L’America, una monarchia anarchica

 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Le guerre mondiali non si pianificano. Diventano tali per accumulazione. Maturano nella competizione per l’egemonia planetaria, accelerata quando la potenza superiore perde sangue e animo, accendendo le ambizioni degli sfidanti. Finché tutti si convincono che in gioco sia la vita. Spalle al muro, nessuno può permettersi di arretrare. È guerra per la guerra. A scopo e somma zero.

Troppe partite considerate esistenziali da chi le ingaggia stanno sfuggendo di mano. E nessun arbitro ha l’autorità per fischiarne la fine. Peggio: l’autorità da cui fino a ieri il mondo si attendeva la prima e ultima parola su pace o guerra non sa spiegare perché sta combattendo.

Questa America è un’anarco-monarchia. Per gli eterei cultori della scienza politica, contraddizione in termini. Dobbiamo arrenderci all’impossibilità di incasellare la decomposizione della repubblica imperiale a stelle e strisce in qualsiasi classificazione scolastica. Caso unico di accentramento dei poteri pubblici in commistione con privati attorno al presidente monarca e loro simultanea dispersione: circolo vizioso in accelerazione che sta minando lo Stato americano e la sua influenza nel mondo. Dramma dialettico che attende il suo Shakespeare redivivo.

L’aspirante Re Sole che ha fatto impazzire la maionese dei poteri americani sfida gli sterili dogmi del sistema internazionale e ne espone l’inconsistenza. La mediatizzazione in tempo (ir)reale della rivoluzione a un tempo americana e mondiale fomenta l’illusione del regime change inteso marchio dell’epoca. Ma l’attrito della storia frena le velleità dei rivoluzionari. Come le domestiche picconate trumpiane, così le avventure parabelliche (Venezuela) o le spedizioni militari della sua «Armada» (Iran) soffrono dell’arroganza solipsista di chi le azzarda. Qualcuno dei famigli avrebbe dovuto sconsigliare Trump dall’evocare l’Armada Invencible di Filippo II, notoriamente vinta. Il fallito assedio navale all’Inghilterra inaugurò nel 1588 il tramonto dell’ispanico siglo de oro. La nevrosi bellicista di questa America precipita la fine del secolo suo. La guerra senza strategia, fine a sé stessa, è contro te stesso. L’attrito consuma la potenza che rifiuta di conoscere i suoi limiti.

Sul palcoscenico globale ne consegue sconclusionata competizione senza regole fra aspiranti successori del Numero Uno, astuti briganti di passo o banali opportunisti. Ciascuno convinto di giocarsi la vita. Attorno al capezzale del monarca terminale, impegnato a sparare missili e ordini esecutivi dove e come capita, regna anarchia. Estensione su scala mondiale della crisi di egemonia descritta da Gramsci quale sovversivismo delle classi dirigenti.

Quanto alle massime potenze rivali, Cina e Russia, sono più spaventate che eccitate dallo sbandamento degli Stati Uniti. Con chi e su che cosa stabilire un compromesso fra Grandi finché non sappiamo chi comanda a Washington? Se Trump e i suoi si contraddicono nel giro di poche ore, vale la pena starli a sentire? Si può discutere di sfere d’influenza, missili e bombe atomiche con una coppia di immobiliaristi, gli impagabili Steve Witkoff e Jared Kushner, che riportano alla famiglia Trump quel che credono di capire al Cremlino o nei grattacieli del Golfo?

Oggi non puoi essere né anti — né filoamericano perché non c’è più un’America. Di quella supernova esplosa restano poderosi filamenti, misti di Stato, Big Tech e Big Finance, privi di regia. Elettroni liberi. Buona fortuna agli storici del secolo ventiduesimo che vestiranno la rivoluzione mondiale della logica che non ha né può avere.


Banksy è davvero Robin Gunningham. Ma ha cambiato nome: ora è David Jones, in onore di Bowie

 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Il re della street art è nudo. Come Repubblica aveva riportato due anni fa, l’anonimo ma famosissimo Banksy è Robin Gunningham, misterioso 53enne di Bristol. Ma la conferma definitiva, anzi forensica, arriva da una monumentale inchiesta della Reuters, che gli avvocati di Banksy e la sua società “Pest Control Office” hanno fatto di tutto per bloccare in nome della “privacy”. E che parte da un murale in Ucraina, sotto le bombe russe.

Novembre 2022. A Horenka, villaggio poco fuori la capitale Kiev e vicino a Bucha, dove i russi hanno massacrato e torturato 300 civili, arriva un’ambulanza. Si ferma davanti a un palazzo bombardato da Putin. Scendono un uomo incappucciato di grigio, un altro con un cappellino da baseball e un terzo con un braccio amputato e due protesi alle gambe. Con sé hanno maschere e stampini stencil e bombolette spray. Poco dopo, tra le rovine, sul muro del condominio compare un uomo barbuto in vasca da bagno. Il suo account ufficiale Instagram lo conferma, con un successivo video che mostra l’artista incappucciato di grigio all’opera: è un Banksy.

Allora tre giornalisti della Reuters si mettono a caccia. Qualcuno del palazzo dovrà averli visti. Poi, in un hotel di Kiev, si imbattono in un fan della band di trip-hop inglese Massive Attack: «Ho visto qui il cantante Robert Del Naja, lo giuro». Da anni, Del Naja è sospettato di essere Banksy: perché è di Bristol, dove sono spuntate le prime opere dello street artist negli anni Novanta, perché in passato altri Banksy sono emersi in varie città poco prima (o dopo) i concerti dei Massive Attack, e perché una volta il produttore musicale Goldie, amico di Del Naja, in un’intervista si riferì a Bansky ciamandolo “Rob”. Una donna del palazzo di Horenka, Tatiana Reznychenko, racconta alla Reuters di aver portato del caffè caldo ai tre enigmatici artisti. Alla vista della foto di Del Naja, i suoi occhi confermano: uno dei tre era lui. L’uomo con le protesi invece è Giles Duley, fotografo e documentarista, gravemente ferito in Afghanistan nel 2011, e che Banksy poi ringrazierà sui social per aver fornito l’ambulanza.

I reporter scoprono che Del Naja e Duley, per arrivare in Ucraina, hanno attraversato il confine in Polonia il 28 ottobre 2022, per poi lasciare Kiev il 2 novembre. Resta da scoprire chi sia il terzo, impenetrabile uomo col cappuccio grigio: è proprio lui Banksy? O Del Naja? Banksy e Del Naja hanno in comune molte cose: dalla lotta al fascismo all’ambientalismo, fino a una ispirazione comune, la punk band Crass. Poi però, i tre giornalisti si imbattono in un’intervista della Cbs del 2023 a Steve Lazarides, ex manager di Banksy, nella quale mostra un album di foto mascherate di Banksy. Non solo. Lazarides rivela anche che il misterioso artista era stato arrestato a New York, 25 anni prima.

Proprio in quel periodo, Banksy sta passando dalla pittura allo stencil, ispirato da un manifesto vandalizzato nel film Lo squalo di Spielberg. Su un grattacielo di Manhattan, decide di “modificare” una maxi pubblicità di Marc Jacobs in un inno transessuale. Ma la polizia lo becca e arresta alle 4.20 dell’alba del 18 settembre 2000. Banksy viene condannato a cinque giorni di servizi sociali. Fino a ieri, non ne sapevamo nulla. Ma incastrando gli indizi disseminati da Lazarides e altre testimonianze, Reuters ha scoperto il giorno esatto e i relativi documenti della polizia. Nei quali si legge che l’uomo arrestato, e reo confesso, è Robin Gunningham. Alias Bansky.

