Ma per quale dopo-Khamenei

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 

È possibile (anche se non già certo) che le bombe israelo-americane possano determinare quel “regime change” che Stati Uniti e Israele esibiscono ormai come obiettivo finale, ma di sicuro non imporranno quella “libertà” che viene generosamente offerta al popolo iraniano da Trump e Netanyahu dopo 7 anni di feroce teocrazia.

La decapitazione del vertice sciita con l’eliminazione della “guida spirituale” Alì Khamenei in sole 24 ore, la dimostrazione della debolezza militare e para-militare degli ayatollah, la conferma di una diffusa rete di spionaggio infiltratasi da anni nel paese, la contestazione di una parte importante della popolazione confermata dalle ultime sollevazioni soffocate nel sangue di una repressione senza precedenti, la prudenza persino verbale degli alleati di Teheran (Cina e Russia): tutto questo indica come sia concreta la possibilità di abbattere il regime che l’offensiva estiva aveva già privato degli avamposti esterni.

A Gaza, in Libano, Siria, Iraq, Yemen i cosiddetti “proxy” erano stati devastati da un’offensiva israeliana potente e altamente tecnologizzata che aveva già spento il cosiddetto “cerchio di fuoco” costruito a protezione dei successori di Khomeini. Tanto che Benny Morris, il caposcuola dei giovani storici israeliani, commentando quest’ultimo attacco ha scritto che “il vero vincitore è oggi il premier israeliano”. Del resto, tutta la politica degli ultimi due anni è stata impostata da Netanyahu sulla tattica che gli riesce meglio: prima esasperarle e poi mostrarsi come il miglior leader in grado di rispondere alle minacce che deve fronteggiare Israele. La fortuna, che lui chiamerà provvidenza, è di aver incontrato sulla sua strada il tycoon americano: un Donald Trump che già durante il primo mandato aveva lasciato carta bianca a “Bibi”, convinto, come sta dimostrando una volta tornato alla Casa Bianca, che ogni successo vada innanzitutto conquistato con la forza, e non con complicate manovre diplomatiche (chi si assomiglia…).

Soprattutto se il nemico si chiama Iran. Che soltanto otto mesi fa, dopo “la guerra dei dodici giorni”, i due alleati (Israele potenza regionale, gli Usa superpotenza mondiale) avevano definito “debellato”, anche nel progetto di dotarsi dell’arma atomica. Una consapevole bugia, visto che siamo di nuovo alle bombe su Teheran. Ma l’Iran, 90 milioni di abitanti, non è il Venezuela. Non basta dire agli iraniani “riprendetevi la libertà”. Primo, perché la libertà non l’hanno avuta nemmeno ai tempi dello scià, satrapo moderno. Secondo, perché la metà della popolazione è di origine persiana ma l’altra metà è un insieme di minoranze etnico-religiose che aspirano all’autonomia, se non all’indipendenza. Infine, nemmeno le numerose e coraggiose manifestazioni anti-clero hanno coalizzato e coagulato una comune leadership. Così mentre un cambio di regime appare difficile senza il pericoloso invio di forze terrestri (il “boots on the ground”), è palese che dietro l’operazione bellica israelo-americana non si intravvede un nuovo progetto politico. Qual è dunque il destino dell’Iran? Qual è il futuro di una nazione che pesa enormemente sui destini di un’intera regione perennemente affacciata sul baratro di una violenta instabilità? Quanto durerà la vittoria di un Netanyahu oggi vincitore assoluto? E come pensare che  a imporre la pace sia proprio chi ha fatto strame di ogni regola internazionale?

Scritto per laRegione
Nell’immagine: lutto per Khamenei


O di riffa o di raffa

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 


Mohebali: “il pilastro del regime era Khamenei, ma la libertà sarà un parto cruento”

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 

Di Francesca Paci, La Stampa

Durante la guerra dei dodici giorni Mahsa Mohebali era nella sua Teheran, la città irriducibile al velo a cui ha dedicato il romanzo cult “Tehran Girl” (Bompiani). Stavolta è in Europa e scommette che sia diverso, che sia stata colpita «la testa del serpente», che il regime abbia i giorni contati sebbene la libertà non sia dietro l’angolo, «il parto sarà complicato e cruento».

Ha sentito in queste ore la sua famiglia, gli amici, Teheran?

«Da quando, dopo i primi raid, internet è stato bloccato mi addormento e mi sveglio con il cuore in gola. Il regime fa sempre così, appena è nei guai toglie alla popolazione il respiro e le parole. Sono preoccupata per tutti quelli che sono intrappolati in questa oscurità assoluta. Teheran è chiusa in un silenzio cieco e per chi come me vive all’estero quest’assenza di notizie è una tortura senza tregua. Non faccio che chiedermi cosa stia accadendo alla mia gente adesso, tra venti minuti, tra un’ora».

L’ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso e con lui il ministro della Difesa, il capo dei Pasdaran, l’ex presidente Ahmadinejad. Quale Iran sopravviverà al sisma che ha inghiottito la Guida Suprema?

«Il regime era un edificio il cui peso poggiava su un unico pilastro. Ora quel pilastro è crollato e il sistema non può più reggere come prima. Ciò non significa che la pace sia dietro l’angolo, sarà un parto complicato e cruento. L’Iran dopo Khamenei è un Paese in cui gente che non ha niente da perdere affronterà i militari sapendo bene che potrebbero combattere a oltranza».

Le notizie che arrivano dall’Iran raccontano di piazze in festa. Tuttavia, c’è chi avrebbe voluto liberarsi senza l’aiuto delle bombe americane e israeliane. C’era un altro modo per porre fine a quasi mezzo secolo di teocrazia sciita?

