Contro la normalizzazione della guerra educare alla pace come pratica democratica

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

C’è un tratto del nostro presente che rischia di diventare insidiosamente invisibile proprio perché si va facendo abituale: la guerra è tornata a occupare il discorso pubblico come se fosse una possibilità quasi ovvia, se non addirittura una soluzione plausibile. I conflitti si moltiplicano, il linguaggio bellico penetra con disarmante naturalezza nel lessico politico e mediatico, e il diritto internazionale appare sempre più annullato dalla logica della forza o del bullismo.

In un contesto simile, parlare di pace può sembrare ingenuo, fuori del tempo o poco realistico. Eppure, a guardare bene, è vero il contrario: proprio quando la violenza tende a essere accettata come norma, la pace torna a mostrarsi per quello che è davvero, cioè una questione politica, culturale ed educativa di prim’ordine.

Quando la guerra entra nel linguaggio comune

Il punto non è indulgere in un generico buonismo, ma contrastare l’idea che la guerra, il dominio e la sopraffazione siano fattori naturali e inevitabili della convivenza umana. Quando la forza viene presentata come criterio ultimo di regolazione dei rapporti tra Stati, gruppi o schieramenti, la pace rischia di essere declassata a parentesi fragile: non più un obiettivo politico costante, ma un lusso accessibile solo in tempi eccezionali.

Vale allora la pena chiarire un aspetto essenziale: la pace non coincide con una tregua provvisoria e non si riduce alla semplice assenza di ostilità aperte. È una costruzione storica e istituzionale che richiede diritto, mediazione, responsabilità pubblica, riconoscimento reciproco e pratiche di giustizia.

Per questo il problema non è soltanto geopolitico, ma pure culturale. Prima ancora che sui campi di battaglia, molte forme di violenza si prefigurano nei linguaggi, nelle immagini, nelle narrazioni che disumanizzano l’altro, trasformano le differenze in minacce e rendono pensabile ciò che fino a poco prima sarebbe apparso inaccettabile. Pertanto, la pace non può essere ridotta a un auspicio morale: va pensata come pratica politica e come compito educativo da perseguire sempre di nuovo.

La pace si apprende

A questo punto emerge una domanda decisiva: bastano le istituzioni? La risposta è no, perché nessun ordinamento democratico si regge da solo, senza cittadini capaci di comprenderlo, abitarlo, difenderlo e rinnovarlo nel tempo.

È qui che l’educazione diventa centrale. Se la democrazia non è soltanto una forma di governo, ma un modo di vivere insieme, allora anche la pace non può essere pensata solo come obiettivo diplomatico o assetto giuridico: deve diventare una pratica sociale appresa, esercitata e interiorizzata nelle relazioni quotidiane ai vari livelli.

John Dewey lo ha espresso in una formula ormai classica: “La democrazia è qualcosa di più di una forma di governo; è prima di tutto un modo di vita associata, di esperienza comunicata e condivisa.” In questa prospettiva, educare alla pace significa fare della scuola un luogo in cui si impara concretamente a discutere, ascoltare, cooperare, argomentare e gestire il dissenso senza trasformarlo in ostilità distruttiva.

L’istituzione scolastica, dunque, non dovrebbe limitarsi a “parlare” di pace, ma dovrebbe renderla sperimentabile nella vita quotidiana della comunità educante. Una scuola che educa alla pace è una scuola in cui il dialogo non è ornamentale, la cooperazione non è marginale e il conflitto non viene né rimosso né esasperato, ma affrontato con strumenti democratici e partecipativi.

Ciò comporta anche un cambiamento nel nostro modo d’intendere il conflitto. Le società democratiche non sono prive di tensioni, differenze marcate o contrasti; in quest’ottica, la sfida non consiste tanto nell’eliminare le forme di conflittualità – praticamente consustanziali a ogni organizzazione sociale –, quanto nell’impedire che esse degenerino in dominio, esclusione, manipolazione, annientamento dell’altro o della controparte.

Educare alla nonviolenza, allora, non comporta inclinare alla passività o anelare a una pacificazione angelica, tanto improbabile quanto sostanzialmente soporifera. Significa semmai apprendere a stare dentro il conflitto senza assolutizzarlo, riconoscendo che il dissenso è una componente fisiologica della convivenza intersoggettiva, intergruppale e interistituzionale, e che proprio per questo deve essere governato con responsabilità, negoziazione e senso del limite.

Giustizia e coscienza critica

Non esiste, però, una pace autentica dove persistono oppressione, disuguaglianza e processi di disumanizzazione; dove la stessa fosse costruita sul silenzio degli esclusi o sull’adattamento passivo all’ingiustizia, poiché in tal caso si tratterebbe semplicemente di stabilizzazione dei rapporti di dominio.

Per questa ragione, l’educazione alla pace non può ridursi a una pedagogia delle buone maniere o a un galateo delle relazioni civili. Deve anche aiutare ragazze e ragazzi a leggere criticamente le strutture dell’ingiustizia, a riconoscere le forme della violenza simbolica, sociale ed economica e a non aderire passivamente al già dato e allo scontato.

Per usare una categoria cara a Paulo Freire, si tratta di promuovere processi di coscientizzazione, cioè percorsi educativi che rendano le persone più consapevoli del mondo in cui vivono e più capaci di trasformarlo responsabilmente in direzione umanistica e solidale. In tal senso, educare alla pace non vuol dire addestrare all’adattamento, ma formare soggetti capaci di pensiero autonomo e critico, giudizio ben ponderato, parola pubblica fondata sulla qualità argomentativa e spirito d’iniziativa democraticamente propositiva.

Non spettatori, ma cittadini

Una formazione, dunque, non per produrre conformismo morale, ma per formare persone che non si limitino a osservare il mondo da spettatori, e sappiano invece riconoscersi come soggetti attivi della vita collettiva.

Tutto ciò è ancora più urgente in società attraversate da migrazioni, pluralismo religioso, memorie conflittuali, polarizzazioni identitarie e retoriche pubbliche sempre più aggressive. Molte violenze cominciano molto prima del fragore delle armi: iniziano negli stereotipi che gerarchizzano, nei discorsi che disumanizzano, nelle narrazioni che presentano l’altro come minaccia, scarto o corpo estraneo, da espellere (vedi teoria della ‘remigrazione’).

Per questo il tema della pace chiama imprescindibilmente in causa anche la componente interculturale. Non basta celebrare la diversità in modo astratto, episodico o folcloristico, aggiungendo qua e là qualche contenuto multiculturale ai programmi scolastici per sentirsi appagati. Sarebbe invece più opportuno promuovere contesti educativi in cui l’altro non sia ridotto né a nemico né a soggetto da assimilare, ma riconosciuto come interlocutore dentro una convivenza plurale, inclusiva e solidale, giacché l’alterità non è un incidente da neutralizzare, ma una dimensione costitutiva dell’esperienza umana e democratica, mediante la quale quest’ultima evolve e si consolida.

