Luca Steinmann – Una guerra dentro la guerra, cristiani contro sciiti libanesi

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Fukushima. 15 anni dopo, il mea culpa giapponese

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

Sono trascorsi 15 anni dal disastro nucleare di Fukushima, un evento che ci è stato venduto come naturale poiché scatenato da un fortissimo terremoto e dal conseguente maremoto. In realtà però, come si legge nel rapporto della commissione incaricata dal governo giapponese per far luce sull’accaduto, “non può essere considerato un disastro naturale. Si è trattato di un disastro profondamente causato dall’uomo, che avrebbe potuto e dovuto essere previsto ed evitato”. Il rapporto specifica: “La Tokyo Electric Power Company (TEPCO) in qualità di operatore nucleare, la Commissione per la sicurezza nucleare (NSC) e l’Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale (NISA) in qualità di autorità di regolamentazione, e il Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI), in qualità di ente governativo promotore dell’energia nucleare, non sono riusciti a preparare e attuare correttamente i requisiti di sicurezza più elementari …”.

Dal 2006 tutti questi attori erano infatti a conoscenza delle nuove direttive antisismiche che comportavano importanti interventi correttivi da implementare entro il 2009, ma nessuno mosse un dito per far sì che venissero realizzati. Da tempo i “responsabili” erano altresì consapevoli che la protezione anti-tsunami andasse adattata per far fronte a ondate di altezza molto maggiore di quella presa in considerazione nella domanda di costruzione del 1966, e che il superamento della quota massima di allora avrebbe portato alla fusione dei noccioli dei reattori per mancanza di raffreddamento, ma nessuno intervenne per porvi rimedio.

Il terremoto si presentò con un’accelerazione di un quarto superiore alla massima presa in considerazione per il dimensionamento della centrale, seguito dallo tsunami che superò di 5.5m il livello estremo originalmente ipotizzato. Ciò provocò gravi danni ai sei reattori della centrale e la fusione del nocciolo dei tre reattori in servizio, pericolo scampato di poco per i reattori delle centrali vicine di Fukushima Daini,

Onagawa e Tokai Daini che subirono danni importanti. Dopo approfondimenti, l’autorità decise la rottamazione di 22 reattori. La spesa per la messa in sicurezza dei rimanenti reattori ammonta a 44 miliardi di dollari. 15 reattori hanno così potuto tornare in attività, mentre altre 10 unità sono ancora in attesa di approvazione da parte dell’autorità. La pressione è tale che l’ultima unità a riprendere l’esercizio (21 gennaio 2026) è stata autorizzata a farlo a condizione che entro settembre 2029 vi venga implementata una serie di importanti misure di sicurezza, a dimostrazione che il Giappone ha imparato poco dal disastro di 15 anni fa.

Dopo la rimozione di 14 milioni di m³ di terra, arbusti e fogliame contaminati, l’85% delle 165’000 persone evacuate ha potuto rientrare al proprio domicilio. La decontaminazione di 1.3 milioni di m³ di acqua usata per il raffreddamento (tuttora in corso) di ciò che resta dei reattori continua, così come il rilascio in mare dell’acqua decontaminata che richiederà tre decenni visto l’alto contenuto di trizio, isotopo radioattivo dell’idrogeno. Nelle piscine delle unità 1 e 2 rimangono 1007 elementi di combustibile composti da 60-72 barre ciascuno, parzialmente coperti da detriti, che si prevede di estrarre con molte difficoltà entro il 2031, mentre sotto ai tre nuclei avariati si trovano 880 tonnellate di materiale fuso altamente radioattivo che andrebbe rimosso al più presto in quanto causa di continua contaminazione tramite acqua, aria e polvere.

Sinora sono stati prelevati e analizzati 0.693 + 0.187 grammi di quel materiale grazie a due distinteoperazioni di prelievo effettuate nell’unità 2, la più accessibile essendo stata risparmiata dalle esplosioni di idrogeno. L’operatore ritiene che i lavori di preparazione per la rimozione vera e propria del materiale richiederanno ancora dai 12 ai 15 anni. Questo per dire che la strada, dai circa 0.9 grammi prelevati alle 880 tonnellate ancora da prelevare, sarà lunga e difficoltosa.

Secondo le stime dell’università di Fukushima, le emissioni del temibile cesio (Cs-137) sono state pari a 20.5 PBq (milioni di miliardi di disintegrazioni al secondo), 12-15 delle quali finite nel Pacifico. Direttamente (grazie a pesci, molluschi e alghe) e indirettamente (grazie a mangimi per animali da reddito prodotti con scarti ittici), il Cs-137 entrerà nel nostro corpo dove, confuso con il potassio, sarà distribuito nei tessuti e vi rimarrà per un centinaio di giorni, scaricando la sua alta energia a corta distanza e provocando così delle pericolose rotture al doppio filamento del DNA delle cellule vicine. Il meccanismo di riparazione delle cellule danneggiate, la cui efficacia è ridotta dalle radiazioni, non potrà riparare tutte le rotture, con conseguenti mutazioni delle cellule lese fino a trasformarsi, nel tempo, in cellule tumorali.

Chi nascerà 100 anni dopo il disastro troverà ancora il 10% di quel cesio pronto, se ingerito, a danneggiare il suo DNA con immutata energia. La negligenza o, peggio, l’avidità di taluni ha dunque prodotto un problema dall’estensione e dalla durata molto maggiori di ciò che “Fukushima 2011” suggerisce.

Nell’immagine: il disastro visto dal satellite


Sì, è un regime. Ciò non legittima un’aggressione

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

Di Chantal Meloni, il manifesto

La domanda che oggi molti si pongono è se le gravi violazioni dei diritti umani da parte di un regime possano cambiare la valutazione giuridica di una guerra di aggressione. La risposta non può che essere ancorata nel diritto e non può che essere netta. Secondo la Carta delle Nazioni unite, il ricorso alla forza armata da parte di uno Stato contro un altro è legale solo in due casi: quando è autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu o quando costituisce un atto di autodifesa necessario e proporzionato a una minaccia imminente.

