Un film sottratto alla (auto)censura

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

La storia di “Gaza: Doctors Under Attack” (62’) illustra quanto siano potenti le pressioni e i ricatti del Governo israeliano (e del suo alleato USA) che continua impunito ad accanirsi contro specifiche categorie professionali attive a Gaza: il personale sanitario e i giornalisti, professioni che dovrebbero essere protette dal Diritto internazionale umanitario.

Il film mostra la distruzione sistematica delle infrastrutture ospedaliere e l’uccisione mirata del personale medico e delle loro famiglie da parte dell’esercito israeliano, una situazione già descritta in un rapporto delle Nazioni Unite del 2024, così come in rapporti di varie ONG indipendenti. La proporzione dei sanitari uccisi dall’IDF – l’esercito israeliano che si autodefinisce “il più etico del mondo” – non si conosce ancora con esattezza, ma è stimata tra 1.61 e 6 volte maggiore rispetto a quella della popolazione civile, che a sua volta è già enorme (ad oggi, sono circa 1700 le vittime accertate in questo settore, inferiori per proporzione, solo a quelle dei giornalisti) – qui lo studio).

La storia del documentario è interessante in sé. La radiotelevisione pubblica britannica BBC – un tempo modello indiscusso di etica giornalistica ma oggi soggetta a pressioni da una violenta frazione della destra populista nel suo consiglio di amministrazione – ha commissionato il lavoro al produttore Ben de Pear, ma la sua programmazione prevista nei primi mesi del 2025 è stata ritardata a più riprese. Ufficialmente “per sottoporlo a un rigoroso fact-checking”, che il reportage ha puntualmente superato, ma la direzione della BBC ha infine deciso di non mandarlo in onda, perché “avrebbe potuto essere accusata di parzialità”. Posizione contestata con una lettera aperta rivolta alla BBC da 600 personalità del mondo culturale, con Susan Sarandon in testa, pubblicata dal quotidiano The Guardian in cui si ribadisce che: “…la BBC viene meno al suo impegno di informare il pubblico, viene meno alla sua responsabilità giornalistica di riportare la verità e viene meno al suo dovere di tutela nei confronti di questi coraggiosi collaboratori.”

Il documentario è comunque stato diffuso da Channel4 che ha riacquistato i diritti dal produttore Ben de Pear. Per quest’ultimo, più delle 40 pagine del fact checking della BBC, conta il fatto che nei mesi successivi alla diffusione su Channel 4 (vista da circa un milione di spettatori), il Governo israeliano non ha potuto smentire né attaccare il film. La documentazione delle violazioni del diritto umanitario (attacco a ospedali, detenzioni arbitrarie, torture) avrebbe dovuto suscitare non solo indignazione ma misure concrete. Nei fatti, invece, i nostri governi le accettano, privilegiando, come ha detto alle Camere il Capo del Dipartimento dell’economia Guy Parmelin in una frase rivelatrice, “il tener conto dei multipli interessi in gioco”, e continuando a commerciare con Israele per armi e tecnologie a doppio uso.

“Gaza: Doctors Under Attack” descrive la straziante persecuzione dei sanitari a Gaza ma ricorda anche l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre e ne mostra le immagini che sono e rimangono angoscianti. È un film che dovrebbe rompere il muro di indifferenza di molti politici del campo borghese che – tranne in qualche notevole eccezione – sono spaventati dall’accusa di antisemitismo di cui abusa chi nega la realtà dei fatti. Politici che rinunciano così alla difesa dello stato di diritto, dei suoi valori, e delle istituzioni internazionali come l’ONU, l’UNWRA e le organizzazioni umanitarie.

Il produttore Ben de Pear fa sapere che tiene il voluminoso fact checking della BBC a disposizione di tutte le direzioni radio-TV che volessero mandare in onda il documentario. La proiezione è organizzata dalla SHWAG (Swiss Healthcare Workers Against Genocide, un’associazione di sanitari attiva nella denuncia della situazione a Gaza, e che si impegna per rompere il silenzio dei media e l’ignavia dei politici a riguardo, impressionante soprattutto in Svizzera tedesca). L’evento si terrà al Cinema Forum di Bellinzona, sabato 7 marzo, alle 16.00; speriamo che si iscrivano, oltre ai politici ancora esitanti, anche i responsabili dei nostri media per testimoniare su come viene perseguitata un’intera popolazione privandola sistematicamente di cure mediche oltre che di cibo, di acqua e di case.

Si consiglia l’iscrizione tramite il sito (posti limitati). Il documentario è in inglese con sottotitoli in francese, dura 62′ e sarà seguito da una tavola rotonda con Giacomo Lombardi di MSF, l’Avvocato Marco Mona, ex procuratore pubblico e esperto di giustizia riparativa, l’Avvocata Irène Wettstein, autrice della denuncia di Ignazio Cassis alla Corte Penale Internazionale. Modera Michele Galfetti, presentatore di “Falò” (RSI). Seguirà un dibattito con il pubblico nella sala (aggiornamenti sul sito qui sopra). L’evento sarà anche occasione per una raccolta fondi destinata ad aiuti per gli abitanti della striscia, attraverso le ONG ancora attive sul posto.

Delta Geiler Caroli è giornalista, Pietro Majno-Hurst medico e vicepresidente dell’Associazione Swiss Healthcare Workers Against Genocide
Nell’immagine: era un ospedale


L’incubo della guerra cieca

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Se ogni guerra è sbagliata a modo suo, il conflitto che infiamma il Golfo con una virulenza senza precedenti ha le sue particolarità: non conviene a nessuno e non ha un punto di caduta comprensibile. Non conviene a chi muore, a chi perde la casa, a chi deve nascondersi nei rifugi (se ci sono), ovviamente. Ma le guerre, tanto più in luoghi così decisivi per il destino globale, non si fermano ai confini violati e bombardati. Si espandono come una macchia di petrolio. Richiuderle nel barattolo è impresa impossibile.

