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Il volto attuale della disuguaglianza: l’oligarchia della ricchezza
Mentre a Davos, nel gennaio 2026, sfilavano come ogni anno i volti più influenti dell’élite politica, finanziaria e imprenditoriale globale, Oxfam, confederazione internazionale impegnata nella lotta contro la povertà e le disuguaglianze, rompeva la liturgia del World Economic Forum pubblicando un rapporto dal titolo eloquente: Resisting the Rule of the Rich. Il bersaglio polemico è chiaro: un ordine mondiale in cui la ricchezza sfrenata non si limita più a crescere, ma accelera la propria corsa mentre la povertà ristagna e la fame dilaga.
Nel 2025, osserva Oxfam, la ricchezza dei miliardari è cresciuta a un ritmo tre volte più veloce rispetto alla media dei cinque anni precedenti, raggiungendo il record storico di 18,3 mila miliardi di dollari. Per la prima volta, il numero dei miliardari nel mondo ha superato quota 3.000, mentre, dal 2020, le loro fortune complessive sono aumentate dell’81%. Nello stesso tempo, quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà e una persona su quattro nel mondo non ha regolarmente abbastanza da mangiare. Il contrasto è brutale: da una parte patrimoni accumulati in misura senza precedenti; dall’altra miliardi di esseri umani esposti all’insicurezza materiale, alimentare e sociale.
Quando la ricchezza si concentra in modo così estremo, non cresce soltanto la distanza tra i redditi e i patrimoni: si incrina il tessuto stesso della convivenza. Le società profondamente diseguali diventano infatti società meno coese, più esposte al risentimento, alla competizione distruttiva e alla lenta erosione del capitale sociale. La distanza materiale tra chi sta in alto e chi rimane in basso si traduce allora in frattura simbolica, culturale e politica: i privilegiati si separano, i vulnerabili si sentono invisibili, e l’idea di appartenere a una comunità di destino (cfr. Edgar Morin) tende a sfaldarsi.
In uno scenario di scollamento del genere, la concentrazione della ricchezza non corrode soltanto la giustizia sociale: corrode la coesione civile, svuota il senso della cittadinanza e indebolisce il legame democratico. Se una parte crescente della popolazione avverte di non contare nulla, mentre una ristretta élite dispone non solo di immense ricchezze ma anche della facoltà di orientare decisioni, priorità e immaginari collettivi, la democrazia cessa di apparire come uno spazio di concertazione paritaria e rischia di ridursi a semplice gestione ordinaria di privilegi già consolidati. La disuguaglianza economica diventa così una questione culturale e politica generale: una forza disgregante che divide, separa, gerarchizza, e che finisce per erodere alla radice il principio stesso di una cittadinanza comune.
Oxfam insiste del resto proprio su questo nesso tra disuguaglianza economica e disuguaglianza politica: i miliardari hanno oggi una probabilità 4.000 volte superiore rispetto ai cittadini comuni di occupare cariche politiche. Non si tratta, dunque, soltanto di registrare un divario scandaloso tra la smisurata ricchezza dei pochi e la vulnerabilità dei molti, ma di riconoscere che quella sproporzione tende a tradursi in influenza, accesso alle decisioni, capacità di orientare l’agenda pubblica e di piegare le regole del gioco a vantaggio di chi è già privilegiato.
La versione italiana del rapporto, pubblicata da Oxfam Italia con il titolo Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia (gennaio 2026), traduce questa diagnosi globale nel linguaggio politico e sociale più vicino al contesto italiano ed europeo. La disuguaglianza non vi appare soltanto come un problema distributivo, ma come una deriva che logora il lavoro, restringe le opportunità, indebolisce i corpi intermedi e rende più fragile la qualità stessa della vita democratica. Il punto, in questa prospettiva, non è semplicemente che alcuni hanno troppo e molti troppo poco, ma che la forbice tra ricchezza e debolezza finisce per ridefinire i rapporti di forza dentro la società, normalizzando la precarietà per molti e la capacità di influenza per pochi.
Il laboratorio svizzero della povertà
È dentro questa cornice che anche la Svizzera merita di essere osservata con particolare attenzione. Un paese ritenuto fra i più ricchi del mondo ha infatti sentito il bisogno di dotarsi di un sistematico Monitoraggio della povertà, pubblicato dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS, 2025) e concepito come rilevazione regolare ogni cinque anni. Un segnale importante, perché suggerisce che la povertà non è un’anomalia residuale od occasionale, ma un fenomeno che può persistere anche dentro economie forti, istituzioni solide e livelli elevati di benessere medio. Il primo Rapporto nazionale su tale problematica è stato concepito proprio per offrire a Confederazione, Cantoni e Comuni una base conoscitiva regolare e fondata su evidenze, utile a orientare le politiche di prevenzione e contrasto della povertà.