Nel caso dell’Iran nessuna di queste condizioni sembra essere soddisfatta. Le proteste che periodicamente attraversano il paese, brutalmente represse dal regime con arresti e uccisioni, testimoniano quanto sia profondo il desiderio di libertà della popolazione e la rivendicazione dei diritti fondamentali, anche a costo della vita.

Questa realtà tuttavia non può essere strumentalizzata per altri fini geopolitici. Il sostegno ai diritti degli iraniani non può trasformarsi in una giustificazione per azioni che violano a loro volta il diritto internazionale. Per questo molti osservatori parlano senza esitazioni di un’azione illegale, tecnicamente di un’aggressione.

EPPURE la frattura politica europea su questo punto è evidente. Come ha osservato la giurista Oona A. Hathaway, docente di diritto internazionale a Yale, la riluttanza di molti governi a riconoscere apertamente l’illegalità dell’attacco non è solo una scelta diplomatica prudente: rischia di trasformarsi in un precedente pericoloso. Se la violazione del divieto dell’uso della forza non viene chiamata con il suo nome, il messaggio è che la legge internazionale vincola alcuni Stati ma non altri. Il principio continua a esistere, ma la sua capacità di vincolare le grandi potenze appare sempre più incerta.

La storia dimostra inoltre che i cambiamenti di regime imposti dall’esterno attraverso bombardamenti o interventi militari “limitati”, spesso presentati come operazioni liberatrici, non producono né stato di diritto né istituzioni stabili. Gli interventi in Afghanistan nel 2001, in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011 continuano a pesare sul sistema internazionale e sulle popolazioni coinvolte. La devastazione di questi paesi mostra quanto sia facile distruggere dall’alto e quanto sia invece difficile, se non impossibile, imporre dall’esterno soluzioni stabili e democratiche.

Già queste considerazioni sarebbero sufficienti a prendere una posizione netta rispetto alla guerra scatenata con gli attacchi del 28 febbraio. Ma c’è di più: l’attacco all’Iran non appare motivato dalla tutela dei diritti della popolazione. Le dichiarazioni dei leader israeliani e statunitensi mostrano che gli obiettivi perseguiti hanno ben poco a che fare con i diritti delle donne iraniane o la libertà politica.

Nel frattempo le operazioni militari hanno già prodotto gravi conseguenze umanitarie. Tra gli episodi più allarmanti figurano l’uccisione di civili nei bombardamenti, tra cui le 165 giovani vittime della scuola di Minab, gli attacchi a infrastrutture energetiche con pesanti effetti ambientali e la distruzione di impianti essenziali come quelli di desalinizzazione dell’acqua. Dinamiche che ricordano tragicamente comportamenti già osservati a Gaza e in altri conflitti recenti in Medio Oriente.

IN QUESTO CONTESTO hanno suscitato particolare preoccupazione le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui con gli strumenti del diritto internazionale «non si ottiene nulla». Una dichiarazione che fa il paio con quella del ministro degli esteri italiano Antonio Tajani (il diritto è importante, ma «fino a un certo punto») e che suona come un’ammissione di sfiducia proprio nei confronti di quei principi giuridici elaborati dopo la Seconda guerra mondiale e consacrati nei processi di Norimberga, che dovrebbero costituire il fondamento dell’ordine internazionale.

Il nodo centrale è questo: non si può accettare l’idea che il diritto internazionale valga solo quando conviene. La sua forza sta proprio nel valere anche quando è scomodo, perché la sua funzione è ricordare che anche nelle relazioni tra Stati il potere incontra dei limiti. Senza il riconoscimento di questi limiti, l’ordine internazionale si trasforma in qualcosa di debole – nella legge del più forte.
Non è solo la credibilità astratta del diritto internazionale a essere in gioco quando si parla di Iran, Ucraina, Palestina, Libano, Venezuela o, in un futuro non impensabile, di Groenlandia. È la capacità di un principio di limitare il potere e proteggere le persone – tutti noi – dalla forza bruta.

Esistono già strumenti giuridici per affrontare i crimini commessi dal regime iraniano, inquadrabili come crimini contro l’umanità. Piuttosto che appoggiare l’uso della forza letale che provoca nuove vittime civili, gli Stati dovrebbero rafforzare i meccanismi del diritto penale internazionale e avviare procedimenti contro i responsabili di quel regime.

NON MANCANO le denunce in tal senso, anche in paesi come la Germania, che potrebbero procedere sulla base del principio della giurisdizione universale.

Se i crimini del regime iraniano meritano di essere perseguiti, anche gli attacchi contro obiettivi civili – in Iran e altrove – devono essere documentati e sottoposti alla giustizia internazionale. Gaza ha già mostrato i tragici effetti della prolungata impunità concessa all’alleato dell’Occidente, Israele. Oggi la situazione appare ancora più critica: non solo per l’allargamento del conflitto, ma anche per la debolezza della risposta della comunità internazionale.


Gaza, così nasce una nuova colonia

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Le case arrivano prima delle case, ed è forse questa la prima verità che il nuovo avamposto nei presso di Mash’en, nel Sud di Israele, consegna. In quel lembo di terra, dove i container disegnano una geometria ancora precaria ma già ostinata, la presenza precede la forma definitiva e la prepara. I dieci caravan che compongono questo avamposto di coloni, anticipano la storia così, prendendo posto prima che il posto esista davvero, offrendo alla politica una figura visibile della propria intenzione, trasformando una promessa in una scena quotidiana.

Adhar Pantion, 32 anni, viene da Ashkelon. Sei mesi fa ha lasciato con il marito una casa di quasi duecento metri quadrati e si è trasferita con i loro otto figli in un caravan di quarantotto metri quadrati, due stanze da letto. Racconta il trasferimento come una scelta preparatoria: stare qui adesso per farsi trovare pronti dopo. I figli hanno cambiato scuola, hanno lasciato amici e abitudini, la vita familiare si è ristretta in uno spazio minimo. Anche questo, per lei, fa parte del progetto, è il senso della sigla che dà il nome all’avamposto: i pionieri di Gaza. Le famiglie sono poche, ma servono a mostrare una disponibilità concreta. Nachala, il movimento della destra coloniale guidato da Daniella Weiss che da anni promuove nuovi insediamenti, organizza famiglie e avamposti provvisori per mostrare al governo che esiste già un’avanguardia pronta a trasferirsi nella Striscia.

