E la transizione ecologica?

 


La lezione del Vietnam e gli alleati: perché l’America deve imitare l’Europa

 

Di Bill Emmott, La Stampa

Ancora una volta, la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta dimostrando che perfino una cosiddetta superpotenza non è neanche lontanamente potente come sembra. Anche se patiremo tutti le conseguenze politiche ed economiche di questa guerra per i mesi e gli anni a venire, noi piccole potenze europee dovremmo considerare alquanto rassicurante questa ennesima dimostrazione. Con la considerevole eccezione delle armi nucleari, il divario tra ciò che può ottenere una superpotenza e quello che possono fare le cosiddette “medie potenze” più piccole è di gran lunga inferiore a quello che sembra.

Sarebbe una tentazione attribuire ciò all’incompetenza strategica dimostrata dall’Amministrazione Trump. Malgrado abbia avuto molti mesi per pianificare e preparare questa guerra, Donald Trump e i suoi uomini sono stati presi in contropiede dalla capacità del regime iraniano non soltanto di sopravvivere, ma addirittura di contrattaccare colpendo gli asset militari americani e gli alleati arabi e di ridurre sensibilmente il flusso di petrolio nel famigerato Stretto di Hormuz. Tuttavia, il segno più sconcertante di questa incompetenza non è la mancanza di pianificazione, né l’assenza di obiettivi chiari, bensì il mancato apprendimento di un’importante lezione ricavabile da quasi ogni altro conflitto in cui è stata coinvolta una superpotenza dal 1945 a oggi.

Quella lezione avrebbe dovuto essere lampante con la guerra nel Vietnam conclusasi con il costoso fallimento americano del 1975. Avrebbe dovuto essere lampante con la disastrosa invasione russa dell’Afghanistan negli anni Ottanta, e poi con gli altrettanto disastrosi fallimenti americani in Afghanistan e in Iraq negli ultimi vent’anni, disfatte sottolineate dallo stesso Trump nelle sue tre campagne elettorali. Avrebbe dovuto essere lampante, infine, con il fallito tentativo russo di costringere l’Ucraina alla sottomissione fin dall’inizio della sua tentata invasione del febbraio 2022.

Nell’era moderna post-coloniale, nemmeno la più grande potenza militare del mondo può costringere un avversario determinato a deporre le armi, specialmente quando quell’avversario continua a godere del sostegno popolare. L’illusione comune a Vietnam, Afghanistan, Iraq, Ucraina e adesso Iran è quella di credere che le popolazioni di quei Paesi avrebbero considerato la superpotenza coinvolta un liberatore.

Alcuni in effetti hanno pensato che chi attaccava da fuori fosse un liberatore, in tutti quei casi, ma molte più persone non lo hanno creduto e, come accade oggi in Iran, molte altre hanno considerato la superpotenza crudele tanto quanto il regime dittatoriale sotto il cui governo hanno sofferto in precedenza. Forse, arriverà il momento in cui in Iran il regime finalmente collasserà, ma neanche a quel punto la pace o una collaborazione cordiale potranno essere considerate gli esiti più probabili.

Vi è un’altra dolorosa lezione da apprendere da questa guerra ed è importante capire in che modo gli Stati Uniti sceglieranno di farne tesoro, soprattutto nei due anni e tre quarti restanti dell’Amministrazione Trump. La lezione è che, dopo una breve guerra intensa contro un avversario già indebolito, perfino un Paese che spende più di 900 miliardi di dollari l’anno per le sue forze armate – con un budget per la Difesa tre volte superiore a quello della Cina e quasi nove a quello della Russia – può ritrovarsi con effettivi e riserve di armi gravemente affaticati e agli sgoccioli.

Gli alleati dell’America in Asia, guidati da Giappone e Corea del Sud, hanno osservato con preoccupazione crescente il fatto che gli Stati Uniti hanno dovuto spostare asset di importanza cruciale dall’Asia al Medio Oriente per combattere questa guerra, che si presumeva breve. Tra tali asset vi sono portaerei, un reggimento di unità speciali dei Marines, vari sistemi difensivi antimissile. Tutto questo è accaduto malgrado le molte conferenze davanti agli alleati asiatici negli ultimi anni da parte del team di Trump e dell’Amministrazione del presidente Joe Biden su quanto quegli asset fossero di vitale importanza per tenere a bada e dissuadere Cina e Corea del Nord.

La guerra in Iran ha creato vasti buchi nell’apparato della deterrenza, soprattutto nei confronti della Cina. La velocità e l’intensità con la quale l’America ha usato buona parte delle sue scorte di potenti missili e di costosi intercettori antimissile hanno inoltre messo in luce le scarse capacità produttive e di rifornimento.

Fin dalla fine della Guerra fredda, gli addetti alla pianificazione della Difesa americana hanno sempre dichiarato che l’apparato militare degli Stati Uniti non è grande a sufficienza da poter combattere due guerre simultaneamente nel pianeta. La guerra in Iran avrà forse dimostrato l’impressionante potere distruttivo dell’esercito americano e di quello israeliano, ma ha anche messo in piena luce i limiti evidenti della capacità dell’esercito statunitense di combattere anche soltanto una guerra senza risentire subito delle conseguenze.

Esistono, in sostanza, due modi con i quali l’America potrebbe reagire a questa lezione.Il primo sarebbe quello di abbandonare la pretesa di essere una potenza militare globale e tagliare drasticamente i suoi uomini e le basi che l’America mantiene oltreoceano, sia in Europa sia in Medio Oriente, Oceano Indiano, emisfero occidentale o Asia. Riducendo gli eccessi di spesa e gli alti costi di mantenimento delle basi straniere, i tagli potrebbero permettere al budget di 900 miliardi di dollari di essere speso in maniera più efficiente.

Una reazione di questo tipo, tuttavia – tenuto conto della furente reazione di Trump al rifiuto degli alleati europei e asiatici di unirsi alla guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran – potrebbe portare al ritiro dell’America dalla Nato e a un sostegno ancora più esplicito alla Russia in Ucraina di quello che Trump ha già dimostrato. Potrebbe anche portare a un accordo con la Cina che spiani la strada a un’annessione cinese di Taiwan, o con la forza o con la coercizione. Trump ha detto spesso che Taiwan è troppo lontana dagli Stati Uniti affinché questi possano difenderla e il sovraccarico evidenziato dalla guerra in Iran potrebbe aver confermato le sue parole.

L’altro modo che l’America ha per reagire a questa lezione, tuttavia, consisterebbe nell’imbarcarsi in uno sforzo significativo volto a porre rimedio ai limiti evidenziati dalla guerra in Iran: spesa inefficiente, produzione per la Difesa non all’altezza e, più di ogni altra cosa, inadeguato coordinamento con gli alleati. Se l’America intende fare sul serio per dissuadere la Cina dal bullizzare i suoi vicini e invadere Taiwan, e per dissuadere la partnership Cina-Russia dall’idea di dominare il mondo, allora deve utilizzare le capacità di cantieristica navale di Giappone e Corea del Sud, deve instaurare una maggiore collaborazione per la difesa missilistica, deve rinnovare in maniera sincera le alleanze asiatiche e della Nato.

Tenuto conto dell’evidente disprezzo che Trump mostra nei confronti dell’Europa, e della nostra giustificatissima diffidenza nei suoi confronti, tutto ciò non accadrà durante l’Amministrazione Trump. Ma, sul lungo periodo, l’unica via percorribile per un’America sfibrata che intende assumere e avere un ruolo globale e dissuadere la Cina sarebbe quella di ricostruire il sistema delle alleanze che ha funzionato così bene durante la Guerra fredda.

