Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra
Di Ettore Sequi, La Stampa
Ieri il presidente iraniano Pezeshkian ha detto tre cose.
Primo: si è scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi missilistici di questi giorni.
Secondo: ha chiarito che Teheran non intende colpire gli Stati vicini.
Terzo: ha ribadito che l’Iran continuerà a colpire basi militari americane nella regione e ha respinto la richiesta di resa incondizionata avanzata da Trump.
Il messaggio è chiaro. Teheran tenta di tenere il Golfo fuori dalla guerra per evitare che le monarchie arabe entrino nel conflitto. Ma mantiene la pressione sull’infrastruttura militare americana che sostiene la campagna contro l’Iran. Così mira a impedire la formazione di un fronte regionale unificato contro Teheran.
Il ministro degli Esteri Araghchi lo ha chiarito poche ore dopo: Pezeshkian proponeva una de-escalation regionale, ma l’Iran mantiene intatta la propria deterrenza militare contro Us e Israele.
Ma soprattutto Pezeshkian non parla come un presidente pienamente sovrano ma come membro di un consiglio ad interim che governa il Paese dopo la morte di Khamenei.
La guerra coincide con una transizione del vertice del potere iraniano. La crisi non riguarda solo lo scontro con Israele e con gli Usa. Riguarda anche una questione decisiva: chi controllerà la strategia della Repubblica Islamica dell’Iran (Rii) nel nuovo assetto del potere.
La divergenza tra Usa e Israele chiarisce il quadro. Combattono lo stesso nemico ma non la stessa guerra: Washington cerca un successo rapido e vendibile; Israele vuole spezzare il regime che genera la minaccia. Per gli Usa il problema è l’equilibrio regionale. Per Israele è l’esistenza stessa della Rii. Per i Paesi dell’area, poi, un Iran imploso può essere quasi pericoloso come un Iran aggressivo.
Qui emerge il nodo centrale della crisi: colpire un regime non significa necessariamente farlo cadere.
Primo: senza forze terrestri e senza controllo delle istituzioni statali, le campagne aeree raramente producono un cambio di regime stabile.
Secondo: l’opposizione iraniana non sembra oggi in grado di trasformare la pressione esterna in presa del potere. È frammentata e priva di leadership.
Terzo: la sopravvivenza del sistema dipende dalla coesione dei Pasdaran, vero pilastro coercitivo della Rii. Finché i Guardiani della Rivoluzione restano compatti, il regime può subire danni gravi senza necessariamente collassare.
Per questo la questione decisiva diventa la successione alla Guida suprema. Dopo la morte di Khamenei, l’Iran è guidato da una struttura provvisoria in attesa della scelta definitiva. Il favorito sembra essere Mojtaba, figlio della guida scomparsa e strettamente legato ai Pasdaran. La sua ascesa rappresenterebbe una soluzione di continuità securitaria.
La scelta della nuova guida dirà più di qualsiasi dichiarazione. Se emergerà una leadership strettamente legata all’apparato di sicurezza, il regime avrà scelto la continuità dura e lo scontro prolungato. Se invece emergesse una figura più dialogante, il segnale sarà diverso. Indicherà un tentativo di “sopravvivenza adattiva” del sistema.
Questa logica risponde a un istituto centrale dello sciismo: la taqiyya. Essa autorizza a dissimulare convinzioni e intenzioni quando la sopravvivenza della comunità è in pericolo. Nata dall’esperienza degli sciiti come minoranza perseguitata, è una logica di sopravvivenza. In chiave geopolitica significa modificare leadership apparente e apertura negoziale per salvare il nucleo del potere: cedere nella forma per preservare la sostanza. Per Teheran la questione non è vincere la guerra, ma sopravvivere alla guerra.
Questo spiega l’obiettivo reale dell’Iran: allentare la pressione per sopravvivere senza cambiare natura. Resistere pubblicamente, negoziare discretamente, concedere il minimo necessario e preservare il massimo possibile. Anche per questo la leva strategica iraniana si sposta sull’energia. Dopo l’indebolimento dei proxy regionali, Teheran punta sulla vulnerabilità del sistema energetico globale. Non può prevalere militarmente ma può rendere il conflitto molto costoso per l’economia mondiale.
Resta una domanda decisiva. Washington accetterà un accordo che consenta al regime iraniano di sopravvivere? E Israele lo consentirà?
Se la richiesta di resa incondizionata resta il punto di partenza, il compromesso diventa quasi impossibile. Per Teheran negoziare in condizioni di umiliazione equivale a preparare la propria dissoluzione.
Per questo prende forma anche una terza possibilità.
Una transizione controllata dall’interno, sostenuta da parte dell’apparato statale e dei Pasdaran, con un governo incaricato di gestire una fase provvisoria e di negoziare con l’esterno. L’obiettivo sarebbe evitare il rischio più temuto dal regime: il collasso dello Stato. La frammentazione territoriale, la rivolta delle minoranze etniche e la dissoluzione dell’apparato statale rappresentano per l’establishment iraniano un pericolo forse maggiore della perdita del potere.
Per questo uno scenario plausibile non è la caduta immediata della Rii. È una trasformazione difensiva del sistema. La decisione non verrà annunciata. Sarà scritta nella successione. È lì che si capirà se il regime ha scelto lo scontro o la sopravvivenza.
Nell’immagine: attacco all’Iran, proteste a Istanbul. Bruciate le foto di Trump e Netanyahu