

Di Daniel Ritzer, laRegione
L’inverosimile, ogni tanto, può accadere. Non molto spesso, ma a volte la ‘realpolitik’ sfida la logica e perfino il buonsenso per portarci verso degli scenari inimmaginabili fino a poco tempo fa. Così, nonostante i tanti interessi convergenti, tutto lascia presagire che Lega e Udc correranno separate alle elezioni cantonali dell’anno prossimo. O almeno, stando alle varie parole grosse volate negli ultimi mesi, lo strappo tra i due finora alleati dovrebbe consumarsi – si attendono le reazioni dei democentristi – in quanto conseguenza naturale della decisione del consigliere di Stato Claudio Zali di ricandidarsi.
Il direttore del Dipartimento del territorio, e con lui il Movimento di via Monte Boglia, sceglie la spavalderia all’ora di comunicare i prossimi passi: «Con il veto ad personam l’Udc segnala di avere paura di confrontarsi con me, temendo l’esito delle urne». Provando a leggere tra le righe, però, si capisce pure altro: i leghisti rilanciano per non soccombere. Sempre Zali: «Correndo da sola la Lega esprime la volontà di non ritrovarsi un giorno fagocitata da un partito che, a livello nazionale, ha una sua rilevanza». Senza figure di ricambio di un certo spessore all’orizzonte, ecco allora che la candidatura degli uscenti (che Gobbi si ripresentasse era chiaro da tempo) diventa nella pratica una mossa difensiva. Come un arrocco.
Fatto sta che il probabile, ma non ancora confermato, strappo tra Lega e Udc – se i democentristi non vogliono perdere del tutto la faccia non si vede ormai come ci possa essere margine per una ricucitura – potrebbe comportare dei riposizionamenti non solo a Bellinzona, ma anche a Berna. Non solo a destra, ma pure altrove. Il direttore del Dt, d’altronde, lo ammette senza troppi fronzoli: per chi non dovesse farcela ad aprile 2027, tra lui e Gobbi, ci sarebbe un piano B(erna): la Camera alta. E a questo punto pure le Comunali del 2028 – Lugano in primis – diventano un grande interrogativo.
C’è però, appunto, un aspetto che trascende i ghirigori della destra ticinese e che riguarda, quasi in maniera speculare, l’altro emisfero della politica cantonale. A sinistra in questo periodo è stato rilanciato il dibattito in merito alla agognata unità. Anche qui: ci sarebbero mille e un motivo per cui il fronte progressista dovrebbe compattarsi e serrare le file per affrontare le prossime sfide elettorali. Succederà? Difficile dirlo con esattezza, ma appare piuttosto improbabile che avvenga. Perché al di là di una presunta convergenza sul piano delle idee, la discussione prima o poi va a sbattere contro un ostacolo molto concreto: la difficoltà a fare combaciare le ambizioni personali con un numero limitato di poltrone. Ancora di più se certe figure di spicco decidono di restare in sella, addirittura con la pretesa di non voler altri nomi di peso nelle liste in grado di proiettare un po’ d’ombra.
È proprio qui dove avviene – a destra come a sinistra, ma pure al centro – la sovrapposizione tra i due piani, il pubblico e il privato. Cioè, una sorta di privatizzazione della carica: si passa a considerare feticisticamente la funzione pubblica un affare privato. L’estrema personalizzazione di un determinato spazio di potere che in verità non appartiene all’individuo, ma alla collettività. Potere al quale i singoli soggetti, una volta eletti, pare facciano parecchia fatica a rinunciare. Finendo così, inevitabilmente, per rinchiudersi nelle varie stanze politiche dei bottoni. Stanze sempre più lontane dalla realtà dei cittadini e viceversa.
Nell’immagine: fotografia pubblicata dal “Claudio Zali fan club” su Facebook”
Il 23 marzo è un giorno, come tutti i giorni, in cui molti personaggi popolari brindano o hanno brindato per il loro genetliaco. Tra i molti, per rimanere nella ‘vicina penisola’ (espressione cara ai Ticinesi doc), e tra coloro che sono passati ai quondam, ricordiamo Ugo Tognazzi e Serena Grandi. Poi, se vogliamo volare più in alto e transitare per altri cieli, ricordiamo Erich Fromm, Akira Kurosawa e Joan Crawford.
Ma torniamo sulla terra, qui tra di noi, nella famiglia allargata dei Ticinesi. Il 23 marzo è il compleanno del Presidente del Consiglio di Stato, del Norman – come lo chiama la sua gente – che compie quasi mezzo secolo. Ce lo dice il festeggiato stesso, che ha postato sul “faccialibro” (cit. Quadri) una sua bella foto, con la faccia avvolta da spire di fumo di un sigaro, come quelli dei trionfanti giocatori di hockey, dopo la vittoria del campionato. Stava forse «fumando [sigari] Giuba, poi soppressi dal ministro dei tabacchi»?, potrebbe chiedersi il poeta [Montale, ndr], che si muoveva «soltanto fra le piante dai nomi poco usati» e, per questo, forse ben disposto ad occuparsi anche delle nostre presentazioni iperboliche.
