicando un suo intervento per impedire a Madre Natura certi scherzi. Che faccia maggiore chiarezza al momento della separazione embrionale dei cromosomi, che non li lasci fluttuare a caso come le palline delle lotterie; quando addirittura permette lo sviluppo di essere umani con caratteri anatomici maschili e femminili (ermafroditi): il caso più clamoroso  è quello della campionessa olimpica americana (Los Angeles, 1932) Stella Walasiewicz, di origine polacca, uccisa nel corso di una rapina nel 1980: l’autopsia rivelò che era un ermafrodita. 

Le sorelle sovietiche Irina e Tamara Press (ebree) imbattibili sugli ostacoli e nelle prove multiple, si ritirarono improvvisamente alla vigilia degli europei del 1966 (“dobbiamo assistere nostra madre inferma”) quando fu introdotto l’umiliante analisi ginecologica per stabilire il sesso. Che però non impedì alla cecoslovacca Jarmila Kratochvila di dominare la scena con un primato sugli 800 m (1’53″28) che resiste a distanza di 43 anni (1983). Non ha impedito alla sudafricana Caster Semenya di dominare a sua volta gli 800 m, all’algerina Imame Khelif di vincere nella boxe a Parigi 2024.

Il CIO, incapace di fare chiarezza (anche per la confusione nel mondo scientifico) aveva scelto di fare come Ponzio Pilato, lasciando decidere alle Federazioni Nazionali e Internazionali: e così Imame, squalificata per i mondiali in quanto maschio, aveva vinto le Olimpiadi in quanto femmina: come? Riducendo il suo tasso di testosterone sotto il limite che la Federazione Internazionale di atletica aveva stabilito in 2,5 nanomoli per 5 litri di sangue. 

Caster Semenya (800 m) si era rifiutata di ridurre il livello del suo testosterone per il meeting di Zurigo: il tribunale dello sport di Losanna le ha dato torto, il Tribunale Federale idem. A questo punto la ragazza (?) si è rivolta alla Corte di Giustizia di Bruxelles che le ha dato ragione (violazione della sfera privata) e ha condannato la Svizzera a pagare un indennizzo di 80’000 euro. Ma ora non c’è tribunale che tenga: il CIO ripropone i test genetici che aveva abbandonato nel 1996.  

Gli avversari della Coventry non demordono con delle tesi difficili da condividere: un’ottantina di sigle attive nei diritti umani, fra le più importanti la Sport & Rights Alliance e la Humans of Sports affermano che i test obbligatori sono “una catastrofica erosione dei diritti e della sicurezza delle donne. Il controllo di genere e l’esclusione di chi è positivo al test SRY danneggiano tutte le donne e le ragazze e minano la dignità e l’equità che il CIO afferma di difendere”.

E chiedere ai vecchi cronisti e telecronisti che hanno commentato le imprese della varie Irina e Tamara Press, della Kratochvilova (che Luigi Morandi definiva ‘Jarmi’ da Jarmila…) e della Semenya? Per loro, in materia di neurobiologia ignoranti come le talpe di Zalende Cà da Tsura e di Bombinasco, il caso è sempre stato chiaro: bastava vedere correre queste ‘donne’ per capire che avevano un vantaggio di natura che rendeva impari la competizione.

È quanto afferma il CIO di Kirsty Coventry: “non possiamo accettare i vantaggi di forza, potenza e resistenza che penalizzano chi è biologicamente e per intero donna. Vantaggi che non vengono annullati completamente dalle terapie per abbassare i valori del testosterone”.

“Summa jus, summa iniuria?” Per Cicerone talvolta la somma giustizia per una parte è somma ingiustizia per l’altra: per chi è biologicamente donna dalla nascita, la presenza di rivali dalla forza muscolare maschile toglie ogni senso alla gara: come una sfida fra una ‘500’ e una ‘Ferrari’. Per chi si sente donna al 100%, ma nel corpo ha un gene maschile di troppo, è la fine di ogni sogno olimpico, una discriminazione. 

Fatta la legge, Il CIO passa la patata bollente alle Federazioni nazionali e internazionali che possono indire competizioni ‘open’ per  transgender, donne nelle quali permane il gene SRY e qualsiasi altro genere umano nel quale la natura ha deciso di non decidere, di non andare a fondo, lasciando nei corpi tracce biologiche o anche fisiologiche di entrambi i generi.