In simile prospettiva, il dialogo non si limita a essere soltanto una formula di cortesia o una scorciatoia pacificatrice per farsi pratica esigente e impegnativa, capace di sostenere il confronto senza soffocare il dissenso mediante l’ascolto, il decentramento, la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze e convinzioni.

Naturalmente sarebbe ingenuo attribuire alla scuola o all’università un potere salvifico che non possiedono. L’educazione, da sola, non ferma le guerre; ma senza la stessa nessuna pace può diventare durevole, perché mancherebbero i soggetti, le culture civiche e le pratiche democratiche in grado di sostenerla nel tempo.

Se la guerra si alimenta di paura, propaganda, risentimento e disumanizzazione, la pace ha bisogno invece di pensiero critico, cittadinanza attiva, responsabilità condivisa e rispetto delle differenze. Per questo, oggi, educare alla pace significa prendere sul serio la realtà e lavorare perché la violenza non diventi il linguaggio ordinario della convivenza.

“A questo punto nessuno educa nessuno, e neppure sé stesso: gli uomini si educano in comunione, attraverso la mediazione del mondo”
Paulo Freire


Nella voglia di no dei giovani la difesa di simboli come la Carta

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

Di Massimo Adinolfi, La Repubblica

Nel chiostro di San Marcellino, a Napoli, c’è una bella aria allegra. È giornata di lauree, a Scienze politiche: si vedono corone di alloro e bottiglie di spumante. Si festeggia, si scherza, si ride: ci sono pure i nonni, e i fratellini più piccoli. Ma c’è anche chi ai festeggiamenti mischia una soddisfazione diversa. Te ne accorgi, se chiedi: c’è stato il referendum, ha vinto il No, ti dicono dandosi quasi di gomito, ha perso il governo, ha perso Meloni, la Costituzione è salva.

Ora, io non sono convinto affatto che la Costituzione fosse in pericolo, che la manomissione dei suoi intangibili equilibri avrebbe messo il Paese su una china pericolosa, in fondo alla quale stanno l’autoritarismo più o meno strisciante e i pieni poteri. Però è vero: se c’è una cosa, assolutamente preziosa, che tonifica le istituzioni, quella è la partecipazione democratica. Se poi questa partecipazione registra percentuali più alte proprio tra i più giovani, allora a maggior ragione, direi: è davvero una bella aria.

Qual è, però, questa bella ragione? A me sembra evidente che ce ne sia una, e principale: ai giovani, a questa categoria che ha sicuramente un significato anagrafico, ma che farei qualche attenzione a celebrare rivestendola di ulteriori sensi, sociologici politici o addirittura metafisici (Walter Benjamin tentò una metafisica della gioventù, immaginando di dover trovare il modo di aver presa su generazioni che, all’inizio del Novecento, ebbero anche opposte, e funeste, inclinazioni: andiamoci piano, dunque), ai giovani, dicevo, è arrivata netta e chiara la sensazione che al seggio questa volta c’era qualcosa da “fare”, ben più di una semplice preferenza da esprimere, di un’opinione da infilare nell’urna. Un giovane dottorando in storia (fuori sede, tornato per votare: studia a Bologna) me l’ha spiegata così: in politica i giovani stanno oggi con poche e forse confuse idee, ma con una fame fortissima di significati simbolici. Ora, il referendum gliene ha fornito uno. Difendere la Costituzione è infatti uno di quei significati fondamentali che si danno immediatamente a conoscere, per i quali ci si mobilita e si vota, a sinistra più che a destra, anche perché – questo lo aggiungo io – indipendentemente dal merito, la maggioranza non ha mai dato, nel corso della campagna elettorale, la sensazione di avere a cuore, di tenere alla Carta che chiedeva di modificare. Ma, in politica, riformare è uno dei modi dell’avere cura: se non lo dimostri, se non te ne preoccupi, se tiri dritto e basta – e se poi ci metti su il carico di uscite perlomeno improvvide: di Nordio, di Bartolozzi, ma della stessa premier (vedi Garlasco e la famiglia nel bosco, ad esempio) – allora è cosa buona e giusta che anche i più distratti, i solitamente distratti, vadano al seggio e ti stampino un sonoro no.

È un riflesso conservatore? Io ne sono convinto. Ma è un legittimo riflesso conservatore, e, senza scomodare il patriottismo costituzionale del recentemente scomparso Jürgen Habermas (che i suoi critici hanno sempre giudicato debole, fragile, soprattutto in una dimensione europea, ma che è quanto di meglio un ethos democratico possa secernere con le proprie laiche, secolari liturgie), è sicuramente la più salutare, la meno cupa, delle forme di appartenenza. È un modo del riconoscimento, che riscalda l’animo se unito alla sensazione di poter davvero fare qualcosa.

Poi Giuseppe C. (così si chiama il giovane studioso) ha aggiunto convinto: ed è stato un voto di opposizione, certo che lo è stato. Come puoi votare un governo che da settimane, da mesi ormai, è costretto, con imbarazzo, a reggere la coda a Donald Trump, mentre questi va lanciando bombe da un continente all’altro? Come puoi votare un governo che sta lì ormai da quasi quattro anni e non ha portato a casa una riforma che sia una? I conti in ordine, d’accordo: ma tu vai a dire ai fuori sede, a cui rendi pure difficile l’esercizio del voto, che, però, i conti sono in ordine.

Buone ragioni anche queste: sono le mie, che pure giovane non sono. Ma mentre ascoltavo e ascoltavo e ascoltavo, mi accorgevo che era come con quel titolo di Calvino: ultimo venne il merito, il famoso merito della riforma. Si è trattato di sparare, insomma, come nel racconto, vedremo poi a cosa.

Il bersaglio, tuttavia, è stato centrato. Sicuramente. Ma l’anno prossimo non sarà lo stesso bersaglio, o la stessa linea di tiro, mi pare evidente. Intanto, un termine di paragone all’indietro: nel 2016 l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi perse il referendum (e andò a casa). Ora, dov’è che prese meno voti? Tra i giovani e nel Mezzogiorno, uguale uguale a questa volta. Segno che parliamo non di un voto propriamente politico o di merito, lo dicevo, ma di una resistenza di principio alla revisione costituzionale (soprattutto se portata avanti in modo contundente, assai poco tranquillizzante). Con questi voti, insomma, si difende la Costituzione ma non ci si fa ancora un programma di governo.

Quanto dunque al paragone in avanti, nel futuro, è tutto da costruire. Mettere questo voto a disposizione dei partiti è impresa difficilissima. Giuseppe C. ha qualche dubbio. Dove saranno i simboli, dove la sensazione di poter fare davvero qualcosa insieme (e dove il programma)? Io non so rispondere, e me la cavo dicendo, forse mentendo, che non tocca a me, che tocca a loro. (Però c’era il sole, l’aria allegra, si stava bene. Una bella giornata).