In Europa, dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 sappiamo di dover fare molto di più per difenderci e, sicuramente, ormai sappiamo di dover fare molto di più per aiutare l’Ucraina. Ma noi, che non siamo superpotenze, da tempo sappiamo anche che la collaborazione, la diplomazia attiva e il sostegno al diritto internazionale possono essere strumenti potenti, talvolta più potenti ancora delle bombe e dei missili.

Russia, America e Israele forse hanno distrutto la forza del diritto internazionale per gli anni a venire, con i loro attacchi sfacciatamente illegali. Ma, al tempo stesso, hanno confermato che, se i missili possono sembrare potenti sul breve periodo, altri strumenti geopolitici in stile più europeo sono indispensabili sul lungo periodo.


Guerra all’Iran. Dall’economia alla profezia del sovrano

 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Nella frase surreale pronunciata dalla direttrice dell’Intelligence americana Tulsi Gabbard, probabilmente per salvarsi il posto e la carriera dopo aver messo imprudentemente in dubbio l’incombenza di una minaccia nucleare iraniana, sono racchiuse due inquietanti verità sulle guerre in corso: «L’unica persona che può determinare cosa rappresenti o non rappresenti un pericolo imminente è il presidente». Siamo oltre il sovrano di Carl Schmitt definito dal potere di decretare lo stato di eccezione. Qui se ne decretano anche le cause, si stabiliscono le intenzioni dell’avversario a prescindere da ogni ricognizione e informazione, da ogni razionale considerazione dei fatti.

In una parola le si inventa, aprendo così la strada alle guerre preventive contro aggressioni presunte.

CI ERAVAMO abituati, nell’età dell’imperialismo e poi della guerra fredda, ad attribuire il movente dei conflitti a solide costellazioni di interessi, alla ripartizione delle sfere di influenza, alla competizione tra sistemi economici e politici diversi e reciprocamente ostili. Tutti fattori che inquadravano e condizionavano l’azione del sovrano di turno. Oggi l’arbitrio, il peso delle storie personali, le posizioni politiche individuali tra opportunismo e ideologia hanno acquisito un peso spropositato e decisivo: che si tratti di Trump, di Putin o di Netanyahu, gli attuali protagonisti di una politica autoritaria e aggressiva a trazione personale.

La seconda verità è che la guerra ruota intorno all’idea di una minaccia incombente e di una sicurezza da ristabilire. E sebbene i pericoli non manchino mai, nella contingenza o in prospettiva, la loro entità può essere arbitrariamente gonfiata fino a reclamare la temibile protezione della guerra. L’intervento armato lontano dalle proprie frontiere e la repressione interna di minoranze e opposizioni appartengono a una stessa impostura securitaria. Intorno alla quale il sovrano raccoglie il consenso indotto da un senso di insicurezza e di paura più familiare dei lontani scenari geopolitici.

A partire dalla decretazione di uno stato di minaccia ogni guerra si pretende difensiva. Putin invade l’Ucraina per «proteggere» la popolazione russofona ucraina e la sicurezza della federazione russa dall’allargamento della Nato; Netanyahu sposta il confine della sicurezza di Israele alla cancellazione pura e semplice della presenza palestinese in Palestina, al ripristino dei confini biblici e all’esercizio di una egemonia armata su tutto il Medio Oriente; Trump per «proteggere» l’America dal declino e restituirle la meritata grandezza, scatena una guerra feroce contro gli immigrati, gli antifascisti e l’opinione pubblica democratica interna ma non si astiene dall’ esibirsi negli irrinunciabili interventi bellici contro i «regni del male, almeno quelli di taglia abbordabile o ritenuta erroneamente tale come nel caso dell’Iran. Quando si pretende uomo di pace non è per far cessare le guerre, ma per vincerle o farle vincere ai suoi amici e alleati. Le emergenze decretate dal tycoon, che si tratti delle improbabili “minacce” rappresentate dal Venezuela e da Cuba, della popolazione immigrata o della guerra dei dazi sembrano più calibrate sulle tappe di una carriera politica personale che non sugli interessi, anche i più egoistici del capitalismo americano nel suo insieme.

LA CRISI catastrofica che sta per investire il pianeta grazie all’infernale combinazione tra gli inscalfibili interessi che impongono la centralità dell’energia fossile e la guerra che ne distrugge le fonti e le vie di trasporto, sfugge a qualsiasi logica o strategia di prevenzione. In questo cupo scenario di distruzione prosperano solo le spietate ambizioni messianiche di Netanyahu che difende il suo trono e prepara agli israeliani, che sconsideratamente lo seguono, una soffocante società di fanatici in armi.

L’ Europa batte un colpo, quello del fantasma in una seduta spiritica. Un gruppo di paesi europei tra i quali l’Italia, non la Ue dunque, promette di «lavorare a dare una mano», ma solo dopo la fine della guerra, a ripristinare la sicurezza della navigazione sulle rotte del petrolio e del gas.

Di buono c’è che ribadiscono di non volersi immischiare nella guerra di Trump e Netanyahu, di sconsolante c’è l’inconsistenza di queste vuote parole. La diplomazia, continuamente invocata, consiste oggi nell’arte di non dire nulla e ancor meno fare. Arte nella quale il nostro ministro degli esteri è un campione irraggiungibile. Eppure, la diplomazia potrebbe esprimere posizioni chiare di condanna dell’azione militare intrapresa da Washington e Tel Aviv e della spirale che ha innescato, accompagnate da concreti gesti di presa di distanza da questi governi e dalle loro politiche di sopraffazione.

MA PER TORNARE all’ossessione securitaria che accomuna lo straniero al nemico, cosa chiedono Italia e Danimarca all’Unione europea? Non di attrezzarsi ad affrontare la crisi economica ma quella migratoria, di rafforzare dunque la blindatura delle frontiere dell’Europa contro una prevedibile ondata di profughi in fuga dalle guerre. Alla propaganda non si rinuncia neanche sull’orlo dell’abisso.


Otto comandamenti per difenderci dall’assedio digitale

 

“Viviamo in un contesto saturo di flussi di informazione, di schermi, di reti, di social media, di intelligenza artificiale, di strategie di influenza – quelle che chiamo le fake news. Tutte queste cose non capitano casualmente ma sono orchestrate per mirare a una sola cosa, il nostro cervello. Come? Attraverso la cattura della nostra attenzione attraverso il filtraggio delle informazioni che riceviamo sui nostri apparecchi, attraverso approcci che in qualche modo mutuano o copiano quelli utilizzati per la pubblicità per altri scopi sono necessariamente soltanto commerciali ma che sono anche di tipo politico o ideologico”.

Parole di Bruno Giussani (1964), giornalista, per vent’anni direttore europeo e curatore globale della Fondazione TED, tra i più attenti e profondi conoscitori delle tecnologie digitali, di cui osserva criticamente gli sviluppi, l’uso, gli interessi e gli obiettivi (semi)nascosti, la consapevolezza in quanti questi strumenti usano.  La citazione è tratta da un podcast RSI in cui l’autore presentava il suo penultimo lavoro, di cui anche Naufraghi/e aveva parlato.

