La follia di Trump

 

Di Luigi Manconi, La Repubblica

E se a governare il mondo fosse un pazzo? Un pazzo in senso propriamente clinico, intendo: ovvero una persona che è affetta da disturbo mentale. L’ipotesi — il terribile sospetto — circola nelle opinioni pubbliche occidentali e tra le élite politiche e culturali, ma anche negli ambienti scientifici. Una ipotesi in genere solo adombrata, appena accennata e subito messa a tacere, oppure utilizzata come corpo contundente e come strumento di character assassination a scopo invalidante nei confronti dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Nell’agone politico di tutti i tempi quell’accusa ha trovato terreno fertile, individuando i propri bersagli in figure capaci di accumulare immenso potere e di esercitarlo con incrollabile determinazione. Ciò dall’epoca di Caligola e di Nerone, quando la ferocia dei despoti si accompagnava sempre a una idea di dissennatezza e di alienazione, per arrivare fino all’età contemporanea e alla follia di Adolf Hitler e di Joseph Stalin. Ma le diagnosi postume e lo sviluppo delle bioscienze hanno consentito di riconoscere i sintomi di malattia mentale in un numero rilevante di leader politici e dittatori efferati, dal serbo Slobodan Milošević all’ugandese Idi Amin Dada e al nordcoreano Kim Jong-un.

Va da sé che nel ricorso a questo modello analitico assume un peso notevole quella che si può definire “diagnostica di guerra”: ossia l’uso delle discipline della psiche come strumento di lotta politica e di stigmatizzazione dell’avversario. Eppure, alla “teoria del pazzo” (madman theory) si fa ampio ricorso nell’analizzare gli atteggiamenti e i comportamenti di esponenti del potere politico, a partire dai due grandi protagonisti dell’arena pubblica internazionale: Vladimir Putin e Donald Trump. La cosa è tanto più seria in quanto proprio negli Stati Uniti una diffusa concezione realista e positivista di chi esercita il comando ha sempre posto la massima attenzione sullo stato di salute dei membri delle leadership, sulla pubblicità delle loro cartelle cliniche e sugli esiti dei loro check-up. Una sorta di letteratura e retorica dei bollettini medici, di cui l’annuncio da parte di Trump della data prevista («entro giugno») per la morte del deputato repubblicano Neal Dunn, malato terminale, è solo la più miserabile manifestazione.

La teoria del pazzo risale agli anni della presidenza Nixon e si collegava strettamente ai suoi programmi bellici — la guerra del Vietnam — e, in particolare, alla categoria di imprevedibilità. Quest’ultima rappresentava il sintomo, e nel contempo la risorsa più preziosa, delle strategie politico-militari del presidente statunitense. Nel sentire comune, infatti, l’imprevedibilità, l’imponderabilità, la capacità di sorprendere e di rompere gli schemi consuetudinari rappresentano quell’Inatteso in grado di stupire e confondere l’avversario e di scombinarne i piani e le tattiche; ma costituiscono anche altrettanti connotati di un profilo borderline.

Quando quest’ultimo stato psicologico si associa alla guerra abbiamo Il dottor Stranamore, geniale opera di Stanley Kubrick realizzata durante la presidenza di Lyndon B. Johnson. A distanza di sessant’anni alcuni accreditati analisti statunitensi, suBloomberg e Foreign Affairs, riprendono la teoria del pazzo per decifrare, appunto, l’imprevedibilità come arte di governo di Donald Trump.

Nella migliore delle ipotesi siamo in presenza di una strategia da «caos calmo» (Sandro Veronesi) che rivela la sistematicità di comportamenti apparentemente irrazionali: e, dunque, si è costretti a tornare all’eterno «c’è del metodo in questa follia». Nella peggiore, invece, dobbiamo considerare l’insondabile del disturbo mentale e del deficit cognitivo, che cova per patologia psichica o per logoramento neurologico in una personalità bipolare di età avanzata. Qui le azioni del singolo vengono incentivate fino al parossismo da quello «stile paranoide nella politica americana» (Richard Hofstadter) di cui è parte integrante la vocazione salvifica, venata da tonalità mistiche e da vibrazioni apocalittiche, all’interno di un orizzonte cospirazionista che costituisce lo scenario della guerra totale tra il Bene e il Male nella valle di Giosafat, dove «Dio giudicherà alla fine del mondo tutte le genti».

Così, il potere politico perde i suoi connotati laici per farsi meschina teologia politica. L’immagine di Donald Trump nello studio ovale circondato e “toccato” dai pastori evangelici è un rito fondativo di questa religiosità, più che secolarizzata, mondanizzata. Le conseguenze di questi processi sulla società e sugli individui sono ben analizzate in un articolo di Vittorio Lingiardi e Tommaso Boldrini pubblicato su Lucy. Sulla cultura.Qui si legge, attraverso il riferimento agli scritti di Melanie Klein, che per quanto riguarda i comportamenti collettivi, «la posizione schizo-paranoide, tipica della prima infanzia e riattivabile in età adulta, è la dinamica più immediata con cui la mente organizza l’esperienza interna di ciò che percepisce del mondo in termini di minaccia».

Ecco, la minaccia come essenziale motivazione dell’agire individuale e sociale e come risorsa politica ed elettorale risulta al centro del conflitto globale. La democrazia è sufficientemente consapevole e sufficientemente attrezzata per resisterle? O la sua salute mentale sarà definitivamente compromessa dalla follia di Trump e di tutti gli altri despoti, tiranni e satrapi?


Vicolo cieco

 


L’isolamento strategico dell’America e l’idea di una tregua a scalare

 

Di Ettore Sequi, La Stampa

L’operazione in Iran che Trump aveva chiamato “Furia Epica” si sta rivelando per ciò che è: un “azzardo epico”. Non servivano virtù profetiche; bastava vedere che il conflitto aveva già superato il punto in cui la forza militare governa gli effetti. Lo dimostra il bombardamento israeliano di South Pars. Non è un bersaglio qualsiasi: è il cuore energetico dell’Iran, parte del più grande giacimento di gas del mondo e nodo interconnesso con il Qatar. Colpirlo significa comprimere la vita materiale del Paese – elettricità, riscaldamento, industria – e mostrare che non è più vulnerabile solo il flusso, Hormuz, ma anche la fonte. Quando produzione e trasporto sono entrambi esposti, la sicurezza energetica globale diventa strutturalmente instabile e la guerra perde governabilità.

Lo conferma la simultaneità delle escalation: verticale, con la decapitazione dei vertici iraniani; geografica, con l’estensione al Golfo, al Libano e alle rotte marittime; funzionale, con l’ingresso diretto di energia, traffici e politica interna americana. Quando queste dimensioni si sovrappongono, la crisi smette di essere regionale e diventa sistemica.