Strategie parallele e incompatibili, così i colloqui Usa-Iran sono destinati a fallire

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

Dopo Gaza e l’Ucraina, anche la guerra in Iran entra nella fase dei “punti”. Quindici, nella versione proposta da Trump, accompagnati dall’idea di una tregua di un mese per riaprire il negoziato. È una formula già vista, la trattativa “alla Trump”: una piattaforma ampia, ambiziosa, che prova a congelare il conflitto dettando, tuttavia, condizioni spesso lontane dalla realtà sul campo. E questa volta potrebbe non funzionare. Per due ragioni. La prima: Teheran ha imparato che ogni spiraglio negoziale può essere travolto da un’iniziativa militare israeliana, spesso sostenuta da Washington. La seconda: il contesto è cambiato e i quindici punti della Casa Bianca, riformulazione di quelli presentati per i negoziati di fine maggio, sembrano non considerare il nuovo peso degli attori coinvolti. E infatti Teheran chiude la porta.

La proposta americana viene respinta come «inaccettabile» e «eccessiva». Nessun negoziato, nessuna trattativa: l’Iran chiarisce che la guerra finirà solo quando saranno soddisfatte le sue condizioni. E questo è il punto reale. Dopo settimane di guerra, escalation e pressione militare, il negoziato vorrebbe riportare tutti dove si trovavano prima del conflitto. Con una differenza: nel frattempo il prezzo è aumentato. Teheran lo sa. La sua posizione è netta: nessun negoziato finché gli attacchi non cessano. Le condizioni delineano una contro-piattaforma rigida: fine delle operazioni militari, garanzie contro nuove aggressioni, risarcimenti, cessazione delle ostilità su tutti i fronti e – soprattutto – riconoscimento del controllo iraniano su Hormuz. È qui che la distanza tra le parti diventa strutturale. E mentre Washington e Teheran restano su posizioni inconciliabili, attorno al conflitto si agita una rete complessa di mediatori. Il primo a muoversi è stato l’Egitto, che ha attivato i suoi canali di intelligence per stabilire un contatto con l’Iran.

Non è solo diplomazia: il Cairo teme un ulteriore deterioramento della sicurezza nel Mar Rosso, che metterebbe sotto pressione il traffico nel Canale di Suez – e quindi una delle principali fonti di entrate del Paese. Accanto al Cairo si muove il Pakistan, con una posta ancora più alta, ossia porsi come interlocutore credibile per entrambe le parti. Islamabad mantiene, infatti, canali attivi sia con Washington sia con la Repubblica islamica, ed è uno dei pochi attori rimasti in grado di far circolare messaggi tra i due fronti. È una potenza nucleare, ha un accordo di difesa con l’Arabia Saudita ed è esposto direttamente agli effetti del conflitto. Le sue forniture energetiche passano da Hormuz, il suo territorio è attraversato da tensioni lungo il confine con l’Iran (oltre a una quasi guerra con l’Afghanistan), e la presenza di una vasta comunità sciita lo rende vulnerabile a ripercussioni interne.

Per Islamabad, la mediazione non è solo un’opportunità. È una necessità. Anche la Turchia si muove su più piani: alleato Nato, ma attore autonomo, con interessi diretti nella crisi e nella stabilità della regione. Ankara osserva, consapevole che qualsiasi accordo ridisegnerà gli equilibri di una regione in cui ha ambizioni proprie. Ma mentre i mediatori cercano spazi di manovra, tutti evitano di affrontare il nodo che rende ogni soluzione strutturalmente precaria: Israele. A Tel Aviv cresce la preoccupazione che Washington possa decretare una pausa dei combattimenti per facilitare il negoziato. Il punto centrale per Netanyahu resta l’arsenale missilistico iraniano. Trump, intanto, si muove su un doppio binario. Da un lato apre alla tregua. Nel frattempo, però, gli Stati Uniti preparano anche lo scenario opposto. Il Pentagono si appresta a inviare circa 3.000 uomini della 82ª divisione aviotrasportata, rafforzando ulteriormente la presenza militare nella regione. Diplomazia e guerra avanzano insieme. Quali scenari? Una tregua tecnica, fragile e temporanea. Uno stallo, con guerra che continua e negoziati che non partono.

Oppure un’escalation, con un coinvolgimento diretto delle forze americane. La proposta pachistana, oggi, non è una soluzione. È il segnale che una via d’uscita viene cercata. Nel frattempo, assistiamo a uno scenario irreale e preoccupante: Trump parla di colloqui «produttivi» e annuncia una pausa temporanea negli attacchi. Il Pakistan si prepara ad ospitare i negoziati nel weekend. L’Iran nega qualsiasi dialogo e rilancia le operazioni militari. Israele accelera, colpendo il più possibile prima che la guerra possa davvero fermarsi. Non è una trattativa. È una sovrapposizione di strategie incompatibili. E in questo gioco disallineato, in cui tutti parlano di tregua mentre si preparano al contrario, una cosa è certa: siamo dentro una fase in cui l’imprevedibilità è diventata la vera regola del conflitto.

Nell’immagine: un edificio residenziale di Teheran devastato da un attacco dei giorni scorsi delle forze armate di Stati Uniti e Israele 


Usa, sentenza storica: Meta e Google colpevoli per la dipendenza da social

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

Di Arcangelo Rociola, La Repubblica

Una sentenza a Los Angeles è destinata a cambiare in modo radicale il dibattito sulle piattaforme online. Google e Meta sono state ritenute responsabili della dipendenza dai social media tra i giovani. Il verdetto stato raggiunto nell’ambito di un processo sulla dipendenza dai social media. Partito da una denuncia di una ventenne californiana che ha sostenuto che Youtube (Google) e Instagram (Meta) abbiano istigato la sua depressione. Inducendole pensieri suicidi fin dall’infanzia.

L’accusa mossa a Meta e Google non riguarda solo i contenuti ospitati, ma il modo in cui le piattaforme sono costruite. I legali della vittima hanno puntato il dito contro gli algoritmi di raccomandazione, il cuore stesso dei social media, quegli strumenti che ci suggeriscono cosa vedere per tenerci sempre incollati agli schermi. Ma anche il sistema di notifiche e l’assenza di filtri che impediscano di fruire contenuti potenzialmente dannosi quando non si ha l’età adatta per fruirli.

Quello che potrà succedere ora è assai incerto. Si prevedono migliaia di cause legali simili. Specie negli Stati Uniti. Mentre è possibile che la sentenza induca Meta e Google a rivedere il proprio design, disattivando funzioni cruciali per il loro algoritmo di raccomandazione. Di fatto si tratta di una sentenza che dà basi giuridiche mai avute prima alle autorità legali, che, per quanto si tratti di un primo grado di giudizio, ora potranno imporre limiti severi.

Il caso di Los Angeles riguarda una donna di 20 anni che ha dichiarato di essere diventata dipendente dalle app in giovane età a causa del loro design studiato per catturare l’attenzione. L’accusa si è concentrata proprio sul design della piattaforma piuttosto che sui contenuti, rendendo più difficile per le aziende sottrarsi alla responsabilità. Secondo il Pew Research Center, almeno la metà degli adolescenti americani utilizza YouTube o Instagram quotidianamente.

Nell’ultimo decennio, le grandi aziende tecnologiche statunitensi hanno affrontato critiche sempre più aspre riguardo alla sicurezza di bambini e adolescenti. Il dibattito si è ora spostato nei tribunali e nei governi statali, dato che il Congresso degli Stati Uniti ha rinunciato a varare una legislazione completa per regolamentare i social media.

Sia Meta che Google criticano la decisione di Los Angeles. Meta ha fatto sapere che “con tutto il rispetto” non è d’accordo con la sentenza Il gigante del tech ha usato le stesse parole pronunciate dopo l’altra sentenza contraria di ieri in New Mexico. Mentre un portavoce di Google commenta che la sentenza “non comprende correttamente la natura di YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita responsabilmente e non un social media”.


O il coraggio di Grandi o piazzale Loreto

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

Le gesta del presidente americano stanno diventando sempre più sconnesse, esagerate, imprevedibili, pericolose. Non mi lancerò in diagnosi mediche o psicologiche sul personaggio, non ne ho le competenze, ma dal punto di vista politico è fuor di dubbio che il signore di cui parliamo ormai sia giunto a proporre al mondo intero un mix di infantilismo, cattiveria, pensiero magico, manifesta menzogna, furia ingestibile e infinita usurpazione del potere.

C’è qualcuno che lo può fermare? Sì, c’è, ma deve avere un coraggio paragonabile a quello che ebbe Dino Grandi, gerarca fascista di lunga data, che malgrado la sua storia personale seppe mettere in moto il processo che fermò Mussolini nel luglio del 1943, quando era ormai chiaro a chi non voleva nascondere la testa sotto la sabbia che il fascismo era finito e che la guerra era perduta.

Basterebbe una fetta di deputati e senatori repubblicani non invasati e determinati, che, se non per convinzione, almeno per convenienza, dovrebbero aver cominciato a capire che, senza un’azione per tempo di opposizione alle pericolose stramberie presidenziali, la storia li condannerà per molti anni per alta codardia.

Non è mai facile aprire un confronto nel proprio campo politico e dire che il re è nudo, ma a questo punto l’incalzare degli avvenimenti è tale per cui non farlo significa connivenza e quindi corresponsabilità. La Corte suprema ha già fatto la sua parte, con le modalità che le sono proprie, e verso i tre giudici più di destra che hanno saputo riconoscere i limiti oggettivi della confusa azione presidenziale in tema di dazi e la sua illiceità conclamata va espresso massimo rispetto. Ma ad agire in prima persona deve essere la politica, non solo il terzo potere.

Sappiamo come sono finiti nella primavera del 1945 gli yes men del Duce, quelli che non avevano voluto vedere il disastro incombente e non avevano cercato di fermare Mussolini. La democrazia ovviamente non produrrà esiti così cruenti, ma più la connivenza con l’inadeguatezza al comando continuerà, più l’ignominia sarà di lunga durata.

In democrazia la riflessione sulla connivenza non riguarda solo i responsabili politici, ma in qualche modo coinvolge necessariamente anche gli elettori. Al netto della minoranza che continuerà a sostenere elettoralmente tesi fanatiche contro tutti e tutto (anche dopo il 1945 la minoranza fascista è sopravvissuta nella democrazia italiana, tanto che i suoi pronipoti sono tornati al potere in coalizione con altri dopo 80 anni), c’è una bella fetta di popolazione americana che si è lasciata ingannare senza pensarci troppo dalle balle colossali del candidato con il ciuffo. Spero che l’esperienza abbia insegnato a queste persone che, anche in tempi di narrazioni, parola che a mio modesto parere andrebbe bandita dal vocabolario, o almeno da quello della politica, prima di votare o di eleggere sia bene riflettere adeguatamente sulla scelta che si sta facendo, perché essa porta con sé sempre un pezzettino di responsabilità.

Nell’immagine: il 119.mo Congresso degli Stati Uniti


L’americana “Furia epica” e lo sconcerto di Mosca

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Le incerte prospettive dell’operazione “Epic Fury” contro la Siria, in attesa che l’erratica politica di Donald Trump trovi un filo d’Arianna o una qualche logica, pone il Cremlino di fronte a nuovi, importanti dilemmi. 

In primo luogo la ridefinizione da parte della élite russa, del carattere storico della presidenza Trump, del ruolo russo in Medio Oriente e più in generale sullo scacchiere internazionale e, last but not least, sulle prospettive della guerra in Ucraina.

Putin aveva creduto al Trump isolazionista e disponibile a lasciare a Putin quanto ritiene gli sia dovuto in Donbass per trovarsi invece di fronte a un’amministrazione volubile e spesso dilettantesca. Putin è stato preso in controtempo e deve rapidamente aggiornare la sua tattica.

In mancanza, fino ad oggi, di una coerente interpretazione di quanto sta avvenendo su scala internazionale da parte del capo del Cremlino (almeno dal rapimento di Nicolas Maduro in Venezuela a oggi) ricorreremo, per intendere la riflessione in corso a Mosca, a due recenti interviste concesse da Nikolay Patrushev (ex-presidente dei servizi FSB, e oggi consigliere personale, nonché amico sin dai tempi di Leningrado di Putin) al quotidiano “Kommersant” dello scorso 18 marzo, e l’altra realizzata dalla redazione del primo canale televisivo a Sergey Lavrov, capo del dicastero degli esteri. 

Secondo Patrushev, “l’attuale conflitto farà regredire di anni il sistema di relazioni commerciali ed economiche mondiali che era stato costruito. Di fatto, l’operazione “Epic Fury” è diventata il catalizzatore di una ridefinizione del mercato mondiale delle risorse energetiche e di un collasso della logistica marittima”.

Anche perché per l’eminenza grigia del Cremlino “gli americani stanno distruggendo con le loro stesse mani il proprio status di garante della sicurezza per gli alleati in tutto il mondo. La fiducia nella capacità delle basi militari occidentali di garantire la sicurezza dei Paesi in cui sono situate sta svanendo sotto i nostri occhi”. Una valutazione poco segnata da ideologismi se Patrushev non dimenticasse che, negli ultimi anni, a dare una spinta decisiva al radicale unilateralismo americano che vediamo all’opera con la nuova amministrazione statunitense è stata la politica del suo Paese.

Il consigliere dello “Zar” rileva anche che ciò produrrà un indebolimento anche della posizione russa su scala mondiale. “I prezzi degli idrocarburi – ritiene Patrushev – stanno aumentando, ma ciò non significa che sarà così per sempre. Con ciascuno dei Paesi attualmente coinvolti nella guerra, la Russia ha instaurato nel corso di decenni stretti legami commerciali, economici, scientifici e tecnologici, anche in ambito marittimo. Pertanto, seguiamo con grande apprensione gli eventi in corso”.

Le ricadute sulla politica commerciale mondiale, già segnata dall’infezione dei dazi e di altre misure protezionistiche, ha un’appendice di notevole importanza sui mari. “Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia e alcuni dei loro alleati – sostiene Patrushev –  mirano al controllo politico, militare e finanziario diretto sulle comunicazioni marittime chiave. Pertanto, è necessario garantire la sicurezza del commercio marittimo in ogni momento. In primo luogo, per la Russia è di vitale importanza disporre di un proprio potenziale nel settore del trasporto marittimo di merci: una flotta, cantieri navali e imprese di riparazione navale, infrastrutture portuali, operatori, assicuratori e così via. Uno degli errori più dannosi consisteva nell’idea che non fosse necessario disporre di una flotta mercantile nazionale e che, per un presunto risparmio di risorse, si potesse sempre trovare una «bandiera di comodo» sotto la quale trasportare le merci”.

Si tratta di un aspetto del decadimento geo-strategico della Russia su cui si erano soffermati pochi osservatori. L’esistenza di una flotta mercantile illegale che permettesse alla Russia di aggirare le sanzioni nel trasporto di idrocarburi, considerata fino a ieri una mossa capace di garantire molti ordini stranieri di gas e petrolio russi, diventa così “un errore”, un limite assoluto della politica dei trasporti della Federazione Russa. Senza contare che qualsiasi trasporto marittimo dovrebbe essere garantito da un’adeguata forza navale militare. 

Sulla stessa onda, ma con un segno più diplomatico, sono di particolare interesse anche le valutazioni di Sergey Lavrov sullo stato delle relazioni internazionali. Nella sua lunga intervista televisiva, il capo della diplomazia russa sottolinea come “l’amministrazione Trump dichiari apertamente di non voler sapere nulla del diritto internazionale, affermando di avere una propria morale e i propri istinti. In altre parole, intendono lasciarsi guidare da sé stessi. Nel complesso, assistiamo a una fase della nostra storia che, seguendo una spirale, ci riporta indietro a un mondo in cui non esisteva nulla. Nessun diritto internazionale, né il sistema di Versailles, né quello di Yalta: nulla. Dove might is right, la forza è la verità”. La loro dottrina è quella del dominio sui mercati energetici mondiali. Sono state colpite da sanzioni la “Lukoil” e il gruppo “Rosneft”, entrambe russe. Si tratta già delle prime sanzioni di rilievo dell’amministrazione Trump, e non dell’eredità di Biden”.

Si tratta della prima volta che un importante dirigente russo attacca direttamente il capo della Casa Bianca, e ciò segna un punto di svolta rispetto alla posizione attendista di Putin, che commentando qualche settimana dopo l’inizio dell’attacco all’Iran una lunga telefonata con Trump, aveva parlato prudentemente solo “di un franco scambio di punti di vista”. Ma soprattutto Lavrov dichiara che ogni tipo di “diritto internazionale sia saltato in aria. Da questo punto di vista non solo Versailles e Yalta sono al capolinea ma persino la “real politik” di kissingeriana memoria.

Tuttavia il vero obbiettivo di questa polemica “antimperialista” non è Trump, ma l’Europa che, a detta di Lavrov, impedirebbe a Ungheria e Slovacchia di avere una politica “autonoma”: sarebbe proprio il Vecchio Continente a voler “vivere a spese degli altri e a dettare legge su tutto e tutti”. Facendo finta di dimenticare, more suo, che proprio questi due Paesi sono i più “trumpiani” d’Europa.

Fuor dalle mene propagandistiche la conclusione del ministro russo resta un chiaro segnale a Washington: la disponibilità di Mosca a restringere ancora le proprie mire imperialistiche in cambio di uno spazio di manovra in Europa Orientale. Una Yalta lillipuziana insomma, in cui le “democrazie popolari” della Guerra Fredda verrebbero riverniciate nel nuovo conio dei “sovranismi populisti”. 

Ma a lungo andare se Trump si attesta sulla volontà di controllare i flussi dell’energia mondiale non potrà che entrare in rotta di collisione completa con Putin. E la partita Ucraina potrebbe assumere inedite, imprevedibili forme e punti di ricaduta. 

Nell’immagine: Sergey Lavrov


L’egemonia di Israele, la radice della guerra

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

Di Roberto Negri, il manifesto

Nel suo fortunato libro «La fine di Israele» Ilan Pappé afferma che il collasso dello stato ebraico è già cominciato. Ma la sua fase di espansione e colonizzazione del Medio Oriente non si ferma. Il ministro israeliano alla difesa Katz lo ha annunciato ieri.

«Controlleremo la zona di sicurezza estesa fino al fiume Litani, i libanesi non rientreranno finché Israele nord non sarà al sicuro». Fino a quando durerà l’occupazione non è dato sapere ma ci è stato detto, vagamente, per un «periodo medio-lungo». Che nella logica dell’impero sionista potrebbe essere anche da una generazione o due fino all’eternità. In fondo il più importante alleato di Israele, gli Stati uniti, è d’accordo. Noi europei pure, perché non avendo fatto niente (e continuando a non fare nulla) per fermare il genocidio di Gaza abbiamo lasciato a Israele carta bianca: questa guerra contro l’Iran, cominciata proprio da Tel Aviv, è la dimostrazione che Netanyahu si sente libero di far ciò che vuole. Anche di minacciarci se non partecipiamo al conflitto: oggi Israele, potenza dotata di centinaia di testate nucleari, è uno degli stati più pericolosi al mondo ma noi facciamo finta di niente. Ce ne accorgeremo presto quando deciderà di far fuori la Turchia di Erdogan per l’egemonia in Medio Oriente nel Mediterraneo orientale.

Quanto agli Usa abbiamo di nuovo constatato che il legame con Israele va a oltre il buonsenso e la sfrontatezza. L’ambasciatore americano Mike Huckabee non ha perso l’occasione di dare la sua opinione, condivisa dalle frange più estremiste del sionismo, rispondendo a una domanda del giornalista Tucker Carlson su un versetto biblico in cui si descrive la promessa di Dio ai discendenti di Abramo del controllo di un territorio che va dal «Wadi d’Egitto fino all’Eufrate». «Sarebbe bello se lo prendessero tutto», è stata la risposta entusiasta del pastore-ambasciatore. Trump nella sua straordinaria follia è circondato da una degna comitiva.

Come se, per l’altro, l’impero sionista avesse ancora bisogno di conquistare altri territori. Già sembra che Netanyahu abbia ottenuto tutto quello che voleva: ha raso al suolo Gaza, sta procedendo verso l’annessione di fatto della Cisgiordania e ha evitato di andare a processo per corruzione nel suo paese o di essere arrestato all’estero, come chiede la Corte penale internazionale. Ora occupa anche il Libano e a un pezzo di Siria. Riducendo il Medio Oriente alla sua definizione arbitraria di ciò che è una minaccia, Israele detta il destino dell’intera regione e di conseguenza del resto del mondo. Senza mai pagare conseguenze. Non una sanzione e neppure un minima perdita di influenza nelle alte sfere del potere europeo e americano.

Per la verità qualche increspatura si nota. Per la prima volta dal 2001, secondo Gallup i palestinesi (41%) superano gli israeliani (36%) nelle simpatie degli americani. Il sorpasso è trainato da indipendenti e giovani, mentre i repubblicani restano filo-Israele. Qui se ne parla poco perché è un argomento che infastidisce assai i nostri esponenti della destra al potere, ben più preoccupati di come la pensino a Tel Aviv che della nostra pubblica opinione, magari costituita da giovani e pure filo-palestinesi, soprattutto dopo il genocidio di Gaza. Ma noi qui viviamo in un mondo di frutta candita: il ministro della difesa Crosetto a Gerusalemme disse «che le forze armate israeliane avvisano sempre prima bombardare a Gaza». Come no, l’Idf passa a citofonare. Ci può meravigliare se lo stesso ministro si è fatto sorprendere dalla guerra a Dubai?

Ma potrebbero mai politici del genere prevedere la vertiginosa spirale di guerra in cui è precipitato il Medio Oriente? Il bilancio conta già migliaia di vittime tra Iran e Libano. I prezzi dell’energia sono alle stelle. Il Golfo e lo stretto di Hormuz sono paralizzati dagli attacchi iraniani. Sembra di vivere in un’era sconcertante e fuori controllo. Eppure alla radice c’è una spiegazione logica: tutto quello che succede è il risultato dell’occupazione israeliana della Palestina. Man mano che il conflitto si espande, la connessione con la Palestina si fa meno chiara. Ma è evidente quanto la stabilità della regione sia stata garantita a spese dei palestinesi. Basti pensare gli equilibri regionali e a quella sceneggiata grottesca del Board of Peace. Quel consiglio che doveva passare alla fase 2 di Gaza è stata la sfilata di un plotone di maggiordomi di Trump che senza accorgersene hanno dato il via alla guerra come sonnambuli. Da mesi Netanyahu spingeva ad attaccare l’Iran, la sua vera ossessione, appoggiato da una lobby filosionista negli Usa assai potente. Lo ha scritto qualche giorno fa con grande chiarezza Joe Kent nella sua lettera di dimissioni dall’agenzia anti-terrorismo. Ma anche questo argomento piace poco ai media, si tratta di illuminare la vera zona d’ombra della politica: il potere dell’impero sionista sulle nostre decisioni.


Trump è costretto ad affidarsi a Vance. Il più ostile alla guerra deve risolverla

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

Di Monica Maggioni, La Stampa

Arrivati alla quarta settimana di guerra, capito che l’Iran non è il Venezuela, che l’idea del «crollo del regime o della resa incondizionata in 72 ore» (copyright Trump) semplicemente non si è verificata e che di questo passo tutta l’economia mondiale è in serio pericolo, consapevole degli scricchiolii dentro il campo repubblicano che si fanno ogni giorno più evidenti, a Trump serve un colpo di scena. Parla di negoziati, telefona ai leader di mezzo mondo e, a scompigliare le carte,butta sul tavolo il nome di un nuovo negoziatore, il vicepresidente JD Vance che, nel caso di naufragio della nebulosa trattativa, è anche una figura sufficientemente rilevante con cui dividere il peso di un eventuale fallimento.

Vance in queste settimane si è reso quasi invisibile: poche riunioni indispensabili, nessun commento sulla guerra, nessuna dichiarazione pubblica nel momento in cui il Paese affrontava una scelta difficile come quella di attaccare militarmente un altro paese. Ha parlato Trump, ha straparlato il capo del Pentagono, si è esposto inspiegabilmente il ministro del tesoro Bessent, ma Vance no. Non ha detto nulla.

Ora però sembra tornare in gioco per ragioni che hanno molto a che vedere sia con la politica interna americana che con la possibilità di negoziare davvero con l’Iran.

Innanzitutto. Se davvero gli iraniani dovessero decidere di accettare la proposta del Pakistan e sedersi a negoziare è comprensibile che decidano di non volerlo fare più con chi, l’ultima volta, li ha piantati in asso nel bel mezzo dei negoziati per cominciare a bombardarli.Quindi il negoziatore non può essere Jared Kushner troppo vicino a Israele che, per inciso, sta continuando a bombardare l’Iran, ed è altrettanto evidente che Steve Witkoff conta troppo poco. Sono in molti ormai a sapere come sono andate davvero le ultime ore di trattativa prima della guerra, un mese fa, quando a mediare era l’Oman.

In quelle ore di negoziato, il ministro degli esteri dell’Oman Badr al Busaidi è molto sorpreso perché gli americani non si sono portati tecnici esperti e quando parlano di nucleare, lo fanno con molta confusione eppure, arrivati al momento chiave del negoziato, Witkoff dice di essere convinto di aver trovato un buon accordo, così si alza, esce dalla stanza e chiama Washington. Pochi minuti dopo torna indietro con l’aria imbarazzata, dicendo che si è sbagliato, non se ne fa niente. Il ministro degli esteri iraniano Araghchi è rimasto stupefatto, quello omanita lo ha raccontato ai giornali, per questo ora, anche se ormai tutto è possibile, pare singolare che si riparta dallo stesso gruppo di persone. Ora che fa l’ingresso sulla scena della mediazione il Pakistan e, nemmeno troppo nell’ombra, cerca di dare le carte anche la Turchia di Erdogan, bisogna cambiare il livello del negoziato soprattutto perché la pressione di Israele va in direzione esattamente opposta e anche i Paesi del Golfo non sembrano pronti a un negoziato che, a questo stadio, assomiglierebbe quasi a una vittoria per l’Iran. Logica vorrebbe, a questo punto, che a entrare in scena fosse il segretario di stato Marco Rubio, ma questa volta alla Casa Bianca il ragionamento è diverso.

Trump vuole provare a smarcarsi dal guaio che ha combinato entrando in guerra con l’Iran senza aver pianificato come uscirne, usando la figura rimasta più in disparte in questo mese di conflitto. JD Vance è stato fuori dalla scena proprio perché è probabilmente la persona dentro l’amministrazione più nettamente contraria all’operazione Iran. Lo è per ragioni ideologiche e storia personale. Dopo aver fatto il Marine e aver servito durante la guerra in Iraq ha capito sulla sua pelle che quelle guerre oltreoceano per l’America sono un disastro: distolgono l’attenzione dai bisogni degli americani e creano scenari complessi nei quali gli interessi degli Usa vengono messi in discussione. Vance ha ripetuto il suo no alle guerre durante la campagna elettorale e, a differenza di Trump non ha cambiato idea.

Ora che il presidente sta facendo i conti con le tensioni dell’economia dovute alle impennate del prezzo del petrolio e alla chiusura di Hormuz, Vance è il politico considerato più coerente dalla base Maga. Non ha fatto dichiarazioni roboanti, non si è esposto, e ha reso evidente con la sua assenza la distanza dalle scelte di Trump. Il fatto che il Presidente chiami lui ora a negoziare – sempre che tutto questo si realizzi – ha l’effetto di rendere più credibile lo sforzo diplomatico, di attenuare l’ondata di critiche interne costringendo Vance a rientrare in scena e a dare forza alla ripresa del conflitto se il tentativo negoziale dovesse fallire. Nel momento in cui Vance dovesse diventare il negoziatore sconfitto non avrebbe altra scelta che appoggiare il ritorno al combattimento e almeno un effetto Trump lo avrebbe ottenuto, silenziando un malcontento interno che pesa sempre di più nei sondaggi.


Gino Paoli, il riposo del Fauno

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

Di Aldo Colonna, il manifesto

Sono venuto altre volte in questa casa, una casa abbarbicata alla collina di Quinto con una terrazza che ricorda, per posizione, lo SkyWalk sul Colorado. La vista che si gode da quassù è indescrivibile: a sinistra, all’orizzonte, si staglia Punta Chiappa che ha difeso da sempre la casa di Tenco sulla Ruta e a destra lo sguardo spazia fino alle propaggini del ponente di Genova.

Camminiamo avanti e indietro con la cadenza tipica del recluso nell’ora d’aria. Ma è un paragone improprio; per un attimo, un lungo interminabile attimo, siamo due amici che parlano dei casi del mondo, delle forze che questo mondo lo fanno girare, l’amore, l’odio di uomini in guerra, il motivo che ci vede su questa terrazza sono le ricordanze di amicizie che sembravano indissolubili, di amori negati e a volte violenti che sembravano farti scoppiare il cuore ed oggi riposti nella memoria. Tanto il nostro respiro è orgasmatico nella brezza che sale dal mare e la vista si perde dietro le piroette di una petroliera.

Una volta seduti volevo subito chiedere a Gino Paoli del fratello Guido ma ecco che mi precede, proprio quando gli parlo della nostra testata: «Anche mio fratello era del manifesto, stava dalla vostra parte – ride compiaciuto – Era docente all’Università di Genova. Ad un certo punto, cominciò ad essere roso dall’insoddisfazione per dei progetti naufragati. Era un uomo di una dirittura morale rara».

Il Bar Igea della Foce, in via Cecchi, era un punto d’incontro obbligato. Luigi Tenco stazionava al bar un giorno sì e l’altro pure. È stato anche il tuo ‘posto delle fragole’?

Come no! Io, Luigi, Lauzi ed altri musicisti facemmo dell’Igea una sorta di quartier generale. E il bar era frequentato da una strana umanità: puttane, ladri, papponi. E però fra quella gente correva uno strano sangue, tutti ci relazionavamo senza pregiudizi, nessuno giudicava un altro per la strada che aveva intrapreso, al bancone tra un bicchiere e l’altro capitava di parlare con un ingegnere o un ladro e l’empatia che si creava non aveva bisogno della carta d’identità.

Domanda secca. Sei credente?

(Paoli risponde con ironia calcolata anche se, almeno all’inizio, tende a confonderti, nda) Come no?! Io a quello là lo chiamo tutti i giorni e gli chiedo conto del perché faccia morire, nel mondo, tanti bambini, gente innocente che non voleva la guerra, e lui mi dice sempre che è un suo disegno, che un giorno capirò e allora m’incazzo e non chiamo più… almeno per qualche giorno…

Ti definisci un provocatore, a scuola eri uno scapestrato eppure i tuoi erano brave persone, ti amavano, da cosa nasce secondo te essere stato una sorta di border-line?
A certe cose non c’è una spiegazione. Si è così piuttosto che in un altro modo. Ero insofferente e non mi piaceva studiare. E la maggioranza degli insegnanti per me avevano sbagliato mestiere. A proposito dei genitori hai ragione, io amavo moltissimo mio padre. Quando si ammalò lasciai perdere tutto e tornai in casa, la casa dove ero stato adolescente, e lo curai per tre anni, fino alla fine. Quella casa lì, dove vivevo con i miei, io non l’ho mai venduta, non l’ho mai voluta vendere.

Musicalmente, furono i V-disk alla base della vostra preparazione musicale.
Esatto. Se li portarono appresso gli americani, a me li regalavano uno in cambio di un pomodoro. V-disk sta, come sai, per Victory. Erano dei 78 giri che contenevano un’infinità di canzoni. Li avevano stampati per dare un po’ di sollievo alle truppe. Ti devo spiegare questa cosa. Mussolini aveva disposto che ogni pezzo di terra, foss’anche un fazzoletto, andava sfruttato, coltivato. Al nostro pezzetto di terra pensava mio padre – un pezzetto di terra minuscolo di fronte casa nostra- e ho questo ricordo nitido: un americano mi regalava un V-disk in cambio di un pomodoro. I V-disk ci hanno cambiato la vita immergendoci in una realtà musicale completamente diversa che finì per formarci. È grazie a questi dischi che cominciammo a conoscere Frank Sinatra e Gerry Mulligan. Io ne conservo ancora qualcuno.

Nel libro dici una cosa condivisibile: un fatto è l’artista un fatto è l’uomo. Dovremmo considerare un uomo per quello che fa non per quello che è.

Certo, ribadisco. Chet Baker, ad esempio, che è stato un mio idolo, umanamente era disgustoso. Non solo non parlava che di sé ma era il modo che indisponeva. In parole povere, il leit-motiv era che lui era lui e tutti gli altri erano merde. Ed è solo una cosa fra le tante. Come musicista lo adoravo, vatti a risentire i duetti con Stan Getz.

Con Tenco eravate inseparabili, avvezzi a fare degli scherzi incredibili.

Non finirò mai di dire che Tenco era un uomo allegro, esattamente l’opposto di quello che molti hanno descritto. L’uomo cupo, immalinconito è una leggenda ad uso e consumo di quelli che non hanno avuto l’onestà intellettuale di scavare nel personaggio. A volte Luigi -come me, d’altronde- s’atteggiava a James Dean, si metteva in un angolo arrovellato, pensoso e questo attirava la curiosità delle donne. Erano loro attratte da noi. Non eravamo bellissimi, certamente Luigi più di me, ma la curiosità che suscitavamo dava i suoi frutti. Facevamo degli scherzi incredibili. Una volta, dopo aver visto un film, decidemmo di copiarlo. Entrammo in uno stabile, salimmo al secondo piano. Io mi misi sul cornicione facendo intendere che mi volevo buttare di sotto, lui a scongiurarmi di non farlo. Si radunò un sacco di gente, capimmo che era il momento di darci un taglio prima che cominciassero a prenderci a calci in culo per davvero. E quella volta a Roma? Eravamo alloggiati in un albergo dei Parioli, sotto si stava svolgendo un campionato di tiro al piattello. Be’, facemmo un buco alla finestra, giusto lo spazio per la carabina, e cominciammo a tirare al piattello precedendo i tiratori i quali rimanevano sbigottiti: chi stava abbattendo i piattelli? Un altro scherzo era un po’ più da bastardi, lo ammetto. Facevamo la cacca in un giornale, chiudevamo l’incarto, lo mettevamo all’ingresso di un negozio dandogli fuoco. Chi era dentro usciva preoccupato e, per spegnere il fuoco, cominciava a pestare il pacco…potrei stare delle ore a parlartene e te ne dico un altro. Luigi aveva la fissazione di tagliare la cravatta all’interlocutore. Cominciava a parlare con uno, lo fissava e poi, all’improvviso con una forbice, zac! (Paoli non la smette di ridere, divertito come se quegli scherzi fossero capitati appena un giorno prima).

Tenco, alla fine, fu fatto fuori…

…per me era troppo intelligente, per molti versi un duro, non poteva spararsi per un fatto così banale, l’esclusione dal Festival per Io tu e le rose… (ascolta con interesse che chi lo intervista ha scritto un libro dove si dice, su fatti documentali suffragati dal lavoro di medici legali, che Tenco fu ucciso. Ebbene, in una intervista posteriore ha parlato a questo proposito di ‘un colpo di teatro’, di un episodio di imitazione; a riguardo, prendiamo a prestito le sue parole tratte dalla biografia «…io ogni tanto dico delle cazzate senza rifletterci…»)

Sono incuriosito da un personaggio che faceva parte della vostra cricca, Sergio Sandrini. Me ne parli?

Sandrini era un pianista eccezionale, con due mani grosse così ma era matto da legare. Anche qui, ti racconto un episodio. Siamo in macchina insieme, andiamo ai 100 all’ora, quando lui mi chiede a che serve ‘questa cosa qui’ (il freno a mano). Intuisco le sue intenzioni ma prima che io possa fiatare lui lo tira e cominciamo ad avvitarci su noi stessi…è finita bene però. Ma lui no, non finì bene, una sera si è sparato. Per la gran confusione mentale, direbbe Lauzi.

Mi raccontavano di quando eravate un po’ tutti alla Pensione del Corso, a Milano, e lui si era incapricciato della moglie di Bagnasco e chiedeva a Tenco di presentargliela…

…ma poteva presentargliela?! Luigi l’ha sempre avuta ‘sta cosa di prendere le mogli degli altri…

Non voglio tornare su cose già note, e di cui tu stesso hai finalmente parlato , sappiamo che il motivo del vostro dissidio -tuo e di Luigi- fu che Luigi ti ‘rubò’ per una volta la Sandrelli.

Sì, ma quello che ho realizzato purtroppo solo dopo tanto tempo è che Luigi non lo fece da maldestro, non fu in quel caso l’ episodio di un ‘vizio’, lui mi voleva bene e ne voleva moltissimo alla mia prima moglie, Anna, e voleva che io non rovinassi il mio matrimonio. Avrei dovuto cercarlo, nel tempo, per riappacificarmi con lui ma non accadde e questo è il mio cruccio, uno dei miei dolori più grandi.

Mi parli della tua esperienza da politico?

Mi sono buttato nell’impresa con tutto me stesso, per servire, ma mi sono accorto presto che le logiche della politica seguono sentieri diversi. Pensavo che mi sarei occupato di spettacolo, per migliorare l’ambiente che mi aveva espresso, ma fui messo ai trasporti. Anche lì, mi diedi da fare al meglio ma alla fine la cultura del compromesso vinse. Non fui ricandidato, non mi ricandidai.

La tua esperienza in Siae?

(comincia a ridere, nda) Mi stavo seriamente spendendo per difendere i diritti dei musicisti quando ecco che mi denunciano per evasione fiscale. Si trattò di una bolla di sapone, di un’accusa infondata come fu dimostrato, ma intanto la frittata era fatta.

Tu credi al binomio: canzone d’autore= poesia? E del progetto, cioè, di mettere i vostri testi nelle antologie per la scuola?

Ascolta, noi cantautori proveniamo dritti dritti dai trobadores e, più recentemente, dalla cultura di Brel , di Brassens, di Prévert. Quindi sì, perché no? Tu sai che alle radici del fado di Lisbona e quello di Coimbra c’è proprio questa differenza: da una parte la descrizione della saudade, dall’altra la ricerca di una maggiore matrice poetica, che ne cambia anche l’impiantito musicale. Il fado coimbrese deriva dalla poesia provenzale del medioevo.

Cosa provi pensando all’Ucraina, alla guerra tra Israele e Hamas? E come finirà secondo te?

Vorrei dirti una gran pena, ma rischierei d’essere retorico. Ho vissuto la guerra e conosco bene l’odore delle armi, dei cadaveri in putrefazione, l’idea di provvisorietà che la guerra regala ai più deboli, ai vinti.
Mi chiedi come finirà. Non bene secondo me. Comunque finirà quando i grandi avranno una convenienza a farla finire la guerra. Quello che ha fatto Hamas il 7 ottobre è atroce ma i palestinesi non c’entrano e s’allontana l’idea di una nazione palestinese. Per l’Ucraina temo che s’avvererà quello che dice Putin: non rinunceremo alle terre conquistate. Ma c’è sempre un però, la speranza di qualcosa che possa, ancora una volta, meravigliarci.

Perché il Paese va a destra? È pur vero che la destra è stata votata, in percentuale, da una minoranza ma, insomma, il trend è quello.

In parte è quello che hai detto. La metà del Paese non vota più, le gente punta su un cavallo ‘nuovo’ stufa di promesse e, soprattutto, della irresolutezza di molti politici. Ma io non posso non essere ottimista. Al buio segue spesso un rinascimento.

Riporto una riflessione di Carlo Sini, filosofo: «C’è accidentalmente capitato di nascere. Si tratta di riportare questo evento a qualcosa di utile per noi e gli altri». Tu come la pensi?

Sono d’accordo. La vita non ha senso. È un contenitore, tocca a noi dargliene uno e questo tentativo orienta la nostra vita. Poi devi mettere nel conto un pizzico di buona sorte o, anche, il classico mattone che ti cade in testa. Ma in questo caso nessuno ci può fare niente.


Ezio Mauro – Arroganza e incomprensione, la trappola in cui è caduta la Meloni

In un tempo in cui la guerra torna a presentarsi come fatto ordinario della politica, educare alla pace non è un gesto edificante, ma una necessità civile e culturale. 

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music