«È stato il governo della Repubblica islamica a spingerci in questo vicolo cieco. Se per quarant’anni si risponde con i proiettili a ogni protesta pacifica non si lascia altra via d’uscita. Nell’istante in cui la morte di Khamenei è stata confermata migliaia di donne e di uomini si sono riversati nelle strade a ballare, e continuano. Non ballano per la guerra ovviamente, ma per la fine di uno dei periodi più bui della nostra storia, per la scomparsa di chi ha rubato la giovinezza di troppe generazioni».

Donald Trump ha esortato gli iraniani ad assumersi la responsabilità del governo e del proprio destino. Si finirà per ringraziare l’interventismo del presidente americano e la pressione del premier israeliano Netanyahu?

«I “salvatori stranieri” ci hanno sempre danneggiato. Da autrice, credo che dovremmo scrivere la nostra storia da soli. L’indebolimento del governo potrebbe aiutarci, ma bisogna vigilare affinché la nostra volontà non sia usata come strumento per giochi di potere altrui. La libertà non si costruisce alla Casa Bianca ma nelle strade dove da tre anni le donne si tolgono l’hijab sventolandolo come un vessillo».

Che ruolo può avere Reza Pahlavi nell’Iran del futuro?

«La società iraniana è molto oltre. Certo, Reza Pahlavi è uno di quelli che potrebbero svolgere un ruolo, al pari dei gruppi repubblicani. Ma per me conta che l’Iran trovi la pace e il popolo possa finalmente scegliere in libertà, senza paura. Non vogliamo cadere dalla padella nella brace di una nuova dittatura. Sogno il giorno in cui nessun ufficio della censura farà più a pezzi i miei libri».

Si fida di Trump o teme il bis del Venezuela, dove Maduro è stato sostituito con il suo vice al fine di assicurare il petrolio locale agli Stati Uniti?

«È il nostro incubo più spaventoso, che cioè la migliore gioventù iraniana venga sacrificata sull’altare del petrolio in un cambio di vertici solo nominale. È difficile fidarsi dei grandi politici che pensano solo ai propri interessi. Non dobbiamo permettere che il destino e il sangue dei nostri figli diventino merce di scambio».

Sono stati colpiti target militari vicini a quartieri residenziali, gli iraniani non hanno rifugi adeguati e ci sono già morti civili, ce ne saranno. Quanto durerà la guerra prima che arrivi la pace promessa da Trump e Netanyahu?

«Per me è un trauma che si rinnova. Ero a Teheran durante la guerra dei dodici giorni. Ho viva la sensazione della mia casa che vibra e le bombe che cadono intorno. È una ferita non rimarginata. So quanto ci si senta soli e indifesi nel mezzo di un’esplosione. È la guerra, quella vera. E stavolta gli attacchi sono più massicci di allora. È uno strano paradosso: raggiungere la pace attraverso la distruzione. Si può? Spero solo che il buio si dissolva presto e il mio Paese sia danneggiato il meno possibile».

La Repubblica Islamica ha risposto puntando le basi americane e Israele. Quanto può ampliarsi il conflitto?

«Il regime sta agendo come un pazzo, vuole trascinare tutti nel baratro. Sta attaccando i Paesi vicini. Ho sentito che Erbil è di nuovo nel mirino, ci ho vissuto per un anno, sentivo le mura tremare sotto i colpi iraniani. Sono segnali inquietanti, dimostrano come quanto resta della repubblica islamica sia pronto a diffondere il caos nella regione pur di salvarsi».

La guerra dei dodici giorni non è bastata a rovesciare il regime. Può essere diverso?

«L’obiettivo di quella guerra in realtà non era rovesciare il regime, bensì indebolirlo. Oggi invece è stata colpita la “testa del serpente”. Se il centro del potere crolla, la macchina che ha sempre oppresso il popolo iraniano si paralizza. Stavolta tutto frana da dentro».

Che ruolo possono svolgere la società civile, le donne, i riformisti (se ne restano) e la diaspora? C’è qualcuno, al di là dei monarchici, capace di guidare la transizione?

«Le donne sono le artefici dei cambiamenti in corso. Tutto è iniziato quando hanno detto no. Il vero potere è delle scrittrici, delle artiste e delle attiviste che non hanno mai venduto la propria identità in tanti anni di censura, interrogatori, arresti. Siamo noi quelle che hanno continuato a scrivere mentre la polizia irrompeva in casa privandoci della vita. Sono le donne che dovrebbero prendere in mano il Paese».

Che impressione ha della Russia di Putin, pacifista in Iran mentre bombarda l’Ucraina?

«La Russia ha sempre giocato la “carta iraniana”. Un Paese che da quattro anni distrugge l’Ucraina non può fingersi messaggero di pace»


Iran, un regime in cerca di martirio

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

Decapitata ed umiliata, la Repubblica islamica va al contrattacco sovrapponendo martirio e violenza: le lacrime dell’annunciatore tv, i lanci a pioggia di missili e droni, la chiusura di Hormuz, la repressione e l’accelerazione della successione ad Ali Khamenei descrivono la volontà del regime di sopravvivere ad ogni costo.Il pianto in diretta del conduttore tv sulla morte della Guida Suprema riassume quanto sta avvenendo a Teheran. Barba ben curata e completo grigio, abbassa la testa ripetendo “Allah hu-Akbar” in un crescendo di dolore che lo porta a dire: “Il Leader Supremo ha preso la bevanda del martirio, si è ricongiunto con Allah”. Il “martirio” per la cultura sciita – sulla quale il regime khomeinista è costruito – è identitario, richiamandosi all’uccisione di Alì, considerato il legittimo successore del profeta Maometto, assassinato nel 661 a Kufa, originando lo scisma dall’Islam sunnita.