Chi scrive è un anziano giornalista, nato con il piombo, la rotativa, la pellicola, registratori e telecamere che pesavano oltre 10 kg, passato dalla carta alla pellicola alle cassette al digitale. Oggi questo strumentario appartiene a un’epoca chiusa per sempre. La carta stampata è agonizzante, radio e televisione vengono consumate quando, come e dove uno sceglie di farlo, l’ascolto/visione in diretta, al momento della prima diffusione è, per gran parte degli utenti, un ricordo lontano. Una tecnologia amica, che sembra andare incontro alle nuove esigenze dei vari segmenti di pubblico, lo permette. Mutano anche i software e gli strumenti che facilitano il consumatore nelle sue esigenze quotidiane e – restando nel campo dell’informazione – lo blandiscono utilizzando linguaggi sempre più basici per raccontargli/spiegargli quanto accade. L’informazione alla portata di tutti, insomma, ammantata di rapidità, semplicità, presentata con strumenti, accorgimenti e linguaggi basic, ammiccante, seducente. E manipolatrice.

La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale è il titolo del nuovo libro che Giussani ha da poco pubblicato: oltre all’edizione italiana (Casagrande Bellinzona), anche in francese e, prossimamente, tedesco e inglese. 146 pagine, un’introduzione e 20 capitoli di agevole lettura, in grado di metterci in guardia dai pericoli, ma anche di sottolineare gli aspetti positivi delle tecnologie più recenti, perché a deciderne opportunità e rischi saranno il grado di consapevolezza e l’uso che ne facciamo.

Il singolo va quindi educato, avvertito, messo a confronto con le potenzialità dell’intelligenza artificiale e delle sue applicazioni.

Ma prima ancora, qualcuno deve spiegarcene gli intenti nascosti e le insidie alla nostra autonomia di pensiero, alla possibilità di restare lucidi. Famiglia, scuola, canali di informazione neutri (se esistono) devono contribuire a una “resistenza tecnologica” (sviluppata nel terzo capitolo) consapevole, non aprioristica, non manichea, ma semplicemente vigile, critica, consapevole.

Le tecnologie digitali e gli strumenti che le applicano non appartengono più all’individuo, ma ai loro sviluppatori/proprietari. Che quasi mai sono spinti da obiettivi e princìpi nobili. E allora il consumatore va messo in guardia: proprio ciò che fa Giussani provando ad aprirci gli occhi e suonando la sveglia. “Noi creiamo macchine che simulano l’intelligenza umana. Poi ci convinciamo che sono intelligenti”, scrive a pagina 11.

Già social come Facebook e simili di noi sanno parecchio in base alla nostra interazione con loro, ai like che continuiamo a postare, alle amicizie virtuali che frequentiamo, per lo più con persone mai viste in carne e ossa. Ma i più recenti chatbot rivelano molto di più ancora: si rivolgono a noi come assistenti, aiutanti, amici disinteressati (e apparentemente gratuiti), interagendo con toni melliflui, ponendosi in grado di darci un aiuto concreto (a scrivere un testo o una semplice e-mail, a riassumere un libro, a trovar risposta a praticamente qualunque cosa: il tutto in pochi secondi). Così facendo creano, nei meno attrezzati, dipendenza, spingendoli a rivolgersi a loro come a dei confidenti, ai quali affidare preoccupazioni, timori, confessioni privatissime. Che poi qualcuno legge, raccoglie, controlla, sistematizza, diventando sempre più indispensabile, ma al contempo pervasivo, controllore del singolo, potenzialmente manipolatore. Ed è la somma dei singoli a formare una collettività, una società, che vedrà ridotta (o si sarà autoridotta da sé) la propria autonomia di pensiero, di azione, di scelta, affidandosi a orchestranti terzi.

Dopo aver descritto i meccanismi, gli obiettivi seminascosti e i rischi dell’IA (su tutti quello della disinformazione e della manipolazione di intere società, fenomeno peraltro conosciuto da secoli, strumento di potere antichissimo), l’autore, dal cap. 13 alla fine del libro propone tutta una serie di suggerimenti per difendersi. I titoli sono tutti significativamente dei verbi all’infinito, che diventano una specie di tavola degli 8 comandamenti.

Li elenco, per darvene un’idea: Creare leggi e regole; Tracciare una frontiera morale; Riconquistare la sovranità digitale; Disamericanizzarsi; Riconoscere la manipolazione; Allentare la morsa digitale; Educare una super intelligenza; Saper pensare.

Mi soffermo sul terzo e sul quarto. In sottofondo, ma centralissimi, gli Stati Uniti d’America, dai quali la vecchia Europa dipende sempre più direttamente in ambito tecnologico. Anche l’acquisto di un nuovo aereo da combattimento ci rende tali poiché, per il loro funzionamento, questi velivoli fanno capo a “una rete complessa di flussi di informazione, satelliti, ausili alla navigazione e al puntamento, armi e pezzi di ricambio, codice informatico proprietario, logistica globale, manutenzione e aggiornamenti, dispositivi di gestione del combattimento basati sull’IA che, per funzionare dipendono dalla volontà del governo americano” (p. 106).

È lo stesso Governo USA a non nascondere le proprie reali intenzioni. Nel suo piano d’azione per l’IA, presentato nel luglio scorso, la Casa Bianca e il suo inquilino scrivono letteralmente: “È imperativo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti raggiungere e mantenere un dominio tecnologico mondiale indubbio e incontestato”.

Vista dall’Europa, la via del “disamericanizzamento” digitale deve passare da un disamericanizzarsi tecnologico e informativo. Un compito che potrebbe apparire titanico, una mission impossible. In un suo editoriale, citato da Giussani, apparso su Azione il 10 marzo 2025, intitolato L’America ci è cresciuta dentro, Carlo Silini sottolinea come “rinunciare ai prodotti americani significa spogliarsi di un bel po’ del nostro mondo fisico, mentale e simbolico. Anche per questo ci sentiamo traditi da Trump. La presenza di marche Usa in Europa è pervasiva in numerosissimi campi: dalle catene di fast food ai social media come X e Facebook, ai telefonini, ai computer, alle grandi piattaforme di intrattenimento tipo Netflix. Abbiamo l’America sottopelle, nell’immaginario hollywoodiano che ha forgiato i nostri sogni, nei fumetti, nella musica, nella letteratura, nella cultura libertaria che costituisce uno dei suoi punti di maggiore fascino, nei beni di consumo e negli oggetti che ci circondano e da cui sarebbe straniante separarsi”.

A titolo individuale qualcuno ci prova. Giussani cita un’amica svedese che improvvisamente decide di abbandonare l’americanissimo iPhone (e iOS di Apple) per passare a un Samsung. Ma anche Samsung funziona con un sistema americano, Android di Google. Ingenua? Forse, ma se noin altro consapevole che dipendere sempre più da tecnologie americane costituisce un rischio. Di cui l’Europa stessa deve considerarsi se non colpevole, quantomeno complice, poiché – secondo il giornalisrta italiano Lugi De Biase, specialista in materia – si è lasciata colonizzare cognitivamente rinunciando alla propria indipendenza digitale. Ma sarebbe ancora in tempo per staccarsi, almeno in parte, recuperare il terreno e l’autonomia perduti, creare delle alternative in grado di reggere il confronto e di conquistare il mercato con prestazioni equivalenti, se non maggiori, compatibilità/integrazione  con i sistemi più diffusi, un superiore grado di protezione da tracciamento e conseguenti intrusioni pubblicitarie, l’utilizzo di piattaforme open source, il tutto a costi competitivi per il singolo?