Va ricordato, al proposito, che Christian Marazzi, economista e professore SUPSI, aveva già condotto i primi studi sistematici sulla povertà in Ticino tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, mostrando come il Cantone presentasse forme di vulnerabilità e precarietà destinate a rivelarsi durature. Lo stesso Marazzi ha poi continuato a leggere questa condizione come una realtà “strutturale” e “sistemica”, legata a gruppi sociali particolarmente esposti alle crisi e a fattori come il lavoro precario e la fragilità dei redditi bassi. Pertanto, il monitoraggio federale del 2025 non nasce nel vuoto, ma si colloca dentro una più lunga storia di studi che, almeno in Ticino, avevano già incrinato da tempo l’immagine rassicurante di una Svizzera immune dalla povertà.
Il dato forse più eloquente è che nel 2023 l’8,1% della popolazione residente permanente in Svizzera, pari a circa 708.000 persone, viveva al di sotto della soglia di povertà di reddito. Il rapporto mostra inoltre che, dal 2017, il tasso di povertà è rimasto sostanzialmente stabile, senza però ridursi in modo significativo: un elemento che colpisce, perché rivela come anche in un contesto segnato da prosperità diffusa la povertà possa sedimentarsi e riprodursi nel tempo. Quasi una persona su dieci, inoltre, dichiara di avere difficoltà ad arrivare alla fine del mese, segno che l’area della debolezza sociale è più ampia di quella rilevata dal solo indicatore monetario della povertà.
Il rapporto commissionato dalla Confederazione insiste, in effetti, su un punto cruciale: la povertà non può essere ridotta alla sola situazione finanziaria, giacché viene riconosciuta come un fenomeno multidimensionale che coinvolge condizioni abitative, salute, formazione, lavoro, relazioni sociali e partecipazione politica. Oltre l’80% delle persone povere sul piano reddituale risulta svantaggiato anche in almeno un’altra di tali dimensioni della vita; il 90% delle famiglie povere spende più del 40% del proprio reddito disponibile per l’alloggio, mentre circa la metà convive con una malattia cronica. In altre parole, anche in Svizzera essere poveri non coincide semplicemente con la scarsità monetaria: significa piuttosto subire una compressione delle opportunità esistenziali, un restringimento dell’autonomia personale e una partecipazione più limitata alla vita collettiva.
Particolarmente significativo è il modo in cui il rapporto interpreta la povertà: non come una condizione statica, ma come un processo spesso innescato o aggravato da transizioni critiche dell’esistenza, come la perdita del lavoro, una separazione, una malattia, difficoltà nel percorso formativo o una debole integrazione nel mercato del lavoro. Il rischio risulta più elevato per le persone senza qualifiche post-obbligatorie e per i cittadini provenienti da paesi terzi, mentre istruzione e occupazione stabile continuano a rappresentare i principali fattori di protezione. Ne emerge un quadro molto distante dallo stereotipo della povertà come colpa individuale: ciò che si delinea, piuttosto, è l’intreccio fra fragilità biografiche e condizioni strutturali che possono esporre anche in una società prospera a processi di esclusione sociale durevoli.
Uguaglianza come compito politico e democratico
A questo punto, però, la domanda decisiva non è più soltanto in che mondo viviamo, ma in quale mondo vogliamo vivere. Se la disuguaglianza estrema è il prodotto di scelte fiscali, istituzionali e politiche che hanno favorito la concentrazione della ricchezza e del potere, allora non è un destino naturale: è una costruzione storica, e come tale può essere corretta. È questo il nucleo del lavoro di Thomas Piketty, che da anni insiste sulla necessità di riportare la redistribuzione al centro del discorso pubblico, non per punire il successo economico, ma per impedire che il capitalismo patrimoniale degeneri in oligarchia.
Nel dialogo con Michael J. Sandel, questa prospettiva si allarga ulteriormente: l’uguaglianza non riguarda soltanto il reddito, ma anche il potere, il riconoscimento sociale, la dignità e l’effettiva possibilità di partecipare alla vita civile. Per questo la lotta alle disuguaglianze non può ridursi a una politica di trasferimenti monetari: implica una revisione delle regole fiscali, un contenimento del potere oligarchico, un rafforzamento dei servizi pubblici e una critica della retorica meritocratica, che troppo spesso presenta come merito ciò che è invece il prodotto di eredità sociali, vantaggi patrimoniali e posizioni di partenza profondamente asimmetriche.
Come osserva Sandel, Michael Young, che coniò il termine “meritocrazia”, non lo pensava come un ideale, ma piuttosto come un pericolo: un ordinamento sociale capace di diffondere “la tracotanza tra i vincitori e l’umiliazione tra coloro che sono rimasti indietro”, alimentando così nuove divisioni sociali e contribuendo a spiegare la polarizzazione delle nostre società (M. Sandel, in T. Piketty & M.J. Sandel, Uguaglianza. Che cosa significa e perché è importante, Feltrinelli, 2025, p. 57).