L’aggressione degli Stati uniti e Israele all’Iran sta trascinando interi popoli sul baratro. Lo sanno le monarchie del Golfo che, al momento, hanno optato per una reazione difensiva ai missili iraniani. Non durerà a lungo se il fuoco proseguirà intenso. Negli anni passati, pur partendo da posizioni e reti di alleanze opposte, i paesi sunniti hanno lavorato a una normalizzazione più concreta con Teheran, consapevoli che una destabilizzazione grave avrebbe messo a rischio la tenuta delle loro società ed economie: la presenza di comunità sciite tradizionalmente marginalizzate (il che ha condotto in più di un’occasione a proteste interne e successiva repressione), la necessità di salvaguardare l’immagine di isole stabili e «moderne» in una regione conflittuale, la dipendenza dall’economia globale hanno spinto i regnanti sunniti a una posizione «moderata» verso Teheran e, da mesi, a premere su Washington perché non cedesse al canto delle sirene israeliane.

Non conviene al popolo iraniano, sfibrato da 47 anni di Repubblica islamica ma che sa che i conflitti incattiviscono i regimi, ingigantiscono la paranoia, la sorveglianza e la repressione. Non è un caso che, dieci anni fa, sbocciò la speranza di un reale riformismo interno grazie all’apertura al mondo promessa dall’accordo sul nucleare siglato tra Teheran e l’Occidente. Dopo la rottura voluta da Trump, l’Iran è tornato alla nota modalità regressiva, dominato da falchi oltranzisti.

E infine non conviene agli Stati uniti, palesemente privi di una strategia. L’unico interesse che sembra servire è permettere a Israele di farsi forza egemone in Asia occidentale, secondo una visione messianica radicata dall’ultradestra del premier Netanyahu e sposata dall’amministrazione Usa non tanto per effettiva convenienza interna quanto per vicinanza ideologica – il nazionalismo suprematista e isolazionista che vive dell’allargamento dei propri confini, fisici e politici. Se Netanyahu vuole fare bingo – il regime change in Iran -, Trump ricorre a una strategia nota: l’uso della forza per costringere gli avversari in ginocchio e farne vassalli economici e politici. Non a caso non ha quasi mai nominato Reza Pahlavi come potenziale leader: ieri lo ha scacciato come una mosca fastidiosa per poi aggiungere di aver eliminato «molte persone» che aveva in mente per la successione. Nel caos senza strategia, a guidare la guerra è l’idea folle di avere abbastanza forza per richiudere il barattolo.

Nell’immagine: preparazione di fosse comuni in Iran dopo l’attacco israeliano-statunitense


Chi è Mojtaba Khamenei, l’erede prediletto dell’ayatollah sostenuto dall’ala dura dei pasdaran

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Farnaz Sabet, analista iraniano, prova a stemperare la cupezza con una battuta: «Se la notizia fosse confermata, questa sarebbe un’interessante ironia per l’Iran: sia la Repubblica Islamica che la sua principale opposizione avrebbero uno spirito monarchico».

La nomina di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali, come nuova guida suprema dell’Iran darebbe in effetti alla teocrazia una virata dinastica, assimilandola al sistema contro cui è nata e ha sempre detto di volersi battere, quello dello Scià. Una trasmissione del potere familiare e clanica, simile a quella che Hezbollah tentò dopo la morte di Nasrallah nominando nuovo leader suo cugino Safi al Din, anche lui poi ucciso dagli israeliani.

La vita e la carriera di Mojtaba Khamenei, 57 anni, secondogenito e figlio prediletto di Ali Khamenei, si sono fatte nell’ombra, nel deep state iraniano legato all’ala più dura dei pasdaran e degli apparati di sicurezza e repressione. La sua ascesa al rango di rahbar segnerebbe la vittoria di una nuova generazione ultraradicale sulle macerie della guerra.

Mojtaba è cresciuto uscendo pochissimo dall’Iran, quasi non si hanno notizie di suoi viaggi all’estero. A 17 anni entrò nel corpo dei Guardiani della rivoluzione combattendo nella guerra Iran-Iraq in un’unità molto ideologica fondata da un comandante, Ahmad Motevaselian, noto per il suo antisemitismo, e poi in un battaglione i cui membri diventeranno parte della destra radicale della Repubblica islamica.

Dopo la guerra, studia nel seminario sciita di Qom per poi tornare a Teheran e lavorare nell’ufficio della Guida Suprema – ovvero sotto la direzione di suo padre – una struttura che ha finito poi per guidare. Da quella posizione ha costruito la sua rete di influenza tra le Guardie della rivoluzione e di affari all’estero: secondo una recente inchiesta di Bloomberg, a lui farebbe capo un piccolo impero immobiliare tra Londra e altri capitali occidentali.

Nel 2005, si schierò con Ahmadinejad, allora il candidato più conservatore, e fu tra i registi della repressione dell’Onda verde, il movimento riformista che si opponeva alla sua rielezione denunciando i brogli. Un ruolo che ha assunto anche in altre ondate di manifestazioni, come nel 2019, durante la rivolta per il caro carburanti, indirizzando la repressione.

Della sua cerchia ristretta fanno parte religiosi fondamentalisti come Alireza Panahian e Mohammad Qomi che si oppongono ad aperture sociali e culturali che intacchino i capisaldi ideologici della rivoluzione islamica e vedono il liberalismo occidentale come come nemico. L’opinione di molti osservatori iraniani è che, se venisse davvero eletto leader, non sarebbe un autocrate pragmatico desideroso di avviare il Paese verso un nuovo corso, ma un fedele prosecutore della linea dura di suo padre, e anche di più.

Nell’immagine: Mojtaba Khamenei


«Fanculo Maga», l’ira dell’estrema destra tradita dalle promesse di «pace»

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

Di Leonardo Bianchi, il manifesto

Con l’aggressione all’Iran, e l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, Donald Trump è diventato il presidente statunitense dell’era moderna che ha sganciato più bombe su più paesi. Secondo Axios, in poco più di un anno Trump ha colpito ben sette nazioni diverse e ha ordinato più attacchi aerei rispetto all’intero mandato di Joe Biden.