Non si tratta, secondo De Biase, di creare una nuova piattaforma unica europea, in concorrenza con quelle d’oltre oceano, ma “un numero gigantesco di nuove piattaforme per fronteggiare il monopolio e l’eccessiva concentrazione di valore aggiunto e di potere”.

Più facile a dirsi che a farsi poiché – scrive ancora Giussani – “La maggior parte dei leader europei – che siano dirigenti d’azienda o politici – continuano a finanziare l’asservimento dell’economia, dei governi e delle menti europee alle Big Tech”. E ancora: “Migrare verso piattaforme alternative richiede tempo, sforzo, riflessione, un’analisi dei bisogni reali, strategie ben pensate (nel caso degli appalti pubblici, necessità anche di capitolati lungimiranti) e genera costi. È più semplice aggiornarsi presso lo stesso fornitore”.

Qualche segnale comunque c’è: Giussani cita il Tribunale federale svizzero che da qualche tempo utilizza software open source. Lo stesso ha fatto la Gendarmerie nationale in Francia. Anche grandi città quali Copenhagen e Lione, o il Land tedesco dello Schleswig-Holstein hanno abbandonato Microsoft Office per passare a Libre Office. Ma la transizione è ancora lunga.

Nell’immagine: Intelligenza artificiale, autoritratto


L’Europa si è svegliata

 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

L’Europa s’è desta? La condanna dell’intervento israelo-americano in Iran espressa dall’Alta rappresentante Kaja Kallas al Consiglio europeo, accompagnata dalla scelta di quattro Paesi, insieme con Regno Unito, Canada e Giappone, di contribuire a un piano per garantire la navigazione dello stretto di Hormuz, sono un indizio importante, anche se non sufficiente, che gli europei hanno capito che non possono continuare a restare inerti e divisi di fronte all’ennesima crisi provocata dalla spocchia unilaterale del presidente americano.

“Trump ha finalmente unito l’Europa?”, si chiede il Financial Times, pur cautelandosi con la constatazione che “la Ue è ancora alla mercé degli eventi”. È vero, ma per una volta è il caso di lasciare che l’ottimismo della volontà prevalga sul pessimismo della ragione. Se pensiamo che ancora due settimane fa nello studio ovale il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva espresso a Trump il suo sostegno alla campagna contro l’Iran, il fatto che ora i leader europei siano unanimi nel dire che “questa non è la nostra guerra” (lo ha ribadito ieri anche il ministro degli Esteri Tajani: “Non siamo parte della guerra e non vogliamo esserlo”) è già un segnale che qualcosa sta cambiando nelle coscienze europee. Se non altro, anche i più filo-trumpiani, come la presidente del consiglio Meloni, hanno preso atto che compiacere il presidente americano, come hanno fatto durante la prima parte del suo secondo mandato, non è l’atteggiamento più produttivo. Anzi, rende lui e i suoi cortigiani ancora più assertivi e verbalmente violenti nel loro anti-europeismo. “I nostri ingrati alleati in Europa e parte della stampa dovrebbero dire solo una cosa al presidente Trump: grazie”, ha tuonato ieri Pete Hegseth, il capo del Pentagono.

L’aggressività e l’unilateralismo esasperato di Trump in politica estera (dalla Groenlandia al Venezuela, ora l’Iran e domani magari Cuba), insieme con la sua manifesta propensione per Putin, a dispetto di Zelensky, hanno avuto un primo merito: riavvicinare sempre più la Gran Bretagna all’Europa. Non è un caso che il documento dei sei Paesi sul piano per lo stretto di Hormuz sia stato diffuso da Downing Street. Nell’intervista apparsa ieri sul nostro giornale il sindaco di Londra Sadiq Khan si è spinto a dire che chiederà al premier Starmer di rientrare nella Ue senza passare attraverso un nuovo referendum.

Il secondo merito delle intemperanze di Trump sulla scena internazionale è stato di far capire ai capi di Stato e di governo dell’Europa, e della Nato, che mostrargli i denti per rispondere alle sue minacce paga assai più che mostrarglieli per sorridere. Tanto più perché Trump ha più volte abbaiato senza poi mordere. Il caso della Groenlandia è stato emblematico. Il presidente americano ha minacciato la Danimarca e alcuni altri membri della Nato di sanzionarli con dazi per aver mandato un piccolo contingente sull’isola per proteggerla dalla sue pretese. L’Unione europea ha risposto con la minaccia di contro-dazi e di ricorrere al suo più forte strumento commerciale, il cosiddetto “bazooka”. E Trump ha fatto retromarcia. Così come ha fatto con il premier spagnolo Sánchez, minacciato di embargo commerciale per aver rifiutato di dare le basi per gli attacchi all’Iran.

L’ottimismo della volontà, corroborato dal rifiuto della guerra in Iran, non può portare a sottovalutare le crepe che ci sono nell’Unione e ad affermare che l’Europa ha risolto uno dei suoi più grandi deficit: avere una politica estera e di sicurezza davvero comune (anche se nel 2015 era riuscita a fare da broker proprio dell’accordo sul nucleare iraniano, poi bocciato da Trump nel suo primo mandato). Le continue crisi cui l’espone l’ondivago presidente americano dimostrano che l’Unione non riesce ancora a tradurre la sua potenza economica in uno strumento di politica estera. Ma il fatto che la Gran Bretagna, potenza nucleare come la Francia, sia sempre più vicina a ripensare la scelta della Brexit è quantomeno un segnale significativo. E incoraggiante.

Nell’immagine: Bruxelles, 19 marzo, i leader al Consiglio europeo 


La guerra e il male che si espande

 

Di Matteo Nucci, il manifesto

Il male è un virus e se lo ignori, se non lo combatti e non lo curi, si allarga, si espande, si prende tutto. Non ci pensavo per via dell’Anticristo tristemente tornato di moda per via di un miliardario che scimmiotta filosofi, ma leggendo le notizie sul bombardamento della scuola di Minab. Non interessa già più a nessuno, quella strage immonda. Ricordiamo le coordinate dell’eccidio: Minab, Iran meridionale, 28 febbraio, primo giorno di bombardamenti israelo-americani. Fra le 10 e le 10:45, dunque nell’orario di piena attività, la scuola femminile viene distrutta, provocando 168 morti fra le bambine (7-12 anni) e il personale scolastico.

Ebbene, dopo varie testimonianze che lasciavano intenderlo, ora anche i cosiddetti factchecker, confermano che si è trattato di quello che in gergo militare si chiama double tap, ossia un doppio colpo, una prima bomba che stermina e semina terrore e una seconda che uccide anche chi arriva a portare aiuto. Si tratterebbe dunque della conferma definitiva che a Minab non si è trattato di un errore, ma di una strage ben meditata e orchestrata, al punto da organizzarla nei tempi adatti alla carneficina. Del resto, che non si trattasse di un errore lo dimostravano molte altre prove, la più semplice e autoevidente è quella ripetuta ovunque: come fai a uccidere «chirurgicamente», con precisione «scientifica» di cui ti vanti, obiettivi umani che consideri tuoi nemici giurati e che si nascondono in rifugi sotterranei, teoricamente ignoti, super protetti, e al tempo stesso però sbagli mira e colpisci una scuola dove crescono decine e decine di bambine? Il disgusto tracima, tuttavia una riflessione è necessaria.

Dunque, la scuola. Un bombardamento mirato, parte di una strategia terroristica di marca americana. Come si è arrivati a tanto? I massacri di civili da parte statunitense non sono mancati in questi decenni, ma una roba così è unica.