Manifestare è un diritto

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 

Eccoci ancora una volta in piazza senza chiedere il permesso né l’autorizzazione a nessuno. E facciamo bene, visto che dall’articolo 16 all’articolo 22 della Costituzione Federale Svizzera il diritto di riunirci liberamente senza bisogno di un’autorizzazione preventiva è garantito dalla legge. Questo diritto, cardine della nostra democrazia diretta, è il termometro di una società viva, che non delega passivamente il potere ma sa farsi sentire quando il dissenso viene soffocato dalla retorica diffamatoria e denigratoria.

Visto che i nostri cari amici della costituzione – che però sembrano aver studiato solo a metà il testo federale – e soprattutto sedicenti democratici continuano a diffondere false verità per pulirsi la coscienza dal fatto che non si informano neanche un po’ prima di scrivere certi disonesti raggiri, sui giornali scorretti, ingiusti e sleali della destra ticinese, somiglianti a metodi pressoché fascisti.
È vergognoso, soprattutto perché sono esponenti politici di questa città borghese e godereccia di lussurie, i quali dimenticano che la sovranità popolare non si esaurisce nelle urne, ma si esprime anche nelle strade, come ribadito dalla giurisprudenza del Tribunale federale.

Oltretutto, li vediamo a braccetto con giovani imprenditori di chiara ispirazione neonazifascista che urlano alla legge, ma dimenticano – volontariamente – che gli articoli della Costituzione garantiscono la libertà di opinione e che il dissenso, quando il dialogo istituzionale viene meno, non solo può ma deve essere riversato nelle strade. Dicono di avere a cuore il proprio cantone, ma in realtà calpestano quei principi di partecipazione e di limite al potere che sono il vero fondamento della nostra identità politica. Manifestare senza chiedere permesso non è un atto di maleducazione: è un esercizio di cittadinanza attiva, è riappropriarsi di uno spazio pubblico che a loro farebbe comodo vedere silenzioso e docile.

Proprio come accadeva nel fascismo – che ripetiamo assieme – non è un fatto storico a sé stante, ma una metodologia che prende forma e si adatta ogni volta che qualcuno la mette in atto. Ed è proprio quello che accade da decenni, soltanto che hanno inventato la parola magica “democrazia” e “lavoro”, i quali sono l’ennesimo gioco sporco di un potere che tiene conto soltanto di chi reputa idonex, performante, mentre chi non risponde ai requisiti viene lasciato indietrx, umiliatx, preso di mira per palesi profitti politici.

A questo punto, chi non vede i problemi è perché da qualche parte di quei problemi ne fa parte. E quando la mente elimina ciò che l’empatia farebbe sentire, allora l’individualismo e l’egoismo di un capitalismo neoliberista, hanno fatto centro: proprio quando ci si dimentica della comunità, della collettività dell’aiuto reciproco, del sostegno umano indipendentemente da chi si ha davanti. Quando la forza è spinta dal capitale e l’unico scopo è schiacciare qualcuno per lucrarci sopra, allora possiamo dire che questa umanità è finita. E come ci mostra il mondo, la guerra, l’odio, la morte, il sangue dominano la scena.

Sarebbe bello se un giorno la libertà e la giustizia governassero davvero il mondo; sarebbe bello se l’unico governo possibile fosse la coscienza degli esseri umani. E invece abitiamo un mondo che ha trasformato i diritti in privilegi, la verità in follia, la giustizia in un crimine strategico.

Nel 2026 il Consiglio federale ha chiesto al Parlamento un credito d’impegno di 3,4 miliardi di franchi per il potenziamento dell’esercito. Di questi, un miliardo è destinato ai sistemi di difesa aerea tedeschi IRIS-T SLM. 394 milioni servono a coprire i costi aggiuntivi dei caccia F-35A: il numero è stato ridotto da 36 a 30 a causa dell’aumento dei prezzi. 350 milioni di euro vanno all’acquisto di droni, con contratti quadro firmati a gennaio 2026 con aziende tedesche e svizzere. Per finanziare il tutto, il governo propone un aumento dell’IVA dello 0,8% per dieci anni a partire dal 2028, portando la spesa militare dallo 0,7% all’1,5% del PIL.

Sul fronte industriale, Cicor Technologies è stata identificata da UBS come la principale azienda svizzera esposta al settore della difesa, con circa il 30% del fatturato legato al comparto bellico. UBS ha avviato la copertura con raccomandazione “buy” e target price di 173 franchi, prevedendo una crescita organica del 4,3% nel 2026 trainata proprio dalla domanda militare. Le stime indicano un aumento del 16% annuo dei budget per equipaggiamenti militari in Europa tra il 2023 e il 2030.
Secondo la Società Svizzera di Sicurezza (SSU), il 2026 è un “punto di svolta”: il sistema di milizia è in crisi, l’industria bellica nazionale è stata danneggiata dalle restrizioni all’esportazione del 2021, e i 36 caccia F-35 sono considerati il “minimo assoluto” per una protezione rudimentale dello spazio aereo.