QUESTA EVIDENZA non solo si scontra con la mitologia del «presidente della pace», ma manda completamente in frantumi la promessa isolazionista che è sempre stata alla base della piattaforma Maga (lo slogan trumpiano Make America Great Again).

Come aveva detto durante la scorsa campagna elettorale Tulsi Gabbard, l’attuale direttrice dell’intelligence nazionale, con Trump «le guerre finiscono e non iniziano». A differenza dei democratici e dei neoconservatori, sosteneva la vulgata, Donald The Dove («Donald la colomba») non avrebbe lanciato «guerre infinite» in Medio Oriente con i soldi dei contribuenti: si sarebbe preoccupato soltanto degli statunitensi e del loro benessere.

La propaganda sull’America First si è però scontrata con l’interventismo bellico della seconda amministrazione, che ha causato una lacerazione piuttosto profonda all’interno del mondo conservatore. Se la corrente dei neocon è tendenzialmente favorevole a una guerra con l’Iran, diverse voci autorevoli all’interno del mondo Maga se la stanno apertamente prendendo con Trump – una cosa impensabile solo fino a poco tempo fa.

Tucker Carlson, un popolare ex conduttore di Fox News che è considerato il barometro dell’estrema destra statunitense, ha detto in un’intervista a Abc News che l’attacco è «assolutamente disgustoso e malvagio». Il giornalista, che nell’ultimo mese è stato ospite alla Casa Bianca per ben tre volte proprio per convincere Trump a non lanciare un’operazione militare contro l’Iran, ha poi aggiunto che questa guerra «cambierà profondamente» gli equilibri interni statunitensi.

L’EX DEPUTATA ultratrumpiana Marjorie Taylor Greene, che si è dimessa dalla Camera lo scorso gennaio, ha scritto su X che bombardare l’Iran «non abbassa l’inflazione né il carovita». In un altro post ha definito l’amministrazione Trump «un branco di fottuti bugiardi malati» perché «tutti noi abbiamo fatto campagna elettorale contro nuove guerre all’estero e contro i cambi di regime».

Erik Prince – fondatore della compagnia di mercenari Blackwater – ha dichiarato durante una puntata di War Room, il podcast di Steve Bannon, che l’attacco «scoperchierà un bel vaso di Pandora» e che comunque «non è coerente con i principi Maga».

L’influencer estremista e complottista Jack Posobiec, dal canto suo, ha ricordato che l’attivista Charlie Kirk era contrario ad un’eventuale guerra contro l’Iran e «ci aveva detto che le nuove generazioni sono più interessate alla politica interna che ai conflitti internazionali, e non possiamo dimenticarlo nell’anno delle elezioni di metà mandato».

Anche diversi podcaster e creator della manosfera, la rete online informale che riunisce comunità misogine e antifemministe, hanno preso le distanze dall’avventurismo estero dell’amministrazione. I gemelli Kevin e Keith Hodge, autori del podcast Hodgetwins, hanno criticato i bombardamenti scrivendo su X che «liberare il popolo iraniano non è il motivo per cui abbiamo votato Trump».

Le critiche più feroci sono arrivate dall’ala radicale della destra statunitense, che già da tempo si sta preparando per lo scenario post-Trump. L’influencer Candace Owens ha ribattezzato l’operazione congiunta Usa-Israele «Operazione Epstein Fury» (un gioco di parole tra il nome ufficiale Epic Fury e il finanziere pedofilo) e richiamato teorie del complotto antisemite, scrivendo che «i goyim muoiono sempre affinché la mafia khazara possa espandere i propri confini».

Lo streamer antisemita Nick Fuentes ha detto che l’attacco all’Iran era sempre stato parte del piano, deridendo chi credeva che la politica estera di Trump sarebbe stata diversa rispetto a quella dei suoi predecessori.

FUENTES ha poi invitato i suoi seguaci a non votare per i repubblicani alle prossime elezioni di metà mandato. «Devono perdere, devono schiantarsi al suolo e bruciare», ha spiegato durante una diretta. «Solo un fuoco purificatore può salvarci. Questa roba non si può aggiustare. Fanculo ai repubblicani. Fanculo Trump. Fanculo Maga».

Nell’immagine: Tucker Carlson


Esercito inutile e dannoso

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

“Abbiamo perso la pazienza” è il lamento lanciato dall’Associazione delle società militari svizzere (ASM), che nell’ultima assemblea chiede più soldi per finanziare il riarmo. I vertici militari non mancano di arroganza e di supponenza.

Il Parlamento, che su proposta del Governo sta tagliando su tutto, ha appena concesso 4 miliardi di franchi supplementari all’esercito. Ma non bastano. “In realtà, abbiamo bisogno di 60 miliardi di franchi entro il 2040 unicamente per l’equipaggiamento e le munizioni, senza parlare del riarmo”, dichiara il presidente dell’ASM, colonnello Stefan Holenstein, in un’intervista a Le Temps. (25.2.26)

Senza questi soldi, dice il colonnello, non saremo pronti nel 2028, la data in cui i servizi di informazione civili e militari prevedono l’attacco della Russia a un altro territorio europeo.

Riecco la bufala: Putin fatica a occupare il Donbass, ma sarebbe pronto a conquistare il resto dell’Europa. A parte questi deliri, necessari in Europa per giustificare il bellicismo e il riarmo, Holestein delinea una situazione disastrosa dell’esercito svizzero. Un terzo dei sistemi militari non sono operativi, su quattro battaglioni d’artiglieria, solo uno è pronto. Su sei battaglioni di carri armati, solo due funzionano. Su 17 battaglioni di fanteria, solo sei sono impiegabili. “Sono cifre conosciute da anni” afferma serafico il colonnello. Un esercito sconfitto in partenza.

Domanda: ma cosa ha fatto l’esercito dei miliardi ricevuti nei decenni scorsi? Il quasi generale Süssli, scappato a gambe levate con la sua ministra Viola Amherd, cosa ha combinato in questi ultimi anni?