E nella festa dell’Ashura, gli sciiti ricordano un altro martirio, dell’imam Husayn figlio di Ali nel 680, con processioni di lamenti, fino all’autoflagellazione. E’ questo “martirio” che la rivoluzione islamica ha trasformato nella matrice del terrorismo jihadista, emanazione dei pasdaran: da Hezbollah alla Jihad islamica, dagli Houthi fino a Hamas. Il dolore che il presentatore tv incarna rappresenta dunque il martirio di Khamenei invitando i seguaci ad immolarsi contro il nemico, per consentire al regime di sopravvivere. Come ben riassume Ali Larijani, il più stretto consigliere di Khamenei: “Divoreremo il cuore dei nemici”.La reazione militare del regime descrive come tutto ciò si avvera, ora dopo ora. I Guardiani della rivoluzione, spina dorsale della teocrazia, fanno decollare centinaia di missili e droni contro l’”Entità sionista”. Oltre venti ondate di lanci, con vettori pesanti, a lungo raggio. Inclusi i Khorramshar-4, con testate fino a 1800 kg, manovrabili a distanza. L’intento è saturare le difese israeliane, bucarle ed infliggere i danni più ingenti. Gli obiettivi non sono solo basi militari e centri di comando ma aree civili. Come a Beit Shemesh, a ridosso a Gerusalemme, dove viene sventrato un caseggiato e le vittime sono numerose. Le armi di Teheran sono feroci, consentono di pianificare stragi: si tratta di vettori a testate multiple, gas nocivi, uranio arricchito, cellule suicide.E’ violenza massiccia anche contro i Paesi vicini, le monarchie del Golfo. Hotel ed aeroporti degli Emirati Arabi Uniti vengono bersagliati con almeno 137 missili e 206 droni.

Gli attacchi investono pure Kuwait, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita e perfino l’Oman mediatore a Ginevra. Le monarchie sono sotto shock: i droni contro il “Burj al-Arabi” di Dubai svelano che Teheran vuole portare morte ovunque nel Golfo per far capire che a pagare saranno anche i sunniti, rivali di sempre. Riad avverte che può ricorrere alle armi ma forse è questo che Teheran vuole: battersi in una sfida finale contro la coalizione fra “Grande Satana americano”, “Piccolo Satana sionista” e “apostati musulmani”. E’ questo approccio che spinge Teheran a bloccare gli Stretti di Hormuz, snodo del commercio globale, ed a lanciare due missili contro Cipro nel tentativo di colpire le basi inglesi. La rivelazione viene da Londra: per la prima volta Teheran attacca un Paese Ue, confermando gli avvertimenti arrivati da Trump. Da qui il timore che circola nell’Ue sul rischio portato dalle cellule di Hezbollah: ne sono state scoperte in Germania e Austria ma potrebbero esservene altre altrove.Tale e tanta violenza contro i nemici esterni si accompagna alla repressione interna perché nulla minaccia il regime più della piazza. I basiji nelle strade di città curde ed azere per bloccare chi festeggia la morte di Khamenei descrivono cosa cova. E perché il regime continua a bloccare il web, considerandolo il cavallo di Troia di un’opposizione interna che continua a crescere.A tenere assieme le mosse di un potere che vuole sopravvivere a qualsiasi costo, c’è la decisione di accelerare la sostituzione di Khamenei affidandosi, come prevede la Costituzione, ad un triumvirato composto dal presidente Pezeshkian, il capo del sistema giudiziario Mohseni Ejei ed uno dei sei giuristi del Consiglio dei Guardiani, in attesa che l’Assemblea degli Esperti elegga il nuovo Leader Supremo.

Ed a conferma che proprio questo è il fronte più strategico, Trump fa sapere che c’è una “nuova leadership iraniana pronta a dialogare” con gli Usa. Ovvero, è in corso una gara per chi riuscirà a diventare più rapidamente l’erede di Khamenei. Ecco perché, leggere le mosse del regime islamico ferito, e votato al martirio, aiuta a comprendere dove va l’Iran.

Nell’immagine: le manifestazioni dopo l’annuncio della morte di Khamenei 


Se anche Putin si appella al diritto

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Una «cinica violazione di tutte le norme della morale umana e del diritto internazionale»: nel suo telegramma di condoglianze inviato a Teheran Vladimir Putin ha deciso di usare toni di condanna, senza però specificare a chi è rivolta. Ha descritto il leader supremo ucciso come «eminente statista», fautore di una «partnership strategica» con la Russia. Nessuna minaccia, nessuna promessa di rappresaglia, nessuna accusa che abbia un destinatario preciso: da un «partner strategico», che per anni ha fornito armi, tecnologie e supporto politico all’Iran, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più, soprattutto considerando che fino a poche settimane fa Khamenei era atteso a Mosca, in quel villaggio di dacie dove si rifugiano gli amici deposti di Putin, e dove abitano già Bashar al-Assad, Viktor Yanukovich e qualche autocrate dell’Asia Centrale.

