Una cupa incertezza

Sul piano economico, se si protraesse per settimane un blocco di fatto della navigazione nello Stretto di Hormuz, le conseguenze diverrebbero disastrose 

Di Paolo Gentiloni, La Repubblica

Dieci giorni di guerra non hanno fatto luce sugli obiettivi di Donald Trump. Il Presidente intima la resa, minacciando di morte chiunque vi si opponga, ma poi evoca anche una soluzione “alla Maduro”, cercando una Delcy Rodriguez tra i Pasdaran. Esiti entrambi finora improbabili. In questa cupa incertezza, tutti si augurano che almeno la guerra sia breve, per limitare le sofferenze inferte ai civili ed evitare conseguenze economiche peggiori. Tutti sperano che la guerra finisca presto, tranne Israele, e tranne forse chi crede che questo sia davvero un “intervento umanitario”, mentre l’impressione è che Trump sia pronto a sacrificare, in nome degli affari, gli iraniani che si sono battuti per la libertà contro il regime.

Sul piano economico, se si protraesse per settimane un blocco di fatto della navigazione nello Stretto di Hormuz, le conseguenze diverrebbero disastrose. A soffrirne sarebbero in particolare i Paesi che più importano petrolio e gas attraverso Hormuz, e quindi in primis la Cina e altri paesi asiatici, e poi molti paesi europei, tra cui l’Italia. Ma un impatto duraturo sull’energia, come pure sul trasporto di fertilizzanti, finirebbe per contagiare l’intera economia globale, indebolendo il ritmo della già ridimensionata crescita cinese e frenando la modesta crescita europea. Gli Stati uniti potrebbero sentirsi immuni: l’estrazione del petrolio shale ha quasi annullato le importazioni di combustibili fossili e l’aumento di prezzo del gas finisce nelle tasche di chi dagli Usa lo esporta in Europa. Ma una spirale prezzo dell’energia-volatilità dei mercati-inflazione-tassi di interesse colpirebbe duramente anche l’economia americana che è assai lontana da un’età dell’oro.

Mentre ci auguriamo che questa guerra si concluda presto, non possiamo sottovalutare le conseguenze che ha già prodotto in appena dieci giorni. Nei paesi del Golfo, prima di tutto. Paesi nei quali il bene più ricercato è sempre stata la stabilità, e che erano riusciti a preservarla, nonostante i rischi connessi al terrorismo, la rivalità tra sciiti e sunniti e la minaccia politica dei Fratelli musulmani. Ora che il conflitto li ha resi bersaglio della reazione ingiustificata e indiscriminata di Teheran, all’improvviso il paradiso di Dubai si veste di fragilità e la visione 2030 dell’Arabia saudita appare un azzardo. E magari si incrina anche la fiducia negli Accordi di Abramo, visti i dubbi sollevati dall’influenza eccessiva di Netanyahu sulle scelte Usa.

Sono bastati, questi dieci giorni, anche per complicare i già logorati rapporti transatlantici. Trump, che qualche settimana fa aveva deriso l’impegno degli europei in Afghanistan, questa volta li ha proprio ignorati, salvo indirizzare qualche mala parola a Starmer e Sanchez. La reazione per fortuna non è mancata. Con pazienza strategica, e senza assurde posture “neutrali” tra gli alleati americani e la dittatura iraniana, i governi europei hanno preso le distanze dall’intervento di Trump e Netanyahu, hanno limitato la collaborazione con le forze Usa escludendo coinvolgimenti diretti nella guerra, hanno messo in campo assetti militari inviando una decina di unità navali nella regione, hanno offerto sponda ai paesi arabi del Golfo. L’Europa, certo, non ha il peso di una superpotenza, ma sarebbe il caso di smetterla con le lamentele esagerate sulla sua assenza e di moltiplicare piuttosto gli sforzi per colmare il ritardo nella difesa. Sugli europei grava ora anche un altro compito: impedire che tra gli effetti collaterali di questa guerra ci sia un rafforzamento di Putin in Ucraina. Trump non ha reagito al sostegno di intelligence che la Russia fornisce a missili e droni iraniani, ha invece dato il via libera agli acquisti indiani di petrolio russo ed è tornato a ripetere che “Zelensky deve darsi una mossa, perché ha sempre meno carte”. Ora che di Ucraina si parla meno, che i prezzi dei combustibili fossili danno una boccata d’ossigeno a Putin, che tornano a farsi sentire anche in Italia i “realisti” nostalgici del gas russo, ora è il momento di mostrare la forza del sostegno a Kiev. Se si vuole un test del ruolo geopolitico europeo, eccolo: è l’Ucraina.