La foto è accompagnata da un testo che, dato lo spazio esiguo della pagina del “faccialibro”, spesso va a capo, tanto che un lettore poco avvezzo potrebbe scambiarlo per un testo poetico. E non sarebbe poi un errore da matita rossa perché qualche assonanza con altri e alti testi si potrebbe anche scovare. Per esempio, con tre Autoritratti in versi, sonetti dell’Alfieri, del Foscolo e del Manzoni, esempi iconici della poesia romantica italiana.
Così scrive Norman:
49 anni. Più riflessivo, più consapevole, più determinato.
Oggi mi ascolto di più, capisco di più e soprattutto scelgo di più con maggiore responsabilità.
Ogni esperienza mi ha fatto crescere e mi ha dato strumenti concreti per affrontare meglio ciò che conta davvero.
Non ho tutte le risposte, ma ho delle certezze: la voglia di esserci e di mettermi in gioco
fino in fondo.
Per voi. Per tutte e tutti. Per il nostro Cantone.
E Alfieri , Foscolo e Manzoni? Essendo gli altri due epigoni del sonetto alfieriano, del modello Sublime specchio di veraci detti riportiamo soltanto le ultime due strofe, quelle che descrivono gli aspetti più vari del suo carattere, tralasciando l’elencazione di connotati fisici:
[…] or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;
irato sempre, e non maligno mai;
a mente e il cor meco in perpetua lite:
per lo più mesto, e talor lieto assai,
or stimandomi Achille, ed or Tersite:
uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai.
A parte il “verso” finale del testo gobbiano, che pare orecchiare, più che l’Alfieri, la pubblicità della Coop (“Per me e per te. E per Ivan”), tutto il resto è forse una reminiscenza scolastica, magari un po’ acciabattata, dello studente Norman.
Chissà. Auguri dalla zattera dei Naufraghi.
Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica
Secondo Aaron David Miller, per anni inviato del dipartimento di Stato in Medio Oriente, le parole di Trump «significano prima di tutto che l’amministrazione si è resa conto dei limiti del suo potere militare». Che questo poi produca un accordo in grado di restituire la stabilità alla regione resta da vedere: «Di sicuro non vedo come la guerra potrà essere presentata come una vittoria».
Trump dice che sta negoziando, gli iraniani smentiscono.
«Se le notizie sono vere, i pakistani sono il ponte principale, per un incontro a Islamabad in settimana. Chi parteciperà e per cosa è ancora in fase di definizione. Tre cose però sono sicure».
Quali?
«Primo, l’amministrazione ha riconosciuto i limiti delle forza militare. Secondo, riconosce che il regime, per quanto indebolito, non crollerà. Terzo, il potere degli iraniani è aumentato».
Perché?
«Il problema fondamentale ora è riaprire Hormuz. Fino a quando Teheran non decideva chi poteva passare, questo era un conflitto tra Israele, Usa e Iran. Ora è cambiato: non è più una guerra di scelta, ma di necessità. E se l’amministrazione pensa di ottenere una grande capitolazione degli iraniani al tavolo dei negoziati, si sbaglia. Dipende da cosa vogliono. Le loro richieste pubbliche ora sono probabilmente inaccettabili, ma credo Washington capisca che l’escalation in questo momento non ha senso. Il tempo è un nemico, non un alleato. Bisogna trovare una via d’uscita. Se l’amministrazione pensa di ottenere un accordo migliore dopo la guerra, si sbaglia».
Cosa pensa delle condizioni poste da Trump?
«Sogni. Se la Guardia rivoluzionaria resta al potere, con un ruolo ridotto dei religiosi e nessuna influenza dei riformisti, sarà incentivata a tenere l’Iran sulla soglia della produzione dell’arma atomica».
Cosa vuol dire che l’amministrazione ha capito i limiti militari?
«Ha degradato le capacità iraniane, ma Teheran ha trasformato lo spazio geografico in un’arma molto potente. Ha dimostrato che può rendere il Golfo invivibile e ora la domanda è diventata il prezzo che Trump dovrà pagare per riaprire lo Stretto».
Perciò in ogni caso non sarà una vittoria?
«Per essere una vittoria l’intervento doveva generare una frattura, con proteste di massa non represse e un regime davvero diverso. Ha fallito questo obiettivo e ora gli stati alleati del Golfo sono ostaggi».
Israele accetterebbe un accordo?
«Farà quello che vorrà Trump. L’obiettivo più importante per Netanyahu non è l’Iran, ma è essere rieletto, e senza Trump non può riuscirci».