Il padrone del Cremlino si trova in una situazione imbarazzante. I dittatori della sporca dozzina che gli davano i voti all’Onu e le armi per bombardare le città ucraine stanno cadendo uno dopo l’altro. Invocare il «diritto internazionale» per difenderli è tardivo oltre che demagogico: è stato proprio Putin a teorizzare e applicare il ritorno, nella politica globale, del principio che le superpotenze (o aspiranti tali) possono decidere le sorti degli «Stati minori» assoggettati alle loro «sfere di influenza». Difficile prestare ascolto agli appelli al diritto internazionale da parte dell’autore della prima – e per fortuna ultima, almeno per ora – annessione armata avvenuta in Europa dopo il 1945. Trump e Netanyahu almeno non hanno rivendicato il blitz contro l’Iran con giusificazioni pseudostoriche, né contano di annetterlo come Mosca insiste a voler fare con le regioni ucraine. Non parliamo poi delle «norme della morale umana»: in quattro anni di invasione russa l’Ucraina ha registrato almeno 200 mila crimini di guerra commessi dai militari russi contro la popolazione civile.

Ma a colpire, nella condanna firmata da Putin, non è tanto l’ipocrisia, quanto l’imbarazzo. Non poteva tacere, come aveva fatto invece dopo il blitz americano contro Nicholas Maduro, un altro «amico e alleato strategico» che la Russia non ha potuto né voluto salvare. Ma non ha nemmeno voluto chiamare per nome i responsabili: Israele è troppo importante per Mosca, e attaccare Donald Trump potrebbe rivelarsi controproducente. Dopo aver preso a martellate il diritto internazionale, Putin si è visto tornare indietro il boomerang della prepotenza: da mesi ormai evita di criticare gli americani, dai quali spera di ottenere quel pezzo di Ucraina che non è riuscito a conquistare in quattro anni di carneficina.

Chi ha scommesso sulla protezione di Mosca ora può guardare ad Assad nel suo esilio moscovita, a Maduro nel carcere americano e a Khamenei, ucciso da un attacco che la Russia non ha saputo né prevedere, né prevenire, e farsi i propri conti. Il presidente russo intanto si sta facendo i suoi: come la morte del colonnello Gheddafi l’aveva a suo tempo spaventato e spinto a schiacciare ogni dissenso, la morte di Khamenei oggi lo convince ulteriormente che il prossimo potrebbe essere lui. Anche perché è evidente che l’ingloriosa fine di Maduro e di Khamenei sia frutto non tanto della perfidia degli occidentali, quanto del tradimento dei loro cortigiani. Catturare il primo e uccidere il secondo sarebbe stato impossibile senza importanti complicità dentro una nomenclatura che pragmaticamente aveva deciso di disfarsi dei «leader supremi» diventati troppo autodistruttivi. E che ovviamente esiste anche nel regime russo.

Nell’immagine: Vladimir Putin e  Ali Khamenei a Teheran nel luglio del 2022


Etica, guerra, IA: cosa è successo tra Anthropic e il Pentagono

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 

Il quadro descritto nel precedente articolo La prova dell’umanità che comincia oggi si è confermato, con ulteriori e preoccupanti sviluppi riassunti in questo pezzo di Giacomo Vianova su Insideover


Il Pentagono ha chiesto l’eliminazione dei paletti etici di Anthropic per poter usare la loro IA senza limitazioni in campo militare. L’azienda si è rifiutata di farlo, tenendo fede al proprio codice etico. Il Pentagono ha classificato Anthropic come “Rischio per la sicurezza nazionale nella catena di approvvigionamento”, definendo la scelta come la volontà di sottrarre il potere di veto nelle scelte militari dal Governo statunitense. Poche ore dopo, OpenAI si è fatta avanti con il Pentagono per prendere il posto di Anthropic.

Le richieste del Pentagono

Il governo degli Stati Uniti, attraverso il Dipartimento della Difesa (rinominato Dipartimento della Guerra sotto l’amministrazione Trump), ha presentato ad Anthropic una richiesta formale e ultimativa riguardante l’uso dei suoi modelli di intelligenza artificiale, in particolare Claude. La richiesta centrale del Segretario della Difesa Pete Hegseth è che Anthropic consenta l’uso senza restrizioni dei suoi modelli per “tutti gli scopi legali”. Due di questi campi rappresentano gli elementi più critici: rimuovere i blocchi di sicurezza alla sorveglianza di massa dei cittadini americani e lo sviluppo di armi completamente autonome (ovvero sistemi in grado di uccidere senza intervento umano). In gioco c’è la risoluzione di un contratto da 200 milioni di dollari con il governo e la classificazione dell’azienda come “rischio per la catena di approvvigionamento”, sorte capitata a realtà come Huawei o Kaspersky.

Il contrasto con l’approccio “Constitutional AI” di Anthropic

Le pretese del Pentagono si sono scontrate con l’approccio adottato da sempre dalla società di Dario Amodei, che ha “allenato” il suo Claude rispettando la “Constitutional AI”: “Un insieme di tecniche sviluppate dai ricercatori di Anthropic per allineare sistemi di Intelligenza Artificiale come me ai valori umani e renderci utili, innocui e onesti”, si legge sul sito. Anthropic è stata la prima tra i giganti dell’IA a collaborare con il Pentagono, anche in campi delicati e legati all’ambito militare: è stato impiegato nella difesa missilistica, per le reti classificate e in operazioni sul campo come la cattura di Maduro e il regime change in Venezuela.

La società si trovava quindi di fronte ad un dilemma. Opzione A, accontentare il Pentagono e rimuovere i limiti etici del proprio modello. Opzione B, rispettare il proprio codice etico e scontrarsi con il Dipartimento della Guerra USA.

