Pierbattista Pizzaballa, il cardinale del dialogo in conflitto con Netanyahu dopo gli orrori di Gaza

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Quando è arrivato la prima volta a Gerusalemme, il 7 ottobre del 1990, non avrebbe mai pensato che sarebbe rimasto così a lungo. E invece dalla Città Santa Pierbattista Pizzaballa non se ne è mai andato. Diventando il volto della Chiesa cattolica in uno dei periodi più difficili della sua vita in Terrasanta. In particolare a partire da un altro 7 ottobre, quello del 2023: «Uno spartiacque per l’intero Medio Oriente», come ha detto più volte.

Nativo della provincia di Bergamo, tanto schietto da apparire a tratti burbero, 61 anni, Pierbattista Pizzaballa è – a giudizio universale – uno dei religiosi che meglio conosce la Terrasanta: quella di ieri, perché ha a lungo studiato (e poi insegnato) la Bibbia e la lingua ebraica, antica e moderna. E quella di oggi: dal 2004 ha ricoperto per dodici anni il ruolo – delicatissimo – di Custode di Terra Santa. Ovvero responsabile della comunità di frati francescani chiamata a vegliare, custodire e preservare non soltanto i luoghi della tradizione biblica: ma anche la comunità cattolica del Medio Oriente. È in questi anni che ha messo a punto le capacità di mediazione per le quali è famoso.

Queste capacità, assieme all’esperienza maturata a Gerusalemme, sono state fondamentali nella scelta di papa Francesco di nominarlo (era il 2020) Patriarca dei latini. Da allora, Pizzaballa non ha avuto un momento di pace: prima la necessità di risanare i conti del Patriarcato, che era sull’orlo della bancarotta, poi gli attacchi contro i cristiani nella Città vecchia. Infine il 7 ottobre 2023: quando era a casa, in Italia, con la famiglia per festeggiare la nomina a cardinale, avvenuta pochi giorni prima.

Nella settimana successiva all’attacco, da neo-porporato si disse pronto a offrirsi come ostaggio al posto dei bambini nelle mani di Hamas. Una mossa che ha alimentato le voci di chi nella comunità cristiana palestinese non lo ha mai amato troppo: perché non parla l’arabo ma parla perfettamente l’ebraico. E soprattutto perché con gli israeliani ha sempre mantenuto un dialogo aperto. Critiche di cui lui non si è mai curato troppo, smentendo con i fatti chi lo accusava di essere filo-israeliano.

Dalla fine del 2023, quando nel mondo le voci che si levavano contro l’offensiva a Gaza erano pochissime, il cardinale non ha mai smesso di chiedere che le armi si fermassero. A Pasqua del 2024 è stato il primo a entrare a Gaza: con sé portava camion di aiuti per la parrocchia della Sacra Famiglia e non solo. «Se devo scegliere fra voi e una cassa di mele, scelgo una cassa di mele», rispondeva in quei giorni a chi gli chiedeva di andare con lui. Da allora, il flusso degli aiuti che la sua squadra è riuscita a portare nella Striscia non si è mai fermato. Come non si sono mai fermati i suoi appelli e le sue critiche: «Quello che accade a Gaza non è accettabile. Il mondo non può restare in silenzio», ha detto a più riprese.

Queste prese di posizione nel tempo hanno irritato in maniera crescente il governo e la diplomazia israeliana, che a più riprese ha protestato: in Vaticano e direttamente con lui. Anche in questo caso, Pizzaballa è andato dritto per la sua strada: «Serve un cambio di leadership da entrambe le parti: altrimenti sarà impossibile trovare soluzioni»; «non è possibile negare l’aspirazione dei palestinesi a uno Stato sovrano e all’autodeterminazione», sono due delle frasi che gli abbiamo sentito ripetere in questi mesi. Parole che hanno contribuito ad aumentare la sua fama al di là di Gerusalemme: lo scorso anno, nel corso del conclave che portò all’elezione di papa Leone XIV, il numero di persone che faceva il tifo per lui era impressionante.

Per Israele le sue ultime uscite pubbliche sono state particolarmente sgradite: sia quella sul Board of peace, che ha definito «operazione colonialista», che quella sulla «comunità internazionale che permette a Israele di fare a Gaza ciò che la Russia non può fare in Ucraina». Queste frasi sicuramente non hanno favorito la sua posizione in queste settimane di negoziazioni sulle celebrazioni della Settimana santa. Non sbaglia troppo chi legge in quello di ieri (anche) uno sgambetto a un uomo considerato negli ambienti della diplomazia israeliana eccessivamente critico e vocale.

Da questa ultima crisi il Patriarca pare uscire rafforzato: il governo israeliano ora promette «misure» per i prossimi giorni. Che probabilmente significa la possibilità di celebrare almeno in parte i riti della Settimana santa al Santo Sepolcro. Come andrà lo capiremo presto: quello che pare certo è che l’eremo in cui Pizzaballa dice spesso di volersi ritirare – «lontano da tutti, e soprattutto dai giornalisti» – dovrà aspettare ancora un po’.

Nell’immagine: il cardinal Pizzaballa


In che mondo viviamo? Un mondo squilibrato e iniquo

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier 

Il volto attuale della disuguaglianza: l’oligarchia della ricchezza

Mentre a Davos, nel gennaio 2026, sfilavano come ogni anno i volti più influenti dell’élite politica, finanziaria e imprenditoriale globale, Oxfam, confederazione internazionale impegnata nella lotta contro la povertà e le disuguaglianze, rompeva la liturgia del World Economic Forum pubblicando un rapporto dal titolo eloquente: Resisting the Rule of the Rich. Il bersaglio polemico è chiaro: un ordine mondiale in cui la ricchezza sfrenata non si limita più a crescere, ma accelera la propria corsa mentre la povertà ristagna e la fame dilaga.

Nel 2025, osserva Oxfam, la ricchezza dei miliardari è cresciuta a un ritmo tre volte più veloce rispetto alla media dei cinque anni precedenti, raggiungendo il record storico di 18,3 mila miliardi di dollari. Per la prima volta, il numero dei miliardari nel mondo ha superato quota 3.000, mentre, dal 2020, le loro fortune complessive sono aumentate dell’81%. Nello stesso tempo, quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà e una persona su quattro nel mondo non ha regolarmente abbastanza da mangiare. Il contrasto è brutale: da una parte patrimoni accumulati in misura senza precedenti; dall’altra miliardi di esseri umani esposti all’insicurezza materiale, alimentare e sociale.

Quando la ricchezza si concentra in modo così estremo, non cresce soltanto la distanza tra i redditi e i patrimoni: si incrina il tessuto stesso della convivenza. Le società profondamente diseguali diventano infatti società meno coese, più esposte al risentimento, alla competizione distruttiva e alla lenta erosione del capitale sociale. La distanza materiale tra chi sta in alto e chi rimane in basso si traduce allora in frattura simbolica, culturale e politica: i privilegiati si separano, i vulnerabili si sentono invisibili, e l’idea di appartenere a una comunità di destino (cfr. Edgar Morin) tende a sfaldarsi.

In uno scenario di scollamento del genere, la concentrazione della ricchezza non corrode soltanto la giustizia sociale: corrode la coesione civile, svuota il senso della cittadinanza e indebolisce il legame democratico. Se una parte crescente della popolazione avverte di non contare nulla, mentre una ristretta élite dispone non solo di immense ricchezze ma anche della facoltà di orientare decisioni, priorità e immaginari collettivi, la democrazia cessa di apparire come uno spazio di concertazione paritaria e rischia di ridursi a semplice gestione ordinaria di privilegi già consolidati. La disuguaglianza economica diventa così una questione culturale e politica generale: una forza disgregante che divide, separa, gerarchizza, e che finisce per erodere alla radice il principio stesso di una cittadinanza comune.

Oxfam insiste del resto proprio su questo nesso tra disuguaglianza economica e disuguaglianza politica: i miliardari hanno oggi una probabilità 4.000 volte superiore rispetto ai cittadini comuni di occupare cariche politiche. Non si tratta, dunque, soltanto di registrare un divario scandaloso tra la smisurata ricchezza dei pochi e la vulnerabilità dei molti, ma di riconoscere che quella sproporzione tende a tradursi in influenza, accesso alle decisioni, capacità di orientare l’agenda pubblica e di piegare le regole del gioco a vantaggio di chi è già privilegiato.

La versione italiana del rapporto, pubblicata da Oxfam Italia con il titolo Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia (gennaio 2026), traduce questa diagnosi globale nel linguaggio politico e sociale più vicino al contesto italiano ed europeo. La disuguaglianza non vi appare soltanto come un problema distributivo, ma come una deriva che logora il lavoro, restringe le opportunità, indebolisce i corpi intermedi e rende più fragile la qualità stessa della vita democratica. Il punto, in questa prospettiva, non è semplicemente che alcuni hanno troppo e molti troppo poco, ma che la forbice tra ricchezza e debolezza finisce per ridefinire i rapporti di forza dentro la società, normalizzando la precarietà per molti e la capacità di influenza per pochi.

Il laboratorio svizzero della povertà

È dentro questa cornice che anche la Svizzera merita di essere osservata con particolare attenzione. Un paese ritenuto fra i più ricchi del mondo ha infatti sentito il bisogno di dotarsi di un sistematico Monitoraggio della povertà, pubblicato dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS, 2025) e concepito come rilevazione regolare ogni cinque anni. Un segnale importante, perché suggerisce che la povertà non è un’anomalia residuale od occasionale, ma un fenomeno che può persistere anche dentro economie forti, istituzioni solide e livelli elevati di benessere medio. Il primo Rapporto nazionale su tale problematica è stato concepito proprio per offrire a Confederazione, Cantoni e Comuni una base conoscitiva regolare e fondata su evidenze, utile a orientare le politiche di prevenzione e contrasto della povertà.

Va ricordato, al proposito, che Christian Marazzi, economista e professore SUPSI, aveva già condotto i primi studi sistematici sulla povertà in Ticino tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, mostrando come il Cantone presentasse forme di vulnerabilità e precarietà destinate a rivelarsi durature. Lo stesso Marazzi ha poi continuato a leggere questa condizione come una realtà “strutturale” e “sistemica”, legata a gruppi sociali particolarmente esposti alle crisi e a fattori come il lavoro precario e la fragilità dei redditi bassi. Pertanto, il monitoraggio federale del 2025 non nasce nel vuoto, ma si colloca dentro una più lunga storia di studi che, almeno in Ticino, avevano già incrinato da tempo l’immagine rassicurante di una Svizzera immune dalla povertà.

Il dato forse più eloquente è che nel 2023 l’8,1% della popolazione residente permanente in Svizzera, pari a circa 708.000 persone, viveva al di sotto della soglia di povertà di reddito. Il rapporto mostra inoltre che, dal 2017, il tasso di povertà è rimasto sostanzialmente stabile, senza però ridursi in modo significativo: un elemento che colpisce, perché rivela come anche in un contesto segnato da prosperità diffusa la povertà possa sedimentarsi e riprodursi nel tempo. Quasi una persona su dieci, inoltre, dichiara di avere difficoltà ad arrivare alla fine del mese, segno che l’area della debolezza sociale è più ampia di quella rilevata dal solo indicatore monetario della povertà.

Il rapporto commissionato dalla Confederazione insiste, in effetti, su un punto cruciale: la povertà non può essere ridotta alla sola situazione finanziaria, giacché viene riconosciuta come un fenomeno multidimensionale che coinvolge condizioni abitative, salute, formazione, lavoro, relazioni sociali e partecipazione politica. Oltre l’80% delle persone povere sul piano reddituale risulta svantaggiato anche in almeno un’altra di tali dimensioni della vita; il 90% delle famiglie povere spende più del 40% del proprio reddito disponibile per l’alloggio, mentre circa la metà convive con una malattia cronica. In altre parole, anche in Svizzera essere poveri non coincide semplicemente con la scarsità monetaria: significa piuttosto subire una compressione delle opportunità esistenziali, un restringimento dell’autonomia personale e una partecipazione più limitata alla vita collettiva.

Particolarmente significativo è il modo in cui il rapporto interpreta la povertà: non come una condizione statica, ma come un processo spesso innescato o aggravato da transizioni critiche dell’esistenza, come la perdita del lavoro, una separazione, una malattia, difficoltà nel percorso formativo o una debole integrazione nel mercato del lavoro. Il rischio risulta più elevato per le persone senza qualifiche post-obbligatorie e per i cittadini provenienti da paesi terzi, mentre istruzione e occupazione stabile continuano a rappresentare i principali fattori di protezione. Ne emerge un quadro molto distante dallo stereotipo della povertà come colpa individuale: ciò che si delinea, piuttosto, è l’intreccio fra fragilità biografiche e condizioni strutturali che possono esporre anche in una società prospera a processi di esclusione sociale durevoli.

Uguaglianza come compito politico e democratico

A questo punto, però, la domanda decisiva non è più soltanto in che mondo viviamo, ma in quale mondo vogliamo vivere. Se la disuguaglianza estrema è il prodotto di scelte fiscali, istituzionali e politiche che hanno favorito la concentrazione della ricchezza e del potere, allora non è un destino naturale: è una costruzione storica, e come tale può essere corretta. È questo il nucleo del lavoro di Thomas Piketty, che da anni insiste sulla necessità di riportare la redistribuzione al centro del discorso pubblico, non per punire il successo economico, ma per impedire che il capitalismo patrimoniale degeneri in oligarchia.

Nel dialogo con Michael J. Sandel, questa prospettiva si allarga ulteriormente: l’uguaglianza non riguarda soltanto il reddito, ma anche il potere, il riconoscimento sociale, la dignità e l’effettiva possibilità di partecipare alla vita civile. Per questo la lotta alle disuguaglianze non può ridursi a una politica di trasferimenti monetari: implica una revisione delle regole fiscali, un contenimento del potere oligarchico, un rafforzamento dei servizi pubblici e una critica della retorica meritocratica, che troppo spesso presenta come merito ciò che è invece il prodotto di eredità sociali, vantaggi patrimoniali e posizioni di partenza profondamente asimmetriche.

Come osserva Sandel, Michael Young, che coniò il termine “meritocrazia”, non lo pensava come un ideale, ma piuttosto come un pericolo: un ordinamento sociale capace di diffondere “la tracotanza tra i vincitori e l’umiliazione tra coloro che sono rimasti indietro”, alimentando così nuove divisioni sociali e contribuendo a spiegare la polarizzazione delle nostre società (M. Sandel, in T. Piketty & M.J. Sandel, Uguaglianza. Che cosa significa e perché è importante, Feltrinelli, 2025, p. 57).

Qui il richiamo a Norberto Bobbio resta essenziale. In Eguaglianza e libertà (Einaudi, 1995), il filosofo torinese mostra infatti che questi due valori non possono essere pensati come semplicemente contrapposti, ma devono essere bilanciati entro una prospettiva democratica: una società troppo diseguale svuota di fatto la libertà dei più deboli, mentre una libertà che non si misuri con le condizioni materiali per l’esercizio dei diritti rischia di restare un privilegio per pochi. Non a caso Bobbio, riprendendo Rousseau, ricorda che il problema non è eliminare ogni differenza, ma contrastare quelle diseguaglianze sociali prodotte dai rapporti di dominio economico, spirituale e politico che attraversano la civiltà umana. In questo senso, contrastare la povertà, limitare la concentrazione dei patrimoni, garantire istruzione, salute, abitazione e lavoro dignitosi non significa comprimere la libertà, ma darle consistenza sociale.

Anche Alain Touraine (Eguaglianza e diversità. I nuovi compiti della democrazia, Laterza, 1997) aiuta a compiere un passo ulteriore: una democrazia degna di questo nome non può essere pensata né come semplice livellamento uniforme né come celebrazione astratta delle differenze. Deve invece creare le condizioni perché soggetti diversi possano essere riconosciuti senza essere gerarchizzati. Il compito della democrazia, allora, non è soltanto redistribuire risorse, ma tenere insieme giustizia sociale, libertà individuale, pluralismo culturale e riconoscimento reciproco.

Di qui discendono alcune indicazioni molto concrete: una fiscalità più progressiva sui grandi patrimoni e sulle eredità; un contrasto effettivo all’elusione e ai paradisi fiscali; investimenti pubblici robusti in scuola, salute, alloggi accessibili e protezione sociale; politiche del lavoro capaci di ridurre precarietà e bassi salari; forme più avanzate di democrazia economica e di partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese. Non si tratta di misure tecniche isolate, ma di una diversa idea di società: una società in cui il denaro non possa trasformarsi senza limiti in potere politico, e in cui la cittadinanza non venga svuotata dalle disuguaglianze di partenza.

È qui che Piketty tocca un punto decisivo, quando lega la questione della proprietà a quella del potere di contrattazione sulla propria vita. La ricchezza, osserva, non riguarda soltanto il denaro: concerne anche il grado di controllo che una persona può esercitare sulla propria esistenza e sulle condizioni in cui lavora, vive e partecipa alla società. Per questo il problema non è chi possiede una casa o un’automobile, ma “l’incredibile concentrazione di proprietà in poche mani, che si accompagna alla concentrazione di potere”; e, quando non si possiede nulla o si hanno solo debiti, si è molto più facilmente costretti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro e qualunque salario (T. Piketty, in T. Piketty & M.J. Sandel, Uguaglianza. Che cosa significa e perché è importante, Feltrinelli, 2025, p. 122).

Dentro questa prospettiva si colloca pure il recente libro di Riccardo Staglianò, Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri (Einaudi, 2026), che ha il merito di riportare una questione spesso avvolta da tabù ideologici sul terreno del buonsenso democratico. Come scrive l’autore, “Non è comunismo, ma il più elementare buonsenso. Una piccola patrimoniale sullo 0,1% dei più fortunati cambierebbe sanità, istruzione, la società intera”. Al di là della formula, il punto è chiaro: una tassazione moderata ma mirata sui grandissimi patrimoni non rappresenta una vendetta sociale, bensì uno strumento di riequilibrio capace di restituire risorse decisive ai beni comuni e di ridurre almeno in parte la distanza tra privilegi privati e impoverimento collettivo.

Naturalmente nessuna misura, da sola, è risolutiva. Ma il nodo è proprio questo: se la disuguaglianza è una costruzione politica, anche la sua riduzione richiede volontà politica, immaginazione istituzionale e coraggio democratico. Ridurre il potere eccessivo del denaro, rafforzare lo Stato sociale e i servizi pubblici, proteggere il lavoro e rendere meno ereditaria la ricchezza non significa inseguire un’utopia livellatrice; significa provare a ricostruire le condizioni minime di una cittadinanza comune. È qui, in fondo, che la lotta contro la disuguaglianza rivela il suo significato più profondo: non soltanto redistribuire risorse, ma difendere la democrazia dalla sua lenta corrosione oligarchica.

Nell’immagine: “Non sono i migranti che vi derubano, sono i miliardari” (dal rapporto Oxfam)


Con l’IA la guerra è ancora più orribile

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier 

Di , Jacobin Italia

Gli Stati uniti stanno utilizzando l’intelligenza artificiale nella loro guerra contro l’Iran. L’esercito afferma che la «varietà» di sistemi di IA in uso è dedicata all’analisi dei dati, impiegati come strumenti e non come agenti. Il capo del Comando Centrale americano, Brad Cooper, afferma che i sistemi di IA assistono le forze armate, consentendo loro di «filtrare enormi quantità di dati in pochi secondi, in modo che i nostri leader possano eliminare distinguere l’essenziale dal superfluo e prendere decisioni più oculate prima ancora che il nemico possa reagire».

L’intelligenza artificiale accelera i tempi di individuazione e abbattimento dei bersagli, e di conseguenza anche i tempi di guerra, morte, distruzione e tutto ciò che ne consegue. Cooper insiste sul fatto che la decisione finale spetta agli esseri umani. Quest’affermazione è meno rassicurante di quanto dovrebbe essere. Un recente rapporto rileva che «i bersagli dell’Operazione Epic Fury sono stati identificati con l’ausilio del Maven Smart System della National Geospatial-Intelligence Agency, che integra dati provenienti da sorveglianza e intelligence, tra gli altri, e può presentare le informazioni su un dashboard per supportare i funzionari nel loro processo decisionale». Tuttavia, ci viene detto che gli strumenti di intelligenza artificiale non «creano esplicitamente» obiettivi, ma si limitano a «identificare potenziali punti di interesse per l’intelligence militare». È un po’ come dire che le informazioni non influenzano le decisioni, come se le informazioni fornite a un comandante non avessero nulla a che fare con la scelta del bersaglio di un attacco.

Se il bombardamento della scuola elementare Shajarah Tayyebeh in Iran, avvenuto il 28 febbraio, è stato il risultato di uno strumento di intelligenza artificiale che ha «integrato» vecchie informazioni militari nel sistema di gestione di Maven, significa che l’IA ha di fatto influenzato la «decisione finale», apparentemente umana. Certo, la rassicurante affermazione di Cooper secondo cui il personale militare umano è ancora al comando potrebbe anche essere vera. Tuttavia, l’integrazione dell’IA nella matrice dei sistemi di puntamento e l’azione basata sulle sue raccomandazioni equivalgono a un processo decisionale militare guidato dall’IA, per quanto gli esseri umani possano ancora premere il grilletto.

Quando la guerra arrivò sul piccolo schermo

L’impiego di sistemi di intelligenza artificiale nell’ultima guerra americana potrebbe ricordare ad alcuni la Guerra del Golfo del 1990-91. Quel conflitto forse non verrà ricordato nei libri di storia come un evento di grande rilevanza, ma fu una guerra che seguimmo in diretta televisiva, con gli schermi illuminati di verde e punteggiati da improvvisi bagliori di luce. Fu trasmessa dalla Cnn con copertura 24 ore su 24. All’inizio degli anni Novanta, le nuove tecnologie e i nuovi modi di operare sia in ambito militare che nelle telecomunicazioni segnarono un cambiamento epocale. La guerra si era trasformata in un affare più distante e disumanizzato, sia nella sua esecuzione, con missili da crociera lanciati da centinaia di chilometri di distanza, sia nella sua fruizione, con l’intero evento mostrato al pubblico quasi fosse un filmato di un videogioco. Si aveva la sensazione che non ci fosse più possibilità di tornare indietro e che, qualunque cosa fosse, si trattasse di un viaggio lungo una strada senza possibilità di inversione di marcia.

Nel suo libro L’età degli estremi, lo storico Eric Hobsbawm avvertiva che nel ventesimo secolo le moderne tecnologie belliche e i sistemi burocratici che sostenevano i conflitti su larga scala avevano radicalmente cambiato la guerra, rendendo possibile una terrificante guerra totale che prima non avrebbe potuto esistere senza il potere della distanza. Sebbene lo scopo della distanza in guerra sia quello di sfruttare un vantaggio strategico e tattico che equivale, in sostanza, a un riparo – o a una posizione più favorevole – e all’effetto sorpresa, l’effetto finale è la separazione. Se la violenza, persino quella di massa, può essere un’azione a distanza, con l’attore distante dalle conseguenze immediate, viscerali e corporee delle sue azioni, allora la violenza diventa impersonale e irreale, persino virtuale, come un videogioco. Premi il grilletto, inclina la levetta analogica verso l’alto e continua la tua giornata mentre i pixel sullo schermo scompaiono. A casa per cena, giusto in tempo per qualche partita a Call of Duty.

Impersonali, come Terminator

Oggi l’intelligenza artificiale in ambito bellico viene utilizzata per analizzare rapidamente le informazioni e assistere gli esseri umani nell’individuazione degli obiettivi. Domani potrebbe essere impiegata in modi che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare, o che tendiamo a liquidare come una minaccia secondaria o terziaria, più una fantasia paranoica ispirata a Terminator che un pericolo reale e imminente. La minaccia immediata, in entrambi i casi, rimane la stessa: l’autodisumanizzazione dell’umanità.

Gli strumenti del mestiere sono macchine che usiamo per diventare più bravi a uccidere, sollevati dalla seccatura che ha afflitto chi ha commesso violenza nel corso della storia umana: bisognava essere vicini per farlo, abbastanza vicini da vedere le luci spegnersi. L’intelligenza artificiale non è quindi solo uno strumento di selezione, ma anche uno strumento per creare una distanza, letterale e figurata, tra l’operatore e i dannati.

Se il secolo scorso ci ha portato la capacità di premere un pulsante per sganciare una bomba, questo ci permetterà di premere un pulsante per far sì che sia un computer a dirci dove sganciarla. Non si può essere più lontani dalla distruzione di così.

Il cambiamento è orribile e terrificante in egual misura, ma non si tratta tanto di un nuovo modo di fare le cose, quanto piuttosto del logico passo successivo verso una distruzione completamente digitalizzata e disumanizzata, previsto decenni fa dai più lungimiranti. Hobsbawm individuò nella trasformazione della guerra del ventesimo secolo una «nuova impersonalità» che «aveva trasformato l’uccisione e la mutilazione nella remota conseguenza della pressione di un pulsante o dello spostamento di una leva» e «aveva reso invisibili le sue vittime, come non potevano esserlo le persone sventrate dalle baionette o viste attraverso il mirino delle armi da fuoco». L’intelligenza artificiale non cambia la logica o l’effetto della guerra impersonale, ma piuttosto rafforza la prima e amplifica il secondo.

Dottor IA Stranamore

Le conseguenze di un ulteriore livello di distanza saranno terribili in modo inimmaginabile. O forse possiamo immaginarle fin troppo bene. Scrivendo della Seconda guerra mondiale, Hobsbawm sottolinea che, con i bombardieri che volavano sopra le loro teste, coloro che si trovavano sotto «non erano persone destinate a essere bruciate e sventrate, ma bersagli». La natura impersonale della distanza significava che «giovani uomini miti, che certamente non avrebbero voluto affondare una baionetta nel ventre di una ragazza incinta di un villaggio, potevano con molta più facilità sganciare bombe ad alto potenziale esplosivo su Londra o Berlino, o bombe atomiche su Nagasaki». Il fatto che i chatbot basati sull’intelligenza artificiale a scopo commerciale scelgano la guerra nucleare quasi dieci volte su dieci in «situazioni di crisi» fa notizia perché ci chiediamo cosa potrebbe fare un signore dei robot a noi – o per noi – in situazioni estreme, senza un eroe di WarGames che convinca la macchina a desistere. Più vicino a noi, la minaccia immediata e crescente non sono le macchine, ma, come sempre, noi stessi – e ciò che facciamo con le macchine o ciò da cui ci esoneriamo grazie a esse.

La distanza che l’intelligenza artificiale interpone tra la mente umana e la decisione di distruggere dovrebbe essere ciò che più di ogni altra cosa ci terrorizza. Potrebbero non esserci limiti agli orrori che ne conseguono. Del resto, la storia dell’umanità è anche la storia dell’uso della tecnologia per autodistruggersi. Oggi siamo maestri in quest’arte, non solo nella spietata efficienza della cancellazione fisica, ma anche nei modi in cui rendiamo più facile dirigere tale distruzione, più facile giustificarla e più facile conviverci prima, durante e dopo che si è verificata. Come avvertiva Hobsbawm a proposito del «breve» secolo che va dal 1914 al 1991: «Le più grandi crudeltà del nostro secolo sono state le crudeltà impersonali delle decisioni a distanza, dei sistemi e delle routine, soprattutto quando potevano essere giustificate come deplorevoli necessità operative». Hobsbawm aveva ragione nell’individuare la crudeltà della strage industriale del secolo breve. La domanda che ci poniamo ora è come si presenterà questa strage quando tale crudeltà sarà ulteriormente intensificata dalla nuova distanza derivante dal processo decisionale mediato dall’intelligenza artificiale.

Nell’immagine: il sistema militare basato sull’intelligenza artificiale “Maven Smart System” della Palantir


Le 3.500 città ribelli Usa: «Facciamo male al re»

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier 

Di Marina Catucci, il manifesto

«Stai andando alla manifestazione?», chiede la prima persona che incontriamo appena uscite di casa. Dopo pochi passi, la domanda non si pone più, perché tutte le persone che si stanno dirigendo verso la metropolitana, nonostante manchino due ore all’inizio del corteo, hanno cartelli inequivocabili: «No alla guerra, no all’Ice, no a Trump».

ALLE 13.50, Letitia James, procuratrice generale dello Stato, Jumaane Williams, difensore civico della città, Robert De Niro, il reverendo Al Sharpton e Padma Lakshmi si erano già schierati in prima fila tra la folla, dietro striscioni dipinti a mano con la scritta: «Proteggiamo la nostra democrazia – Il popolo prima dei miliardari – Proteggiamo i nostri vicini». E si sono uniti ai membri del sindacato e ai newyorkesi di tutte le età perché, a differenza delle precedenti manifestazioni No Kings, partecipate più dai senior che dagli junior, questo terzo corteo è anagraficamente trasversale. «Vorrei un mondo migliore – ci dicono dei ragazzi del Queens – Pare che dobbiamo iniziare a costruirlo da soli».

La manifestazione era stata preannunciata come una delle più partecipate di sempre. Mentre New York e la East Coast cominciavano a marciare, erano già arrivate le notizie e le foto dei cortei che si erano svolte nel resto del mondo con lo stesso messaggio: No Kings, nessun re. «Questa non è e non sarà mai una monarchia – dice Eileen, 67 anni – Non sono abituata ad andare a manifestare, ma oggi sento il bisogno di farlo, perché ci stiamo giocando la nostra stessa identità. In America diciamo ‘siamo meglio di così’. Beh, è l’ora di dimostrarlo al resto del mondo».

A New York il corteo si forma vicino a Central Park, da dove partono due spezzoni: uno si snoda su Broadway e uno sulla Seventh Avenue; quando confluiscono a Times Square, una delle piazze più grandi del mondo sembra troppo piccola per contenere quella che pare proprio essere la manifestazione più grande mai organizzata negli Stati uniti.

Intervistata per strada dai media americani, Donna Lieberman, direttrice esecutiva della New York Civil Liberties Union, ha definito Trump il «capo dei prepotenti» della nazione e ha affermato che i residenti di Minneapolis «hanno costretto l’aspirante re a ritirare le sue truppe d’assalto». «Vogliono che abbiamo paura di protestare – aveva dichiarato poche ore prima del corteo in conferenza stampa – Che abbiamo paura di non poter fare nulla per fermarli. Ma sapete una cosa? Si sbagliano di grosso».

GIÀ VENERDÌ, l’attrice Jane Fonda si era unita a giornalisti, musicisti e scrittori davanti al John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington per esortare i cittadini statunitensi a «rompere il silenzio» e a «opporsi con fermezza all’autoritarismo». In una manifestazione organizzata dal Committee for the First Amendment, un collettivo di artisti che promuove la libertà di espressione, un centinaio di invitati si sono riuniti per ascoltare oratori e cantanti che si sono espressi senza sfumature contro i divieti sui libri, la censura politica e tutte le minacce alla libertà rappresentate dalla presidenza di Trump.

A JANE FONDA si sono uniti l’attore Sam Waterston, la poetessa Rupi Kaur, la sceneggiatrice comica Bess Kalb e la cantante Joan Baez. Il loro messaggio non è risuonato soltanto nelle città a guida democratica: manifestazioni No Kings si sono svolte in tutte le città degli Stati Uniti; si parla di oltre 3.500 manifestazioni, oltre 3.500 piazze piene. L’evento principale, però, è quello di Minneapolis-Saint Paul, in Minnesota. Lo Stato del Midwest è diventato un punto focale della repressione dell’immigrazione voluta da Trump a dicembre quando ha lanciato l’Operazione Metro Surge e, di conseguenza, il centro della resistenza Usa. Alla manifestazione hanno preso parte attivisti, sindacalisti e politici; c’è stato un intervento di Bernie Sanders e l’icona del rock Bruce Springsteen ha cantato insieme a Joan Baez.

IN TUTTE LE CITTÀ si sono visti i simboli di questa nuova ondata di opposizione a Trump: le rane e i costumi gonfiabili che, da Portland, Oregon, hanno preso piede nel resto degli Stati uniti, i costumi da re e le maschere di Trump con il naso da pagliaccio. «Essere qua fa male a lui e fa bene a noi – ci dicono Samuel e Ken, entrambi quarantenni – Essere circondati da altri che, come noi, vogliono dire ad alta voce che tutto quello a cui stiamo assistendo accade contro il nostro volere è importante, ci dà forza. Perché questa è una lunga maratona. Ci dimentichiamo che in una prigione di Brooklyn c’è il presidente di uno Stato sudamericano che abbiamo rapito. Intanto si bombarda l’Iran e si fanno pressioni inaccettabili su Cuba. Ma ci pensi che, da quando Trump è tornato alla Casa bianca, è passato solo poco più di un anno?».

Nell’immagine: Washington, No Kings March


Trump e pasdaran in un vicolo cieco

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Usa e Iran non si parlano. Allora, altri cercano di farlo per loro. Sono consultazioni non negoziati. Senza i protagonisti al tavolo. A Islamabad si riuniscono oggi i ministri degli Esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia per «discussioni approfondite sulle tensioni regionali» in Medio Oriente. Sono alla ricerca di una via per mediare fra Stati Uniti e Iran ancora lontanissimi da una parvenza di accordo per mettere fine alla guerra. Washington e Teheran si sono finora scambiati “punti”, quindici quelli americani, cinque quelli iraniani, che sono in realtà condizioni che la controparte non è disposta ad accettare. In Pakistan, oggi e domani, si sta cercando come offrirgli una via d’uscita dal vicolo cieco di una guerra che l’uno – Usa – non sa vincere e l’altro – Iran – non vuole perdere. Donald Trump deve salvare la faccia. Il regime degli Ayatollah la pelle.

Nel quartetto le posizioni sono diversificate. Tuttavia, la riunione sta a indicare che su una cosa sono d’accordo. Dopo un mese di guerra dalle conseguenze disastrose e senza sbocco in vista, la regione ne ha abbastanza. Per due motivi. Per il prezzo che sta pagando col blocco dello Stretto di Hormuz, che ha ricadute a catena non solo sul fronte energetico. E perché, a differenza di tante altre guerre cui il Medio Oriente ha fatto il callo, dopo ma anche prima del 7 ottobre, questa non nasce da dinamiche endogene ma da una scelta esogena. Degli Stati Uniti o, per essere precisi, dell’attuale presidente americano in quanto tutti i suoi predecessori, egli stesso compreso, non l’avevano fatta. Pur conseguendo un pieno successo militare, gli americani non hanno una strategia d’uscita. Dal canto suo, Teheran pur applicando efficacemente una strategia di resistenza deve riuscire a trasformarla in una strategia di sopravvivenza. La diplomazia del quartetto pakistano-saudita-egiziano-turco entra in campo in questa divaricazione tra Washington e Teheran.

Gli americani possono colpire l’Iran dal cielo quanto vogliono. Come titola l’Economist, finché Teheran dispone a piacimento della navigazione attraverso Hormuz, è «vantaggio Iran». Il transito dello Stretto si è di fatto centellinato fin dai primi giorni della guerra. Da quel momento, Trump sta girando intorno al nodo Hormuz senza scioglierlo. Ha provato di tutto: improbabili proposte di assicurazioni delle navi a carico del Tesoro americano, intimazioni, lusinghe, ultimatum. L’Iran ha regolarmente risposto picche. Al presidente americano non è rimasto che inviare marines e paracadutisti per avere l’opzione di un intervento di terra, sull’isola di Kharg o sulla sponda iraniana di Hormuz. Non significa che non voglia negoziare. Egli sta usando la guerra, e la prospettiva di escalation sul territorio, per forzare l’Iran a fare concessioni negoziali. Ma non significa neanche che non intenda usare i marines e l’82esima divisione aerotrasportata se arriva alla conclusione che le concessioni non arrivano. O che aspetti la scadenza dell’ultimatum (6 aprile) per farlo.

Per Trump il binomio guerra-negoziati è un continuum non un bivio, o l’una o gli altri. All’estremo opposto l’Iran resiste a oltranza alla guerra per non fare concessioni, o farne il meno possibile. Anzi, alza l’asticella dicendo di non accontentarsi di un cessate il fuoco per ripristinare la libera navigazione nello Stretto ma ponendo ulteriori condizioni.

Fino a che uno dei due non faccia – per motivi diversi – un passo indietro, i due rispettivi approcci finiscono in un vicolo cieco. Donald Trump sostiene – l’ha ripetuto non più tardi di ieri – che «i negoziatori iraniani stanno supplicando» per giungere a un accordo. Sarà. Teheran racconta una storia ben diversa – nessun compromesso – ma il presidente degli Stati Uniti avrà informazioni attendibili. O cerca di venderle come tali. O i “negoziatori” sono semplicemente i volenterosi ministri degli Esteri che s’incontrano oggi. Sicuramente il quartetto in riunione a Islamabad non si è mosso senza una luce verde americana. E, naturalmente, non senza consultazioni con Teheran. Che ha appena ricambiato autorizzando il passaggio per Hormuz di ben venti navi battenti bandiera pakistana. Chissà che corsa fra gli armatori per immatricolarsi a Karachi…

La via d’uscita dalla terza guerra del Golfo sembra così affidata alla diplomazia regionale più che alle capacità e visione strategiche della grande potenza che l’ha iniziata. Ma nella Casa Bianca, o a Mar-a-Lago, non si aggirano più Henry Kissinger o Zbig Brzeziński, solo indaffarati epigoni tuttofare. Sull’Europa, ormai fisiologicamente assente, si è steso un velo pietoso di marginalizzazione politica e militare. La torcia della diplomazia è oggi nelle mani dei ministri Mohammad Ishaq Dar (Pakistan), Badr Abdelatty (Egitto), Adel bin Ahmad al-Jubeir (Arabia Saudita), Hakan Fidan (Turchia). Auguriamogli buon lavoro. E buona fortuna. Ne hanno bisogno. Anche noi

Nell’immagine: i ministri degli Esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia 


Su Kiev lite Rubio-Kallas al G7. “Gli Usa si ritirano dall’Europa”

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

La tensione tra Stati Uniti ed Europa è alle stelle, e basta mettere in fila quanto accaduto nelle ultime ore per capire la gravità dell’allarme. Innanzitutto, come riferito da Axios, il segretario di Stato americano Marco Rubio e la responsabile della diplomazia Ue, Kaja Kallas, si sono scontrati venerdì al vertice G7 dei ministri degli Esteri in Francia. Con l’estone che ha rimproverato a Rubio: “È un anno che dite di perdere la pazienza con la Russia e poi non avviene mai…”. Furioso lo statunitense: “Volete che noi americani ce ne andiamo e ve la vedete da soli? Ditelo, che ci facciamo da parte…”.

Parlando con i reporter, Rubio ha derubricato il litigio con “cose che succedono”. Invece, la situazione è molto seria, secondo fonti britanniche e alleati europei. Ieri il presidente Usa Trump, durante un summit di investitori a Miami, ha criticato il rifiuto dell’Europa di appoggiare la sua guerra con Israele – illegale per il Vecchio Continente – contro l’Iran, pronunciando frasi esplosive: “Sono molto deluso. Non siamo costretti a rimanere nella Nato”.

Non solo. I giornali inglesi ieri sostanziavano la serietà dell’allarme. Sia il Telegraph che il Times hanno aperto le loro edizioni riferendo – con la formula “fonti dell’amministrazione Usa” – le intimidazioni della Casa Bianca. Il Telegraph parlava di come Trump abbia intenzione di ritirare i soldati americani dalla Germania – cosa che aveva già minacciato in passato – ma anche di cambiare le regole della Nato: i Paesi che non contribuiscono all’Alleanza con almeno il 5% del Pil, “non saranno difesi dagli Stati Uniti, in caso di attacco della Russia o altri nemici”.

Il resoconto del Times è ancora più inquietante. Secondo il quotidiano della galassia Murdoch, gli Stati Uniti avrebbero minacciato di piantare in asso gli europei, trovare un accordo unilaterale con la Russia e abbandonare letteralmente gli alleati di fronte alle minacce di Putin e a un possibile attacco sul fianco est della Nato: “Qualcosa di assolutamente impensabile fino a qualche anno fa”, spiega una fonte.

Sono solo minacce per fare pressione e convincere gli europei a imbarcarsi nella spinosissima guerra in Iran? O qualcosa di molto più serio? Basta parlare con la gente che conta a Whitehall e il responso è unanime: da giorni i britannici temono un clamoroso disimpegno degli americani dall’Ucraina per concentrarsi proprio sull’Iran, sia per mobilitare maggiori risorse in Medio Oriente sia, in ottica trumpiana, per vendicarsi brutalmente degli europei per il loro mancato sostegno bellico. Fonti europee commentano terrorizzate: “Oramai lo scenario peggiore non è più che gli americani rinneghino la sicurezza europea, ma che si scaglino proprio contro di noi”.


Profeti dei nostri tempi si confrontano in musica

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier 

Nei suoi esiti più alti, la canzone d’autore entra, a pieno titolo, nella letteratura. Che uno scrittore possa anche scrivere (e più raramente interpretare) delle canzoni, gli Eventi letterari Monte Verità 2026 lo stanno sottolineando in questi giorni.

Ad incorniciare trasversalmente l’annuale appuntamento sulla collina asconese è infatti una famosa, emozionante “canzone” di Leonard Cohen, Dance me to the end of love, scritta nel 1984, ma proiettata, in apertura di rassegna,  in una versione che l’allora 82 enne cantautore canadese di religione ebraica eseguì, dal vivo, a Dublino, nel settembre 2013. Sarebbe morto 3 anni dopo, a poche settimane di distanza dal la pubblicazione del suo ultimo, cupo album, You want it darker.

Questo inno-manifesto, disegnato su una melodia che ondeggia tra il valzer e il klezmer, era stato così spiegato da Cohen sulla sua pagina Facebook:

“È curioso come nascano le canzoni, perché l’origine di di una canzone, di ogni canzone, è come un piccolo granello, un seme che qualcuno ti consegna, o che il mondo stesso ti consegna. Ed è per questo che il processo di scrivere una canzone resta così misterioso. Questa canzone è nata dal sentire, dal leggere o dal sapere che nei campi di sterminio, accanto ai crematori, un quartetto d’archi veniva costretto a suonare mentre quell’orrore era in corso. Anche quelle persone erano destinate allo stesso orrore. E suonavano musica classica mentre i loro compagni di prigionia venivano uccisi e bruciati”.

La prima strofa dice:

“Fammi danzare verso la tua bellezza
con un violino in fiamme
Fammi danzare attraverso il panico
finché io non sia in salvo
Sollevami come un ramo di ulivo
e sii la mia colomba diretta verso casa
Fammi danzare fino alla fine dell’amore
Fammi danzare fino alla fine dell’amore
”

Simboli, metafore, riferimenti biblici. Bellezza dolente, ultima: quella che esplode negli istanti estremi che precedono il sacrificio e la passione, l’attimo in cui  tutto si compie. Parole limpide, cristalline, assolute. Una preghiera che chiunque potrebbe rivolgere, in quegli stessi istanti, all’amata, all’amato. O a Dio. In preda alla disperazione più nera o avvolto da misteriose quanto incrollabili e invidiabili certezze.

Cohen dà dunque la sua nobilissima impronta. A chiudere gli Eventi, sarà anche l’appuntamento più atteso e, già poche ore dopo l’annuncio, esauritissimo: l’incontro con lo scrittore Michel Houellebecq (1956), controverso, provocatorio, politically scorretto, urticante, implacabile – e per qualcuno anche scaltro cultore della propria immagine di depresso edonistico – ma tra i più importanti in attività, pienamente calato nella (in)civiltà contemporanea, che osserva e radiografa nelle sue declinazioni e nelle loro conseguenze: l’identità dell’Occidente, della Vecchia Europa, messa a dura prova – secondo lo scrittore – dalla compresenza di nuove identità che non le appartenevano: si legga il suo sesto romanzo Sottomissione, del 2015, in cui preannuncia l’elezione di un musulmano alla presidenza della Francia); le derive globali (ecologia, terrorismo) e quelle della sua Francia (disoccupazione, sanità pubblica al collasso, criminalità), le nevrosi trasversali e globali dell’individuo contemporaneo mercificato, in preda ad una solitudine ontologica che lo rende sempre più incapace di provare emozioni e sentimenti.

Tra i più tradotti all’estero, Premio Goncourt nel 2010, discendente diretto di Céline e Camus, paragonabile, in ambito italofono, a Guido Ceronetti, sul Monte Verità Houellebecq non è però venuto a presentare un nuovo libro, ma a “cantare”. Sarà l’anteprima di un tour che lo porterà dapprima a La Scala di Parigi (tra l’8 asprile e il 10 maggio), poi in tour. Houellebecq non è alla prima esperienza canora (la precedente risale al 2000).

Il disco è co-firmato insieme al compositore-arrangiatore Frédéric Lo (1964-), vera mente del progetto. Pubblicato il 6 marzo, è melanconico, avvolgente, addirittura romantico. E pop. La voce e la postura ricordano da vicino Serge Gainsbourg. Il contributo di Lo è importantissimo: il musicista ama figure eccezionali e, qualche anno fa, ha rilanciato Peter Doherty: anche allora con risultati stupefacenti. Nel 2023 Lo ha pubblicato un album per omaggiare un altro cantante francese di nicchia, morto dieci anni prima, Daniel Darc (nomen omen), che pure Houellebecq amava.

“Avevo letto” ricorda Lo  “che Michel Houellebecq, di cui conoscevo tutti i romanzi, amava molto quel cantante, in particolare Salmo 23. Diceva che a volte beveva un bicchiere fumando una sigaretta e che lo trovava così bello da fargli venire le lacrime agli occhi. Sono riuscito a mandare un’e-mail al suo agente e, pochi giorni dopo, mi sono ritrovato a bere una birra con Michel. È successo spontaneamente, così, ci siamo capiti subito. Solo le prime due ore con lui sono state così intense che avrei potuto farne un libro di interviste”,

Il CD di Houellebecq contiene 12 brani: 6 sono poemi che aveva già scritto in precedenza, gli altri composti per l’occasione. Oggi si trovano raccolti nel volume, da poco uscito per Flammarion, Combat toujours perdant.

Ascoltando il disco, il suo incedere lento, sincopato, salmodiante, la voce profonda, aggettivi e sostantivi così calibrati e attentamente distillati,  il pensiero corre agli ultimi lavori dello stesso Cohen citati all’inizio. Il cerchio si chiude in piena coerenza: l’intuizione avuta dagli Incontri Monte Verità è stata, quest’anno, particolarmente felice.

Nell’immagine: Michel Houellebecq


Yanis Varoufakis: «Tutte queste guerre in definitiva sono guerre tra le classi»

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier 

Daniel Ryser, Infosperber

L’ex ministro delle Finanze greco e un tempo speranza del governo di sinistra Syriza, Yanis Varoufakis ha rlasciato un’intervista al giornalista statunitense e vincitore del Premio Pulitzer Chris Hedges. Non parla come un politico che vuole vendere qualcosa, ma come qualcuno che presenta un conto che nessuno ha chiesto e che tuttavia tutti dovrebbero pagare. All’inizio sembra ancora trattarsi di strategia. Dell’Iran, di Trump, di Netanyahu. Dello spavento di cui leggiamo ogni giorno: chi viene ucciso con quale missile antibunker, quale giacimento petrolifero brucia, quale città è stata colpita. Ma Yanis Varoufakis mette rapidamente da parte tutto questo e delinea uno scenario in cui queste rapide analisi di guerra sono poco più rilevanti dei titoli di ieri.

Ciò che rimane è il presentimento di una catastrofe che si sta lentamente mettendo in moto.

Varoufakis parla di Trump come di un uomo che è finito in una guerra come in un brutto bar da cui non riesce più a uscire – «per ragioni che probabilmente capiremo solo tra qualche anno, e tutto questo avrà conseguenze a lungo termine e durature».

La fine dell’illusione

Varoufakis non fa un’analisi nel senso comune del termine. Piuttosto una passeggiata nel cimitero della speranza che tutto si sistemi in qualche modo. Alle voci rassicuranti del Financial Times e del Wall Street Journal, che scommettono sul fatto che anche questo shock svanirà come l’ultimo, egli attribuisce un nome: «pio desiderio». Una disciplina in cui i grandi quotidiani economici sono tradizionalmente forti.

La differenza rispetto al passato, spiega con l’entusiasmo di un uomo che ha trovato un topo morto nella sua confezione di cornflakes, è semplice e brutale e risiede in un fattore elementare: l’energia. «La domanda negli Stati Uniti non reagisce in modo elastico all’aumento dei prezzi della benzina.» Questa frase, apparentemente solo una formula economica, si dispiega in Varoufakis in un panorama sociale. Perché dietro ci sono persone che al mattino devono salire in auto, indipendentemente dal costo del carburante, perché i loro salari non si comportano in modo così flessibile come i mercati. «La stragrande maggioranza proprio di quelle persone, la classe operaia, che ha votato Trump, soffre degli aumenti esorbitanti dei costi di trasporto.» E ben presto, per Varoufakis, non si tratterà più di Stati, ma di classi. «Queste guerre, queste guerre commerciali, queste guerre vere e proprie, queste guerre mortali – in definitiva sono tutte guerre tra le classi.»

I vincitori della crisi

E come sempre in questi momenti, si vede chi vince. Non l’America, non l’Europa, non la Cina. Ma quelle strutture che da tempo si sono sottratte alle logiche nazionali: «Sono le compagnie petrolifere che – l’ultima volta che ho controllato – hanno già guadagnato circa 80 miliardi grazie all’aumento del prezzo del petrolio. Ma se sei un lavoratore MAGA che deve guidare un’auto che consuma un sacco di benzina per andare a un lavoro di merda, allora per te ora è la fine. Semplicemente non riesci a sbarcare il lunario.»

Il mondo che Varoufakis descrive sta scivolando, e emergono i contorni di un’architettura globale di dipendenza.

Il Giappone dipende dal petrolio del Golfo, il Bangladesh dal gas, l’Europa dalla propria frammentazione. In questa topografia della vulnerabilità non ci sono più isole di stabilità. «Ciò che conta davvero è l’effetto valanga», dice. «Non si tratta tanto degli effetti primari, quanto piuttosto di quelli secondari e terziari.»

In questa frase si condensa una consapevolezza che permea tutto il nostro presente: il vero pericolo non sta nella prima ondata di sconvolgimenti, nell’aumento dei prezzi o nelle rotte bloccate. Si tratta di ciò che viene dopo: catene di approvvigionamento che non si riavviano, fabbriche che restano ferme, mercati che non si calmano, anche quando la situazione è cambiata da tempo.

Varoufakis affronta una caratteristica fondamentale del nostro presente interconnesso, una cascata di conseguenze che sfugge a un controllo razionale: dalla prima scossa ne nasce una seconda, da questa una terza, finché ci troviamo di fronte a un intreccio di causalità di cui possiamo ancora individuare l’origine, ma la cui dinamica nemmeno le menti più brillanti riescono più a penetrare. Prima un problema, poi i problemi che ne derivano e, alla fine, quelli che nessuno capisce più.

Il fragile ordine dell’Europa

L’Europa, dice Varoufakis, non esiste più come entità, ma come una continua divisione: «L’Unione Europea non è una vera unione, è un’unione di disunione.» Un’unione che quasi nessuno prende più sul serio, «meno che mai Donald Trump». Questa frammentazione si aggrava a causa della guerra. Mentre in Spagna il prezzo dell’elettricità si attesta a 35 euro, in Grecia se ne pagano 144. «Non è quindi solo che in Europa ci abbia colpito un’onda di questo tsunami recessivo. Questa onda ci ha colpiti in modo asimmetrico. E queste asimmetrie sono riconducibili ai rapporti di forza tra le oligarchie locali.»

Non si preoccupa dell’iperinflazione, ma di qualcosa di peggio. Qualcosa che sa di anni Settanta e di vecchie catastrofi, di un’epoca in cui le certezze dell’economia andarono in frantumi: la stagflazione. In questo termine si condensa una costellazione economica che credevamo ormai superata da tempo, quella combinazione tossica di stagnazione economica e inflazione, di disoccupazione e svalutazione monetaria.

Ciò che Varoufakis descrive non è una contraddizione, ma un meccanismo. I prezzi salgono perché l’energia diventa più cara, perché le guerre interrompono le catene di approvvigionamento, e un sistema che sembrava a lungo stabile va in tilt. Allo stesso tempo, la domanda crolla: le imprese investono meno, la crescita si arresta, i posti di lavoro scompaiono. «Negli Stati Uniti la benzina per andare al lavoro costa di più. Quindi c’è inflazione. Allo stesso tempo, però, cala anche la domanda di beni e servizi e quindi di manodopera. La disoccupazione aumenta.»

Le banche centrali reagiranno, dice. Ma non nell’interesse delle persone, bensì nell’interesse dei patrimoni: «Non si interessano affatto al benessere della gente comune.» Quindi, secondo Varoufakis, i tassi di interesse aumenteranno, i posti di lavoro scompariranno e i prezzi rimarranno comunque alti. Una tempesta perfetta, che assomiglia a un foglio Excel.

Quando i sistemi perdono il controllo

Mentre le analisi quotidiane si fermano a ciò che è visibile, Varoufakis rivolge lo sguardo a ciò che si muove sotto la superficie. Come sempre, quando i sistemi sono sotto pressione, anche la politica cambia. E ciò che diventa visibile all’ex ministro delle Finanze greco è tutt’altro che rassicurante.

Nella sua analisi del periodo tra le due guerre in Europa, il fascismo non appare come un fenomeno isolato, ma come una reazione sistemica: «Che cos’era il fascismo? Era ciò che accade al capitalismo quando non riesce a far fronte alla crisi da lui stesso provocata. Quando la classe capitalista perde il controllo, tira le leve, ma queste non funzionano più. Come piloti sfortunati seduti nella cabina di pilotaggio che improvvisamente si rendono conto che le leve non reagiscono più alle loro pressioni, il fascismo è l’ideologia e la pratica che permette loro di rimanere al potere. I fascisti sono sempre stati particolarmente utili alla classe dominante quando questa aveva combinato un pasticcio e non riusciva più a contenere la crisi da lei stessa provocata.»

La trasformazione delle strutture democratiche in forme di governo autoritarie non segue, secondo Varoufakis, il caso, ma una logica interna del sistema stesso. E il fatto che questa logica non appartenga al passato è il vero pensiero inquietante.

Dalle macerie dell’ordine attuale nasce per lui una necessità: «Organizzarsi, organizzarsi e organizzarsi ancora di più. Non c’è alternativa al faticoso lavoro di organizzazione politica per rovesciare i nostri governi. Sapete, questa è buona, vecchia politica. Nessuno di noi può risolvere questi problemi da solo, nemmeno con discorsi infuocati o articoli magnifici. Tutto questo è importante per organizzare le persone, in modo da poter effettivamente prendere le redini del potere. Sembra una sfida enorme. Beh, lo è. Ma come disse Hannah Arendt ogni rivoluzione sembrava impossibile prima che avvenisse, e inevitabile dopo che era avvenuta›».

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Yannis Varoufakis


In Don we trust, ora Trump mette la firma anche sui dollari

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier 

Di Marina Catucci, il manifesto

A partire da giugno 2026, la firma di Donald Trump comparirà ufficialmente sulle banconote statunitensi, iniziando da quelle da 100 dollari, facendo di lui il primo presidente in carica ad avere la propria firma sulle banconote.

La firma di Trump andrà a sostituire quella del Tesoriere degli Stati Uniti, una tradizione in vigore dal 1861. Lo storico cambiamento è stato annunciato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti come una delle commemorazioni per il 250° anniversario dell’Unione.

Da giugno, per la prima volta, un presidente in carica imprimerà il proprio nome su uno degli emblemi più concreti della sovranità nazionale, un gesto che accentua la personalizzazione del potere da parte di Trump e la sovrapposizione tra istituzioni e leadership individuale, in linea con una visione presidenziale che tende a identificare lo Stato con la figura del suo capo.

CHE A TRUMP PIACCIA accentrare il potere se ne era già avuto sentore. Questa novità del firmare la valuta cartacea si inserisce in uno sforzo più ampio dell’amministrazione per integrare il nome e l’immagine di Trump in iniziative, materiali e monumenti federali. All’inizio di questo mese, la Commissione per le Belle Arti, i cui membri sono stati accuratamente scelti personalmente dal tycoon, ha approvato la coniazione di una grande moneta commemorativa in oro recante la sua effigie. Il governo ha anche lanciato TrumpRx, le ricette di Trump, un sito web dedicato ai farmaci su prescrizione intitolato al presidente, e un programma di visti di alto profilo, la “Trump Gold Card”, tutti inseriti in una più ampia serie di iniziative a marchio.

L’ossessione per il proprio nome non è mai stata un dettaglio nella traiettoria imprenditoriale e politica di Donald Trump, ma nel suo ritorno alla Casa Bianca questa inclinazione sembra essersi trasformata in una vera e propria cifra di governo: l’idea che il potere si consolidi anche attraverso la visibilità, la ripetizione, la marchiatura simbolica dello spazio pubblico. Imprimere il marchio del proprio gusto sulla sola Casa Bianca evidentemente non gli basta, ed è dal primo mandato che a più riprese ventila interesse a essere aggiunto al Monte Rushmore, al fianco di Washington, Jefferson, Lincoln e Theodore Roosevelt.

GIÀ DURANTE UN COMIZIO elettorale a Youngstown, Ohio, nel 2017, Trump aveva chiesto alla folla se pensasse che un giorno sarebbe stato scolpito sul Monte Rushmore, tralasciando che l’opera rappresenta una canonizzazione tardiva, frutto di un consenso sedimentato. Trump, al contrario, sembra voler accelerare il processo, riducendo la distanza tra esercizio del potere e autocelebrazione.

Il suo nome è già stato associato a proposte per rinominare infrastrutture federali, aeroporti regionali e persino tratti autostradali. Un caso emblematico è quello della possibile intitolazione di un segmento del confine meridionale, parte del muro con il Messico, come “Trump Barrier”, trasformando un’opera controversa in un monumento personale permanente.
La logica è quella del branding, traslata senza filtri nella sfera pubblica. D’altronde, prima della politica, Trump ha costruito un impero immobiliare fondato proprio sull’onnipresenza del proprio cognome: dalla Trump Tower agli hotel e ai campi da golf disseminati negli Stati uniti e all’estero. Oggi quella stessa strategia sembra voler inglobare le istituzioni.

ALTRI ESEMPI si accumulano: merchandising politico ufficiale venduto attraverso canali governativi o para-governativi; l’ipotesi di ribattezzare programmi federali con il suo nome; la spinta a inserire riferimenti personali nei materiali educativi legati alla sua amministrazione. Persino alcune iniziative infrastrutturali, secondo fonti interne, sarebbero accompagnate da targhe celebrative con il nome del presidente ben più visibile rispetto alla prassi.

Questi sono proprio gli elementi che portano all’organizzazione delle oltre 3000 manifestazioni “No Kings” che si tengono oggi negli Stati Uniti, per evitare che gli Stati Uniti, più che a una repubblica, finiscano con il somigliare sempre più a una gigantesca insegna luminosa, con il nome del proprietario ben visibile all’ingresso.


Il grafomane

A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier