Iran, se il regime change non si può fare

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Ieri il presidente iraniano Pezeshkian ha detto tre cose.

Primo: si è scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi missilistici di questi giorni.

Secondo: ha chiarito che Teheran non intende colpire gli Stati vicini.

Terzo: ha ribadito che l’Iran continuerà a colpire basi militari americane nella regione e ha respinto la richiesta di resa incondizionata avanzata da Trump.

Il messaggio è chiaro. Teheran tenta di tenere il Golfo fuori dalla guerra per evitare che le monarchie arabe entrino nel conflitto. Ma mantiene la pressione sull’infrastruttura militare americana che sostiene la campagna contro l’Iran. Così mira a impedire la formazione di un fronte regionale unificato contro Teheran.

Il ministro degli Esteri Araghchi lo ha chiarito poche ore dopo: Pezeshkian proponeva una de-escalation regionale, ma l’Iran mantiene intatta la propria deterrenza militare contro Us e Israele.

Ma soprattutto Pezeshkian non parla come un presidente pienamente sovrano ma come membro di un consiglio ad interim che governa il Paese dopo la morte di Khamenei.

La guerra coincide con una transizione del vertice del potere iraniano. La crisi non riguarda solo lo scontro con Israele e con gli Usa. Riguarda anche una questione decisiva: chi controllerà la strategia della Repubblica Islamica dell’Iran (Rii) nel nuovo assetto del potere.

La divergenza tra Usa e Israele chiarisce il quadro. Combattono lo stesso nemico ma non la stessa guerra: Washington cerca un successo rapido e vendibile; Israele vuole spezzare il regime che genera la minaccia. Per gli Usa il problema è l’equilibrio regionale. Per Israele è l’esistenza stessa della Rii. Per i Paesi dell’area, poi, un Iran imploso può essere quasi pericoloso come un Iran aggressivo.

Qui emerge il nodo centrale della crisi: colpire un regime non significa necessariamente farlo cadere.

Primo: senza forze terrestri e senza controllo delle istituzioni statali, le campagne aeree raramente producono un cambio di regime stabile.

Secondo: l’opposizione iraniana non sembra oggi in grado di trasformare la pressione esterna in presa del potere. È frammentata e priva di leadership.

Terzo: la sopravvivenza del sistema dipende dalla coesione dei Pasdaran, vero pilastro coercitivo della Rii. Finché i Guardiani della Rivoluzione restano compatti, il regime può subire danni gravi senza necessariamente collassare.

Per questo la questione decisiva diventa la successione alla Guida suprema. Dopo la morte di Khamenei, l’Iran è guidato da una struttura provvisoria in attesa della scelta definitiva. Il favorito sembra essere Mojtaba, figlio della guida scomparsa e strettamente legato ai Pasdaran. La sua ascesa rappresenterebbe una soluzione di continuità securitaria.

La scelta della nuova guida dirà più di qualsiasi dichiarazione. Se emergerà una leadership strettamente legata all’apparato di sicurezza, il regime avrà scelto la continuità dura e lo scontro prolungato. Se invece emergesse una figura più dialogante, il segnale sarà diverso. Indicherà un tentativo di “sopravvivenza adattiva” del sistema.

Questa logica risponde a un istituto centrale dello sciismo: la taqiyya. Essa autorizza a dissimulare convinzioni e intenzioni quando la sopravvivenza della comunità è in pericolo. Nata dall’esperienza degli sciiti come minoranza perseguitata, è una logica di sopravvivenza. In chiave geopolitica significa modificare leadership apparente e apertura negoziale per salvare il nucleo del potere: cedere nella forma per preservare la sostanza. Per Teheran la questione non è vincere la guerra, ma sopravvivere alla guerra.

Questo spiega l’obiettivo reale dell’Iran: allentare la pressione per sopravvivere senza cambiare natura. Resistere pubblicamente, negoziare discretamente, concedere il minimo necessario e preservare il massimo possibile. Anche per questo la leva strategica iraniana si sposta sull’energia. Dopo l’indebolimento dei proxy regionali, Teheran punta sulla vulnerabilità del sistema energetico globale. Non può prevalere militarmente ma può rendere il conflitto molto costoso per l’economia mondiale.

Resta una domanda decisiva. Washington accetterà un accordo che consenta al regime iraniano di sopravvivere? E Israele lo consentirà?

Se la richiesta di resa incondizionata resta il punto di partenza, il compromesso diventa quasi impossibile. Per Teheran negoziare in condizioni di umiliazione equivale a preparare la propria dissoluzione.

Per questo prende forma anche una terza possibilità.
Una transizione controllata dall’interno, sostenuta da parte dell’apparato statale e dei Pasdaran, con un governo incaricato di gestire una fase provvisoria e di negoziare con l’esterno. L’obiettivo sarebbe evitare il rischio più temuto dal regime: il collasso dello Stato. La frammentazione territoriale, la rivolta delle minoranze etniche e la dissoluzione dell’apparato statale rappresentano per l’establishment iraniano un pericolo forse maggiore della perdita del potere.

Per questo uno scenario plausibile non è la caduta immediata della Rii. È una trasformazione difensiva del sistema. La decisione non verrà annunciata. Sarà scritta nella successione. È lì che si capirà se il regime ha scelto lo scontro o la sopravvivenza.

Nell’immagine: attacco all’Iran, proteste a Istanbul. Bruciate le foto di Trump e Netanyahu


Se l’America combatte in nome di Dio

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Penultime da casa Trump: l’America non perde tempo a cambiare il regime iraniano, vuole solo selezionarvi un “buon capo” che ne firmi la resa incondizionata. Badoglio cercasi, glosseremmo noi provinciali. In compenso, The Donald è intento a cambiare il regime americano. L’ideale da avvicinare è la monarchia teocratica. Il presidente-re si vuole sciolto dalla costituzione: “Rispondo alla mia moralità e al mio spirito”. Detto fatto. Congresso sedato, Corte Suprema aggirata, Stato profondo sotto epurazione, governo nel caos fra scaltri opportunisti (Rubio), lealisti eccitati (Hegseth) e sleali silenti (Vance).

Trump sta sovvertendo la liberaldemocrazia a stelle e strisce. E siccome siamo in America, paese fondato sulla religione di sé stesso, la rivoluzione trumpiana si autoproclama in missione celeste. Confermata dalle preghiere per il presidente taumaturgo amministrate nello studio ovale dal predicatore di giornata. Assistiamo alla nazionalizzazione di Gesù Cristo secondo canoni apocalittici di stampo evangelicale. Il 6 marzo trenta deputati democratici hanno scritto all’ispettore generale del dipartimento della Difesa — non Guerra, definizione ufficiale, perché a rivoluzione in corso ognuno si chiama come gli pare — per denunciare il catechismo da crociata imposto alla truppa da alcuni comandanti. Costoro spiegano che “gli attacchi americani e israeliani accelerano il ritorno di Gesù Cristo” perché rispondono al “piano di Dio”. In linea con l’interpretazione del governo che “presenta pubblicamente la politica americana in Medio Oriente in termini esplicitamente religiosi”. La guerra all’Iran è scritta nella Bibbia. La Fondazione per la libertà religiosa dei militari americani cita dozzine di analoghe denunce da parte di interi reparti: “Stamattina il nostro comandante ha aperto il rapporto sullo stato della preparazione al combattimento raccomandandoci di non farci spaventare da quanto ci sta succedendo al fronte. Ci ha ordinato di dire alle nostre truppe che ‘è tutto parte del piano divino di Dio’ con specifico riferimento al Libro dell’Apocalisse sull’Armageddon e l’imminente ritorno di Gesù Cristo.” Gran finale: “Il presidente Trump è stato scelto da Gesù per accendere in Iran il marchio di fuoco che provocherà Armageddon e segnerà il suo ritorno sulla Terra”.

Proclamare “Dio è con noi” non porta fortuna. Rivela però il grado di assimilazione fra vertici americani e israeliani. In guerra per Nostro Signore contro il Diavolo/Amalek. Eppure sei mesi fa lo stesso Trump aveva riunito la crema dell’ufficialità nazionale per mobilitare le Forze armate contro il “nemico di dentro”. Intanto i media diffondono stralci del rapporto con cui il Pentagono aveva sconsigliato l’attacco all’Iran. Gli Stati Uniti vivono il cambio di stagione all’insegna del principio di contraddizione: il sì annuncia il no e viceversa. La non-strategia a stelle e strisce ha avuto i suoi anni di fulgore quando la strapotenza poteva permettersi di sbagliare tutto prima di azzeccare la mossa giusta. Tempo scaduto. Non si può dominare il mondo guardandosi allo specchio senza affacciarsi alla finestra. Ma se ti credi inviato del Supremo non puoi fare altrimenti perché cadresti in terrene tentazioni.

Quale che sia l’esito bellico della crociata contro la “teocrazia iraniana” — lo specchio di Trump non l’ha avvertito che a Teherancomandano i pasdaran, non i teologi imamiti — resta che la Casa Bianca è in perfetta consonanza escatologica con l’ultradestra ebraica. Salvo non trascurabile differenza: molti fra gli evangelicali a stelle e strisce sono fieri antisemiti. Adesso sappiamo qual è il fine di questa guerra: la fine del mondo. Trump è profeta di Dio, insieme a Netanyahu. Mentre le guerre di Bibi incrinano il filo-israelismo genetico degli States e ne spaccano la diaspora ebraica, la sintonia fra gli ultrareligiosi delle due sponde forgia l’alleanza da Dio benedetta. Inscalfibile? Dubitiamo.

Le biografie dei due condottieri ne escludono la vocazione al martirio (proprio, non l’altrui). Non stupiremmo se virassero d’improvviso dalla guerra fine del mondo al prosaico pragmatismo. Al compromesso con la realtà che potrebbe spingerli a una tregua sporca mascherata da vittoria totale e definitiva, come già dopo la campagna del giugno scorso. Se così non fosse, gli apocalittici avranno avuto ragione. Postuma.

Nell’immagine: i leader evangelici tornano nello Studio Ovale per pregare per Trump


Per un’alternativa politica e sociale

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

La fase politica e storica che stiamo attraversando, resa ancora più evidente dagli sviluppi politici internazionali, è segnata dal rafforzamento di pratiche autoritarie, dal deterioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione e dall’avanzata delle destre. Riarmo, crisi sociale ed ecologica, restringimento degli spazi democratici compongono un quadro allarmante. In Ticino e in Svizzera questo processo si traduce nel consolidamento delle politiche neoliberali e nella subordinazione delle scelte politiche agli interessi del padronato: pressione su salari e pensioni, persistenza delle discriminazioni di genere, tagli alla spesa pubblica e alla ricerca, indebolimento dei servizi pubblici, banalizzazione dell’emergenza climatica.

Per tutte queste ragioni è necessario costruire un’opposizione politica e sociale unitaria, conflittuale e chiaramente alternativa, capace di: far diventare una priorità la lotta per i diritti delle donne, contro le discriminazioni di genere e la violenza contro le donne; difendere con coerenza salari, pensioni e condizioni di lavoro, contrastando dumping e precarizzazione; ottenere aumenti salariali che permettano di vivere decentemente non solo recuperando tutta l’inflazione, ma anche l’aumento della produttività, che è andata solo a vantaggio del padronato; opporsi alle politiche di austerità e allo smantellamento dei servizi pubblici, in particolare nei settori della sanità, della scuola e della protezione sociale; opporsi alle politiche di respingimento, per i diritti dei migranti (richiedenti asilo e rifugiati) e contro ogni forma di razzismo nei loro confronti; difendere il diritto dei migranti ad alloggi e condizioni di vita dignitosi; porre al centro la crisi ambientale e la giustizia sociale, contro le logiche del profitto; respingere la deriva del riarmo e delle politiche securitarie, affermando che la vera sicurezza passa dai diritti sociali e democratici, opponendosi all’aumento in atto delle spese militari e alla continuazione della politica di integrazione della Svizzera al sistema difensivo della Nato; combattere ogni forma di discriminazione, razzismo e regressione dei diritti, combattere la destra fascista e tutte le limitazioni dei diritti di espressione e manifestazione; sostenere il diritto di cittadinanza di Centri di cultura alternativa; difendere i diritti dei popoli (politici, sociali e culturali) in una prospettiva di solidarietà internazionalista; battersi per i diritti dei popoli, per i diritti alla loro libertà e autodeterminazione.

Questo vale per il popolo palestinese, per quello ucraino, così come per tutti i popoli i cui diritti all’esistenza vengono messi in discussione dall’imperialismo americano e dagli altri imperialismi in lotta tra di loro. Pensiamo in particolare all’offensiva contro il diritto alla sopravvivenza dei popoli dell’America latina, a cominciare da Cuba. Un’opposizione credibile e coerente deve affermarsi a tutti i livelli istituzionali. Essa non può limitarsi all’attività parlamentare, ma deve esprimersi con chiarezza tanto nei legislativi quanto negli esecutivi. È necessario costruire una linea di opposizione riconoscibile e conseguente, in parlamento, in governo, così come nei municipi e nei consigli comunali, rifiutando logiche di adattamento e compromessi che svuotano di contenuto qualsiasi prospettiva di alternativa politica. Allo stesso tempo, l’opposizione sul terreno istituzionale deve intrecciarsi con quella sul terreno sociale. Senza mobilitazione, conflitto e iniziativa nella società, nessun cambiamento reale dei rapporti di forza è possibile.

Ci pare necessario che, a tutti i livelli, la sinistra riprenda l’iniziativa sul terreno collettivo cercando di suscitare mobilitazione e opposizione alle politiche neoliberali che sembrano ormai compattare le forze politiche di destra e di estrema destra.

Accanto a questo riteniamo pure indispensabile avviare fin d’ora un dibattito politico orientato alla costruzione di una presenza unitaria – sia a livello delle elezioni cantonali che di quelle federali – tra tutte le forze che condividono una chiara prospettiva di opposizione e condividono i punti evocati qui sopra. Più che mai appare necessario e urgente raggruppare le forze politiche e sociali che si muovono in una prospettiva di rottura con l’attuale sistema economico. Non si tratta di affrontarla come semplice scadenza elettorale, ma come occasione per rendere visibile e rafforzare un’alternativa politica e sociale, autonoma dalle logiche neoliberali e capace di dare voce agli interessi della maggioranza della popolazione. In questo senso invitiamo all’apertura di un confronto a sinistra sulla necessità di rilanciare un’opposizione politica e sociale, di rottura con la logica di governo dominante, rilanciando la lotta sociale, in una prospettiva anticapitalista: solo così potremo restituire speranza e senso di appartenenza a decine di migliaia di salariate e salariati, di cittadine e di cittadini che, esasperati, hanno sempre più sfiducia nell’azione politica e sociale e che, quando rimangono attivi, si gettano spesso nelle braccia delle promesse della destra populista.

Elenco dei firmatari (in ordine alfabetico): Agostinetti Elia, Beretta-Piccoli Gerry, Catti Danilo, Cavalli Franco, Cicero Vincenzo, Cima Gianni, Cima-Vairora Linda, Colombo Martino, Cozzaglio Ivan, Demaria Pier Franco, Frigeri Alessandro, Fumasoli Demis, Gai Melanie, Galli Gigi, Gambardella Eleonora, Giorla Lorenza, Greppi Spartaco, Majno Hurst Pietro, Marazzi Christian, Ongaro Guido, Pagani Olivia, Pitta Buetti Nadia, Pronzini Matteo, Savary-Borioli Beppe, Sergi Pino,Sessa Cristiana, Testa Silvano, Testa-Mader Anita, Togni Silva, Verda Enrica di Mauro Belgeri, già presidente del Cc

Pubblicato da laRegione

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Un sabato di sole, una lezione di democrazia: i giovani ticinesi prendono la parola

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

Sabato 28 febbraio 2026, alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona, ho avuto la possibilità di assistere – e di partecipare da dentro – a un’esperienza che andrebbe raccontata di più, perché dice qualcosa di essenziale su che cosa può essere, oggi, un’educazione alla cittadinanza che non si limiti a proclami generici e vaghi. La prima giornata dell’Assemblea del Consiglio cantonale dei giovani (CCG) non è stata una “vetrina” né una passerella: è sembrata piuttosto un laboratorio di democrazia, concreto e impegnativo, dove informarsi e discutere non erano momenti estemporanei, bensì strumenti e modalità per arrivare a idee progettuali significative di trasformazione della realtà.

Il percorso – supportato dall’associazione “La gioventù dibatte” – è costruito in modo chiaro, ben strutturato e insieme esigente: ascolto di contributi introduttivi, tempi scanditi, lavoro in gruppi, confronto diretto, fino a un obiettivo esplicito che dà senso a tutto il resto: formulare proposte concrete da sottoporre all’attenzione del Consiglio di Stato. È qui che la parola “partecipazione” smette di essere uno slogan e torna a indicare un processo: passare dall’opinione alla responsabilità, dalla percezione individuale alla dimensione pubblica, dalla denuncia alla formulazione di idee propositive.

Nella circostanza sono stato invitato in qualità di “esperto” sul tema “Giovani e futuro: scuola e lavoro” per tenere una comunicazione in merito. Ma ciò che mi ha colpito di più – e che considero la parte più istruttiva – è stato osservare la qualità della presenza e del coinvolgimento di ragazze/i dai 14 ai 25 anni: per un intero sabato di bel tempo hanno mantenuto un’attenzione continua, una partecipazione attiva e una disponibilità all’ascolto e al confronto davvero encomiabili, rare da incontrare persino in contesti adulti.

Ho apprezzato moltissimo il lavoro dello staff organizzativo e la maturità dei partecipanti, sia in plenaria in aula magna, sia nelle diverse aule dove si sono svolte le tavole rotonde: capacità di ascoltare il parere degli altri, domande puntuali e proposte pertinenti, perizia nel cogliere i nodi problematici delle questioni sollevate e di andare oltre il già dato e lo scontato. A colpire non è stata solo l’intensità dell’investimento cognitivo ed emotivo, ma la profondità con cui molti ragazzi hanno saputo leggere la loro situazione – scolastica, lavorativa, esistenziale – e trasformarla in ragionamenti e in ipotesi praticabili. In altre parole: non un elenco di lamentele, ma un esercizio collettivo di intelligenza civile e confronto democratico.

E le proposte emerse aiutano a capire quanto questo lavoro sia concreto e foriero di una ventata innovativa. Tra le idee discusse e formulate si è parlato, ad esempio, di una maggiore attenzione all’educazione sessuale nella scuola intesa soprattutto come educazione sentimentale e affettiva; della possibilità, già nella scuola dell’obbligo, di dare agli studenti spazi strutturati per esprimersi sulla qualità dell’insegnamento ricevuto; dell’istituzione o dell’incremento di corsi fuori orario offerti dalle sedi scolastiche per ridurre il ricorso alle lezioni private, che spesso diventano l’unico strumento di recupero per la parte più “fragile” della scolaresca.

Sono emerse anche indicazioni sul tema scuola-lavoro: aumentare il numero degli orientatori professionali a livello di scuola media e migliorarne la preparazione, così da indirizzare meglio i giovani verso le opportunità effettivamente disponibili sul territorio; alleggerire il carico per gli apprendisti nel difficile equilibrio tra studio e lavoro; ripensare la trattazione del tema delle dipendenze (fumo, alcol, droghe) e della sicurezza stradale con approcci più interattivi e con testimonianze dirette, capaci di parlare più convincentemente ed efficacemente agli adolescenti.