Figlio di gestori di una società di consulenza, anonimo artista istruito nelle scuole private, Gunningham ha da sempre avuto la passione per murales e graffiti. Il Daily Mail sostiene dal 2008 che Banksy è lui. Sin da quando un fotografo giamaicano, Peter Dean Rickards morto nel 2014, litigò con l’artista a Kingston, gli scattò delle foto a volto scoperto e le vendette al tabloid. Proprio quelle immagini hanno fornito altri dettagli preziosi: oltre al volto, i capelli ricci castani e gli occhiali da vista, si vedono anche l’orologio e un braccialetto al polso sinistro. Che Banksy porta anche nelle foto ufficiali, a volto coperto, di Lazarides. Da quello scoop nel 2008, però, Robin Gunningham svanisce. Il nome non compare più online, né in nessun documento ufficiale o atto amministrativo. E di lui non c’è traccia nemmeno nei file della frontiera polacca per entrare in Ucraina. Lazarides ammette: «Prima che ci separassimo nel 2008, gli ho cambiato nome». Ma quale?

Dopo aver incrociato, per molti mesi, centinaia di documenti legali e altri pubblici indizi, la Reuters lo scopre. Diciotto anni fa, Gunningham ha cambiato nome in “David Jones”: che non solo è uno dei nomi più comuni in Inghilterra, ma è anche quello vero di David Bowie. E visto che we can be heroes, just for one day, i giornalisti scoprono che un “David Jones” è entrato il 28 ottobre in Ucraina e ha lasciato il Paese il 2 novembre. Gli stessi giorni, e allo stesso casello di frontiera, di Del Naja e Duley. Eureka. Ora ti conosco, mascherina.


Renzo Ferrari e il rumore del tempo

 

Di Alberto Nessi, La Regione

Renzo Ferrari è un esempio di artista fedele a sé stesso e alla sua vocazione. Visitare la sua ultima mostra, che prende il via martedì 17 marzo nella suggestiva sede del Porticato Salita dei Frati di Lugano, o sfogliare il catalogo che la accompagna, vuol dire ripercorrere i temi che gli sono congeniali da sempre, cioè inquietudine, alienazione, attualità politica, inquinamento ambientale: il “rumore del tempo”, per citare il titolo di un acquerello che richiama, oltre a una celebre raccolta di saggi di Osip Mandelstam, il romanzo di Julian Barnes su Sostakovic e il suo conflitto con lo stalinismo, ideologia letale per l’arte, come si sa; ed è superfluo far notare che la pittura di Ferrari non ha niente a che fare, da sempre, con il potere e l’ufficialità.

La temperie espressiva che si avverte nel pittore di Cadro non è altro che il riflesso della follia del mondo in cui viviamo, l’eco del rumore del nostro tempo. Nel quale tutto ha perso senso: le speranze di rinnovamento seguite alla seconda guerra mondiale sono miseramente naufragate, la razionalità è stata sconfitta dalla demenza, l’intelligenza vera da quella artificiale. E le traballanti presenze cibernetiche che vediamo sulla copertina del catalogo rendono bene, in modo grottesco e anche scanzonato, il terremoto che ha investito in questi anni la realtà dell’“uomo antiquato” del filosofo Günther Anders, che inutilmente parecchi decenni or sono ci mise in guardia dai pericoli della macchinizzazione del mondo.

Una vita nell’avventura dell’arte

La pittura di Ferrari è impregnata di cultura. E dicendo così il pensiero va alle innumerevoli discussioni avute con lui fin dall’adolescenza, quando per me l’amico rappresentava quasi un mito: colui che impegna la sua vita nell’avventura dell’arte. Un po’, per fare un parallelo letterario, come il Tonio Kröger di Thomas Mann, che nell’adolescenza scopre di essere “diverso” per vocazione. Ecco un altro riferimento culturale. Considerare a ritroso il lavoro di Renzo significa fare riferimenti culturali, fare i conti con i movimenti del Novecento, e non solo; e significa anche ascoltare il rumore della storia, dell’attualità che si specchia nell’opera d’arte.

Nella sua pittura, dando un’occhiata retrospettiva, ci sono, per fare una breve, parziale rassegna disordinata, le maschere di Ensor e i cardi di Sutherland, i fucilati di Goya e le marionette slogate di Kafka, i manieristi del ’500 e gli espressionisti del Novecento, fatti convivere con l’Informale degli anni Sessanta del secolo scorso, la poetica che ha affascinato la nostra generazione.

La parabola della degradazione umana

Nel cospicuo numero delle opere esposte alla Biblioteca dei Frati, tutte recenti, Renzo assembla, come di consuetudine ma in modo sempre nuovo, oggetti d’uso quotidiano – la forbice, il bicchiere, il pennello impugnato come un’arma – sotto lo sguardo, emblematico e ironico, di chi assiste alla parabola della degradazione umana. E propone più volte il tema delle guerre che oggi, come sempre, assillano il mondo; in particolare, mette in scena la tragedia infinita di Gaza. Il caos del reale è controllato dal pittore nel suo fantasmagorico Barakon, che può essere definito un luogo di resistenza. E il pittore in queste opere ancora una volta esibisce la sua freschezza coloristica, la sua diavoleria inventiva, il suo gusto per l’ibridazione. Ciò che subito colpisce l’osservatore è la deformazione dei corpi e degli oggetti, lo stravolgimento del reale, l’accostamento inconsueto, reso in modo, spesso, allucinato e allucinatorio. Guardate le immagini: la natura morta convive con l’ordigno mortale, le rose con le erbe velenose, il robotico con l’erotico, l’Armageddon con il domestico. La luna è caustica. “Atrabiliare”, che compare sotto un acquerello in mostra, è aggettivo che si addice all’artista, se coniugato con “grottesco”. L’Eden è assente dal suo mondo poetico, è solo un’eco dell’infanzia paesana; ma presente costantemente è la bellezza formale, esasperata e stravolta dall’angoscia e dall’ironia.

Vis primigenia

In questa esposizione l’estro ferrariano si scatena manifestandosi in colori accesi – blu, giallo, rosso – dentro immagini visionarie che fanno scontrare il naturale con l’artificiale, secondo un antico stilema coniugato dall’artista fin dalle origini del suo percorso. Il che conferma ciò che dicevo in principio: la fedeltà alla vocazione. La sua fedeltà scaturisce da una vis primigenia, che spinge Renzo a esprimersi con una forza che potremmo chiamare necessità. È il tipo di necessità invocata da uno dei grandi poeti del Novecento. Chiedeva Rainer Maria Rilke al giovane cadetto, aspirante poeta, che si era rivolto a lui per dei consigli: puoi stare senza scrivere? Muori, se non scrivi? Credo che per Renzo dipingere, prima che un esercizio di stile, sia una necessità vitale. È per questa ragione che ogni volta la sua pittura ci tocca nel profondo. E lascia un segno dentro di noi.


