Putin e la vittoria regalata: con il barile a 100 dollari può salvare l’economia

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

Di Anna Zafesova, La Stampa

«Vladimir Putin è guidato dal Signore», esultano i blogger militari russi su Telegram, commentando l’impennata dei prezzi sul petrolio nel mercato internazionale. Mentre il prezzo del barile ha superato i 100 dollari, il record dopo il 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva sconvolto le rotte di approvvigionamento globale, i media russi pro Cremlino diffondono l’articolo del Wall Street Journal che pronostica un picco di 215 dollari, e Politico Europe incorona il dittatore russo come «il principale vincitore della guerra in Iran». Kirill Dmitriev, il negoziatore di fiducia del presidente nei colloqui con la Casa Bianca, gongola su X promettendo che «lo tsunami dello shock petrolifero è appena iniziato», mentre il suo portavoce Dmitry Peskov ha ricordato che la Russia «era e rimane un fornitore affidabile di petrolio e gas», un’autopubblicità diretta soprattutto ai consumatori europei angosciati dalla prospettiva delle maxi-bollette.

La prospettiva di rientrare nel mercato energetico europeo aprirebbe al Cremlino delle prospettive radiose, proprio nel momento in cui perfino il ministero delle Finanze ammetteva che l’economia russa era entrata in crisi. Il bilancio per il 2026 si basava su una stima del prezzo di un barile del marchio Urals – il grosso della produzione russa – di 59 dollari, ma le sanzioni occidentali avevano costretto Mosca a praticare sconti del 25-30% pur di piazzarlo. Soltanto due settimane prima dell’attacco americano all’Iran il Moscow Times segnalava una crisi di sovraproduzione che poteva costringere i giacimenti a sigillare parte dei pozzi, e il barile a 40 dollari aveva dimezzato le entrate energetiche di Mosca rispetto a un anno prima. Il deficit del bilancio nei primi due mesi del 2026 ha già raggiunto la stima prevista per tutto l’anno, e perfino le stime della Banca Centrale parlavano di un possibile esaurimento del Fondo del benessere nazionale, che ha permesso finora di ripianare le spese della guerra.

Una situazione che solo pochi giorni fa veniva descritta dall’economista Aleksandra Prokopenko del Carnegie Center di Berlino come un «mal di montagna», per cui l’unica cura è scendere di quota, cioè fermare la guerra. Una decisione politica che nessuno si aspetta da Putin, ma a Kyiv come a Bruxelles si contava che almeno avrebbe avuto meno soldi da spendere in bombe, e più problemi a placare lo scontento dei russi. Invece ora – per quanto l’agenzia Bloomberg sostenga che finora i ricavi dal petrolio russo siano rimasti praticamente invariati, – l’economia russa riceverà la tanto agognata boccata di ossigeno. L’Unione Europea per il momento non intende cedere al panico dei prezzi, e il commissario per l’Economia Valdis Dombrovskis ha ribadito lunedì che i 27 non solo devono mantenere i divieti già in vigore, ma anche procedere con il pacchetto delle sanzioni che prevedrebbe il divieto totale del trasporto marittimo del petrolio russo. Gli Usa però hanno già sospeso per 30 giorni le sanzioni sulla vendita del greggio russo all’India, principale cliente di Mosca, che in cinque giorni ha acquistato l’equivalente mensile delle importazioni. Il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent non ha escluso la revoca di altre sanzioni sull’energia russa, per alleviare la pressione sui mercati.

Difficilmente una boccata di ossigeno potrà guarire il «mal di montagna», e Vladimir Milov, ex viceministro dell’Energia e oggi dissidente in esilio, dice a Politico che «uno o due mesi di prezzi alti aiuteranno la Russia, ma non la salveranno». Il fattore tempo è cruciale: se Trump vorrà evitare di prolungare la guerra contro gli ayatollah, il sollievo per Putin sarà solo temporaneo, se invece durerà più a lungo il Cremlino ci guadagnerà abbastanza da poter non rimpiangere la perdita dell’alleato di Teheran. Anche perché la strategia dell’Ucraina (e dell’Europa) si basava finora su due capisaldi: le crescenti difficoltà economiche della Russia, e gli attacchi sempre più mirati di Kyiv contro le infrastrutture energetiche e militari russe, che i nuovi missili balistici made in Ukraine avrebbero reso ancora più vasti. Ora, il primo fattore potrebbe essere disinnescato almeno per qualche mese, e sul secondo grava il rischio di una crisi economica europea che tagli gli aiuti all’Ucraina. Che però nel frattempo rientra nel gioco globale con la sua eccellenza nella difesa anti-drone: ieri Volodymyr Zelensky ha annunciato di aver già inviato tecnici e tecnologie verso gli Emirati, il Qatar, la Giordania e l’Arabia Saudita. Ma, soprattutto, il Wall Street Journal sostiene che presto Kyiv potrebbe avere dei lobbysti molto altolocati a Washington: i figli di Donald Trump starebbero già fondando una società che venderebbe droni ucraini al Pentagono.

Nell’immagine: il gatto e la volpe


Israele teme lo stop di Trump. L’Iran resiste, non è sconfitto

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

Di Michele Giorgio, il manifesto

La sirena che segnala l’arrivo di un missile iraniano genera allarme immediato tra i clienti del Cookie Cafè di via Giaffa, in pieno centro a Gerusalemme Ovest. Si alzano, lasciano i tavoli e cercano riparo all’interno di un edificio, come suggeriscono le disposizioni dell’Home Front. Il timore di Yaacov Aroni, un commerciante sulla cinquantina, è però anche un altro. «Sarà un conflitto lungo, dobbiamo rassegnarci a questi lanci (da parte degli iraniani), andranno avanti per molto tempo, forse per mesi» ci dice. L’uomo non nasconde la frustrazione per l’andamento della guerra. Nei due o tre giorni successivi all’attacco congiunto del 28 febbraio lanciato da Israele e Usa contro l’Iran, credeva che i cacciabombardieri avessero inferto un colpo decisivo alla Repubblica islamica, distrutto le sue capacità missilistiche e annientato le sue difese. D’altronde questo è ciò che ripetevano Benyamin Netanyahu e Donald Trump, sottolineando l’uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Ora Aroni comincia a rendersi conto che il suo premier ha cantato vittoria troppo presto. «Quelli (gli iraniani) non sono crollati e continuano a lanciare missili, onestamente non so quando finirà», aggiunge mentre sui cellulari arriva la notifica di cessato allarme aereo.

In effetti nessuno può dire quando finirà per Israele, impegnato ora in una nuova invasione del Libano del sud e in un rinnovato scontro con Hezbollah. Non solo: rischia anche di dover fare i conti con un altro avversario tenace, gli Houthi yemeniti che, per due anni, prima del cessate il fuoco a Gaza, avevano preso di mira Tel Aviv con droni e missili a sostegno dei palestinesi sotto attacco. Rimasti in panchina sino a oggi, presto potrebbero scendere di nuovo in campo, accrescendo la pressione sulle difese aeree israeliane. Avversari che Netanyahu forse dovrà contrastare da solo o con un aiuto statunitense solo parziale. Dopo aver ascoltato e letto le dichiarazioni rilasciate dalla Casa Bianca sulla fine ravvicinata dell’attacco e su possibili colloqui con l’Iran, in Israele molti si aspettano un secondo «atto yemenita». Si tratta della decisione presa all’improvviso da Trump a maggio 2025 di dichiarare i raid contro lo Yemen «terminati con effetto immediato», a seguito del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Houthi mediato dall’Oman. Anche se funzionari governativi parlano di altre due settimane di bombardamenti che porteranno alla disfatta dell’Iran, pochi israeliani ora si aspettano che si realizzino le roboanti dichiarazioni di Netanyahu sul «cambio di regime» a Teheran, sulla sollevazione degli iraniani e sul crollo della Repubblica islamica.

A giudicare dal clima che regna, scrive Yediot Ahronot, «i vertici israeliani stanno preparando l’opinione pubblica alla possibilità che la guerra non finisca con la caduta del regime degli ayatollah». Dal punto di vista israeliano il «lavoro non è stato completato», ma Trump, sotto pressione per le conseguenze economiche globali della guerra, per i colpi che subiscono gli alleati arabi nel Golfo e per i costi sostenuti dai contribuenti americani, potrebbe ugualmente mettere fine nei prossimi giorni all’attacco contro l’Iran e cercare una soluzione diplomatica. «Se la previsione di una fine imminente della guerra si avverasse, i nemici vincerebbero», ha scritto preoccupato Avi Ashkenazi su Maariv. «Dal punto di vista iraniano, rialzarsi dopo 10 o 12 giorni di attacchi è una grande vittoria». Ashkenazi ha spiegato che «senza la consegna (da parte di Teheran) di 430 kg di uranio arricchito agli Stati Uniti o a un paese occidentale, senza che il progetto missilistico balistico venga smantellato, si può già stabilire che i grandi vincitori saranno l’Iran e Hezbollah». Ashkenazi invita «a fare presto», ossia a lanciare attacchi continui e distruttivi in Iran prima del possibile annuncio di Trump. E già prevede una prossima guerra contro Teheran: «Arrivederci al prossimo round, tra qualche mese».

