Sempre più infuocata la campagna per una votazione che potrebbe segnare l'inizio della fine per i valori della Costituzione italiana
Dal nostro corrispondente dall’Italia
La resa dei conti è vicina. Per quanto da più parti si continui a ripetere che non va politicizzato né strumentalizzato, il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo finirà per assumere il valore di un giudizio politico su Giorgia Meloni e il suo governo.
Alle urne sono chiamati 46 milioni di elettori in Italia, ai quali si aggiungono oltre cinque milioni di residenti all’estero ammessi al voto per corrispondenza. Dovranno dire sì o no alla riforma, già approvata dal Parlamento, che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, sdoppia il CSM, il Consiglio superiore della magistratura, e istituisce un’Alta corte di disciplina. È facile prevedere che voterà meno della metà degli aventi diritto, ma in questo caso il quorum non è previsto: il risultato è valido qualunque sia il numero dei votanti.
Un campo di battaglia senza esclusione di colpi
Sarà il momento della verità a conclusione di una campagna referendaria trasformatasi nelle ultime settimane in un vero campo di battaglia. La destra al governo, decisa a portare a casa la riforma a ogni costo, ha sferrato i colpi più duri, condensati nell’incredibile uscita di Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, la quale ha invitato a votare sì, perché così «ci togliamo di mezzo la magistratura formata da plotoni di esecuzione».
Questa signora, non a caso ribattezzata “la Zarina” del dicastero guidato da Carlo Nordio, è oggi indagata dalla Procura di Roma per false dichiarazioni al pubblico ministero nell’inchiesta sul caso Almasri, il generale libico arrestato in Italia per crimini di guerra su mandato della Corte penale internazionale, ma prontamente rilasciato dopo una sequenza di gaffes governative e rispedito nel suo paese con un aereo di Stato.
Sulla stessa linea si è mosso lo stesso Nordio con le sue esternazioni ondivaghe. Emblematico il passaggio in cui, parlando delle correnti interne al Consiglio superiore della magistratura, ha evocato un «potere paramafioso», suscitando l’irritazione del presidente della Repubblica.
Articolo per articolo, che cosa prevede la riforma
Come spesso accade, l’informazione mainstream ha preferito inseguire lo scontro politico, alimentato ossessivamente dalla presidente del Consiglio che vede nei giudici un ostacolo all’azione del governo, invece di spiegare davvero il quesito referendario di fronte a un’opinione pubblica mai così disorientata.
La riforma tocca sette articoli della Costituzione, con l’obiettivo generale di ridisegnare l’assetto costituzionale della magistratura. In concreto, se dovessero prevalere i sì, cambierebbe questo. L’articolo 87 viene ritoccato per adeguare le attribuzioni del presidente della Repubblica: non presiede più un solo CSM, ma due distinti Consigli superiori, quello della magistratura giudicante e quello della magistratura requirente.
L’articolo 102 sancisce la distinzione tra carriere dei magistrati giudicanti e requirenti, mentre viene riscritto da cima a fondo l’articolo 104. La magistratura è confermata come ente autonomo e indipendente, con due grandi novità: i componenti dei due CSM sono scelti tramite sorteggio, in parte da un elenco formato dal Parlamento (e qui si nasconde un vero imbroglio, che gioca a favore dei politici), in parte tra magistrati giudicanti o requirenti.
Anche l’articolo 105 viene riscritto. Assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni e conferimento di funzioni spettano ai due nuovi Consigli superiori. Ma soprattutto la giurisdizione disciplinare sui magistrati ordinari viene sottratta ai CSM e trasferita a una nuova Alta corte disciplinare, composta da 15 giudici scelti con sistema misto di nomina e sorteggio.
Gli articoli 106, 107 e 110 vengono adeguati al nuovo impianto, coerentemente con l’esistenza dei due CSM. Il 106 stabilisce inoltre che tra i possibili chiamati agli uffici direttivi vengano inclusi anche magistrati requirenti con almeno 15 anni di funzioni.