All’interno di questo quadro emergono paradossi decisivi.

Il primo è il paradosso trumpiano. Dopo mesi passati a svalutare alleanze e multilateralismo, Trump è costretto a chiedere ai partner di garantire Hormuz, ma senza successo. Gli Usa non riescono a mobilitare alleati, non riescono a coinvolgere la Cina, non riescono a controllare l’escalation. È l’inizio di una nuova solitudine strategica americana.

Il secondo è il paradosso israeliano. Israele non può invadere l’Iran e punta su una strategia indiretta: decapitazione della leadership, erosione dell’apparato coercitivo, pressione per implosione interna. Ma questo modello funziona solo con élite divise, popolazione pronta e apparati fragili. Oggi nessuna di queste condizioni è chiaramente presente. Decapitare la leadership non distrugge lo Stato: può radicalizzarlo. È in questo contesto che va letta l’uccisione di Ali Larijani. Non era un moderato, ma un conservatore pragmatico: proprio per questo, uno dei pochi realmente negoziabili. Eliminarlo ha un significato preciso. Se si volesse un accordo, sarebbe un errore; se invece si punta a prolungare la guerra fino a mettere in crisi il regime, è una scelta coerente. Non restringe lo spazio negoziale ma lo cancella.

Da qui il paradosso più pericoloso: integrazione operativa e divergenza strategica tra Usa e Israele. Combattono insieme, ma non puntano allo stesso esito. Israele mira a far cadere il regime e a lasciare un Iran più debole e frammentato, per garantirsi sicurezza ed egemonia regionale. Gli Stati Uniti devono gestire il costo sistemico: energia, Hormuz, Golfo, consenso interno, rapporto con gli alleati, interferenze di Cina e Russia. Ciò che per Israele è coerente, per Washington può chiudere l’ultima via d’uscita.

Ed è questa la domanda centrale: esiste una via d’uscita? Se l’obiettivo è negoziare, la strada si restringe. Se è il collasso del regime, non è detto che sia possibile e il rischio è altissimo: frammentazione, guerra estesa, choc energetico duraturo, instabilità regionale.

Nel frattempo, il Golfo diventa fronte. Gli Stati della regione sono insieme nodi energetici, bersagli e attori esposti. L’Europa distingue tra interesse comune e guerra comune: vuole partecipare alla stabilità, non alla guerra.

La crisi si intreccia con l’Ucraina in modo diretto. L’aumento dei prezzi rafforza le entrate di Mosca, mentre Washington accetta la continuità di alcuni flussi energetici russi per evitare choc. Zelenski prova a restare in gioco offrendo droni ai Paesi del Golfo. Le due guerre si alimentano.

Sullo sfondo si muove la Cina che beneficia di una crisi in cui gli Usa disperdono risorse e attenzione pur soffrendo dalla interruzione dei flussi energetici, ricava un vantaggio strategico: più Washington è impantanata nel Golfo, più si indebolisce nel Pacifico e si disinteressa di Taiwan.

La dinamica è ormai chiara: nessuno riesce a chiudere il conflitto, ma tutti riescono ad allargarne il costo. La guerra si estende perché nessuno può vincerla in fretta e tutti possono impedirne la chiusura. Le minacce iraniane contro gli impianti del Golfo indicano che la guerra è entrata nella sua fase più pericolosa: quella energetica. In questa fase non esiste una vera soluzione militare, ma solo una gestione del danno: congelare il fronte energetico per evitare il collasso sistemico e riaprire uno spazio negoziale. Ma questo implica una scelta difficile: Israele dovrebbe accettare di fermare la pressione prima di aver spezzato il regime, mentre l’Iran dovrebbe rinunciare a usare l’energia come leva di deterrenza globale. Ed è proprio questo che oggi nessuno dei due è disposto a fare.

South Pars può segnare il punto di non ritorno. La guerra non è più separabile dal sistema globale. Ogni attacco militare è anche un attacco ai prezzi, ogni escalation, una perturbazione economica.

La guerra resta gestibile sul piano operativo. Ma sta diventando ingestibile sul piano sistemico.

Nell’immagine: il ritorno a casa delle prime vittime americane


Javier Cercas: “Donald nazional-populista pericoloso. L’Europa si salva se diventa federale”

 

Di Domenico Agasso, La Stampa

La guerra in Iran? «Il regime degli Ayatollah è sanguinario, ma quando si infrange il principio del diritto internazionale si apre una frattura insidiosa per tutta l’umanità». È un orizzonte cupo quello che si delinea: un mondo «nelle mani dei forti e dei prepotenti», con la democrazia «in depressione». Eppure l’Europa «può ancora salvarsi, ma deve unirsi davvero, diventando un organismo federale». Perché nessun Paese dell’Ue, «neanche la Spagna di Sánchez», può incidere da solo. Javier Cercas riflette sul quadro geopolitico insanguinato dai conflitti in occasione dell’intervento inaugurale al “Soul Festival” di Milano, dove presenta il suo libro “Il folle di Dio alla fine del mondo” (Guanda).

Quali pensieri le suscita il nuovo scontro in Medio Oriente?

«Siamo davanti a una situazione estremamente pericolosa, non solo per una regione già instabile, ma per l’intera umanità. Quando si incrinano gli equilibri globali, il rischio di un effetto domino è sempre reale».

Il presidente degli Stati Uniti ha sbagliato ad attaccare Teheran?

«Donald Trump è un uomo imprevedibile, che appare guidato anzitutto da se stesso, dai propri interessi e da una visione personale del potere. È un leader che incute timore. Il regime della Repubblica Islamica è atroce: reprime e uccide la sua stessa popolazione. Questo è fuori discussione. Allo stesso tempo trovo incomprensibile la clamorosa contraddizione in cui cadono molte posizioni occidentali».

Quale?

«Si condanna – giustamente – la guerra illegale in Ucraina, che rappresenta una violazione evidente dell’ordine internazionale, e allo stesso tempo si finisce per giustificare o accettare un’altra azione militare che si muove fuori da quella stessa legalità. Questo è il punto decisivo: quando si infrange il principio del diritto internazionale, si apre una frattura che riguarda tutti. Non esistono guerre illegali “giuste” e guerre illegali “sbagliate”. Esiste un ordine che o vale sempre, oppure non vale più».

C’è ancora spazio per soluzioni fondate sul diritto internazionale?

«Esiste, ma si sta restringendo drammaticamente. Oggi abbiamo la sensazione di trovarci nelle mani di leader che non credono davvero nelle regole condivise, ma soltanto nei rapporti di forza. E prepotenza. Io credo nella forza, certo, ma nella forza della legge, che è l’unica forma di forza compatibile con una civiltà degna di questo nome. Quando la legge viene sostituita dalla pura potenza, entriamo in una dimensione pre-politica, quasi primitiva».