Ora, la risposta non la trovi solo se non la cerchi. Perché in questo caso i fatti sono sotto gli occhi di chiunque abbia il coraggio di sporgersi sull’abisso del male, ovvero di ciò che è stato coltivato per oltre due anni da Israele a Gaza, dove fra l’altro il double tap è diventato la norma. Uccidere in media trenta bambini al giorno per oltre settecento giorni è un dato di fatto numerico su cui non si è ancora ragionato abbastanza. Cerchiamo di fare uno sforzo di immaginazione e figuriamoci l’eventualità che qui da noi, per oltre due anni, ogni giorno, sulle pagine dei nostri giornali, apparissero fotografie di bambini uccisi in quantità tale da svuotare due classi scolastiche. Non parlo di Italia complessivamente, peraltro. Parlo di una realtà analoga a quella che va fra Milano e la Grande Milano, due milioni abbondanti di cittadini, dove ogni giorno vengono uccisi trenta bambini. Ecco, facciamo uno sforzo e concentriamoci su questo. Altro che famiglia del bosco e retorica grottesca. Qui siamo di fronte alla necessità di chiedersi come mai solo l’essere umano sia capace di un male che non è relativo a nulla e non ha spiegazioni di sorta, un male che però è razionalmente pianificato per eliminare gli innocenti per definizione, ossia bambine e bambini.

L’orrore però non si esaurisce nei fatti stessi e nella nostra mancata empatia, ma include un aspetto decisivo della nostra partecipazione. Perché noi tutti – noi italiani, noi europei, noi occidentali – con rarissime eccezioni abbiamo avallato il genocidio di Gaza, lo abbiamo appoggiato con il nostro silenzio, lo abbiamo approvato politicamente, economicamente, militarmente e infine culturalmente e moralmente. Certo che una parte immensa della nostra società civile si è ribellata, ha manifestato, ha gridato, ma i fatti restano chiari: i governi dei nostri Paesi hanno appoggiato il genocidio, hanno sconfessato la Corte penale internazionale che ha emesso mandati di cattura, hanno lasciato che quei criminali volassero nei loro cieli, li hanno appoggiati e ancora continuano a farlo, sostenuti da quella parte della stampa che vergognosamente ha accompagnato le impossibili ragioni dello sterminio.

Oggi il male che Israele ha coltivato nell’impunità assoluta, di impunità si alimenta e si diffonde. E la strage di Minab è una orribile conferma. È stata ribattezzata «dottrina Gaza». È la conseguenza di quel che spesso con un certo orgoglio ripetono i politici israeliani e i più alti gradi dell’esercito di cosiddetta difesa. «Faremo come a Gaza». Non è una minaccia, ma una promessa. Fare come a Gaza perché quello è il paradigma realizzato. Distruggere tutto, radere al suolo un mondo, uccidere indiscriminatamente chiunque possa rappresentare un futuro. Dunque in primo luogo i bambini e chi s’impegna ogni giorno per salvarli: medici e paramedici. Che si tratti di una promessa che non ha nulla di fantasioso lo ha mostrato immediatamente l’invasione del Libano di cui in questi giorni Israele si è fatta carico nel completo silenzio della comunità internazionale. Parlo di «invasione» di un Paese sovrano, sia chiaro. Il male si espande, insomma, si allarga a macchia d’olio, nulla e nessuno può resistergli. E faticheremo parecchio a cercare di arginarlo quando monterà su di noi.

Cosa potremo dire, quando questo avverrà? Forse ricorreremo alla risposta di Israele, dove si è pronti a gridare alla vergogna morale quando i crimini perpetrati tornano indietro analoghi? Ribadiremo anche noi, dunque, quell’assunto evidente negli anni del genocidio, ossia che i morti di una parte hanno valore non eguagliabile dai morti altrui neppure moltiplicandone il numero per cifre a doppio zero?

Nell’immagine: il funerale degli innocenti


Trump e Netanyahu, gli alleati di ferro divisi dagli obiettivi della guerra

 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

Sull’Iran, Donald Trump prova a frenare. Israele, come sempre, accelera. L’attacco al giacimento di gas di South Pars – il più grande al mondo – pare essere stato il punto di rottura. Un colpo che ha colpito il cuore energetico iraniano, innescato reazioni a catena nel Golfo e riportato la crisi su un piano globale. La risposta della Casa Bianca è stata immediata: prendere le distanze. Trump ha negato un coinvolgimento diretto e ha sottolineato di non essere stato informato in anticipo. Non è solo una precisazione. È un segnale politico. Perché dietro quella presa di posizione si muove una dinamica più complessa: mentre Washington prova a contenere l’escalation, diverse ricostruzioni indicano che il coordinamento con Israele sia stato più flebile di quanto ammesso pubblicamente. Ma il punto non è stabilire chi sapeva cosa. Il punto è che Stati Uniti e Israele non stanno più combattendo la stessa guerra.Negli ultimi mesi si è consolidato uno schema: Israele colpisce, gli Stati Uniti si smarcano – almeno formalmente – e poi si ritrovano coinvolti. È successo nel 2025, quando agli attacchi israeliani contro il programma nucleare iraniano è seguita l’entrata diretta in guerra di Washington. E sta accadendo di nuovo. Con una differenza sostanziale. La distanza strategica tra i due si è ampliata. Trump ragiona in termini di uscita. Netanyahu in termini di durata.

Il presidente americano lascia intendere che lo spazio operativo si stia esaurendo e che sia necessario chiudere una fase. Israele, al contrario, prepara una campagna senza scadenze, orientata a colpire l’Iran finché sarà possibile farlo. Due obiettivi che non coincidono. In questo quadro si inserisce anche l’eliminazione mirata da parte di Israele di Ali Larijani, figura centrale del sistema iraniano e uno dei pochi profili in grado di tenere aperto un canale tra falchi e moderati. La sua morte non è solo un colpo militare: è la riduzione dello spazio politico per qualsiasi trattativa. Un segnale coerente con una strategia che non punta a chiudere, ma a continuare. Il risultato è un progressivo slittamento del controllo strategico. Formalmente l’alleanza regge. Nella pratica, il ritmo dell’escalation lo detta Israele.

E mentre questo squilibrio cresce sul piano internazionale, un’altra frattura si apre all’interno degli Stati Uniti. Questa volta, nel cuore della base di Trump.

Le recenti dimissioni di Joe Kent, figura di primo piano dell’apparato antiterrorismo e vicino all’area più radicale del trumpismo, sono il segnale più evidente. Nella sua lettera ha messo nero su bianco un’accusa pesante: la guerra non sarebbe nata da una minaccia immediata, ma da pressioni esterne, in particolare israeliane. Una presa di posizione che rompe uno dei pilastri della narrativa trumpiana: l’America First come rifiuto delle guerre senza fine.

E Kent non è un caso isolato.

All’interno dell’universo Maga lo scontro è ormai aperto. Commentatori, influencer e figure politiche si dividono tra chi sostiene l’intervento e chi lo considera una deviazione pericolosa. La frattura attraversa media, think tank, elettorato. Da una parte, l’ala tradizionalmente filo-israeliana. Dall’altra, una componente crescente che vede il conflitto come un coinvolgimento non necessario, se non imposto. Trump, che di quella base è il principale interprete, si trova così in una posizione ambigua: difende l’operazione, ma deve al tempo stesso contenere una parte del suo stesso mondo politico che la contesta apertamente. A rendere il quadro ancora più fragile si aggiunge lo scontro interno all’amministrazione. Le tensioni con l’intelligence – emerse anche nelle audizioni al Congresso – ruotano attorno a un punto cruciale: quanto fosse reale e immediata la minaccia iraniana. Un nodo che incide direttamente sulla legittimità della guerra.