La geografia, che proietta l’Italia verso Mediterraneo e Medio Oriente, e la storia dei nostri rapporti con la regione, incluso l’Iran prima dell’avvento dello Scià (a proposito del tanto evocato nome di Enrico Mattei), tutto dovrebbe spingere il nostro Paese a essere in prima linea nel formare una strategia europea. Il che purtroppo non avviene. Se si esclude qualche incoraggiante conversazione telefonica, il Governo predilige il ruolo di osservatore. Quando partecipa, si collega da remoto. Vorrebbe dire la sua, ma non vuole prendere le distanze da questa guerra. Contare in Europa e stare dalla parte di Trump si fa ogni giorno più difficile. Non scegliere sta diventando una scelta, e non va certo incontro agli interessi italiani.

Nell’immagine: Pasdaran iraniani


200 franchi bastano? Un chiaro NO da tutta la Svizzera, Ticino compreso

Sul piano economico, se si protraesse per settimane un blocco di fatto della navigazione nello Stretto di Hormuz, le conseguenze diverrebbero disastrose 

La lunga e infuocata campagna elettorale è terminata. Oggi l’ennesimo tentativo delle destre di azzoppare il più importante elemento di coesione nazionale, e di argine al dilagare di informazioni false e tendenziose, si è fracassato contro il voto degli elettori e delle elettrici elvetici, che non si sono fatti convincere dalla prospettiva di un furbesco sconto sul canone e dalla propaganda anti-SSR basata unicamente su affermazioni non documentate.

Hanno scelto di non indebolire ulteriormente un media controllato dai cittadini (caso unico al mondo, chiunque può partecipare attraverso la CORSI) e dotato di rigidi sistemi di controllo della qualità, dell’oggettività e dell’indipendenza (anche questi più unici che rari). Chi sperava di trovare spazio per media sottoposti al volere di un padrone onnipotente, che di qualità e oggettività se ne sarebbe fatto tranquillamente un baffo, oggi ha dovuto rimettere le pive nel sacco.

Per un’analisi approfondita delle implicazioni politiche di questa giornata ci sarà tempo. Per intanto rallegriamoci: coloro che si dicono paladini del Ticino a oltranza non sono riusciti a fargli perdere cento milioni di franchi all’anno, quasi mille posti di lavoro, e soprattutto la dignità di Cantone e minoranza linguistica riconosciuta e rispettata alla pari delle altre.

Il risultato finale ufficiale è NO al 61.95% e SI al 38.05%.
In nessun cantone è prevalso il SI.
In Ticino il verdetto finale è NO al 53.29% e SI al 46.71%


Caporetto bis

Sul piano economico, se si protraesse per settimane un blocco di fatto della navigazione nello Stretto di Hormuz, le conseguenze diverrebbero disastrose 

Caporetto (non) doveva più essere, per lo meno stando ai sondaggi, e Caporetto bis invece è stato. Il secondo in soli 8 anni. Il messaggio da parte della grande maggioranza della popolazione e di tutti i Cantoni è chiaro: il servizio pubblico radiotelevisivo non si tocca. Persino il Ticino per la seconda volta ha detto no, e non era per nulla scontato.