Oggi siamo a quel punto?

«Viviamo un momento storico in cui figure potentissime – penso a Trump, a Vladimir Putin – sembrano sostenere, esplicitamente o implicitamente, un’idea di mondo priva di regole, dove ha ragione chi è più forte. E dietro questo scenario si muove una Cina silenziosa ma tutt’altro che neutrale, che appoggia la Russia e condivide, almeno in parte, questa visione di equilibrio fondato sulla forza».

Come va interpretato il fenomeno del “trumpismo”?

«È la manifestazione più evidente del nazionalpopulismo. Si tratta di un fenomeno globale, emerso in Occidente dalla crisi del 2008, la più grave dopo quella del 1929. Quel collasso finanziario non ha prodotto soltanto conseguenze economiche, ma ha generato una depressione democratica, una perdita di fiducia nelle istituzioni, nei partiti tradizionali, nella capacità stessa della democrazia di mantenere le proprie promesse. Come dice Montaigne, “la vie est ondoyante”: la vita è ondulante, fatta di alti e bassi, di “up and down”, di momenti di speranza e di cadute improvvise. La democrazia stessa è ondulante: a volte sembra forte e stabile, altre volte fragile e in difficoltà. Ed è nelle fasi “down” come quella contemporanea che il nazionalpopulismo ha trovato terreno fertile. Ma non si tratta di un ritorno del fascismo in senso stretto».

Ci spiega?

«Trump non è fascista. Hitler, Mussolini e Franco attaccavano apertamente la democrazia, volevano distruggerla, lo dichiaravano senza mezzi termini. Il nazionalpopulismo, invece, ha tratti simili (il nazionalismo, per esempio), ma si presenta come il difensore della democrazia mentre la erode dall’interno. In questo senso è, paradossalmente, più subdolo e pericoloso del fascismo storico. Lo abbiamo visto con l’assalto al Campidoglio nel 2021: non era un attacco esplicito alla democrazia, bensì un tentativo di attaccarla con la bandiera della democrazia, di svuotarla dall’interno, sostenendo di volerla proteggere. Ed è proprio questa ambiguità, questo cinismo a renderlo così insidioso. È una dinamica che ritroviamo in Trump, in Putin, in Orbán».

E l’Europa?

«Noi europei abbiamo una responsabilità storica: dobbiamo scegliere se rafforzare le nostre democrazie o lasciarci erodere dal nazionalpopulismo. Oggi l’Europa appare fragile, incerta, quasi smarrita».

Qual è la principale debolezza?

«Il problema è strutturale: l’Unione europea non è unita. Non esiste una vera soggettività politica europea capace di agire con coerenza e decisione. E senza unità non c’è forza, senza forza non c’è voce. Questa debolezza non è solo un limite geopolitico: è anche una crisi di identità. L’Europa ha costruito nei secoli un’idea straordinaria di civiltà fondata su diritto, libertà, pluralismo. Ma oggi sembra incapace di difenderla con convinzione. Eppure proprio da qui dovrebbe ripartire».

Che cosa dovrebbe fare concretamente?

«Costruire un’Europa realmente federale, per avere una politica estera credibile, una difesa comune, una voce autorevole nei grandi dossier globali».

Che cosa intende per «federale»?

«Capace di tenere insieme unità politica e diversità culturale. Non un’omologazione, ma una sintesi. Un soggetto politico che rispetti le lingue, le tradizioni, le identità nazionali, ma che sia in grado di decidere insieme sulle grandi questioni: politica estera, difesa, economia. Altrimenti, i singoli Stati dell’Ue resteranno irrilevanti».

Anche la Spagna?

«Sì. Pensare che la Spagna, la Francia, la Germania o l’Italia possano giocare da sole un ruolo decisivo nel mondo è semplicemente illusorio. Nessuno di questi Paesi, da solo, ha il peso necessario. La vera alternativa è tra marginalità e integrazione».

Sta crescendo la popolarità di Pedro Sánchez. Può diventare un leader europeo?

«Non è questo il punto. Sánchez ha avuto il merito di assumere una posizione chiara contro una guerra illegale, quella in Iran, e questo va riconosciuto e sostenuto. Ma la questione non è il singolo leader. Non sarà Sánchez, né Macron, né Merz, né Meloni né altri a cambiare davvero il destino dell’Ue. La vera sfida è collettiva. Serve una trasformazione profonda, quasi una rivoluzione politica».

Perché il suo libro – pubblicato in Francia, America Latina, Spagna, Portogallo, Italia e in tanti altri Paesi – ha avuto così tanto successo?

«Non lo so: è una domanda a cui devono rispondere i lettori. Mai il Vaticano aveva aperto le sue porte a uno scrittore, a maggior ragione ateo come me, un “folle senza Dio” che ha inseguito “il folle di Dio”, papa Francesco, fino alla fine del mondo, in Mongolia, viaggiando sull’aereo con lui. Volevo porgli un’unica domanda personale ma allo stesso tempo universale, una grande e decisiva domanda: è vero che la mia mamma vedrà mio padre dopo la morte, come lei dice, è vero che esiste la vita dopo la morte? Credo che questo volume dia una visione diversa della religione e della Chiesa. Oltre i pregiudizi che tutti abbiamo. E forse uno dei segreti del libro è il linguaggio diverso, che punta molto anche sul senso dell’umorismo predicato da Bergoglio: per lui è la vicinanza massima alla grazia divina».

Nell’immagine: Iran, soccorsi dopo un bombardamento


Svizzera: patrimoni per pochi privilegiati

 

A febbraio 2026 è stato pubblicato uno studio dal titolo “Wealth and Inheritance in 21st-Century Switzerland”, a cura di Marius Brülhart, Andreas Fuster, Isabel Z. Martínez, Falone Moseka, ricercatori dell’università di Losanna e delle due scuole politecniche. Questo lavoro colma una lacuna importante perché attraverso un’analisi accurata di dati fiscali sugli ultimi 35 anni (16.7 milioni di registrazioni fiscali), ci fornisce una visione scientifica dell’evoluzione dei patrimoni e delle donazioni nei cantoni di Berna e Lucerna, che sono però sicuramente in linea anche con quanto accaduto più in generale in Svizzera.

Il grafico ha due scale: la scala a sinistra mostra la crescita dei patrimoni mentre quella a destra le donazioni in Svizzera dal 1990 in miliardi di franchi; in basso poi abbiamo le entrate fiscali derivanti dalle due voci. L’evidenza è che le entrate fiscali derivanti dalle donazioni sono rimaste praticamente costanti mentre quelle derivate dai patrimoni sono leggermente cresciute, ma in misura decisamente inferiore rispetto all’aumento in valore assoluto dei patrimoni. In sintesi ecco gli elementi principali che emergono dallo studio.