Ripetiamolo ancora una volta: per avere un esercito a pezzi, come lo descrivono i caporioni militari, tanto vale farne a meno. Facciamo come il Liechtenstein, viviamo in pace senza esercito e usiamo le decine di miliardi risparmiati investendo in formazione e ricerca, così la Svizzera farebbe un balzo avanti a favore di tutta la popolazione. Si dirà: ma c’è la guerra in Europa, anche la Svizzera deve fare la sua parte. Invece no, possiamo ragionare in modo controintuitivo e ricorrere al pensiero laterale: mentre tutti si riarmano, noi disarmiamo. Facile da fare, visto che metà dell’armata è già a pezzi. E, ricordiamolo, il quasi generale Süssli ha spiegato che, in caso di guerra, la Svizzera in quindici giorni sarebbe spacciata.

Morale: l’esercito è inutile!

L’esercito non è solo inutile, è anche dannoso. In questi ultimi giorni vengono rilanciati e discussi studi recenti che rivelano, o confermano, che durante l’ultima guerra il generale Guisan era pronto a sacrificare la popolazione civile per garantirsi la sopravvivenza nel ridotto nazionale. Il ridotto nazionale è ormai un mito frantumato, come l’esercito. La Svizzera non poteva essere difesa militarmente: “Da tre a un massimo di cinque giorni, secondo il capo di stato maggiore Jakob Huber, e le truppe tedesche controllerebbero l’altopiano”. (Erich Keller Wochenzeitung 20.11.25).

Anche lo storico Jakob Tanner conferma che “la narrazione secondo cui il piccolo stato neutrale era sopravvissuto con sicurezza a una fase di minaccia grazie alla sua resistenza militare in una fortezza alpina (il Ridotto)” è “una bugia nazionale”.

La retorica sull’importanza dell’esercito nella seconda guerra mondiale sta svanendo. Ci credono solo Blocher e la NZZ. Gli storici hanno chiarito che la Svizzera si è salvata grazie al collaborazionismo con la Germania nazista. Ha acquistato l’oro rubato dai tedeschi per centinaia di milioni di franchi. Ha fornito alla Germania macchine utensili e prodotti high-tech. Ha esportato armi, così l’esercito svizzero non aveva più carri armati. In cambio delle esportazioni, la Svizzera ha ricevuto molti beni, materie prime, fonti energetiche, sostanze chimiche.

Altro che neutralità: interessata sudditanza ai nazisti e “la barca è piena” per gli ebrei e i profughi che chiedevano asilo.

L’articolo di Jakob Tanner, sul Tages Anzeiger, (21.2.26) è titolato “Ciò che la Svizzera deve imparare dal suo passato”. Ecco, la prima cosa è non credere e non assecondare le bugie dei vertici militari, bensì contrastarle.

Nell’immagine: un bunker astutamente camuffato sullo Jaunpass


Non si libera un popolo con le bombe

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio Paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan. Chi mi conosce sa da che parte sono sempre stato.

Sono nato nel 1956 e porto addosso i segni di una storia che non concede sconti. All’inizio degli anni Ottanta ho scelto di lasciare l’Iran per proseguire i miei studi all’estero, portando con me il bagaglio di una militanza attiva nelle fila del Tudeh.

Ero convinto – come molti della mia generazione – che la rivoluzione fosse una risposta legittima all’imperialismo e alla dittatura dello Scià, un modo per riscattare un popolo ridotto a pedina delle potenze straniere. Credevamo in un Iran finalmente sovrano e indipendente. La storia ha poi imboccato sentieri diversi, spesso tragici, ma una cosa non è cambiata in questi quarantasette anni di distacco: la convinzione che nessun popolo si liberi sotto le bombe o sotto l’assedio economico. L’idea che l’Occidente possa “educare” una nazione attraverso la punizione collettiva è un crimine logico prima che politico. Le sanzioni sono una guerra invisibile che non scalfisce il potere, ma divora il futuro dei lavoratori, dei malati e degli studenti.

Oggi, di fronte all’ennesima aggressione, vedo riattivarsi un copione osceno: una narrazione monocromatica, alimentata da precisi centri di potere e lobby geopolitiche, che riduce l’Iran a un bersaglio astratto, deumanizzandone il popolo per giustificarne la distruzione.

Non difendo la Repubblica Islamica; non l’ho mai fatto. Ho sempre difeso, invece, i valori originari della rivoluzione: libertà, indipendenza, giustizia sociale. Proprio per questo rifiuto con forza l’equazione tossica che sovrappone il regime al popolo: l’Iran non si esaurisce in Khamenei, nei Pasdaran o Bassiji.

È una società pulsante, complessa e stremata dall’essere ridotta a terreno di scontro simbolico tra imperi. Sebbene la mia vita si sia snodata all’estero, il mio sguardo non ha mai abbandonato quella terra. Osservo ogni protesta e ogni repressione con la lucidità di chi ha visto troppe illusioni naufragare per poterne alimentare di nuove.

La verità è lineare: ogni aggressione esterna è linfa vitale per il potere interno. Ogni missile si trasforma in propaganda, ogni sanzione in alibi, ogni minaccia in una giustificazione per stringere il cappio della repressione. Non è un’opinione, è la lezione della storia: l’assedio non genera democrazia, ma “Stati-fortezza”.

In questo scenario, una parte della diaspora iraniana alimenta il problema rifugiandosi in una nostalgia mitizzata, dipingendo un passato pre-rivoluzionario idilliaco che non è mai esistito nei termini di giustizia sociale che oggi rivendicano. È una mitologia pericolosa che serve solo a barattare una sottomissione con un’altra: cambiare padrone non è mai stata liberazione.

Il vero nodo della questione è un paradosso: il sistema iraniano è militarmente solido ma socialmente fragile. Possiede apparati e controllo, ma ha smarrito la fiducia delle nuove generazioni.