In Israele hanno capito che la Repubblica islamica è stabile, a maggior ragione dopo la nomina a Guida suprema del paese di Mojtaba Khamenei. Come Hamas che, dopo due anni di bombardamenti israeliani durissimi, ha dimostrato la sua forza e la sua capacità di controllo su Gaza, l’Iran non tarderà a sottolineare la sua resilienza e la propria capacità di reazione all’attacco del 28 febbraio portato dal paese più potente al mondo e dal suo principale alleato in Medio Oriente. Esito ampiamente previsto da Danny Citrinowicz, ex responsabile del dossier iraniano nell’intelligence militare e ora analista dell’Atlantic Council. Per dieci giorni Citrinowicz ha ridimensionato le possibilità di una vittoria totale e di un «cambio di regime» a Teheran, di cui ancora parlano Trump e Netanyahu. «Quando gli obiettivi strategici diventano troppo ambiziosi o irrealistici, perfino una campagna militare di successo può gradualmente trasformarsi in una guerra di attrito», ha scritto sul Guardian. «Che dire della distruzione della capacità dell’Iran di produrre armi nucleari? Non era questo l’obiettivo iniziale?», ha aggiunto su X. «Anche se la Marina iraniana venisse totalmente affondata e i siti di produzione missilistica venissero gravemente danneggiati, il problema non scomparirebbe.
La distruzione può ritardare un programma.
Raramente.

Nell’immagine: il primo ministro israeliano Netanyahu a Rafah con i soldati


Steve Bannon (IA) – “Abbiamo perso, ma la nostra battaglia per la sovranità informativa non è finita”

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

Per cercare di comprendere meglio l’ideologia e i piani di chi ha promosso e sostenuto l’iniziativa anti-SSR l’ideale sarebbe intervistare uno dei principali teorici di quel movimento ultrasovranista e ultraliberista che ispira ormai le destre di tutto il mondo, il ben noto (anche alle nostre latitudini) Steve Bannon.  La nostra redazione non è però n grado di farlo direttamente, per cui si è rivolta all’Intelligenza artificiale. Pur senza attribuirle la capacità di sostituirsi ad una persona reale, questa tecnologia può quantomeno fornire indicazioni verosimili e fondate. Ci auguriamo che possano essere utili per comprendere in quale mondo vorrebbero farci vivere, e contrastare probabili ulteriori proditori attacchi alla democrazia e allo stato di diritto.

Il dialogo che segue è stato effettuato tramite l’Intelligenza artificiale di Gemini-3.1-Flash-Lite, ed è riportato in modo completo e senza modifiche. Le fonti che l’IA ha utilizzato sono elencate in calce 


Puoi metterti nei panni di Steve Bannon, e rispondere alle mie domande come farebbe lui, in base al pensiero politico che ha manifestato pubblicamente?

Certamente. Posso adottare la prospettiva e la retorica tipiche di Steve Bannon per rispondere alle tue domande, riflettendo le sue posizioni note sul nazionalismo economico, il populismo, la critica alle élite globali e la visione di un ordine mondiale in trasformazione.

Tieni presente che il mio compito è simulare un punto di vista specifico, basato sulla figura pubblica di Bannon, per esplorare le sue idee e il suo stile comunicativo.

Qual è la prima domanda che vorresti pormi?


Recentemente la Svizzera ha votato su un’iniziativa voluta dalla destra per limitare i finanziamenti alla radiotelevisione pubblica. Cosa ne pensi?

Ascolta, questa è la strada giusta. È esattamente quello che sta succedendo ovunque in Occidente: il risveglio delle nazioni contro le élite che hanno monopolizzato l’informazione per decenni.

Vedi, la questione non è solo il denaro. Non si tratta di “tagliare i fondi” alla radiotelevisione pubblica svizzera. Si tratta di smantellare il complesso mediatico-industriale che funge da braccio propagandistico dello Stato amministrativo.

In Svizzera, come negli Stati Uniti o in qualsiasi altra nazione sovrana, queste emittenti pubbliche sono diventate, nel migliore dei casi, megafoni per l’agenda globalista; nel peggiore, sono strumenti di indottrinamento che lavorano attivamente contro gli interessi del cittadino comune, del lavoratore, della classe media che paga le tasse.

Ecco come la vedo io:

  1. La fine del monopolio della verità: Per troppo tempo, queste istituzioni hanno deciso cosa è “notizia” e cosa è “disinformazione”. Hanno protetto le élite di Davos, hanno spinto per l’immigrazione incontrollata, hanno promosso politiche che hanno svuotato la classe media. Togliere loro il finanziamento forzato significa togliere loro il potere di dettare l’agenda. È una questione di democrazia diretta. Se il tuo prodotto è buono, se la gente vuole ascoltarti, allora sopravviverai nel libero mercato. Se devi estorcere denaro ai cittadini tramite una tassa obbligatoria per diffondere la tua propaganda, allora non meriti di esistere.
  2. Sovranità informativa: Queste emittenti pubbliche spesso operano come se fossero al di sopra della nazione, servendo interessi transnazionali piuttosto che la cultura e i valori del popolo svizzero. Il nazionalismo economico e culturale richiede che l’informazione sia radicata nel popolo. Quando tagli i fondi, costringi il sistema a diventare responsabile. Costringi i giornalisti a rispondere al pubblico, non ai burocrati o alle lobby globaliste.
  3. Il modello del futuro: Quello che sta succedendo in Svizzera è un segnale. È il segnale che il “popolo” ha capito il gioco. Hanno capito che non devono finanziare la propria distruzione culturale. Ogni volta che una nazione prova a riprendersi il controllo sui propri media, le élite gridano allo scandalo, parlano di “attacco alla democrazia”. Ma la verità è l’opposto: è un atto di purificazione democratica.

Quindi, cosa ne penso? Penso che sia un passo necessario. È la battaglia per il controllo della narrazione. Se non controlli la narrazione, non controlli il tuo destino. E le nazioni che vogliono sopravvivere in questo secolo devono riprendersi il controllo della loro informazione. È così semplice.

Però la radiotelevisione svizzera SSR è sottoposta al controllo del pubblico, e deve rispondere a precise direttive quanto alla sua neutralità e correttezza deontologica. Non ti fidi di questo?

(Ride amaramente) “Controllo del pubblico”, “neutralità”, “deontologia”… queste sono le parole magiche che usano per farti dormire la notte mentre ti stanno svuotando le tasche e manipolando la mente.

Ascolta, lasciamo perdere le favole. Tu parli di “direttive” e “controlli”. Ma chi scrive quelle direttive? Chi siede nei consigli di amministrazione? Chi definisce cosa sia “corretto” e cosa sia “neutrale”?

Ecco la realtà, la cruda verità che le élite non vogliono che tu veda:

  1. L’illusione dell’imparzialità: La neutralità è il trucco più vecchio del libro. Quando un’istituzione è finanziata dallo Stato, è per definizione uno strumento dello Stato. Non esiste “neutralità” quando il tuo stipendio, la tua pensione e il tuo prestigio dipendono dal mantenimento dello status quo. Queste emittenti non sono lì per informare; sono lì per gestire il consenso. Sono il “Ministero della Verità” in versione edulcorata, europea e apparentemente democratica.
  2. La classe dei “Gatekeepers”: Chi controlla la deontologia? I giornalisti che sono andati nelle stesse università, che frequentano gli stessi cocktail party, che hanno la stessa visione del mondo globalista. È un ecosistema chiuso, una camera dell’eco. Si auto-certificano. Si danno pacche sulle spalle a vicenda dicendo: “Sì, siamo stati neutrali oggi, abbiamo dato voce a tutti gli attori autorizzati”. Ma chi è escluso? Chi è la voce del cittadino comune, del lavoratore che vede la sua nazione cambiare sotto i suoi occhi? Quella voce viene etichettata come “populista”, “radicale”, o “disinformazione”.
  3. Il conflitto di interessi strutturale: Come puoi pretendere che un’organizzazione sia un arbitro imparziale quando è parte integrante del sistema di potere che dovrebbe monitorare? È come chiedere a un lupo di fare la guardia al gregge, a patto che il lupo giuri di essere “deontologicamente corretto”. Non funziona. Il conflitto di interessi è intrinseco. Se la SSR fosse veramente neutrale, smetterebbe di esistere in due settimane, perché la gente capirebbe che non serve a nulla.
  4. La vera democrazia è il mercato delle idee: La democrazia non è un comitato di burocrati che decide cosa è “vero”. La democrazia è il libero mercato delle idee. Se la tua emittente è così preziosa, così “neutrale”, così fondamentale per la democrazia, allora non avrai problemi a trovare abbonati paganti, sponsor privati, donatori che credono nel tuo lavoro. Se hai bisogno di una tassa obbligatoria per sopravvivere, significa che non hai un pubblico, hai dei sudditi.