  1. Il patrimonio è cresciuto più rapidamente dei redditi e della produzione. Nei 25 anni presi in esame i patrimoni sono cresciuti del 3.9% l’anno mentre il Pil è aumentato mediamente del 2.9%. In termini assoluti i patrimoni ammontavano a 1.400 miliardi nel 2000 (2.9 volte più del Pil) mentre nel 2025 ha raggiunto i 3.600 miliardi (4.2 volte di più del Pil).
  2. Le eredità sono cresciute in parallelo alla ricchezza, passando da 32 miliardi nel 2000 a 100 miliardi nel 2025. In rapporto al Pil si è passati dal 6.7 al’11.6%. Il peso economico dei lasciti è quasi raddoppiato dall’inizio del secolo.
  3. Le disparità di ricchezza aumenta, ma si concentra nelle tasche di poche persone. La quota di ricchezza imponibile all’1% più ricco a livello nazionale è aumentata dal 36,6% nel 2003 al 45,1% del Pil nel 2022. A livello nazionale, i milionari – cioè gli individui con un patrimonio imponibile superiore al milione di franchi – rappresentano il 7% dei contribuenti, ma possiedono circa il 71% della ricchezza totale.
  4. Siamo in presenza anche di una forte disparità generazionale. Il patrimonio mediano delle persone in pensione è quasi dieci volte superiore a quello di chi ha meno di 65 anni.
  5. Le eredità sono meno diseguali rispetto al patrimonio dei vivi. L’1% delle eredità più elevate rappresenta il 31,4% del patrimonio totale ereditato, che è inferiore alla quota di ricchezza dell’1% più ricco.
  6. Le aliquote fiscali effettive sul patrimonio e sulle eredità sono diminuite. L’aliquota media dell’imposta sul patrimonio è scesa dallo 0,35% nel 1990 allo 0,28% nel 2025. L’aliquota media effettiva dell’imposta sulle successioni e sulle donazioni è scesa dal 4,6% nel 1990 all’1,5% nel 2025, principalmente perché i cantoni hanno abolito le imposte sulle successioni per i discendenti diretti.

Questi sono i principali elementi riassuntivi e schematici dello studio, che tuttavia ci permettono di fare alcune considerazioni:

  1. I dati svizzeri confermano la tendenza internazionale (Vedi World Inequality Database) e cioè la concentrazione dei patrimoni nelle mani di un ristretto numero di persone. Considerando coloro che hanno un patrimonio di almeno un milione di franchi, si tratterebbe del 7% della popolazione, ma è verosimile che i grandi patrimoni siano nelle mani dell’1-3% della popolazione.
  2. Il dato più significativo è la disparità generazionale perché significa che tendenzialmente il paese si sta impoverendo. Durante gli anni del boom economico il sistema permetteva un netto miglioramento della situazione economica dei lavoratori, mentre il modello attuale sta progressivamente erodendo la condizione economica della classe media i cui patrimoni sono passati dal 5% nel 1990 al 3% attuale (mentre il 7% della popolazione diventa sempre più ricco). Attualmente i pensionati consumano meno di un terzo del proprio patrimonio in età pensionabile, ma per le prossime generazioni la situazione peggiorerà.
  3. La riduzione delle aliquote fiscali sui patrimoni e sulle donazioni ha sottratto entrate miliardarie (sui patrimoni circa 2,5 miliardi l’anno) alle casse pubbliche. La strategia dei continui sgravi fiscali – sui patrimoni ma anche sui redditi – ha effetti negativi sul lungo periodo perché limita gli investimenti pubblici.
  4. Il modello neoliberista, diventato dominante negli ultimi 40 anni, sta facendo emergere tutte le sue contraddizioni e sicuramente – a breve – comporterà forti tensioni economiche e – verosimilmente – anche politiche.
  5. Se si vuole perseguire un modello di crescita equo ed equilibrato è fondamentale che lo Stato possa disporre delle risorse necessarie e che adotti una politica economica adeguata. Invece di attuare sgravi e investire in armamenti ci si dovrebbe concentrare sui quei settori che garantiscono crescita e benessere: educazione, ricerca, sistema sociale, settori economici che generano valore aggiunto sostenibile, e così via.

Nell’immagine: Pierre Bernard Grapus, “Rich – Poor” (1989)


Come l’algoritmo ha cambiato il nostro modo di fare politica

 

Di Martina Paolucci e Giovanna Di Pietro, Scomodo.it

È il 2018 quando Cambridge Analytica rivela che i dati di 87 milioni di utenti Facebook sono stati usati per costruire un vestito su misura per ogni elettore, trasformando la propaganda in un sussurro all’orecchio, chirurgico e invisibile. Non è solo un caso giudiziario, è un vero e proprio funerale della mediazione tradizionale. Quel “quarto potere” che un tempo apparteneva esclusivamente ai grandi giornali e alle reti televisive si è polverizzato, distribuendosi tra algoritmi e nuove figure capaci di parlare direttamente alla pancia del Paese senza passare per il filtro di una redazione. La disintermediazione si è rivelata per quello che è, cioè un’illusione: i vecchi intermediari non sono spariti, sono stati sostituiti da un codice che decide, in una frazione di secondo, cosa merita di diventare virale e cosa è destinato all’oblio.

Il concetto di disintermediazione, originariamente usato negli anni ‘80 per descrivere le trasformazioni dell’economia globale, è centrale per capire cosa sta cambiando nella comunicazione politica contemporanea.

L’avvento delle piattaforme digitali ha permesso ai rappresentanti politici di comunicare direttamente con il pubblico, ridimensionando il ruolo dei mass media che tradizionalmente plasmavano il dibattito pubblico, agendo da intermediari tra le istituzioni e i cittadini. Oggi, questo “quarto potere” è condiviso con altri individui e organizzazioni, che possono pubblicare informazioni indipendenti e interagire con le informazioni pubblicate da altri sulle piattaforme digitali.

A dispetto della retorica, le piattaforme digitali non sono uno spazio realmente democratico. Dalle norme che regolano ciò che può essere pubblicato, fino all’algoritmo che determina la rilevanza dei contenuti, passando per il ban degli account, le piattaforme digitali hanno delle architetture di potere simili a quelle dei media tradizionali, dove non tutte le opinioni hanno lo stesso peso. La strategia comunicativa dei politici è stata rivoluzionata da questi meccanismi, dove ogni utente interagisce all’interno di una echo chamber, venendo esposto solo a contenuti che confermano le proprie credenze di base, escludendo i punti di vista divergenti e polarizzando le opinioni. La possibilità per i politici di parlare direttamente ad una specifica fascia di pubblico ha consentito loro di estremizzare i loro discorsi, basati su messaggi sempre più specifici, emotivi e polarizzanti, progettati per diventare virali, mirati a determinate fasce della popolazione.

Parallelamente, le testate giornalistiche hanno assimilato le logiche delle piattaforme, cercando di aumentare il coinvolgimento del pubblico prediligendo le notizie più sensazionali e contenuti su misura per il pubblico under-35. Nuovi progetti editoriali, come Will Media, si basano su format pensati esclusivamente per le piattaforme digitali e monetizzano principalmente dai contenuti sponsorizzati.

All’interno di questo ecosistema emergono gli infomediari, figure a metà tra content creator e giornalisti, come Cecilia Sala, Alessandro Masala o Francesco Costa, che oltre ad attivare i circuiti dell’informazione pubblica, influenzano la percezione e la rilevanza di temi specifici. Così, mentre i politici tentano di acquisire la stessa popolarità mediatica degli influencer, utilizzando le loro stesse tecniche comunicative, gli influencer diventano più simili ai politici. Più che disintermediazione, potremmo definire questo processo come “neointermediazione”, dove i media digitali non rimuovono gli intermediari, ma li organizzano, diventando loro stesso il filtro per le informazioni prodotte e consultate dai cittadini.

Il futuro dell’attivismo

Le piattaforme social non vanno viste come un semplice canale di diffusione di messaggi politici, ma come uno spazio in cui i pubblici vengono prodotti e mantenuti attraverso scelte consapevoli. I contenuti, le interazioni, i network relazionali che si creano prendono le mosse da una serie di supposizioni sul pubblico al quale ci si rivolge e su cosa potrebbe essere rilevante o meno per questo pubblico.

La costruzione del pubblico è sempre stata necessaria, in qualunque tipo di ecosistema informativo e comunicativo. In passato questa funzione era affidata al sistema dei media tradizionali, investiti del ruolo di gatekeeper dell’informazione politica e di intermediari tra le notizie e il pubblico. Il pubblico immaginato a cui ci si rivolgeva era relativamente ampio e indifferenziato – in contrasto con i pubblici ristretti e ben circoscritti a cui si rivolge la comunicazione politica sui social, iper-personalizzata e spesso frutto di operazioni di microtargeting tramite un sistema di algoritmi con cui piattaforme social come Meta (Facebook e Instagram) e TikTok propongono video ai loro utenti.

In una recente inchiesta, il Washington Post ha raccolto dati sulla cronologia di visualizzazione di circa 1100 utenti su TikTok, analizzando 121 mila video per capire come i contenuti  proposti agli utenti siano raggruppati per tema e come certi temi apparentemente non correlati siano in realtà proposti insieme. Questo accade perché a molti utenti piacciono gli stessi temi diversi: per esempio, a molte persone a cui piacciono contenuti sull’ingegneria verranno proposte anche clip della serie tv statunitense “The Office”, perché a molte persone piacciono entrambi gli argomenti e l’algoritmo li vede quindi come simili. Secondo l’indagine, questo porta alla creazione di “isole” che vengono continuamente proposte perché potrebbero piacere agli utenti, ma rivela anche un mare di contenuti che non verranno mai proposti ad alcuni user, che potrebbero quindi non sapere neanche della loro esistenza. È in questo spazio liminale che prolifera la disinformazione e si creano bolle estremamente polarizzate, dove gli utenti si ritrovano a vedere contenuti sempre più omologati al loro pensiero e a non interagire mai con idee diverse dalle proprie.

Per quanto riguarda la politica, le piattaforme social come TikTok e Instagram stanno assumendo il ruolo di intermediario che ricoprivano prima giornali, televisione e radio. La sfera politica si sta spostando sempre più velocemente sui social, con governi, partiti, singoli politici e a volte addirittura eserciti che utilizzano le piattaforme per fare campagna elettorale o comunicare notizie ufficiali. Ne è esempio la nuova strategia social della Lega, plasmata sui contenuti condivisi da Trump e dal movimento MAGA e incentrata sull’uso massiccio dell’intelligenza artificiale generativa. Sulle pagine social della Lega ci si perde tra immagini finte della presidente del Parlamento Europeo che abbraccia piangendo auto elettriche e meme sulla “legge anti-maranza” proposta dal partito, con annessa foto artificiale di ragazzini in tuta Adidas che distruggono il Duomo di Milano in stile Stranger Things. La strategia di attacco diretto e l’uso dell’intelligenza artificiale contribuiscono non solo alla polarizzazione del dibattito politico, ma anche alla mancanza di complessità all’interno di esso: le piattaforme social favoriscono contenuti estremamente brevi, con un paio di slide o 20 secondi di video. Se dovessimo informarci solo ed esclusivamente tramite le pagine social della Lega, sarebbe semplice cadere in una narrativa che predilige una visione del mondo in bianco e nero, dove la colpa ricade sempre e totalmente da una parte: gli immigrati, i comunisti, i centri sociali.

È questo il contesto in cui va collocato quello che è stato definito come influ-attivismo: uno spazio ibrido dove si intrecciano pratiche attiviste e logiche della comunicazione digitale, in cui le istanze sociali – legate a femminismo, diritti umani, inclusione, giustizia sociale – ottengono visibilità attraverso le piattaforme e tramite figure che mutuano alcune delle strategie tipiche degli influencer. Di alcune di queste figure – in modo particolare, Flavia Carlini e Carlotta Vagnoli – si è parlato molto negli ultimi mesi per via dello scandalo in cui sono state coinvolte, a seguito della pubblicazione di un’inchiesta volta a smascherare una loro presunta ipocrisia. Più che entrare nel merito della questione, che è già stata ampiamente discussa sia nei media mainstream che nei canali delle persone coinvolte, è utile cercare di capire i confini di questo fenomeno, i suoi limiti ma anche le sue potenzialità.

La comunicazione delle piattaforme predilige contenuti personalizzati, che i fruitori riescano ad associare facilmente a un creator e a un brand riconoscibili, e che riducano almeno in parte la complessità dei temi trattati. Chi fa informazione, divulgazione o attivismo su queste piattaforme deve tenere conto delle caratteristiche del contesto in cui si muove, e l’influ-attivismo è uno dei prodotti di questa presa di consapevolezza.

Riconoscere queste caratteristiche dell’attivismo online non significa demonizzarlo o non volerne riconoscere le potenzialità.

Non è un’idea nuova che nella società contemporanea si siano persi, in gran parte, le appartenenze tradizionali e i classici luoghi di aggregazione che un tempo si creavano attorno a partiti, sindacati e altre organizzazioni con un forte radicamento nei territori. Dall’altra parte abbiamo degli strumenti di comunicazione e networking – le piattaforme – che permettono di diffondere e quindi di venire in contatto con numerose cause attiviste, soprattutto per quanto riguarda pubblici giovani e lontani dai luoghi tradizionali della partecipazione politica. È proprio grazie a questo potere di aggregazione delle piattaforme social che sono nate alcune delle mobilitazioni più note e d’impatto degli ultimi anni: una fra tutte, quella iniziata dall’hashtag Black Lives Matter.