La società iraniana è già “oltre” la Repubblica Islamica: lo è nei costumi, nella cultura, nelle aspirazioni profonde. Le donne e i giovani lo dimostrano ogni giorno, rendendo lo scarto tra Stato e nazione il vero punto critico del futuro.

Ma la lucidità impone onestà: non esistono scorciatoie geopolitiche. L’alternativa non può essere il falso dilemma tra teocrazia e bombardamenti, né tra i Pasdaran e una monarchia restaurata. La vera svolta risiede in una trasformazione interna, complessa e necessaria, che porti a uno Stato laico, al pluralismo politico, alla giustizia sociale e a una riconciliazione nazionale che non scada nella vendetta. Questo processo non si innesca con i droni o con gli slogan della diaspora, ma si coltiva nelle crepe che già attraversano la società. La libertà non è un pacchetto consegnato dall’esterno, è una conquista della coscienza collettiva.

Appartengo a una generazione che ha creduto nella rivoluzione come un atto immediato, una rottura violenta e definitiva.

Oggi, con il senno della maturità, so che la vera rivoluzione è un processo lento, carsico: è culturale, sociale, morale. Significa liberarsi, prima di tutto, dalla logica dell’assedio, dall’odio e dalla propaganda che trasforma gli uomini in bersagli.

Di fronte all’aggressione attuale, la mia posizione è netta: non sto con i missili e non sto con i fanatici. Sto con la gente comune, con chi studia, con chi lavora e con chi resiste al desiderio di fuggire; sto con chi si rifiuta di morire per decisioni prese a Washington, a Tel Aviv o nei palazzi di Teheran.

Oggi, a quasi settant’anni, ho visto crollare ideologie che si pretendevano eterne. Ho imparato che la libertà non nasce dal fragore delle armi, ma dalla dignità quotidiana delle persone. Il futuro dell’Iran non appartiene ai generali né ai lobbisti, ma a un popolo che, prima o poi, chiederà conto a tutti: ai propri governanti e a chi, dall’esterno, ha cinicamente giocato con il suo destino.

Il mio non è lo sguardo di un nostalgico o di un propagandista, ma di un uomo che attraversa la storia iraniana con dolore, lucidità e un’ostinata speranza.

Nell’immagine: un campo di zafferano in Iran


Bandiera russa alle Paralimpiadi? Quando la politica perde la bussola

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Nell’Italietta meloniana e olimpica succede proprio di tutto. Mentre la presidente del Consiglio sogna un’improbabile grandeur alla quale i francesi, con buona pace di Emmanuel Macron, sembrano avere rinunciato, non si salva neppure il Festival di Sanremo, che segna una sonora débâcle. Una media di due milioni e mezzo di telespettatori in meno rispetto all’edizione 2025.

Del resto, il Festival è diventato ormai un suk dove a dominare sono gli interessi, il marketing, le sponsorizzazioni, la scadente qualità artistica. E gli incidenti di percorso, come quello della prima serata, 25 febbraio, quando sul led dietro al palco è comparso a caratteri cubitali lo svarione ortografico “Viva la Repupplica”, accompagnato da una celebre foto storica legata al risultato del referendum del 2 giugno 1946, che ritrae la prima pagina del quotidiano “l’Unità”. Ebbene, qualche zelante funzionario della RAI ha fatto taroccare l’immagine oscurando la testata del giornale comunista. Robe da matti.

Tuttavia, il Festival ha avuto una sua indiscussa e splendida “regina”. Gianna Pratesi, combattiva donna di 105 anni di Chiavari, ha incantato il pubblico in sala all’Ariston e i telespettatori ricordando con emozione quel 2 giugno di ottant’anni fa, che sancì la fine della monarchia. Le donne votarono per la prima volta e lei c’era, naturalmente scelse la repubblica.

Ma a tener banco, in questa logora repubblica italiana (non oso ripetere il solito stereotipo di “repubblica delle banane”) è ora di nuovo il tormentone dei tanto celebrati Giochi invernali Milano-Cortina 2026. Non quello relativo ai costi esorbitanti e ai lavori non conclusi (naufraghi.ch del 4 febbraio 2026), ma la decisione dell’IPC, International Paralympic Committee, di ammettere alle Paralimpiadi, che si apriranno il 6 marzo all’Arena di Verona, atleti russi e bielorussi con diritto alla bandiera e, in caso di conquista di medaglie, all’inno nazionale.

A loro, l’altro braccio dei Giochi, il CIO, Comitato olimpico internazionale, aveva sì concesso la partecipazione alle Olimpiadi, aperte il 6 febbraio allo Stadio di San Siro di Milano e concluse con una spettacolare cerimonia proprio all’Arena di Verona il 22, ma senza identità nazionale, ossia come “atleti individuali neutrali”, così definiti nell’orrendo linguaggio burocratico dell’organismo sportivo. 

Niente bandiera, niente inno: una misura legata alle sanzioni sportive adottate dopo l’invasione russa dell’Ucraina decisa dal Cremlino sotto la guida del presidente Vladimir Putin, come del resto era avvenuto alle Olimpiadi estive di Parigi nel 2024. Nessuno però si è sognato di adottare la stessa misura nei confronti degli atleti israeliani per protestare contro lo sterminio di Gaza voluto da Benjamin Netanyhau, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, al pari di Putin.

La scelta del Comitato paralimpico ha acceso una polemica politica e diplomatica senza precedenti. Da Kiev il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato che l’Ucraina diserterà per protesta la cerimonia d’apertura, pur senza rinunciare alle gare. In fibrillazione anche il mondo politico e governativo. Dal sindaco di Milano Beppe Sala ai ministri degli Esteri e dello Sport è un coro unanime di disappunto: russi e bielorussi partecipino come atleti individuali neutrali – dicono – senza diritto alla bandiera e all’inno; perciò, il Comitato paralimpico faccia un passo indietro. Il presidente dell’ICP, Andrew Parson, da parte sua, ha difeso la linea, sostenendo che la delibera dell’Assemblea è definitiva.