Altri spunti hanno toccato aspetti competenziali e linguistici: anticipare l’insegnamento dell’inglese in prima media; dare maggiore visibilità al romancio attraverso corsi opzionali; aumentare il livello di competenze tecnologiche dei docenti di scuola media (ritenuto imprescindibile in tempi di digitalizzazione); e, più in generale, dedicare maggiori risorse all’educazione alla cittadinanza per introdurre adeguatamente le nuove generazioni nei meandri dell’organizzazione istituzionale della politica ai vari livelli (comunale, cantonale, federale).

Anche qui, al di là del merito di ogni singolo punto, il dato importante è il metodo: la ricerca di misure volte al miglioramento dell’esistente, formulate con l’intento di fungere da base di lavoro da sottoporre agli organi decisionali del Cantone.

Non nego che, in un tempo in cui il discorso pubblico scivola spesso verso la polarizzazione manichea e la semplificazione aggressiva, questa giornata è stata per me una salutare boccata di ottimismo: incoraggiante e persino rigenerante vedere in azione una “bella gioventù”, capace di attenzione, di analisi critica e di confronto costruttivo, laddove il mondo adulto offre, non di rado, esempi ben meno edificanti. Iniziative come il CCG non sono solo “per i giovani”: sono un investimento civile che riguarda tutti, perché rimettono al centro l’idea che la democrazia sia una pratica e non soltanto un rituale.

Resta però la domanda decisiva, la sola che rende pienamente credibile l’intero percorso: cosa succede dopo? Se chiediamo ai giovani di informarsi, discutere con serietà e formulare proposte, allora anche le istituzioni e la politica devono assumere una responsabilità speculare: ascoltare, rispondere, motivare, e – quando possibile – tradurre almeno una parte delle istanze propositive inoltrare in scelte e sperimentazioni concrete. Senza tale riconoscimento, la partecipazione rischia di spegnersi; mentre con questo passaggio, invece, può diventare fiducia e tramutarsi in ulteriore desiderio di impegnarsi ancora più a fondo per un futuro migliore costruito insieme.

E proprio qui mi permetto di aggiungere una proposta che ho già formulato a voce agli organizzatori: prevedere una forma di valorizzazione visibile dell’attivismo e della dedizione messi in campo da questi giovani. Dedicare il proprio tempo libero a giornate di confronto e riflessione politica, con attenzione e costanza, è un investimento reale; meriterebbe quindi un attestato ufficiale che ne sottolinei il valore e che possa essere inserito e messo in risalto in un dossier personale. Non tanto come “premio”, quanto piuttosto come segnale pubblico dell’impegno profuso: la cittadinanza attiva è una competenza preziosa, un servizio al bene comune, e una società matura dovrebbe riconoscerla e gratificarla.

Si dice spesso che i giovani siano il futuro. In realtà, essi sono il nostro presente e, in occasioni del genere, rappresentano la versione migliore di noi adulti. Per questo, meritano di essere ascoltati e presi sul serio.

Nell’immagine: un gruppo di partecipanti al CCG


Arriva l’Età dell’oro, ma solo per il gas liquido americano

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

Di Widad Tamimi, il manifesto

Dietro le quinte della propaganda, il conflitto appare spesso più redditizio della pace: basta scavare sotto la superficie dei pretesti etici o religiosi per veder emergere una contabilità spietata, dove il tornaconto economico di pochi si nutre del sacrificio dei più poveri. In questo scacchiere di interessi, una parola chiave domina le analisi degli esperti e i mercati globali in questi giorni: il Gnl.

Ovvero il gas naturale liquefatto. È il comune gas metano che usiamo per cucinare, scaldarci e produrre energia elettrica, ma trasformato in liquido attraverso un processo di raffreddamento estremo a -162°C. Questa tecnologia permette di ridurne il volume di ben 600 volte, rendendolo trasportabile su enormi navi cisterna invece che attraverso i classici gasdotti. È una risorsa strategica che garantisce flessibilità ai paesi importatori, permettendo loro di cambiare fornitore con un semplice viaggio via mare, ma che richiede infrastrutture costose come i rigassificatori per tornare allo stato gassoso prima di entrare nelle reti di trasporto.

L’ATTUALE OFFENSIVA militare, che ha già colpito i vertici della Repubblica islamica e causato la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha fatto schizzare il prezzo di questa risorsa vitale. Il 2 marzo il prezzo dell’indice Ttf (acronimo di Title transfer facility – ovvero il mercato di riferimento per lo scambio del gas naturale in Europa. Sebbene si trovi fisicamente in Olanda, il suo prezzo determina quanto paghiamo il gas in bolletta anche in Italia) è salito quasi del 50% in poche ore dopo l’apertura del mercato. La chiusura delle infrastrutture produttive e il blocco delle rotte marittime non sono dunque solo danni collaterali, ma elementi di una partita economica globale dove la sicurezza energetica dell’Occidente e il controllo dei flussi di gas si intrecciano indissolubilmente con il fragore delle bombe.

Tutto ha inizio nei primi anni 2000. Fino ad allora, gli Stati Uniti temevano una carenza di gas e stavano costruendo terminali per importare gas naturale liquido. Il vero punto di svolta è stato imparare a estrarre il gas intrappolato dentro rocce durissime. Gli americani hanno perfezionato una tecnica che permette alla trivella di curvare sottoterra e muoversi di lato per chilometri, seguendo lo strato di roccia. Una volta posizionata, viene iniettata acqua ad altissima pressione che spacca la pietra, creando piccole crepe da cui il gas può finalmente uscire e risalire in superficie. Questa innovazione, il fracking, ha trasformato gli Stati Uniti da acquirenti a primo produttore mondiale di gas naturale. In pochi anni, la produzione domestica è esplosa e i prezzi del gas negli Stati Uniti sono crollati. L’ascesa degli Stati Uniti da importatore a esportatore dominante del mercato globale del Gnl è uno dei cambiamenti più rapidi e radicali nella storia dell’energia.

A QUESTO PUNTO, con un surplus di gas immenso, l’industria americana ha preso una decisione storica: riconvertire i terminal di ricezione in impianti di liquefazione per l’esportazione. Il 24 febbraio 2016, il primo carico di Gnl americano ha lasciato il terminal di Sabine Pass in Louisiana. Tra il 2017 e il 2023, gli investimenti sono passati da pochi miliardi a centinaia di miliardi di dollari. Sono nati terminal enormi come il Corpus Christi, il Freeport e il Cameron Lng. Nel 2023, gli Stati Uniti hanno superato ufficialmente il Qatar e l’Australia, diventando il primo esportatore mondiale di Gnl.

PER DECENNI IL NORD STREAM è stato uno dei cordoni ombelicali tra Russia ed Europa. Attraverso questo gasdotto sottomarino, Mosca vendeva gas a basso costo aggirando Ucraina e Polonia, eliminando così tasse di transito e dispute politiche. Se per il Cremlino era una potente arma di influenza, per la Germania rappresentava la garanzia di energia a basso costo per le proprie industrie. Gli Stati Uniti, tuttavia, si sono sempre opposti all’opera, temendo che l’Europa finisse troppo saldamente nella sfera d’influenza russa.