Il risultato è un doppio livello di instabilità. All’esterno, un’alleanza (Washington-Tel Aviv) che non è più allineata sugli obiettivi. All’interno, una base politica che si divide sul senso stesso del conflitto. E in mezzo, una guerra che continua. I costi crescono, le alleanze si logorano, lo spazio negoziale si restringe. Più il tempo passa, più diventa difficile trasformare questa operazione in un successo politico. Perché il vero rischio, oggi, non è solo l’escalation. È che questa guerra finisca per non avere più una direzione condivisa e che Washington rimanga imbrigliata nelle sabbie mobili di un conflitto deciso troppo in fretta e male organizzato.

Gli Stati Uniti provano oggi a uscire da una guerra che Israele non vuole finire. E quando si profila questo scenario, uno dei protagonisti dell’“asse di ferro” rischia di fare un passo falso senza rendersi conto che ha già smesso di combattere la stessa battaglia.


Umberto Bossi, il federalista pioniere dell’odio anti migranti

 

Di Andrea Carugati, il manifesto

Umberto Bossi non si è mai considerato un uomo di destra. Eppure la sua parabola politica, negli anni in cui ha veramente contato, è stata dentro il centrodestra italiano guidato da Silvio Berlusconi. E alleato con l’Alleanza nazionale di Gianfranco Fini, dopo aver detto a più riprese «Mai coi fascisti». Una delle tante contraddizioni nella vita di un uomo dai mille volti, prima cantante col nome di Donato, poi studente in medicina che si finse laureato per rassicurare la prima moglie, infine folgorato sulla via dell’autonomismo dall’aostano Bruno Salvadori, fino a creare un intero immaginario di una nazione inesistente, la Padania, che per lui doveva essere «libera», come ha gridato per anni dal pratone di Pontida seguito dal coro dei militanti adoranti.

IL SENATUR SE N’È ANDATO ieri nella sua Varese, a 84 anni, dopo una lunghissima malattia, iniziata nel 2004, sempre a marzo, un mese maledetto per lui: un ictus che lo mise fuori gioco per mesi, ma che non gli impedì di tornare alla politica attiva, alla Lega che ha guidato fino al 2012, quando a malincuore dovette cederla a Bobo Maroni, suo vice e alter ego per un ventennio, ma alla fine convinto rottamatore del fondatore. E al forum di Assago, in quel congresso di luglio, coniò una delle sue formule dal sicuro effetto, citando l’episodio biblico in cui Salomone propone alle due madri di tagliare in due il bambino reclamato da entrambe. «Non ho voluto tagliare in due la Lega», disse in lacrime.

Da allora sono passati quasi 14 anni, e nella Lega di Salvini Bossi non si riconosceva più da tempo, pur essendone rimasto presidente a vita. La svolta lepenista, i rapporti con le estreme destre europee erano quanto di più lontano dalla sua intuizione di un movimento federalista, pur dominato fin dall’inizio dal razzismo prima contro i meridionali e poi gli immigrati, ma mai inscrivibile nell’universo delle destre estreme. Alle europee del 2024 lo strappo più plateale: dichiarò di votare Forza Italia, dove era candidato l’ex fedelissimo Marco Reguzzoni. Un paradosso per lui, che con Berlusconi ha avuto un rapporto complesso e burrascoso, dal tradimento del 1994, quando fece cadere il suo primo governo d’intesa con

D’Alema fino alla corsa solitaria del 1996, che favorì la vittoria dell’Ulivo di Prodi, e fino alla riconciliazione del 2001, la nascita della Casa delle libertà, le due vittorie elettorali e una fedeltà che, da allora, non si è mai più dissolta, complice anche l’aiuto economico fornito dal Cavaliere alle disastrate casse della Lega.

IL CUORE DELL’EPOPEA bossiana sono gli anni Novanta, quando la Lega cresce al Nord sulle ceneri della Dc, guadagna parlamentari, va al governo, fino alla dichiarazione di indipendenza del 1996, l’ampolla del Po, la cerimonia a Venezia, il parlamento della Padania, le camicie verdi. Un immaginario folkloristico che riesce a penetrare tra i ceti produttivi, i piccoli imprenditori del lombardo-veneto, ma anche tra gli operai, senza però mai approdare a risultai concreti: fallisce la devolution del 2006, bocciata nel referendum costituzionale, il federalismo fiscale finisce seppellito dalla crisi dello spread e dall’arrivo del governo Monti nel 2011. In quella fase scoppiano gli scandali, dai diamanti del tesoriere Belsito fino ai soldi del partito spesi per la «Family» Bossi, le auto del figlio Renzo “Trota”, il cerchio magico che decide tutto e scatena la rabbia dei «Barbari sognanti» di Maroni.

IL REGNO DI BOSSI CROLLA nell’aprile 2012, al palasport di Bergamo, nella notte delle scope: Maroni con la ramazza in mano, Bossi che prova a scusarsi davanti a centinaia di militanti furiosi. Ma il Senatur, pur ammaccato, riesce a candidarsi al congresso del 2013, quello che elegge per la prima volta Salvini, un altro figlio politico che si è liberato del padre con modi piuttosto ruvidi. Salvini prende l’81% alle primarie, il fondatore si ferma al 18%: il canto del cigno di un «capo» (così lo hanno sempre chiamato tutti nella Lega) che ha lottato fino alla fine. Ma che, anche negli ultimi anni, pur sollecitato da molti fedelissimi confluiti nel «Patto per il Nord», non ha mai voluto organizzare una vera scissione, almeno finché le forze lo hanno sostenuto.

Per i giornalisti politici è stato una inesauribile miniera di formule linguistiche e aneddoti: da «Roma ladrona» al celodurismo fino al «Mai mulà», «Roma Polo e Roma Ulivo», come battezzò i due schieramenti nella sfida solitaria del 1996, il Berluskaz (e tanti altri insulti a avversari e ex alleati finiti in disgrazia, come il prof Miglio definito «scoreggia nello spazio», il «terun» rivolto Napolitano che gli costò una condanna), la canottiera bianca a costine con cui si presentò Villa Certosa, da alcuni considerata una scelta popolana contro il lusso del miliardario, in realtà tipico look estivo dei varesini della sua generazione, poco inclini alle spiagge. Lui le estati preferiva passarle all’hotel Mirella di Pontedilegno, dove tirava tardi tra fedelissimi e cronisti tra nuvole di sigaro toscano. «Sono in cordata per le riforme», una delle sue con cui mescolava politica e alpinismo.

RESTA, della sua lunga parabola, l’oscena legge Bossi-Fini, eredità pesante di un leghismo dal principio contro i migranti, usati già da Bossi come capro espiatorio per raccattare voti. E ancora: la capacità di ca valcare l’onda di Tangentopoli, fino a sventolare un cappio in Parlamento (il deputato Orsenigo) per poi ammettere di aver preso 200 milioni dalla Montedison.

Frammenti di una storia personale che per un ventennio ha segnato la vicenda politica italiana. Di cui resta oggi qualche spilla di Alberto da Giussano sulle giacche dei parlamentari più anziani. Ora la Lega lo piange, con qualche lacrima di coccodrillo. Più schietto Bersani: «L’avversario più dignitoso che ho avuto, e alla fine quello a cui ho voluto più bene».