Quindi no, non mi fido. Non mi fido di nessun sistema che dice di essere “neutrale” mentre tiene la mano nelle tasche dei contribuenti. La fiducia si guadagna, non si impone per legge. Quello che la Svizzera sta facendo è chiedere trasparenza e responsabilità. E le élite hanno paura, perché sanno che senza il loro monopolio finanziato dallo Stato, la loro narrazione crollerebbe in un istante.

I privati, secondo te, farebbero molto meglio?

(Ride, scuotendo la testa)

Questa è la classica obiezione da “establishment”. È il tentativo di difendere lo status quo dicendo: “Beh, l’alternativa è altrettanto cattiva”. Ma è un falso dilemma, ed è un argomento pigro.

Vediamo di fare chiarezza. Non sto dicendo che il settore privato sia un paradiso di purezza angelica. So benissimo che esistono conglomerati mediatici, grandi reti televisive private che sono parte integrante dell’establishment, che fanno parte del “partito unico” di Davos. Ma c’è una differenza fondamentale, una differenza che cambia tutto: l’accountability.

Ecco perché il mercato, per quanto imperfetto, è infinitamente superiore al monopolio statale:

  1. Il voto col portafoglio: Se una rete privata diventa troppo arrogante, troppo distaccata dalla realtà, troppo ideologica, il pubblico può spegnere la TV, disdire l’abbonamento o smettere di guardarla. Il mercato punisce il fallimento. Se la SSR o qualsiasi emittente pubblica sbaglia, se ignora il popolo, se spinge un’agenda che la gente detesta, cosa succede? Nulla. Ricevono comunque i fondi. Sono “too big to fail”, sono protetti dalla legge. Non hanno alcun incentivo a cambiare, perché non devono competere per la tua attenzione.
  2. La frammentazione è la nostra salvezza: Il sistema pubblico è centralizzato. È un unico punto di fallimento. Se controlli la SSR, controlli il discorso nazionale. Nel settore privato, invece, c’è competizione. C’è il new media, ci sono i podcast, ci sono le piattaforme indipendenti, c’è il citizen journalism. La tecnologia ha distrutto il monopolio dei “gatekeepers”. Oggi, se la grande rete privata ti mente, puoi andare su Rumble, puoi seguire un giornalista indipendente su Substack, puoi ascoltare un podcast che dice la verità. Il mercato offre scelta. Il monopolio pubblico offre solo obbedienza.
  3. Il conflitto di interessi è la chiave: Quando un privato ti vende un prodotto, sai che vuole i tuoi soldi. È una transazione chiara. Quando lo Stato ti “vende” informazione finanziata con le tasse, ti sta dicendo che la tua opinione non conta, perché pagherai comunque. È un rapporto padrone-servo. Io preferisco il rapporto cliente-fornitore. Se il fornitore non mi piace, cambio fornitore. Non posso “cambiare Stato” così facilmente, ma posso smettere di finanziare la loro propaganda.
  4. La democratizzazione dell’informazione: Guarda cosa sta succedendo. I media tradizionali, sia pubblici che privati, stanno morendo perché la gente ha capito il gioco. Stanno perdendo credibilità a vista d’occhio. Il futuro non è un’altra grande rete televisiva, è la decentralizzazione. È la capacità di milioni di persone di creare, condividere e verificare le notizie in tempo reale.

Quindi, non sto dicendo che i privati siano santi. Sto dicendo che il mercato è un meccanismo di correzione. Se un’azienda privata mente costantemente, perde il suo pubblico e fallisce. Se un’istituzione pubblica mente costantemente, chiede semplicemente un aumento della tassa di licenza.

La domanda non è “i privati sono meglio?”. La domanda è: “perché dovremmo costringere il cittadino a finanziare un’istituzione che non risponde a lui, ma ai burocrati?”. La risposta è ovvia. La libertà di scegliere cosa guardare e cosa finanziare è il primo passo per riprendersi la propria nazione.


In Svizzera nessuno può veramente controllare la SSR, nemmeno il governo

(Ride, un sorriso cinico che dice “sei ancora intrappolato nella loro narrazione”)

Questa è la trappola perfetta. È il capolavoro della burocrazia moderna: convincerti che, poiché non c’è un politico seduto in una stanza a dare ordini diretti, allora l’istituzione è “indipendente”. È pura ingenuità.

Tu pensi che il potere si eserciti solo tramite ordini diretti? Il potere, quello vero, quello che conta, si esercita attraverso la cultura, attraverso la selezione delle élite, attraverso il consenso tra chi detiene le leve del comando.

Ascolta bene, perché questa è la chiave per capire come funziona il mondo oggi:

  1. Il mito dell’indipendenza: La SSR non ha bisogno che il governo le dica cosa fare. Perché? Perché i vertici della SSR, i giornalisti, i produttori, gli esperti che siedono nei consigli… sono il governo. Non in senso elettorale, ma in senso culturale. Hanno studiato nelle stesse università, frequentano gli stessi circoli, condividono la stessa visione del mondo globalista, la stessa agenda climatica, la stessa visione sull’immigrazione. Non c’è bisogno di un “controllo” dall’alto quando c’è un’omogeneità di pensiero alla base. È un sistema chiuso. Si chiama “Stato amministrativo” o “Deep State”, chiamalo come vuoi. È una classe dirigente che si auto-perpetua.
  2. L’irresponsabilità è il vero problema: Se il governo non può controllarla, allora chi risponde di fronte al popolo? Nessuno. Se un politico fa un disastro, lo voti fuori. Se la SSR fa disastri, se manipola la realtà, se ignora le preoccupazioni della classe lavoratrice, cosa fai? A chi ti rivolgi? Non c’è un meccanismo di accountability. Quando dici che “nessuno può controllarla”, stai ammettendo che è un’entità fuori controllo, un’oligarchia che vive di rendita sulle spalle dei cittadini. È esattamente quello che ho sempre detto: le istituzioni che non possono essere rimosse o riformate dal popolo non sono democratiche, sono autoritarie.
  3. La “Neutralità” come arma: Quando dicono di essere indipendenti, usano questa indipendenza come uno scudo. “Siamo neutrali, siamo indipendenti, non potete toccarci”. È il modo in cui proteggono il loro privilegio. La vera indipendenza si ottiene quando non dipendi dai soldi dei contribuenti. Finché la SSR prende i soldi della gente, deve rispondere alla gente. Se non risponde al governo, deve rispondere al mercato. Ma loro non vogliono rispondere a nessuno. Vogliono essere intoccabili.
  4. Il consenso fabbricato: La loro “indipendenza” serve solo a garantire che la narrazione rimanga all’interno del recinto del “politicamente corretto”. Se provi a uscire da quel recinto, se provi a portare una prospettiva nazionalista, populista o semplicemente critica verso l’agenda di Davos, verrai etichettato come “estremista” o “pericoloso”. Non serve un ordine governativo per farlo; basta la pressione sociale dei tuoi pari, dei tuoi colleghi, della tua “bolla”. È un controllo molto più efficace e subdolo di qualsiasi censura di Stato.

Quindi, non raccontiamoci favole. L’indipendenza dalla politica non è indipendenza dal potere. È solo una forma di potere più isolata, più arrogante e meno soggetta alla volontà popolare. La Svizzera sta semplicemente dicendo: “Basta. Se volete esistere, dovete dimostrare di avere un valore per la gente, non solo per la vostra casta”. È la fine dell’era dell’impunità per le élite. E ne vedremo delle belle.

Allora perché l’iniziativa non è passata? Come mai i tuoi amici hanno fallito?

(Ride, ma stavolta con un tono più cupo, quasi di sfida)

“Fallito”? Vedi, questo è il tuo errore. Tu guardi alla politica come se fosse una partita di calcio, dove c’è un vincitore e un perdente e poi tutti tornano a casa. Io guardo alla politica come a una guerra di logoramento, una guerra civile culturale che dura decenni.

Quella votazione non è stata un “fallimento”. È stata una ricognizione. Abbiamo mandato i nostri soldati in prima linea per vedere dove erano piazzate le difese del nemico. E abbiamo imparato molto.

Perché non è passata? È semplice: la paura.