Famiglie come quella di Adhar, che descrive Gaza come terra promessa, come porzione dell’eredità affidata da Dio ad Abramo e ai suoi discendenti, e questa promessa rimane per Adhar la misura di ciò che può essere pensato e fatto. Le soluzioni sono quelle dell’ultradestra: via i palestinesi da Gaza, Gaza che, semplicemente, cambia popolo. Dar parla di trasferimenti forzati, della soluzione trumpiana dei ricollocamenti in Paesi africani come dell’occasione che il governo Netanyahu non ha ancora avuto il coraggio di cogliere fino in fondo. Ne parla con l’ultima figlia di quattro mesi in braccio e, indicando l’orizzonte verso la Striscia, dice che lì bambini non ce ne sono, che lì ci sono soltanto futuri terroristi.

Per anni Gaza è rimasta, nella memoria della destra messianica israeliana, una ferita consegnata al tempo. Il disimpegno del 2005 ha lasciato in molti un trauma che ha continuato a vivere nella lingua privata dei coloni, nel lessico della promessa tradita, nella pedagogia familiare di chi raccontava ai figli Gush Katif come si racconta una patria perduta. La guerra aperta dal 7 ottobre ha riaperto quel capitolo e gli ha dato la forma di un programma. La guerra con l’Iran gli ha dato qualcosa di più: una cornice storica abbastanza grande da far sembrare il reinsediamento non più il sogno febbrile di una minoranza, ma il tassello di una ridefinizione regionale.

Il movimento Nachala si muove proprio dentro questa saldatura fra memoria, teologia e opportunità politica. Da mesi i suoi dirigenti e i suoi sostenitori marciano verso il confine, promettono alberi, case, scuole, quartieri futuri. Nachala non parla di Gaza come di una conquista futura ma come di un ritorno ordinato attraverso una logica di continuità: Israele si è ritirato, il ritiro ha prodotto il 7 ottobre, il 7 ottobre ha dimostrato che l’assenza di insediamenti ebraici genera minaccia, dunque la sicurezza chiede il reinsediamento.

È una concatenazione capace di tenere insieme fede, lutto e strategia. Dentro questa visione la guerra è solo un’opera di preparazione dello spazio, distrugge, svuota, recinta, ridisegna. Poi un altro soggetto arriva a nominare quel paesaggio come un nuovo inizio. Dentro questa visione, la guerra con l’Iran spinge il progetto un passo più avanti. Teheran, Hamas e Gaza entrano nello stesso quadro, come articolazioni di una medesima minaccia, e da questa lettura discende una conseguenza politica precisa: il reinsediamento della Striscia smette di appartenere soltanto al lessico dell’avanguardia religiosa e prova a imporsi come opzione di governo.

La guerra rafforza il linguaggio della sicurezza, allarga il margine d’azione della destra coloniale e rende più facile presentare una futura presenza civile ebraica a Gaza come prosecuzione della presenza militare israeliana. È anche per questo che il piccolo avamposto acquista un significato più nitido: non rappresenta solo un gesto simbolico, ma una pressione politica già organizzata. Il contesto americano offre la sponda più importante:Netanyahu ha aderito nelle scorse settimane al Board of Peace, un progetto che è entrato in stallo proprio con l’apertura della guerra all’Iran: i colloqui sul disarmo di Hamas si sono fermati, diversi partecipanti hanno rallentato o sospeso il loro impegno, la governance futura della Striscia è tornata a essere materia indeterminata.

Il reinsediamento di Gaza, chiede soprattutto questo alla guerra in corso: una lunga erosione delle alternative, l’idea che una ricostruzione palestinese sovrana perda consistenza; che la governance internazionale si inceppi; che Hamas resti il pretesto permanente di ogni rinvio; che il controllo militare israeliano si trasformi in normalità; che il mondo si abitui a pensare la Striscia come spazio amputato, frazionato, trattabile per segmenti. Ogni giorno di sospensione aiuta questo disegno. Ogni stallo diplomatico gli offre respiro. Ogni avanzamento dell’esercito dentro la geografia della tregua produce sul terreno l’argomento che i coloni useranno domani.

Per questo, gli avamposti di Nachala meritano attenzione ben oltre la loro dimensione numerica. La loro forza non sta nei grandi numeri, ma nella precisione simbolica. Poche famiglie bastano a mostrare una direzione. Otto figli dentro quaranta o cinquanta metri quadrati bastano a trasformare la rinuncia in racconto nazionale. È una grammatica che Israele conosce bene, perché gran parte della colonizzazione della Cisgiordania è passata da questo gesto iniziale: una tenda, una roulotte, un generatore, una strada di terra, poi il riconoscimento retroattivo, poi i fondi, poi la protezione armata, poi la scuola, poi la mappa ufficiale.

Gaza, per chi sogna di tornare, è appena la frontiera successiva. Il cuore del progetto resta la trasformazione dell’occupazione in vita ordinaria. La guerra costruisce corridoi, perimetri, zone cuscinetto, linee gialle. Il movimento coloniale offre a quelle linee una futura vita civile. Là dove il diritto internazionale vede occupazione, la destra religiosa israeliana vede incubazione. Là dove una parte del mondo continua a vedere macerie palestinesi, essa vede l’embrione di una nuova topografia ebraica e il conflitto con l’Iran rafforza questa capacità immaginativa perché dilata il senso della minaccia, concentra il potere esecutivo, riduce lo spazio della critica e ricolloca ogni decisione sul terreno della sopravvivenza nazionale. In guerra, ciò che ieri appariva estremo può presentarsi come necessario.