E nelle felpate stanze del Quirinale che cosa succede? L’imbarazzo è grande, di fronte alla crescente contrarietà di diversi Paesi, che stanno annunciando l’assenza di loro rappresentanti alla cerimonia dell’Arena. Lo staff del presidente sta studiando le mosse da fare, cercando di salvare capra e cavoli. Basso profilo partecipativo senza enfasi patriottiche. 

Una cosa è certa: non ci sarà un ricevimento d’onore come quello tenutosi al Palazzo Reale di Milano alla vigilia dell’apertura delle Olimpiadi, dove Sergio Mattarella, maestro dell’equilibrismo, e Giorgia Meloni hanno dato manifestazione dell’orgoglio nazionale di fronte a teste coronate e capi di stato e di governo.

Ma una riflessione profonda, di fronte a questo caso, è d’obbligo, a costo di apparire, nel contesto della insopportabile querelle mediatica che ci tormenta da quattro anni, filo-putiniani. Non è una questione diplomatica. È una questione squisitamente etica.

Una bandiera non rappresenta un governo, che cambia secondo le maggioranze politiche. Un inno non è la voce di un capo di stato, che non rimane in carica a vita. Bandiera e inno nazionale sono stratificazioni di storia, cultura, lingua, memoria collettiva. Sono la voce di un intero popolo.

Oscurarli significa trasformare il podio in un luogo di ammonimento geopolitico. È una scelta che non indebolisce i poteri, non cambia le strategie, non accorcia una folle guerra che è già costata centinaia di migliaia di morti, militari e civili. Colpisce soltanto il simbolo più visibile, gli atleti che non decidono nulla.

In ultima analisi, la decisione paralimpica appare coerente con lo spirito olimpico. Riconoscere l’identità nazionale degli atleti russi e bielorussi significa sottrarsi alla logica della contrapposizione e della ritorsione, e ricordare che esiste un altro livello, in cui gli esseri umani si incontrano senza armi e senza odio. Lo sport – come la musica e la cultura in tutte le sue espressioni – è, per natura, un ponte: tiene insieme ciò che la guerra e la cattiva politica spezzano, in un mondo sempre più diviso.

Nell’immagine: cosa rappresentano le bandiere?


La furia iraniana: raffinerie, impianti gas e petroliere, i Pasdaran incendiano le rotte energetiche

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

Di Domenico Agasso, Nello Del Gatto, La Stampa

Nel terzo giorno dell’operazione “Epic Fury-Ruggito del Leone” l’Iran intensifica la controffensiva e allarga il raggio degli attacchi, puntando a coinvolgere numerosi Paesi arabi. Missili balistici, droni e razzi attraversano i cieli del Golfo, puntando Israele e obiettivi statunitensi, raffinerie, impianti del gas, petroliere, contro un arco di monarchie sunnite che ospitano basi e assetti occidentali. Il Medio Oriente va in fiamme.

La scelta è politica prima ancora che militare: trascinare nel conflitto gli Stati della regione alleati di Washington, alzare il prezzo della loro cooperazione con gli Usa, spingere la regione verso una polarizzazione che renda impossibile ogni neutralità.

Ma anche Teheran è messa a ferro e fuoco da centinaia di bombe dell’Idf, mentre tutto il Paese è investito da raid condotti da Israele e Stati Uniti. L’aviazione israeliana bersaglia il quartier generale politico, sedi della pubblica sicurezza e stazioni di polizia, sistemi antiaerei. La capitale è al buio. Esplosioni sono state segnalate nei pressi dell’impianto nucleare di Isfahan, dove il regime nasconde le sue scorte di uranio arricchito al 60%. Anche l’impianto di Natanz sarebbe stato sotto attacco. Secondo la Mezzaluna Rossa locale si contano almeno 555 morti in Iran da sabato. Il segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale Ali Larijani, nuovo uomo forte del Paese, tuona: l’Iran «non negozierà», è pronto a «una guerra lunga». In un messaggio su X scrive: «Difenderemo fieramente noi stessi e la nostra civiltà antica di 6mila anni e faremo pentire i nemici dell’errore di calcolo». I Pasdaran assicurano di avere abbattuto «500 obiettivi». E avvertono che gli Usa «non saranno più al sicuro».

Si contano e verificano le vittime nella leadership del Paese: la morte dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad è ancora avvolta dall’incertezza; mentre è stato confermato che la moglie di Ali Khamenei, Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh, è deceduta dopo essere rimasta ferita nei raid di sabato. E si guarda con particolare attenzione all’Ayatollah Alireza Arafi, 65 anni, secondo vice presidente dell’Assemblea degli Esperti, il religioso favorito per la successione di Khamenei: si rincorrono voci sulla sua possibile uccisione.

La rappresaglia dei Pasdarano si manifesta anche con un drone programmato contro la raffineria di petrolio di Ras Tanura, in Arabia Saudita. Mentre in Qatar le difese aeree sono entrate in azione per neutralizzare velivoli diretti verso siti sensibili operativi a Ras Laffan, dove si trova il più grande impianto al mondo, e Mesaieed.Doha risponde abbattendo due caccia di Teheran. Risultato: Qatar e Arabia Saudita chiudono i loro principali impianti di gas naturale liquefatto (Gnl) e petrolio.

In Kuwait arriva una pioggia di missili che colpisce aree industriali e infrastrutture energetiche, con danni a una raffineria e a una centrale elettrica. In Bahrein detriti di un ordigno intercettato precipitano su un’area portuale provocando un incendio e vittime tra i lavoratori. In Oman la petroliera Mkd Vyom è stata attaccata da un’imbarcazione carica di esplosivo: ha perso la vita un membro dell’equipaggio.
Riad, Manama, Amman, Doha, Kuwait City e Abu Dhabi, finite sotto il fuoco iraniano, in un documento congiunto con Washington affermano «il diritto di autodifesa», evocando una «rappresaglia».