Con una lettera pubblicata il 26 febbraio, Dario Amodei ha scelto l’Opzione B: “In un numero limitato di casi, riteniamo che l’IA possa minare, anziché difendere, i valori democratici. Alcuni utilizzi sono inoltre semplicemente al di là di ciò che la tecnologia odierna è in grado di fare in modo sicuro e affidabile. Due di questi casi d’uso non sono mai stati inclusi nei nostri contratti con il Dipartimento della Guerra, e riteniamo che non debbano esserlo nemmeno ora: sorveglianza di massa e armi completamente autonome. […] Le minacce non cambiano la nostra posizione: non possiamo, in coscienza, accettare le loro richieste”.

Una dichiarazione dirompente che condanna una società in rampa di lancio ad una serie di conseguenze pesantissime, che non sono tardate ad arrivare.

La condanna del Segretario della Guerra Pete Hegsteth e le parole di Trump

La scelta di una società relativamente al contratto di licenza del proprio prodotto, in quanto divergente rispetto alle richieste del Pentagono, viene quindi definita dal Segretario della Difesa/Guerra Hegseth come tentativo “di piegare le forze armate degli Stati Uniti alla loro volontà”, anteponendo “l’ideologia della Silicon Valley alle vite degli americani”. Non solo. “I Termini di Servizio di Anthropic non peseranno mai più della sicurezza, della prontezza operativa o delle vite dei soldati americani sul campo di battaglia. Il loro vero obiettivo è inequivocabile: conquistare un potere di veto sulle decisioni operative delle forze armate degli Stati Uniti. Questo è inaccettabile”.

Parole pesantissime, da punto di rottura totale con Anthropic, che da fornitore di servizi critici diventa rischio per la sicurezza nazionale. La posizione del Pentagono è chiara: se l’etica del modello di intelligenza artificiale compromette il suo utilizzo in situazioni emergenziali e borderline, allora è un servizio inaffidabile.

Il Presidente Donald Trump ha poi alzato ulteriormente i toni con un post su Truth: “THE UNITED STATES OF AMERICA WILL NEVER ALLOW A RADICAL LEFT, WOKE COMPANY TO DICTATE HOW OUR GREAT MILITARY FIGHTS AND WINS WARS!” (GLI STATI UNITI D’AMERICA NON PERMETTERANNO MAI A UN’AZIENDA RADICALE DI SINISTRA E WOKE DI DETTARE COME IL NOSTRO GRANDE ESERCITO DEVE COMBATTERE E VINCERE LE GUERRE!).

Sul tavolo, anche Il Defense Production Act (DPA). Una legge del 1950 che conferisce al governo l’autorità di dare priorità ai propri ordini rispetto a quelli commerciali e di ordinare direttamente la produzione di beni industriali. Secondo alcuni esperti, il Pentagono intenderebbe usare questo potere per obbligare Anthropic a creare una versione specifica di Claude “su misura per i militari”, priva di restrizioni sulla sorveglianza e sulle armi autonome.

Il braccio di ferro potrebbe tramutarsi ora in una tesa battaglia legale, come annunciato dallo stesso Amodei con una nota.

Morta una IA se ne fa un’altra: Sam Altman (OpenAI) si fa avanti

Inizialmente, Altman ha preso le difese di Anthropic, inviando anche un messaggio interno ai dipendenti di OpenAI affermando che la disputa non riguardava solo Anthropic, ma l’intera industria dell’IA.

Nonostante le dichiarazioni di solidarietà, poche ore dopo l’ordine di Trump di cessare l’uso di Anthropic, Altman ha comunque annunciato su X che OpenAI aveva raggiunto un accordo con il Dipartimento della Guerra per implementare i propri modelli (come ChatGPT) nelle reti classificate militari. Accettando così la formula del “tutti gli usi leciti” (all lawful purposes) richiesta dal Pentagono: “Due dei nostri principi di sicurezza più importanti sono i divieti sulla sorveglianza di massa domestica e la responsabilità umana nell’uso della forza, incluso per i sistemi d’arma autonomi. Il Dipartimento della Guerra concorda con questi principi, li riflette nella legge e nella politica, e li abbiamo inseriti nel nostro accordo”.

Il “momento Oppenheimer” [così chiamato per la celebre citazione dal testo induista Bhagavad Gita — “Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi” — pronunciata dallo scienziato dopo il primo test della bomba atomica, ndr] è stato raggiunto e superato: i modelli di Intelligenza Artificiali creati dalla ricerca di società private sono diventati troppo importanti per non essere controllati dai governi. Nell’equilibrio delle forze che si determinerà nelle prossime settimane si gioca tutto il futuro di questa tecnologia.

Nell’immagine: Pete Hegseth e Dario Amodei


Se Blaise Pascal dà ragione a Donald Trump

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 

Alle volte ci si imbatte in testi o interrogativi che lasciano di stucco. Dovremmo partire da una premessa, che emerge anche da alcuni recenti scritti apparsi su Naufraghi/e o, in modo anche pratico-economico, dall’intervista a Sergio Rossi (con un titolo emblematico che richiama un altro celebre, quasi omonimo, “furioso” o la Reconquista la guerra tra Cristiani e Mori).

Per Trump l’Europa è decadenza perché renitente al completo vassallaggio americano; per il suo vice Vance è illiberale perché negherebbe alle forze politiche di estrema destra (come l’AfD tedesca) la possibilità di governare; per il suo segretario di Stato, Rubio, perché è restia ad “allinearsi alla visione del mondo MAGA” (o, per semplificare, alla supremazia bianca americana).