La separazione delle carriere già esiste nei fatti
Ma perché il governo punta con tanta insistenza su un provvedimento poco comprensibile e destinato a incidere su una parte esigua dei magistrati? Tanto più che la separazione delle carriere esiste già nei fatti. Gli ultimi dati mostrano con chiarezza quanto il passaggio da una funzione all’altra sia marginale: meno dell’1 per cento dei quasi diecimila magistrati cambia ruolo nel corso della carriera. In particolare, il passaggio da pubblico ministero a giudice si ferma allo 0,21 per cento, mentre quello da giudice a pubblico ministero riguarda lo 0,83 per cento.
I veri nodi della magistratura, come sa chiunque sia mediamente informato o abbia avuto a che fare con la giustizia, sono ben altri: tempi biblici dei processi, profonde disuguaglianze territoriali, uffici da modernizzare attraverso la digitalizzazione degli atti, carenza cronica di personale, fiducia dei cittadini che continua a incrinarsi e, non da ultimo, una spaventosa massa di arretrato. Solo sul civile, a metà 2025, restavano ancora oltre 263.000 fascicoli da smaltire per centrare i target del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Eppure il PNRR ha destinato al miglioramento del sistema giudiziario ingenti risorse: oltre due miliardi e 828 milioni di euro ma, per ora, con risultati quasi nulli.
Franco Gabrielli: «Una scelta di parte che produce sfracelli»
Una voce autorevole come Franco Gabrielli, già capo della Polizia di Stato, ha indicato con nettezza, in un’intervista al “Fatto Quotidiano”, dove sta il vero nodo della questione: «Io voto convintamente no. E non perché ritengo che in questo paese non ci sia il problema della giustizia, ma perché l’indipendenza della magistratura è un bene prezioso, una garanzia per tutti, un valore da preservare sopra ogni cosa. La Carta costituzionale va modificata il meno possibile. Perché, ogni volta che si carica una modifica di aspettative di parte, si fanno sfracelli».
Di sfracello si può parlare eccome, di fronte all’ostinazione e alla fretta con cui il governo Meloni vuole introdurre la separazione delle carriere. Quasi un ordine di scuderia imposto alla maggioranza parlamentare. Il testo varato dal governo è stato approvato senza cambiare una virgola in tutti i passaggi previsti: il 16 gennaio 2025 in prima deliberazione e il 18 settembre in seconda alla Camera dei deputati, il 15 luglio e il 30 ottobre al Senato. Nella storia della Repubblica non era mai accaduto, per una revisione della Costituzione, che un testo venisse approvato integralmente senza alcun ritocco così come lo ha presentato il governo.
Il disegno è chiaro. Come sostiene una compatta schiera di autorevoli magistrati, costituzionalisti e personalità del mondo politico e culturale, l’obiettivo finale è quello di rendere la magistratura meno indipendente e più esposta al potere politico. Del resto, lo ha ammesso persino il ministro Nordio: «La riforma fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale. Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al potere». Insomma, il sottotesto è fin troppo chiaro: il potere legislativo pretende di imporsi su quello giudiziario. In uno Stato di diritto, è una bestemmia istituzionale.
Quando la giustizia è amministrata da “sfasciacarrozze”
Per capire quanto questo referendum sia inutile e quanto, al contrario, sarebbe necessaria una vera riforma organica della giustizia, bisogna tornare ad alcuni degli interventi varati dalla politica nell’ultimo decennio. Nel 2016, con il governo Renzi, un pacchetto di decreti cancellò o trasformò in illeciti civili e amministrativi una serie di reati minori, tra cui l’ingiuria e il falso in scrittura privata, la guida senza patente, che resta penalmente rilevante solo nelle ipotesi aggravate. La logica di quella stagione era chiara: alleggerire i tribunali, spostare fuori dal penale fatti ritenuti di minore allarme sociale, ridurre il peso dei fascicoli sulla giustizia ordinaria.