Qui il richiamo a Norberto Bobbio resta essenziale. In Eguaglianza e libertà (Einaudi, 1995), il filosofo torinese mostra infatti che questi due valori non possono essere pensati come semplicemente contrapposti, ma devono essere bilanciati entro una prospettiva democratica: una società troppo diseguale svuota di fatto la libertà dei più deboli, mentre una libertà che non si misuri con le condizioni materiali per l’esercizio dei diritti rischia di restare un privilegio per pochi. Non a caso Bobbio, riprendendo Rousseau, ricorda che il problema non è eliminare ogni differenza, ma contrastare quelle diseguaglianze sociali prodotte dai rapporti di dominio economico, spirituale e politico che attraversano la civiltà umana. In questo senso, contrastare la povertà, limitare la concentrazione dei patrimoni, garantire istruzione, salute, abitazione e lavoro dignitosi non significa comprimere la libertà, ma darle consistenza sociale.
Anche Alain Touraine (Eguaglianza e diversità. I nuovi compiti della democrazia, Laterza, 1997) aiuta a compiere un passo ulteriore: una democrazia degna di questo nome non può essere pensata né come semplice livellamento uniforme né come celebrazione astratta delle differenze. Deve invece creare le condizioni perché soggetti diversi possano essere riconosciuti senza essere gerarchizzati. Il compito della democrazia, allora, non è soltanto redistribuire risorse, ma tenere insieme giustizia sociale, libertà individuale, pluralismo culturale e riconoscimento reciproco.
Di qui discendono alcune indicazioni molto concrete: una fiscalità più progressiva sui grandi patrimoni e sulle eredità; un contrasto effettivo all’elusione e ai paradisi fiscali; investimenti pubblici robusti in scuola, salute, alloggi accessibili e protezione sociale; politiche del lavoro capaci di ridurre precarietà e bassi salari; forme più avanzate di democrazia economica e di partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese. Non si tratta di misure tecniche isolate, ma di una diversa idea di società: una società in cui il denaro non possa trasformarsi senza limiti in potere politico, e in cui la cittadinanza non venga svuotata dalle disuguaglianze di partenza.
È qui che Piketty tocca un punto decisivo, quando lega la questione della proprietà a quella del potere di contrattazione sulla propria vita. La ricchezza, osserva, non riguarda soltanto il denaro: concerne anche il grado di controllo che una persona può esercitare sulla propria esistenza e sulle condizioni in cui lavora, vive e partecipa alla società. Per questo il problema non è chi possiede una casa o un’automobile, ma “l’incredibile concentrazione di proprietà in poche mani, che si accompagna alla concentrazione di potere”; e, quando non si possiede nulla o si hanno solo debiti, si è molto più facilmente costretti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro e qualunque salario (T. Piketty, in T. Piketty & M.J. Sandel, Uguaglianza. Che cosa significa e perché è importante, Feltrinelli, 2025, p. 122).
Dentro questa prospettiva si colloca pure il recente libro di Riccardo Staglianò, Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri (Einaudi, 2026), che ha il merito di riportare una questione spesso avvolta da tabù ideologici sul terreno del buonsenso democratico. Come scrive l’autore, “Non è comunismo, ma il più elementare buonsenso. Una piccola patrimoniale sullo 0,1% dei più fortunati cambierebbe sanità, istruzione, la società intera”. Al di là della formula, il punto è chiaro: una tassazione moderata ma mirata sui grandissimi patrimoni non rappresenta una vendetta sociale, bensì uno strumento di riequilibrio capace di restituire risorse decisive ai beni comuni e di ridurre almeno in parte la distanza tra privilegi privati e impoverimento collettivo.
Naturalmente nessuna misura, da sola, è risolutiva. Ma il nodo è proprio questo: se la disuguaglianza è una costruzione politica, anche la sua riduzione richiede volontà politica, immaginazione istituzionale e coraggio democratico. Ridurre il potere eccessivo del denaro, rafforzare lo Stato sociale e i servizi pubblici, proteggere il lavoro e rendere meno ereditaria la ricchezza non significa inseguire un’utopia livellatrice; significa provare a ricostruire le condizioni minime di una cittadinanza comune. È qui, in fondo, che la lotta contro la disuguaglianza rivela il suo significato più profondo: non soltanto redistribuire risorse, ma difendere la democrazia dalla sua lenta corrosione oligarchica.
Nell’immagine: “Non sono i migranti che vi derubano, sono i miliardari” (dal rapporto Oxfam)