Di fronte a tutto questo un filosofo francese, André Senik, divenuto teorico del totalitarismo, già animatore del Comitato di redazione “Histoire & Liberté” e dell’Istituto francese di storia sociale, collaboratore del periodico “Causeur”(che si rivendica come pluralista, anticonformista, sostenitore di un liberalismo moderato sul piano economico, classificato comunque a destra o molto a destra)sembra riportare ancora tutto sulla vecchia Europa chiedendosi: “Blaise Pascal dà ragione a Donald Trump?”

Giustizia e Forza

E allora ti dici: vuoi vedere che ci si deve rifare al matematico, fisico, filosofo e teologo francese e quindi europeo, riconosciuto come uno dei più geniali e poliedrici uomini non solo del suo tempo (1623-1662) ma di tutti it tempi, per decorare in intelligenza e perspicacia quel presidente americano di cui molti concordano, sempre più anche in patria, sia invece paurosamente sprovvisto?

Si argomenta infatti in questo modo: il pensiero di Pascal che ha per titolo “Justice et force” è di una lucidità impressionante; egli constata che per una società umana che vuol lasciarsi governare nell’ordine, il potere che si esercita su di essa deve appagare due esigenze: deve cioè passare simultaneamente per giusto ed essere il più forte. Tuttavia, quelle due esigenze (giustizia e forza) essendo tra loro estranee o non in relazione, come si possono rendere compatibili?

Secondo Pascal ci sarebbero solo due modi teoricamente concepibili: o la giustizia impone un ordine giusto mettendo la forza al suo servizio oppure la forza impone (con la forza) il suo ordine ingiusto e lo fa passare per giusto.

Perché allora per Pascal è solamente la seconda possibilità che si impone necessariamente? Perché la forza è un dato incontestabile, mentre la giustizia è un’idea definitivamente discutibile, ciò che la rende impotente.

Il grande bastone e la frusta

“La giustizia è soggetta a disputa. La forza è invece subito riconoscibile e senza discussione. In tal modo si è potuto dare la forza alla giustizia, perché la forza contraddice la giustizia e dice ch’essa è ingiusta e quindi solo la forza è giusta”. Un sillogismo un poco complicato, che mette però di fronte ad una constatazione d’impotenza, disperata. E bisogna concludere con la massima di Pascal che un tempo, a scuola, ci facevano imparare a memoria: “Et ainsi ne pouvant faire que ce qui est juste fût fort, on a fait que ce qui est fort fût juste”. Insomma, si è fatto in modo che ciò che è forte è anche giusto.

E infatti Pascal va oltre, passa alla constatazione amara della giustificazione del trionfo della forza, la quale si fa passare per giusta. Ed è un passaggio che si cita meno. “Non potendo fortificare la giustizia, si è giustificata la forza, affinché il giusto e il forte fossero assieme e la pace diventasse il bene sovrano”.

Questa conclusione, dall’aria pacifista, al prezzo della rinuncia alla giustizia, sembra sia adottata da Donald Trump, il furioso, almeno nello stile.

Che fare, allora, se noi, Europei, non accettiamo di vivere nell’ingiustizia impostaci dal “big stick made in USA” (il grande bastone made in Usa) o… dal “knout” (la frusta) di un altro furioso, il russo Putin?

Nell’immagine: Blaise Pascal today


Luca Steinmann – All’Iran manca una leadership alternativa

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 

Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


La guerra del disordine mondiale

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, con l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei che ha decapitato il regime, non è l’ultimo atto di una contesa che si trascina da cinquant’anni e che Trump credeva di aver risolto otto mesi fa, quando annunciò di aver “completamente distrutto” l’arsenale nucleare di Teheran con i bombardamenti dei tre siti strategici del regime: è piuttosto il primo atto di guerra nell’età del caos, in quel nuovo disordine mondiale creato dalla solitudine sovranista e neo-autoritaria del presidente americano. Siamo infatti fuori da ogni sistema di regole, di convenzioni, di tradizioni, di garanzia e di tutela, per la prima volta completamente esposti davanti alla storia che si compie sciolta da ogni vincolo, libera di seguire la via tracciata dalla forza. Mentre prendiamo atto della scomparsa di categorie che hanno sorretto l’equilibrio del mondo, come il diritto internazionale, cerchiamo un nuovo principio di razionalità capace di interpretare la fase. Ma dobbiamo concludere che oggi tutto è possibile, perché nulla ci garantisce dagli esiti del caos.

La repubblica islamica, se saranno confermati gli annunci americani e israeliani, ha dunque perso la sua Guida suprema, per mano “del piccolo e del grande Satana” di cui Teheran voleva la distruzione. L’uccisione di Khamenei destabilizza il regime, perché anche se era già stata stabilita la linea di successione, un conto è immaginare l’emergenza, un altro è viverla, con la leadership cancellata dal nemico storico. In più la fine dell’ayatollah apre una crepa nel vertice, evidenzia clamorosamente la sua vulnerabilità e rilancia l’opposizione di popolo che vuole riconquistare la sua libertà. L’Iran avrebbe potuto sottrarsi a questo nuovo appuntamento di guerra, prevedibile come il destino. C’era uno spazio negoziale aperto, sia pure nell’impazienza elettorale di Trump, incalzato da un’agenda performativa scritta nell’ansia di recuperare il consenso perduto in vista di midterm.