Complessi i motivi che hanno portato a un simile risultato sull’iniziativa “200 franchi bastano”. Diciamo che raramente abbiamo visto una campagna così mal impostata malgrado gli ingenti mezzi a disposizione, ché puntare praticamente tutto sui risparmi per le famiglie (130 franchi l’anno! Ma davvero qualcuno ci ha creduto?) e i “giornalisti tutti di sinistra” denota e ha denotato una mancanza di argomenti che alla fine ha fatto dubitare più d’uno sulle reali intenzioni dei promotori; diciamo anche, non me ne vogliano i colleghi che anzi rispetto moltissimo per il tanto che fanno con il poco a disposizione, che al momento attuale i media privati non rappresentano ancora un’alternativa credibile alla SSR, né dal punto di vista della varietà di programmi e proposte né di quello della qualità; possibile pure ipotizzare che il popolo abbia voluto punire una certa qual protervia, che ripresentare a distanza di poco tempo un’iniziativa popolare sullo stesso tema dopo la débâcle della prima (ricordiamolo: 71,6% di no) non è stata certamente cosa né furba né intelligente.

E i cui effetti politici si faranno sentire probabilmente fra poco, al momento della revisione e rinnovo della concessione radiotelevisiva.

Già, perché alla luce di questi due netti risultati sarà molto difficile, come intendeva fare l’UDC e buona parte del centrodestra, ingabbiare ancor di più la SSR in rigidi paletti (quanta informazione? Quanto sport? Quanto intrattenimento? Quanta offerta digitale?…) se non addirittura toglierle competenze; anzi probabilmente proprio il deciso appoggio popolare e dei Cantoni, come del resto ha avuto l’onestà intellettuale di ammettere il presidente democentrista nostrano, costringerà la politica a interrogarsi su come rafforzarla, o per lo meno darle i mezzi per affrontare con dignità e certezza di sopravvivere un panorama mediatico sempre più atomizzato e in evoluzione.

Un clamoroso autogoal insomma, che ha spiazzato anche chi, tra gli iniziativisti, ipotizzava una sconfitta onorevole proprio come mezzo di pressione politica in funzione anti-SSR al momento del rinnovo della concessione.

C’è solo da augurarsi che la SSR, al contrario di quanto fatto dopo il no all’iniziativa “No Billag”, riesca a mantenere quanto mostrato in questi ultimi mesi e le promesse fatte durante la campagna elettorale, migliorando laddove necessario e contenendo al minimo gli effetti negativi della prossima riduzione del canone per le persone fisiche da 330.-a 300.- franchi e l’esenzione di buona parte delle aziende, che entreranno in vigore dal prossimo 1. gennaio.

Le altre due iniziative federali non hanno causato sorprese: spazzate via sia quella per il Fondo sul clima (la sinistra non è riuscita ad andar al di là del proprio elettorato di riferimento, sintomo che la questione climatica e ambientale è di molto scesa tra le preoccupazioni degli svizzeri) che quella sul denaro contante, che ha visto imporsi nettamente il controprogetto. Preoccupazione inutile quest’ultima o lungimiranza verso un futuro sempre più digitale? Solo il futuro darà una risposta certa.

Incerto fino all’ultimo invece il risultato del referendum sull’imposizione individuale. Röstigraben classico con l’eccezione di Berna, Lucerna, Soletta e Zurigo (i due Basilea sono da sempre oscillanti) dalla parte dei Cantoni germanofoni e di Vallese e Ticino (una sorpresa) di quelli latini, e spaccatura evidente tra città e campagna, le prime tendenzialmente favorevoli (è una sorpresa che Lugano, unica tra le più popolose della Confederazione, abbia detto no?), la seconda tendenzialmente contraria. Alla fine però l’ha spuntata la nuova legge, controprogetto indiretto all’iniziativa per imposte eque, che perciò sarà ritirata. Si attende di sapere adesso cosa farà Il Centro con la sua iniziativa sullo splitting parziale, bocciata anni fa ma poi rimessa in circolo da una sentenza del TF, che ha annullato la votazione.

In ogni caso il vulnus giuridico aperto quasi 50 anni fa dal Tribunale federale è finalmente stato sanato; per lo stato di diritto è una bella notizia, come dimostrazione della capacità di azione della nostra classe politica no.

Nell’immagine: la prima legnata non è bastata (fotomontaggio del Mattino)


Giovanna Masoni – Sono grata ai cittadini, hanno capito cosa si nascondeva dietro l’iniziativa

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Luigi Pedrazzini – Un respiro di sollievo per lo scampato pericolo

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Alex Farinelli – Non facciamoci illusioni: ci riproveranno

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Come fu che la dea della giustizia e quella della vittoria vennero in soccorso alla SSR

Sul piano economico, se si protraesse per settimane un blocco di fatto della navigazione nello Stretto di Hormuz, le conseguenze diverrebbero disastrose 

Non che la Dea avesse una gran voglia di rituffarsi nel basso mondo, ma il brusco arrivo del Dio nel bel mezzo di un simposio non le ha lasciato scampo: “Questo sarei io” sbotta il Signore degli Inferi Ade a brutto muso, in mano la vignetta dell’UDC che rappresenta la SSR nelle vesti di un diavolo-mostriciattolo rosso e cornuto che brandisce nella sinistra un mazzo di banconote e nella destra un telefonino, proprio come l’umano (?) Pamini all’assemblea della Corsi. “L’intero Regno del Sottosuolo si fa beffa di me, Persefone ha sempre l’emicrania, dice che la mia dignità di Signore delle Tenebre è lesa, che sulla terra, prima di essere rapita, non aveva mai visto nulla di più ridicolo, infantile e scemo”.

“Placa la tua ira Ade, avrai giustizia”. E convince Nike a mettere le ali (le sue!) ai rossocrociati impegnati alle Olimpiadi dove ottengono risultati straordinari. Il suo intervento più evidente sta nel volo di Deschwanden dal trampolino: mai nei 20, con l’aiuto della Dea conquista la medaglia di bronzo!

Sul Brè le Dee fissano il loro punto di osservazione poco sopra la dimora di Tito Tettamanti; logico che Nemesi cominci il suo lavoro proprio dal finanziere-filosofo che dichiara obsoleto il TG delle 20:00: “va sostituito con una tavola rotonda, le notizie le abbiamo già dal telefonino e dai social, canali preferiti dalla gioventù; la SSR combatte una battaglia di retrovia” afferma, proprio mentre si tende a proibire i vari TRIK-TRUK, TRIK-TRAK ai minori di 16 anni per le loro demenziali notizie e i loro giochi autolesivi; proprio mentre il portale di Musk (Grok) denuda donne, ragazze e ragazzi con l’IA .

“La battaglia della SSR è frontale e decisiva per le nuove generazioni” conclude la Dea, facendo pendere l’ago della bilancia una prima volta a favore della SSR, ironia della sorte, a sinistra.

La Divina  si imbatte poi in una dichiarazione del banchiere UDC Thomas Metter che secondo ‘Bilanz’ ha un patrimonio personale di 225 milioni: “con il canone a 200 fr tutti avranno più soldi per vivere!”. Il risparmio di 100 fr (a breve si passa da 335 a 300, ma la Destra fa finta di non saperlo) produrrà un risparmio di 27,5 ct al giorno…Ma con lo sport si pagherà molto di più: 418,80 fr l’anno per il calcio (Swisscom), 358.80 (Sunrise-Liberty Global) per l’hockey. Se poi uno vorrà vedere la squadra del cuore in diretta non potrà più comprare il match singolo a 7,90  ma dovrà pagare un mese intero maggiorato a fr 49,90. Senza citare Olimpiadi, Europei e Mondiali nelle varie discipline che spariranno dagli schermi in chiaro della SSR. Ne consegue una seconda forte oscillazione dell’ago in direzione opposta a quella dell’amico di Liberty Global, Marchesi, difensore nei nostri  interessi a Berna…