La Cina corre (e vince su tutti) contro il surriscaldamento del clima

 

Per decenni la Cina è stata accusata di essere il principale responsabile del surriscaldamento del clima. Essa è infatti responsabile di circa 30% delle emissioni globali di gas a effetto serra. Ciò non significa tuttavia che i cittadini cinesi siano quelli che inquinano di più: nell’ultimo quinquennio un cittadino cinese ha prodotto in media 8,9 tonnellate di CO2 all’anno, un americano ne ha prodotte dal canto suo 13,4 tonnellate, un australiano o un canadese circa 15, uno del Kuwait 24 e uno del Qatar addirittura 35. Ma i cinesi essendo molto più numerosi, le loro emissioni pesano ovviamente di più.

Ora però le cose stanno rapidamente cambiando. È proprio dalla Cina che ci arriva la notizia del superamento di uno dei rarissimi “Tipping Points” positivi, un punto di svolta critico nella lotta contro il surriscaldamento del clima

Pechino sta dimostrando che crescita economica non rima più con aumento del consumo di combustibili fossili

Per troppo tempo, le economie emergenti si sono viste confrontate a quello che sembrava un compromesso impossibile tra crescita e sostenibilità, un assioma che ora la Cina ha rovesciato, mostrando che lotta contro il surriscaldamento del clima (sicurezza energetica) e crescita economica non si escludono affatto a vicenda. Al contrario: tramite una pianificazione oculata, innovazione ed economie di scala, Pechino sta dimostrando che la decarbonizzazione può andare a braccetto con il potenziamento industriale, la creazione di posti di lavoro, il miglioramento della qualità della vita e, soprattutto, con la protezione del clima. Accelerando sulla transizione energetica, allargandone il campo e rendendola più sistematica, il governo di Pechino ha iniziato a rimodellare le prospettive economiche e le realtà energetiche non solo del proprio paese, ma addirittura a livello globale.

Il dispiegamento massiccio dell’eolico e del fotovoltaico, la costruzione di enormi impianti di stoccaggio di elettricità su batterie, il rafforzamento massiccio della rete elettrica, combinati con una rapida elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento degli edifici e della produzione industriale, hanno fatto del gigante asiatico, in appena un decennio, il campione mondiale delle rinnovabili, riducendo nel contempo i costi dell’energia e accelerando l’adozione di tecnologie elettriche pulite anche in numerosi altri paesi emergenti, in particolare dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Ecco perché in questo inizio 2026 si intravvede per la prima volta la possibilità di un declino reale del consumo di combustibili fossili.

Boom di eolico e fotovoltaico in Cina

Le cifre sono da capogiro. In soli 3 anni, dal 2022 al 2024, la capacità della Cina di generare elettricità tramite l’eolico e il solare è più che raddoppiata, passando da 635 GW a 1’408 GW. Nei 12 mesi precedenti  il luglio del 2025, gli impianti eolici e solari cinesi hanno generato 2’073 TWh di elettricità, ossia più elettricità di tutte le altre fonti energetiche che non emettono CO2 (nucleare, idroelettrico e bioenergia) messe insieme (1.936 TWh), e all’inizio dello scorso anno, la capacità produttiva combinata dell’eolico e del solare ha superato quella del carbone il che permetterà alla Cina di ridurre per la prima volta del 2% il suo consumo di combustibili fossili.

Questo risultato è stato ottenuto tramite enormi investimenti nel fotovoltaico, nell’eolico, nello stoccaggio di elettricità su batterie e nell’ampliamento della rete elettrica. In questi 4 campi, nel solo 2024, la Cina ha speso complessivamente ben 625 miliardi di dollari, ovvero il 31% dei 2’033 miliardi di dollari investiti a livello globale. Nei tre anni fino al 2024 la capacità di stoccaggio energetico su batterie è addirittura triplicata e un’ulteriore accelerazione s’è vista a cavallo fra il 2024 e il 2025, quando gli investimenti cinesi nel campo dello stoccaggio di elettricità su batterie sono cresciuti del 69%. Quelli nella rete elettrica non sono stati da meno e hanno raggiunto nel 2024 il massimo storico di 85 miliardi di dollari. Con queste cifre la Cina rappresenta oggi il più grande investitore nelle energie rinnovabili a livello mondiale.

La Cina si è lanciata nella transizione energetica per tutta una serie di ragioni

Il governo cinese è stato il primo a comprendere che il vecchio paradigma di sviluppo incentrato sui combustibili fossili, che ha permesso alla Cina di assurgere a prima potenza industriale mondiale, ha fatto il suo corso e che non è più adatto alla realtà del 21° secolo. Il nuovo obiettivo definito dal governo di Pechino è quello di creare una “civiltà ecologica”, che raggiunga contemporaneamente tutta una serie di obiettivi economici, sociali e ambientali. Nel 2018 questo obiettivo strategico è stato inserito formalmente nella Costituzione cinese.

Si tratta di un obiettivo destinato a permettere alla Cina di ridurre pure i costi energetici, di stimolare la crescita e l’occupazione, di sviluppare nuovi mercati per le sue esportazioni e di affrancarsi nel contempo dalla dipendenza da combustibili fossili importati. Non a caso l’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, ha fissato la scorsa primavera a 20 anni il termine per il raggiungimento della completa autosufficienza energetica. In parole chiare la Cina intende essere completamente attrezzata entro due decenni “per sostituire gli oltre 500 milioni di tonnellate di petrolio greggio consumati ogni anno”.

Come prossimo passo di questa strategia la National Energy Administration cinese ha annunciato proprio lo scorso 23 febbraio che nell’ambito del 15° piano quinquennale (2026-2030) il sistema energetico cinese subirà tutta una serie di profondi e complessi cambiamenti. Ren Yuzhi, il capo del dipartimento di pianificazione dell’amministrazione, ha sottolineato in particolare il fatto che la crescente frammentazione geopolitica del commercio energetico globale, l’aumento di eventi meteorologici estremi, le crescenti minacce alla sicurezza, insieme ai rapidi cambiamenti tecnologici, obbligano la Cina a rimodellare a fondo il suo intero settore energetico.

Quale baluardo a tutte queste minacce, il paese intende da un lato migliorare ulteriormente i flussi energetici e ammodernare le proprie infrastrutture, e dall’altro aumentare l’autosufficienza e decentralizzare l’offerta in modo che nel giro dei prossimi 5 anni l’offerta locale delle varie provincie possa coprire almeno il 70% dell’aumento previsto della domanda di energia. Questo anche nelle regioni industriali costiere, che sono particolarmente energivore e che finora coprivano gran parte del loro fabbisogno di elettricità tramite linee di trasmissione ad alta tensione a lunga distanza, importando elettricità dalle regioni occidentali del Paese, che sono ricche di risorse energetiche ma scarsamente popolate.

La messa in atto di questo vasto programma era già ben ingaggiata nel piano quinquennale precedente e, nel solo 2024, gli investimenti e la produzione di energia pulita hanno contribuito al prodotto interno lordo della Cina per un ammontare di 1’900 miliardi di dollari, una somma equivalente a circa un decimo del suo PIL. Si tratta per di più di un settore che sta crescendo tre volte più velocemente di tutta l’economia cinese nel suo insieme.