LA ROTTURA DEI RAPPORTI commerciali per il gas tra Russia e Europa è cominciata con la guerra in Ucraina, ma la situazione è precipitata in particolare da settembre 2022, quando una serie di esplosioni subacquee ha squarciato le tubature, interrompendo per sempre il flusso di gas verso il Vecchio Continente. Sebbene i responsabili restino ufficialmente ignoti, l’effetto è stato immediato: l’Europa ha perso la sua fonte principale di energia, ritrovandosi obbligata a comprare il Gnl americano trasportato via nave a prezzi molto più alti.

In pochissimo tempo, gli Stati Uniti sono diventati il primo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto. Oggi, con le minacce dell’Iran allo Stretto di Hormuz, lo scenario è cambiato ulteriormente. L’America è ormai l’unico “porto sicuro” del gas naturale mondiale: con una produzione interna ai massimi storici, Washington offre una stabilità che né Mosca né Qatar possono più garantire.

Questo assetto sta arricchendo moltissimo l’economia americana. Le massicce esportazioni verso l’Europa hanno abbattuto il deficit commerciale statunitense e attirato miliardi di dollari in nuovi terminali nel Golfo del Messico. Il vantaggio competitivo è enorme: mentre le aziende europee affogano nei costi energetici, le fabbriche negli Stati Uniti pagano il gas pochissimo. Il risultato è una fuga di capitali, con molte imprese europee che scelgono di delocalizzare i propri impianti oltreoceano.

I CONFLITTI IN UCRAINA e in Iran hanno accelerato la metamorfosi, consacrando gli Stati Uniti come superpotenza energetica assoluta. Se da un lato questo garantisce l’indipendenza dai ricatti russi, dall’altro ha un costo salato: i consumatori europei pagano bollette record, mentre l’energia è diventata estremamente economica in Texas. Se è pur vero che il consolidamento dell’egemonia energetica statunitense non esaurisce le complesse ragioni del disordine mediorientale, resta innegabile che esso rappresenti un formidabile incentivo a preferire le logiche del conflitto a quelle della pace.


Quanto durerà questo conflitto lo può decidere soltanto Netanyahu

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

Di , La Stampa

Da quando il 28 febbraio è ripresa la guerra di Israele e America, nove mesi dopo i precedenti attacchi, molti hanno chiesto se il presidente Donald Trump ha una strategia da perseguire e per quando dichiarerà un altro cessate il fuoco.

Queste domande, per quanto interessanti, lo sono meno della seguente: che cosa si prefigge di ottenere il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e quanto è disposto a spingersi per ottenerlo?

Tutta la logica del coinvolgimento di Trump e i suoi trascorsi lasciano intendere che preferirebbe una guerra breve. Come l’attacco del giugno scorso contro impianti nucleari iraniani, la guerra ha già dimostrato la potenza aerea americana. Ha anche già ucciso molti leader della crudele dittatura teocratica iraniana e ha dimostrato che gli Stati Uniti sono disposti ad attaccare i suoi nemici in qualsiasi punto del mondo. L’affondamento di una nave da guerra iraniana nelle acque internazionali dell’Oceano Indiano, mentre prendeva parte a esercitazioni navali transnazionali, ha dimostrato la spregiudicatezza di una grande potenza che può permettersi di ignorare il diritto internazionale e i convenevoli della diplomazia.

Tuttavia, il motivo di fondo di questa guerra non è dimostrare la potenza militare americana. Né solamente destituire un dittatore feroce. Il motivo di fondo di questa guerra è eliminare una minaccia a lungo termine per la sicurezza e la sopravvivenza di Israele, motivo comune a Trump e Netanyahu, la cui collaborazione è già ora la più stretta tra leader americani e israeliani da decenni. Ma le definizioni dei due uomini di ciò che occorre per rimuovere quella minaccia sono diverse.

Per Israele, gli oltre due anni di conflitto che hanno fatto seguito ai fatti atroci dentro Israele perpetrati dalle milizie di Hamas nell’ottobre del 2023 rappresentano sia una tragedia sia un’opportunità. Quegli stessi anni hanno rappresentato un disastro per l’Iran. In risposta all’attacco di Hamas, gruppo finanziato ed equipaggiato dall’Iran, Israele è riuscito a ridurre in maniera considerevole le capacità belliche di Hamas e di Hezbollah, il suo proxy iraniano in Libano, e nel giugno scorso ha partecipato alla distruzione del potenziale nucleare militare iraniano, per porre rimedio alla quale occorrerà forse una generazione.

Il potere deterrente dell’esercito israeliano è stato ricostituito e la minaccia iraniana si è indebolita. I governi lontani, che si trovano in Europa o in America, forse pensano che questi risultati siano sufficienti, almeno per il momento. Alcuni israeliani, probabilmente, pensano la stessa cosa.

Il fatto che Trump abbia costituito il suo Board of Peace a gennaio nell’ambito del suo piano di ricostruzione e trasformazione di Gaza, con il coinvolgimento degli altri Paesi arabi e musulmani, lascia intendere che lui e i suoi consiglieri non si aspettavano sul serio di dover fare molto di più, questa primavera, che intimidire il regime iraniano indebolito e costringerlo a sottomettersi.

Questa, tuttavia, non è l’opinione di Netanyahu come ha detto chiaramente in numerose dichiarazioni pubbliche da quando la guerra all’Iran è ricominciata. Mentre Trump ha detto di voler cercare un accordo con qualsiasi nuova leadership sarà scelta per subentrare al Leader supremo assassinato, l’Ayatollah Khamenei – oltre a voler avere l’ultima parola su chi debba diventare leader –, Netanyahu ha minacciato di uccidere chiunque verrà scelto.

Israele si trova alle prese con lo stesso dilemma che ha dovuto affrontare in ogni guerra combattuta dalla fondazione dello Stato israeliano nel 1948: la necessità di eliminare, o quanto meno sbaragliare, la minaccia odierna senza crearne un’altra per il futuro. Nessuno può sapere quale nuovo regime o forma di governo potrà prendere il posto del regime teocratico in Iran che l’Ayatollah Khomeini istituì nel 1979, perpetuato poi dal suo successore l’Ayatollah Khamenei. Quello che sottintendono le dichiarazioni di Netanyahu è che Israele non è disposto a veder perpetuare il regime teocratico con un terzo Leader supremo, perché si aspetta che un tale regime cercherà di vendicarsi di Israele e che possa diventare abbastanza potente da poterlo fare.