Cosa succede se le trattative falliscono?
«Continueranno gli attacchi, magari con una riduzione dei bombardamenti, e poi le uccisioni dei leader o altre operazioni come quelle cyber. Forse gli iraniani inizieranno a colpire americani e israeliani all’estero».
Stanno arrivando anche i marines.
«Occuperanno Kharg, e poi? È difficile un’operazione di terra capace di cambiare l’equilibrio di potere. Se gli Usa non faranno l’accordo ora, la situazione non migliorerà fra qualche settimana».
Quali sono le prospettive per il Medio Oriente?
«Nulla indica che inizi una nuova era migliore della precedente».
Di Nicolás Rapetti, il manifesto
Che cosa significa fare i conti con il passato? La domanda attraversa tutte le società che hanno conosciuto la violenza statale rivolta contro i propri cittadini. In pochi casi, tuttavia, questa resa dei conti ha raggiunto la profondità assunta in Argentina dopo il colpo di Stato del 1976, che lasciò 30.000 desaparecidos, 500 bambini apropiados, migliaia di esiliati e prigionieri politici e un modello neoliberista che trasformò per sempre la struttura economica del Paese.
A mezzo secolo dal golpe, l’Argentina resta uno dei laboratori più avanzati – e contesi – della giustizia sui crimini di Stato.
Quando nel 1985 il presidente Raúl Alfonsín promosse il celebre Juicio a las Juntas, pochi avrebbero immaginato che si trattava del primo passo di un percorso destinato a durare decenni. L’Argentina non si limitò a relegare il passato nella memoria simbolica: lo portò nei tribunali. Juicio y castigo: processi e condanne. Questa la parola d’ordine del movimento per i diritti umani argentino. Né oblio né perdono.
Nel 2026, a mezzo secolo dai fatti, la giustizia è ancora un vulcano in attività: sono in corso 13 procedimenti giudiziari, 63 cause attendono dibattimento e altre 280 sono in fase di indagine. Il bilancio è sorprendente: i tribunali federali hanno pronunciato 360 sentenze per crimini contro l’umanità e genocidio, con più di 1200 condanne. Le indagini hanno localizzato più di 800 centri clandestini di detenzione e identificato centinaia di resti umani grazie al lavoro dell’Equipo Argentino de Antropología Forense, l’ultima pochi giorni fa.
Questa persistenza non sarebbe stata possibile senza la pressione costante delle organizzazioni per i diritti umani – gli Organismos – che hanno trasformato il dolore privato in una mobilitazione politica di lunga durata. Un movimento profondamente pacifico, capitanato da Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, impegnate nella ricerca dei desaparecidos e dei nipoti rubati e cresciuti sotto una falsa identità. E dagli H.I.J.O.S., la generazione dei figli, che negli anni Novanta resero pubblici i domicili dei repressori, intanto rimessi in libertà dallo stesso Alfonsín e da Carlos Menem.
Negli anni Duemila il movimento per i diritti umani trovò finalmente un interlocutore decisivo nelle istituzioni, sotto i governi di Néstor Kirchner e Cristina Fernández de Kirchner, in chiaro contrasto con le esperienze politiche precedenti. I Kirchner coinvolsero gli Organismos nella costruzione delle politiche pubbliche in materia di diritti umani, trasformando in azione istituzionale quelle rivendicazioni mantenute vive per vent’anni, grazie a una volontà politica capace di allineare in modo inedito i poteri dello Stato.
L’Argentina ha così prodotto un modello unico di giustizia e riparazione, basato sulle testimonianze dei sopravvissuti, validate da sentenze giudiziarie di tribunali di tutto il Paese. Un modello che ha fatto della verità una funzione costituente senza rinunciare alla giustizia, ignorando i canti di sirena che promettevano informazione, pacificazione e riconciliazione in cambio di impunità. Un modello che ha perseguito le responsabilità a ogni livello della gerarchia criminale, incluse quelle civili: impresari e gruppi economici che trassero beneficio dal colpo di Stato.
Si tratta di un processo che, tuttavia, lascia alcune domande ancora senza risposta: dove sono i corpi dei desaparecidos? Dove sono i nipoti apropiados che vivono ancora con una falsa identità? Perché la società argentina fu capace di tollerare la scomparsa di un’intera generazione? E, soprattutto: come evitare che accada di nuovo? Resta la sfida fondamentale di come parlarne con le nuove generazioni, soprattutto in vista del fatto che, grazie anche al voto di molti giovanissimi, nel 2023 è arrivato al potere un governo che rivendica esplicitamente l’operato della dittatura.
L’elezione di Javier Milei ha infatti riportato al centro della scena una narrativa che relativizza i crimini della dittatura e mette in discussione le politiche della memoria degli ultimi vent’anni. Il governo «libertario» non è ancora riuscito a interrompere i processi giudiziari in corso, ma ha tagliato programmi statali dedicati alla memoria, alla ricerca dei nipoti apropiados e alla promozione dei diritti umani, mentre minaccia con un nuovo indulto.