La Svizzera ha inoltre aderito all’iniziativa European Sky Shield – Scudo Celeste Europeo – coordinata dalla Germania, e ha avviato cooperazioni con Germania e Austria per l’acquisto congiunto di sistemi Patriot, artiglieria RCH 155 e F-35A. Tutti questi dati sono accessibili.
(FONTI: Consiglio federale, messaggio sul potenziamento dell’esercito (febbraio 2026) – UBS, analisi su Cicor Technologies e settore difesa (marzo 2026) – Società Svizzera di Sicurezza (SSU), documento programmatico 2026 – RSI / DDPS, comunicati su IRIS-T, droni e European Sky Shield (gennaio–marzo 2026))

Eccola, la bella Svizzera che si definisce neutrale, ma spende miliardi per sistemi d’arma prodotti da Paesi in guerra. Si dichiara equidistante, ma aderisce allo Scudo Celeste Europeo: un’iniziativa nata sotto approvazione tedesca e allineata alla logica NATO. Si rivendica autonoma, ma si lega a catene di fornitura e decisioni strategiche che dipendono da Berlino e Washington.

La neutralità svizzera è diventata un involucro retorico vuoto.

Serve a proteggere gli interessi economici dell’industria bellica e a dare una patina di rispettabilità a un riarmo che, nei fatti, segue servilmente le scelte dei blocchi militari. Non c’è più alcuna equidistanza quando si acquistano caccia americani, ci si coordina con la Germania e si partecipa a iniziative di difesa pensate per gli Stati membri della NATO. Non a caso, i ritrovi degli sgraditi, ignobili e indegni vertici globali si tengono proprio qui in Svizzera: il WEF, il G7. Oltre a essere il deposito mondiale di soldi sporchi e frutto di corruzioni. Si dice “difesa del territorio”, ma si finanzia un’industria che vive di esportazioni verso conflitti altrui. Si invoca la sovranità, ma si delega la propria capacità di difesa a terzi.

Questo non è neutralità: è una neutralità di facciata. Comoda per chi lucra sulle armi, e comoda per chi non vuole ammettere che la Svizzera ha già scelto da che parte stare. Ed è curioso: chi si proclama turbato e scandalizzato per chi scende in piazza, non si faccia una minima ricerca su questi dati e non analizzi con lucidità i problemi cantonali e federali. Per esempio: perché non ci si chiede come mai i settori sociosanitari sono in declino, economicamente e a livello del personale?

Perché non ci si chiede il motivo per cui i costi delle casse malati aumentano? E stranamente guarda caso il Cantone più precario ne risente maggiormente, visto i posti di lavoro vacillanti e datori di lavoro che sfruttano a basso costo persone oltre confine e lasciano senza lavoro residenti locali, creando ancora una volta un immagine distopica colpevolizzando i frontalieri e alimentando odio e razzismo dovuto a frustrazione e sconforto.

Perché non ci si chiede il motivo per cui vengono tolti fondi all’istruzione? Perché non ci si scandalizza sul fatto che questo mondo sta dimenticando la cura e l’educazione a principi solidali e umani come priorità, ma mette davanti soldi sporchi di un capitalismo cannibale produttore di sangue e morte?

Come mai nessuno riflette sulle cause strutturali di questi fenomeni, che hanno nomi e metodi precisi e strategici (colonialismo, razzismo, nazismo, fascismo, capitalismo, patriarcato, sfruttamento e devastazione ambientale e animale)? Come mai tuttx sono prontx a puntare il dito alla luna, ma non a considerare che quello che succede nel piccolo è ciò che riflette il mondo intero?

Se i giovani sono così violenti – si, qui in Ticino – è perché il mondo insegna che la violenza e il dominio vincono.

E coloro che portano avanti questi sistemi sono sempre lo Stato aggressore, tiranno d’Israele, con i vili servitori degli Stati uniti d’America che maneggiano come marionette l’Europa e gli alleati, tutto teatro di codardia, infamia e bugie mascherate da promesse non mantenute per ingannare la popolazione che ha scelto di farsi intimare e comandare e sopravvivere sulle spalle e la vita dell’intero Sud Globale.