Per lo stesso motivo, Israele appare più determinato dell’America a distruggere tutte le strutture militari e la leadership delle Guardie iraniane della rivoluzione, la forza d’élite che ha portato alla politica di Teheran invalsa da tempo di usare proxy in Libano, Israele e Yemen per destabilizzare la regione e intimidire Israele. Questi due obiettivi – distruggere sia la leadership militare iraniana sia quella politica, oltre ogni possibile opportunità di porvi rimedio – lascia intuire che la guerra potrebbe durare molte più settimane.

Anche l’entità e la forza delle scorte iraniane di missili e droni determinerà quanto durerà la guerra. Ora che questa è chiaramente una lotta all’ultimo sangue per la vecchia leadership militare e politica dell’Iran, non possiamo neppure escludere la possibilità che Teheran possa fare il tentativo di ricorrere a qualche tipo di arma radioattiva segreta collegata alle sue ricerche nucleari come ultimo atto, forse suicida. A mano a mano che le autorità iraniane sono sempre più deboli, potrebbero emergere nuovi pericoli.

Dal punto di vista del resto del Medio Oriente, l’annientamento della minaccia iraniana può essere considerato sicuramente un vantaggio, controbilanciato però dal fatto che tutti gli Stati del Golfo si sono ritrovati sotto attacco. I bombardamenti e il caos a Dubai, Abu Dhabi e Qatar prima o poi finiranno e gli Stati del Golfo a quel punto potranno cercare di ripristinare la loro reputazione di Paesi sicuri e stabili. In ogni caso, il grande timore nel Golfo e nell’intera regione in senso più ampio è quello di una guerra civile protratta e lunga all’interno dell’Iran tra le diverse fazioni e molte grandi minoranze etniche.

Non vi è alcun governo potenziale in attesa di assumere il comando in Iran e ripristinare la stabilità e qualsiasi tipo di relazione armoniosa con Israele e America. L’ovvio pericolo è che l’Iran precipiti in quel tipo di scissioni violente e di caos che si sono verificate in Libia nel 2011 in seguito alla destituzione e all’assassinio del brutale dittatore libico, il Colonnello Muammar Gheddafi.

Una simile prospettiva è preoccupante per tutti i vicini dell’Iran, alcuni dei quali – come Turchia e Iraq – hanno in comune minoranze etniche che potrebbero prendere le armi e combattere in una guerra civile. Non è chiaro, però, se questa sarebbe una opzione poi così negativa per Netanyahu e Israele. Un Iran indebolito, diviso e in guerra potrebbe addirittura addirsi abbastanza bene ai desideri israeliani, quanto meno sul breve periodo, perché a quel punto l’Iran sarebbe troppo distratto per costituire una minaccia. Capire se Netanyahu sia disposto a continuare la guerra abbastanza a lungo da rendere verosimile questa prospettiva sarà sicuramente il fattore determinante più importante riguardo la durata di questa guerra. A prescindere dal risultato che Trump potrebbe preferire, troverà difficile fermare Netanyahu e impedirgli di arrivare fino in fondo.


C’è Mosca dietro ai raid dell’Iran: “Così indica i bersagli americani”

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

Di , la Repubblica

Lo spettro della “Guerra mondiale a pezzi” evocata da Papa Francesco tre anni fa sembra drammaticamente concretizzarsi tra il fumo delle esplosioni nel Golfo. La Russia infatti starebbe fornendo all’Iran informazioni fondamentali per dirigere gli attacchi di missili e droni contro le unità americane più importanti impegnate nel conflitto: dati che avrebbero permesso ai pasdaran di mettere a segno colpi devastanti, inclusa l’uccisione dei sei soldati statunitensi nel porto di Kuwait City.

La rivelazione è stata pubblicata dal Washington Post: un’inchiesta che parte dalle dichiarazioni di tre fonti anonime di alto livello. Una notizia indirettamente confermata dalla Casa Bianca nel tentativo di minimizzala: «Non sta facendo alcuna differenza – ha affermato la portavoce Karoline Leavitt – perché stiamo raggiungendo i nostri obiettivi militari». Un ulteriore salto di qualità del conflitto che arriva dopo la richiesta di aiuto del Pentagono a Kiev per ottenere scudi in grado di fermare la pioggia di droni Shahed e rischia di trasferire il confronto tra Russia e Ucraina pure nella tempesta che sta travolgendo il Medio Oriente. Ad aumentare i timori di un ulteriore allargamento dei Paesi coinvolti nella mobilitazione bellica, la Cnn ritiene che la Cina sia pronta a dare a Teheran assistenza finanziaria a componenti tecniche per riprendere la produzione dei missili. Anche in questo caso, la tv cita tre diverse fonti dell’intelligence statunitense. Pechino e Mosca però hanno interessi divergenti.

La Repubblica Popolare ha bisogno del greggio iraniano e punta a una chiusura rapida delle ostilità: avrebbe chiesto ai pasdaran di permettere alle sue petroliere di attraversare lo stretto di Hormuz. La Russia invece trae solo vantaggi dalla prospettiva di una lunga guerra, che alza il prezzo degli idrocarburi vitali per la sua economia e col tempo ridurrà le consegne di missili Patriot a Kiev. Putin e Xi hanno nella teocrazia sciita un alleato strategico e sono stati appena sconfitti da Trump in Venezuela. In questo momento però sembrano essere gli emissari del Cremlino i più attivi nell’appoggiare la ritorsione degli ayatollah.

Da giorni gli esperti si interrogano sulla capacità dei pasdaran di colpire con precisione obiettivi Usa, superando tutte le barriere contraeree. Lo hanno fatto soprattutto con i droni Shahed indirizzati sulle coordinate esatte di bersagli piccoli o grandi, che non potevano essere stati individuati da agenti infiltrati sul terreno. A sorpresa, nelle prime ore dei combattimenti le bombe volanti low cost hanno centrato i principali radar della difesa antimissile americana. Non solo la colossale antenna a facce multiple in Qatar, del costo superiore a un miliardo, e quelle fisse in Bahrain ma anche i tre radar mobili delle batterie Thaad schierate in Giordania, Arabia Saudita ed Emirati: sistemi semoventi dal prezzo di mezzo miliardo ciascuno, la cui posizione può essere scoperta solo dal cielo o dallo spazio. Ora il Washington Post ritiene che siano stati i russi a trasmettere ai pasdaran le immagini carpite dai loro satelliti spia per concretizzare questi raid clamorosi che hanno profondamente indebolito la capacità del Pentagono di intercettare gli sciami iraniani diretti contro le sue basi nel Golfo. «Fanno un tiro estremamente preciso contro i radar di allerta precoce e contro quelli che sorvegliano oltre l’orizzonte – ha dichiarato Dara Massicot, autorevole esperta di questioni militari russe al Carnegie Endowment for International Peace -. Vanno ad eliminare la rete di comando e controllo». Ossia uno dei pilastri della macchina bellica statunitense. Il quotidiano reputa che pure le notizie sulla presenza di militari americani in luoghi non protetti – come la “struttura provvisoria” di Kuwait City dove sono morti sei soldati – provengano dagli 007 del Cremlino. Il giornale parla anche di «obiettivi marittimi» indicati all’Iran da Mosca: un probabile riferimento al tentativo di colpire la portaerei nucleare Lincoln con una raffica di missili balistici, tutti però abbattuti dalla scorta dell’ammiraglia, mentre un mercantile noleggiato dall’Us Navy è stato incendiato a largo dell’Oman. Le fonti della testata reputano che «si tratti di uno sforzo quasi completo» per trasmettere i dati raccolti dai sensori orbitanti russi: un modo di rispondere a quello che gli Usa fanno con l’Ucraina da almeno due anni, inoltrando a Kiev le coordinate per pianificare i blitz di droni contro le industrie militari e le raffinerie di petrolio. «Penso che siano felici di vendicarsi…», ha rimarcato uno degli alti funzionari.