A cinquant’anni dal golpe, l’Argentina è il Paese con il più alto debito con il Fondo Monetario Internazionale. La principale leader dell’opposizione, Cristina Fernández de Kirchner, dopo essere sopravvissuta a un attentato, è stata esclusa dalla competizione elettorale e si trova in prigione, a seguito di una trama giudiziaria, politica e mediatica indegna di uno Stato di diritto. Il conflitto politico si intreccia così con una tensione crescente sulla qualità democratica, mentre il governo Milei ricorre sempre più a strumenti giudiziari e repressivi per limitare dissenso e protesta, nel quadro di un nuovo ciclo neoliberista di esclusione.
Il processo argentino di memoria, verità e giustizia ha tuttavia inciso nella storia un principio inderogabile: lo Stato non può ricorrere al sequestro, alla tortura e all’omicidio per dirimere le divergenze politiche.
La vera domanda oggi è se la società sarà ancora disposta a tollerare che i conflitti politici si risolvano con la forza o se, al contrario, sarà capace di rinnovare il Nunca Más, quel patto fondativo sancito nel 1984 grazie all’azione delle organizzazioni per i diritti umani. In un mondo segnato da derive autoritarie, è questo ad essere in discussione nell’Argentina del 2026.
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Nicolás Rapetti è un sociologo e fotografo, è stato capogabinetto e sottosegretario per i diritti umani durante il governo di Alberto Fernández (2019-2023) e ha lavorato sui siti di detenzione clandestina, tra cui l’Esma. È appena uscito per Laterza tradotto in italiano il suo libro «Né oblio né perdono. Argentina 1976–2026» (pp. 288, euro 24), un saggio basato su fonti ufficiali, documenti d’archivio e testimonianze dirette, incentrato sul ruolo della società civile nella costruzione di politiche pubbliche in materia di diritti umani, ma anche sui loro progressi e regressi a seconda dei diversi cicli politici argentini, arrivando fino all’attualità. Nel corso del tempo i tribunali argentini hanno pronunciato 360 sentenze, condannato 1.237 persone e identificato oltre 800 centri clandestini di detenzione. E 140 nipoti, sottratti ai genitori desaparecidos, hanno potuto ritrovare la loro vera identità.
Nell’immagine: abuelas de Mayo a Buenos Aires
Dal nostro corrispondente dall’Italia
L’errore più grave è stato spacciare la riforma delle carriere dei magistrati per una riforma della giustizia, sostenendola con una campagna referendaria costruita su slogan indecenti. Ora che i no hanno prevalso con ampio margine, la destra di governo è costretta a leccarsi le ferite. Giorgia Meloni e la sua maggioranza, spalleggiate anche da un manipolo di esponenti della sinistra, hanno clamorosamente perso: 46,3 sì alla separazione delle carriere dei magistrati, 53,7 no, con un’affluenza alle urne, superiore a ogni previsione, del 59 per cento, sia pure con grandi differenze regionali.
La Costituzione della Repubblica questa volta non è stata violata, a differenza della famigerata riforma del Titolo V (Le Regioni, le Province, i Comuni) proposta dal governo di centrosinistra guidato dal socialista Giuliano Amato e confermata dal referendum del 18 ottobre 2001. Quella volta vinsero i sì con il 64,2 per cento, con un’affluenza alle urne ai minimi storici, appena il 34,1 per cento. Fu una riforma nata per inseguire il federalismo della Lega Nord di Umberto Bossi, ma consegnò agli italiani il caos che continua ancor oggi: un regionalismo litigioso, conflitti di competenze tra Stato e Regioni, una valanga di ricorsi alla Corte costituzionale e il progressivo deterioramento del Servizio sanitario nazionale.
A 25 anni di distanza, il referendum del 22 e 23 marzo ha scongiurato un altro disastro politico-istituzionale. I cittadini italiani, almeno quelli bene informati che non si sono fatti intossicare dalla propaganda, possono tirare un sospiro di sollievo: è stato respinto il tentativo della casta politica di conquistare con gli artigli il primato sulla giustizia.
È un verdetto netto, inequivocabile, che spazza via i tecnicismi di una legge costituzionale volutamente astrusa, scritta per nascondere dietro il gergo giuridico una lunga serie di trappole. Con buona pace di Mario Sechi, Augusto Minzolini, Daniele Capezzone, Paolo Mieli e altri sacerdoti del commentificio nazionale, i quali hanno occupato ieri pomeriggio le maratone televisive con le loro insopportabili analisi. Italo Bocchino, stavolta, sembra aver avuto pietà di noi telespettatori.