Così il container smette di essere soltanto un riparo provvisorio e diventa la miniatura di uno Stato futuro. La famiglia ammassata al suo interno smette di essere una scena privata. Diventa il primo mattone di una dottrina territoriale. E l’avamposto, ancora privo perfino della stabilità materiale di una casa, comincia già a parlare la lingua piena della permanenza. Gaza, in questa lingua, appare come una terra che attende. La guerra le prepara il terreno. La politica americana e israeliana ne custodisce l’ambiguità. I coloni provano a farsi trovare pronti.


“La scuola in Iran colpita dagli americani”: la conferma nell’inchiesta militare

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Il Pentagono ha bombardato la scuola elementare Shajarah Tayyebeh, uccidendo almeno 175 persone in maggioranza bambini, per un errore nell’individuazione dell’obiettivo. Lo scrive il New York Times, rivelando i risultati preliminari dell’inchiesta ancora in corso.

Secondo quanto hanno appurato finora gli investigatori, il 28 febbraio un missile Tomahawk è stato sganciato sulla scuola, perché era adiacente ad una base della Guardia rivoluzionaria che intendeva prendere di mira. Un video pubblicato lo conferma chiaramente.

L’edificio un tempo faceva parte del complesso militare, ma poi era stato destinato all’uso scolastico. Il New York Times ha visionato le immagini satellitari, da cui si vede che la scuola era stata separata dalla base con un muro tra il 2013 e il 2016, e intorno erano state costruite attrezzature per i giochi e le attività all’aperto dei bambini.

In questi casi le immagini le raccoglie la National Geospatial-Intelligence Agency, che poi le passa alla Defense Intelligence Agency, per usarle allo scopo di definire le coordinate degli obiettivi.

Queste informazioni poi vengono date al comando incaricato di guidare i bombardamenti, per l’Iran il Central Commando, che le usa per puntare le sue armi e dirigere i missili sui target. Il problema è che l’utilizzo dell’edificio nel frattempo era cambiato, ma nessuno aveva controllato l’accuratezza delle informazioni raccolte dall’intelligence militare e passate agli esecutori del piano. Quindi la scuola è stata inserita per sbaglio tra gli obiettivi da distruggere.

Il presidente Trump all’inizio aveva accusato gli iraniani di averla colpita, sostenendo che altri paesi usano i Tomahawk. La verità però è che la Repubblica islamica non li ha, così come nessun altro dei vicini coinvolti nel conflitto. Quindi solo gli americani potevano essere responsabili della morte di quasi 200 bambini, uno dei «danni collaterali» più sanguinosi delle guerre recenti.

La domanda a cui bisognava rispondere era come può essere accaduto, ossia se per un errore, o magari qualcosa che aveva colpito in volo il missile deviandolo sul bersaglio sbagliato. L’inchiesta non è ancora conclusa in maniera definitiva ed è possibile che qualcuno usi come scusa il fatto che gli iraniani impiegano edifici civili come scuole e ospedali per lanciare i loro attacchi. Al momento però l’errore umano è la pista più accreditata.

L’intelligenza artificiale di Claude è stata usata per individuare aree di potenziale interesse militare, ma non per selezionare gli obiettivi. Quindi le informazioni raccolte sull’edificio non sono state aggiornate e verificate da chi avrebbe dovuto farlo, per ragioni ancora incerte, forse legate alla fretta dell’operazione. Così il Tomahawk è partito verso un target che non esisteva più, distruggendo una scuola.


Troppi giovani africani morti per Putin, coinvolta anche la Chiesa Ortodossa

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

Di Andrea Spinelli Barile, il manifesto

Abdoulaye Issaka Ismael era nato il 30 novembre 1998 e frequentava un corso di laurea magistrale presso l’Università statale russa del Turismo e dei Servizi, nella città di Cherkisovo, Regione di Mosca. È morto qualche giorno fa nel Donetsk, Ucraina orientale, con indosso una mimetica con le mostrine dell’esercito russo: «Apprendiamo con sgomento della sua morte» si legge nel necrologio pubblicato tre giorni fa dall’Associazione degli studenti nigerini nella Federazione russa (Aenr), che raccontano come il giovane nigerino sia stato «arruolato dalle Forze combattenti russe impegnate nell’operazione militare speciale in Ucraina».

NON È DATO SAPERE come è stato coscritto questo ragazzo, se sia stato costretto, attirato con l’inganno o se si sia arruolato di sua iniziativa. Secondo The Suitcase Detective risulta una denuncia di scomparsa datata 2023 e presentata alla Polizia nazionale nigerina a Niamey dalla sua famiglia. Sulla sua scheda si legge che «secondo l’Interpol, potrebbe essersi recato in Russia».

La storia di Abdoulaye Issaka Ismael è simile a quella di tanti altri: Nkosima Moses Egor è nato a Obubra, nello Stato nigeriano di Cross River, è cristiano e la sua sorte è sconosciuta: ha conseguito master in nanotecnologie e tecnologia dei microsistemi presso l’Università Statale di Mosca nel 2021, dove lavorava come ricercatore, ma oggi la sua famiglia ha solo un numero di matricola da raccontare: «MT-914294 – dice la madre al manifesto -, questo numero è l’unica cosa che mi è rimasta di mio figlio».

I principali Paesi africani di origine di questi combattenti improvvisati e arruolati con l’inganno sono l’Egitto, che secondo i servizi ucraini ha contribuito con 361 soldati, il Camerun (335) e il Ghana (234). Ma nella lista sono presenti anche Algeria, Gambia, Mali, Kenya, Nigeria e Sudafrica.

LE STATISTICHE grondano sangue: la durata media del servizio per coloro che sono morti in combattimento è di appena sei mesi. Circa 50 di questi combattenti africani hanno firmato i loro contratti un mese prima di morire. Quasi un terzo dei morti, 94 persone, erano originari del Camerun. È questo il Paese africano che ha pagato il prezzo più alto, in termini di giovani vite spezzate da una guerra non loro.

Non si tratta, come abbiamo già raccontato, solo di disperati in cerca di lavoro divenuti prede di proposte irrinunciabili. Lamin Yatta, un giovane originario del Gambia, è arrivato in Bielorussia nel 2023 con un visto per studenti concessogli dopo un corso di lingua russa tenuto da Casa Russia a Banjul: alla scadenza del visto si è recato in Russia in cerca di lavoro ma è stato arrestato dalla polizia russa per essere entrato illegalmente e, per questo, sarebbe stato costretto a firmare un contratto con l’esercito e a combattere in Ucraina dove, nell’agosto del 2024, è stato dichiarato morto in combattimento dalle stesse autorità russe.