Nei conflitti del passato recente sono stati spesso ipotizzati interventi nell’ombra per dare una mano agli avversari degli Usa. In Afghanistan ci sono state indiscrezioni su strumenti sofisticati – come visori notturni e missili anti-tank – fatti arrivare da Mosca ai talebani. Il caso più clamoroso risale alla campagna aerea della Nato sul Kosovo del 1999 quando ci sono stati fortissimi sospetti sul supporto cinese alla Serbia. Non a caso, un bombardiere B2 Spirit ha raso al suolo l’ambasciata della Repubblica Popolare a Belgrado. Si disse che c’era stato un errore, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro a Pechino. Tant’è che – sempre secondo il Washington Post – oggi si astiene dal condividere con Teheran le immagini raccolte dai suoi satelliti.


Notte di bombe a Beirut: il Libano sull’orlo della guerra definitiva

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

Di Pasquale Porciello, il manifesto

Pioggia di bombe su Beirut. Undici le violentissime esplosioni che hanno tenuto la capitale libanese e i suoi abitanti svegli per tutta la notte. L’esercito israeliano afferma di aver raso al suolo il quartier generale di Hezbollah, «la sede del consiglio esecutivo». La città è stamattina come paralizzata. Poche auto per strada, scuole chiuse, un silenzio surreale per chi è abituato al caos vitale delle mattine beirutine. Nei negozietti di alimentari, i dukkeni, polso della vita di quartiere, e nelle case, sono tutti inchiodati davanti alla tv per le ultime notizie.

I bombardamenti cominciano alle 21:30 di ieri sera, dopo ore infinite di attesa dall’ordine di evacuazione che arriva alle due di pomeriggio. Colpiti i quartieri di Jamous, Mcharrafieh, Haret Hreik, Maamoura, Kafa’ate, Burj el-Barajneh. Nulla di nuovo, si tratta degli stessi luoghi in cui la guerra è stata già devastante nel 2023-24, soprattutto nelle ultime fasi prima della tregua siglata il 27 novembre 2024, che Israele ha violato oltre 10mila volte. Nulla di nuovo, se non la portata dell’operazione. Questa volta l’ordine di evacuazione ha interessato l’intera Dahieh, facendo presagire un affondo – almeno nella volontà israeliana – definitivo contro Hezbollah.

La Dahieh è certamente l’area a più alta concentrazione sciita e il luogo dove si trova la base di Hezbollah nella capitale, ma è una delle zone più densamente popolate della capitale e del Libano, con circa mezzo milione di abitanti a torto associati in blocco con Hezbollah. Si tratta di quartieri misti, popolari, abitati da sciiti, sunniti, cristiani, moltissimi immigrati di origine africana.

Quando l’ordine di evacuazione imposto dall’esercito israeliano alle quattro municipalità che compongono la periferia sud di Beirut arriva, è il panico generale. Le strade sono tutte bloccate e ci sono code chilometriche sulle vie di fuga. Si tratta di un esodo biblico. Gli sfollati di Dahieh si uniscono infatti a quelli del sud. Israele ha in questi giorni ordinato l’evacuazione di tutta la zona a sud del fiume Litani e già migliaia di persone si erano messe in cammino verso il nord del paese.

Lo stato ha, assieme a ong locali e internazionali, riallestito i centri di accoglienza mai dismessi del tutto serviti per dare soccorso al milione e mezzo di sfollati della prima fase di questa guerra. Ora i numeri non sono ancora definitivi, ma è facile pensare a cifre altrettanto alte. Molti i siriani che vivevano in Libano rientrati in patria in queste ore, circa 30-40mila. Assieme a loro, moltissimi libanesi hanno attraversato il confine siriano, tanto che Damasco ha rafforzato i controlli alla frontiera.

Migliaia di persone hanno passato la notte sulla corniche, l’ampio lungomare di Beirut, in attesa di una sistemazione migliore.

Dall’inizio di questa fase del conflitto, all’alba di lunedì scorso, i bombardamenti su Beirut sono stati 26. Israele ha intensificato i bombardamenti sul sud del Libano e sulla valle della Bekaa. Ieri è stato anche ucciso un quadro importante di Hamas assieme alla moglie nel campo palestinese di Beddaoui, nel nord del paese, presso Tripoli. Hezbollah questa mattina ha fatto sapere di aver lanciato missili sul nord di Israele, sul Golan occupato e sulla base navale di Haifa. Scontri a Khiam, cuore della battaglia sul campo tra Hezbollah e l’esercito israeliano che da qualche giorno ha cominciato l’invasione di terra del sud del Libano.

Gli interventi della diplomazia europea, primo fra tutti quelli dell’Eliseo – Macron aveva esortato Netanyahu a non spostare la guerra in Iran anche in Libano – sono valsi a poco. Ieri il ministro delle finanze israeliano Smotrich aveva, prima degli attacchi a Beirut Sud, dichiarato di volerla rendere «come Khan Younis».

Per Hezbollah questa è una guerra di sopravvivenza. Gli interessi di Israele nel sud del Libano sono chiari da tempo. Primo fra tutti il contestato confine marittimo che regola la gestione delle trivellazioni per l’estrazione del gas naturale a largo delle coste.

Il paese è in questo momento sospeso, ma tutti hanno la certezza che questa sia una guerra definitiva che cambierà di molto gli equilibri del Libano.