Come un cavallo di Troia, la cosiddetta riforma è stata fermata prima di varcare la città sotto assedio. Ma la partita non finisce qui. La magistratura, ora, dovrà fare i conti fino in fondo con le proprie storture, ritrovare credibilità e togliere argomenti a chi, sconfitto nelle urne, proverà a presentare attraverso leggi ordinarie altre proposte demenziali sulla giustizia, quali l’eliminazione del trojan, il sistema di intercettazioni rivelatosi fondamentale per la scoperta di molti reati.
La sinistra è chiamata a fare la sua parte, in vista delle elezioni politiche del 2027, se sarà capace di superare gli individualismi da “asilo Mariuccia” e di costruire un progetto comune credibile, basato sulle necessità concrete dei cittadini in un momento di grande instabilità geopolitica.
Soprattutto la presidente del Consiglio, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e un campionario piuttosto eloquente di figure imbarazzanti della maggioranza avranno materia su cui riflettere nell’ultimo anno di legislatura. A cominciare dalla ministra del Turismo Daniela Santanché, sotto processo per falso in bilancio e alle prese con altri guai giudiziari, e da Augusta Montaruli, condannata in via definitiva per peculato ma ancora ben incollata al suo scranno di deputata. Entrambe, non a caso, appartengono a Fratelli d’Italia, il partito della premier.
Avrà materia di riflessione anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, fedelissimo di Meloni, travolto proprio in questi giorni da un caso politicamente sconcertante: la sua partecipazione in una società di ristorazione insieme a Miriam Caroccia, diciottenne figlia di un uomo condannato in via definitiva a quattro anni di carcere per intestazione fittizia, con l’aggravante di avere agito come prestanome del clan mafioso, ben radicato a Roma, di Michele Senese. Questa vicenda ha certamente pesato sul risultato del referendum, spingendo una parte dell’elettorato verso il no.
Delmastro dice che non sapeva, e assicura di aver ceduto le quote non appena il caso è esploso. Eppure alcune fotografie lo ritraggono in posa con Mauro Caroccia in uno dei ristoranti da lui gestiti, dimostrando una familiarità che dura da tempo, perlomeno dall’autunno 2023. Non solo. In uno scatto compare anche Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia – passata agli onori della campagna referendaria per aver definito i magistrati «plotoni d’esecuzione» – seduta assieme ad altri dirigenti del dicastero guidato da Nordio in una tavolata che oggi ha il sapore di una fotografia di sistema.
Per ora Delmastro non risulta indagato in questa vicenda, che sarà esaminata a breve dalla Commissione parlamentare antimafia. Vuole vederci chiaro anche l’ANAC, l’Autorità nazionale anticorruzione, tantopiù che la partecipazione del sottosegretario in una società d’affari non compare nella dichiarazione patrimoniale depositata alla Camera. Un dettaglio non proprio trascurabile, soprattutto per chi ama impartire lezioni di rigore agli altri.
E dire che durante la campagna referendaria scandiva lo slogan «Chi sbaglia paga», con la postura severa di chi distribuisce pagelle morali ai giudici e a tutto il paese. «Anche se ha una toga», aggiungeva. Detto da lui, però, il motto suona come una caricatura beffarda, avendo tra l’altro alle spalle una condanna in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.
Come se non bastasse, resta sullo sfondo la scena da tragicommedia della notte di San Silvestro 2023 alla Proloco di Rosazza, nel Biellese: una pistola mostrata tra i tavoli, un colpo che parte, un uomo ferito. L’arma era del deputato Emanuele Pozzolo, poi sospeso dal partito e condannato a un anno e tre mesi per porto illegale di arma; il ferito era il genero del caposcorta di Delmastro.
Tutto si consumò nel perimetro politico e personale del sottosegretario, e ancora oggi non è stato mai chiarito chi abbia sparato. Resta così l’immagine perfetta di un moralismo da baraccone. E la formula “chi sbaglia paga” si ritorce non solo contro quest’ambiguo personaggio, ma contro tutto il governo, con una precisione quasi crudele.
È il vecchio vizio del potere che pretende severità per gli altri e indulgenza per sé. Sarebbe bello, alla luce dei risultati del referendum, poter restituire a Giorgia Meloni, traducendolo in fatti concreti, uno slogan a lei caro: «La pacchia è finita».
Nell’immagine: niente conferenza stampa, niente confronto con l’opinione pubblica e con i cittadini. Meloni concede la sconfitta ma lo fa solo con un post sui social media
Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi
La democrazia è in pericolo. Lo si sente ogni giorno, a proposito della situazione politica mondiale, dove le guerre e l’imperialismo stanno imperversando. È un fenomeno preoccupante, non privo di contraddizioni e di ipocrisie, se si pensa all’atteggiamento delle democrazie occidentali che spesso e volentieri, negli ultimi decenni, hanno tradito i loro valori.