Nel medesimo istante la Signora riceve un messaggio da Apollo che sovrintende alla luce, all’ordine e dell’intelletto; 2.500 anni fa Pitagora di Samo lo sintetizza così: “i numeri sono la sostanza di tutte le cose e il fondamento razionale del mondo”. Apollo nota che la Svizzera ha 3 canali di uguale dignità in 3 lingue, più un programma minoritario; ne consegue che 300:3 (considerando anche la quota di 25 milioni ai romanci) porta a fr 95,70 fr l’anno, uno dei canoni più bassi al mondo. Apollo: “com’è possibile che i deputati di lingua italiana non conoscano il proprio Paese? Com’è possibile sputare addosso a 235 milioni di perequazione?”. Propone a Nemesi una dura lezione a questi folli consultando Morfeo, Dio del sonno; si oppone invano Hermes protettore dei fraudolenti, degli astuti bugiardi e dei falsari. Morfeo sprofonda nell’incubo notturno i principali  teorici del ‘canone più caro al mondo’ Quadri, Marchesi e Chiesa: mutati in scolaretti della 3. elementare procedono in moto circolare a quattro passi marziali urlando: UN,DUE,TRE, QUATTRO – A DESTRA DEST!; EINS, ZWEI, DREI, VIER – A DESTRA DEST! UN, DEUX,TROIS, QUATRE – A DESTRA DEST! – IN, DUS, TRAIS, QUATTER – A DESTRA DEST! Dopo un’ora, confusi, mettono nell’urna un NO anticipato!

La vibrazione sulla bilancia è tale da indurre il sottostante Tettamanti a ipotizzare un terremoto di 6,6 gradi sulla scala Mercalli.

La Dea incaricata di ripristinare l’ordine e l’equilibrio delle cose imprime all’ago un’ultima oscillazione dopo aver assistito alla seduta pre-elettorale della Lega e dell’UDC dove Chiesa paragona Teleticino alla RSI: “come mai con 3,8 milioni di canone (quota-parte della SSR che con i 200 fr sarà ridotta – viva la logica!) Teleticino è capace di fare servizio pubblico girando per tutto il Cantone?” Risposta: perché Olimpiadi, Mondiali ed Europei non si svolgono entro i nostri confini. Le grandi imprese sportive dei nostri ragazzi e ragazze non sono parte dell’ identità svizzera che la Destra pretende di difendere? Non meritano una giusta celebrazione-ricompensa pubblica? Dobbiamo toglierli alla SSR per darli non solo a Swisscom e a Sunrise (Liberty Global) ma anche a caro prezzo a DAZN, SKY, NETFLIX  & Co.?

Sempre più indispettita, la Dea, oltre a Morfeo e Apollo sente pure Proteo, divinità marina capace di assumere qualsiasi forma (animale, pianta) o elemento (fuoco, acqua) pur di evitare le domande sgradite. Visto che Chiesa fa finta di non sapere che la SSR trasmette in tre lingue (con una redazione in romancio) e che ha corrispondenti in mezzo mondo, impone il seguente incubo notturno: a comando d’una voce stentorea, con l’incombente minaccia di una bacchettata sulle dita, il Nostro, mutato in liceale, deve individuare su un giganteso mappamondo i minuscoli siti nel Cantone e quelli che ospitano i grandi eventi dello sport, passando da Corcapolo a Los Angeles, da Cioss Prato a Salt Lake City, da Cardada-Cimetta a Sochi, da Bosco Gurin a Pyeongchang, ecc. Il tutto nell’arco di mezz’ora, con 3 bruschi risvegli per notte.