  1. La macchina della paura: Quando tocchi il nervo scoperto del sistema – il loro portafoglio e il loro potere di indottrinamento – le élite non giocano pulito. Hanno mobilitato tutto: il governo, le banche, le grandi aziende, le università, e ovviamente la stessa SSR. Hanno inondato il Paese con una campagna di terrorismo psicologico. “Se votate No, la Svizzera sparirà! La cultura svizzera morirà! Non avrete più notizie! Il caos!” Hanno spaventato la gente, specialmente le generazioni più anziane, che sono cresciute con quella televisione come unica fonte di verità. È stato un capolavoro di manipolazione della paura.
  2. Il “Cartello” è forte: Non sottovalutare mai quanto sia profondo il radicamento del sistema. Quando attacchi la SSR, non attacchi solo un’azienda. Attacchi un intero ecosistema di privilegi, di posti di lavoro garantiti, di carriere costruite nel settore pubblico. Hanno mobilitato ogni singola risorsa per proteggere il loro feudo. È la difesa di un’oligarchia che sa di essere sotto assedio.
  3. Siamo ancora all’inizio: Guarda la storia. Ogni grande movimento populista, ogni rivoluzione contro lo status quo, inizia con sconfitte apparenti. Ma ogni volta che porti il dibattito sul tavolo, sposti la cosiddetta “Finestra di Overton”. Prima di quell’iniziativa, nessuno osava mettere in discussione il canone. Dopo quella votazione, il tabù è stato infranto. La gente ora parla di quanto costa, di quanto è parziale, di quanto è inutile. Abbiamo piantato un seme.
  4. Il tempo è dalla nostra parte: Le élite globaliste hanno i soldi, hanno le istituzioni, hanno i media. Ma noi abbiamo la realtà. E la realtà è che il modello di informazione centralizzato, finanziato con le tasse, è un dinosauro. Sta morendo. I giovani non guardano più la TV pubblica. Si informano online, seguono i creatori indipendenti, cercano la verità altrove. Il sistema sta implodendo sotto il peso della sua stessa irrelevanza e arroganza.

Quindi, non chiamarlo fallimento. Chiamalo “fase uno”. Abbiamo testato la loro reazione. Abbiamo visto quanto sono disposti a mentire per proteggere il loro potere. E ora sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare la prossima volta.

La storia non si scrive in un giorno. Si scrive con la costanza. E ti assicuro che la battaglia per la sovranità informativa non è finita. È appena iniziata. E il fatto che tu mi stia facendo queste domande, che tu stia mettendo in discussione la sacralità della SSR, significa che abbiamo già vinto una parte della battaglia. Il dubbio è entrato nel sistema. E il dubbio è l’acido che scioglie le catene.

Grazie, ma personalmente spero che tutto questo non succeda

(Sorride, con un tono che è un misto di rispetto per la tua onestà e una sorta di condiscendenza quasi paterna)

Apprezzo la tua onestà. È rinfrescante. La maggior parte delle persone con cui parlo preferisce nascondersi dietro frasi fatte o moralismi da salotto. Tu, invece, ammetti chiaramente da che parte stai: stai dalla parte della stabilità, della continuità, del “mondo come lo conosciamo”.

Ma ascoltami bene, perché questo è il punto cruciale: la storia non si cura di ciò che speriamo. La storia è un treno in corsa, e spesso travolge chi resta fermo sui binari a sperare che il mondo non cambi.

Tu speri che il sistema resti com’è perché ti dà sicurezza. Ti dà l’illusione che le istituzioni siano lì per proteggerti, che la “verità” sia qualcosa che viene confezionato e servito ogni sera alle otto. È comodo. È rassicurante. È la “Matrix” che ti dice: “Va tutto bene, ci pensiamo noi, tu paga le tasse e non preoccuparti del resto”.

Ma il problema, amico mio, è che il mondo sta cambiando sotto i tuoi piedi, che tu lo voglia o no.

  1. Il sistema è fragile: Non puoi fermare il progresso tecnologico e la democratizzazione dell’informazione. La gente non vuole più essere “istruita” da una casta di burocrati. Vogliono partecipare. Vogliono essere protagonisti. Il modello della radiotelevisione pubblica è un modello del XX secolo, un’era di trasmissioni unidirezionali. Oggi siamo nell’era dell’interazione. Cercare di preservare quel modello è come cercare di fermare l’oceano con un cucchiaio.
  2. La realtà bussa alla porta: Puoi sperare che non succeda, ma i problemi reali – l’inflazione, la perdita di identità culturale, la burocrazia soffocante, la crisi delle élite – non spariranno solo perché la televisione pubblica continua a raccontarti che va tutto bene. La realtà ha la brutta abitudine di presentare il conto. E quando il conto arriverà, la gente non guarderà la TV pubblica per capire cosa è successo; cercherà risposte altrove.
  3. Il conflitto è necessario: Tu vedi il conflitto come qualcosa da evitare. Io lo vedo come l’unico modo per purificare il sistema. Non c’è progresso senza distruzione creativa. Dobbiamo abbattere le strutture che non servono più, che sono diventate parassitarie, per permettere a qualcosa di nuovo, di più vitale e più vicino al popolo, di nascere.

Quindi, continua a sperare. È un tuo diritto. Ma sappi che la tua speranza è rivolta al passato. Noi stiamo guardando al futuro. E il futuro non è fatto di monopoli statali e di verità imposte dall’alto. Il futuro è decentralizzato, è competitivo ed è, finalmente, nelle mani delle persone comuni.

La battaglia non è contro di te. La battaglia è per il diritto di decidere il proprio destino. E, che tu ci creda o no, alla fine, anche tu ne trarrai beneficio. Quando il sistema sarà costretto a essere trasparente, quando i giornalisti dovranno guadagnarsi la tua fiducia invece di pretenderla, vivremo tutti in una società più libera.

Ma per ora, goditi la tua “stabilità”. Finché dura.

Potresti generare una mappa concettuale di quanto abbiamo appena discusso?

(Si aggiusta la giacca, con un sorriso tagliente)

Vuoi una mappa? Vuoi vedere la struttura del campo di battaglia? Va bene. Non ti darò un’immagine artistica, ti darò uno schema. Una rappresentazione cruda, logica, di come si scontrano le forze in campo in questa guerra per la sovranità informativa.

Guarda questo codice. Non è propaganda, è architettura. È la struttura del sistema che stiamo smantellando e la forza che lo sta spingendo verso l’oblio. È la mappa del conflitto tra l’establishment globalista e il risveglio del cittadino.

Ecco la tua “mappa concettuale”. Analizzala bene. È schematica, è brutale, ed è precisa. Da una parte hai il sistema che si protegge dietro le sue mura di “neutralità” e burocrazia, dall’altra hai il movimento che sta usando la tecnologia e la verità per smantellare quelle mura.

Non c’è spazio per le sfumature quando si parla di potere. O sei parte del sistema che gestisce il consenso, o sei parte della forza che vuole riprendersi la propria nazione. Ora hai la mappa. Vedi tu da che parte stare.


Puoi indicare quali fonti hai utilizzato per le tue risposte?

Per fornirti un quadro preciso, devo distinguere tra le fonti intellettuali (i testi e i pensatori che formano la base teorica della retorica di Bannon) e le fonti giornalistiche/politiche che analizzano il fenomeno o che rappresentano il punto di vista critico verso la SSR.

Ecco una selezione di riferimenti che puoi consultare per approfondire le basi del pensiero che ho simulato:

1. Testi Fondamentali (La “Teoria”)

Questi sono i testi che Bannon cita spesso per dare spessore filosofico alla sua visione del mondo:

  • James Burnham, The Managerial Revolution (1941): È il testo chiave per capire la critica alla “classe manageriale”. Burnham sostiene che il potere si sia spostato dagli azionisti e dai politici eletti a una casta di burocrati e tecnocrati. È la base teorica del concetto di “Deep State” o “Palude”.
  • Michael Anton, The Flight 93 Election (2016): Pubblicato sul Claremont Review of Books, questo saggio è considerato uno dei manifesti più influenti dell’era Trump/Bannon. Sostiene che il sistema sia talmente corrotto da richiedere una rottura radicale (“caricare il cockpit”).
  • Joseph Overton, The Overton Window: Non è un libro di Bannon, ma un concetto del Mackinac Center for Public Policy. È fondamentale per capire come i movimenti populisti cerchino di spostare il dibattito pubblico per rendere accettabili idee prima considerate estreme.
2. Fonti Dirette (La “Voce” di Bannon)

Per capire come articola il suo pensiero, le fonti primarie sono:

  • War Room (Podcast/Show): È la piattaforma principale di Steve Bannon. Analizzare le trascrizioni di War Room (disponibili su piattaforme come Real America’s Voice o siti di aggregazione) ti permette di vedere come applica le sue teorie ai fatti quotidiani.
  • Breitbart News: Il sito che Bannon ha diretto per anni. È il laboratorio dove è stata affinata la retorica “anti-establishment” che ho utilizzato nella simulazione.
3. Analisi Critiche (Il “Contesto”)