Nel 2025, il 75% dei brevetti concernenti le rinnovabili depositati a livello mondiale sono stati cinesi

Questa offensiva industriale è accompagnata da investimenti estremamente importanti anche nei campi della formazione e della ricerca. Non a caso le università cinesi, outsider fino a qualche anno fa, sono entrate quest’anno con ben 7 atenei nella classifica delle top 10 migliori a livello mondiale nei campi dell’informatica e delle scienze fisiche. Per dare un’idea della velocità di questa scalata basta ricordare che appena un anno fa nelle top 10, di università cinesi ce n’erano solo 4. I risultati nel campo della ricerca sono altrettanto impressionanti: mentre nel 2010 i brevetti depositati dalla Cina nel settore delle rinnovabili rappresentavano un marginale 5% del totale globale, 15 anni più tardi, nel 2025, erano passati al 75%. Oggi la Cina detiene oltre 700’000 brevetti per le energie rinnovabili, più della metà del totale mondiale.

Gli enormi investimenti cinesi nei campi della formazione, della ricerca, della produzione e in quello dello stoccaggio delle energie rinnovabili hanno avuto un impatto determinante sui costi di produzione delle turbine eoliche, dei pannelli solari, delle batterie di accumulo e dei veicoli elettrici, che sono diminuiti drasticamente. In appena 15 anni, sul mercato internazionale, il prezzo dell’elettricità prodotta tramite l’eolico terrestre è così passato da 86 dollari al megawattora a circa 50, mentre quello dell’elettricità prodotta col fotovoltaico è addirittura crollato da circa 400 dollari al megawattora a meno di 30 dollari. Parallelamente il prezzo delle batterie al litio è calato del 90% al kWh, cementando così il dominio assoluto della Cina nel campo delle rinnovabili. Il costo dell’elettricità prodotta tramite il fotovoltaico e l’eolico, incluso il suo stoccaggio su batterie, è oggi oramai nettamente inferiore a quello dell’elettricità prodotta utilizzando qualsiasi tipo di carburante fossile, incluso l’uranio.

La Cina sta rimodellando il mercato globale dell’energia

Mentre su suolo cinese il dispiegamento dell’energia eolica, di quella solare e dello stoccaggio di elettricità su batterie cresce in modo esponenziale, anche l’esportazione di tecnologie rinnovabili cinesi segna un boom, e ha già consentito al 63% dei paesi emergenti di superare gli USA in termini di quota di produzione elettrica tramite il fotovoltaico. L’esempio dell’Africa è molto eloquente: l’anno scorso in questo continente sono stati installati 4,5 gigawatt di nuova capacità solare, oltre il 50% in più rispetto all’anno precedente, e, stando all’Africa Market Outlook for Solar, i paesi africani potrebbero aggiungerne altri 33 GW entro il 2029, oltre 7 volte quelli aggiunti nel 2025. A trainare questa crescita esplosiva del solare sono il Sudafrica (+1,6 GW nel 2025), la Nigeria (+803 MW), l’Egitto (+500 MW), l’Algeria (+400 MW), il Marocco (+204 MW), lo Zambia (+139 MW), la Tunisia (+120 MW) e il Botswana (+120 MW). Il fatto è che un pannello fotovoltaico costa oramai appena 60 dollari, e nel giro di soli 6 mesi si rivela già più economico di un generatore al gasolio. Un pannello fotovoltaico fornisce infatti 550 kWh di elettricità all’anno, mentre con la stessa somma si possono comperare circa 100 litri di gasolio, di che produrre con un solo generatore 275 kWh di elettricità.

Al ritmo con cui la Cina sta producendo pannelli solari, turbine eoliche e batterie, molte cose rischiano di essere spazzate via entro pochi anni, compresi i problemi finora apparentemente irrisolvibili, come la penuria energetica o la dipendenza dai combustibili fossili. Nel 2024, la capacità di produzione di elettricità installata sul nostro intero pianeta era di circa 10 terawatt   (1 TW = 1000 miliardi di watt), una cifra che include tutte le fonti, ossia carbone, gas, idroelettrico, nucleare, eolico e fotovoltaico. Ebbene oggi l’industria solare cinese è in grado “sfornare” ogni anno pannelli fotovoltaici per una capacità totale di 1 terawatt. L’economia di scala di questo gigantesco parco industriale ha permesso di abbassare il costo medio per generare 1 chilowattora (kWh) di elettricità fotovoltaica a soli 4 centesimi: in altre parole Pechino ha fatto del fotovoltaico la forma di energia più economica di tutta la storia dell’umanità.

Protezionismo, sovvenzioni, dumping, concorrenza sleale, le accuse rivolte alla Cina sono molte, ma mascherano solo l’incapacità dell’Occidente capitalista di pianificare il proprio futuro sul lungo termine

I governi e la stampa occidentali hanno spesso accusato la Cina di concedere ingenti sussidi alle aziende che producono energia rinnovabile e auto elettriche, e di praticare il dumping, ma ciò non corrisponde affatto alla realtà. Il fatto è che il modello economico cinese non è quello capitalistico tradizionale del libero mercato in cui ognuno fa quello che gli pare, bensì un modello ibrido che combina, tramite una pianificazione sul medio e lungo termine (piani quinquennali), i vantaggi di una pianificazione centralizzata con i meccanismi di mercato tipici delle economie capitaliste. Il governo centrale di Pechino definisce così gli obiettivi strategici nell’interesse del paese e favorisce le aziende che implementano questi obiettivi, ma una volta raggiunti tali obiettivi , i favori cessano. Nel gennaio dell’anno scorso, il governo di Pechino ha ad esempio annunciato la fine della politica che aveva effettivamente favorito le rinnovabili, ancorandone il prezzo di vendita a quello dell’energia prodotta dalle centrali a carbone di ciascuna provincia, centrali che forniscono elettricità a prezzi molto più elevati delle rinnovabili. In questo modo aveva spinto molte aziende a investire grosse somme nel campo delle rinnovabili. A gennaio dell’anno scorso, preso atto che il mercato delle rinnovabili è oramai maturo, ha tuttavia stabilito che le capacità di solare messe in rete a partire da luglio 2025 non avrebbero più potuto usufruire di tale privilegio. Da notare che questo tipo di politica non è poi tanto diverso da quello praticato dall’Unione Europea, dove in gran parte dei paesi gli acquirenti di auto elettriche godono di sovvenzioni cospicue e dove il prezzo dell’energia elettrica fornita dagli impianti fotovoltaici ed eolici è ancorato a quello della fonte energetica più cara, ossia a quello dell’elettricità fornita dalle centrali a gas: un fatto che spiega in parte anche il caro bollette degli ultimi anni, visto che il gas importato dagli USA costa parecchio di più di quello importato in passato dalla Russia.