Gli Usa ammalati di antisemitismo

I centri educativi per minori e il dibattito sulla sicurezza degli operatori – Di Bruno Brughera 

Di Anna Foa, La Stampa

E così, a forza di gridare «al lupo al lupo!» il lupo è arrivato davvero. Ma c’è qualcuno ancora capace di riconoscerlo? Parliamo dell’antisemitismo, che dopo essere stato agitato come una bandiera da Netanyahu e dal suo governo e dopo essere stato denunciato con grande clamore dal mondo ebraico della diaspora, finisce per affacciarsi davvero, non soltanto in minacce e insulti più o meno inoffensivi affidati ai social, ma in attentati sanguinosi, che colpiscono direttamente gli ebrei in quanto tali: sinagoghe, ambulanze, luoghi specificamente ebraici.

E mentre in Italia continuiamo a proporre leggi insussistenti e del tutto superate in cui si arzigogola se sia o meno antisemitismo paragonare la Shoah al genocidio di Gaza, negli Stati Uniti si levano allarmi reali e si denunciano fatti e eventi davvero preoccupanti. Perché l’antisemitismo esiste, cresce, si rafforza.
E gli Stati Uniti sono il paese in cui in questo momento l’allarme sull’antisemitismo coglie questioni reali e non solo propagandistiche. Ad esempio, come definireste la lettera di dimissioni di Kent, il capo dell’Antiterrorismo, in cui si denunciava la lobby ebraica che aveva portato il presidente Trump a dimenticare il motto che lo aveva incoronato, «America first»?
E come definireste il vasto mondo dei sionisti evangelici, la loro attesa apocalittica del momento in cui tutti gli ebrei si battezzeranno, vecchio topos antigiudaico?
Basta il loro essere sionisti per non vedere in loro l’immagine dell’antisemita doc? Come, guardando all’Europa, basta il sostegno a Netanyahu per cancellare l’antisemitismo delle destre estreme europee?

Le istituzioni americane di lotta all’antisemitismo, tutte o quasi, non solo quelle più di opposizione al governo israeliano, sottolineano nelle loro denunce il legame fra la crescita di un antisemitismo violento e la guerra contro l’Iran di Stati Uniti e Israele, pur non dimenticando che questa crescita era già iniziata dopo il 7 ottobre. Non un antisemitismo all’origine delle guerre, dunque, ma le guerre all’origine dell’antisemitismo. Se ne dedurrebbe che per limitare almeno questa crescita bisognerebbe porre fine alle guerre. Ma Trump, e soprattutto Netanyahu, la vedono in maniera opposta: guerra all’antisemitismo come guerra e basta.

In un recentissimo articolo di Judy Maltz su Haaretz si analizza appunto il dibattito del tutto nuovo che sta nascendo negli Usa su questo tema. Nuovo perché finora anche là, come ancora in Europa, ci si era limitati ad usare il velo dell’antisemitismo come copertura dell’appoggio indiscriminato alla politica di Israele o alla repressione delle proteste di studenti e docenti nelle università.
Ora, si cambia strategia di fronte all’emergere reale dell’antisemitismo, al fatto che siamo obbligati a ricordarci che il sangue sparso è più grave degli slogan gridati, e spesso non esiste fra loro un rapporto di causa-effetto. Nell’America di Trump, dove una grossa fetta dei Maga è su posizioni simili a quelle di Kent, le istituzioni ebraiche si pongono soprattutto il problema della sicurezza, un problema che fino ad oggi era stato prevalentemente europeo. Ma questo dibattito ha anche l’effetto, credo, di estendere il campo degli oppositori di Netanyahu, cioè di quanti, nel grande e composito mondo ebraico americano, vogliono affrontare il problema alla radice, cioè nella politica del governo di Israele, nei suoi crimini, nella percezione che il mondo, talvolta anche senza troppo distinguere, ha di questi crimini.
Di quanti insomma vedono l’antisemitismo come conseguenza, non come radice. Ed ecco una studiosa importante dell’antisemitismo, Flora Cassen, che ammonisce della necessità di combattere l’antisemitismo distinguendolo dalla critiche alla politica di Israele.

Dobbiamo, dice, mandare il messaggio chiaro che gli attacchi alle sinagoghe sono sbagliati indipendentemente da quello che succede in Israele. Una strategia di lotta all’antisemitismo diametralmente opposta a quella adottata dall’identificazione fra antisionismo e antisemitismo affermata dalle leggi in discussione oggi in Italia. Forse perché siamo di fronte a una percezione di un pericolo reale, non all’accettazione pura e semplice di fantasmi volti a giustificare l’ingiustificabile, come quando si definiscono le opposizioni a quanto succede oggi in Medio Oriente come frutto dell’antisemitismo. Come quando, per guardare ai fantasmi, non si vede la dura realtà.

Nell’immagine: Usa, sionisti evangelici