Occupiamoci però del nostro orticello, della Svizzera, che a giusta ragione è già stata definita “la campionessa mondiale della democrazia diretta”. I due strumenti che permettono al nostro Paese di conquistare l’alloro sono l’iniziativa e il referendum. Con la raccolta di 100 mila firme i cittadini elvetici possono proporre una modifica della Costituzione, che viene sottoposta al voto popolare. Al contrario, il referendum, con la raccolta di 50 mila firme o la proposta di 8 cantoni, può abrogare in votazione popolare una legge approvata dal Parlamento. In media quattro volte su dieci il popolo ha respinto le decisioni del legislativo.
Queste due istituzioni sono il fiore all’occhiello della democrazia diretta svizzera, unica al mondo, e rappresentano l’essenza dell’identità politica elvetica.
Non sono mancati, negli anni, coloro che criticano e cercano di limitare questi diritti. Avenir Suisse, pensatoio liberale che dimentica i principi costituzionali del liberalismo, ha già proposto in passato di aumentare il numero delle firme per arginare l’uso di questi strumenti. Nel 2016 voleva aumentare le firme per l’iniziativa al 4% del corpo elettorale, vale a dire a più di 210 mila, più del doppio di oggi, quindi un freno non indifferente al diritto di iniziativa.
Ora, una proposta simile viene lanciata da Riccardo Braglia (CdT 15.3.26), imprenditore italo svizzero a capo dell’industria farmaceutica Helsinn (e figlio del fondatore). Braglia ritiene che “per i referendum servano regole più rigide”. Non parla di iniziativa, forse rimane condizionato dal sistema italiano in cui vige solo il referendum. La sua preoccupazione parte dai “costi impressionanti dei referendum, inefficaci e inutili” per cui “servono nuove, stringenti regole per proteggere la democrazia diretta”. Propone di aumentare il numero di firme necessarie, in Ticino almeno 40 mila (oggi 7 mila) e in Svizzera 6-700 mila per il referendum federale (oggi 100 mila). Ma non è tutto: ciliegina sulla torta del multimilionario Braglia, “sarebbe utile l’introduzione di una cauzione economica significativa”. Quindi in Ticino chi proponesse un referendum dovrebbe sborsare un milione di franchi, in Svizzera 3 milioni di franchi.
Pessima proposta! Populismo delle élite? Liquidazione della democrazia diretta? Fascino per le autocrazie?
Una prima risposta alle preoccupanti proposte di Braglia è giunta tre giorni dopo (CdT 18.3.26) da parte di Fulvio Pelli, liberale radicale, già presidente nazionale del partito. Pelli commenta i risultati delle votazioni dell’8 marzo, tutte nate da iniziative popolari, “fiore all’occhiello della nostra democrazia” ed elogia lo strumento dell’iniziativa, “introdotta formalmente con la geniale costituzione federale del 1848, ma divenuta quel che è oggi solo grazie a una riforma costituzionale votata nel 1891”. Conclude il suo commento sottolineando che “per ora apprezziamo di poter far uso di uno strumento di partecipazione politica di estremo valore: duttile e creativo”.
Attenzione a chi vuol manomettere la democrazia diretta. E, soprattutto, è bene che i multimilionari si occupino dei loro affari e stiano alla larga da proposte antidemocratiche ed elitarie, benché siano di moda visti i venti che spirano.
“Se anche ammettiamo che innalzare il numero delle firme influenza il numero delle votazioni federali, ci si può opporre a questo rialzo per ragioni di equità. Verosimilmente, un tale rialzo avrebbe effetti asimmetrici: punirebbe i gruppi meno dotati di risorse, ma non creerebbe problemi ai più ricchi.” – afferma il politologo Pascal Sciarini, che sottolinea l’attaccamento degli svizzeri alle istituzioni della democrazia diretta. Sciarini ricorda che negli anni le riforme cantonali della democrazia diretta sono sempre andate verso “una grande apertura istituzionale”, abbassando il numero di firme e aumentandone i tempi di raccolta. “Queste riforme – dice Sciarini – hanno così soddisfatto i partigiani di una posizione democratica, secondo la quale conviene ridurre il ‘prezzo d’entrata’ al fine di facilitare il compito dei piccoli partiti, organizzazioni e movimenti”.
Nell’immagine: la classica consegna delle firme a Palazzo federale
In una delle ultime scene di Caccia ad Ottobre Rosso, Konovalov si rivolge al suo comandante Tupolev, che ha appena fatto rimuovere tutti i dispositivi di sicurezza dei propri siluri lanciati contro Ottobre Rosso: “… il siluro ha riacquistato il bersaglio… siamo noi. (…) Sei contento stronzo? Ci hai ammazzati tutti!”