La fine del loro regime privilegiato ha provocato un boom di rinnovabili

Ciò che è accaduto in Cina a seguito dell’annuncio della prossima fine del regime privilegiato delle rinnovabili è stato del tutto prevedibile: un boom senza precedenti di fotovoltaico provocato da tutti gli imprenditori pubblici e privati che hanno voluto ancora approfittare dell’ultima occasione per ottenere il prezzo garantito particolarmente vantaggioso per la loro produzione di elettricità fotovoltaica. Così nei primi tre mesi del 2025 sono stati aggiunti alla rete nazionale cinese 60 gigawatt di nuova capacità solare. Ad aprile ne sono stati aggiunti altri 45 gigawatt e a maggio addirittura 92, ossia in 5 mesi una media di +3 gigawatt al giorno. Per mettere queste cifre in prospettiva, basta ricordare che una tipica centrale nucleare come quella svizzera di Leibstadt ha una capacità produttiva di 1,2 gigawatt di elettricità. In altre parole in Cina è stata aggiunta in soli 5 mesi una capacità fotovoltaica equivalente a quella di 164 centrali nucleari del tipo di quella di Leibstadt.

Dopo la scadenza di questo regime privilegiato, il ritmo di messa in rete di nuove installazioni fotovoltaiche è tuttavia tornato a ritmi più normali e negli ultimi quattro mesi dell’anno scorso sono stati aggiunti ogni mese alla rete elettrica cinese in media 10 gigawatt di nuova capacità solare, il che corrisponde comunque a quella di altre 33 centrali nucleari.

Continuando a questi ritmi, la Cina potrebbe riuscire a elettrificare tutta la sua economia entro il 2051

Da notare che in pochi anni la Cina ha realizzato una capacità di produzione di elettricità da eolico, fotovoltaico e idroelettrico superiore alla somma di tutti i reattori nucleari mai costruiti nella storia dell’umanità. Secondo Mark Zachary Jacobson, professore di ingegneria civile e ambientale presso la Stanford University e direttore del suo Atmosphere/Energy Program, “al ritmo attuale, se la Cina elettrificasse i trasporti, gli edifici e l’industria e continuasse a implementare le energie rinnovabili, potrebbe raggiungere il 100% di energia rinnovabile in tutti i settori entro il 2051. Gli Stati Uniti, dal canto loro, raggiungerebbero lo stesso obiettivo attorno al 2148, ossia circa 100 anni più tardi”.

In questo ultimo quinquennio la Cina, oltre ad accelerare massicciamente la sua transizione energetica verso le rinnovabili, ha pure continuato ad elettrificare a tappe forzate la sua economia. Il governo di Pechino può così vantarsi d’aver raggiunto gli obiettivi che si era fissato nel suo piano quinquennale parecchio tempo prima del previsto, ossia: con 2 anni di anticipo, quello di realizzare 30 GW di accumulo di energia, con 3 anni di anticipo quello di raggiungere una quota di mercato del 20% per i veicoli elettrici (nel 2025 il 33% delle auto vendute in Cina sono state auto al 100% elettriche) e addirittura con 6 anni di anticipo quello di raggiungere i 1’200 GW di capacità eolica e solare, quest’ultimo obiettivo era stato fissato, è bene sottolinearlo, per il 2030 ed invece è già stato raggiunto nel 2024. Ciò a dimostrazione del fatto che quando c’è una chiara volontà politica le cose possono andare molto in fretta.

Gli Stati Uniti fanalino di coda delle rinnovabili, ma vi sono anche alcune notizie che lasciano sperare

La politica del “drill, baby drill” di Donald Trump ha provocato nel primo anno della sua presidenza un aumento del 2,4% delle emissioni di gas serra, un tasso quindi superiore a quello della crescita del PIL (+2%). La forte crescita della domanda di elettricità dovuta al proliferare dei data center è stata infatti coperta in parte aumentando il consumo di carbone, ma un’altra parte anche tramite l’espansione del fotovoltaico, la cui parte nel mix elettrico degli USA è aumentata da un modesto 6,9% ad un poco meno modesto 8,7%. Fra i vari stati dell’Unione vi sono tuttavia lodevoli eccezioni, ad esempio il Dakota del Sud, che l’anno scorso ha prodotto circa il 120% del suo fabbisogno elettrico tramite l’eolico, l’idroelettrico e il solare. Attualmente ci sono una dozzina di stati USA che producono tra il 50 e il 120% del loro consumo di elettricità tramite fonti rinnovabili. Sorprendentemente molti di questi stati sono governati dal Partito Repubblicano, come lo Iowa, che produce quasi l’80% della sua elettricità con l’eolico e altri stati repubblicani come il Montana, il Kansas, l’Oklahoma e il Texas che stanno rapidamente espandendo le loro capacità di rinnovabili. Le grandi pianure del Middle West dispongono infatti di un enorme potenziale eolico, esportabile anche nel resto del paese e non a caso c’è chi ha definito le “Great Plains” l’Arabia Saudita del vento.

Inarrestabile e con un impatto colossale

I cambiamenti epocali non si sono mai verificati senza scossoni e ciò vale in particolare per la transizione energetica. Come fa notare in un articolo pubblicato lo scorso 28 gennaio su “Wired” lo specialista Jeremy Wallace, professore di studi cinesi presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies: “China’s Renewable Energy Revolution Is a Huge Mess That Might Save the World”, “La rivoluzione cinese delle energie rinnovabili è un enorme casino che potrebbe però salvare il mondo”.

Il fatto è che a livello globale gli attivi delle infrastrutture concernenti le energie fossili ammontano a svariate migliaia di miliardi di dollari. Ciò comprende gli impianti di estrazione, di trasporto, come oleo- e gasdotti, porti, l’enorme flotta di navi dedicate al trasporto del petrolio e del gas, gli impianti di raffinazione, la gigantesca rete di pompe di benzina, l’industria automobilistica tradizionale e quella della sua componentistica, le centrali elettriche a carbone e a gas, per citare soltanto le componenti più importanti di queste infrastrutture fossili. Ebbene, al ritmo con cui la Cina si è lanciata nella produzione di pannelli fotovoltaici, di turbine eoliche e di batterie, tutto ciò è destinato a scomparire o dovrà essere convertito all’elettrico e nessuno sembra ancora rendersi veramente conto del drammatico impatto che questa rivoluzione industriale avrà a medio termine sulle nostre economie, sulla stabilità sociale e sui rapporti di forza a livello geopolitico.

Una lezione per l’Europa e la Svizzera

Date le dimensioni dell’economia cinese, il cambiamento epocale in atto nel suo sistema energetico e industriale è destinato immancabilmente ad avere effetti globali. Poco importa se oggi a molti il successo cinese possa sembrare una minaccia: imprenditori e politici dovranno tenerne conto, pena il ritrovarsi con la propria industria nella scomoda posizione del fanalino di coda dell’economia globale. Alla classe politica dei paesi europei, inclusa quella della Svizzera, che ha intrapreso da anni piuttosto controvoglia una timida transizione energetica e che ora è addirittura confrontata a innumerevoli richieste di ritardarne ulteriormente gli obiettivi, la Cina offre l’esempio di un paese che riesce a fare quadrare leadership, rapidità, successo economico, benessere sociale, sicurezza energetica e lotta contro il surriscaldamento del clima. Cosa succede a chi perde questo treno lo mostra la crisi in cui è precipitata l’industria automobilistica europea e quella di oltre Atlantico, la quale, troppo sicura dei suoi successi passati, ha mancato la svolta all’elettrico e s’è fatta dribblare in appena cinque anni dai cinesi.

Nell’immagine: un parco eolico offshore in Cina


Veronica Noseda – Domenica elezioni municipali francesi. Conferma per l’estrema destra?