«Perdo un padre», le parole di Calderoli, suo più grande amico rimasto nella Lega. «L’Italia perde un leader politico appassionato e un sincero democratico», il ricordo del presidente Sergio Mattarella.


Contro gli asilanti anche se le cose vanno piuttosto bene. L’UDC non molla l’osso

 

È un periodo difficile per il ministro della Giustizia Beat Jans. Al Consiglio degli Stati e al Consiglio nazionale sono state trattate diverse mozioni durante le sessioni straordinarie sul tema dell’asilo. Negli ultimi anni l’UDC ha presentato decine di iniziative volte “a migliorare la sicurezza della popolazione” e a limitare i diritti dei richiedenti asilo. Alcune di esse sono state trattate in precedenti sessioni straordinarie. Nella sessione della scorsa settimana, un consigliere nazionale dell’UDC ha affermato che negli ultimi anni sono state presentate oltre 300 mozioni sul tema dell’asilo, ma che evidentemente ciò non è ancora sufficiente per ottenere un cambiamento nella politica in materia.

Rinchiudere i richiedenti asilo ribelli

Le mozioni dell’UDC chiedono nuove misure in materia di asilo. Tra queste, che il numero delle domande d’asilo venga ridotto in modo significativo, che il ricongiungimento familiare venga limitato e che i richiedenti asilo respinti vengano sistematicamente rimandati nei loro paesi d’origine. Inoltre, i richiedenti asilo ribelli dovrebbero poter essere puniti con il divieto di uscita o con la detenzione fino a dieci giorni.

Molti politici dell’UDC di entrambe le Camere hanno sfogato la loro rabbia contro il consigliere federale Beat Jans. Si è detto, ad esempio, che il popolo è preoccupato per la politica d’asilo, che il Consiglio federale fa troppo poco contro i richiedenti asilo criminali. I consiglieri nazionali dell’UDC hanno affermato che, mese dopo mese, migliaia di migranti in cerca di asilo affluiscono nel nostro Paese, che il numero delle domande di asilo pendenti è aumentato e che la politica in materia di asilo del Consiglio federale è fallita, che i Cantoni sono sopraffatti dal gran numero di queste persone e che i costi sono troppo elevati.

Il presunto peggioramento è un mito

Il consigliere federale Jans ha cercato di confutare con i fatti le accuse e le motivazioni delle due mozioni. Ha sottolineato che diverse affermazioni fatte in Aula semplicemente non corrispondono alla realtà. Ha fatto notare che il numero delle domande d’asilo è in calo da due anni. Quando ha assunto la carica, 13’000 domande di asilo erano in attesa di essere trattate, ora se ne contano ancora 3’000, che dovrebbero essere smaltite entro la fine dell’anno.

Jans ha inoltre spiegato che la strategia in materia di asilo 2027 è in fase di elaborazione e che si tratta di un compito comune della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni. La Confederazione è competente per leggi e ordinanze, ma l’attuazione – ad esempio per l’alloggio e l’integrazione dei richiedenti asilo – spetta ai Cantoni e ai Comuni.

Grazie al minor afflusso, la situazione nei Cantoni e nei Comuni si è leggermente alleggerita. Per il rimpatrio dei richiedenti asilo respinti sono competenti i Cantoni, rispettivamente le polizie cantonali.

Per il resto, il numero dei rimpatri volontari e coatti è aumentato notevolmente negli ultimi anni.

Grazie alla tavola rotonda tra la Segreteria di Stato della migrazione, i Cantoni e l’Associazione dei Comuni e delle Città, secondo il ministro della Giustizia Jans, molte delle modifiche richieste nelle mozioni sono in fase di elaborazione. Per quanto riguarda la sicurezza, si constata che, grazie a questi sforzi coordinati, lo scorso anno il numero di incidenti nei centri federali d’asilo è diminuito di oltre la metà.

Jans ha sottolineato che i gruppi di lavoro nati dalla tavola rotonda stanno ora operando per realizzare la strategia d’asilo 2027. La sua attuazione, tuttavia, subirà un ritardo se ora il Parlamento dovesse richiedere una nuova strategia.

Argomenti caduti nel vuoto

Tutto ciò non è servito a nulla. Gli argomenti del Consiglio federale sono stati ignorati. Anche l’osservazione secondo cui diversi inasprimenti richiesti non sarebbero affatto compatibili con la Costituzione federale non è stata presa sul serio.

L’UDC ha sostenuto senza riserve le due mozioni. Non c’era da aspettarsi altro, dato che questo partito non si fida comunque del ministro dell’asilo. Che anche gran parte degli altri parlamentari borghesi abbia votato a favore delle due mozioni dell’UDC può invece piuttosto sorprendere. Da loro ci si aspetterebbe che rifuggissero da qualsiasi violazione della Costituzione.

Come attuerà il Consiglio federale i mandati conferiti dal Parlamento? Si tratta di una questione delicata, che susciterà ancora molte discussioni all’interno dell’Amministrazione federale, nonché tra Confederazione, Cantoni e Comuni.

Pubblicato da Journal21

Nell’immagini: i richiedenti asilo come li vuole mostrare l’UDC (immagine dal suo sito ufficiale) 


L’internazionale della remigrazione e il piano per l’etnostato bianco

 

Di , Valigia Blu

L’espressione “remigrazione” è stata a lungo utilizzata dalle scienze sociali – in particolare da quelle che studiano le migrazioni – per indicare il ritorno volontario di una persona al suo paese d’origine.

Ad appropriarsi del termine e a dargli una precisa connotazione politica è stata l’estrema destra francese. Sin dall’inizio degli anni Ottanta, il Front National ha propagandato l’idea dell’“inversione” dei flussi migratori. Alle regionali del 1992, ad esempio, sui manifesti elettorali del partito campeggiava lo slogan “Quand nous arriverons, ils partiront!” (“quando arriveremo, loro partiranno”).

Il concetto è stato poi sistematizzato dal movimento identitario, che prende spunto dalla Nuova Destra (Nouvelle Droite) e si rifà al cosiddetto razzismo differenzialista. Uno dei primi a utilizzarlo pubblicamente è stato il militante Laurent Ozon, che nel 2013 ha lanciato il “Movimento per la remigrazione”, seguito a ruota dai membri del Bloc Identitaire e di Generazione Identitaria.

Come ha spiegato il politologo Jean-Yves Camus, la remigrazione è strettamente collegata alla teoria del complotto della “sostituzione etnica”, secondo la quale l’immigrazione sarebbe in realtà una forma mascherata di genocidio delle popolazioni “autoctone” (ossia bianche e cristiane).

La “remigrazione”, seguendo il ragionamento degli identitari, sarebbe dunque la cura a questa malattia letale che affligge l’Europa. Dietro a questo neologismo rubato dalle scienze sociali si nasconde però un piano di pulizia etnica: l’obiettivo finale è quello di arrivare ad un etno-stato bianco, ripulito da ogni impurità.

Esattamente come ha fatto la “sostituzione etnica”, anche la remigrazione ha oltrepassato piuttosto in fretta gli steccati dei circuiti più militanti. Secondo un rapporto dell’Institute for Strategic Dialogue, tra il 2012 e il 2019 il termine è stato menzionato oltre 540mila volte su Twitter.