È anche vero che l’influ-attivismo è un fenomeno relativamente nuovo, che ci mette di fronte a una combinazione abbastanza originale di attivismo e influencer culture, e che porta con sé una certa ambiguità. Per adattarsi alle logiche delle piattaforme e per dare visibilità ai propri contenuti – tenendo conto del fatto che per diverse persone questa attività rappresenta una fonte di reddito – è probabile che si sia portati a sacrificare, almeno in parte, alcuni dei valori cardine dell’attivismo.

D’altro canto, tutto l’attivismo che parte dalle piattaforme sembra avere una serie di limiti che sono stati messi in evidenza già da anni: fra tutti, la difficoltà di sostenere nel lungo periodo mobilitazioni nate online e l’effettiva capacità di questo tipo di mobilitazione di raggiungere i propri obiettivi, lasciando un impatto sulla società più ampia.

In questi non-spazi, l’utente si rifugia in “isole” di contenuti omologati, convinto di partecipare a un dibattito che in realtà è solo un riflesso delle proprie convinzioni; con il rischio che la politica diventi una performance senza fine, dove l’importante non è cambiare il mondo a restare rilevanti all’interno di una bolla che non smette mai di darci ragione.


Trump perde la leadership mentre Xi conquista il mondo. E la Russia passa all’incasso

 

Di Alan Friedman, La Stampa

Donald Trump è entrato in guerra con l’Iran e, nel giro di pochi giorni, ha perso qualcosa di ancora più decisivo delle vite americane: il controllo della narrazione globale. Il principale beneficiario di questa guerra illegale e strategicamente confusa è la Cina. Subito dopo, la Russia.

Il vertice accuratamente coreografato a Pechino con Xi Jinping, previsto per fine marzo, è stato rinviato dalla Casa Bianca. Trump deve restare a Washington a gestire la sua guerra. In realtà, è il conflitto ad aver già preso il sopravvento su di lui. Così sparisce un momento pensato per proiettare forza, stabilità e visione strategica. E, con esso, si dissolve anche l’immagine che Washington intendeva accreditare.

Solo pochi giorni prima, il presidente americano aveva invitato pubblicamente la Cina, insieme a Giappone, Corea del Sud e agli alleati europei, a inviare navi militari per riaprire lo Stretto di Hormuz. Un appello arrivato dopo che era emerso come Trump e il suo ristretto “dream team” composto da Hegseth, Witkoff e Kushner non avessero previsto cosa fare nel caso di una chiusura dello Stretto da parte dell’Iran.

In sostanza, Trump chiedeva a Pechino e all’Europa di farsi carico del caos che lui stesso aveva innescato.

L’Europa ha risposto no. Senza ambiguità. E Trump, sorprendentemente, sembra cadere dalle nuvole.

Dopo quattordici mesi di guerra commerciale contro l’Europa, dopo aver messo in discussione l’articolo 5 della Nato, insultato i leader europei, minacciato la Groenlandia e il Canada, tagliato il sostegno all’Ucraina e, di fatto, allineato le sue posizioni a quelle di Vladimir Putin, il presidente americano si stupisce che a Bruxelles, Parigi, Berlino e Roma la risposta sia stata semplice: «Questa non è la nostra guerra».

Pechino, invece, non ha nemmeno sentito il bisogno di rispondere. Ha fatto qualcosa di molto più significativo: ha aspettato in silenzio.

Xi Jinping non reagisce d’impulso. Appartiene a una tradizione confuciana: osserva, valuta, attende. E nel XXI secolo, spesso vince chi sa aspettare più a lungo. Xi può permettersi di lasciare che Trump si impigli da solo nelle proprie contraddizioni.

È questa la vera storia che si sta consumando dietro le prime pagine: non solo una nuova e pericolosa guerra di scelta in Medio Oriente, ma un trasferimento di soft power che avviene in tempo reale. Trump non sta semplicemente indebolendo la leadership americana: la sta cedendo, pezzo dopo pezzo, a Pechino.

L’ironia è quasi brutale nella sua evidenza. Mentre Trump asfalta l’ordine internazionale liberale costruito dagli Stati Uniti negli ultimi 75 anni, la Cina – pur restando una dittatura brutale – si propone come garante di stabilità e prevedibilità globale.

Lo schema non è nuovo. L’anno scorso, durante la guerra commerciale di Trump, quando la Cina lasciò intendere di poter usare le terre rare come arma, fu Trump a cedere per primo. Pechino non alzò la voce, non improvvisò: aspettò. E vinse. In silenzio.

Oggi lo stesso copione si ripete su una scala più ampia e più pericolosa. La Cina continua a garantirsi flussi energetici dall’Iran attraverso Hormuz quasi senza interruzioni. La Russia, alleggerita dalla pressione delle sanzioni energetiche americane, incassa più che mai, alimentando anche il proprio sforzo bellico in Ucraina. Trump continua intanto a intensificare le pressioni su Zelensky. E minaccia il ritiro degli Stati Uniti dalla Nato.

Intanto, nel Golfo e ben oltre, si insinua un dubbio profondo: diversi alleati storici degli Stati Uniti iniziano a chiedersi se una relazione più stretta con la Cina non offra maggiore stabilità e prevedibilità rispetto a un’America diventata imprevedibile, aggressiva e incoerente.

È così che cambia il potere nel mondo contemporaneo: non con dichiarazioni clamorose, ma con dubbi che si insinuano. Non con annunci solenni, ma con l’erosione della fiducia. Il risultato è un disordine globale in cui l’impero americano, nonostante gli atti neo-imperialistici di Trump, non si espande, ma ne accelera il declino.

La credibilità degli Stati Uniti oggi appare profondamente erosa.

Negli Stati Uniti, le conseguenze si misurano con un linguaggio molto più diretto. La base elettorale Maga di Trump può anche non seguire le dinamiche dei colli di bottiglia marittimi o della competizione tra grandi potenze. Ma capisce due cose: le bare e il prezzo della benzina.

Trump aveva promesso nessuna nuova guerra e energia a basso costo. Ha consegnato invece un conflitto aperto, senza una chiara strategia d’uscita, e un aumento dei prezzi energetici che colpisce direttamente i suoi stessi elettori.

Il paradosso è ormai evidente. Nel tentativo di mostrare forza, Trump rivela la sua debolezza. Rifiutando le alleanze, ha approfondito l’isolamento. Cercando di dominare il sistema globale, ne accelera la trasformazione, a vantaggio della Cina.

Nel frattempo, Pechino si muove con la calma di chi sa che il tempo è dalla propria parte. Quando Trump ha ventilato il rinvio del vertice, la risposta cinese è stata composta, quasi paterna: la diplomazia di un adulto che gestisce un bambino indisciplinato.

