Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico
È possibile (anche se non già certo) che le bombe israelo-americane possano determinare quel “regime change” che Stati Uniti e Israele esibiscono ormai come obiettivo finale, ma di sicuro non imporranno quella “libertà” che viene generosamente offerta al popolo iraniano da Trump e Netanyahu dopo 7 anni di feroce teocrazia.
La decapitazione del vertice sciita con l’eliminazione della “guida spirituale” Alì Khamenei in sole 24 ore, la dimostrazione della debolezza militare e para-militare degli ayatollah, la conferma di una diffusa rete di spionaggio infiltratasi da anni nel paese, la contestazione di una parte importante della popolazione confermata dalle ultime sollevazioni soffocate nel sangue di una repressione senza precedenti, la prudenza persino verbale degli alleati di Teheran (Cina e Russia): tutto questo indica come sia concreta la possibilità di abbattere il regime che l’offensiva estiva aveva già privato degli avamposti esterni.
A Gaza, in Libano, Siria, Iraq, Yemen i cosiddetti “proxy” erano stati devastati da un’offensiva israeliana potente e altamente tecnologizzata che aveva già spento il cosiddetto “cerchio di fuoco” costruito a protezione dei successori di Khomeini. Tanto che Benny Morris, il caposcuola dei giovani storici israeliani, commentando quest’ultimo attacco ha scritto che “il vero vincitore è oggi il premier israeliano”. Del resto, tutta la politica degli ultimi due anni è stata impostata da Netanyahu sulla tattica che gli riesce meglio: prima esasperarle e poi mostrarsi come il miglior leader in grado di rispondere alle minacce che deve fronteggiare Israele. La fortuna, che lui chiamerà provvidenza, è di aver incontrato sulla sua strada il tycoon americano: un Donald Trump che già durante il primo mandato aveva lasciato carta bianca a “Bibi”, convinto, come sta dimostrando una volta tornato alla Casa Bianca, che ogni successo vada innanzitutto conquistato con la forza, e non con complicate manovre diplomatiche (chi si assomiglia…).
Soprattutto se il nemico si chiama Iran. Che soltanto otto mesi fa, dopo “la guerra dei dodici giorni”, i due alleati (Israele potenza regionale, gli Usa superpotenza mondiale) avevano definito “debellato”, anche nel progetto di dotarsi dell’arma atomica. Una consapevole bugia, visto che siamo di nuovo alle bombe su Teheran. Ma l’Iran, 90 milioni di abitanti, non è il Venezuela. Non basta dire agli iraniani “riprendetevi la libertà”. Primo, perché la libertà non l’hanno avuta nemmeno ai tempi dello scià, satrapo moderno. Secondo, perché la metà della popolazione è di origine persiana ma l’altra metà è un insieme di minoranze etnico-religiose che aspirano all’autonomia, se non all’indipendenza. Infine, nemmeno le numerose e coraggiose manifestazioni anti-clero hanno coalizzato e coagulato una comune leadership. Così mentre un cambio di regime appare difficile senza il pericoloso invio di forze terrestri (il “boots on the ground”), è palese che dietro l’operazione bellica israelo-americana non si intravvede un nuovo progetto politico. Qual è dunque il destino dell’Iran? Qual è il futuro di una nazione che pesa enormemente sui destini di un’intera regione perennemente affacciata sul baratro di una violenta instabilità? Quanto durerà la vittoria di un Netanyahu oggi vincitore assoluto? E come pensare che a imporre la pace sia proprio chi ha fatto strame di ogni regola internazionale?
Scritto per laRegione
Nell’immagine: lutto per Khamenei