In Israele, il terzo giorno di guerra è ancora scandito da allarmi e boati frequenti. Anche se, a differenza della prima, le notti trascorrono tranquillamente. Ma gli effetti del conflitto si vedono: ieri 19 persone sono rimaste ferite dopo che un missile balistico iraniano ha colpito Beersheba, nel sud. Anche qui, come a Beit Shemesh e Gerusalemme nei giorni scorsi, gli effetti sono devastanti: strutture crollate, strade divenute crateri, fiamme e fumo. Domenica sera un missile iraniano che è riuscito a bucare la difesa israeliana si è abbattuto alle porte di Gerusalemme, su una delle vie d’accesso alla città, creando un’immensa voragine nel suolo. Alcuni veicoli che erano in transito vi sono caduti dentro. Sei i feriti. Nella città santa si continuano a udire boati fortissimi, che fanno tremare le finestre. Continuo l’appello a non lasciare i rifugi. Ieri è stata anche la giornata del lutto per le nove persone rimaste uccise a Beit Shemesh.

Un’inchiesta dell’Home Front Command ha rivelato che la maggior parte delle persone che si trovavano nel rifugio al momento dell’attacco è sopravvissuta, sebbene il missile abbia causato ingenti danni al “mikhlat”, mentre la maggior parte delle persone che hanno perso la vita si trovavano all’esterno. Netanyahu (e poi il presidente Herzog) si è personalmente recato a Beit Shemesh a estendere le sue condoglianze alle famiglie delle vittime, smentendo così la notizia diffusa da fonti iraniane che sarebbe stato vittima o ferito in un attacco.

Il premier ha affermato che l’attuale campagna Usa-Israele contro l’Iran mira «a liberarci dal tentativo di rinnovare le minacce esistenziali contro di noi, e l’abbiamo intrapresa anche per creare le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano si liberasse dal giogo della tirannia». Intanto l’esercito israeliano ha notato come ci sia stato un cambiamento nella natura e nel ritmo dei lanci di missili dall’Iran nel corso di questi tre giorni. Siamo passati da un sistema chiamato di fuoco “a goccia” in cui cioè venivano lanciati pochi missili alla volta ma a distanza temporale ravvicinata, a un sistema diverso, in cui i lanci avvengono a distanza anche di diverse ore (quindi con pause anche lunghe) ma con cui vengono lanciati molti missili contemporaneamente, anche fino a 30, questo per avere maggiori chance di “bucare” la difesa israeliana.

Nell’immagine: in Oman la petroliera Mkd Vyom è stata attaccata da un’imbarcazione carica di esplosivo 


L’attacco all’Iran presenta il suo conto al governo Netanyahu

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Il governo Netanyahu celebra i suoi successi militari e brinda all’uccisione, che si è attribuita con enfasi, della Guida suprema iraniana Ali Khamenei e di diversi esponenti di primo piano del governo di Teheran. «Durante questa operazione, abbiamo distrutto circa la metà delle riserve missilistiche del regime iraniano e impedito la produzione di almeno 1.500 missili aggiuntivi», ha dichiarato il portavoce dell’esercito Effie Defrin in un discorso trasmesso dalle tv israeliane. Poco prima il ministro della Difesa Israel Katz aveva previsto che gli attacchi contro l’Iran «continueranno finché sarà necessario» e non si fermeranno «prima che gli obiettivi siano raggiunti». L’obiettivo di Israele non è più fermare le ambizioni nucleari di Teheran (che ha sempre parlato di uso civile e non militare) e la produzione di missili balistici. Quello prioritario è il «cambio di regime».

Il premier Netanyahu – che oggi si è rivolto in farsi, grazie all’AI, agli iraniani – ritiene che bombardando non solo i siti militari ma anche il centro di Teheran, l’aeroporto, i centri commerciali, con civili uccisi, la popolazione iraniana si solleverà e abbatterà la Repubblica islamica e alla fine ringrazierà Israele e Stati Uniti. I comandi politici e militari sono con lui. Il Times of Israel riferisce oggi che durante un incontro del ministro Katz con il capo di Stato maggiore, Eyal Zamir, i vertici dell’esercito e funzionari della difesa, è stato valutato che l’uccisione di Khamenei, «rappresenta un punto di svolta» decisivo. «Speriamo che questa attività (i bombardamenti) porti al risultato che desideriamo, che il popolo iraniano riesca a rimuovere questo regime per sé, per noi e per il mondo intero», ha detto Katz.

Una valutazione che diversi analisti israeliani condividono solo in parte: l’uscita di scena di Khamenei, spiegano i più scettici, è importante da un punto di vista simbolico e mediatico però non provocherà il crollo della Repubblica islamica, ben organizzata ad ogni livello e che dalla sua parte ha milioni di cittadini iraniani e non solo la Guardia rivoluzionaria e la milizia Basij.

La valutazione israeliana secondo la quale l’Iran sarebbe in ginocchio militarmente si scontra con la realtà della scorsa notte e delle ultime ore che ha visto attacchi contro Israele e in tutta l’area del Golfo, dove l’esercito iraniano colpisce a ripetizione basi e installazioni militari statunitensi, dal Kurdistan iracheno fino all’Oman. Il paese più preso di mira è il Bahrain che ospita la Quinta flotta americana. In Israele e a Gerusalemme le sirene di allarme scattano in continuazione per l’arrivo di missili e droni lanciati da Teheran. La Guardia rivoluzionaria iraniana sta attuando una strategia che tiene sotto una pressione costante la popolazione israeliana e allo stesso tempo impegnate le difese aeree del paese. Lancia un solo missile o un drone ogni trenta minuti costringendo gli israeliani a restare nei rifugi e le forze armate ad usare più intercettori per un solo bersaglio. Ciò, nelle previsioni di Teheran, porterà all’esaurimento delle scorte di munizioni e razzi intercettori in tempi abbastanza rapidi. Un problema concreto affrontato da alcuni generali americani con Donald Trump.

L’offensiva scatenata ieri mattina comincia a costare vite umane anche in Israele.

