In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq
Di Francesca Mannocchi, La Stampa
Le case arrivano prima delle case, ed è forse questa la prima verità che il nuovo avamposto nei presso di Mash’en, nel Sud di Israele, consegna. In quel lembo di terra, dove i container disegnano una geometria ancora precaria ma già ostinata, la presenza precede la forma definitiva e la prepara. I dieci caravan che compongono questo avamposto di coloni, anticipano la storia così, prendendo posto prima che il posto esista davvero, offrendo alla politica una figura visibile della propria intenzione, trasformando una promessa in una scena quotidiana.
Adhar Pantion, 32 anni, viene da Ashkelon. Sei mesi fa ha lasciato con il marito una casa di quasi duecento metri quadrati e si è trasferita con i loro otto figli in un caravan di quarantotto metri quadrati, due stanze da letto. Racconta il trasferimento come una scelta preparatoria: stare qui adesso per farsi trovare pronti dopo. I figli hanno cambiato scuola, hanno lasciato amici e abitudini, la vita familiare si è ristretta in uno spazio minimo. Anche questo, per lei, fa parte del progetto, è il senso della sigla che dà il nome all’avamposto: i pionieri di Gaza. Le famiglie sono poche, ma servono a mostrare una disponibilità concreta. Nachala, il movimento della destra coloniale guidato da Daniella Weiss che da anni promuove nuovi insediamenti, organizza famiglie e avamposti provvisori per mostrare al governo che esiste già un’avanguardia pronta a trasferirsi nella Striscia.
Famiglie come quella di Adhar, che descrive Gaza come terra promessa, come porzione dell’eredità affidata da Dio ad Abramo e ai suoi discendenti, e questa promessa rimane per Adhar la misura di ciò che può essere pensato e fatto. Le soluzioni sono quelle dell’ultradestra: via i palestinesi da Gaza, Gaza che, semplicemente, cambia popolo. Dar parla di trasferimenti forzati, della soluzione trumpiana dei ricollocamenti in Paesi africani come dell’occasione che il governo Netanyahu non ha ancora avuto il coraggio di cogliere fino in fondo. Ne parla con l’ultima figlia di quattro mesi in braccio e, indicando l’orizzonte verso la Striscia, dice che lì bambini non ce ne sono, che lì ci sono soltanto futuri terroristi.
Per anni Gaza è rimasta, nella memoria della destra messianica israeliana, una ferita consegnata al tempo. Il disimpegno del 2005 ha lasciato in molti un trauma che ha continuato a vivere nella lingua privata dei coloni, nel lessico della promessa tradita, nella pedagogia familiare di chi raccontava ai figli Gush Katif come si racconta una patria perduta. La guerra aperta dal 7 ottobre ha riaperto quel capitolo e gli ha dato la forma di un programma. La guerra con l’Iran gli ha dato qualcosa di più: una cornice storica abbastanza grande da far sembrare il reinsediamento non più il sogno febbrile di una minoranza, ma il tassello di una ridefinizione regionale.
Il movimento Nachala si muove proprio dentro questa saldatura fra memoria, teologia e opportunità politica. Da mesi i suoi dirigenti e i suoi sostenitori marciano verso il confine, promettono alberi, case, scuole, quartieri futuri. Nachala non parla di Gaza come di una conquista futura ma come di un ritorno ordinato attraverso una logica di continuità: Israele si è ritirato, il ritiro ha prodotto il 7 ottobre, il 7 ottobre ha dimostrato che l’assenza di insediamenti ebraici genera minaccia, dunque la sicurezza chiede il reinsediamento.
È una concatenazione capace di tenere insieme fede, lutto e strategia. Dentro questa visione la guerra è solo un’opera di preparazione dello spazio, distrugge, svuota, recinta, ridisegna. Poi un altro soggetto arriva a nominare quel paesaggio come un nuovo inizio. Dentro questa visione, la guerra con l’Iran spinge il progetto un passo più avanti. Teheran, Hamas e Gaza entrano nello stesso quadro, come articolazioni di una medesima minaccia, e da questa lettura discende una conseguenza politica precisa: il reinsediamento della Striscia smette di appartenere soltanto al lessico dell’avanguardia religiosa e prova a imporsi come opzione di governo.
La guerra rafforza il linguaggio della sicurezza, allarga il margine d’azione della destra coloniale e rende più facile presentare una futura presenza civile ebraica a Gaza come prosecuzione della presenza militare israeliana. È anche per questo che il piccolo avamposto acquista un significato più nitido: non rappresenta solo un gesto simbolico, ma una pressione politica già organizzata. Il contesto americano offre la sponda più importante:Netanyahu ha aderito nelle scorse settimane al Board of Peace, un progetto che è entrato in stallo proprio con l’apertura della guerra all’Iran: i colloqui sul disarmo di Hamas si sono fermati, diversi partecipanti hanno rallentato o sospeso il loro impegno, la governance futura della Striscia è tornata a essere materia indeterminata.
Il reinsediamento di Gaza, chiede soprattutto questo alla guerra in corso: una lunga erosione delle alternative, l’idea che una ricostruzione palestinese sovrana perda consistenza; che la governance internazionale si inceppi; che Hamas resti il pretesto permanente di ogni rinvio; che il controllo militare israeliano si trasformi in normalità; che il mondo si abitui a pensare la Striscia come spazio amputato, frazionato, trattabile per segmenti. Ogni giorno di sospensione aiuta questo disegno. Ogni stallo diplomatico gli offre respiro. Ogni avanzamento dell’esercito dentro la geografia della tregua produce sul terreno l’argomento che i coloni useranno domani.
Per questo, gli avamposti di Nachala meritano attenzione ben oltre la loro dimensione numerica. La loro forza non sta nei grandi numeri, ma nella precisione simbolica. Poche famiglie bastano a mostrare una direzione. Otto figli dentro quaranta o cinquanta metri quadrati bastano a trasformare la rinuncia in racconto nazionale. È una grammatica che Israele conosce bene, perché gran parte della colonizzazione della Cisgiordania è passata da questo gesto iniziale: una tenda, una roulotte, un generatore, una strada di terra, poi il riconoscimento retroattivo, poi i fondi, poi la protezione armata, poi la scuola, poi la mappa ufficiale.
Gaza, per chi sogna di tornare, è appena la frontiera successiva. Il cuore del progetto resta la trasformazione dell’occupazione in vita ordinaria. La guerra costruisce corridoi, perimetri, zone cuscinetto, linee gialle. Il movimento coloniale offre a quelle linee una futura vita civile. Là dove il diritto internazionale vede occupazione, la destra religiosa israeliana vede incubazione. Là dove una parte del mondo continua a vedere macerie palestinesi, essa vede l’embrione di una nuova topografia ebraica e il conflitto con l’Iran rafforza questa capacità immaginativa perché dilata il senso della minaccia, concentra il potere esecutivo, riduce lo spazio della critica e ricolloca ogni decisione sul terreno della sopravvivenza nazionale. In guerra, ciò che ieri appariva estremo può presentarsi come necessario.
Così il container smette di essere soltanto un riparo provvisorio e diventa la miniatura di uno Stato futuro. La famiglia ammassata al suo interno smette di essere una scena privata. Diventa il primo mattone di una dottrina territoriale. E l’avamposto, ancora privo perfino della stabilità materiale di una casa, comincia già a parlare la lingua piena della permanenza. Gaza, in questa lingua, appare come una terra che attende. La guerra le prepara il terreno. La politica americana e israeliana ne custodisce l’ambiguità. I coloni provano a farsi trovare pronti.