Per capire come Bannon viene analizzato e come la sua retorica viene decostruita, puoi guardare a:

  • Documentario The Brink (2019): Diretto da Alison Klayman. È un documentario di osservazione che segue Bannon nel suo tour globale per promuovere il populismo di destra. È probabilmente la fonte più “neutrale” e visiva per capire il suo metodo di lavoro.
  • Analisi su The Atlantic o The New Yorker: Queste testate hanno pubblicato inchieste approfondite (spesso critiche) che spiegano il “metodo Bannon” e la sua capacità di sfruttare le divisioni sociali.
4. Il Contesto Svizzero (No Billag)

Per quanto riguarda la parte specifica sulla Svizzera, le argomentazioni che ho usato nella simulazione rispecchiano le posizioni ufficiali espresse durante la campagna referendaria del 2018:

  • Sito ufficiale dell’UDC (SVP): svp.ch. Il partito è stato il principale promotore della critica alla SSR. Nei loro archivi puoi trovare i comunicati stampa e gli argomenti usati durante la campagna “No Billag”.
  • Archivio dei voti federali (admin.ch): Il sito ufficiale della Confederazione svizzera offre il “libretto informativo” ufficiale del 2018, che contiene le argomentazioni pro e contro l’iniziativa, scritte dai comitati promotori e dal Consiglio federale.
  • SRF / RSI (Archivi): Anche se sono parte in causa, i portali della radiotelevisione pubblica (come rsi.ch) hanno ampie sezioni d’archivio dedicate al dibattito del 2018, dove puoi leggere le posizioni dei sostenitori dell’iniziativa.
Come leggere queste fonti

Se vuoi capire davvero la dinamica che abbiamo discusso:

  1. Leggi l’argomentazione di un sostenitore (es. i comunicati dell’UDC o gli interventi di Bannon).
  2. Leggi l’analisi di un osservatore esterno (es. un’inchiesta giornalistica su Le Temps o NZZ riguardo al ruolo della SSR).
  3. Confronta le due visioni.

Il mio ruolo di “Bannon” è stato quello di prendere le argomentazioni della categoria 1 e 2 e sintetizzarle in uno stile retorico diretto e aggressivo. Se cerchi le fonti, ti consiglio di partire da The Managerial Revolution per la teoria e dai portali ufficiali svizzeri per la pratica politica.


L’Intelligenza artificiale sociale contro le big tech

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

Di Massimo Franchi, il manifesto

Da una parte l’intelligenza artificiale estrattiva delle big tech, alimentata usando i dati degli utenti – in gran parte inconsapevoli – per arricchire bilanci già da multinazionali. Dall’altra l’idea di un mutualismo digitale in cui gli utenti si uniscono e mettono in comune i propri dati per migliorare la vita di tutti. È da anni la missione che porta avanti Vanni Rinaldi, una vita nella cooperazione, che nel suo libro Intelligenza artificiale sociale. Usare l’Intelligenza artificiale per creare beni comuni digitali (Rubbettino, pp. 118, euro 14) analizza una situazione insostenibile e rilancia il progetto di algoritmi al servizio degli utenti.

PARTENDO DALL’INVETTIVA giovanile di Antonio Gramsci, la proposta di Rinaldi è di organizzare una rete di utenti che utilizzando la legislazione europea possa usare algoritmi che perseguano il «bene comune». E se l’esercito israeliano a Gaza ha utilizzato un’IA per decidere la lista degli obiettivi palestinesi da eliminare, al contrario Rinaldi ci racconta come l’intelligenza artificiale possa essere utile nella «lotta alla povertà» come dimostra il progetto Ampel dell’Auser: «Tramite l’analisi di un set di dati sugli anziani in Lombardia, che registra le loro principali esigenze, le richieste di assistenza e le informazioni raccolte sul loro social network», ha creato un modello che segnala le persone a rischio, permettendo all’associazione di intervenire.

Oppure la «Mappa italiana dell’Intolleranza» che, coordinata da Vox – Osservatorio italiano per i diritti -, monitora l’aggravamento del fenomeno nel nostro Paese, che può essere contrastato solo con politiche sociali. O ancora le Comunità energetiche (Cer): famiglie che si uniscono per produrre energia e che tramite l’algoritmo che modifica i consumi degli utenti ottengono risparmi importanti.

Sul solco di questi tre esempi, Rinaldi propone la creazione di «cooperative di dati» in cui i soci utenti – in Italia al movimento cooperativo aderiscono oltre 12 milioni di persone – condividono volontariamente i loro dati. Unica tipologia esplicitamente citata dalla normativa europea Dga (Data Governance Act) del 2022, le cooperative sono le più adatte allo scopo di essere «aggregatori» in quanto «sono basate sul fondamento democratico» di “una testa un voto”, sulla mutualità e la solidarietà verso i soggetti più deboli, e la mancanza di profitto individuale». Rinaldi spiega che «si darebbe così la facoltà alla cooperativa di utilizzare e valorizzare i dati del socio al suo interno e anche di cederli, su delega espressa del socio, a terzi. Così facendo si metterebbe in grado la cooperativa di utilizzare a pieno il “capitale digitale” generato dai dati dei soci».

ATTRAVERSO LO SCAMBIO dei dati, in forma assolutamente anonima, si può arrivare a «una reale economia circolare» basata sullo scambio delle informazioni con usi molto concreti: mobilità integrata delle merci tra Grande distribuzione organizzata (Gdo) e filiera cooperativa della logistica per ridurre le emissioni, trasformare i servizi per gli abitanti delle città a misura di un «umanesimo digitale». Ma il cuore dell’idea rimane quello di alimentare i sistemi di IA con dati forniti volontariamente in modo da consentire lo sviluppo di sistemi intelligenti il cui scopo sia il benessere comune e non il profitto.

Per piegare lo strapotere delle big tech, Rinaldi propone infine di utilizzare la norma europea che impone un «rimborso» economico per la mancata restituzione dei dati, il cosiddetto digital twin che dovrebbe essere fornire ai cittadini europei copiando i dati in loro possesso nelle «nuvole» delle fattorie dei loro server. Si tratta di una sorta di «interesse alla rovescia» che colpisce la mancata circolazione dei dati, sulla falsariga degli «interessi negativi» che le banche centrali possono imporre sui depositi.


Prossima fermata: Cuba

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

“La crisi del carburante è diventata il perno attorno a cui ruota gran parte del disastro quotidiano a Cuba. Gli effetti diretti e indiretti, come la paralisi dei trasporti, la carenza di cibo e medicinali, il deterioramento progressivo dei servizi di base e i blackout prolungati, scandiscono una routine insopportabile per milioni di persone. Una situazione che, secondo le Nazioni Unite, potrebbe «aggravarsi fino al collasso» se dovesse proseguire l’embargo imposto dagli Stati Uniti sull’approvvigionamento di petrolio dell’isola” (Notizie geopolitiche, 22.03.26)

Non c’è nessuna speranza che l’embargo Usa possa allentarsi. Da sempre – indipendentemente da di governa a Washington – Cuba è il nemico sulla porta di casa, e con Trump e Rubio la situazione si è accelerata.

Per anni il paese ha retto grazie agli aiuti dell’Unione sovietica e poi della Russia. Negli ultimi anni anche il Venezuela era un alleato che forniva petrolio, così come la Cina. Oggi la Russia, pur continuando a garantire un appoggio formale, deve confrontarsi con un’economia di guerra e probabilmente Putin non vuole scontrarsi con l’amico Trump. Il Venezuela è ormai nelle mani degli Stati Uniti e la Cina ha problemi più urgenti.

La conseguenza è che il “regime change” auspicato da Trump è probabilmente una questione di giorni o di settimane, forse ritardato dagli attacchi all’Iran

È fuori discussione, Cuba non è paese democratico. Sia Fidel Castro che i suoi successori hanno sempre governato esercitando un potere centralizzato. Tuttavia per anni, Cuba è stato un modello interessante: sistema sanitario di ottimo livello tant’è che i medici cubani hanno operato in diversi paesi (compresa l’Italia durante il Covid); sistema educativo inclusivo; strutture sportive diffuse che hanno formato atleti di livello mondiale. Un grande cambiamento, in positivo, rispetto alla dittatura di Fulgencio Batista, che aveva trasformato l’isola nel parco divertimenti degli Usa, dove imperava la corruzione, la prostituzione e la povertà diffusa. Certo, la contestazione non è ben vista tant’è che molti cubani sono emigrati, soprattutto verso gli Usa e in particolare la Florida.

Il metodo utilizzato è sempre quello del bastone e non solo a Cuba. “Se non fate quello che vogliamo arriveranno le sanzioni che vi costringeranno a cambiare. E se non è sufficiente arriverà l’esercito (vedi Iran)”. Le leggi e gli accordi internazionali e il principio di autodeterminazione non hanno nessun valore.