SEMPRE NELL’AGOSTO 2024, un giovane togolese ha ottenuto un visto per la Russia presso la missione diplomatica russa in Benin e si è recato a Mosca per proseguire gli studi: secondo una denuncia a mezzo stampa del governo togolese, il ragazzo è stato poi costretto ad arruolarsi e spedito in Ucraina, dove è stato fatto prigioniero. Attualmente è uno dei prigionieri di guerra dell’esercito ucraino ma, secondo il governo di Lomé, sono almeno 20 i giovani togolesi finiti in situazioni di questo tipo.

Malick Diop è invece un ragazzo senegalese di 25 anni. Nel 2023 ha ricevuto una borsa di studio dall’Università Lobachevsky di Nižnij Novgorod. Una volta arrivato in Russia, però, Diop è stato arruolato nell’esercito per lavorare come cuoco e inviato a Luhansk, città ucraina nell’est del Paese sotto il controllo russo dal 2014. Ad aprile 2025 gli è stata consegnata un’arma ed è stato mandato a combattere. Catturato dagli ucraini e attualmente detenuto, è accusato di essere un mercenario.

DISOCCUPATI in cerca di lavoro, studenti e ricercatori attirati con l’inganno ma anche aspiranti seminaristi, cooptati dalla Chiesa Ortodossa Russa e spediti sul fronte: Charles Waithaka Wangari detto Charlo era un 31enne keniano morto a dicembre in Ucraina: il suo viaggio in Russia sarebbe stato facilitato da contatti negli ambienti della Chiesa ortodossa russa e un sacerdote ortodosso russo di Nairobi, che ha chiesto di restare anonimo, ha dichiarato al Religion News Service che la Chiesa invia in Russia gli studenti del seminario per studiare, «non per combattere», ma ha anche detto che gli studenti «vengono avvertiti che può verificarsi il reclutamento militare». Un’eventualità

Nell’immagine: familiari dei keniani arruolati dalla Russia


L’unità della sinistra non è un dettaglio

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

L’articolo di Tommaso Soldini e Nelly Valsangiacomo del 24 febbraio scorso coglie un tema centrale e apre un dibattito necessario: in una fase in cui avanzano attitudini politiche antidemocratiche e autoritarie e si normalizzano linguaggi che colpiscono le persone più fragili, la mancanza di unità della sinistra non è un dettaglio. È una questione molto importante. Nei giorni scorsi è stata presentata la ‘Casa progressista’ ed è stato anche pubblicato un appello di militanti per un fronte progressista di opposizione.

Collaborazione e unità non significano partito unico, né fusione organizzativa, né necessariamente presentarsi sempre insieme alle elezioni. Vuol dire costruire convergenze politiche solide su obiettivi chiari, assumere posizioni comuni quando sono in gioco diritti, giustizia sociale e qualità della democrazia, coordinare le forze su temi decisivi per il Paese. L’esperienza dell’alleanza rossoverde del 2023 ha aperto proprio questo percorso: ha dimostrato che è possibile lavorare insieme a partire dai contenuti. Da lì si deve ripartire.

Le priorità sono evidenti e devono tradursi in scelte precise. Una fiscalità più equa. È necessario tassare in modo più incisivo i grandi patrimoni, partendo dall’imposta sulla sostanza che nel nostro Cantone ha certamente margine, con lo scopo di ridurre la distanza crescente tra chi concentra ricchezze importanti e chi fatica a sostenere il costo della vita. Senza una redistribuzione più coraggiosa non si combattono le disuguaglianze strutturali né si può migliorare il servizio pubblico. Una fiscalità più equa è anche una condizione per garantire più risorse alla sanità, alla scuola, alla lotta alla povertà, alla transizione ecologica.

Rafforzare la scuola pubblica, inclusiva e accessibile, come pilastro di una società equa. Oggi c’è chi teorizza una scuola “a più velocità”, chiedendo di separare i bambini e favorire i più “forti” a scapito dei più fragili. C’è chi vorrebbe un sistema formativo in cui l’offerta dipende dal reddito e in cui il pubblico viene progressivamente indebolito a vantaggio del privato. Una scuola pubblica forte è uno strumento fondamentale di emancipazione, coesione sociale e democrazia.

Contrastare con fermezza le derive autoritarie e neofasciste, che si manifestano nelle proposte politiche, nel linguaggio e nella progressiva delegittimazione delle istituzioni democratiche. Questo significa difendere lo Stato di diritto e la centralità del bene comune rispetto agli interessi particolari. Significa anche opporsi alla concentrazione dei poteri economici e finanziari che svuotano – oltre che le casse dello Stato – la politica della sua funzione e del suo valore. La tutela del servizio pubblico, la protezione del lavoro dignitoso e del potere d’acquisto – anche attraverso la riduzione dei premi di cassa malati –, la costruzione di una società paritaria e la difesa dei più deboli, delle persone migranti e delle minoranze, restano assi irrinunciabili.

Una democrazia si misura pure da come essa protegge chi ha meno voce e meno potere. La sinistra, nella sua storia, ha saputo costruire proposte a partire da analisi rigorose delle trasformazioni economiche e sociali, traducendo l’idea di uguaglianza e di giustizia sociale in cambiamenti concreti. Oggi deve continuare a farlo con la stessa lucidità e con accresciuta determinazione: elaborare soluzioni credibili, talvolta radicali, capaci di intervenire sulle cause strutturali delle disuguaglianze e di produrre miglioramenti reali nella vita quotidiana delle persone: salari più giusti, servizi pubblici di qualità e costo della vita sostenibile. L’unità come progetto politico per collaborare nel rispetto reciproco e decidere su priorità condivise. Per opporsi alle derive della società, ma soprattutto per costruire qualcosa di migliore insieme. Perché una sinistra che sa coordinare le proprie forze rafforza i diritti delle cittadine e dei cittadini, limita i privilegi, riequilibra i rapporti di potere, rende più solida la democrazia e più giusta la società.