Bisognava che dopo i raid di giugno 2025 che avevano falcidiato il programma nucleare di Teheran, il regime degli ayatollah dimostrasse seriamente di rinunciare all’arricchimento dell’uranio per arrivare alla bomba, consegnasse a un Paese terzo i 408 chilogrammi già arricchiti che si dichiarava pronto a diluire, aprisse i siti a ispezioni serie e convincenti. Il terzo round della trattativa a Ginevra si è invece impantanato senza un risultato concreto, soprattutto – ha detto Trump – senza “quelle parole magiche decisive: niente armi nucleari”. Aggiungiamo che l’Iran ha fatto muro anche sul secondo dossier del negoziato, quello che riguarda i missili balistici, già oggi in grado di minacciare l’Europa e secondo il presidente americano tra breve capaci di raggiungere gli Stati Uniti (anche se Teheran smentisce): il dato concreto è che a Ginevra non si sono raggiunti risultati né sulla riduzione del raggio operativo dei missili né sulla riduzione degli arsenali.

Così l’Iran, pur indebolito dalle sanzioni e soprattutto sguarnito dal sostegno operativo di Hezbollah in Libano, di Hamas nella striscia di Gaza e della Siria di Assad, rimaneva per Israele quella “minaccia esistenziale” che la Guida suprema Khomeini aveva annunciato tornando a Teheran con la rivoluzione islamica del 1979. Sotto attacco esterno, arroccato, indebolito, il regime si è sentito minacciato all’interno dalla protesta in strada delle donne e dei giovani, e dalla ribellione popolare per una crisi economica gravissima, e ha reagito con il pugno di ferro e una repressione armata sanguinaria della popolazione civile, che conta 32 mila vittime.

America e Israele sperano oggi che un moto interno di rivolta possa saldarsi all’operazione “Ruggito del leone” per arrivare ad un regime change, che è il vero obiettivo politico di Washington e Tel Aviv: “La nostra azione creerà le condizioni per il coraggioso popolo iraniano di prendere in mano il proprio destino”, ha detto Netanyahu. “Al grande e orgoglioso popolo iraniano, dico che l’ora della libertà è vicina – ha aggiunto Trump -. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni, l’America vi sostiene con una forza schiacciante. È ilnmomento di agire, non lasciatevelo sfuggire”.

In realtà il presidente americano non si muove sulla spinta dei principi di democrazia e di libertà che hanno ispirato fino a ieri – al netto dell’ipocrisia e della retorica – le azioni dell’alleanza occidentale.

Trump è guidato piuttosto dalla logica di sicurezza di Israele e dallo spirito di una nuova sovranità imperiale che insedi la supremazia americana ovunque gli Stati Uniti scendono in campo, per difendere i loro interessi. Agisce completamente fuori dal diritto internazionale, senza la copertura delle Nazioni Unite e senza il supporto di una coalizione come nella guerra all’Iraq, con 35 Stati collegati e la presenza di Paesi musulmani. Non ne sente il bisogno.

Siamo in piena eradell’unilateralismo, dove basta la decisione del presidente, che può firmare un atto di guerra anche senza l’autorizzazione del Congresso:almeno fino a martedì, quando si discuterà in parlamento il War Powers Act sulla condivisione di responsabilità in caso di conflitti.

Disarticolata ogni autorità sovranazionale, resta soltanto la denuncia: l’Europa si richiama al diritto internazionale e chiede di bloccare ogni escalation, la Russia denuncia la “pericolosa avventura” degli Stati Uniti e di Israele, e soprattutto segnala “l’allarmante carattere seriale degli attacchi destabilizzanti americani alle basi giuridiche internazionali dell’ordine mondiale”.

La verità è che anche l’imperialismo cambia sotto i nostri occhi in questa stagione post democratica, cercando nuovi modi di esercitare il primato nel disordine globale. Il nuovo imperialismo non agisce per conquista ma per intermittenza, entra ed esce dalla scena del caos secondo le urgenze e le convenienze, neutralizza e controlla, sperimenta una nuova sovranità da remoto e più che il governo centrale gli interessa il governo dei cieli, delle catene energetiche, delle reti, delle comunicazioni. A questo fine, com’è evidente, la guerra è più utile del negoziato. Con la conseguenza che l’ordine non si negozia: si produce.

E’ una delega della politica alla forza. Rimane un problema di legittimità da sanare. Ma con l’indebolimento progressivo dell’Onu, la messa in fuori gioco del diritto internazionale, l’uscita di scena delle agenzie di prevenzione e di regolazione dei conflitti, manca il teatro dove si giudica davanti al pubblico ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, nel riconoscimento di un codice comune e dell’autorità dei giudici. Tutto questo non c’é più. Ecco perché la potestà sovrana dei leader neo-reazionari non diventa energia negoziale ma può esprimersi in pura forza, anche bellica. Questo è il vero limite di un potere che concepisce sé stesso senza limiti: la potenza è massima, ma la capacità di trasformarla in nuovo ordine – cioè di fare politica – è minima.

Nell’immagine: bombardamenti a Teheran


Le guerre coloniali senza fine

Attacco israelo-americano all’Iran: la popolazione viene invitata a “riprendersi la libertà” che non ha mai avuto, senza che vi sia uno straccio di piano politico 

Di Alberto Negri, il manifesto

Ogni generazione di inviati di guerra e di popoli mediorientali ha la sua devastante guerra del Golfo: ieri ne è arrivata un’altra, ampiamente prevista dopo il viaggio di Netanyahu a Washington e il fallimento annunciato della diplomazia. La mia generazione ne ha già viste sul campo tre lunghe (1980-88, 1990-91, 2003-2010) e un paio più brevi in poco più di 45 anni. Ogni volta si pensava fosse quella definitiva: per raggiungere quale scopo, oggi come ieri, non è dato sapere. Se non uno: quello di fare di Israele la potenza dominante della regione con la distruzione di interi popoli, gli stessi che insieme ai palestinesi già si trovano sul menù del Board of Peace di Trump, dove i miserabili accoliti di Trump una decina di giorni fa a Washington canticchiavano nel microfono come dei Fantozzi in gita aziendale.