Xi Jinping sorride. È fortunato: Trump fa tutto da solo.

E Xi, a differenza di Washington oggi, ha chiaro un principio fondamentale della geopolitica: il vantaggio decisivo non appartiene quasi mai a chi parla più forte o si muove più in fretta, ma a chi riesce a modellare il contesto mentre gli altri si affannano a inseguirlo.


Trump si è infilato nello stretto e non sa uscirne

 

Di Alberto Negri, il manifesto

Perché sta accadendo tutto questo? Il capo dell’antiterrorismo americano Joe Kent si è dimesso sgomberando il campo dalle scempiaggini dette da Trump: «L’Iran non costituiva una minaccia per noi, abbiamo iniziato questa guerra su pressione di Israele e della sua potente lobby americana». Forse Kent, che ha detto verità note da tempo, ora deve guardarsi le spalle o rischia di fare la fine di Larijani e del capo dei Basiji appena eliminati da Israele: o sei con loro o sei contro di loro.

L’élite messianica e affaristica al comando nel mondo occidentale non è incline al perdono e alle soluzioni negoziate: con Larijani, uno dei veri capi del regime, è stato eliminato un pragmatico, responsabile della sicurezza e della repressione ma in grado di ispirare una eventuale soluzione politico-diplomatica. L’eliminazione dei vertici iraniani da parte di Israele e degli Usa è stata sistematica e fuori da ogni regola internazionale ma non è per niente chiaro se c’è un strategia per un cambio di regime.

Per la verità, come scrive il New York Times, nessun strategia americana è chiara e siamo arrivati al punto chiave della vicenda, che non è il nucleare e neppure i missili ma l’unica atomica in mano alla Repubblica islamica: lo Stretto di Hormuz.

INUTILE GIRARCI intorno: o Trump prende il controllo di Hormuz, con tutto quel che ne consegue dal punto di vista militare, o questa guerra rischia andare fuori controllo. Ed è esattamente questo che hanno capito i principali stati europei (più il Canada) che al G7 hanno detto di no alla missione per riaprire il Golfo alla navigazione delle petroliere. Vuol dire entrare in guerra non solo dal mare ma anche da terra: lo stretto è navigabile nei due sensi per solo sei chilometri, metterlo in sicurezza significa sbarcare sulla costa iraniana e combattere sulla Red Beach, dove la sabbia e anche il mare, pervasi di ossido di ferro, sono già rossi come il sangue.

Poi però da lì non si può fermare perché una volta messo il piede a terra, sempre che ci riesca, sarebbe ridicolo rinunciare al cambio di regime che per altro ormai neppure lui cita più. Cosa fai? Occupi un pezzo di Hormuz e poi te ne vai? Per carità, tutto è possibile quando si entra con Trump nel suo teatro dell’assurdo.

Per questo gli europei, almeno per ora, lo hanno mollato. Se il Golfo non è importante per i rifornimenti americani, è una delle vie più essenziali al mondo dal punto di vista energetico ed economico. E qui si affacciano le monarchie del Golfo clienti delle armi Usa e grandi investitori negli Stati uniti. Garantire la libera navigazione e il commercio è uno dei mantra fondamentali per ogni super potenza: se rinunci significa vedere intaccata la leadership mondiale e che chiunque potrà cullare l’idea di sfidare gli Usa, da Suez a Malacca. Cina compresa.

È EVIDENTE che Trump si è messo nei guai. Per questo è furibondo e comunque vada per il resto della sua presidenza cercherà in ogni modo di farla pagare agli europei che non accettano di condividere la responsabilità di un guerra contro il diritto internazionale e per la quale non sono stati neppure consultati. Per lui, ma si era capito da un pezzo, siamo ben peggio di Putin in quanto considerati dei «traditori». Quanto all’Ucraina di Zelensky, amico dell’Europa, accarezzerà l’idea di farla pezzi. È frenato soltanto dal fatto che con la guerra l’industria bellica americana sta volando in Borsa e incassa miliardi.

Addio sogni di gloria per il presidente americano. Se pensava di risolvere questa guerra dall’alto facendo fuori la Guida suprema Khamenei vuol dire che si è fatto turlupinare ancora una volta da Netanyahu, al quale delle sorti dell’Iran non importa nulla.

Anche il cambio di regime per il premier israeliano è secondario: l’importante è che l’antica Persia finisca in pezzi e nel caos come l’Iraq e la Siria. Il suo obiettivo è radere al suolo il Libano e farne un’altra Gaza come titolava ieri il manifesto, divorandosi la Cisgiordania nelle mani di un esercito di terroristi che uccide intere famiglie. E noi tolleriamo ancora Netanyahu e il suo governo.

C’È UNA EXIT STRATEGY per Trump? L’unica è quella offerta dai cinesi: proclama il cessate il fuoco e Hormuz torna navigabile. Sempre che gli iraniani accettino. Ma tutti hanno capito che questo è un duello che non lascia scampo: il regime iraniano punta come al solito alla sopravvivenza, anche a costo di una repressione sanguinosa come ha già dimostrato più volte, Trump vuole una resa senza condizioni che per la Repubblica islamica potrebbe significare un’umiliazione fatale.

Così quell’allegra brigata di biechi affaristi che circonda Trump potrebbe trovarsi con le spalle al muro. Proseguire una guerra dall’esito incerto fino alla fine con effetti disastrosi sulle elezioni di midterm.

Poteva andare diversamente? No, lo si è capito molto bene e con largo anticipo con quella indegna sceneggiata del Board of Peace, dove una schiera di camerieri impegnati a compiacere il gran capo cantava e ballava sulle macerie di Gaza e di un intero popolo. Purtroppo da Gaza parte tutto: abbiamo assistito, qui nel cuore dell’Europa, a un genocidio senza fare nulla, neppure un timida sanzione nei confronti di Israele. Ma adesso tutto il mondo è Gaza. Ce ne siamo accorti con impercettibile ritardo.

Nell’immagine: un uomo cammina, sullo sfondo lo stretto di Hormuz


Il cablo Usa segreto che imbarazza Netanyahu: “Se scoppia la rivolta in Iran saranno massacrati”

 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

In un cablo del Dipartimento di Stato americano, la grande bugia di Israele rivolta al popolo iraniano. Quell’invito a sollevarsi contro il regime degli ayatollah, ripetuto ancora ieri in televisione da Netanyahu, è ipocrita e falso, perché certa è, in chi lo sta lanciando, la consapevolezza della mattanza a cui andrà incontro ogni rivolta a Teheran.