Di segno diverso fu l’intervento del governo Draghi con Marta Cartabia alla Giustizia. Nel 2021-22, si mise mano alla macchina giudiziaria, imponendole una corsa contro il tempo per centrare gli obiettivi del PNRR: ridurre entro quest’anno la durata media dei processi del 25 per cento nel penale e del 40 per cento nel civile.
Cartabia si comportò come uno sfasciacarrozze, riscrivendo regole, imponendo filtri e tempi impossibili da osservare nella durata dei processi. In concreto, è stato come schiacciare l’acceleratore con il freno a mano tirato e continuare a guidare. Per evitare che il processo penale, per i reati meno gravi, si trascini all’infinito, è stata introdotta una tagliola temporale nei gradi di giudizio successivi al primo. L’appello deve chiudersi in due anni, il ricorso alla Cassazione in uno. Se ciò non accade, scatta un istituto nuovo, la “improcedibilità”. Tradotto: anni di indagini e di processo rischiano di dissolversi nel nulla e l’eventuale colpevole può farla franca.
Abrogato l’abuso d’ufficio, ora si pensa alle intercettazioni
Nell’ottobre 2022 si sono insediati a Palazzo Chigi altri sfasciacarrozze. La premier Meloni e il ministro Nordio nel 2024 hanno confezionato il loro capolavoro: l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio. Una scelta salutata con entusiasmo da molti amministratori pubblici ed esponenti di destra, centro e sinistra, che possono così continuare i loro intrallazzi clientelari.
L’effetto è devastante in un paese che continua a figurare tra quelli più esposti alla corruzione in Europa. Secondo il Corruption perception index l’Italia, nel 2025, era al 52° posto su 182 paesi nel mondo: peggio, nell’Unione europea, fanno soltanto Ungheria, Bulgaria e Romania.
Mentre un reato usciva di scena, altri entravano, contribuendo a intasare ulteriormente i congestionati tribunali. Già nel 2022 il governo aveva introdotto il cosiddetto reato anti-rave, che non è servito a nulla. Poi, con il decreto sicurezza del 2025, ha allargato ulteriormente il perimetro penale: nuovi reati di detenzione di materiale con finalità di terrorismo, occupazione arbitraria di immobile, rivolta in carcere e un giro di vite anche sui blocchi stradali e ferroviari.
Allo stesso tempo il Governo ha imboccato la strada delle garanzie preventive: prima delle misure cautelari il giudice deve interrogare l’indagato, e l’invito a comparire va notificato con almeno cinque giorni d’anticipo, salvo urgenza. Se quel passaggio manca, l’ordinanza è nulla.
Come se non bastasse, Nordio lavora da tempo per restringere l’uso delle intercettazioni e del trojan, che definisce una “vergogna” e un meccanismo da ridurre, se non eliminare, salvo mafia e terrorismo. Una scelta che finisce per alleggerire soprattutto la pressione investigativa sui reati dei colletti bianchi e sulla corruzione politica.
In sintesi: si proclama la guerra ai tempi morti della giustizia, ma si indeboliscono proprio alcuni degli strumenti più efficaci per scoprire il potere che delinque in giacca e cravatta.
Meloni: «Se vince il no stupratori e pedofili in libertà»
In questo contesto già di per sé deprimente la presidente del Consiglio continua a lanciare anatemi contro la magistratura, alzando ulteriormente i toni negli ultimi giorni della campagna referendaria. Senza mai ammettere che la riforma, se dovesse passare, non renderebbe la giustizia più efficiente per i cittadini. Eppure lo ha riconosciuto persino il ministro Nordio, lo ha sostenuto in aula con brutale schiettezza anche la senatrice leghista Giulia Bongiorno: «Chi è che ha detto che questa riforma incide sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere».
Certo Giorgia Meloni non aveva in mente queste parole pochi giorni fa, il 12 marzo, quando dal palco del teatro Franco Parenti di Milano, scandiva: «Se la riforma non passa, molto probabilmente noi non avremo un’altra occasione. E allora ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno: immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza». Parole incommentabili.
E allora, senatrice Bongiorno, nella lista degli ignoranti va forse iscritta anche la presidente del Consiglio?