Dopo aver impresso un ultimo deciso sussulto al suo ago a favore della SSR, la Dea torna sul monte Olimpo in compagnia della sua assistente Nike, non prima di aver escogitato uno scherzo (ti)cinese ai 7 Cavalieri dell’Apocalisse (della SSR)  Quadri, Pamini, Marchesi, Chiesa, Regazzi, Gobbi e Zali. In sogno si vedono travestiti da turisti del Circolo ippico della Pauzella, saliti da Trevano per attaccare il fortino di Comano alle spalle: al bivio con Porza, UNITI IMPAVIDI SNUDIAM L’ACCIAR!, non attendono altro che la parola d’ordine di Quadri per spronare i focosi destrieri all’assalto: ‘S’ALZÒ ALTO UN NITRITO!”.

Ma al suo posto risuona un poderoso raglio udito nel raggio di una ventina di chilometri. Con l’aiuto di Ovidio, maestro delle metamorfosi, la Dea ha mutato i cavalli in asini. Pamini, Marchesi, Chiesa, Regazzi e Gobbi fanno in tempo a scendere, Quadri e Zali sono disarcionati dalla storica Nemesi per aver sputato nel piatto dove hanno mangiato grazie al mensile TSI di babbo Carletto (meccanica fine) e babbo Romeo, mio primo maestro al Regionale di mezzo secolo fa.

Rossa di vergogna, la combriccola si dilegua verso il boschetto che porta a Trevano, dove la Dea finisce il suo  lavoro facendo inciampare e rotolare fra i rovi Gobbi e Zali per aver tradito la collegialità dell’Esecutivo mettendosi a colori in prima pagina a favore della riduzione del canone e del licenziamento di 750-800 impiegati in 74 professioni, molte rare, con grave danno anche per le Casse Pensioni. Beffa finale: il 53,3% dei Ticinesi votano per salvare i $ocialisti della RSI!

E gli asinelli? I 1000 ‘fuchi’ (Quadri dixit) di Comano, i 100 ex ancora in vita (fra questi anch’io) e i 450 esterni, impietositi, hanno raccolto 7750 fr (5 a testa) affittando un pascolo in Leventina a poca distanza dalla casa di Gobbi per garantire agli incolpevoli animali una dignitosa quiescenza.


Un problema per i cameraman

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Ritrovare l’8 marzo

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Spettro politico compatto, israeliani anestetizzati

Sul piano economico, se si protraesse per settimane un blocco di fatto della navigazione nello Stretto di Hormuz, le conseguenze diverrebbero disastrose 

Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

Sabato 28 febbraio, poche ore dopo l’inizio della nuova offensiva contro l’Iran, Yair Lapid, leader dell’opposizione israeliana, postava già il proprio sostegno all’operazione militare promossa dal governo Netanyahu. Insieme a Lapid ad applaudire all’eliminazione di Khamenei, esprimendo soddisfazione e fiducia nelle capacità dell’Idf, c’erano anche i democratici guidati da Yair Golan.

Ogni qualvolta si intraprende una battaglia contro un «nemico» comune lo scenario è il medesimo: la già flebile sinistra sionista perde ogni residuo di capacità critica, allineandosi alla volontà della destra, mentre i civili, reduci da anni di guerre e traumi, accettano passivi e rassegnati il proprio destino.

AD ANESTETIZZARE gli israeliani, trasformandoli in marionette mansuete e disciplinate, costrette a correre giorno e notte nei rifugi antimissile al ritmo di 10 sirene nell’arco delle 24 ore, è un cocktail letale «generosamente» offerto dai media e dai programmi scolastici che ripropongono la stessa criminale retorica che da anni deforma le coscienze, normalizzando l’uso della guerra.

Tra gli ingredienti principali che annebbiano le menti, sopprimendo ogni dissenso, troviamo gli abusati slogan «insieme vinceremo» e «occasione storica», la distorsione di passi biblici, per lo più estrapolati acriticamente, e la strumentalizzazione della memoria della Shoah che insieme perpetuano la percezione dell’eterna vittima minacciata dall’esterno.