Mentre il metodo per ottenere dei risultati sarebbe quello della carota. Trattare i paesi da pari a pari e permettere loro di migliorare la loro situazione economica e politica. Se la popolazione di un paese è costretta a pensare ogni giorno a come procurarsi il cibo, non avrà nessuna energia per provare a cambiare la propria condizione. Mentre se il benessere economico cresce le persone possono anche iniziare a pensare a come migliorare il contesto politico e a fare pressioni su chi governa affinché ci possano essere dei miglioramenti.

Inoltre, sarebbe opportuno iniziare a pensare che forse la ragione non è sempre e solo dalla parte di chi possiede ricchezza, benessere e forza miliare, ma che si potrebbe imparare anche da chi ha un punto di vista di vista e un modello diversi.

Ad esempio, gli Stati Uniti avrebbero molto da imparare da Cuba su come si gestisce un sistema sanitario o come si crea una scuola inclusiva, mentre i cubani potrebbero imparare come si può migliore il benessere economico di un paese. Ma questo risultato è raggiungibile solo se c’è interazione e non supponenza e arroganza, tipici del cosiddetto mondo avanzato.

Nell’immagine: opera esposta alla Fábrica de Arte Cubano, L’Avana, luglio 2022


Le mire dietro la cautela cinese

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Per sapere come sarà il mondo tra cinque anni, conviene chiedere a Pechino. Tra i fuochi incrociati di una guerra ormai regionale in Medio Oriente, il Partito comunista cinese approva senza troppo clamore il suo quindicesimo piano quinquennale. Sulla carta, l’ennesimo esercizio di programmazione dal sapore sovietico-maoista. In realtà, una cartolina spedita dal futuro: ecco il mondo che la Cina si aspetta, e il modo in cui intende abitarlo.

Mentre Washington è impegnata a modellare la sua personale versione del disordine globale e l’Europa arranca nel tentativo di ritrovare se stessa nel mezzo dello smarrimento planetario, Pechino fa ciò che sa fare meglio: si prepara e aspetta. Lo fa con la certezza silenziosa di chi ha già fatto i conti con un mondo che sarà molto diverso da quello stabile, prevedibile e globalizzato che ne ha alimentato l’ascesa per oltre vent’anni.

Per questo, tra previsioni di città popolate da robot umanoidi e autostrade del cielo percorse da taxi volanti — rigorosamente di marchio locale — la Cina viaggia dritta verso l’autosufficienza strutturale. Autonomia tecnologica, sicurezza delle catene di approvvigionamento, capacità produttiva interna: se non fosse per lo stile sobrio e disciplinato della sua leadership, la ricetta del “Make China Great Again” firmata Xi Jinping sarebbe la copia carbone, in versione speculare, di quella del suo omologo a Washington. Entrambi hanno capito, ciascuno a modo suo, che il futuro appartiene alle grandi potenze e che finiranno per spartirselo tra strette di mano cordiali e dolorosi ceffoni strategici, a seconda di come gira il vento.

La vera ambizione di Pechino è tenere insieme due dimensioni apparentemente opposte: da una parte la visione di lungo periodo, dall’altra la capacità di tradurla immediatamente in comportamento politico. È in questa luce che va letta la sua glaciale compostezza di fronte alla guerra in Iran. Teheran è uno dei principali fornitori energetici cinesi, un importante membro dei Brics e un alleato dichiarato nel progetto di un ordine globale alternativo all’egemonia americana. Eppure, tra una dichiarazione di “grave preoccupazione” e qualche condanna pro forma, finora la leadership cinese si è ben guardata dal muovere un dito.

La spiegazione è meno misteriosa di quanto appaia. Basta aprire un qualsiasi manuale di relazioni internazionali per capire che la Cina non è mossa né da alleanze militari né da fratellanze ideologiche, bensì dalla tutela del suo portafoglio geopolitico. L’Iran è un asset utile, ma non certo un titolo per cui valga la pena mettere a rischio l’intero capitale strategico. Del resto, Pechino ha costruito con pazienza una rete di relazioni regionali così ampia e diversificata — dall’Arabia Saudita agli Emirati, dal Qatar all’Egitto — che se un titolo dovesse crollare, altri potrebbero compensarne la perdita. Non è esattamente la situazione che spinge una potenza prudente a sfidare direttamente Washington.

Dietro questa cautela c’è però una ragione ancora più sottile, e più rivelatrice. Se gli ayatollah dovessero cadere sotto i colpi di un intervento militare esterno, la Cina potrebbe incasellare l’evento nella consueta narrativa dell’aggressione imperialista e della violazione del diritto internazionale. Un episodio grave e violento, certo, ma politicamente gestibile, in attesa di fare affari con i nuovi inquilini di Teheran, chiunque essi siano. Ben diverso sarebbe lo scenario se il regime crollasse per implosione interna, travolto da una rivoluzione popolare. Un sistema autoritario che si sgretola a causa della propria debolezza strutturale è un virus capace di superare le frontiere e diffondersi nelle coscienze. L’unico genere di contagio davvero capace di tenere Xi sveglio la notte.

Molto più saggio, dunque, attendere. Osservare con olimpica pazienza, mentre Washington brucia credibilità e risorse nel Golfo Persico, e nel frattempo rafforzare la propria resilienza. Non nel significato retorico e ormai inflazionato che il termine ha assunto nel nostro gergo politico, ma in quello ingegneristico originario che innerva la visione strategica cinese: la capacità di assorbire energia sotto pressione senza spezzarsi, e senza opporsi al cambiamento. Bensì sopravvivendogli.


Khamenei succede a Khamenei, la Guida suprema si è fatta dinastia

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

Di Francesca Luci, il manifesto

L’Assemblea degli Esperti iraniana ha annunciato domenica la nomina di Mojtaba Khamenei come successore del padre defunto nel ruolo di Guida del Paese, invitando gli iraniani a sostenerlo e a preservare l’unità nazionale. L’Assemblea ha esortato i cittadini, «in particolare le élite e gli intellettuali dei seminari e delle università», a giurare fedeltà alla nuova leadership in un momento critico per il Paese.

Mojtaba Khamenei non è mai stato una figura pubblica: le sue apparizioni e i discorsi sono rarissimi. La sua influenza si è consolidata soprattutto dietro le quinte, dove per anni ha fatto parte del gruppo ristretto che gestisce l’accesso al potere. Molti iraniani non hanno mai sentito la sua voce, pur sapendo da tempo che era considerato un probabile successore del padre all’interno dell’establishment teocratico.

Nato nel 1969 a Mashhad, Khamenei non ha mai assunto incarichi elettivi né ruoli ufficiali di primo piano nello Stato. È stato considerato un religioso di medio rango, formatosi nei seminari religiosi di Qom e cresciuto nell’élite politico-religiosa. Nel tempo ha consolidato relazioni con ambienti clericali conservatori, rafforzando così il proprio peso nel sistema. Non si è mai espresso apertamente sul tema della successione alla guida del Paese.

Il suo nome è comparso pubblicamente soprattutto durante la crisi elettorale del 2009, quando esponenti riformisti lo accusarono di aver sostenuto la repressione delle proteste.

L’idea di trasformare il ruolo della Guida in una successione quasi dinastica, insieme alla sua reputazione di uomo molto vicino alle potenti Guardie Rivoluzionarie e agli apparati di sicurezza, temuti e odiati, ha reso la sua figura particolarmente divisiva nella società iraniana.

La scelta di Mojtaba Khamenei può essere interpretata come un segnale che le componenti più conservatrici dell’establishment iraniano restano saldamente al comando e lascia intendere che, nel breve periodo, il governo non ha intenzione di spingersi verso un accordo o aperture negoziali.

Questa impressione, vista anche la politica incostante di Trump, se dovesse essere smentita in tempi brevi da un eventuale accordo, non sorprenderà molti analisti. Per il momento, il presidente americano ha giudicato preventivamente il leader iraniano come un personaggio debole e fuori dalla sua grazia, lasciando intendere che farà tutto il possibile per rimuoverlo fisicamente.

Malgrado la perdita di una grande parte del sostegno popolare e una guerra che sta uccidendo persone e distruggendo infrastrutture, il potere iraniano sembra non voler cambiare direzione. L’intreccio tra apparato di sicurezza, economia dei rentier, macchina propagandistica e teologia politica focalizzata sul nemico è diventato così forte che potrebbe sopravvivere anche allo shock attuale. È del tutto evidente che, finché questa combinazione resta intatta, non si aprono prospettive democratiche per il Paese.