Scritto per La Regione
Marina Carobbio è consigliera di Stato (Ps)

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Per un’alternativa politica e sociale, un dibattito necessario

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

Tempestivamente (quasi una risposta preventiva), Fabrizio Sirica ha anticipato su Naufraghi/e del 6 marzo quella che immagino sia la sua posizione rispetto all’appello «È ora di cambiare» apparso su La Regione di sabato 7 marzo, diffuso attraverso diversi siti e che in tre giorni ha già ricevuto il sostegno di circa 200 militanti di orizzonti diversi della sinistra.

Egli afferma, in buona sostanza, che non sia necessario aprire una discussione sulla politica che deve condurre la sinistra: sembra suggerire che si deve continuare così, business as usual. Va tutto bene, inutile aprire un dibattito strategico; basta invece coordinare in modo più organico ciò che già oggi viene fatto. Concretezza è la sua parola d’ordine.

Da qui la sua insistenza su quella che egli chiama il progetto di un “casa progressista”. Iniziativa simpatica quella di Sirica; ma che, in realtà – lo dico senza tema di smentita – fa riferimento ad un paio di riunioni che per il momento non sono arrivate ad alcuna conclusione pratica; l’ultima volta ci siamo lasciati con la consapevolezza comune che, comunque, questo “progetto” si dovesse e potesse al massimo concretizzare in due o tre riunioni di coordinamento all’anno (per le varie campagne in atto – leggi votazioni su referendum o iniziative–, per organizzare il 1° maggio e poco altro); e con l’impegno di presentare una nuova bozza di questo funzionamento minimo. Soprattutto da parte sindacale si è insistito in questa direzione, ricordando che le organizzazioni sindacali non hanno ancora nemmeno discusso – con i loro associati e nelle loro istanze direttive – di questa prospettiva. A noi, e per questo abbiamo aderito alla proposta, questa ipotesi di coordinamento va bene e vi parteciperemo, anche se è evidente che in essa – qualora si concretizzi – non vi è nulla di utile per interrogarsi sul cambiamento della fase politica che stiamo vivendo e individuare i percorsi strategici per farvi fronte.

I temi posti dall’appello “È ora di cambiare” apparso in questi giorni sono tutt’altra cosa. Esso chiede di prendere atto del profondo cambiamento della fase politica – a livello locale, nazionale e internazionale – e della necessità di aprire un vero dibattito politico sulle strategie della sinistra.

Viviamo infatti in un contesto segnato da una crisi profonda del capitalismo, dall’acuirsi delle tensioni geopolitiche e dei venti di guerra, dal ritorno di logiche imperialiste sempre più aggressive e dall’avanzata, in molti paesi, di forze di estrema destra autoritarie e fasciste. In una fase come questa, la sinistra non può limitarsi alla gestione ordinaria dell’esistente: deve interrogarsi sulle proprie strategie, sulle proprie alleanze e sulla propria capacità di costruire opposizione sociale e politica.

Una strategia che deve sicuramente essere unitaria – a tutti i livelli – ma che non può evitare di interrogarsi sui limiti delle politiche concertative e di collaborazione con i partiti borghesi, di fronte alla profondità dell’attacco ai diritti sociali e democratici portato avanti proprio da questi partiti, sempre più spesso in sintonia con gli orientamenti della destra più reazionaria. Basterebbe citare, limitandosi a questioni recenti e decisive, il loro atteggiamento in merito alla messa in pratica dell’iniziativa sul 10% e alla revisione della legge sulle stime immobiliari.

Una politica di opposizione, di indipendenza e di rifiuto di una logica concertativa ad ogni costo è oggi più che mai necessaria per permettere di fare concreti passi avanti a favore dei salariati e delle salariate.

Un piccolo esempio può illustrare cosa intendiamo. Qual è stata la molla che ha convinto l’Unione Sindacale Svizzera a lanciare (nel 2021) l’iniziativa per una 13ª mensilità AVS? Senza ombra di dubbio la sconfitta del “compromesso” architettato attorno al progetto PV 2020, respinto in votazione popolare nel 2017. Quel progetto prevedeva, tra le altre cose, anche l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne da 64 a 65 anni. In cambio, i futuri pensionati (e solo le future pensionate, non quelle che già ricevevano una rendita AVS) avrebbero ricevuto 70 franchi in più al mese. Il “compromesso” venne difeso dal PSS e da diverse federazioni sindacali a spada tratta, valorizzando proprio questa contropartita dei 70 franchi.

Fu invece il rifiuto di questa logica concertativa ad ogni costo a spingere alcuni settori sindacali – in particolare la SSP/VPOD romanda – insieme a diverse forze della sinistra radicale (SolidaritéS, MPS, Forum Alternativo, ecc.) e ai Verdi, a lanciare il referendum che portò alla bocciatura di PV 2020 al momento del voto popolare. Per farla breve: senza il lancio di quel referendum la 13ª AVS non avrebbe probabilmente mai visto la luce.

Questo appello contiene anche una novità: esprime l’auspicio che la sinistra, in questa prospettiva di opposizione e di unità, discuta della possibilità di presentarsi in modo unitario – con liste comuni per governo e parlamento – alle prossime elezioni cantonali e federali. Non è necessariamente la priorità immediata sulla quale discutere (non sono mai molto produttive le discussioni elettorali), ma è un tema che non può più essere eluso.

Non sappiamo se le ipotesi di unità e di opposizione che proponiamo nell’appello siano le più giuste. Le rilanciamo pubblicamente perché pensiamo che debbano essere oggetto di un ampio dibattito politico che non è più possibile rimandare. È un’urgenza che vale anche per realtà ben più grandi della nostra: basti pensare a paesi come la Germania, la Francia o l’Italia.

Le sottoponiamo, come abbiamo già fatto in passato, alla discussione e al confronto. È possibile che la maggioranza del “popolo di sinistra” la pensi diversamente. Ma sarà difficile prenderne coscienza senza sviluppare una discussione aperta, plurale e approfondita.