Durante campagna per le presidenziali francesi del 2022, il candidato Eric Zemmour ha proposto la creazione di un “ministero per la remigrazione”. Al termine del suo quinquennio, annunciava trionfante il polemista di estremista destra, sarebbero stati espulsi milioni di “clandestini”, “delinquenti”, “criminali”, “Fiche S” (le persone schedate come potenziale minaccia per la sicurezza dello Stato) e “tutta la gente che non vogliamo più tra i piedi”.

Dopo la Francia, la remigrazione è approdata in Germania. Nel corso di un incontro segreto tra membri di Alternative für Deutschland e militanti neonazisti, tenutosi nel novembre del 2023 e rivelato dalla testata Correctiv nel gennaio del 2024, si è parlato apertamente di deportare dal paese almeno cinque milioni di persone – inclusi i cittadini “non assimilati”, cioè quelli non bianchi e non cristiani.

A presentare il piano è stato Martin Sellner, il fondatore della sezione austriaca di Generazione Identitario che negli anni scorsi ha acquisito una certa notorietà internazionale collaborando con l’alt-right statunitense.

Ispirandosi alla Nuova Destra francese, il militante austriaco adotta un approccio metapolitico che mira ad egemonizzare culturalmente il dibattito pubblico, spostando i partiti della destra istituzionale su posizioni sempre più radicali.

La remigrazione, per l’appunto, è il suo progetto politico più ambizioso. Il piano dell’austriaco riguarda tre gruppi e si articola in tre fasi distinte: la prima è la chiusura fisica delle frontiere e l’espulsione dei migranti irregolari; la seconda prevede la revoca dei permessi di soggiorno a chi commette reati o è giudicato un “peso economico” per la società; e la terza toglie i diritti civili ai cittadini con background migratorio, costringendoli così a “rimpatriare” nel “paese d’origine”.

Secondo Sellner, i cosiddetti “cittadini non assimilati” formerebbero delle vere e proprie “società parallele” o sarebbero segretamente leali a Stati stranieri e ostili. È una paranoia che è al contempo antisemita – perché rievoca il mito della “doppia fedeltà” – e islamofoba, visto che rimanda alla teoria complottista di Eurabia.

La terza fase è senz’ombra di dubbio la più inquietante ed eversiva: se fosse veramente applicata reintrodurre un criterio razziale nella concessione della cittadinanza, e farebbe a pezzi il principio fondamentale dell’uguaglianza nelle Costituzioni europee post-belliche.

L’Italia come laboratorio globale della remigrazione

Sellner è stato anche l’animatore del primo Remigration Summit che si è tenuto a Gallarate il 17 maggio del 2025. Oltre a neonazisti, suprematisti statunitensi e negazionisti dell’Olocausto era presente anche una nutrita delegazione della Lega.

Roberto Vannacci, che all’epoca era ancora nel partito guidato da Matteo Salvini, aveva inviato un videomessaggio in cui descriveva la remigrazione come un tema “coraggioso ma necessario” e “di buon senso”.

Non è un caso: la Lega è stata il primo partito a sdoganare ufficialmente il termine in Italia. All’inizio di gennaio del 2025 il consigliere regionale lombardo Alessandro Corbetta ha scritto su Facebook che “è fondamentale iniziare a discutere seriamente di remigrazione, ovvero il rimpatrio dei clandestini e dei criminali nei Paesi di origine, ma anche di quegli stranieri che scelgono deliberatamente di non volersi integrare”.

Dopo di lui ne hanno parlato altri leghisti, tra cui il consigliere regionale della Lombardia Riccardo Pase, alcune sezioni giovanili (tra cui quelle di Milano e Roma), le eurodeputate Silvia Sardone e Isabella Tovaglieri e il deputato Rossano Sasso – poi entrato nel partito di Vannacci.

A novembre del 2025 anche il segretario Matteo Salvini l’ha citata per la prima (e al momento unica) volta durante un comizio. Un mese prima l’ala vannacciana della Lega aveva organizzato un altro Remigration Summit, questa volta a Livorno. In quell’occasione, il dirigente leghista Lorenzo Gasperini aveva detto che “la remigrazione è una necessità esistenziale radicale per la sussistenza dei popoli europei”. Anche lui è successivamente confluito in Futuro Nazionale.

Alla fine del 2025, il deputato leghista Jacopo Morrone ha presentato una proposta di legge “anti-maranza” che ricalca molto da vicino il piano di Sellner. Prevede infatti una determinata soglia di reddito necessaria a richiedere il congiungimento familiare, la stretta sulla concessione di nuove cittadinanze e la revoca della cittadinanza alle persone naturalizzate che ricevono una condanna definitiva sopra i cinque anni di carcere.

Come ha scritto Jacopo Di Miceli, curatore di Osservatorio sul complottismo, la cittadinanza diventerebbe così una concessione dello Stato “continuamente suscettibile di essere ritirata in caso di nuovi interventi legislativi, ad esempio con l’aggiunta di ulteriori fattispecie che definiscano i parametri di una corretta ‘integrazione’ o ‘assimilazione’”.

Tuttavia, il tema della remigrazione non è mai stato universalmente accettato all’interno della Lega. Al contrario: la parte più tradizionalista e nordista, quella cioè che fa capo all’ex presidente della regione Veneto Luca Zaia, l’ha sempre osteggiata. Ed è altrettanto significativo notare che Fratelli d’Italia l’ha menzionata sporadicamente, mentre Giorgia Meloni non si è mai espressa sul punto.

In questo spazio politico vuoto, o quanto meno non interamente occupato, si sono così infilati l’estrema destra extraparlamentare e il nuovo partito di Vannacci.

“In un’Italia in cui la destra al governo ha già spostato il baricentro culturale del Paese”, ha sottolineato Linda Di Benedetto su Patria Indipendente, “la destra radicale può permettersi di fare un passo avanti e proporre – non più in forma clandestina, ma plateale, rivendicata – un progetto di ingegneria sociale che rimuove persone, identità, generazioni intere”.

In questo senso l’Italia è uno dei paesi in cui l’esperimento metapolitico di Sellner è più avanzato, ma non è l’unico paese in cui si sta verificando questa dinamica.

Come annota un recente rapporto del Center for the Study of Organized Hate (CSOH), sono ormai diversi i partiti di estrema destra che hanno inglobato la remigrazione nella loro piattaforma programmatica.

In Austria, ad esempio, l’ha fatto il Partito della Libertà d’Austria (FPÖ); in Germania Alternative für Deutschland; nei Paesi Bassi il Forum per la Democrazia e i Liberali Conservatori di JA21; in Spagna Vox; in Belgio il Vlaams Belang; in Finlandia il Partito dei Finlandesi; e così via.

Anche negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha iniziato a usare con sempre più frequenza il termine, ammiccando alla base MAGA più estremista e rendendolo un sinonimo del programma trumpiano di espulsione di massa.

La remigrazione, insomma, è ormai il fulcro di quella che la giornalista Federica Pennelli definisce la “transnazionalizzazione della destra radicale”. Questo fenomeno si manifesta attraversa format replicabili: “convegni che attraversano confini, campagne d’odio e piccoli momenti di piazza che condividono slogan e leader che si legittimano a vicenda”.

La progressiva adozione del concetto simboleggia dunque l’ascesa di un movimento globale e interconnesso che punta a sfruttare il potere dello Stato per escludere violentemente determinati gruppi sociali, mascherando un piano eversivo e antidemocratico come una semplice proposta di “buon senso”.

Nell’immagine: una manifestazione di “Remigrazione e riconquista”