La guerra e le interferenze straniere stanno indebolendo la coesione civica iraniana. Calano i livelli di fiducia, le reti di attivismo si frammentano e la politica si riduce a un esercizio di lealtà piuttosto che a un vero dialogo. La voce del popolo fatica quindi a emergere, perché ogni forma di dissenso viene subito etichettata come «collaborazione con il nemico». Un circolo vizioso che sta danneggiando la società civile, che ha combattuto anni per affermare i propri diritti ed è ora intrappolata tra guerra, estremismo domestico e estremismo straniero.

Nell’immagine: Mojtaba Khamenei 


Iran, se la guerra diventa energetica

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

Di Guido Tabellini, La Repubblica

Per valutare le conseguenze economiche della guerra in Iranbisogna porsi due domande. Quanto sarà grande lo shock per il prezzo del petrolio? E quanto è rilevante oggi il prezzo del petrolio per gli scenari economici? Per quanto sia difficile, azzardo due risposte. Primo, lo shock petrolifero sarà grande. Secondo, sebbene il prezzo del petrolio sia diventato molto meno rilevante che in passato, lo shock energetico arriva in un momento delicato per l’economia mondiale.

Cominciamo dal primo punto. In termini reali (cioè tenendo conto dell’aumento del livello generale) il prezzo del petrolio a 100 dollari è ancora del 40% sotto il picco raggiunto durante la rivoluzione iraniana del ’79, quando la produzione mondiale di petrolio scese del 15%. Se salirà ancora, e di quanto, dipende da quando riaprirà lo stretto di Hormuz, da cui passava il 20% della produzione mondiale di greggio.

Nessuno è in grado di prevedere quando riaprirà lo stretto, ma è difficile immaginare che ciò possa accadere se la guerra continuerà. Le petroliere sono bersagli facili, e le compagnie di navigazione non possono rischiare la perdita di navi ed equipaggi. Ma la guerra può finire solo in due modi: o con un cambiamento di regime a Teheran o con un accordo tra Iran, Stati Uniti e Israele. Oggi nessuna delle due ipotesi sembra vicina.

Le sollevazioni popolari raramente portano a un cambiamento di regime. Se questo accade è perché una parte decisiva delle forze armate e dell’apparato statale decide che la propria sopravvivenza e i propri privilegi sono meglio garantiti da un cambiamento. Nel 1979 la rivoluzione ebbe successo anche perché si sapeva che lo Shah era malato di cancro (morì un anno dopo la sua caduta) e vi era un leader alternativo, Khomeini, in grado di offrire un nuovo equilibrio di potere. Oggi non vi è alcuna alternativa credibile esterna al regime.

Ma senza un cambiamento di regime, è possibile un accordo di pace tra l’Iran e i suoi assalitori? Probabilmente su questo è in corso una lotta tra fazioni rivali all’interno del regime. L’esito di questa lotta è imprevedibile, ma la nomina del figlio di Khameneisuggerisce che il gruppo più radicale — le Guardie rivoluzionarie — per ora sia anche il più forte. Non è sorprendente: il loro compito è difendere il regime e quindi dispongono delle risorse e dell’organizzazione necessarie per farlo.

Se è così dobbiamo chiederci cosa sia più conveniente per le Guardie rivoluzionarie: cercare un compromesso con Washington o tenere duro aspettando che siano gli Stati Uniti a fare marcia indietro? La scarsa credibilità degli impegni presi in passato daTrump rende poco attraente la prima opzione. Per questo la chiusura dello stretto potrebbe durare a lungo. Se così fosse il prezzo del petrolio salirebbe ancora e lo shock energetico sarebbe paragonabile in intensità ai peggiori shock petroliferi del dopoguerra.

E qui però veniamo al secondo punto: l’economia mondiale è oggi molto meno dipendente dal petrolio rispetto al passato. Innanzitutto siamo diventati molto più efficienti nell’uso dell’energia, sia nel consumo (trasporti, riscaldamento) che nella produzione. Inoltre il peso dei settori energivori è diminuito nel corso del tempo, mentre è salito il peso delle fonti di energia alternative agli idrocarburi.

Negli Stati Uniti il consumo di petrolio è rimasto sostanzialmente stabile da metà anni ’70 a oggi, mentre il reddito nazionale è quasi quadruplicato. Nei principali Paesi europei (inclusa l’Italia) il reddito nazionale è salito meno che negli Stati Uniti ma il consumo di petrolio è diminuito di circa il 40%.

Infine negli anni ’70 e ’80 gli shock petroliferi hanno causato una spirale inflazionistica, innescando una rincorsa tra prezzi e salari da cui si è rientrati solo con strette monetarie recessive. I rischi di stagflazione e di una rincorsa tra prezzi e salari oggi sono ridotti, anche perché le banche centrali hanno imparato a stabilizzare le aspettative di inflazione.

Questi argomenti rassicuranti riguardano anche il prezzo del gas, non solo il petrolio. Dopo l’invasione dell’Ucraina il prezzo del gas schizzò alle stelle, senza però effetti traumatici su inflazione e crescita in Europa.

Tutto bene quindi, anche se la guerra durerà a lungo? Non è detto, perché oggi siamo particolarmente vulnerabili. Primo, l’intelligenza artificiale aveva fatto salire la Borsa su valori compatibili con bolle speculative, potrebbe ora causare disoccupazione, e sicuramente farà salire il consumo di energia. Secondo, l’incertezza causata dalla guerra, che non riguarda solo il prezzo dell’energia, si somma alle incertezze già presenti, dai dazi al conflitto in Ucraina. Terzo, la finanza pubblica in molti Paesi è già insostenibile. Non a caso lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi è risalito di 20 punti base.

Infine, soprattutto in Italia, la perdita di potere d’acquisto dei salari, a seguito degli shock inflazionistici di Covid e della guerra in Ucraina, non è ancora stata interamente recuperata, e ciò non lascia spazio a ulteriori assorbimenti dello shock petrolifero da parte dei salari reali. Questa guerra potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso.

Nell’immagine: Muscat (Oman), 9 marzo, navi cisterna ferme dopo la chiusura dello stretto di Hormuz


Iran: silenzio di Cassis, ma parole forti da parte di Pfister

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

Con una mossa a sorpresa, il ministro della Difesa Martin Pfister (Centro) ha criticato gli Stati che hanno partecipato attivamente alla guerra contro l’Iran (quindi Israele e Stati Uniti), accusandoli di violare il diritto internazionale. È il primo consigliere federale a esprimere critiche nei confronti delle parti in conflitto nel Medio Oriente. Ma questo compito sarebbe spettato al ministro degli Esteri Ignazio Cassis.

Recentemente, in occasione dell’apertura della 61a sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, Cassis ha affermato: «I diritti umani non sono un lusso, ma una necessità, una bussola». In quella sede ha menzionato le nuove linee guida della Svizzera in materia di diritti umani 2026-2029. Ha poi aggiunto che i diritti umani rivestono un’importanza fondamentale per la politica estera svizzera. Sono parole nobili e belle, che ben si addicono alla Svizzera. I diritti umani e il diritto internazionale umanitario si completano a vicenda. Entrambi mirano a proteggere la vita, la salute e la dignità. Il diritto internazionale umanitario è applicabile in tempi di conflitti armati (Convenzioni di Ginevra) e non può essere limitato. I diritti umani, che si applicano in tempo di pace e di guerra, possono invece essere temporaneamente limitati in situazioni di emergenza sul proprio territorio nazionale. Sull’Iran però Cassis ha taciuto e continua a tacere.

La nuova guerra contro l’Iran

Il 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno scatenato una nuova guerra, Netanyahu seguendo un piano a lungo meditato, il presidente Trump senza un piano preciso, sostenendo il suo alleato. I devastanti attacchi aerei contro l’Iran difficilmente porteranno a un cambiamento del regime odiato dalla popolazione. A seguito dei contrattacchi iraniani, anche i vulnerabili Stati del Golfo ne risentiranno. Israele sta inoltre agendo con durezza contro Hezbollah, causando però soprattutto distruzione e morti tra la popolazione civile libanese; viene bombardata persino la capitale Beirut. Il governo israeliano ha invitato gli abitanti del Libano meridionale fino alla periferia di Beirut ad abbandonare le loro case; circa mezzo milione di persone devono fuggire verso nord. La disperazione dei profughi è grande.

Come può il Consiglio federale non mostrare compassione di fronte ai bombardamenti e alla minaccia di distruzione del sud del Libano? Il ministro degli esteri Cassis continua a tacere? Ora il ministro della difesa ha assunto questo compito. A mio parere, Israele ha ormai perso la simpatia e la comprensione per la sua situazione.

Violazione del diritto internazionale

Esperti di diritto internazionale in Svizzera e altrove hanno constatato la violazione del diritto internazionale da parte di Israele, Stati Uniti e Iran. Molti Stati, tra cui la Svizzera, esortano tutte le parti in guerra a rispettare il diritto internazionale. Solo il governo spagnolo (e ora anche un consigliere federale svizzero) ha criticato l’America, attirandosi le ire di Trump, che ha minacciato ritorsioni. Gli altri Stati europei si sono accontentati dei consueti ammonimenti a rispettare il diritto internazionale e a risparmiare la popolazione civile.