E sul menù ci siamo anche noi europei, incapaci di qualunque iniziativa diplomatica sia nel Golfo che in Ucraina, ai quali né Trump né Netanyahu non fanno neppure una telefonata per avvertirli che comincia un altro conflitto. Ce ne accorgeremo quando schizzeranno le quotazioni del petrolio, soprattutto se l’Iran, gran produttore di greggio e di gas, dovesse chiudere come annuncia lo stretto di Hormuz dove passa il 25% dei rifornimenti mondiali di oro nero.

Per rispondere all’attacco di Israele e degli Usa, l’Iran, a differenza della guerra di giugno dei “dodici giorni”, ha attaccato basi americane in Kuwait, Emirati, Qatar, Bahrein e Arabia saudita. Il messaggio è chiaro: la guerra, se l’attacco continua, si può allargare.

Quanto a Russia e Cina, coinvolte come alleati in periodiche manovre militari con Teheran, hanno chiesto la riunione del Consiglio di sicurezza Onu ma non interverranno. I russi, che pure ieri condannavano un attacco «non provocato» – e hanno già perso alleati come Siria e Venezuela – se aumenta il prezzo del petrolio si accontentano e non vogliono rovinare i rapporti con Trump. Pechino, che riceve Trump tra qualche settimana, pensa che si può accordare con lui sulla divisione delle sfere di influenza, l’unico mantra chiaro espresso da The Donald.

Come sempre l’interrogativo non è solo perché si fa la guerra ma quanto dura. Contro ogni norma del diritto internazionale Trump e Netanyahu dicono che hanno attaccato “preventivamente” per colpire il programma nucleare di Teheran, distruggere i suoi missili balistici e incoraggiare il cambio di un regime definito dal premier israeliano «sanguinario». Sicuramente lo è perché ayatollah e pasdaran hanno fatto fuori migliaia di oppositori. Ma Benjamin Netanyahu, autore del genocidio di oltre 70mila palestinesi a Gaza e condannato per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, non è da meno.

Lui promette di liberare l’Iran e fare degli iraniani i sostenitori di un “eterno Israele”. Qualche dubbio c’è: gli israeliani hanno comunque fatto fuori una ottantina di bambine iraniane nell’attacco a una scuola e dopo avere messo nel mirino la Guida Suprema Khamenei e il presidente Pezeshkian avrebbero eliminato il capo dei pasdaran e il ministro della difesa.

Il premier israeliano ha già fatto il casting e trovato il titolo al film di questa guerra: “Ruggito del Leone”, a richiamare il simbolo della bandiera monarchica. Reza Palhevi, erede del trono del pavone, ha dichiarato che la prima cosa che deve attuare l’Iran, una volta abbattuto il regime, è quello di riconoscere subito Israele e firmare il Patto di Ciro, una versione aggiornata dei patti di Abramo. Di dare pane, lavoro e un futuro agli iraniani, già massacrati e impoveriti da ayatollah e pasdaran, non se ne parla, casomai ci si penserà più tardi, perché uno straccio di programma politico dell’opposizione non esiste. Il cronista se lo segna diligentemente in agenda, nel caso debba sopravvivere per qualche anno anche a questo ultimo conflitto.

Un cambio di regime è possibile? Proviamo a scavare nel passato del Golfo. Il rais iracheno Saddam Hussein attaccò l’Iran il 22 settembre 1980 la repubblica islamica di Khomeini sicuro di farne un boccone, con il sostegno finanziario delle monarchie sunnite del Golfo e militare dell’Urss e dell’Occidente. Terminò con un milione di morti e i confini sullo Shatt el Arab immutati ma erano stati gettati i semi di una nuova instabilità. Il raìs invade nel ’90 il Kuwait e una coalizione internazionale di almeno 40 Paesi guidata dagli Usa lo sconfigge. Bush senior allora invitò alla rivolta contro Saddam curdi e sciiti che poi vennero massacrati a centinaia di migliaia: a Najaf le mura della moschea di Alì, quella con la cupola d’oro, per anni rimasero imbrattate dal sangue dei ribelli.

La guerra sembrò definitiva anche nel 2003 quando gli americani invasero l’Iraq. Dalla terrazza dell’Hotel Palestine si vedevano i missili Cruise americani colpire il bersaglio, neppure scalfiti dalla contraerea irachena: la città rimase subito al buio e la luce non tornò più per anni. Il Paese scivolò nell’anarchia e nel saccheggio.

Un giorno gli americani ammainarono bandiera su ordine di Obama, impegnato anche in Afghanistan dove oggi c’è una nuova guerra con il Pakistan, e dopo Al Qaeda arrivò pure il Califfato, a caccia di sciiti, curdi e yazidi. L’Isis riuscì a fare quasi uno stato a cavallo tra Iraq e Siria. Nessuno di questi Paesi oggi esiste più se non sulla carta geografica.

Il Medio Oriente ha il cappio al collo. Gli israeliani e Trump vorrebbero metterlo agli ayatollah ma non sanno davvero se ci riusciranno e quanto ci metteranno.

Una certezza l’abbiamo, è il bottino delle guerre del Golfo. Non la democrazia, non lo sviluppo dei popoli e delle nazioni ma una nuova sottomissione coloniale e il controllo assoluto sulle risorse del Medio Oriente. Quindi si annunciano altre notti illuminate da missili, droni, traccianti, dove nel buio, insieme alle luci, si spegne anche l’ultimo barlume della ragione. Quello, per altro, lo avevamo visto scomparire da tempo.