E se i novelli Tupolev fossero il freddo, interessato, cinismo dei Trump, dei Netanyahu e noi, la nostra società così come l’abbiamo conosciuta, i coscientemente ignavi marinai del sommergibile Alfa? Quale responsabilità storica ci toccherà assumere domani? Esiste ancora una possibilità di un ritorno a quei dispositivi di sicurezza rimossi da quei siluri affinché si possa tornare a vivere e non solo ad uccidere?
Come invertire la realtà odierna, nella quale l’etica è ridotta a espressione dell’ego dei nuovi regnanti, di interessi personali, economici e di potere assoluto? In che modo rivalutare la centralità dell’uomo, rifiutando qualsiasi “brutalismo” politico, qualsiasi tentativo di legittimare l’idea stessa di “subumani” (Ben-Gvir, riferendosi al popolo palestinese, Trump a quello somalo) se non ribadendo il ritorno ad una società aperta, colta?
Brutalismo politico, che si pretende nuova forma di comunicazione politica, spogliata da qualsiasi contenuto strutturato, un linguaggio ridotto a capriccio infantile. Bambini, donne, uomini vaporizzati da bombe termobariche come fossero umani mai esistiti, personaggi completamente disumanizzati, cancellati anche dal lutto in una realtà da videogioco, nella quale più ammazzi e più vieni premiato, riverito.
La democrazia, per quanto imperfetta che fosse, ci è sempre parsa un’ancora di salvezza, un baluardo di fronte a derive illiberali, messianiche, forse una chimera di convivenza rispettosa del diritto a una vita migliore, a un mondo che volevamo migliore.
Quando il delirio di onnipotenza ti porta a crederti dio, esiste solo la legge degli uomini – non la religione o altro – a difendere il mondo, una legge che per anni abbiamo ritenuto, con tutti i suoi limiti, esistere. La chiamavamo Diritto internazionale, Dichiarazione universale dei diritti umani, Corte penale internazionale. E forse, consapevolmente, abbiamo smesso di difenderla proprio quando l’avevamo data per eterna.
Fondamentale, oggi, immediatamente, il ritorno a quella “coscienza critica”, quale unico e ultimo bastione sul quale cercare di ricostruire un domani sempre più cupo.
Nell’immagine: il diritto di ogni individuo di vivere la propria vita in modo libero è sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani redatta da un apposito comitato delle Nazioni Unite.
Il comitato era presieduto da Eleanor Roosevelt, vedova del presidente statunitense Franklin D. Roosevelt
Di Francesca Paci, La Stampa
L’islamologo Gilles Kepel ha aspettato, ha analizzato, ha incrociato i dati di oggi con quelli di ieri. Lo studioso vede le contraddizioni nascoste, laddove lo stratega militare cerca i target più vunerabili.
Entriamo nella quarta settimana di guerra: quanto può durare e come può finire, al di là dell’ultimatum di Trump?
«Fare un pronostico è ancora difficile perché ci sono troppe incognite, tanto sulla capacità iraniana di colpire Israele e i Paesi del Golfo quanto sulla possibilità che Netanyahu e Trump riescano a distruggere il regime di Theran. Ma siamo al parossismo, ci avviciniamo cioè in modo pericoloso all’uso dell’arma nucleare. L’attacco reciproco su Natanz e su Dimona, con la teocrazia sciita sorprendentemente in grado di infliggere danni seri al sito dov’è localizzata la bomba israeliana, apre a un’escalation imprevedibile. Trump non può più uscire dal conflitto dichiarando di aver messo a tappeto la repubblica islamica perché la risposta militare ricevuta era ed è potente».
È stato sottovalutato l’Iran?
«Il regime si era evidentemente preparato a questo attacco. E usando le armi del povero, come i droni Shahed da 35 mila dollari l’uno prodotti in tutto il Paese su scala industriale, è riuscito, per ora, a mettere in trappola i nemici. È un’eredità della guerra contro l’Iraq, quando l’Iran dimostrò una cultura di resistenza basata su mezzi non convenzionali. Così, pur non avendo la stessa capacità offensiva di Stati Uniti e Israele, come non ne aveva rispetto a un Saddam Hussein aiutato dall’occidente, sta infliggendo al nemico perdite notevoli, a partire dalla presa in ostaggio dei Paesi del Golfo. Si chiama “guerra orizzontale” e fino a questo momento è stata catastrofica per chi l’ha dichiarata. A ciò va aggiunto il sistema organizzativo a mosaico costruito dal regime per ovviare alla portentosa capacità d’infiltrazione israeliana grazie al quale, per quanto decapitata, la teocrazia non cade e risponde colpo su colpo».
Si parla molto dei diversi obiettivi strategici di Benjamin Netanyahu e Donald Trump. È la guerra di Israele?