Una grande novità a Sinistra: la “Casa progressista” è una realtà

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

Negli scorsi mesi, senza clamore pubblico ma con grande concretezza, in Ticino si è lavorando a qualcosa di nuovo nel campo della Sinistra. Si chiama Casa progressista ed è uno spazio di incontro, confronto e lavoro comune tra partiti della Sinistra, sindacati dell’Unione sindacale svizzera e realtà culturali e mediatiche vicine a quest’area.

Non è un nuovo partito. Non è una coalizione elettorale. È qualcosa di diverso: un luogo politico in cui le diverse componenti della Sinistra provano a fare una cosa che, a parole, in molti evocano da anni, ma che nella pratica è difficile realizzare: l’unità. Sapere agire come area politica senza che il suo atavico frazionamento la indebolisca.

All’iniziativa partecipano stabilmente i partiti che si riconoscono nel campo progressista (PS, Verdi, PC, MPS, sindacati dell’USS) ed è aperta ai media dell’area, tra queste, ad esempio, anche i Quaderni alternativi. Ma l’inclusione e l’unità può andare oltre: nei vari gruppi di lavoro tematici, su campagne, mobilitazioni o cause specifiche, si possono includere anche associazioni, movimenti, eccetera.

L’obiettivo è semplice: creare uno spazio stabile in cui discutere, costruire campagne comuni, immaginare iniziative condivise, lanciare dibattiti o discussioni e rafforzare la capacità di mobilitazione della Sinistra. La necessità di trovare il modo di contrastare il pensiero della Destra, sempre più radicalizzato e che produce effetti nefasti, è più impellente che mai. Non si tratta di discutere se farlo, ma soltanto come farlo.

Quando si parla di unità della sinistra, il discorso parte spesso dalle grandi visioni della società. È comprensibile, intuitivamente anche giusto: mettiamoci d’accordo su dove vogliamo andare prima di iniziare. Ma è anche il punto in cui emergono più facilmente le differenze tra culture politiche diverse. E così l’unità resta spesso una parola solo evocata. Resta, e personalmente è un tratto della politica che mi infastidisce molto, un mero discorso da salotto, nel quale fare distinguo su come fare opposizione o su quanto uno sia o meno puro e autenticamente di sinistra. Un discorso tra pochi, un discorso da vertici autoreferenziali. Ricordo una riunione di questo tipo alla Casa del Popolo. Chiesi: “Ma voi pensate che al postino che si è appena fermato a bere il caffè qui sotto frega qualcosa di ‘sti discorsi? Parliamo di salario minimo! Parliamo di cassa malati! Parliamo di quanto gli costa l’asilo nido per il figlio!”

La mia convinzione è che dobbiamo cambiare metodo. Non dobbiamo partire dal parlare di ciò che divide, ma valorizzare tutto ciò che unisce. O in altri termini, una casa non si costruisce dal tetto, prima vengono le fondamenta. Nel nostro caso le fondamenta significano fiducia reciproca, lealtà tra organizzazioni diverse, disponibilità a lavorare insieme senza sospetti permanenti. Sono elementi meno spettacolari degli appelli pubblici, ma senza di essi nessuna costruzione regge.

Sono nella Direzione del Partito Socialista da 10 anni e copresidente da 6. Se c’è una cosa molto semplice che ho imparato è che la politica è condizionata dalle relazioni umane, che la possono determinare in maniera incredibile. Possono sancire il fallimento o il successo di un progetto. E avere un metodo snello, ma democratico, partecipativo, che eviti personalismi e fughe in avanti, è la soletta di un’abitazione, la base su cui costruire. E poi, penso che sia abbastanza evidente che se l’intento è quello di collaborare, non ci si parla tramite i media, ma dal vivo guardandosi negli occhi.

Poi vengono i muri. Sono le battaglie concrete, le campagne comuni, le mobilitazioni che permettono alla sinistra di ritrovarsi nello stesso spazio politico e sociale. E guardate che ci siamo. Lo stiamo già facendo e possiamo farlo ancora meglio.

In questi anni qualche esperienza c’è già stata. Penso al lavoro comune contro i tagli al sociale, che ha trovato nel comitato “Stop ai tagli” uno spazio capace di mobilitare migliaia di persone in piazza e ottenere risultati concreti, come lo stralcio di alcuni tagli sul sociale. Così come l’organizzazione del Primo maggio, che con spirito unitario i Sindacati hanno promosso con una nuova veste e che riunisce anche diversi partiti nell’organizzazione, attorno a un momento simbolico e politico condiviso.

Sono esperienze che mostrano una cosa piuttosto semplice: quando la sinistra lavora insieme su obiettivi concreti, la collaborazione non solo è possibile, ma può anche produrre risultati. Sui temi, l’unità è spontanea. Sulle grandi visioni invece emergono le culture politiche diverse e tutto si ferma.

Casa progressista nasce proprio da qui. Dall’idea condivisa che queste esperienze non debbano restare episodiche. Non dobbiamo ogni volta “ricominciare daccapo”, come ho la sensazione che stiamo facendo. Ma possano trovare uno spazio stabile in cui consolidarsi, crescere e – soprattutto – essere programmate con maggiore anticipo.

Volete concretezza? C’è un tema enorme in questo cantone che pochi hanno aggredito col giusto fervore: l’alloggio. Usiamo il nostro tempo a parlare di una strategia comune, che preveda interventi politici, atti istituzionali, mobilitazioni e sostegno agli inquilini in difficoltà. Costruiamo questo progetto. Non spendiamo il tempo a chiederci chi è più bravo a opporsi al sistema brutto e cattivo. O ancora, come PS stiamo creando una piattaforma in cui far lavorare in rete e in maniera coordinata gli attori della migrazione, per dar loro più voce, più forza. E tutta la Sinistra penso debba partecipare. Perché prima dell’interesse di partito, c’è l’interessa sul tema, e più siamo, più siamo forti.

“Casa progressista” vuole essere, in questo senso, un cantiere. Se la casa sarà abbastanza solida da sostenerlo, poi parleremo del tetto. Così come un’eventuale collaborazione elettorale. Guardate le ultime 2 o 3 tornate. Alleanze composte e scomposte, senza continuità. Non è questo il mio modello, ho l’ambizione di lavorare a qualcosa che vada oltre la scadenza elettorale. E ciò non significa non parlare di alleanze elettorali tra partiti, che ammettiamolo: sono fondate su interessi contingenti più che su visioni. Ma chiedo un favore: non si strumentalizzi il bisogno di unità per meri calcoli elettorali. Lo si dimostri, lo si realizzi, non lo si predichi. Il PS c’è.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 

Fabrizio Sirica è copresidente del PS Ticino


Luca Steinmann – La nuova guerra in Medio Oriente e il tragico prezzo pagato dal Libano

Washington e Gerusalemme combattono lo stesso nemico ma non la medesima guerra 

Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music