Questa storia la scopre e la pubblica il Washington Post, ed è interessante per la notizia che contiene, e anche, forse soprattutto, per il timing della sua uscita. Dunque, andiamo con ordine. Il quotidiano ha potuto visionare in esclusiva un cablo riservato dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. È datato venerdì 13 marzo ed è la sintesi degli incontri che i diplomatici americani hanno avuto, nei due giorni precedenti, con alti ufficiali israeliani del Consiglio nazionale di sicurezza, del ministero della Difesa e del ministero degli Affari esteri. Questi hanno ammesso che i manifestanti in Iran «sarebbero massacrati» dai Guardiani della Rivoluzione se dovessero davvero scendere in strada contro il regime, come (inizialmente) Trump e (tuttora) Netanyahu li sollecitano a fare. Anche perché, sempre secondo l’opinione degli ufficiali israeliani, «il regime non sta crollando», anzi è tenace, intenzionato a «combattere fino alla fine», nonostante aver perduto la Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio scorso, il giorno uno di questa guerra.

Alla luce del cablo, la cui autenticità è stata confermata da due funzionari del Dipartimento di Stato, le parole del primo ministro dello Stato ebraico (ieri sera: «Stiamo indebolendo questo regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo, non sarà facile, ma se perseveremo, daremo loro la possibilità di prendere il mano il proprio destino») suonano ancora più vuote, fasulle e pericolose. Persino Trump è dovuto tornare sui propri passi: in un’intervista alla Fox News, ha riconosciuto che non ci sono le condizioni per organizzare la rivolta di piazza senza che essa finisca in un bagno di sangue. Proprio lui, il presidente del «gli aiuti stanno arrivando», promessa non mantenuta a chi in quei giorni di gennaio affrontava la morte e le milizie Basij pur di esprimere il proprio dissenso.

Ed è interessante, come detto, anche il timing scelto dalla fonte del Washington Post, probabilmente interna all’amministrazione centrale, per divulgare il cablo e che lo fa suonare come un avviso ai naviganti. Molte sono le voci che descrivono la Casa Bianca infastidita da alcune accelerazioni di Israele, come quando i caccia dell’Idf hanno bombardato i depositi del petrolio a Teheran. Non è chiaro nemmeno se l’operazione per uccidere Ali Larjani, che qualcuno considerava un potenziale interlocutore per negoziare la tregua con gli americani, sia stata pienamente condivisa con Trump. La nota del Dipartimento di Stato che sbugiarda Netanayahu, inoltre, esce nel pieno della bufera scatenata da Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, dimessosi in polemica con l’amministrazione perché, a suo dire, ha attaccato l’Iran «su pressione di Israele e della sua potente lobby americana».

Vero che gli iraniani, dopo gennaio, sono disillusi, e – ragiona Narges Bajoghli, esperto di Medio Oriente alla Johns Hopkins University – non hanno mai creduto fino in fondo alla sincerità del sostegno di Stati Uniti e Israele. «Adesso però, dopo questo cablo, si sentiranno proprio traditi».


Il fallimento del linguaggio

 

Viene subito alla mente George Orwell, lo scrittore inglese (1903-1950), una sorta di grande profeta, che molti conosceranno per La fattoria degli animali (racconto allegorico e satirico sulla vittoria dello stalinismo in Russia dopo la Rivoluzione che ottenne grande successo internazionale e che un attento e coraggioso maestro ci leggeva in classe), pochi per l’altro splendido testo, 1984 (romanzo pubblicato nel 1949, ambientato in un futuro totalitario, il 1984 appunto, dove l’Oceania, governata dal Grande Fratello, controlla ossessivamente i cittadini tramite teleschermi, psicopolizia e neolingua; romanzo che analizza quindi il ruolo della verità e dei fatti dentro la società e gli astuti sistemi con cui possono essere manipolati).

Viene alla mente perché scriveva in 1984 “La guerra, è la pace. La libertà, è l’occupazione e la schiavitù. L’ignoranza, è la forza”. Perché il linguaggio è un buon barometro di ciò che viviamo e sentiamo. Perché bisogna stare attenti al linguaggio di coloro che, per il meglio o per il peggio, e nella circostanza attuale per il peggio, governano il nostro mondo. Perché quei due che armeggiano il mondo (Trump e Putin) sono anche coscienti della potenza del linguaggio al punto da inventare ognuno una “novalingua” adattata alle loro trame e, ciò che è più destabilizzante, fanno ciò che dicono, lasciando di stucco noi, vecchi democratici disincantati.

C’è chi ha scritto (vedi la sociologa Eva Illouz, in Explosive modernité, Gallimard 2025) che il nuovo malessere o la vera crisi della nostra civiltà sta in un crollo semantico”. In parole più semplici: in un fallimento del linguaggio, in una sorta di frullato delle parole e delle categorie che non ci permette più di comprendere o distinguere le realtà. Oggi, ad esempio “il fascismo non si oppone alla democrazia, si è semplicemente annidato dentro di essa”.

E si può esemplificare: Elon Musk, miliardario influente e sempre incombente consulente, suggeritore di Trump, si è acquistato per 44 miliardi di dollari la rete sociale Twitter, facendo “un ottimo affare”. E, infatti, non ha speso molto per poter controllare e influenzare “il mercato ideologico mondiale”, come sta facendo con il suo presidente.

Potremmo essere ottimisti pensando che stiamo assistendo a un colpo di coda della civiltà, come teorizzava il filosofo Hegel nel XIX secolo: una tappa brutale, carica di negatività, che permetterà però di generare progresso. La polarizzazione ha il vantaggio della chiarificazione: l’altra parte si dichiara, senza più ritegno e con sicumera, sappiamo quindi contro chi bisogna lottare. In concreto, sono i nostri sforzi e le nostre responsabilità per dar anima alla pulsione di vita che possono tener lontano le pulsioni di distruzione e di morte.

Karl Kraus, giornalista e saggista austriaco (1874-1936) che ci ha lasciato verità graffianti e scomode che hanno attraversato i secoli fino a noi, scriveva che “il segreto dell’agitatore politico è rendersi stupido quanto i suoi ascoltatori, in modo che questi credano di essere intelligenti come lui”. Un aforisma breve e spietato; anche alla sua epoca molti, troppi, erano occupati ad applaudire il demagogo di turno. L’agitatore politico non elabora idee, le riduce. Non spiega la complessità del mondo, semplifica e continua a mentire. L’immigrazione non è un fenomeno storico, sociale ed economico: è un’invasione; la crisi climatica non è una sfida epocale: è un complotto di pochi a danno di tutti (dicono Trump e compagni). La disoccupazione non si affronta con riforme strutturali, ma con “prima i nostri”. L’agitatore, manipolando il linguaggio, non cerca risposte ma colpevoli, e deve imporre paura e rabbia; l’intelligenza deve farsi da parte perché sarebbe la sua rovina.

Pubblicato da areaonline.ch