Unire le forze progressiste e costruire il progetto

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Negli ultimi giorni sono apparsi sulla stampa diversi interventi che, da prospettive diverse, invitano a rimettere in movimento il campo progressista. L’invito all’unità avanzato da Tommaso Soldini e Nelly Valsangiacomo, l’appello per una sinistra di opposizione e le prese di posizione pubblicate successivamente dalla Consigliera di Stato Marina Carobbio e da Anna Biscossa, già deputata PS in Gran Consiglio, mostrano una cosa positiva: dal “purché si muova” stiamo forse passando al “si muove”. È un segnale importante, perché la situazione economica, sociale e politica lo richiede con urgenza.

Per quanto il nostro giudizio possa essere di un qualche valore – non abbiamo incarichi politici né impegni partitici – abbiamo molto apprezzato l’invito a costruire un fronte di sinistra, non soltanto elettorale, ma anche e soprattutto progettuale e di lunga durata. Senza una convergenza tra le diverse sensibilità progressiste sarà difficile uscire da quello che ormai è un lungo inverno economico, sociale e politico.

Il passo ulteriore riguarda però il come e il su cosa costruire questa convergenza. Al di là di una piattaforma valoriale condivisa – che consideriamo essenziale e sulla quale crediamo esista già un’ampia base – occorre iniziare a delineare il modello sociale che si vuole proporre e contribuire a sviluppare.

Forse il modo più efficace per avviare questo lavoro potrebbe essere la costruzione di una agenda minima progressista, chiara, concreta e immediatamente riconoscibile. Un’agenda capace di tradurre valori e analisi in priorità politiche trasparenti e realistiche.

A titolo di contributo al dibattito, si potrebbero individuare alcuni assi di lavoro.

Il primo riguarda i salari e la dignità del lavoro in Ticino. È un tema centrale, anche alla luce delle analisi recentemente pubblicate sulla stampa. Il nostro cantone continua a registrare salari medi assai più bassi rispetto al resto della Svizzera e un numero importante di lavoratori poveri. Difendere salari dignitosi significa difendere la qualità della vita, ma anche la sostenibilità economica e sociale del territorio, rendendolo attrattivo.

Il secondo riguarda il rilancio dello Stato sociale come investimento collettivo. Sanità universale, accessibile e sostenibile, una scuola rafforzata, politiche familiari più solide, un sostegno diffuso alla cultura in tutte le sue espressioni e una lotta credibile alla povertà devono tornare al centro dell’agenda politica. I dati relativi alla povertà in Ticino sono sempre più preoccupanti, tant’è che il maggiore quotidiano per tiratura del Paese poche settimane fa titolava “Das Tessin wird zum Armenhaus der Schweiz” (Il Ticino diventa l’ospizio dei poveri della Svizzera): si tratta anche del risultato di scelte politiche che possono e devono essere riconsiderate.

Un terzo asse riguarda una politica industriale orientata alla transizione ecologica e sociale. La riconversione produttiva non può essere lasciata alle sole logiche del mercato. Occorre sostenere le imprese che investono nell’innovazione e che rispettano standard sociali e salariali adeguati, evitando modelli competitivi basati sulla compressione dei diritti e dei salari.

Un quarto ambito riguarda la democrazia e la partecipazione. Rafforzare il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni pubbliche e difendere i diritti fondamentali diventa sempre più importante in una fase storica in cui lo spazio democratico appare sotto pressione in molti paesi. Anche in Ticino esistono esperienze civiche interessanti – pensiamo a iniziative nate dal basso come Mendrisiotto Regione Aperta – che meritano di essere coinvolte in un processo più ampio di rinnovamento democratico.

Infine, una particolare attenzione dovrebbe essere rivolta ai giovani e al loro futuro. Accesso alla formazione, precarietà lavorativa, difficoltà abitative e prospettive professionali sono temi che attraversano ormai l’intero percorso di vita delle nuove generazioni. Ignorarli significherebbe compromettere la coesione sociale dei prossimi decenni.

In questo quadro più generale si inserisce anche una questione di portata più ampia. In molte parti del mondo assistiamo a segnali preoccupanti di indebolimento dello Stato di diritto e di derive autocratiche. Parallelamente, stiamo progressivamente perdendo il controllo sui nostri dati personali e su parti sempre più estese della nostra vita privata, affidate a piattaforme e infrastrutture digitali dominate da grandi e potenti attori privati. Difendere la democrazia oggi significa quindi anche difendere spazi di autodeterminazione e del nostro ambiente naturale, diritti e controllo collettivo sulle trasformazioni tecnologiche ed economiche.

Per tutte queste ragioni, il dibattito che si è aperto negli ultimi giorni rappresenta un’occasione importante, che sarebbe un peccato se si arenasse in una pretestuosa contrapposizione tra concertazione e opposizione. Se saprà tradursi in un lavoro politico e programmatico concreto, potrà contribuire a costruire quell’area progressista di cui molti avvertono la necessità.

Il percorso sarà inevitabilmente lungo, si spera non troppo lungo. Ma il primo passo – riaprire una discussione sul progetto politico e sul modello sociale – sembra essere stato compiuto.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Medio Oriente, tutte le spine di Trump

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

Nato e Ue non aiutano Trump su Hormuz, Qatar e Turchia sono in bilico, le monarchie del Golfo combattono senza dirlo, l’Ucraina fornisce antidroni contro Teheran, la Siria fa passare i jet israeliani, Beirut vuole disarmare Hezbollah e l’interoperabilità Usa-Israele crea nuovi standard militari: a 18 giorni dall’inizio, l’attacco agli ayatollah ridisegna i rapporti dell’America con alleati e avversari. Inclusi i contatti continui, e spesso segreti, con India, Russia e Cina.

Le sorprese più negative per la Casa Bianca arrivano dagli alleati europei. Londra e Berlino danno voce alla Nato che rifiuta di impegnarsi «in una guerra non nostra» perché «siamo un’alleanza difensiva». È una posizione condivisa dall’Ue, le cui uniche attività sono «difensive» a protezione di Cipro attaccata da droni e missili iraniani.

Per gli europei si tratta della quinta, seria, crisi bilaterale con Trump in soli 14 mesi dopo i duelli su Ucraina, spese militari, dazi e Groenlandia. Nelle precedenti occasioni singoli partner — Germania, Italia, Gran Bretagna — hanno mediato difficili compromessi evitando il peggio e ora il britannico Starmer tenta di ripetere l’impresa proponendo decisioni nazionali «a difesa dei nostri interessi» inviando, ad esempio, robot sottomarini per sminare i fondali di Hormuz. Lo scudo Ue a difesa di Cipro, come la missione Aspides nel Mar Rosso per la libertà di navigazione minacciata dagli Houthi filoiraniani, può essere un modello.

Le spine europee sono quelle che ostacolano di più la Casa Bianca ma l’altra amara sorpresa è il Qatar. Se è infatti vero che Doha ospita la super-base Usa di Al Udeid e ha abbattuto jet e droni iraniani, lo è anche che lo sceicco Al Thani ha fermato la produzione di gas naturale con una decisione che, di fatto, aiuta la strategia di Teheran di strangolare l’economia globale per obbligare Trump a fermarsi.

I malumori della Casa Bianca nei confronti dello sceicco considerato più amico — è lui che ha regalato il nuovo Air Force One — sono simili a quelli verso la Turchia. PerchéErdogan, come Al Thani, a parole ammonisce l’Iran perché fermi gli attacchi ai vicini ma poi ostacola gli Usa lì dove più serve: è stato infatti lui a porre il veto all’offensiva di terra dei peshmerga curdi in Iran, minacciando di bloccarla, perché temeva il Kurdistan indipendente.

Le monarchie del Golfo invece hanno scelto il linguaggio più duro contro gli ayatollah — guidate da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein — preferendo però tacere sul contributo militare in crescendo. È il numero di missili e droni iraniani che abbattono — sono centinaia — a descrivere l’integrazione con le difese Usa, facendo perno sulle basi in Giordania. Le comunicazioni dirette tra i capi delle operazioni di Usa e Israele — i generali Cooper e Zamir — con i parigrado arabi sono la cartina tornasole di un nuovo possibile assetto strategico regionale che include l’Egitto.

Le novità più positive per Trump vengono da Ucraina e Siria. Zelensky fornisce alle monarchie del Golfo gli intercettori di droni frutto della guerra con la Russia, che impiega gli Shahed iraniani. Zelensky acquista così crediti con Trump, vestendo i panni inattesi del partner militare.

E poi c’è Al Shara, il leader siriano, che apre i cieli ai jet israeliani e promette aiuto a Beirut per disarmare Hezbollah. Nella coalizione Usa-Israele-sunniti per sconfiggere gli ayatollah e le loro milizie, Al Shara sta assumendo un ruolo di peso perché dietro ha Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita.

Da qui a Beirut il passo è breve: davanti alla massiccia offensiva israeliana contro Hezbollah, il premier Nawaf Salam chiede il disarmo delle milizie filoiraniane facendo capire di essere d’accordo con Trump. Fino al punto da spingere Parigi a proporre un accordo Israele-Libano su fine delle ostilità e pace bilaterale. Tra tante e tali novità, di opposto tenore, spicca l’interoperabilità militare Usa-Israele: non solo per le dimensioni ma per l’integrazione tra intelligence, cyber, forze aeronavali e difese antibalistiche che crea nuovi standard operativi anche per la Nato.

Ultimi, ma non per importanza, i contatti riservati di Trump con New Delhi, Mosca e Pechino. Il premier indiano Modi era con Netanyahu poco prima dell’attacco, è il partner chiave degli Usa nella costruzione dell’alternativa alla Nuova Via della Seta cinese e ha ricevuto da Trump la prima esenzione sul petrolio russo.

Putin è invece al centro del giallo più intrigante: sostiene Teheran a spada tratta ma parla anche a lungo con Trump e a Washington c’è chi ipotizza che la “soluzione venezuelana” in Iran passerà da Mosca.

Xi sulla carta è l’alleato cruciale di Teheran e l’avversario strategico di Trump: il suo interesse è indebolire gli Usa ma nel voto all’Onu contro gli attacchi iraniani nel Golfo si è astenuto. Perché forse già guarda al dopo-guerra, quando Pechino continuerà ad avere bisogno del greggio del Golfo per sostenere il proprio pil e dunque, nell’eventuale post-ayatollah, l’interlocutore obbligato diventerebbe Riad. Insomma, dietro la guerra all’Iran, c’è un Medio Oriente dove tutto si muove e niente è scontato.


Le difficoltà di Trump, il re è nudo ma Bruxelles non se n’è ancora accorta

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non sta procedendo come previsto dal presidente americano Donald Trump. L’escalation e il protrarsi del conflitto erano prevedibili per chiunque conoscesse il Medio Oriente. Ancora più prevedibile è il modo in cui Trump, manipolato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e intrappolato dal proprio narcisismo, sta reagendo: tenta, con nuove minacce, di coinvolgere gli alleati europei e asiatici, così come la Cina, in una guerra che non è la loro. Trump sognava il Nobel per la Pace e si è invece invischiato in una guerra che rischia di sfuggirgli di mano giorno dopo giorno.

Cercava disperatamente la sua Delcy Rodríguez iraniana e si è ritrovato, per ora, con Mojtaba Khamenei e un regime a Teheran ancor più indurito e ostile verso Stati Uniti e Israele. Prometteva di abbassare l’inflazione e ridurre il carovita per i cittadini americani, ma sta invece spingendo il prezzo del petrolio alle stelle, scatenando una crisi senza precedenti nei mercati energetici e delle commodity. Ambiva a competere con la Cina, affermando gli Stati Uniti come primo tra gli imperi, e si trova costretto a chiedere aiuto a Pechino. Tutto questo lo sta facendo attraverso una guerra illegale, elettiva e mal pianificata, che, come prevedibile, sta deragliando. Fin qui, tutto è relativamente chiaro.

Così come è chiaro il gioco di Trump nei confronti degli alleati europei e asiatici. Sa bene che gli Stati Uniti non possono riaprire lo Stretto di Hormuz. Hanno provato a offrire garanzie assicurative e scorte militari alle navi in transito, ma finché i combattimenti proseguiranno, queste misure sono destinate a fallire. Le navi, semplicemente, rifiuteranno di tentare la sorte attraversando lo Stretto, e la crisi energetica e commerciale continuerà. Non serve che l’Iran controlli pienamente Hormuz, né che minacci apertamente di attaccare le navi che lo attraversano senza il suo consenso: basta il ragionevole dubbio che ciò possa accadere per dissuadere chiunque dal rischiare.

Washington, dunque, non può non sapere che anche se gli alleati dispiegassero navi da guerra e commando militari lungo le rive dello Stretto, la situazione di fondo non cambierebbe. Un dispiegamento navale di altri Paesi alleggerirebbe certo la pressione sulla marina statunitense, impegnata a intercettare missili e droni iraniani nel Golfo, ma non modificherebbe l’equazione di fondo: lo Stretto di Hormuz resterebbe di fatto chiuso. Questo è il vantaggio asimmetrico dell’Iran, parte debole della guerra, ma non per questo automaticamente perdente. Perché, allora, Trump ha chiesto l’intervento dei Paesi europei e asiatici? Semplicemente per trascinarli in un conflitto che sta andando per il verso sbagliato, condividendone così costi, esiti e responsabilità.

Trump sta già retrocedendo rispetto agli obiettivi altisonanti delle prime ore dell’attacco militare statunitense e israeliano. Non parla più di cambio di regime, né ripete che la guerra si concluderà con la resa incondizionata di Teheran. Si sente parlare meno dell’annientamento totale dell’arsenale di droni iraniani, mentre ci si concentra sull’obiettivo più raggiungibile di distruggere le capacità missilistiche e navali dell’Iran. Questo colossale fardello Trump vorrebbe generosamente condividerlo con altri. Nel suo mondo ideale, Trump vorrebbe condividere con la Cina l’onere di un eventuale dietrofront in Iran.

Ha quindi chiesto a Pechino di dispiegare navi da guerra nello Stretto di Hormuz, ignorando che il greggio iraniano continua a essere trasportato in Cina. Ha lasciato intendere che potrebbe posticipare l’incontro previsto con il presidente cinese Xi Jinping a fine mese, e in effetti è difficile immaginare la coreografia di un vertice tra Stati Uniti e Cina nel bel mezzo di questa guerra. Ma Trump non può non sapere che, in questo momento, è lui ad aver bisogno di Xi, e non il contrario. Se non gli fosse chiaro, Pechino non ha tardato a rispondere: se Washington vuole assicurare il passaggio a Hormuz, non deve fare altro che interrompere la guerra. Così come nel caso dell’Ucraina, dove gli europei sottolineano giustamente che il modo più giusto, veloce e semplice per porre fine al conflitto è che chi l’ha iniziato — la Russia — se ne torni a casa, lo stesso vale oggi per Stati Uniti e Israele in Iran.

Alla richiesta di Trump, seguita dalla minaccia esplicita che sarà la Nato a pagare il prezzo se gli alleati non accorreranno in soccorso di Washington, i Paesi direttamente chiamati in causa hanno tracciato una linea rossa. Il Regno Unito ha chiarito di non voler essere trascinato in guerra, mentre Germania, Francia e Giappone hanno replicato che non dispiegheranno navi da guerra o commando militari a Hormuz. Non c’è stato, però, un no secco e unanime. Tanto è vero che l’Unione europea si ostina a vagheggiare l’idea di ampliare l’operazione navale Aspides nel Mar Rosso – che non è riuscita neanche a fermare gli attacchi degli Houthi, interrotti solo grazie al cessate il fuoco a Gaza, figuriamoci Hormuz. Con ogni probabilità, e per ottimi motivi, non se ne farà nulla. Gli europei sono pavidi nei confronti di Washington e sempre meno ancorati ai principi del diritto internazionale e consapevoli dei propri interessi. Ma non sono (ancora) diventati completamente folli. E sta diventando chiaro a tutti che le minacce di Trump nei confronti dell’Europa sono vuote: sia perché il tradimento di Washington si è già consumato, sia perché, agli occhi del mondo – Europa inclusa – il re a Washington è nudo

Nell’immagine: un edificio di Teheran danneggiato dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele 


Il paradosso del Golfo: insicuro, con o senza Usa

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Di Hind Al Ansari, il manifesto

Il primo marzo, il giorno dopo che gli Stati uniti e Israele avevano lanciato la campagna militare congiunta contro l’Iran, il Consiglio ministeriale del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) ha tenuto una «riunione straordinaria»: questi paesi si erano improvvisamente ritrovati al centro di una guerra regionale in rapida espansione. In risposta ai primi attacchi statunitensi-israeliani, il regime iraniano ha rapidamente reagito lanciando una raffica di droni e missili verso gli Emirati arabi uniti (Uae), il Bahrein, l’Arabia saudita, l’Oman, il Qatar e il Kuwait, gli Stati arabi del Golfo che ospitano basi e strutture militari americane.

L’entità degli attacchi e la gravità dei danni sono senza precedenti per Stati che hanno a lungo proiettato un’immagine di sicurezza, stabilità e protezione in una regione instabile. Dallo scoppio della guerra, i droni e i missili iraniani hanno ucciso almeno 17 persone nel Golfo e ferito decine di altre. Sono state colpite anche diverse strutture petrolifere e del gas, compresi i serbatoi di stoccaggio nel porto di Salalah in Oman – il più grande del paese – dove martedì scorso si è alzata una densa colonna di fumo nero verso il cielo.

NELLA DICHIARAZIONE iniziale del Consiglio ministeriale, che ha condannato con forza gli «atroci attacchi iraniani» e ha affermato il diritto degli Stati membri all’autodifesa in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni unite, era vistosamente assente qualsiasi menzione degli Stati uniti e di Israele come istigatori dell’escalation.

Seguendo questo schema, i governi del Ccg si sono astenuti, ciascuno per conto proprio, dal criticare pubblicamente le azioni di Washington. Il Sultanato dell’Oman, principale mediatore tra gli Stati uniti e l’Iran nei negoziati precedenti alla guerra, è stato l’unico paese ad esprimere «profondo rammarico» per l’azione militare statunitense-israeliana, una dichiarazione ufficiale dai toni moderati, vista l’entità dei danni che la regione sta subendo.

Per gli Stati del Ccg, questa guerra ha messo in luce un paradosso che comprendono da tempo ma che temono di affrontare: decenni di dipendenza dagli Stati uniti come principale garante della loro sicurezza, a costi finanziari astronomici, non li proteggono dalle conseguenze delle decisioni militari americane. Al contrario, li trasforma in bersagli diretti degli avversari degli Stati uniti, mentre gli interessi strategici israeliani hanno la precedenza sulle loro preoccupazioni in materia di sicurezza.

Allo stesso tempo, un confronto verbale con il presidente degli Stati uniti Donald Trump e la sua amministrazione, soprattutto data la sua imprevedibilità, potrebbe portare a significative implicazioni politiche e interne che potrebbero danneggiare i loro interessi nazionali nel lungo periodo, compromettendo le reti strategicamente consolidate a Washington e, in assenza di un chiaro piano postbellico, alimentando ulteriormente gli atteggiamenti interni contro gli Stati uniti.

TUTTAVIA, la profonda integrazione delle capacità e delle tecnologie militari americane nell’architettura di difesa della regione rende estremamente difficile allontanarsi da Washington, il che potrebbe anche aiutare a spiegare la critica smorzata degli Stati del Ccg.

Secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), tra il 2020 e il 2024 gli Stati uniti hanno fornito la metà di tutte le importazioni di armi verso il Medio Oriente e il Nord Africa, con Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati come principali destinatari, rappresentando quasi il 20% di tutte le importazioni mondiali di armi. Sebbene la Cina abbia compiuto significativi progressi economici nel Golfo, la sua presenza militare impallidisce se paragonata a quella di Washington.

Oltre alla vendita di armi, gli Stati uniti mantengono una rete diversificata di basi militari in tutta la regione e supervisionano operazioni di difesa critiche, tra cui la condivisione di informazioni di intelligence e l’addestramento militare. Sostituire l’architettura di sicurezza americana richiederebbe la ricostruzione da zero delle infrastrutture di difesa della regione.

Gli Stati del Golfo hanno comunque cercato di diversificare le loro alleanze e di ridurre la dipendenza da una singola potenza. Alcuni hanno ampliato i legami di sicurezza con Cina, Russia e Turchia; altri hanno perseguito patti di difesa reciproca, come quello firmato lo scorso anno tra Arabia saudita e Pakistan. Ma questi accordi rimangono limitati nella portata e nell’efficacia, in particolare in un conflitto dominato dalla potenza militare israelo-americana.

Anche sul piano diplomatico, le alternative di alleanza si sono rivelate carenti. Ciò è emerso con particolare evidenza proprio questa settimana, quando Russia e Cina, entrambe interlocutrici abituali degli Stati del Golfo, si sono astenute dal voto su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, promossa dal Bahrein, che condannava gli attacchi dell’Iran contro gli Stati del Ccg e la Giordania, definendoli «una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali». Per il momento, quindi, il Golfo non ha una via d’uscita chiara da questa situazione di stallo.

I RAPPORTI tra l’Iran e gli Stati del Ccg sono stati messi a dura prova dalla lotta per l’influenza regionale sin dalla rivoluzione del 1979. I governanti del Golfo consideravano gli appelli del nuovo regime a esportare la rivoluzione come una minaccia che avrebbe potuto consentire l’espansione geopolitica iraniana, compresa la possibilità di mobilitare le comunità sciite all’interno delle loro stesse società. Questo è stato certamente un fattore significativo quando, nel 1981, hanno costituito il Consiglio di cooperazione del Golfo per salvaguardare la stabilità regionale e la sicurezza collettiva.

Tuttavia, il Consiglio si è rivelato insufficiente a scoraggiare le minacce esterne. Dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990, le monarchie del Golfo hanno rafforzato la loro partnership in materia di sicurezza con gli Stati uniti, portando alla creazione di basi militari americane e di infrastrutture di difesa avanzate in tutta la regione.

Dal punto di vista di Teheran, questa partnership ha di fatto trasformato gli Stati del Ccg in estensioni del potere regionale degli Stati uniti, un’interpretazione che i funzionari iraniani hanno a lungo utilizzato per giustificare le minacce contro le risorse militari americane nel Golfo.

Per decenni, tuttavia, l’Iran si è astenuto dal colpire direttamente le strutture statunitensi sul territorio del Ccg. La situazione è cambiata durante la «guerra dei 12 giorni» dello scorso giugno, quando ha lanciato missili balistici contro la base aerea statunitense di Al Udeid in Qatar, in rappresaglia agli attacchi americani contro gli impianti nucleari iraniani.

Consapevoli delle vulnerabilità insite in questa alleanza – in particolare il rischio di diventare bersagli della rappresaglia iraniana e il desiderio di lunga data di Washington di porre fine alle ambizioni nucleari iraniane – i governi del Ccg hanno investito innumerevoli ore a coltivare reti politiche a Washington, esercitando pressioni sulle successive amministrazioni americane contro lo scontro militare in Iran.

QUESTI SFORZI si sono intensificati durante i periodi di maggiore tensione. Nel 2024, dopo che Israele aveva segnalato la sua intenzione di attaccare l’Iran, Teheran ha avvertito l’Arabia saudita che non avrebbe potuto garantire la sicurezza degli impianti petroliferi sauditi se il regno avesse assistito le operazioni militari israeliane. In risposta, i sauditi, insieme ad altri Stati del Ccg, hanno esercitato pressioni su Washington per dissuadere Israele dal lanciare un attacco.

Più recentemente, a gennaio, l’Arabia saudita, il Qatar e l’Oman sono stati coinvolti in un’importante iniziativa diplomatica presso la Casa bianca, avvertendo che un’escalation militare avrebbe messo in pericolo sia la stabilità regionale che gli interessi americani.

Tuttavia, la posizione dell’Arabia saudita non è priva di contraddizioni. Mentre il regno ha cercato pubblicamente di evitare uno scontro, l’Iran rimane il suo principale rivale regionale.
Un articolo del Washington Post ha recentemente sostenuto che Riyadh abbia segretamente incoraggiato un attacco statunitense contro l’Iran, complicando i suoi sforzi pubblici per presentarsi come voce della moderazione. Questa ambivalenza riflette il dilemma strategico che devono affrontare gli Stati del Golfo.

Da un lato, l’entità della distruzione che l’Iran continua a infliggere all’Arabia saudita e agli altri paesi del CCG – compresi gli attacchi alle infrastrutture petrolifere e del gas che minacciano la produzione e la stabilità economica – rappresenta uno dei loro peggiori incubi che diventa realtà. D’altra parte, un regime iraniano indebolito e capacità nucleari ridotte potrebbero riportare l’equilibrio di potere regionale a favore dell’Arabia saudita, rafforzando la sua influenza nel Golfo Persico e favorendo le sue ambizioni strategiche, come lo sviluppo di un programma di energia nucleare civile.

In definitiva, gli sforzi del Golfo per impedire un’escalation sono riusciti solo a ritardare una guerra che cercavano di evitare e di cui ora sono costretti ad assorbire le conseguenze. Allo stesso tempo, le aspettative di Washington nei confronti dei suoi partner regionali nel contesto di questa guerra sono diventate sempre più esplicite. Il senatore repubblicano statunitense Lindsey Graham ha espresso questa settimana la speranza che i paesi del Ccg «si impegnino maggiormente, dato che questa lotta si svolge nel loro cortile», avvertendo che «ci saranno conseguenze» se non lo faranno.

TALI OSSERVAZIONI contrastano nettamente con l’atteggiamento cauto e non conflittuale che i governi del Golfo hanno a lungo mantenuto di fronte alle tensioni tra Stati uniti e Iran. Tuttavia, la portata di questa guerra e la gravità degli attacchi iraniani sul loro territorio potrebbero ridefinire le dinamiche tradizionali del Ccg con la Repubblica Islamica in modi che andranno ben oltre questa guerra.

Mentre gli attacchi dell’Iran agli Stati del Golfo continuano, compreso il bersagliamento intenzionale di infrastrutture civili, diversi analisti con sede nel Ccg hanno osservato come gli Stati del Golfo non solo si rifiutino di criticare le operazioni statunitensi-israeliane, ma stiano affermando sempre più il loro diritto di rispondere a Teheran, indipendentemente dagli sforzi di Washington per coinvolgerli in una guerra più ampia.

La riluttanza a rompere apertamente con Washington, tuttavia, è determinata anche da considerazioni interne. Dall’espansione della presenza militare americana nel Golfo negli anni ’90, gli Stati del Ccg hanno costantemente lavorato per rafforzare il valore percepito del partenariato di sicurezza Ccg-Usa tra la loro popolazione, specialmente durante periodi di diffuso sentimento anti-americano, come durante l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003.

Anche dopo l’attacco sferrato da Israele a Doha lo scorso settembre – che ha provocato rabbia diffusa in Qatar e in tutta la regione – il governo qatariota si è astenuto dal criticare direttamente i propri partner americani, persino nel mezzo delle controversie sul fatto che i funzionari statunitensi avessero fornito un preavviso tempestivo dell’attacco. Al contrario, molte voci in tutto il Golfo hanno espresso la propria disillusione nei confronti dell’ombrello di sicurezza americano, sia online che sui media tradizionali.

STAVOLTA, tuttavia, mentre si trovano ad affrontare tutte le conseguenze della loro alleanza in materia di sicurezza con Washington, gli Stati del Golfo sembrano avere una capacità molto più limitata di contenere la rabbia dell’opinione pubblica. Anche se le manifestazioni pubbliche di dissenso sono state rare nella regione, le proteste scoppiate in Bahrein – sede della Quinta Flotta statunitense e con una popolazione a maggioranza sciita – costituiscono un chiaro esempio di disordini civili che gli altri Stati del Ccg non sono disposti a sopportare nel mezzo della guerra in corso.

Allo stesso tempo, criticare Washington potrebbe essere interpretato a livello interno come un segnale che questi governi intendono allontanarsi dagli accordi di difesa con Washington, un passo epocale che potrebbero non essere in grado di compiere in definitiva.

Diverse figure non governative hanno dato voce a questa frustrazione che gli alti funzionari potrebbero esprimere in privato. Su Al Jazeera, l’analista politico saudita Suleiman Al-Aqili ha recentemente espresso grave delusione nei confronti dell’«alleato americano» che privilegia gli interessi di Israele rispetto alle preoccupazioni di sicurezza del Ccg, lasciandoli esposti agli attacchi iraniani senza seri sforzi di deterrenza. «(Gli Stati uniti) si concentrano sulla sicurezza, la stabilità e la popolazione di Israele, senza prestare attenzione alla difesa degli Stati arabi del Golfo», ha sostenuto.

I commenti di Al-Aqili evidenziano anche come i commentatori del Golfo stiano esprimendo il loro dissenso nei confronti della guerra prendendo di mira Israele, che considerano il principale istigatore, ancor più degli Stati uniti.

La settimana scorsa, Khalaf Al Habtoor, influente uomo d’affari degli Emirati, ha pubblicato un tweet dai toni molto diretti, poi cancellato, rivolto al presidente Trump. «Signor presidente Donald Trump, una domanda diretta: chi l’ha autorizzata a trascinare la nostra regione in una guerra con l’Iran? – ha chiesto – È stata una sua decisione esclusiva? Oppure è il risultato delle pressioni esercitate da Netanyahu e dal suo governo?».

ALCUNI GIORNI dopo, Abdul Ghaffar Hussain, un altro uomo d’affari degli Emirati, si è unito al coro, sostenendo che «la simpatia del presidente Trump per Israele è diventata orribile, ripugnante e indegna di un paese come gli Stati uniti».

Tale critica diretta a Israele da parte di figure legate all’élite politica del Golfo è degna di nota. Per anni, i firmatari degli Accordi di Abramo, come Bahrein e Emirati, hanno promosso la normalizzazione con Israele come via verso la pace e la stabilità regionale. Tuttavia, la guerra attuale dimostra il contrario: anche gli Stati che si sono allineati con Israele non sono protetti dalle conseguenze della sua agenda regionale bellicosa, né dal rischio di essere trascinati nel conflitto.

Nonostante i loro notevoli sforzi per prevenire l’escalation, gli Stati del Ccg stanno ora subendo le conseguenze di una guerra che non hanno né cercato né approvato. Per molti anni hanno investito un capitale diplomatico significativo per scongiurare proprio questo scenario, il che rivela sia i limiti della loro influenza sul processo decisionale americano sia i costi del fare affidamento sull’ombrello di sicurezza degli Stati uniti.

Inoltre, la guerra ha riportato alla ribalta un’altra questione di lunga data: la persistente disunione del Ccg e la fragilità del suo quadro di sicurezza collettiva. Dopo l’attacco sferrato da Israele contro il Qatar nel settembre 2025, i governi del Golfo si sono affrettati a condannare la violazione della sovranità qatariota e a ribadire il principio secondo cui un attacco contro un membro è un attacco contro tutti. I leader hanno chiesto un coordinamento più forte e hanno proposto nuove misure per la difesa regionale. Tuttavia, l’entità dei danni osservati oggi suggerisce che questi impegni rimangano puramente retorici.

PER ORA l’infrastruttura militare americana profondamente radicata nella regione, unita alla determinazione di Trump a vincere la guerra in Iran, rende la critica o il distanziamento da Washington un’impresa ardua per gli Stati del Golfo. Alla fine, però, dovranno affrontare domande difficili sulla sostenibilità della loro attuale architettura di difesa e sul fatto che serva davvero i loro interessi in futuro.

Per farlo potrebbe essere necessario trasformare i meccanismi di sicurezza collettiva del Ccg, in gran parte simbolici, in strumenti più efficaci e, cosa ancora più importante, ridurre la loro forte dipendenza dalla protezione degli Stati uniti. Solo allora gli Stati del Golfo potrebbero evitare di diventare bersagli in future guerre che non hanno né sostenuto né avuto intenzione di combattere.

Hind Al Ansari è ricercatrice di politiche pubbliche specializzata sul Medio Oriente. L’articolo è stato pubblicato sulla rivista israeliano-palestinese 972mag

Nell’immagine: la raffineria emiratina di Fujairah colpita da un missile iraniano


L’autoinganno del generale Trump

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Non c’è conflitto armato che, in 80 anni di dopoguerra, gli Stati Uniti abbiano vinto in Medio e Vicino Oriente. Quando c’è stata, la loro supremazia nella regione più incandescente del pianeta si è espressa soprattutto per “interposto regime”, e attraverso considerevoli aiuti militari ed economici. L’ex Persia ne è un ottimo esempio. Fino all’arrivo degli ayatollah guidati da Khomeini nel 1979, essa beneficiò del sostegno Usa, con cui la superpotenza mondiale, insieme agli inglesi, si garantì petrolio e controllo antisovietico.

Reza Pahlavi, non certo un leader democratico, fu per gli Stati Uniti lo strumento di questo controllo per interposta persona, che conobbe momenti di forte contestazione: per esempio dal premier Mohammed Mossadeq, democraticamente eletto, che nazionalizzò la produzione petrolifera, e per questo nel 1953 venne rovesciato da un colpo di stato anglo-americano (Cia e MI6).

Costretto a subire un processo-spettacolo, lo stesso imputato si presentava in aula in pigiama a causa delle sue presunte cattive condizioni di salute, mentre la stampa britannica lo sbertucciava definendolo “l’eterno malato di ferro”; fu infine condannato a tre anni di carcere, mentre lo scià tornò sul trono, fedele alle politiche occidentali. Quarantasette anni fa, la svolta. Il ritorno trionfale dell’ayatollah Khomeini a Teheran, la nascita dell’Iran islamizzato, la teocrazia sciita al potere, l’America non più partner ma “Grande Satana”, anche perché prima alleata e sostenitrice dello Stato ebraico.

Ora il presidente statunitense Donald Trump, poco a suo agio con gli insegnamenti della Storia, rimette in campo la forza della superpotenza, in cooperazione con Israele, convinto di poter avere gioco facile nello sbarazzarsi della teocrazia. Autoinganno, così non è. E alla terza settimana di un conflitto mal studiato, mal pianificato, mal gestito, la superpotenza deve prendere atto che il regno degli ayatollah, una delle più crudeli dittature al mondo, è comunque in grado di resistere più del previsto, e di mettere in campo una strategia di allargamento del conflitto (contro i suoi nemici regionali sunniti, petro-monarchie protette dal Grande Satana statunitense) che rischia di mandare in tilt l’economia mondiale.

A questo punto l’America ha due carte da giocare. Un appello agli arabi moderati affinché si associno alla guerra contro la Repubblica islamico-sciita; oppure la discesa in campo, in sostanza l’occupazione militare di una parte strategica per il controllo dello Stretto di Hormuz, per ristabilire il controllo dello stretto che garantiva quasi oltre un quarto del flusso mondiale di petrolio. Ma finora l’appello agli alleati moderati per un loro intervento militare non sembra funzionare, mentre scendere sul terreno (il “boots on the ground”) è prospettiva assai pericolosa.

Un conflitto mal preparato e quindi anche mal gestito in caso di “exit strategy”. Complicato per di più dall’affiancamento di un partner, lo Stato ebraico, che intende approfittare al massimo di una guerra concepita a Tel Aviv (e nell’opinione pubblica israeliana) quale occasione unica per sradicare l’ultimo nemico dello Stato ebraico che ancora resiste nella regione, “bonificata” da Gaza al Libano, dalla Cisgiordania occupata alla fragilizzata Siria.

Pax Israeliana che non è affatto pace assicurata in prospettiva. Mentre tace, immobile e ingannevole, il “Board of Peace”. Netanyahu riuscirà nuovamente a convincere il tycoon?

Scritto per La Regione


Veronica Noseda – Le sorprese delle municipali francesi

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Habermas, la lezione di un grande maestro

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Con la morte del filosofo e sociologo Jürgen Habermas scompare una delle figure più significative del panorama filosofico e culturale tedesco e internazionale degli ultimi cinquant’anni: oltre che eminente pensatore fu anche un intellettuale influente nel dibattito pubblico. La sua figura è quella di un grande maestro, forse uno degli ultimi.

Egli apparteneva alla generazione che ha cercato di ricostruire la Germania, allora Repubblica Federale Tedesca, sul piano morale, rappresentando una delle voci più critiche nei confronti della tendenza a rimuovere il ricordo di un terribile passato e a maggior ragione a indulgere a nuove forme di patriottismo identitario o di nazionalismo. Per questo egli fece sua l’espressione, riferendosi al proprio paese, di «patriottismo costituzionale». Costante è stato anche il suo impegno europeista, a favore del diritto internazionale e di un pacifismo giuridico di ispirazione kantiana.

Habermas è considerato il maggior esponente della seconda generazione della Scuola di Francoforte, fra i cui padri fondatori troviamo Theodor Adorno e Max Horkheimer, autori del famoso libro, pubblicato nel 1947, Dialettica dell’illuminismo, un testo espressione di un marxismo critico, ma profondamente influenzato anche da pensatori come Nietzsche, Freud e Weber.

Da Bonn a Francoforte

Habermas, nato a Düsseldorf nel 1929, non ebbe la sua prima formazione accademica nell’ambiente francofortese, ma in particolare a Bonn, dove conobbe quello che divenne poi un suo importante collega e amico: Karl-Otto Apel.

Giunse a Francoforte nel 1956, come assistente di Adorno. Cominciò a quel punto il confronto critico con i padri della scuola francofortese, che si intrecciò negli anni Sessanta, che lo videro divenire uno dei più significativi intellettuali della sinistra tedesca, con una serrata e sempre più polemica discussione con le frange più radicali del movimento studentesco. Non fu, quella, che una delle sue prime polemiche pubbliche cui, ad esempio, seguì, alla fine degli anni Ottanta, quella contro Ernst Nolte e il revisionismo storico.

Habermas sostiene che la critica francofortese alla razionalità occidentale, condotta dagli autori della Dialettica dell’illuminismo, pecchi di unilateralità e sia autocontraddittoria. Essi accusano la ragione di essersi sviluppata soprattutto come soddisfacimento ed esasperazione del naturale istinto di autoconservazione, divenuto ormai incontrastato e pervasivo dominio della natura esterna e interna all’uomo, e amministrazione meticolosa e asfissiante della società, a vantaggio dei ceti dominanti rispetto ai subordinati (dominio di classe) e della totalità sui singoli (anonimo dominio burocratico: «un gregge e nessun pastore» diceva Nietzsche). Adorno e Horkheimer intendono la loro critica radicale come un tentativo, sul modello della critica kantiana alla ragione, di salvare l’illuminismo da se stesso. Secondo Habermas, però, essi ci restituiscono un’immagina parziale della ragione, riducendola a ragione strumentale e passando sotto silenzio l’altra faccia della razionalità. Criticando in modo così radicale la ragione, essi finiscono per demolire, ecco la contraddizione, l’unica facoltà in grado di esercitare anche la critica della ragione, compresa quella condotta da Adorno e Horkheimer. Per Habermas, accanto alla ragione strumentale vi è quella volta alla ricerca di un accordo fra esseri per questo detti ragionevoli, in quanto capaci di intendersi, grazie al linguaggio, su ciò che è vero e giusto sulla base di argomenti pertinenti espressi in discorsi volti alla ricerca di un consenso fondato. Da queste pratiche discorsive nascono le discipline scientifiche, giuridiche, critico-estetiche e filosofiche. Certo, la modernità ha di fatto sviluppato soprattutto il lato strumentale (tecnico) della ragione, e per questo più che un progetto contradittorio o addirittura fallito, essa va ritenuta, afferma Habermas, un «progetto incompiuto».

Una prima testimonianza di questa impostazione è rappresentata dalla tesi di abilitazione, forse il libro di maggior successo di Habermas, pubblicato nel 1962 col titolo di Strukturwandel der Öffentlichkeit (uscito in italiano col titolo Storia e critica dell’opinione pubblica). Nel libro si ricostruisce il costituirsi, alla fine dell’epoca dell’assolutismo, di uno spazio pubblico ma non politico in cui si sviluppa in dibattito critico in luoghi come il caffè, il teatro, le gazzette, i circoli e i salotti. Assume così rilevanza quella discussione e formazione dell’opinione che per Habermas è la vera anima della democrazia. Già in quel libro, e poi in molti interventi successivi, Habermas non mancherà ovviamente di riflettere su quanto siano mutati il senso e le modalità del dibattito pubblico, fino ai fenomeni più inquietanti dei nostri giorni.

La teoria del comportamento comunicativo

Nel 1982 esce una delle più importanti opere di Habermas, la Theorie des kommunikativen Handelns (Teoria dell’agire comunicativo), in cui l’autore espone alcuni assunti fondamentali di una teoria sociale secondo cui l’integrazione fra i membri della società è resa possibile da due istanze fondamentali: il «sistema» e il «mondo della vita». La prima nozione, ripresa dalla teoria dei sistemi sociali del sociologo Niklas Luhmann, comprende grosso modo quelle forme di razionalizzazione di tipo strumentale volte ad assicurare l’autoconservazione degli individui e della società. Nel mondo moderno capitalistico si tratta del sistema economico dominato dal mercato e di quello amministrativo-burocratico, controllato dallo Stato, i cui valori di riferimento sono l’efficacia e l’efficienza. Ma accanto a essi, una società ha bisogno della presenza di una sfera che Habermas, riprendendo un termine del filosofo Husserl, chiama «mondo della vita». Questo ambito è costituito da quell’insieme di tradizioni, valori, norme, sensi del mondo, religiosi o secolari, che motivano gli uomini ad agire in modo tendenzialmente cooperativo e solidale, e i cui valori di riferimento sono il bene, la giustizia, l’autenticità ecc.. Se nella modernità abbiamo avuto una progressiva razionalizzazione del sistema economico-burocratico grazie a una razionalità sempre più improntata alla formalizzazione e al calcolo (Weber), anche i mondi vitali sono stati progressivamente, anche se mai totalmente, sottoposti a un esercizio critico reso possibile dalla razionalità comunicativa.

È in questa prospettiva che abbiamo anche la critica alla dottrina di Marx, interpretato da Habermas non solo come un teorico critico del capitalismo, ma anche dell’evoluzione sociale. Egli viene criticato in quanto avrebbe considerato unilateralmente l’evoluzione sociale come determinata fondamentalmente dalla dimensione del lavoro, cioè dello sviluppo delle forze produttive, dimenticando o subordinando indebitamente quello della razionalizzazione dei mondi vitali. Inoltre, la dialettica fra imperativi sistemici e mondi vitali, oggi pericolosamente a vantaggio dei primi (il capitalismo impone le sue regole ovunque), non si risolve (se si risolve) mai con uno scontro finale (la rivoluzione), ma con l’instaurarsi di nuovi equilibri. Habermas è un riformista radicale.

I presupposti della razionalità comunicativa, radicati nell’uso del linguaggio e in particolare nell’argomentazione, consistono in rapporti paritari fra parlanti che avanzano pretese di verità e correttezza normativa riguardo a ciò che sostengono e fanno. Il questo ambito vale solo la forza dell’argomento migliore. Si tratta, ovviamente, di una idealizzazione dei reali discorsi che avvengono fra persone nel mondo reale, ma per Habermas si tratta di una spinta idealizzante immanente ai discorsi effettivi e in grado di favorire uno sviluppo della razionalità collettiva e del rispetto reciproco. Essa è posta alla base anche di quella che Habermas, e il suo collega Apel, hanno definito «etica del discorso». Sia la validità di questa interpretazione della pragmatica della comunicazione umana, sia la sua capacità fondativa di un’etica, e infine la sua reale portata sociale sono state oggetto di molti dibattiti e critiche.

Fatti e Norme

Negli anni Novanta la riflessione di Habermas si è progressivamente concentrata sul significato della razionalità comunicativa negli ambiti del diritto e della democrazia, che sono istanze grazie a cui i valori del mondo della vita, mediati criticamente e razionalmente, possono orientare l’intera società e limitare il potere dei sistemi economico-amministrativi e la loro logica strumentale e soffocante. Fra gli scritti di questa fase va ricordato il volume del 1992 Faktizität und Geltung (Fatti e norme, nella versione italiana). In questi anni vi è anche un interessante confronto fra Habermas e uno dei massimi filosofi della politica della seconda metà del Novecento, John Rawls. La nozione habermasiana di democrazia è di tipo deliberativo. L’anima della democrazia non si riduce al principio di maggioranza, ma al ruolo insostituibile che il libero dibattito svolge nella sfera pubblica. Per questo libertà e democrazia sono in linea di principio inseparabili.

Negli ultimi due decenni l’attenzione dell’agnostico Habermas si è molto concentrata sul nesso fra fede e ragione, democrazia e religione. A determinare questo interesse è stato il ritorno nella sfera pubblica delle religioni, ma anche ragioni teoriche interne al sistema habermasiano. Se, per Habermas, la conoscenza, grazie allo sviluppo della razionalità comunicativa, può essere in linea di principio completamente staccata dalla sfera del sacro, per quella etica, così legata al vissuto, il discorso è più complesso e, ad esempio, il legame con il rito assai profondo. Ma forse, aggiungiamo noi, questo problema non riguarda solo il rapporto fra etica e sacralità, ma quello più ampio con la dimensione sensibile e affettiva.

Il nesso fra fede e sapere è uno dei fili rossi dell’ultima grande opera del pensatore tedesco, una ponderosa storia della filosofia intitolata Auch eine Geschichte der Philosophie (Una storia della filosofia è il titolo della traduzione italiana del primo volume).

Si è detto del ruolo pubblico di Habermas. In una delle sue ultime apparizioni, a metà dello scorso novembre, è tornato a parlare dell’ideale europeo nel turbolento contesto internazionale, non senza amarezza: «Un’ulteriore integrazione politica, almeno del cuore dell’Unione Europea, non è mai stata così vitale per la nostra sopravvivenza come lo è oggi. E mai è sembrata così improbabile».


L’UDC era divisa a metà sull’iniziativa anti-SSR

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Un articolo del settimanale zurighese vicino all’UDC svela cosa è successo dietro le quinte del partito che ha promosso l’iniziativa ed è stato sonoramente sconfitto

Di Philipp Gut, Die Weltwoche

Il risultato è stato netto: solo il 38% degli elettori ha detto sì all’iniziativa popolare “200 franchi bastano”. Quasi il 62% l’ha respinta. Il fatto che nemmeno uno dei 26 cantoni abbia approvato l’iniziativa completa chiarisce il quadro. Nemmeno in un cantone fedele come Svitto, che non aveva mai accettato una costituzione federale e aveva respinto ogni legge Covid, si è formata una maggioranza per la richiesta di ridurre drasticamente il canone radiotelevisivo. Una chiara maggioranza della popolazione svizzera sostiene quindi il quasi-monopolio della Società svizzera di radiotelevisione.

Soprattutto la sinistra, che ha investito milioni nella campagna referendaria, esulta. Iconica è la scena della domenica di votazione in cui la consigliera nazionale del PS Jacqueline Badran alza i pugni insieme a un giornalista della SRF che la pensa allo stesso modo. Il risultato mostra che la “Rotfunk” (radio rossa) può contare su un ampio sostegno, che va ben oltre l’ambiente borghese e include contadini, sciatori e associazioni di categoria.

Sconfitta come successo?

Nel campo dei perdenti, Urs Furrer, direttore dell’Unione svizzera delle arti e mestieri, ha annunciato che continuerà a impegnarsi per dare sollievo alle imprese, che sono anch’esse soggette al canone obbligatorio. Visto l’enorme sforzo e il budget per la campagna degli oppositori, doppio rispetto al loro, questo risultato è “un successo di prestigio per i sostenitori”, hanno affermato i superiori di Furrer, il presidente dell’associazione e consigliere agli Stati del Centro Fabio Regazzi. Particolarmente interessante e tesa è la situazione all’interno dell’Unione Democratica di Centro, il secondo forte motore dell’iniziativa. Lì si è divisi su interpretazione e valutazione.

Il consigliere nazionale UDC Gregor Rutz, membro del comitato d’iniziativa e presidente di “Azione Libertà dei Media”, ha dichiarato a Watson di essere “felice di come si è svolta la campagna elettorale e delle discussioni che ci sono state”. Si dice “molto rilassato riguardo al risultato”. Il popolo non ha detto “no”, ma “sì” alla proposta del Consiglio federale di ridurre il canone dagli attuali 335 a 300 franchi.

Non tutti nell’UDC si mostrano soddisfatti come Rutz. Si dice che con l’iniziativa il partito si sia fatto dei nemici inutilmente e che sia stato letteralmente “fischiato”. I vincitori di sinistra della votazione, tra cui diversi sindacati, chiedono già, nell’entusiasmo del loro successo, il ritiro del piano Rösti. È stato “un atto di obbedienza anticipata agli iniziativisti” e sono stati decisi “in modo antidemocratico tagli troppo ampi al budget della SSR”, ha lamentato ad esempio la Federazione svizzera dei sindacati.

Come mostrano le ricerche, all’interno del “partito popolare” (così si chiama l’UDC in tedesco) si è discusso intensamente se ritirare l’iniziativa SSR – e precisamente nel dicembre 2023, poco prima che iniziasse la fase calda della campagna elettorale. Questa posizione era sostenuta, tra gli altri, dal consigliere nazionale Thomas Matter, uno dei padri dell’iniziativa. Si è combattuto con le unghie e con i denti. L’avversario interno Rutz ha minacciato di rivolgersi ai media e dire chiaramente che non ci stava.

Gli argomenti a favore di un tale ritiro erano che la riduzione del canone a 300 franchi fosse già stata avviata e che con l’intervento di Rösti gran parte delle imprese sarebbe stata esentata dalla tassa di fatto per la SSR. Inoltre, in quel momento si era già ottenuta una discussione pubblica sulla “tendenza a sinistra” della SSR e sul mandato di servizio pubblico.

Il calcolo di un ritiro dell’iniziativa sarebbe stato in particolare quello di poter mantenere alta la pressione. Si sarebbe potuta impegnare la direttrice della SSR Susanne Wille sulla sua volontà di risparmio dichiarata pubblicamente e costruire in ogni momento la minaccia di una nuova iniziativa. Questa posizione di forza è ora giocata per il prossimo futuro. Chi ha dietro di sé solo il 38% della popolazione votante non potrà più presentarsi con una tale idea nei prossimi dieci anni, così pensano quei circoli UDC che chiedevano l’interruzione dell’iniziativa.

Come conseguenza indiretta dell’iniziativa di dimezzamento è considerato anche il cambio di personale ai vertici della SSR, dall’arrogante Gilles Marchand alla sorridente e moderata Wille. Le possibilità per l’iniziativa sarebbero state sicuramente maggiori se al comando ci fosse stato ancora Marchand, simbolo della SSR decisamente meno simpatico e flessibile.

Mobilitazione come boomerang

L’inizio è sembrato promettente per gli iniziativisti. Sono riusciti a sfidare la potente SSR. Quest’ultima ha dovuto tremare e infine mobilitare tutte le forze e le truppe di supporto, dalla politica alla società fino allo sport e alla cultura. Proprio questo si è rivelato alla fine un boomerang per il Partito Popolare. “Negli ambienti urbani si è arrivati a una mobilitazione supplementare molto forte. Alla fine sono arrivati moltissimi voti per posta”, così Lukas Golder, politologo di GfS Berna, in una trasmissione elettorale della SRF. Inoltre, la situazione geopolitica ha rafforzato la posizione del servizio pubblico. Questo ha portato alle urne persone che le ultime volte tendevano a non partecipare, e il peso del corpo elettorale si è spostato verso il centrosinistra.

Come danno collaterale dal punto di vista dell’UDC, si dice all’interno del partito, è stata approvata la tassazione individuale. Senza la corsa alle urne dovuta alla SSR, causata dalla mobilitazione della sinistra, probabilmente sarebbe stata respinta. Tanto più ci si rammarica ora di non aver tirato il freno a mano a dicembre.

Era anche ovvio che l’UDC non aveva corso a pieno regime in questa campagna. L’impegno è rimasto debole, i mezzi impiegati contenuti – al contrario del PS, che ha investito la cifra record di 1,6 milioni di franchi per salvare il suo “cuore pulsante”. Anche il sostegno dell’unione delle arti e mestieri e dei Giovani Liberali Radicali con i talenti emergenti Jonas Lüthy e Melanie Racine non ha smosso la riluttanza dell’UDC. Il focus del partito più forte del paese in questo anno elettorale è sullo showdown per l’iniziativa “Niente Svizzera da 10 milioni” e sull’iniziativa per la neutralità. Entrambe sono “molto più importanti” della SSR, dicono. Può darsi, ma queste non sono le migliori premesse per vincere una battaglia che si è scatenata da soli.

I beneficiari di questa strategia, con cui l’UDC si è in un certo senso data scacco matto da sola, non sono solo la sinistra, ma anche gli amici borghesi della SSR e dell’immigrazione. Appena sono stati resi noti i risultati della votazione di domenica, un comitato per il “No” guidato dal co-capo del PLR Benjamin Mühlemann, dal consigliere nazionale Verde liberale Patrick Hässig e dalla capogruppo del Centro Yvonne Bürgin ha già lanciato la lotta contro l’iniziativa sulla sostenibilità dell’UDC, su cui si voterà a metà giugno.

Perché nella lotta culturale per la SSR, gli avversari hanno battuto l’UDC con le sue stesse armi. Si sono messi in scena, anche se truccati, come difensori della Svizzera e patrioti che alimentano l’atmosfera da falò. Si sono presentati anche come portavoce delle parti del paese e delle regioni periferiche – un argomento federalista preso direttamente dal libro di testo dell’UDC. Il commentatore di Weltwoche Kurt W. Zimmermann parla a questo proposito di “politica d’identità nazionalista di destra” e “Switzerland first” per la SSR e i suoi alleati.

Gli avversari sentono odore di vittoria

Contro l’UDC questa volta ha funzionato, anche perché i ruoli erano invertiti. Finiti i tempi in cui il “partito popolare”, con Christoph Blocher negli anni ’90 nei leggendari e fragorosi duelli di “Arena” con il presidente del PS Peter Bodenmann, poteva usare la SSR come punching ball e trampolino per la gloria.

Per le discussioni nel partito, dopo il verdetto di domenica, conta anche altri aspetti. È stato giusto puntare sul risparmio (“Più soldi per vivere!”)? O sarebbe stato meglio sottolineare la concorrenza sleale tra la SSR e i media privati? Il drastico slogan “Fermate l’inferno delle tasse della sinistra!” con il logo del lupo dai denti digrignanti era davvero appropriato?

A posteriori si è sempre più saggi. Resta il fatto che le turbolenze cadono in un periodo che in realtà è favorevole al “partito popolare”. I temi sono quelli giusti, dalla pressione migratoria persistente all’incertezza in un mondo dove scoppiano guerre ovunque e il valore della neutralità appare evidente. Tutto indica un trionfo dell’UDC alle elezioni federali del 2027. In questo non è cambiato nulla. Allo stesso tempo, questo weekend di votazione intacca l’aura di imbattibilità. Gli avversari sentono odore di vittoria.

Nell’immagine: la frittata di Thomas Matter, dopo aver lanciato l’iniziativa voleva ritirarla


Se Trump gioca a mosca cieca

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Nelle acque di Hormuz la guerra di Donald Trump urta un muro di gomma iraniano. Le navi non passano. Il problema, creato dagli Stati Uniti, è più grande dell’America. È mondiale. Dal cappello trumpiano esce così l’idea di, e l’appello a, una coalizione cui vengono invitati – per ora – Cina, Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito. In ordine alfabetico. L’ordine logico, alquanto diverso, si rispecchia nelle risposte a caldo. Pechino attende; Tokyo e Seul fanno capire che potrebbero starci; Londra e Parigi droni e simili sì, le portaerei servono altrove. Non esattamente una corsa alle armi, piuttosto una coalizione di non volenterosi. Ma Trump è già comunque riuscito a scaricare il transito di Hormuz anche su spalle non sue.

Dopo tanta denigrazione di alleati e partner, il presidente americano scopre di averne bisogno. O, almeno, che gli serve coinvolgerli in un’avventura sulla quale non li aveva minimamente consultati e dalla quale preferirebbero tenersi alla larga. Non importa quanti bersagli iraniani siano stati centrati in più di due settimane da Usa e Israele, quanto degradate siano le loro forze armate e guardie rivoluzionarie. Se lo Stretto rimane chiuso, con tutte le ricadute che sta provocando in America e nel resto del mondo, “Furia Epica” si rivela un fallimento epico. Energetico immediatamente, economico a ruota, geopolitico in prospettiva. Quanta fiducia gli Usa si sono bruciati in Medio Oriente? Ma questi sono conti che si faranno a mente fredda e a guerra conclusa. Il problema urgente è energetico – perdere un quinto delle forniture mondiali di gas e petrolio non è uno scherzo – e, per immediata conseguenza, economico. L’inflazione è in agguato, le Banche Centrali sul chi vive. Le attese riduzioni dei tassi d’interesse – Trump ci puntava in vista delle elezioni di novembre – sono ora in predicato. Forse si faranno, quando la guerra finirà e lo sconquasso prezzi-forniture sarà riassorbito.

La fine della guerra non conduce automaticamente alla stabilizzazione delle forniture energetiche dal Golfo. Potrebbe essere lo stesso Iran a porre condizioni, ad esempio, l’impegno americano e israeliano a non riprendere le ostilità. Anche un Iran militarmente debolissimo può farlo finché ha la mano sul rubinetto di Hormuz. Quindi riaprire lo Stretto alla navigazione è essenziale per toglierla. Più ancora, e a monte, della fine della guerra. Trump ha provato di tutto per stabilizzare il mercato; promesse di assicurazione del Tesoro Usa agli armatori, annuncio di scorta della Navy Usa, eliminazione delle sanzioni sul petrolio russo. Le navi restano a bollire all’ancora; pochissime (targate “petrolio per la Cina”) azzardano il transito dello Stretto. Per gli Usa – qui le finalità potrebbero divergere da Israele – più della guerra il nodo diventa sempre più la navigazione.

Da vecchio affarista di dubbia fama, Donald Trump sa cosa fare nei fallimenti: coinvolgervi altri. La logica non fa una grinza. La chiusura di Hormuz vi sta danneggiando? Lasciamo perdere chi o cosa l’abbia causata – la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio. Lasciamo perdere la prevedibilità della risposta iraniana su Hormuz – tutti gli analisti l’avevano anticipata. Se vi sta danneggiando dovete darci una mano a riaprire la navigazione nello Stretto. Non a caso l’invito a far parte della coalizione era rivolto ai tre Paesi asiatici più in sofferenza di forniture dal Golfo. Francia e Uk vi si aggiungono in quanto i due Paesi occidentali che ne hanno mezzi e capacità aeronavali, e che sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Trump ha aperto così la partita dell’allargamento del conflitto extra-Medio Oriente. Non sarà la temuta Terza guerra mondiale, non fino a che Russia, non chiamata in causa ma addolcita con petrolio e, forse, concessioni sull’Ucraina, e Cina, “parte lesa” nell’ottica dell’invito, ne rimangono fuori. Per il momento non è quello il rischio all’orizzonte.

Ma è sicuramente un pericoloso salto nel buio. Per due motivi. L’Iran considererà nemico chiunque partecipi ad operazioni di messa in sicurezza della navigazione via Hormuz. La protezione dei natanti richiederà un intervento agguerrito, forse anche con azioni a terra, altrimenti a cosa servono i 5.000 marine Usa?

Secondo, non ci sarebbe da stupirsi se Donald Trump chiedesse aiuto o comunque sostegno anche ad altri alleati ponendoli di fronte a un difficile «che fare?». L’Italia non ne è stata ancora oggetto. Per il momento può limitarsi a difendersi da attacchi come quello, via drone, subito dai nostri militari in missione di stabilizzazione in Iraq – per Teheran, la presenza in area, militare o civile (ambasciate) basta a farne legittimo bersaglio. Ma il problema potrà porsi in un futuro non lontano. Il coordinamento con Ue e Uk per una linea comune è essenziale. Non si può improvvisare a titolo nazionale. Il «Cosa fare se» sarà sicuramente sul tavolo del Consiglio europeo del 19-20 marzo.

Nell’immagine: una nave cargo thailandese colpita dagli iraniani nello Stretto di Hormuz 


Dio, Trump e la guerra delle Scritture: così c’è chi piega la Bibbia ai propri fini

Ora occorre concretamente delineare il modello sociale che si vuole  perseguire 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Qualche giorno fa il segretario alla Difesa alias ministro della guerra degli Usa Peter Hegseth ha concluso un discorso ai militari citando l’incipit del salmo 144: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia». Avrebbe potuto citare altri passi dello stesso tipo, visto che la Bibbia ebraica ne abbonda. Per rimanere ai salmi: «Il giusto godrà nel vedere la vendetta, laverà i piedi nel sangue dei suoi nemici» (58,11); «Tu, Signore, Dio degli eserciti, Dio d’Israele, alzati a punire tutte le genti» (59,6); e ancora rivolgendosi a Babilonia: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra» (137,9). Persino ai neonati viene augurata la morte, e che tipo di morte.

Se però Hegseth fosse stato il responsabile di un ipotetico ministero della pace avrebbe lo stesso potuto citare la Bibbia, perché essa presenta anche pagine proto-pacifiste che fanno fiorire il seme dell’utopia. Per esempio: «Dio farà cessare le guerre sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà nel fuoco gli scudi» (salmo 46,10).

La Bibbia è violentemente nazionalista e al contempo pacificamente universalista. Così prescrive il Deuteronomio: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità non lascerai in vita alcun vivente ma li voterai allo sterminio» (20,16-17). Così invece profetizza Isaia: «In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti dicendo: Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità» (19,24-25). Siamo al cospetto della somma contraddizione ed è inevitabile chiedersi se la Bibbia promuova più la guerra o la pace. La risposta non è difficile: dipende da chi la legge. E dal perché. La Bibbia, diceva Hegel, è «un naso di cera» che ognuno modella a piacimento nella forma che più gli conviene.

Non è per nulla vero che la Bibbia trasmette l’oggettività della rivelazione divina, perché essa, come indica già il suo nome che viene dal greco e significa “libri”, è plurale, e in questa sua disordinata pluralità vi si legge pressoché tutto: il bene e il male, la luce e le tenebre, la pace e la guerra, l’amore e l’odio, la violenza e la non-violenza. E ognuno ne estrae ciò che più gli conviene. Lo mostra alla perfezione la storia sia dell’ebraismo sia del cristianesimo con le sue innumerevoli contraddizioni.

I pastori evangelici che sostengono Trump (talora riuniti alla Casa bianca in preghiera con lui) leggono la Bibbia trovandovi le motivazioni della politica del loro presidente che diffonde odio e morte nel mondo. Nulla di nuovo se già Spinoza scriveva: «La religione non corrisponde più al sentimento di carità, ma alla disseminazione della discordia tra gli uomini e alla propagazione di un odio crudele». Allo stesso tempo però anche i preti e i missionari che curano i migranti e si oppongono alla politica di Trump ritrovano nella Bibbia le pagine a sostegno della loro azione. Ognuno nella Bibbia trova ciò che gli serve.

Ma la domanda a questo punto diventa: se la Bibbia è un naso di cera, che cosa non lo è? Esiste qualcosa di fronte a cui la volontà di potenza dell’uomo si fermi e ascolti e obbedisca? Esiste anche solo una pagina a cui tutti si sottomettano e dicano sì? Certo, la gran parte degli esseri umani è costretta a obbedire alla legge perché altrimenti interviene la sanzione dell’autorità, ma così non è per coloro che disponendo dell’autorità la usano a loro piacimento. Per essi non esiste più legge, non ci sono più regole, fanno a pezzi il diritto, impongono il loro arbitrio, e noi oggi, a causa loro, siamo alla vigilia della tirannide. Ma non è sempre stato così? I faraoni che facevano scolpire se stessi tra gli Dei, come Ramses II ad Abu Simbel, non agivano forse nello stesso modo? E che dire di Caligola e di Nerone? E dei Papi che per secoli hanno promosso l’Inquisizione bruciando uomini e libri, e giungendo a proclamare se stessi infallibili?

In realtà però io non penso che sia sempre stato così, abbiamo conosciuto anche il volto giusto e buono del potere, con faraoni giusti, imperatori giusti, papi giusti e persino santi. Oggi però, caduta l’autorità normativa della Bibbia, caduta l’autorità infallibile del Papa e delle chiese, caduta anche l’autorità della politica in quanto creatrice di diritto e di ordine internazionale, oggi, quando appare evidente l’imperio della forza anticamera della tirannide di cui Trump e i suoi solerti servitori sono la personificazione, oggi, quando l’intelligenza artificiale governata da una ristrettissima élite ci presenta il Grande Fratello di Orwell come uno scenario del tutto realistico del nostro futuro, oggi, io chiedo, che cosa rimane a chi si sente diverso e percepisce di non poter rinunciare agli ideali del bene, della giustizia e della migliore umanità?

Già un secolo fa Simone Weil si poneva questa domanda e rispondeva così in uno scritto mirabile del 1934 intitolato Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale: «Soltanto dei fanatici possono attribuire valore alla propria esistenza unicamente nella misura in cui essa serve una causa collettiva; reagire contro la subordinazione dell’individuo alla collettività implica che si cominci col rifiuto di subordinare il proprio destino al corso della storia». L’equazione salvifica è quindi la seguente: Io ≠ Storia, laddove il termine “storia” equivale ora a Stato, ora a Partito, ora a Chiesa, ora a Bibbia, ora a qualunque altra “causa collettiva”. Simone Weil proseguiva dicendo che tale differenza «permetterebbe a chi vi si impegnasse di sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell’idolo sociale, il patto originario dello spirito con l’universo».

Parole bellissime, che mi rimandano a quelle scritte da Hannah Arendt in risposta a Gershom Scholem che, dopo aver letto La banalità del male, l’aveva accusata di non nutrire ciò che la tradizione ebraica chiama Ahabath Israel, l’amore per il popolo ebraico: «In te, cara Hannah, non ne trovo traccia». Lei gli rispose così: «Hai perfettamente ragione – non sono animata da alcun “amore” di questo genere». E proseguiva: «Nella mia vita non ho mai “amato” nessun popolo o collettività – né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo “solo” i miei amici e la sola specie d’amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone». Da queste due straordinarie donne ebree del Novecento giunge a noi ancora oggi ciò che si potrebbe a ragione denominare “parola di Dio” ben più di molte pagine bibliche.