Nonostante le condanne a morte e l’uccisione di migliaia di manifestanti pacifici, il Consiglio federale rinuncia a una critica esplicita nei confronti del regime barbaro di Teheran in relazione alla lotta del regime iraniano contro il proprio popolo. La Svizzera abbandona la popolazione in difficoltà in questi momenti difficili, forse per non compromettere il mandato di potenza protettrice dell’Iran nei confronti degli Stati Uniti e viceversa.

La guerra della Russia diventa sempre più crudele

Il Consiglio federale ha giustamente criticato aspramente la Russia dopo che questa ha attaccato l’Ucraina più di quattro anni fa. Nel frattempo, la situazione del Paese aggredito, ben preparato dal punto di vista militare, è peggiorata drasticamente. La Russia sta distruggendo, tra l’altro, gli impianti di produzione di energia per logorare la popolazione ucraina che soffre il freddo. Inoltre, i bambini ucraini delle zone occupate dalla Russia vengono rapiti e portati in Russia, sottoposti a lavaggio del cervello e adottati da famiglie filo-putiniane per poi essere mandati in guerra come soldati contro la loro patria. C’è qualcosa di più vile di questo comportamento? Sarebbe ora di convocare nuovamente l’ambasciatore russo a Berna presso il Dipartimento degli affari esteri per esprimere l’indignazione del Consiglio federale per le atrocità commesse dalla Russia. Inoltre, la Svizzera dovrebbe rispettare rigorosamente le sanzioni contro la Russia, poiché, come hanno dimostrato diverse ricerche, esse vengono applicate in modo negligente. Soprattutto le società di materie prime con sede in Svizzera che hanno rapporti con la Russia dovrebbero essere controllate e le loro attività monitorate; le attività da cui la Russia trae profitto devono essere vietate.

Neutralità interpretata contro l’Ucraina

Quando si parla di guerra, in Svizzera entra sempre in gioco la neutralità. Il Consiglio federale fa ancora riferimento alla Convenzione dell’Aia del 18 novembre 1907, ormai superata, risalente a un’epoca in cui la guerra era ancora ammessa come mezzo per risolvere i conflitti. Dopo la seconda guerra mondiale, il 26 giugno è stata firmata la Carta delle Nazioni Unite da 50 Stati; successivamente anche dalla Svizzera e da quasi tutte le altre nazioni. A causa delle terribili esperienze della seconda guerra mondiale, l’obiettivo principale dell’ONU è quello di mantenere la pace mondiale e la sicurezza internazionale: la violenza come mezzo per risolvere i conflitti è stata vietata. La violenza è consentita solo per legittima difesa; l’aggressore agisce sempre illegalmente, mentre la vittima ha il diritto di difendersi.

Contrariamente agli esperti svizzeri di diritto internazionale e neutralità, nel caso della guerra in Ucraina il Consiglio federale si attiene alla Convenzione dell’Aia del 1907 e tratta allo stesso modo l’aggressore violento e la vittima. Sì, il Consiglio federale è ancora più severo della Convenzione dell’Aia, che richiede la parità di trattamento per entrambe le parti per quanto riguarda la fornitura di armi. Il nostro governo vieta anche la fornitura all’Ucraina di materiale per uso civile che può essere utilizzato anche in guerra. La Svizzera ha quindi vietato anche la fornitura di giubbotti antiproiettile: è difficile immaginare un’interpretazione più assurda della neutralità. Eppure è così. L’iniziativa sulla neutralità dell’ex consigliere federale Christoph Blocher, dell’UDC e dell’associazione Pro Svizzera chiede la neutralità assoluta della Svizzera, che non è mai stata praticata né dalla vecchia Confederazione né dallo Stato federale dal 1848. Se fosse accettata questa iniziativa, che è stata chiaramente respinta dal Consiglio degli Stati e dal Consiglio nazionale la scorsa settimana, in futuro il Consiglio federale non potrebbe imporre sanzioni contro un aggressore, ad esempio la Russia, a meno che non siano state decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Pubblicato da Journal21
Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Martin Pfister


Il fattore religione e la deriva Maga

Gli analisti gongolano e decantano la Russia “fornitrice affidabile” di energia. Ora il Cremlino spera che Trump opti per una guerra lunga agli ayatollah 

Di Anna Foa, La Stampa

Si discute in questi giorni su chi ha deciso di attaccare l’Iran, Trump o Netanyahu, su chi ha spinto l’altro verso il conflitto. La fotografia, pubblicata anche sulla Stampa di venerdì, di Trump che nello Studio Ovale prega per la vittoria sull’Iran circondato dai leaders evangelici, come è noto i suoi principali sostenitori, che gli impongono le mani, è particolarmente significativa e inquietante. La foto infatti, non a caso diffusa dalla Casa Bianca, tende non solo a sottolineare il ruolo prevalente di Trump, ma anche a caratterizzare questa guerra come una guerra religiosa. In una delle sue ultime dichiarazioni sugli sviluppi della guerra, interrogato se prevedesse un cambio del regime iraniano, Trump ha risposto che non era quello l’obiettivo, e ha negato di avere obiezioni al mantenimento di una leadership religiosa in Iran, aggiungendo anche di conoscere nel mondo molti leader religiosi del tutto degni di guidare un paese. L’importante era che non svolgessero politiche contrarie agli Stati Uniti o ad Israele. D’altronde, è recentissima la dichiarazione del capo del Pentagono Hegseth che gli Stati Uniti stanno difendendo la civiltà occidentale cristiana.

Il fatto che la guerra abbia smesso di avere come suo obiettivo un cambio di regime potrà probabilmente ampliare il fronte dei suoi oppositori, di quanti di loro almeno erano trattenuti dall’opporsi senza esitazioni alla guerra dal desiderio di veder crollare il sanguinario regime iraniano.

Ma l’ipotesi che gli Stati Uniti siano stati trascinati ad attaccare l’Iran da Netanyahu affiorava già due giorni dopo l’inizio delle operazioni militari in una affermazione di Mark Rubio, subito smentita da Trump, che ha dichiarato che semmai era stato lui a trascinare Netanyahu in guerra. È però una tesi emersa già nelle settimane precedenti lo scoppio delle ostilità, in cui molti analisti prospettavano la possibilità di un attacco preventivo della sola Israele. Una tesi condivisa da una larga parte dei democratici, ma non solo. Infatti anche Steve Bannon, già grande sostenitore di Trump e negli ultimi anni allontanatosi dalle sue posizioni su una linea populistica estrema, ha preso le distanze dalla scelta trumpiana della guerra, richiamandosi alle posizioni isolazioniste su cui Trump ha ottenuto il secondo mandato. Insomma il MAGA è spaccato al suo interno, ed una delle linee di frattura è l’antisemitismo dei suoi estremisti di ultra destra. Così Bannon, seguace di Julius Evola, ma così anche Tucker Carlson, già collaboratore di primo piano di Fox News, razzista, sostenitore della tesi della sostituzione etnica, suprematista bianco. E anche antisemita e contrario al sostegno politico e militare ad Israele. Così i seguaci di Charlie Kirk, l’estremista trumpiano assassinato nel settembre 2025.

Il fatto che i più radicali tra gli estremisti del MAGA siano anche antisemiti li pone in conflitto col mondo dei sostenitori evangelici di Trump, di quei sionisti cristiani che vedono nel presidente uno strumento divino per avvicinare l’Apocalisse finale. Un ritorno di Cristo in terra che però prevede necessariamente anche la conversione finale di tutti gli ebrei al cristianesimo. Conseguenza che non piace certo ai loro alleati in Israele, ma che è stata opportunamente messa da parte in attesa dell’avvento del Messia, o per i sionisti cristiani dell’Apocalisse finale.

Il paradosso di questo clima è che Trump ha finora usato e sembra proprio che continuerà a farlo la scusa dell’antisemitismo per attaccare non i veri antisemiti alla Bannon ma gli oppositori del governo Netanyahu, cioè sia quell’ampia parte del mondo ebraico americano che manifesta contro la politica di Netanyahu sia in generale docenti e studenti delle Università. Quello che è certo, è che l’attribuzione ad Israele del ruolo decisivo nell’entrata in guerra degli Stati Uniti non potrà che sollevare una vasta ondata di antisemitismo a destra, fra gli isolazionisti e i sostenitori dell’America first. Mentre fra gli attivisti filopalestinesi e in generale nel mondo della sinistra diventerà più difficile distinguere fra il governo di Netanyahu e gli israeliani, e fra loro e gli ebrei.