Invitiamo quindi a prendere atto di quanto scriviamo. Non è un appello contro nulla e nessuno; non è una manovra elettorale, men che meno un atto di sfiducia verso qualcuno. È un appello di persone, di militanti, che si interrogano sul che fare nel momento in cui gli equilibri del capitalismo neoliberale tendono a modificarsi in profondità e pericolosamente con tutte le conseguenze del caso.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Unire prospettive per un’alternativa concreta

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

Nei giorni scorsi è apparso su laRegione un contributo a firma Nelly Valsangiacomo e Tommaso Soldini che invitava la sinistra e i progressisti a unirsi per riuscire a essere più incisivi nel proporsi come alternativa forte all’attuale maggioranza politica, al modello e alla prassi che la stessa propone. Poco dopo questo scritto ha cominciato a circolare un appello, promosso da alcuni politici di sinistra, che sembrerebbe andare esattamente nella stessa direzione.

In realtà i due scritti, il contributo e l’appello, sono profondamente diversi tra loro. Se nel primo l’invito è quello di trovare, all’interno del fronte di sinistra e progressista, l’unità necessaria a trasformare in proposte i valori e i principi che contraddistinguono quest’area – uguaglianza, giustizia sociale e ambientale, solidarietà, democrazia – riportando gli stessi con forza al centro della politica; nel secondo, che pur ribadisce pienamente questi valori, l’approccio è molto diverso. Pur condividendo in larga misura l’analisi presentata, la forma dell’appello non mi sembra altrettanto costruttiva. Mi chiedo: è utile e sensato unirsi come sinistra solo per diventare più forti nell’opposizione? Perché non avanzare anche proposte concrete, come alternativa necessaria al neoliberismo, al dominio, allo strapotere e alla crescente arroganza totalitaria che lo accompagna? Nell’appello non trovo una sola parola in questa direzione: nessuna. Solo lotta, difesa, opposizione.

Sarò ingenua e ottimista, sarò ancora alimentata dalle utopie dei decenni passati, ma nonostante tutto quanto stiamo vivendo – anzi proprio e soprattutto per quanto stiamo vivendo oggi – credo sia indispensabile che la sinistra e i progressisti si uniscano per dare vita a un’alternativa credibile e seria alla società odierna. È indubbio, i due scritti insistono su un punto fondamentale: dobbiamo unirci tutti. Ma dobbiamo farlo soprattutto per costruire, non solo per opporci. Dobbiamo farlo perché sempre più persone, a livello locale e globale, vivono in difficoltà: ogni giorno vedono erodere la loro libertà, la loro dignità, i loro diritti e le loro possibilità – e potrei continuare a lungo con questo elenco.

Sono convinta che sia proprio il malessere, sociale, ambientale e sempre più anche democratico, a impegnare moralmente e pragmaticamente la sinistra, che non può più limitarsi alla difesa di quanto ancora c’è di buono nella società, come fa bene a sottolineare l’appello dei politici di sinistra. Ci vuole coraggio e convinzione per avanzare con determinazione verso la costruzione di una società egualitaria, più giusta, democratica e rispettosa dei diritti e della dignità di tutte le persone, così come dell’ambiente – ed è certo più complesso che immaginare soluzioni basate su divisioni, diseguaglianze e marginalizzazioni.

Non abbiamo però bisogno di un manifesto di sfiducia nelle nostre capacità, come sinistra e come progressisti! Limitarsi a opporsi o relegarsi da soli all’opposizione non ha senso e non serve a chi oggi ha bisogno di un modello sociale e ambientale diverso. Riprendendo l’appello, la conflittualità – anche radicale – è irrinunciabile e importante, ma solo quando serve, non come prassi politica costante. E credo che l’esempio del percorso politico del salario minimo sia lì a dimostrarlo. Per proporsi come sinistra e progressisti, offrendo una prospettiva anticapitalista concreta, democratica, socialmente e ambientalmente equa, paritaria e solidale, prendiamo ago e filo: cuciamo insieme le due proposte e cominciamo finalmente a lavorare uniti per costruire una vera alternativa al neoliberismo e alle sue evidenti nefandezze.

Scritto per La Regione
Anna Biscossa è stata deputata Ps in Gran Consiglio

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Servizio pubblico RTV: nel mirino ora c’è la Concessione federale

In Libano gli israeliani bombardano massicciamente la popolazione sciita legata a Hezbollah, e chiedono la collaborazione dei cristiani per cacciarli dal sud del paese. L'obiettivo finale sembrerebbe la loro espulsione dal paese verso l'Iraq 

Il popolo svizzero ha parlato chiaramente. Ma cosa ha detto? Ha detto, in sostanza, che la SSR deve poter continuare a fare quello che sta facendo. Per Albert Rösti no. Avrebbe detto che “condivide la linea del Consiglio federale”, che oltre alla già prevista riduzione a 300 fr. del canone implicherebbe una ridefinizione del mandato della SSR, con una diminuzione ad esempio del suo impegno nel campo dello sport e dello spettacolo. Una delle cose contro le quali il popolo pensava di aver votato.

Il ministro UDC vuole dare l’impressione che esista già una “politica del CF”, quando la discussione sul rinnovo della Concessione (il mandato che la Confederazione dà alla SSR, da rinnovare per il 2029) è ancora tutta da fare, e prevede un’ampia procedura di consultazione.

Commenta la WOZ (Wochenzeitung): “Sebbene il Consiglio federale avesse raccomandato di respingere l’iniziativa, Rösti, come se fosse un ministro anti-media, ha preventivamente ridotto le tariffe da 335 a 300 franchi, rinunciandovi per la maggior parte delle aziende. Che si trattasse di un “controprogetto” all’iniziativa, come Rösti ha sempre sottolineato, probabilmente non lo credeva nemmeno lui. È improbabile che qualcuno abbia respinto l’iniziativa a causa di questa riduzione. Non si è trattato affatto di un controprogetto, ma piuttosto di un favore di Rösti al suo partito, promulgato per decreto in modo antidemocratico. Il risultato è un programma di riduzione dei costi alla SSR (Società svizzera di radiotelevisione)”.