 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Per una democrazia militante

 

D’accordo, la democrazia liberale lascia molto a desiderare. Fra la democrazia reale e quella immaginata lo scarto è evidente. Ma lo storico Gaetano Salvemini ci rammentava già cento anni fa che è meglio diffidare di chi promette il paradiso in terra ed è preferibile il purgatorio delle democrazie all’inferno delle dittature. Quindi teniamoci stretto il nostro sistema politico e diamoci da fare per conservarne i pregi ed eliminarne i difetti peggiori.

Ma come difendere la democrazia liberale? I sondaggi ci informano che per consistenti fasce di cittadini la democrazia liberale non è particolarmente gradita.

Quindi, come difenderla dalle insidie che la minacciano e stanno sgretolando i suoi valori? Ci sono due modi. Il primo è il neutralismo democratico. Lo indicava negli anni Venti dello scorso secolo il giurista austriaco Hans Kelsen : la democrazia deve restare neutrale e aperta a tutte le idee, anche a quelle più radicali, in nome della libertà di espressione. La soglia di tolleranza è superata solo quando appaiono movimenti che vogliono eliminare lo Stato di diritto (la difficoltà: capire quando bisogna intervenire a contenere le esuberanze anticostituzionali).

Oggi il neutralismo democratico gode di particolare successo, ma per lo più in una versione molto rabberciata: è l’alibi dell’inerzia di una classe politica mediocre che, con la sua inazione, sta normalizzando l’inaccettabile e suicidando la democrazia liberale. Purtroppo, in questi ultimi tempi, anche alle nostre latitudini c’è chi ha dato un colpo di mano al declino della cultura politica sostenendo che, in materia di manifestazioni, tutto è sullo stesso piano, a prescindere dai contenuti: secondo questa singolare interpretazione, contano le procedure e la quieta gestione degli spazi e non la difesa dei valori.

In Europa il neutralismo democratico malinteso sta fiaccando la capacità di resistenza delle liberaldemocrazie. Ce lo ha detto recentemente Pedro Sánchez, solitario leader di una democrazia europea progressista e orgogliosamente assertiva. Ma chi lo segue?

A questo punto, di fronte alla rapida erosione dello Stato di diritto, credo sia urgente passare al secondo modo di difendere il nostro ordinamento, a una nuova versione di democrazia liberale che non si limiti ad aspettare il peggio per reagire ma adotti strumenti energici di autodifesa attiva nei confronti di movimenti o partiti che vogliono distruggerla. È la via indicata da Karl Popper nel 1945 e da Raymond Aron nel 1955: entrambi introducono il concetto di democrazia militane e di liberalismo difensivo. La democrazia – dicono – deve essere aperta al dialogo e al confronto anche aspro fra le parti, ma non può tollerare chi rifiuta i principi costituzionali fondanti.

Insomma la democrazia militante afferma il principio della resistenza attiva e permanente nei confronti di chi attenta ai nostri valori, alla dignità delle persone e alla convivenza delle differenze. I sintomi di degrado che richiedono la costante vigilanza li indicano i costituzionalisti: rifiuto delle regole democratiche, tentativi di osteggiare la divisione dei poteri e l’indipendenza della Magistratura; concentrazione progressiva del potere nelle mani dell’Esecutivo e esautorazione delle funzioni del Parlamento. Sono gli indicatori immediati e manifesti di una deriva autoritaria in atto. Guardiamoci ancora una volta attorno: i segnali ci sono. I tedeschi hanno risolto la faccenda mettendo nella Costituzione la “clausola di eternità”: stabilisce che lo Stato di diritto è inviolabile. Non è necessario istituzionalizzare il principio: basterebbe fissarlo nella mente di ogni cittadino.

Ancora una cosa. La militanza democratica, energica e preventiva, è necessaria per salvare la democrazia, ma non basta. Per riconquistare i cittadini che guardano altrove bisogna sforzarsi di avvicinare un pochino la democrazia reale, quella che cammina sulle gambe degli umani, alla democrazia ideale, quella sorretta dalle idee. Il filosofo John Rawls ci indicava la strada già cinquant’anni fa: libertà fondamentali uguali per tutti, disuguaglianze ammesse solo se migliorano le condizioni dei più svantaggiati.

Nell’immagine: Pedro Sánchez, per una democrazia europea progressista e orgogliosamente assertiva


L’Apocalisse e l’Anticristo

 

Di Lucio Brunelli, La Repubblica

Di temi come l’Apocalisse e l’Anticristo una volta si occupavano solo pittori, esegeti e filosofi. Oggi sono oggetto di conferenze a porte chiuse (nei prossimi giorni a Roma) del miliardario tecnocrate Peter Thiel, fondatore di Paypal e di Palantir, azienda specializzata nel campo della sorveglianza digitale la cui tecnologia è utilizzata negli Stati Uniti anche dalla famigerata polizia anti-immigrati. Teorico del transumanesimo, Thiel vede nell’ecologismo, nel socialismo e nell’islamismo i segni di un male assoluto che avanza, spingendo il pianeta sull’orlo dell’abisso; fino a identificare “in qualcuno come Greta Thunberg” le sembianze dell’Anticristo e in Donald Trump l’ultimo argine che può fermare o almeno rallentare la fine del mondo. Questa curiosa versione laica dell’Apocalisse nell’America odierna si intreccia politicamente con la corrente del “sionismo cristiano”, branca per nulla marginale degli influenti gruppi dell’evangelismo protestante. Pur avendo radici antiche, nel millenarismo puritano del XVII secolo, questa corrente negli ultimi decenni si è affermata prepotentemente nella vita pubblica americana. I sionisti cristiani credono che il completo ritorno degli ebrei nella Terra promessa sia la condizione per l’atteso ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Per questo motivo teologico sostengono incondizionatamente la politica israeliana di annessione di territori palestinesi, finanziano le nuove colonie ebraiche e vedono nell’Iran il nemico definitivo. Il loro millenarismo li porta ad attendere con ansia la Battaglia Finale, la biblica Armageddon che individuano geograficamente in una località reale, Tel Megiddo, pochi chilometri a sud di Nazareth, nella bassa Galilea. Pur essendo schierati con decisione dalla parte di Israele nella loro visione apocalittica agli ebrei non spetterà una sorte così piacevole: molti di loro perirebbero nell’ultima guerra combattuta in questo mondo e i pochi sopravvissuti si convertirebbero alla fede cristiana.

Bizzarrie a stelle e strisce, si dirà, in un paese dove il nome di Dio è stampato sulle banconote. Certamente questa Apocalisse, sia quella in versione laico-tecnocratica sia quella religiosa dei millenaristi cristiani, suona alquanto bizzarra alle nostre orecchie di europei occidentali. Non ci sarebbe forse nemmeno ragione di prendere sul serio tale fenomeno se esso non avesse qualche influenza sul destino del mondo, cioè di noi tutti. Peter Thiel è uomo potente, vicinissimo all’inquilino della Casa Bianca. E gli apocalittici religiosi hanno fornito un contribuito non secondario alla elezione di Trump sia nel primo sia nel secondo mandato. L’ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee, già governatore dell’Arkansas e pastore battista, è un fervente seguace del sionismo cristiano. Trump insomma ricambia l’appoggio ricevuto e non disdegna l’immagine di “unto del Signore”. Ha avuto una certa diffusione (ma derubricato a notizia di colore) il video recente che mostrava una ventina di pastori evangelisti imporre le mani sul presidente americano, in segno di preghiera perché Dio lo sostenesse nella guerra all’Iran: ebbene, diversi tra loro credono e propagano la visione degli “ultimi tempi” professata dai sionisti cristiani. E non può non provocare qualche brivido sentire Pete Hegseth, “ministro della guerra”, recitare pubblicamente, a conclusione dei suoi bollettini militari, i versetti del salmo 144: «Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani al combattimento e le mie dita alla battaglia». Missili e Bibbia. Un Dio che per affermarsi nel mondo vuole morte e distruzione?