Almeno otto israeliani sono stati uccisi da un missile caduto su Beit Shemesh. Nell’impatto sono rimaste ferite altre 20 persone, due sono in gravi condizioni. La scorsa notte una donna è stata uccisa a Tel Aviv sempre da un missile. 40 edifici sono stati danneggiati o distrutti e 200 persone sono state evacuate. Non sempre vengono rivelati i luoghi colpiti poiché le autorità israeliane hanno imposto un blackout mediatico sui risultati degli attacchi iraniani. L’esercito ha messo in guardia il pubblico e i giornalisti locali e stranieri dal pubblicare video delle vittime o dal rivelare l’ubicazione dei siti presi di mira.

Nell’immagine: soccorsi tra le macerie: un missile iraniano ha colpito una palazzina a Beit Shemesh, in Israele


Il cambiamento climatico è entrato nel nostro sangue, ed è un problema

Un documentario che rivela una realtà poco presa in conto dall’opinione pubblica e dalla politica, perché ci rifiutiamo di vederla, o perché se la vedessimo, ci sentiremmo obbligati ad agire – Di Delta Geiler Caroli e Pietro Majno-Hurst 

Di Giacomo Talignani, La Stampa

Fin quando non siamo coinvolti in prima persona la crisi del clima ci appare qualcosa di distante, complessa da percepire. Conosciamo i suoi effetti devastanti legati ad esempio agli eventi meteo estremi, come la mortalità dovuta dalle ondate di calore, le alluvioni o la siccità, ma ciò che è meno noto è che ora il global warming sta modificando anche il nostro corpo. Il cambiamento climatico infatti ci è ormai “entrato” dentro, nel sangue. Un nuovo studio del Kids Research Institute Australia, della Curtin University e dell’Australian National University (ANU) pubblicato su Air Quality, Atmosphere and Health racconta infatti come l’aumento dei livelli di anidride carbonica nel mondo sia rilevabile anche nel corpo umano, più precisamente nel nostro sangue. Si tratta di livelli di CO2 ancora bassi ma che – avvertono gli scienziati – nel giro di cinquant’anni potrebbero andare oltre ai limiti di sicurezza per la nostra salute.

Gli esperti si sono concentrati su un marcatore importante, ovvero il bicarbonato sierico, che è strettamente legato all’anidride carbonica presente nell’organismo. Analizzando gli esami del sangue della popolazione degli Stati Uniti i ricercatori hanno scoperto che i livelli medi di bicarbonato sierico sono aumentati del 7% dal 1999 al 2020 e, nello stesso periodo, sono invece diminuiti quelli di calcio e fosforo. Lo studio si basa sulle analisi del sangue di circa 7.000 persone effettuate ogni due anni tra il 1999 e il 2020. Un periodo di oltre vent’anni in cui nel mondo, a forza di bruciare combustibili fossili e produrre emissioni climalteranti, è accaduta una cosa: la costante crescita delle emissioni di CO2. Quando sono iniziati gli esami, nel 1999, le parti per milione (ppm) di CO2 in atmosfera erano circa 369. Per dare un altro valore di riferimento, quando nel 2003 è nata Greta Thunberg, una delle paladine della lotta contro la crisi del clima, eravamo a 375 ppm. Oggi, nel 2026, le parti per milione sono intorno a 430. I cambiamenti osservati nel sangue con l’aumento del bicarbonato sierico rispettano questa tendenza, l’aumento costante dell’anidride carbonica. Esattamente come per i modelli climatici, che indicano scenari critici per il surriscaldamento globale entro fine secolo, i rischi legati all’aumento cumulativo di CO2 nel corpo umano saranno “particolarmente rilevanti per i bambini e gli adolescenti” di oggi. Più saranno esposti alla CO2, più aumenteranno i valori di bicarbonato sierico.

“Ciò a cui stiamo assistendo è un graduale cambiamento nella chimica del sangue che rispecchia l’aumento dell’anidride carbonica atmosferica che sta provocando il cambiamento climatico” ha spiegato uno degli autori della ricerca, il professor Alexander Larcombe. Di fatto il bicarbonato sierico aiuta a regolare l’equilibrio acido-base dell’organismo: se la CO2 aumenta, l’organismo trattiene più bicarbonato per stabilizzare il pH nel sangue. Non è chiaro però come il corpo umano potrebbe reagire a livello fisiologico dopo una compensazione prolungata. In sostanza, spiega l’autore del paper, “se le tendenze attuali continuano, i modelli indicano che i livelli medi di bicarbonato potrebbero avvicinarsi al limite massimo dell’intervallo sano attualmente accettato entro 50 anni”. Parallelamente, sempre in mezzo secolo, potremmo assistere anche ai livelli minimi di calcio e fosforo, fatto che potrebbe avere conseguenze per la salute.

I ritmi attuali di crescita della CO2 sono ormai di circa 3 parti per milione l’anno e non è facile comprendere cosa accadrà né al Pianeta né alla salute umana con questi costanti livelli in aumento. Secondo gli esperti c’è infatti il rischio che i nostri corpi non si stiano adattando ai cambiamenti. “L’intervallo normale mantiene un delicato equilibrio tra la quantità di CO2 presente nell’atmosfera e il pH del nostro sangue, la nostra frequenza respiratoria e i livelli di bicarbonato nel sangue. Ma dato che la CO2 è ora più alta di quanto gli esseri umani abbiano mai sperimentato, sembra che si stia accumulando nei nostri corpi. Forse non riusciremo mai ad adattarci al punto che è di vitale importanza limitare i livelli atmosferici di CO2” ricorda Phil Bierwirth, geoscienziato ambientale e coautore dello studio. Nelle conclusioni della ricerca gli stessi ricercatori lanciano dunque un appello finale connotato però da scarsa speranza: “L’accumulo di CO2 nell’organismo è un problema importante che rappresenta un rischio per la salute della popolazione e una minaccia esistenziale per molte specie. Realisticamente, per mitigare questa minaccia imminente, è necessario lanciare immediatamente l’allarme. Purtroppo, al momento c’è però poca consapevolezza o propensione ad agire su questo tema”.