E inoltre: “Non è affatto vero che gli elettori vogliano limitare i media di servizio pubblico a un presunto mandato fondamentale di informazione, cultura e formazione, come ama sostenere l’UDC. Sport e intrattenimento, come dimostrato dall’ampio sostegno alla SSR durante la campagna referendaria, sono altrettanto importanti. Inoltre, le emittenti private difficilmente trarrebbero beneficio economico se dovessero rilevare la produzione di questi contenuti. Il “no” clamoroso è stato ottenuto grazie a un’ampia alleanza della società civile che comprende sport, cultura, scienza e politica. Ha anche beneficiato di un vuoto creato dall’UDC stessa. A metà campagna elettorale, sembrava che il partito l’avesse abbandonata. Se il partito sia già soddisfatto dei tagli di Rösti o si stia già preparando al voto sulla sua iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni” a giugno rimane un mistero.”

Che le intenzioni di Rösti non siano in linea con la volontà dei cittadini lo mostra anche un sondaggio rappresentativo post-voto condotto da Tamedia e “20 Minuten” in collaborazione con il Leewas Institute, di cui riportiamo una sintesi.

“L’analisi mostra che informazione, istruzione e cultura sono molto apprezzate dall’elettorato. Metà della popolazione desidera maggiori servizi di informazione e pochissimi vorrebbero tagli in questi settori. Anche i programmi educativi sono molto apprezzati. Per quanto riguarda la cultura, c’è sia un gruppo che desidera contenuti aggiuntivi (24%) sia un gruppo che approva le riduzioni (20%).
Interessanti i risultati relativi alle aree target di sport e intrattenimento. Un quarto degli intervistati vorrebbe più programmazione sportiva da parte della SSR, un desiderio espresso con particolare frequenza dagli uomini.  Il quadro è contrastante per quanto riguarda l’intrattenimento: il 28% accetterebbe dei tagli, mentre il 22% ne auspica un’espansione.  Per quanto riguarda l’online il 21% della popolazione auspica più notizie dalla SRG, mentre l’11% accetterebbe tagli in questo ambito. I video della SRG sui social media, tuttavia, non riscuotono successo: è qui che la maggior parte degli elettori vede un potenziale di risparmio, seguiti da televideo e podcast.”

Come era facile prevedere, la battaglia per la difesa del servizio pubblico non è ancora terminata, e probabilmente non lo sarà mai. Tra le poche voci critiche che si sono manifestate in queste ore c’è quella del Sindacato Svizzero dei Media, del quale riportiamo di seguito la presa di posizione.


Dopo le dichiarazioni del consigliere federale Albert Rösti: nessuna carta bianca per le restrizioni al servizio pubblico mediatico – la volontà popolare deve essere rispettata.

L’elettorato svizzero ha respinto nettamente con il 61,9 per cento l’iniziativa popolare «200 franchi bastano – Iniziativa SSR». Questo chiaro risultato conferma ancora una volta l’ampio sostegno a favore di un servizio pubblico mediatico forte. Le dichiarazioni del Consigliere federale Albert Rösti all’indomani della votazione fanno tuttavia dubitare che egli interpreti il risultato allo stesso modo. Dopo questo chiaro no, il Consiglio federale non ha ricevuto alcun assegno in bianco per ulteriori limitazioni del mandato della SSR – al contrario: la volontà popolare deve essere rispettata nella definizione della concessione.

Popolo e Cantoni si sono espressi chiaramente contro un indebolimento del servizio pubblico mediatico, manifestando così la volontà di mantenere l’attuale offerta completa della SSR. Il risultato della votazione rappresenta quindi anche una prova di fiducia nel lavoro dei professionisti dei programmi e conferma il forte radicamento regionale e culturale delle offerte della SSR. Questa varietà si è riflessa in un ampio sostegno da parte di numerose associazioni e comitati dei settori sport, cinema, musica, media e cultura.

Le restrizioni all’offerta sportiva e di intrattenimento della SSR comporterebbero costi aggiuntivi invece di un alleggerimento per le famiglie

Nell’ambito della procedura di consultazione sulla revisione parziale dell’ordinanza sulla radiotelevisione, molti si erano già espressi contro ulteriori limitazioni dell’offerta della SSR. Proprio nel settore dello sport, ad esempio, si vede quanto la SSR sia fondamentale per la popolazione in generale.

Ma questo sembra preoccupare poco il Consiglio federale. Secondo il ministro dei media Rösti, la riduzione del canone da 335 a 300 franchi, già decisa ma non sottoposta al voto popolare, comporterà una riduzione dell’offerta sportiva, di intrattenimento e digitale, che si rifletterà anche nella nuova concessione. Queste restrizioni comporteranno costi aggiuntivi per le famiglie. Ad esempio, se i diritti di importanti eventi sportivi con partecipazione svizzera fossero commercializzati esclusivamente da privati.

Le associazioni e le organizzazioni vengono penalizzate

In questo modo il Consiglio federale manca il suo obiettivo reale: alleggerire il carico fiscale delle famiglie attraverso una riduzione del canone mediatico. Allo stesso tempo, ignora la volontà del popolo di mantenere la SSR come fornitore di programmi completi nell’attuale diversità. Vengono così penalizzate anche tutte quelle associazioni e organizzazioni che nella campagna contro l’iniziativa si sono impegnate a favore del mantenimento di questa stessa diversità, al fine di consentire al popolo svizzero un accesso agevole a un’offerta ampia ed equilibrata.

In qualità di sindacato dei media e partner sociale della SRG, per l’SSM è chiaro: un servizio pubblico mediatico forte, diversificato e radicato in tutte le regioni linguistiche è fondamentale per la Svizzera e, dopo questo chiaro risultato della votazione, deve continuare a garantire la sua offerta attuale, sostenuta da una forte indipendenza giornalistica e da condizioni di lavoro buone ed eque come base per la qualità giornalistica.

Nell’immagine: eppure il quadro è chiaro