Decisamente più convincenti e confortanti, in tema di Apocalisse, sono per noi altre immagini, più care alla tradizione cattolica europea. Come quelle dipinte nella cripta medievale del Duomo di Anagni. In una parete laterale dell’abside sono raffigurati i quattro cavalieri immaginati da san Giovanni nel suo libro: il primo, quello sul cavallo bianco, con l’aureola e l’arco, mette in fuga il cavaliere armato di uno spadone che impersonifica la guerra. Secondo gli esperti più accreditati (cfr L. Cappelletti, Gli affreschi della cripta anagnina, ed. Pontificio Istituto Biblico) la figura sul cavallo bianco è Cristo stesso e l’Apocalisse non annuncia tragedie infinite ma rivela la vittoria già accaduta di Gesù e la sua lotta ancora in corso contro la guerra, l’inferno e la morte.

Nell’immagine: la Silicon Valley sta abbracciando una sorta di cristianesimo (con l’aiuto di Peter Thiel)


Nessuno ferma più il petrolio. L’Aie: «Mai così nella storia»

 

Di Luigi Pandolfi, il manifesto

Non è bastata l’autorizzazione dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) al rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche – di cui 172 milioni dalla Strategic Petroleum Reserve statunitense – per fermare la corsa del petrolio. Il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, prima di una leggera correzione, mentre il Wti, benchmark americano, ha toccato quota 95.

Nel frattempo Mojtaba Khamenei, la nuova guida suprema iraniana, si è fatto vivo. Non fisicamente, ma con un comunicato diffuso dai media statali: «Lo Stretto di Hormuz deve rimanere chiuso». Parole che si sovrappongono a ciò che accade in mare. Almeno tre navi sono state colpite in 24 ore, mentre l’agenzia marittima britannica Ukmto ha registrato 14 incidenti dall’inizio della guerra. Le Guardie rivoluzionarie, nondimeno, hanno rivendicato solo due degli ultimi attacchi: contro la nave liberiana Express Room e la portarinfuse thailandese Mayuree Naree.

A BEN VEDERE, anche nella comunicazione Teheran si muove con abilità. Prima della dichiarazione della guida suprema, Ebrahim Zolfaqari – portavoce del comando militare Khatam al Anbiya – aveva già avvertito: «Preparatevi ai 200 dollari al barile». Un messaggio che aveva messo in tensione i mercati. Poi la frase di Khamenei, che ha provocato un ulteriore salto del greggio, saldandosi agli incendi delle navi nello Stretto. Una sequenza di segnali calibrati per influenzare i mercati ben oltre la situazione reale dell’offerta.

È in questo quadro che arriva la nuova valutazione dell’Aie. La guerra in Medio Oriente sta determinando «la più grande interruzione della storia alle forniture di petrolio», si legge nell’ultimo rapporto. Secondo l’agenzia, i produttori del Golfo hanno ridotto la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno perché lo Stretto di Hormuz è diventato impraticabile per le spedizioni.

Per evitare il collasso delle esportazioni, l’Arabia Saudita sta dirottando il traffico verso Yanbu, sul Mar Rosso. Nei prossimi giorni circa 30 superpetroliere – contro una media storica di due al mese – faranno rotta verso il porto occidentale, sfruttando l’oleodotto che collega i giacimenti orientali alla costa opposta del regno.

LA NUOVA ROTTA, però, presenta rischi elevati. Per entrare e uscire dal Mar Rosso le navi devono attraversare lo stretto di Bab al-Mandab, il passaggio tra Yemen, Gibuti ed Eritrea. Negli ultimi anni quell’area è stata teatro di attacchi degli Houthi e rimane nel raggio dei missili iraniani.

Ma Hormuz non è chiuso per tutti. Il Wall Street Journal segnalava mercoledì che l’Iran sta esportando più petrolio adesso che prima del conflitto. Lo Stretto resta bloccato per gran parte del traffico internazionale, ma rimane aperto per il greggio iraniano. E, soprattutto, per una destinazione precisa: la Cina. Secondo la società di monitoraggio TankerTrackers, dall’inizio della guerra l’Iran ha spedito almeno 11,7 milioni di barili di greggio attraverso lo Stretto, tutti diretti verso porti cinesi. Stime analoghe arrivano dalla piattaforma di notizie sull’energia Kpler, che parla di oltre 12 milioni di barili nello stesso periodo.

In altre parole, mentre il mercato energetico globale entra in tensione, Teheran continua a esportare quasi quanto prima della guerra: circa 2,1 milioni di barili al giorno. Il greggio parte soprattutto dal terminal dell’isola di Kharg, da cui transitava circa il 90% dell’export iraniano, ma nelle ultime settimane sono ripresi anche i carichi dal terminal di Jask, sul Golfo di Oman, fuori dallo Stretto.

ANCHE L’ALTRO alleato di Teheran, la Russia, sta incassando dividendi significativi dalla crisi. Con Hormuz di fatto chiuso, la domanda di greggio russo è aumentata, soprattutto da India e Cina. Secondo il Financial Times, Mosca sta guadagnando fino a 150 milioni di dollari al giorno in entrate fiscali aggiuntive: dall’inizio del conflitto avrebbe già incassato tra 1,3 e 1,9 miliardi, mentre le proiezioni indicano un extra-gettito tra 3,3 e 4,9 miliardi entro fine marzo. Merito del rialzo dei prezzi: il greggio Urals, che nei mesi precedenti viaggiava intorno ai 52 dollari al barile, ora oscilla stabilmente tra i 70 e gli 80.

«La stretta petrolifera iraniana mette alla prova i piani di guerra di Trump», scrive la testata statunitense Axios. Trump, a suo modo, ha replicato: «Se il prezzo del petrolio sale gli Usa saranno più ricchi». Ma negli Stati Uniti la guerra è impopolare: il consenso del presidente è ai minimi e i prezzi della benzina – un tempo il suo principale successo economico – sono diventati il punto più visibile di debolezza politica.

SE NON FOSSE per i morti e le distruzioni, si potrebbe dire che finora il gioco lo sta conducendo Teheran. Lo Stretto di Hormuz resta l’ombelico del mondo. E l’Iran dimostra, per ora, di poterlo usare come leva tattica.

Nell’immagine: petroliere e navi cargo viste da Khor Fakkan (Emirati Arabi Uniti) si allineano nello Stretto di Hormuz


Aggiungi un posto a tavola per “soli” 75.000 franchi

 

Dalla nostra corrispondente dal Sudafrica

Forte malumore in Sudafrica per l’ennesimo passo falso dell’ANC, il partito di Mandela alle strette per mancanza di fondi. Una situazione che molti sostengono sia dovuta in primis alla cattiva gestione del vertice del partito. I più critici affermano che proprio gli stessi membri si siano appropriati di parte dei fondi a scopo personale.