Intrappolati in quella che la psicoanalista Dana Amir intervistata da Dana Mills per la piattaforma indipendente Local Call, ha definito una «coazione a ripetere», nel disperato tentativo di esercitare il controllo che hanno perso da tempo, gli israeliani ricorrerebbero alla violenza come unico strumento di gestione dei conflitti, al punto da dimenticare il dettaglio che in questo frangente storico è quasi sempre Israele stessa a innescarli.

Per capire che il fenomeno non riguarda solo i fanatici delle schiere di Ben Gvir e Smootrich, basta leggere i post della laburista Naama Lazimi che, nonostante un serio passato da sindacalista, celebra la morte dell’ayatollah alla vigilia della festività ebraica di Purim, dimostrando di non essere immune alle seduzioni etno-religiose che la propaganda utilizza da anni per raccogliere consensi.

Se la diffidenza innata verso gli altri era giustificata nei secoli della diaspora che ha riservato agli ebrei un destino infausto, una volta acquisita la sovranità essa si va gradualmente trasformando in un boomerang che, oltre a colpire ingiustamente i palestinesi, si ritorce contro gli israeliani stessi che pagano un prezzo molto più alto di come probabilmente appare agli spettatori esterni, ormai comprensibilmente critici e indignati.

ELIMINARE le minacce, quand’anche reali, non si dimostra ormai condizione sufficiente per condurre una vita normale e, per lo stato ebraico, la prima settimana di questa nuova guerra si chiude con un bilancio negativo costellato da morti, feriti, distruzione, angoscia, paura e soprattutto da un’immensa stanchezza. Netanyahu ha scelto di scatenare un altro pericoloso conflitto con l’Iran senza aver affrontato la questione dell’assenza di rifugi a norma di legge, pur consapevole che almeno il 33% dei residenti non ha accesso ad alcuna protezione.

È superfluo specificare che la discriminazione avviene per lo più su base etnica e di censo, finendo per riguardare in particolare gli ultraortodossi e i palestinesi, questi ultimi doppiamente esposti ed eterni assenti dalle agende politiche che strumentalizzano i diversivi regionali per distrarre l’opinione pubblica dal dramma che si consuma Gaza e Cisgiordania. E mentre i proprietari degli edifici danneggiati a giugno sono ancora in attesa di una risposta dalle istituzioni, i nuovi sfollati si trovano a disporre del ridicolo contributo di poco più di cento euro per l’acquisto di beni di prima necessità.

Mentre gli attori nell’arena si moltiplicano e la confusione si estende a tutta la regione, con il coinvolgimento del fronte libanese e la resistenza dell’Iran la guerra si preannuncia lunga e gli israeliani si ritroveranno ancora una volta costretti a lavorare sotto le bombe con le scuole semi funzionanti e un sistema di salute mentale al collasso che deve ancora far fronte al trauma delle vittime dirette e secondarie del 7 ottobre, così come di soldati e riservisti che prestano servizio da due anni e mezzo a questa parte.

PER USCIRE indenni da tanto disagio questa volta non basteranno certo i cosiddetti «coach di resilienza» messi a disposizione agli utenti da una delle maggiori assicurazioni sanitarie, chi è stato lungimirante è già scappato e molti cercheranno di lasciare il paese.

A oggi solo i partiti arabi e i membri della coalizione per la pace «It’s Time» hanno condannato fermamente la guerra mentre con queste esecuzioni hollywoodiane Netanyahu sembra aver guadagnato nei sondaggi.

Tuttavia, se il regime iraniano non crollerà, come è probabile, anche lo scenario del «nuovo Medio Oriente» dovrà farsi attendere deludendo il primo ministro israeliano che, travestito da falso messia, inscena salvataggi di altri popoli mentre ebrei e palestinesi si confrontano, asimmetricamente e quotidianamente, con la lesione dei diritti fondamentali garantiti da ogni democrazia che pretenda di definirsi tale.

Scritto per il manifesto

Nell’immagine: un rifugio a Tel Aviv