«Lo sospettano la maggioranza di Trump e la base MAGA, dove cresce l’avversione alla guerra ma anche al presidente “schiavo degli ebrei”, un mood che a livello nazionale combina l’antisemitismo di destra con l’antisionismo di sinistra. Trump è nei guai, deve recuperare prima di Midterm i consensi popolari che, secondo i sondaggi, non ha più. Ha fretta di annunciare la fine della guerra ma se lo fa adesso, con la paralisi del Golfo e di Hormuz, parrebbe una vittoria dell’Iran. Anche per Israele le cose non vanno bene. Nessuno poteva prevedere che dopo il colpo assestato a Hezbollah con l’”operazione biper” i pasdaran tornassero in Libano per attaccare Israele da vicino costringendo Netanyahu a spostare al nord una grossa fetta di forze armate. Se non è ancora un vicolo cieco è un vicolo buio, la prospettiva di Hiroshima si avvicina: Israele ricorrerà all’atomica? Sarà l’Iran a colpire Dimona?».
In passato ha sostenuto che, decapitando Hezbollah e pasdaran, Israele avesse fatto il lavoro sporco per tutti. Vale anche stavolta o l’Iran non era una minaccia concreta?
«Non lo era. Di sicuro, a sentire l’antiterrorismo americano, non lo era per gli Stati Uniti. È una guerra di Israele. Anche l’Unione europea si tiene alla larga, con Macron ed altri leader disponibili a riattivare il commercio mondiale senza però schierare alcuna forza a Hormuz. Il blocco dello stretto è un grosso successo iraniano, con i droni marini che vanificano Patriot e portaerei quasi fossero la versione elettronica delle ondate di martiri spediti in trincea contro l’Iraq armati solo della piccola chiave del paradiso appesa al collo».
Eliminati Ali Khamenei e tutti gli altri, il regime sembra essersi riorganizzato. È ancora in controllo del Paese?
«Filtrano poche notizie dall’Iran, circolano dei video ma vanno scremate propaganda e intelligenza aritificiale. Il regime sostiene di controllare la popolazione, io non ne sono convinto. Siamo al bivio della verità. Il metodo immobiliarista di Trump, che terrorizza la vittima per trattare e che a Caracas ha funzionato, stavolta vacilla. Anche Israele è spiazzato ma, diversamente da Washington, combatte una guerra esistenziale che non prevede indugi. E poi c’è il Golfo, trascinato in un conflitto che voleva evitare ma che non può perdere, pena l’asservimento all’egemonia iraniana».
Perché non sono ancora comparsi gli houthi, la longa manus di Theran nel mar Rosso?
«Ritengo che per ora non serva il loro apporto, la crisi di Hormuz è più che sufficiente e bloccare anche lo stretto di Bab el-Mandeb, ossia il mar Rosso, vorrebbe dire alienarsi il resto del mondo che ancora resta neutrale. Ma è una risorsa supplementare: aprire un nuovo fronte se necessario»
Quanto possono reggere le monarchie del Golfo?
«Sebbene tacciano, i Paesi arabi sono arrabbiati con quel Trump che, neo eletto, andò nel Golfo a incassare mille miliardi in cambio di protezione. Invece l’impianto di Ras Laffan in Qatar non è più operativo e le esportazioni sono ferme, la legittimità interna di Bin Salman vacilla davanti a 35 milioni di sauditi da sfamare, la bolla degli influencer è esplosa con tanto di progetti futuri appaltati agli investitori stranieri e sogni di una nuova era post petrolio. È la guerra orizzontante, dove non conta più neppure la dimensione religiosa: con piccoli droni l’Iran ha seminato il panico nel Golfo dissolvendo l’opulenza costruita dopo la crisi petrolifera del 1973 al riparo dell’ombrello militare americano».
Trump finirà per mandare i soldati, boots on the ground?
«Sarebbe una catastrofe: l’America non può neppure ipotizzarlo. Il tema è il rischio nucleare, il momento Hiroshima: i missili caduti su Dimona che fino a ieri venivano intercettati nei cieli d’Israele».
In attesa della fine, perde l’Europa e avanza la Russia?
«Non è detto che l’Europa sia destinata a perdere. Intanto, non partecipa direttamente ma c’è: la Francia, per dire, collabora alla difesa del Golfo dai droni. Bisogna porsi nella prospettiva nel dopoguerra, qual che sia. Quando ci sarà da ricostruire l’Europa potrebbe avere un ruolo importante di appoggio e garanzia presso chi si è sentito tradito dall’America. Il caso della Russia è diverso, perché oggi beneficia del rincaro di gas e petrolio. Per il domani invece Putin, come Xi, aspetta: sperano in un epilogo sfavorevole per l’occidente che apra a Pechino la via per Taiwan e a Mosca quella per l’offensiva decisiva in Ucraina. La guerra è una prova della verità per i rapporti mondiali in balia della follia immobiliarista e miope di Trump»
Nell’immagine: Gilles Kepel