Allora, ecco l’idea messa ora in atto dal vertice dell’ANC: organizzare una sontuosa cena, costo fino a 1,5 milioni di rand (circa 75’000 franchi) per persona. Ospite d’onore il Presidente Cyril Ramaphosa. Con i fondi raccolti – anche i privati potranno partecipare – l’ANC vuole coprire le spese per festeggiare il 114mo anniversario del Provincial Rally, un comizio elettorale. Le tavole del banchetto sono suddivise in 6 categorie. Una sedia “platinum” costa appunto 1.5 milioni di rand, una cifra esorbitante.

I membri del Comitato direttivo dell’ANC sono obbligati a partecipare. I rimproveri, che non hanno tardato a farsi sentire, sono diretti non solo al prezzo della cena, ma all’idea stessa di organizzare un evento così costoso per riunire i delegati a un comizio politico. Operatori e osservatori politici sottolineano che gli esborsi così alti potrebbero gravare senza necessità sui budget municipali, pure loro già in sofferenza, e costare al partito molti voti  alle prossime elezioni dei governi locali.

A tutte le municipalità è stato chiesto di riservare diverse tavole. L’ANC non è nuovo  a questi passi falsi, per altro non sempre coronati da successo. Come per esempio nel 2022, anno  nel quale l’affluenza elettorale era stata molto bassa. Per questa ragione il partito ha messo sotto pressione i rappresentanti delle città e dei comuni. Diversi membri del partito come per esempio la lega dei giovani ANC di Durban hanno espresso la loro preoccupazione per una dirigenza del partito che sembra aver perso il contatto con la sua base elettorale, preoccupazione condivisa da diversi osservatori politici che censurano lo spreco di mezzi finanziari sullo sfondo dei problemi di innumerevoli famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese.

Questo ennesimo passo falso potrebbe servire come munizione per l’opposizione e anche per il partito di coalizione Democratic Alliance, che trova sempre più consensi a livello municipale, dove è già in posizione di forza. Staremo a vedere chi, nell’attuale congiuntura del paese, sarà disposto a versare 75 mila franchi per un posto a sedere al tavolo del presidente.

Nell’immagine: tavolata per una cena di gala organizzata dall’ANC nel 2019


La sinistra tra case e appelli

 

Senza clamore ma badando al sodo, rivela il vicepresidente del PS Fabrizio Sirica, negli scorsi mesi si sono gettate le fondamenta della «casa progressista»: un luogo in cui convogliare tutte le forze, politiche e sindacali, che intendono costruire un progetto di ricerca e riflessione, senza cadere – come spesso è accaduto in passato – nei personalismi. Peggio: in quei discorsi salottieri che sono tipici di una certa sinistra slegata dalle battaglie concrete. Una sinistra che ama gli «appelli», ma che alla fine si autocondanna all’inazione. L’invito è rivolto ai Verdi, ai compagni del MpS (che già hanno perorato l’urgenza di varare un «Fronte di opposizione sociale e politica»), ai comunisti e alle varie sigle sindacali che fanno capo all’USS (non citato è il Partito operaio e popolare).

La «casa» vuol essere innanzitutto un cantiere, uno spazio in cui incontrarsi e guardarsi negli occhi, accantonando, per una volta, il vezzo di comunicare soltanto via social. L’orizzonte in cui collocarsi è dato da un socialismo pragmatico, non dogmatico, aperto a contributi esterni, dunque in linea con la tradizione socialdemocratica di matrice nordica, tuttora maggioritaria nella sinistra cantonale e federale. Ma è proprio qui che potrebbero nascere dissensi e frizioni con il fronte più radicale e combattivo, com’è per esempio il Movimento per il socialismo.

Il caso ha voluto che mentre Sirica metteva nero su bianco le sue considerazioni uscisse su LaRegione un nuovo intervento, a firma di un gruppo di cittadini-militanti: «È ora di cambiare: un appello per unità, azione e opposizione da sinistra». Un’iniziativa mirante a «costruire un’opposizione politica unitaria, conflittuale e chiaramente alternativa». Ieri, infine, sempre il quotidiano bellinzonese, ha ospitato altri due contributi, firmati dalla Consigliera di Stato, Marina Carobbio, e dall’ex presidente PST Anna Biscossa. 

Sarà la volta buona per finalmente aggregare le forze intorno ad un obiettivo comune? Oppure siamo di fronte all’ennesimo tentativo di marciare separati, per poi dissipare le energie in vista delle scadenze elettorali del prossimo anno?

Chi non è più giovanissimo ricorderà che la sinistra ticinese (per limitare le osservazioni a questo spicchio di mondo) ha più volte ragionato in questa prospettiva, ovvero l’esigenza di edificare una casa comune, specie alla vigilia di elezioni cantonali o federali. Non è quindi «una grande novità» come scrive Sirica. Tuttavia bisogna riconoscere che ogni epoca ha impresso una sua specifica impronta al progetto unitario. Anche il termine «unità» non è sempre stato interpretato in modo univoco e fattualmente inclusivo. Non lo fu, ad esempio, «l’appello per la creazione del Forum della sinistra alternativa» promosso nel 1986 dal Partito del Lavoro, dove «sinistra alternativa» significava tutte le formazioni che contrastavano la politica perseguita sia dal PST, sia dall’ex rivale e concorrente PSA. Vale però la pena di riprendere i punti principali di quell’appello, la cui motivazione principale risiedeva nella necessità di rilanciare l’opposizione, ovvero

  • «per promuovere la cooperazione di intelligenze critiche e impegnate evitandone così la dispersione,
  • per combattere il profilarsi di una rinnovata situazione di regime cantonticinese soffocatrice degli spazi di progettazione alternativa,
  • per concordare quanto è necessario ad assicurare un’opposizione di sinistra forte e critica, capace nel paese e in Gran Consiglio di produrre risposte socialmente avanzate ai bisogni e alle aspettative esistenti nel Cantone». 

Da allora sono trascorsi quarant’anni. Nel frattempo sono intervenute vicende che hanno ingarbugliato le coordinate del mondo in cui viviamo, anche nel nostro piccolo orto domestico. Non sono tuttavia cambiati i rapporti di forza a sinistra, con un PS che, nonostante i noti travagli, è sempre rimasto nell’esecutivo cantonale (addirittura con due rappresentanti tra il 1987 e il 1991), un ruolo mai condiviso dai gruppi e dai movimenti dell’altra sinistra, che anzi lo condannavano come acquiescente e scarsamente incisivo. Tale permanente conflittualità tra la sinistra istituzionale e la sinistra movimentista la si ritrova ancora oggi nei documenti che via via vediamo pubblicati sui giornali o in rete.

Sirica auspica una «politica delle cose» che nasca tra le mura di una «casa progressista». Dal prossimo autunno inizierà il gran ballo in vista delle elezioni del 2027. Si vedrà allora se le varie anime che attualmente popolano il condominio della sinistra si daranno appuntamento in un unico vasto locale oppure no. L’impresa è ardua, costellata di vecchie ruggini e di possibili incomprensioni, ma val sempre la pena di tentare.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento