Un discutibile e inefficiente modello svizzero di repressione

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

Alla vigilia del 1° maggio scorso, nell’aula 4 del Tribunale penale di Basilea, il giudice Markus Hofer (Il Centro) sta esaminando quello che a prima vista sembra un caso di poco conto. Ricorsi contro due condanne penali, una per violenza e minacce contro pubblici ufficiali, l’altra per insulti, oltre ad altri reati minori. Una dozzina di infrazioni in una città che spesso criminalizza le manifestazioni.

Che il caso sia tutt’altro che insignificante è evidente dall’aula di tribunale gremita. E nell’ultima fila siedono quattro agenti di polizia armati. Il processo è una delle ripercussioni legali della manifestazione del Primo Maggio del 2023, il cui accerchiamento ha suscitato scalpore in tutto il paese: decine di agenti di polizia hanno diviso in due la marcia, regolarmente autorizzata, poco dopo l’inizio, intrappolando oltre 200 persone per un massimo di sette ore e sottoponendole ripetutamente allo spray al peperoncino. Alle persone intrappolate, tra cui numerosi minorenni, sono stati negati cibo, bevande e l’accesso ai servizi igienici. Per una volta non sono stati solo gli attivisti di sinistra a finire nel fuoco incrociato, ma anche sindacalisti, famiglie e anziani.

Il 1° maggio 2023 potrebbe quindi diventare un punto di svolta. Per la prima volta un vasto pubblico ha assistito a ciò che da anni è prassi comune nelle manifestazioni di sinistra in città.

Situazioni di pericolo costruite

Da anni la polizia di Basilea e i suoi leader politici reprimono le proteste di sinistra con allarmante veemenza. A Basilea prevale un clima politico e mediatico in cui ogni manifestazione è considerata una violazione dell’ordine pubblico. L’asprezza del dibattito è emersa chiaramente dopo il 1° maggio 2023, quando la responsabile della sicurezza, Stephanie Eymann (LDP), ha dichiarato alla SRF di aver impedito che la città venisse “ridotta in macerie”. Gli avvisi sulle manifestazioni vengono regolarmente diffusi sui tram e alcuni membri del governo cantonale sono stati addirittura destituiti per non aver adottato misure sufficientemente severe contro le proteste. Questa durezza non si limita alle operazioni di polizia, ma permea l’intera catena di applicazione della legge. E ha portato al consolidamento di pratiche discutibili ai sensi dello stato di diritto.

Uno schema ricorrente è la creazione di uno scenario di minaccia per giustificare operazioni di polizia repressive. Questo è accaduto anche il 1° maggio 2023. La polizia ha giustificato il cordone di sicurezza con un’”atmosfera tesa”, come riportato nel verbale. La marcia prevedeva striscioni, maschere e fuochi d’artificio. Hanno inoltre affermato che la situazione era pericolosa basandosi su un video della Gioventù Rivoluzionaria: secondo il rapporto della polizia, ottenuto da WOZ, “sul loro canale Instagram era presente un rap in cui il cantante incitava ad azioni senza compromessi nella lotta contro il potere costituito”.

Ancor prima dell’inizio dell’operazione di polizia gli agenti hanno arrestato quindici persone. Senza alcuna base legale, come in seguito ammesso dai vertici della polizia. È quindi molto probabile che l’accerchiamento fosse premeditato. Secondo le informazioni ottenute da WOZ, il 30 aprile 2023 gli agenti di polizia si sono riuniti proprio nel luogo dell’accerchiamento per pianificare il loro dispiegamento durante la manifestazione del Primo Maggio. Hanno discusso su dove la polizia avrebbe dovuto posizionarsi. Un attivista ha fotografato i preparativi, è stato scoperto e arrestato.

Le numerose riprese della polizia relative alla manifestazione, visionate da WOZ, confermano questa ipotesi. Il filmato mostra inizialmente decine di agenti in tenuta antisommossa. L’agente che filma dice, poco dopo l’inizio della manifestazione: “Siamo sul punto di essere circondati. Ora dicono che ci sono bambini nel Black Bloc. Stiamo aspettando ulteriori informazioni”. Poco dopo, gli agenti indietreggiano di qualche metro. La voce dice: “Ci stiamo spostando di qualche metro per non far capire che stiamo per accerchiarli”. Alle 10:30 il comandante delle operazioni comunica via radio: “Li stiamo circondando”. L’agente L. avverte: “Ci sono bambini nel Black Bloc”. Il comandante delle operazioni sembra imperturbabile: “Capito. Li stiamo circondando. Se possibile, senza usare la forza”.

I video mostrano agenti di polizia che irrompono nel mezzo della manifestazione, separando e accerchiando una parte dei manifestanti. Li si vede usare lo spray al peperoncino contro i membri del sindacato, tra cui la leader di Unia, Vania Alleva, che stavano manifestando solidarietà con coloro che erano rimasti intrappolati all’interno. I video mostrano anche gli agenti che sparano ripetutamente spray al peperoncino e proiettili di gomma nell’area accerchiata, in modo particolarmente frequente verso la fine del filmato. Una manifestante anziana ha raccontato al quotidiano WOZ di un agente di polizia che avrebbe portato una scatola di provviste e, interrogata sulla situazione, avrebbe spiegato ridendo che gli agenti della polizia di Argovia intervenuti avevano “reagito in modo eccessivo”.

Nulla di quanto visibile nei video fornisce la base giuridica per un cordone di polizia: l’immediata necessità di scongiurare un pericolo. L’avvocato di Basilea Guido Ehrler ha quindi avviato un procedimento amministrativo per esaminare la legittimità dell’operazione di polizia. Afferma: “Sostengono che esista una situazione di pericolo, ma non la comprovano”. E ora hanno bisogno di condanne per giustificare retroattivamente l’azione della polizia. “Gli atti non mi lasciano altra conclusione”.

Multe esorbitanti, procedure approssimative

Se Ehrler e i suoi assistiti vincessero la causa sarebbe ben più di una semplice vittoria legale. Bloccherebbe il meccanismo giudiziario in cui sono rimasti intrappolati almeno settanta manifestanti dal 1° maggio 2023. Soprattutto, metterebbe in discussione l’approccio generale della polizia e sottoporrebbe l’intero sistema giudiziario e di sicurezza di Basilea a una pressione ancora maggiore per giustificare le proprie azioni.

L’esempio più lampante finora è rappresentato dalle proteste antinaziste di Basilea del 2018, il cui iter giudiziario si è trasformato in un completo disastro per le autorità. Il risultato imbarazzante dopo otto anni di battaglie legali: un unico caso legalmente vincolante contro un manifestante. Decine di ulteriori ricorsi sono attualmente sospesi, perché gli avvocati hanno presentato numerose controdeduzioni. Le accuse: la polizia cantonale ha usato la forza in modo illegittimo, la polizia criminale ha manipolato le prove per proteggere i propri colleghi e la procura ha indotto in errore il tribunale.

Dopo che numerosi manifestanti sono stati condannati in prima istanza a lunghe pene detentive fino a otto mesi, gli avvocati della difesa hanno successivamente vinto diverse cause. L’estate scorsa la Corte d’appello ha stabilito che la procura deve indagare sul controverso utilizzo di proiettili di gomma da parte della polizia. Ha inoltre ricusato i giudici responsabili per presunta collusione. Solo il procedimento relativo alla manomissione delle prove è stato archiviato da un pubblico ministero indipendente, decisione contro la quale è pendente un ricorso in appello.

Le discutibili modalità operative della procura sono evidenti anche nel processo penale del 30 aprile. Vengono proiettati video su video. Secondo la procura, questi video mostrano una persona che aggredisce fisicamente degli agenti di polizia. In realtà, i video mostrano che viene spinta e aggredita con lo spray al peperoncino dagli agenti. Un mormorio si diffonde in aula. Il giudice Hofer assolve in gran parte lui e il secondo attivista.

Anche un altro manifestante, Michael Glauser [nome fittizio], ha ricevuto una sanzione amministrativa dopo il 1° maggio 2023; il suo ricorso è tuttora pendente. Dovrebbe pagare oltre 2.000 franchi svizzeri. Tuttavia, come mostrano chiaramente i video della polizia, tutto ciò che ha fatto è stato partecipare a una manifestazione. Dopo l’arrivo della polizia, lo si vede per lo più in fondo al corteo. In seguito, quando i manifestanti si sono rifiutati di essere respinti dalla polizia, ha affrontato gli agenti ed è stato infine colpito con lo spray al peperoncino.

La procura lo accusa, tra le altre cose, di aver “insultato degli agenti di polizia con linguaggio diffamatorio” e di averli presi a calci. Lui afferma: “La mia condanna contiene solo falsità complete”. Sostiene di non essere stato violento né di aver detto nulla di diffamatorio. “Proprio perché numerose telecamere erano costantemente puntate su di noi, ho detto solo cose appropriate come ‘Vergogna!“.

Quanto Basilea sia diventata repressiva negli ultimi anni si riflette in una cartella appoggiata sul tavolo davanti a Glauser: la sua corrispondenza con la polizia e la procura. È stato ripetutamente oggetto di arresti arbitrari, misure di sorveglianza eccessive e multe esorbitanti. Quando ha intrapreso azioni legali, ha quasi sempre vinto. È assurdo, dice Glauser, “quanto spesso falliscano con le loro sentenze di condanna”. Ciononostante i numerosi procedimenti sono incredibilmente gravosi: “ti stanno sempre col fiato sul collo”. Questo vale soprattutto per i giovani attivisti: “Loro, più di tutti, sono fatti per essere logorati”.

Jirka Heller [nome fittizio] era esausto. Nel 2019, appena maggiorenne, fu portato da un conoscente a una manifestazione per il clima contro UBS. La protesta fu circondata dalla polizia. In seguito, dovette fornire campioni di DNA e ricevette una condanna penale. Heller afferma: “Mi ha colpito profondamente il fatto che contenesse così tante dichiarazioni false. Che fossi stato coinvolto nell’azione fin dall’inizio. Che indossassi una tuta bianca integrale. Sicuramente tutto ciò avrebbe potuto essere verificato.”

Violazione del senso di giustizia

Un anno dopo, durante una manifestazione di solidarietà davanti alla procura di Basilea, Heller fu nuovamente circondato. Il mandato di comparizione lo accusava, tra le altre cose, di aver violato il codice della strada per essersi trovato in mezzo alla strada durante la protesta. Heller contestò il mandato e fu assolto dalla maggior parte delle accuse. Ma la battaglia legale lo logorò, dice. “Mi ha portato al burnout”.

Quando nel 2023 avrebbe dovuto essere chiamato alle armi, Heller ricevette una lettera in cui si affermava che non era idoneo alla difesa nazionale “perché era stato identificato un aumentato potenziale di pericolo e abuso”. La decisione elencava tutte le accuse legali, comprese quelle che erano state confutate. A Heller non importa di non dover entrare nell’esercito, ma la decisione ha offeso il suo senso di giustizia. “Voglio rendere il mondo un posto migliore, e la risposta della società è: ‘individuo pericoloso’”.

Traduzione a cura della redazione


Edgar Morin, una mente tonica della resistenza

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

Di Roberto Della Seta, il manifesto

«La prima lezione della storia è che non s’impara dalle lezioni della storia». Rispose così Edgar Morin quando gli chiedemmo come vedeva il futuro dell’uomo, io e Alice Scialoja intervistandolo nel suo piccolo studio di Montpellier nel 2020, alle soglie dei suoi cento anni.

MORIN SE N’È ANDATO a quasi 105 anni, la sua vita è un concentrato biografico della nozione di complessità alla base della riflessione filosofica e politica che ne ha fatto un gigante del pensiero del ’900. Solomon David Nahoum, questo all’anagrafe il nome di Morin, nacque a Parigi nel 1921. Suo padre Vidal e sua madre Louna Benessi erano ebrei sefarditi originari di Salonicco e con più lontane ascendenze italiane, livornesi. Lui fu il primo «francese» della famiglia, i suoi genitori trasferitisi a Parigi poco prima della sua nascita erano per la legge «Israélites du Lévant». La famiglia Nahoum era totalmente laicizzata, ricorderà Morin che per lui bambino l’unico legame percepito con l’identità ebraica erano le «feste comandate» – Pesach, Kippur, Bar mitzvah –, che però gli apparivano come passaggi obbligati privi di qualunque portata simbolica e rituale.

Morin adolescente si sentiva pacifista, a persuaderlo che contro Hitler era indispensabile la guerra fu l’attacco nazista all’Unione Sovietica nel ‘41: s’iscrisse al Partito comunista ed entrò nella Resistenza adottando «Morin» come nome di battaglia. Da allora sarà per tutti e per sempre Edgar Morin. Nel 1951 dal Partito comunista sarà espulso per avere pubblicato un articolo sul giornale France Observateur di tendenze socialiste riformiste.

Come racconterà lui stesso, la sua carriera accademica nacque su basi «informali»: divenne «maître de recherche» al Cnrs, il Cnr francese, senza mai avere ottenuto un diploma universitario superiore. Dal 1973 all’89 ha diretto il Centre d’études des communications de masse affiliato all’École des hautes études en sciences sociales, divenuto nel 2008 Centre Edgar Morin.

L’AMBIZIONE moriniana di articolare un «alfabeto» della complessità si è concretizzata in un’opera monumentale significativamente intitolata Il metodo, nella quale Morin analizza e valorizza le circolarità sistemiche che accomunano la fisica, la biologia, le scienze umane: ciò che lega gli oggetti di queste diverse discipline, dagli ecosistemi naturali alle società umane, è il fatto di nascere, crescere, evolvere sempre tenendosi lungo la linea che separa ordine e disordine, struttura ed evento, necessità e caso, stabilità e cambiamento. Come ogni sapere, anche l’uomo per Morin non può che vivere di circolarità: «La vera realtà – scrive nel Metodo – è mista, multidimensionale: la vera realtà è l’eco-(bio-socio)logia complessa costituita da eco-organizzazioni biologiche e sociali nelle quali l’urbano, il rurale, il selvatico s’intersecano e interagiscono».

La forza, l’attualità, anche la freschezza del suo pensiero vivono pure nell’ambizione di applicare il paradigma della complessità alla concretezza della politica e della storia. Di applicarlo, per esempio, all’ecologia. Per lui, nell’umanità di oggi agisce come forza autodistruttiva la convinzione illusoria di essere altro dalla natura.

Edgar Morin è stato un grande ecologista, ma sui generis. Rifuggiva dalle immagini mitiche di un’immobile natura originaria contrapposta a una cultura integralmente artificiale e irrimediabilmente antinaturalistica. Nella sua visione, quella ecologica è come una terza dimensione della vita, affiancata alle dimensioni riproduttiva della specie e organismica dell’individuo: perché, rifletteva, «la vita non è soltanto la cellula composta di molecole. E non è nemmeno l’albero dell’evoluzione a ramificazioni molteplici, composto di regni, di phila, di ordini, di classi, di specie. È anche eco-organizzazione». Insomma, «la Terra dipende dall’Uomo che dipende dalla Terra», così recita il sottotitolo di una sua raccolta di scritti di anni fa.

INCAPACITÀ di ricavare insegnamenti dalla storia, propensioni autodistruttive: questo è l’umano per Morin, ma non solo questo. La sua idea di complessità è tutt’altro che chiusa alla possibilità per l’uomo di migliorare se stesso superando anche crisi che si presentano come letali. Morin si è definito un «otti-pessimista»: «L’ottimismo – osservava – ci acceca sui pericoli; il pessimismo ci paralizza e contribuisce al peggio. Bisogna pensare oltre l’ottimismo e il pessimismo». «Otti-pessimista» è anche lo sguardo di Morin sull’Europa. Europeista appassionato, nel libro La nostra Europa scritto insieme al suo allievo e grande amico Mauro Ceruti disegnò la metafora dell’Europa, della storia europea, come figlie dell’improbabile: furono figlie dell’improbabile l’Europa che 2500 anni fa respinse con le città-Stato greche guidate da Atene l’assalto del tanto più potente impero persiano, come l’Europa che nel 1942 vide improvvisamente rovesciarsi in ritirata l’avanzata trionfale di Hitler verso Mosca e Leningrado, che l’avrebbe definitivamente nazificata.

Oggi l’Europa, così l’ultimo Morin, è in un nuovo drammatico pantano, un pantano che sembra annunciarne l’inarrestabile eclissi. Serve costruire un nuovo futuro ora «improbabile», ma per renderlo realistico occorre sgomberare il campo da quello che in una delle sue ultime interviste Morin ha chiamato «angelismo europeo»: «Esiste incontestabilmente – diceva – un angelismo europeo che occulta anche orrori recenti, dal colonialismo al nazismo allo stalinismo».

Lo sguardo di Morin sul mondo di questi anni, di questi mesi, è stato implacabile: siamo attraversati, ha ammonito più volte, da una «policrisi» potenzialmente suicida fatta di guerre quasi mondiali, di disastri ecologici incombenti. Fatta, per l’Europa, di un ritornato spirito bellicista che stravolge la giusta solidarietà con l’Ucraina invasa nel rifiuto a impegnarsi per una pace possibile tra Mosca e Kyev, di un silenzio complice davanti allo sterminio di palestinesi compiuto da Israele.

Sguardo implacabile ma, come sempre, «complesso», dunque aperto alla speranza. Speranza che il centenario Morin, fedele alla sua lunghissima vita piena di piaceri e convivialità «mondani», intendeva anche come ricerca di poesia, di felicità.

«Resistere è tonico e fa bene, la fraternità fa bene, l’amore… Sono cose che esistono anche nei periodi più bui. Per me, il vero problema non è tanto la felicità, quanto la poesia della vita, che può essere anch’essa fonte di felicità. La prosa della vita è tutto quello che subiamo, che ci pesa, ci opprime, che facciamo per obbligo, per sopravvivere. Vivere è il contrario di sopravvivere: è esprimere se stessi, godere dei paesaggi, della bellezza, dell’amore, della fraternità, del calcio… Nella vita è importante salvaguardare la poesia: è questa la cosa fondamentale, secondo me».

Nell’immagine: Edgar Morin nella sua casa qualche anno fa


Edgar Morin – Lo spettro russo e il degrado delle democrazie

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

Di Edgar Morin, il manifesto

Centoquattro anni compiuti l’8 luglio, il sociologo, filosofo e saggista francese di origine ebraica Edgar Nahoum, che ha poi preferito il cognome Morin (scelto durante la Resistenza) è uno dei massimi intellettuali contemporanei. Iniziatore del «pensiero complesso», cui ha dedicato un suo monumentale saggio, ideatore del concetto della «policrisi», fondatore della transdisciplinarietà, la sua ricerca spazia dalla filosofia alla politologia, dalla sociologia del cinema all’epistemologia delle scienze umane fino all’ecologia. Ci ha fatto avere questo articolo originale e inedito che pubblichiamo con grande piacere.


Insensibilmente l’arma nucleare è divenuta un pericolo presente e suscita dibattiti apparentemente sereni, alcuni dei quali assicurano tranquillamente che la terza guerra mondiale è già cominciata, come se non si trattasse di una catastrofe dantesca.

È con stupore che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza.

Si è ciechi rispetto alla grande regressione che prosegue il suo corso planetario, accentuata dalla mondializzazione dell’inizio del secolo, e che ha già prodotto due guerre entrambe internazionalizzate e che minacciano di generalizzarsi.

L’anteguerra del 1940 fu incancrenito dal pacifismo poi collaborazionista, questo lo è dal bellicismo.

Ho spesso segnalato che la storia dell’umanità, divenuta «una» dopo la mondializzazione pur divenendo sempre più diversa e conflittuale, aveva preso, simultaneamente ai suoi progressi scientifici e tecnici, un corso politico ed etico sempre più regressivo.

Due guerre ci assediano ormai. Esse sono internazionalizzate pur rimanendo ancora regionali. Esse aggravano la grande catastrofe ecologica che subisce il pianeta, e un po’ ovunque contribuiscono a questo aggravarsi.

Nello stesso tempo, le angosce che esse provocano al di fuori dei loro territori contribuiscono a questo aggravamento che annichila tutti i tentativi di riassorbimento della crisi ecologica mondiale.
Corsa agli armamenti: escalation o tracollo? L’una e l’altro nello stesso tempo.

È da sottolineare come la mondializzazione economica realizzatasi all’inizio del secolo abbia favorito la disunione delle nazioni e nello stesso tempo le potenze imperiali.

La Russia ha fallito nel suo tentativo di annettere l’Ucraina una volta conquistata. Fino ad ora non ha potuto che occupare pochi territori oltre alle province separatiste russofone, che del resto erano in guerra contro l’Ucraina dal 2014. Non si vede come una pace giusta possa mettere queste province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura e la sua musica.

Come avevo già indicato nel mio libro Di guerra in guerra, la pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina, con garanzie da negoziare (Neutralità protetta? Integrazione nell’Unione europea?).

Dovrebbe confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.000 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea la cui maggioranza è stata deportata da Stalin.

Una tale pace è concepibile fintanto che le forze in conflitto siano più o meno equilibrate e fintanto che nessuna sia costretta alla capitolazione.

Dunque, è ancora possibile nel momento in cui sto scrivendo, ma questa possibilità scomparirà con l’accresciuta internazionalizzazione di questa guerra, e con le escalation che di fatto sono dei tracolli.
La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato.

I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. Lo spettro del pericolo russo ci maschera il pericolo della degradazione in corso delle democrazie europee minacciate dalla possibilità di subire un potere autoritario.

Paradossalmente, le sanzioni hanno favorito l’economia militare russa, che oltre ad aerei, droni, bombe ha ormai un missile che per capacità supera i missili occidentali, perché nelle condizioni attuali non può essere intercettato.

Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato, gli europei contribuiscono alla escalation.

Putin è un tiranno crudele e cinico, ma l’argomento per cui non si potrebbe negoziare con Putin è derisorio da parte di governi che negoziano amichevolmente con il capo di una dittatura totalitaria molto più tentacolare della dittatura Putiniana.

Di fatto i governi occidentali hanno condotto in passato una politica di alleanza con la tirannia zarista e la tirannia staliniana.

E d’altra parte Trump opera una riconfigurazione del dominio americano nella quale la Russia cessa di essere nemica e che è fondata sulla pace americana generalizzata.

I media agitano la minaccia della Russia sull’Europa occidentale. Ma come la Russia, incapace di invadere l’Ucraina, potrebbe invadere l’Europa?

Il grande pericolo è l’aggravarsi costante della crisi dell’umanità che ci conduce alle catastrofi ecologiche, politiche, militari.

Questa crisi comporta la tragedia palestinese, ancor più grave del conflitto ucraino. Israele non ha soltanto conquistato e occupato le terre del popolo palestinese, è in corso la liquidazione di questo popolo martire attraverso l’occupazione totale del suo territorio.

Niente, in questo momento, può contrastare questo processo e noi non possiamo far altro che testimoniare nella impotenza e nella compassione.

Infine, più ampiamente, noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione.

Nell’immagine: Edgar Morin


Iran, se il patto diventa una sconfitta per tre

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

Di Bill Emmott, La Stampa

Durante la lunga e sanguinosa guerra tra Iran e Iraq negli Anni 80, Henry Kissinger aveva quasi l’abitudine di scherzare dicendo di sperare che potessero perdere entrambi. Oggi la comunità internazionale pensa più o meno la stessa cosa nei confronti della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran iniziata nel giugno 2025 con dodici giorni di bombardamenti sugli impianti nucleari iraniani e ripresa il 28 febbraio di quest’anno con un conflitto trilaterale di maggiore intensità. Questa volta, Kissinger e il mondo intero avrebbero ragione: tutte e tre le parti in guerra hanno perso.

Dopo l’8 aprile – quando Usa e Iran hanno concordato un cessate il fuoco che si presumeva dovesse durare due settimane, ma che per il momento va avanti da più di sette – la guerra è scivolata in uno stallo spiacevole che lascia chiuso lo Stretto di Hormuz e ha mandato i prezzi del greggio e di altre commodity alle stelle, perché la chiusura di quella rotta cruciale ne ha ridotto i rifornimenti. Eppure, evidentemente i mercati petroliferi sono giunti alla conclusione che la crisi energetica sta per finire, che un accordo di pace è vicino, visto che il prezzo del greggio sta scendendo di nuovo intorno ai 90 dollari al barile, più del 20% in meno del picco raggiunto a inizio maggio.

La conclusione a cui sono giunti i mercati appare valida, anche se nulla può essere considerato sicuro, tenendo conto della profonda diffidenza tra Iran, Israele e Stati Uniti. Nessuno dei tre Paesi ha la forza di andare avanti a combattere e il duplice blocco di Hormuz, imposto reciprocamente da Usa e Iran, non sta avvantaggiando nessuno. Pertanto, a prescindere da quanto Trump minaccia a gran voce di voler procedere a ulteriori bombardamenti se l’Iran non accoglierà le sue richieste, a prescindere da quanto Israele e i suoi sostenitori americani si stanno lamentando stizziti che i loro obiettivi bellici non sono stati ancora raggiunti, e a prescindere da quanto minacciosamente il regime iraniano sta dicendo di voler riprendere gli attacchi missilistici e con i droni contro i Paesi vicini e le basi americane nella regione, la cosa più probabile è che la guerra sia finita. Quanto meno per adesso.

Il brutale regime teocratico iraniano – che durante le proteste di gennaio ha massacrato decine di migliaia di suoi cittadini – forse pensa di aver vinto semplicemente perché è sopravvissuto. Certo, ha dimostrato di avere molta più resilienza rispetto a quanto si aspettassero americani e israeliani e ha dimostrato di avere riserve di armi più ingenti di quello che si pensasse. Il regime è rimasto integro e al potere, malgrado l’assassinio del suo Leader Supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, e dei suoi vertici. Le proteste popolari contro il regime sono state messe a tacere in parte con la repressione, in parte per l’effetto unificante delle bombe americane e israeliane.

Pur apparendo strategicamente forte, nonostante tutto il regime iraniano è debole sul piano politico ed economico. L’inflazione è molto più alta rispetto a prima della guerra e le prospettive di qualche miglioramento negli standard di vita dipendono in modo decisivo dal raggiungimento della pace. Il programma nucleare di arricchimento dell’uranio tanto sbandierato dal regime forse esiste ancora, in teoria, ma nella pratica molte strutture e materiali sono andati distrutti. Nello stesso modo, il network delle milizie che l’Iran ha finanziato in tutta la regione – in Libano, a Gaza e nello Yemen – restano sostanzialmente intatte ma sguarnite. L’Iran non è in condizione di continuare a combattere.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vorrebbe che la guerra riprendesse. La sua tesi – secondo cui Israele non potrà mai essere al sicuro fino a quando l’Iran sarà governato da un regime teocratico votato alla distruzione di Israele – non è irragionevole. Il suo tentativo di far piazza pulita di quel regime con le bombe americane, però, è fallito. Fondamentalmente, anche il suo stesso governo è arrivato al capolinea. I partiti politici ultraortodossi che sostenevano la sua coalizione si sono ritirati la settimana scorsa nel corso di una discussione che dura da tempo sull’esenzione dalla leva militare degli appartenenti alle loro comunità religiose. Il 20 maggio la Knesset si è sciolta, aprendo così la strada alle elezioni che dovevano svolgersi prima del 27 ottobre e che adesso si pensa che saranno indette a settembre.

Come i suoi nemici a Teheran, Netanyahu è un grande sopravvissuto. Ed è anche spietato. Per nulla intimorito dalla prospettiva delle elezioni, questa settimana ha ordinato nuovi attacchi militari contro Hezbollah in Libano. A dispetto poi dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas a Gaza, imposto da Trump nell’ottobre dell’anno scorso, ha annunciato anche che i soldati dell’IDF espanderanno dal 60 al 70 la percentuale di territorio di Gaza sotto il loro controllo. In ogni caso, tutte queste mosse aggressive non riescono a nascondere il fatto che a Netanyahu restano sempre meno opzioni a disposizione in Iran, se non altro per il momento.

Tutto questo dipende per lo più dal fatto che il suo alleato più importante, lo stesso Trump, è rimasto a corto di opzioni e di supporto nella regione. Tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein od Oman, nessuno vuole la ripresa della guerra. Tutti vogliono esportare il loro petrolio, ricostruire quello che è andato distrutto dagli attacchi iraniani, ricominciare la lunga opera di persuasione su turisti e stranieri benestanti per farli tornare a risiedere nel Golfo.

Sembra chiaro che nessuna delle opzioni militari che gli sono state presentate dai suoi generali si è dimostrata allettante per Trump. Riprendere gli attacchi con bombe e missili permetterebbe di ottenere scarsi risultati, oltre ad assottigliare maggiormente le scorte. L’idea di usare forze di terra per conquistare le isole iraniane o le postazioni difensive lungo la costa oppure, in modo ancora più ambizioso, per cercare di impossessarsi delle scorte residue di uranio arricchito dell’Iran, sarà sembrata troppo rischiosa e costosa. Di conseguenza, l’ultima speranza di Trump è poter ricavare dall’accordo di pace qualcosa che lui possa presentare alla sua base di sostenitori americani come una vittoria.

Che dichiari vittoria è certo, perché questo è quello che fa sempre. La sua dichiarazione, però, sarà assolutamente inconsistente. Quello che i mercati del petrolio si stanno aspettando è un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz, che nessuno vi imponga pedaggi e probabilmente anche l’impegno a estendere il cessate il fuoco di altri 60 giorni.

Una promessa di questo tipo costituirebbe una scadenza insignificante, come dimostra l’estensione attuale dell’originale patto di cessate il fuoco di 12 giorni. In ogni caso, tale promessa servirà a far guadagnare tempo ai negoziati sul programma iraniano di arricchimento dell’uranio, tempo che potrà essere ulteriormente dilatato a sua volta. Il 29 maggio Trump ha detto che avrebbe preso una «decisione definitiva» riguardo all’accordo, ma in verità nessuna decisione definitiva sarà mai possibile fino a quando l’accordo sul nucleare non diventerà chiaro. E, sulla base dei precedenti negoziati sul nucleare tra America, Iran e altri Paesi nel periodo 2013-2015, sappiamo che tale accordo potrebbe richiedere mesi o perfino anni.

I negoziati porteranno a un controllo credibile degli impianti nucleari, le riserve di uranio e le ambizioni nucleari iraniane soltanto se la Cina accetterà di essere coinvolta. La Cina è l’unico Paese a potersi considerare vincente nella guerra 2025-26 tra Stati Uniti, Israele e Iran, soprattutto perché il conflitto ha indebolito gli Stati Uniti in termini pratici e di reputazione, ma anche perché potenzialmente estenderà l’influenza di Pechino in Medio Oriente. Sono cinesi molti degli stranieri benestanti e degli appaltatori che i Paesi del Golfo Arabo vogliono riprendere ad attirare per ricostruire le loro economie.

Per Trump, questa sarà una guerra da dimenticare. La guerra ha fatto svanire le sue speranze di usare i capitali arabi per ricostruire e dare nuova forma a Gaza. Ha messo in evidenza tutta l’impotenza sua e dell’America. Ha peggiorato le prospettive del suo Partito repubblicano nelle elezioni per il Congresso di metà mandato del prossimo novembre. Cosa ancora più sconvolgente per lui e per la sua famiglia, non gli ha nemmeno fatto guadagnare altri soldi. Per quanto ne sappiamo.


Leone XIV e la prima pietra verso la pace

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Prima le prime cose. La prima delle prime cose è la pace. Le altre, a cominciare dalla giustizia, non possono prescinderne. Di tutte siamo comunque tutti e ciascuno responsabili. Nel tempo in cui la guerra diventa “normale”, il papa pone la Magnifica Umanità — titolo della sua prima enciclica — di fronte allo specchio. E la esorta a scegliere: vogliamo «innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme?».

Il vescovo americano di Roma si rivolge con sguardo universale «non solo ai fedeli ma a tutti gli uomini di buona volontà». Urbi et orbi scruta i segni dei tempi sulla scia del Concilio Vaticano II (1962-65), per svolgerlo in avanti. Un giorno ci sarà pure il Vaticano III. Potrà questa enciclica svelarsi prima pietra verso quel traguardo indicibile?

Nei primi mesi di pontificato ci si chiedeva in Vaticano, scherzando non troppo, se qualcuno avesse informato Robert Prevost di essere diventato papa. Siccome nessuno nasce papa, e da sportivo Leone XIV conosce l’importanza dell’allenamento, avrà preso il suo tempo. L’impressione è che l’abbia speso bene. Poi, certo, Trump ha aiutato. Come Attila contribuì a elevare Leone I al grado Magno, così lo sguaiato bellicismo del tycoon ha mobilitato la coscienza del Leone che si voleva Piccolo.

Magnifica Humanitas è annunciata nella stenografia mediatica come enciclica sull’intelligenza artificiale. È molto di più. Il Papa vi inaugura una riflessione sulle «cose nuove» che obbligano ad aggiornare la dottrina sociale della Chiesa, proposta 135 anni fa da Leone XIII nella Rerum Novarum.

Nel 2012 il cardinal Martini stabiliva: «La Chiesa è indietro di 200 anni». Subito dopo papa Francesco denuncerà il peccato del clericalismo. Sul doppio impulso di due gesuiti che più diversi non potevano essere un agostiniano, per tale culturalmente altro rispetto ai seguaci del “generale” di Loyola, si è fissato il compito di salvare la Chiesa dal dissanguamento per scismi. Il Papa taglia corto sul dilemma tradizione/rinnovamento. Preferisce «lasciarsi provocare dalle domande di ogni generazione».

Salvezza della Chiesa e salvezza dell’umanità sono due facce della stessa medaglia. La missione del cristiano è parlare al mondo. Ascoltandolo. Per proporgli una via: la «custodia della persona umana» minacciata dagli abusi inumani dell’intelligenza artificiale.

A occhi laici Magnifica Humanitas appare manifesto politico. Ovvero quel che oggi nessuna politica occidentale propone perché lo sfilacciamento delle legature sociali e il trionfo della disperazione narcisista la negano in radice. Se Leone XIII mediava tra capitale e lavoro, Prevost si schiera per chi lavora contro l’idolatria della finanza. Denuncia il culto dell’algoritmo che vorrebbe ridurre la morale a computazione, lo Stato ai tecno-teologi d’accatto (Musk e Thiel non sono nominati, chi vuol capire capisce) e il mercato a misura di tutte le cose.

Con malizia rivolta contro i tecnocrati uno dei loro idoli, il cattolico Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». Alla faccia dei transumanisti che trasferiscono i loro incubi su di noi per convertirci in ibridi extraterrestri.

Ritorniamo alla prima priorità: la pace. Prevost denuncia la «normalizzazione della guerra». Noi europei rifiutiamo di sedare i conflitti alle nostre porte, ne facciamo anzi motivo di riarmo. Aiutiamo gli altri a scarificarsi per noi in nome di princìpi per i quali non siamo disposti a morire. Informazioni presso ucraini o palestinesi oggi, domani chissà.

Contro l’indifferenza Leone evoca il «sano realismo» del negoziato. Respinge «le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi». Denuncia «un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni». Troppo facile proteggere la pace nostra con le guerre altrui. Soprattutto miope.


Guerra e condizione femminile. Inquietante evoluzione in Russia

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Il movimento russo “Resistenza Femminista contro la Guerra” è attivo dall’inizio del conflitto in Ucraina, con una capillare attività di contro-informazione sulla condizione della donna russa sotto il regime putiniano. La sua attività si svolge in rete ma anche attraverso gruppi informali d’incontro così come per mezzo della diffusione nei quartieri delle città di un bollettino (distribuito nottetempo) nelle caselle della posta dei caseggiati. 

A causa di queste attività militanti, il gruppo è stato condannato dallo Stato russo come “Agenzia Straniera”. Decine di sue attiviste sono state perseguitate penalmente e oltre cento sono state condannate a pesanti multe.  “Resistenza Femminista” con la sua presenza in oltre 40 città della Russia è oggi l’organizzazione dell’opposizione più attiva nel Paese.

«Resistenza Femminista contro la Guerra» redige ogni anno, sin dall’inizio della guerra in Ucraina, dei rapporti sulla situazione delle donne in Russia. Questi rapporti vengono redatti sulla base di informazioni provenienti da fonti aperte (media, centri di ricerca) e segnalazioni inviate al gruppo, per poi essere trasmessi a istituzioni internazionali per la difesa dei diritti umani, come ad esempio l’ONU o il PACE.

Il rapporto 2026 — “I diritti delle donne in condizioni di repressione e militarizzazione” – è di particolare interesse perché mette in luce il tragico peggioramento della condizione della donna in Russia negli ultimi 4 anni.

Uno degli aspetti più inquietanti è la grave restrizione del diritto d’aborto. Una tendenza che vediamo presente purtroppo anche in Europa, ma che in Russia si collega direttamente alla situazione bellica. 

Veniamo così a così a sapere che attualmente in 29 regioni della Federazione Russa vigono sanzioni per “istigazione all’aborto”.

È a febbraio 2026  che il numero di tali regioni è salito a 29 (tra cui i territori ucraini occupati dalla Russia) mentre nel 2025 erano ancora 23.  Da febbraio 2023 a gennaio 2026 il numero di cliniche private che praticano aborti si è ridotto inoltre di circa il 30% (da 2813 a 1961). In 15 regioni della Russia la possibilità di abortire in una clinica privata è ora completamente assente.

Nel 2025, in diverse regioni della Russia sono stati introdotte multe per le studentesse incinte che decidono di non portare avanti la gravidanza. E nel marzo 2026, la Duma di Stato ha proposto l’esclusione totale dalla protezione sanitaria pubblica obbligatoria degli aborti non effettuati su indicazione medica. Si tratta della più ignobile delle restrizioni al servizio socio-sanatario che si possa immaginare. 

Secondo Natalia, una delle redattrici del rapporto, “la situazione è abbastanza chiara: hai 12 settimane per fare una scelta. Devi trovare una clinica — e se non ce n’è una nella tua regione, devi anche trovare i soldi per andare da qualche parte. Aspettare in fila, ascoltare i consigli di tenere [il bambino], poi ti mandano in un posto, quindi in un altro, da qualche parte dal parroco, dallo psicologo, e il tempo stringe. Devi insistere 25 volte e dire: sì, ho fatto questa scelta. Poi la c’è la cosiddetta “settimana di silenzio” e così riesci a malapena ad arrivare alla dodicesima settimana”. 

Un ruolo fondamentale in questa campagna è giocato dalla Chiesa Ortodossa che si sta sempre più fondendo con lo Stato, malgrado le statistiche dimostrino abbondantemente che il divieto di aborto porta a un aumento della mortalità femminile.

Nel 2024, segnala ancora il “Rapporto”, il Ministero della Salute ha vietato la libera vendita di farmaci a base di mifepristone (ovvero la cosiddetta “pillola del giorno dopo”).

Anche la scuola sta facendo la sua parte nel far arretrare la coscienza civile: durante le ore di “Conversazioni sulle cose importanti” (una materia introdotta dal 2023 nelle scuole elementari in cui si propagandano “i valori tradizionali” del putinismo) viene costantemente promossa l’idea che la maternità sia “una missione speciale della donna”. Attualmente questa narrativa nelle scuole offre alle ragazze russe l’unica alternativa al ruolo tradizionale di custode del focolare: quello di patriota che difende eroicamente il proprio Paese. 

Tuttavia, tutte queste restrizioni all’aborto non faranno altro che aumentare i luoghi dove si pratica (a volte pericolosamente) l’aborto illegale e non risolverà certo la crisi demografica russa, alimentata dal decesso massiccio di giovani maschi al fronte, l’alcolismo e il cattivo funzionamento della sanità in molte provincie. 

La mobilitazione e la mortalità sproporzionate nelle repubbliche etniche e nelle regioni remote (Buriatia, Tuva, Daghestan e Kamchatka) hanno fatto sì che sulle spalle delle donne ricadessero compiti che nelle comunità tradizionali erano considerati maschili: ad esempio la raccolta della legna per l’inverno e la riparazione delle abitazioni. In villaggi come Sedanka in Kamchatka e nei piccoli insediamenti della Buriatia, le donne sono diventate le uniche capifamiglia. Nelle regioni con temperature estreme, l’assenza di manodopera maschile trasforma la vita quotidiana in una lotta per la sopravvivenza fisica.

Oltre alla vita domestica, le donne sono costrette ad assumersi la gestione dell’economia tradizionale (allevamento di renne e pesca), che costituisce la principale fonte di sostentamento e reddito. Insomma come nelle società primitive la donna torna ad essere la raccoglitrice-cacciatrice delle società primitive ma senza avere i privilegi tipici delle società matriarcali.

Nel Paese, inoltre, si rafforza l’influenza di associazioni informali reazionarie (ad esempio la “Comunità Russa”), che si assumono le funzioni di “polizia morale” informando cosa è consigliabile o non consigliabile in materia di sesso, contraccezione, vita sociale. 

Il ritorno dal fronte di molti reduci dell’Ucraina, spesso infermi dal punto di vista psichico e facili all’uso di narcotici e alcol, ha accresciuto la violenza sociale e domestica.  “Più di mille donne – segnala ancora Natalia – sono state vittime di crimini violenti commessi dai militari nell’ultimo anno. Spesso questi ultimi non subiscono neppure delle punizioni e, invece di scontare la pena, tornano al fronte”.

Gli uomini che rientrano dal fronte soffrono spesso di disturbi da stress post-traumatico, il che mette a rischio la sicurezza dei loro cari. Inoltre, la Russia ha arruolato in guerra molti condannati per reati violenti. Al ritorno dalla guerra, questi detenuti continuano spesso a perseguitare le loro ex vittime.

L’organizzazione femminista ha coniato uno slogan: “La guerra inizia a casa”. Si presuppone, con molte ragioni,  che se nella società c’è una forte tolleranza verso la violenza, prima o poi questa “traboccherà” all’esterno. Recentemente è stata diffusa l’allarmante notizia che nel 2025 il numero di segnalazioni alla linea telefonica nazionale di assistenza per le donne in materia di violenza domestica è aumentato del 40%. Inoltre è noto che nel 60% dei casi, se un atto di violenza domestica arriva in tribunale, i colpevoli ricevono la pena minima: una multa di cinquemila rubli (circa 50 euro). 

Il ritorno alla più dura discriminazione e violenza verso le donne in un Paese che nel 1918 ebbe il primo ministro donna (Alexandra Kollontay) è anch’esso un inquietante segno di questi tempi.  

Nell’immagine:   Mosca, No alla guerra ! L’arresto di una militante del movimento femminista


Giù le mani dal servizio civile

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

In questo mondo funestato dalle guerre, con governi che si lanciano in piani di riarmo sconsiderati, c’è un dato positivo e rincuorante che riguarda la Svizzera. Lo scorso anno il numero di giovani che ha scelto il servizio civile, rinunciando al militare, è stato il più alto di sempre: 7’211. Ottima notizia, sembra che la propaganda martellante del neoministro della difesa Pfister e dei suoi gallonati a favore della guerra non abbia funzionato.  

Il servizio civile è stato istituito solo trent’anni fa, nel 1996 e, all’inizio, prevedeva un esame di coscienza. Dal 2009 l’interrogatorio è stato abolito ma si chiede sempre ai giovani che scelgono questa strada di compiere più giorni di servizio, 1,5 volte più delle reclute.

Il servizio civile ha avuto in questi anni un discreto successo. E di ciò hanno beneficiato e beneficiano moltissime strutture sociali e ambientali: il servizio civile è un elemento essenziale della solidarietà sociale elvetica. Nel 2025 sono stati svolti quasi due milioni di giorni di servizio a favore di circa 5 mila enti d’impiego. 

Gli ospiti delle case per anziani che non hanno familiari che li sostengono si possono appoggiare ai civilisti che li accompagnano a passeggio o li aiutano nel disbrigo degli impegni giornalieri. Poi ci sono civilisti nelle scuole, negli ospedali, nelle case di cura, nelle aziende agricole. Molti giovani si trasferiscono all’estero per il lavoro umanitario nelle associazioni attive nel resto del mondo come, per esempio, l’associazione per l’Aiuto Medico al Centro America (AMCA).

Non è vero che mancano soldati

Il successo del servizio civile dà fastidio ai gallonati in grigioverde e ai bellicisti che la fanno da padroni a Berna e hanno quindi proposto di rendere più difficle l’accesso. Per questo l’estate scorsa il Parlamento ha deciso di modificare la legge e di indebolire il servizio civile. Il prossimo 14 giugno si vota sul referendum, lanciato dalle sinistre, che si propone di annullare la riforma. Va sostenuto e ogni voto conta!

Non è vero che si stanno mettendo in pericolo gli effettivi dell’esercito. La legge prevede 100 mila militari in servizio attivo. Per garantire il raggiungimento dell’effettivo previsto, tenuto conto dei congedi e delle partenze anticipate, il limite massimo fissato dall’ordinanza sull’organizzazione dell’esercito è di 140 mila militi. A inizio marzo dell’anno scorso figuravano 146’700 militari a disposizione. Dunque, l’esercito supera di 6’700 unità il massimo di soldati prescritto dall’ordinanza. L’Ufficio federale di giustizia ha definito illegale questa situazione. (È noto che l’esercito non brilla in aritmetica!)

Ormai siamo abituati alle bufale del Dipartimento della difesa, l’elenco è lungo: caccia F-35, droni israeliani, pistole, servizi informatici, cyber, contraerea, tutti esempi delle incompetenze elvetiche.

Secondo Consiglio federale e Parlamento, il servizio civile è troppo attrattivo e non viene scelto solo da chi ha problemi di coscienza. Benvenga: rinunciare al militare (o, persino, disertare) è una scelta di coscienza a prescindere! La modifica di legge prevede che “debbano essere prestati almeno 150 giorni di servizio civile anche quando i rimanenti giorni di servizio militare sarebbero pochi, il che rende in tal modo meno allettante l’opzione del passaggio al servizio civile”. Poi si prevede di introdurre il fattore 1,5 anche per ufficiali e sottufficiali che abbandonano l’esercito dopo aver prestato servizio. Vi sono poi altri ostacoli, come l’impossibilità per gli studenti di medicina di formarsi durante il servizio civile e l’obbligo di prestare servizio annuale anche per i civilisti.

Lo scopo del Governo è di ridurre a 4 mila all’anno il numero delle ammissioni.

Non è detto che queste previsioni siano esatte. In ogni caso ridurre il numero di civilisti vuol dire colpire e indebolire quei settori che usufruiscono del lavoro dei giovani che rinunciano al servizio militare. Meno civilisti nelle case per anziani, negli ospedali, nell’agricoltura, nella solidarietà umanitaria e più giovani reclute che  trascorrono inutili mesi a baloccarsi con il telefonino nelle caserme. Per tante strutture che si dedicano alla cura la situazione del personale può diventare critica.

Il servizio civile è socialmente prezioso

Il servizio militare è inutile. Chiedete alle risorse umane delle aziende se preferiscono un giovane che ha fatto la recluta o un civilista che ha un’esperienza sociale o umanitaria e ha acquisito nuove competenze. Non ci sono dubbi. L’esercito svizzero ha perso la fama di un tempo ed è considerato inutile dalle nuove generazioni e dai datori di lavoro. 

Bisogna combattere la nuova legge che rende più difficile l’accesso al servizio civile, anche perché ciò potrebbe essere un primo passo verso un indebolimento di questa alternativa al servizio militare.

In ogni caso, è prevedibile che se si complica la possibilità di accedere al servizio civile, molti giovani sceglieranno la vecchia strada, la “blauen Weg”, facendosi dichiarare inabili grazie a una perizia medica. Il sito del Gruppo per una Svizzera senza esercito (GsOA) offre ottimi consigli per come farsi scartare. Qui, altro scandalo: la tassa imposta a chi è esentato dall’esercito è stata denunciata come illegale dalla Corte Europea dei diritti umani. Nel 2024 tale tassa ha fruttato 167 milioni di franchi alla Confederazione e ai Cantoni. 

Secondo uno studio del Dipartimento della Difesa, molti giovani trovano il servizio civile più utile. La metà degli intervistati lamenta difficoltà con le strutture gerarchiche dell’esercito, umiliazioni, vessazioni e punizioni collettive. 

Rendere l’esercito più attraente è un’operazione impossibile, tanto più per i vertici grigioverdi elvetici che hanno dimostrato di essere incapaci in tutti i loro campi. 

Il 14 giugno va sostenuto il referendum e bloccata l’iniqua modifica della legge sul servizio civile.

Concludiamo ricordando una battuta della “chiacchierata rituale” tra nonno e nipote che Max Frisch scrisse alla vigilia della votazione sull’abolizione dell’esercito, nel 1989. “Dico sul serio, Giona: abolire l’esercito significherebbe che potrebbe nascere un’altra Svizzera. Te lo immagini? Una Svizzera viva e proiettata al futuro. È di questo che si ha paura e per impedirlo… Abbiamo bisogno dell’esercito”.

Scritto per: Quaderni Alternativi nr. 61

Nell’immagine: un civilista mentre presta servizio in una casa per anziani


Rifiuti sanitari tra le tende e i mercati di Gaza

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

Di Eman Abu Zayed, il manifesto

A poche centinaia di metri dall’ospedale Al-Ma’madani, nel centro della città di Gaza, si trova il mercato di Firas, ormai trasformato in cumuli di immondizia, dove i rifiuti sanitari si mescolano a quelli domestici e commerciali e ai detriti delle demolizioni.

I cumuli si estendono per tutto il mercato e tra gli edifici. La città soffoca sotto odori nauseabondi e nuvole di polvere, mentre passanti e venditori continuano la loro giornata respirando il pericolo. Con l’aumento delle temperature estive, questi cumuli si trasformano in focolai di emissioni di metano e ammoniaca, peggiorando la qualità dell’aria e influenzando il clima della piccola città assediata. Le auto ci passano accanto e i bambini si fanno strada tra essi alla ricerca di scarti riutilizzabili.

ALL’ANGOLO di una strada, l’operatore ecologico Mohammed Nasser è seduto sul marciapiede, davanti al suo carrello di metallo pieno di sacchi con l’etichetta «rifiuti sanitari». Dice stanco: «Questi rifiuti non sono normali; contengono aghi, provette per il sangue e sacchi chirurgici. Li raccogliamo ogni giorno in mezzo alla folla e nessuno ci fornisce dispositivi di protezione. Basta una sola puntura a ucciderci».

All’interno di un vicino ospedale, Sahar Suleiman, un’addetta alle pulizie con dieci anni di esperienza, si trova davanti a un corridoio pieno di sacchi della spazzatura, indicando i simboli di avvertenza: «Prima della guerra, smistavamo con cura i rifiuti sanitari, ogni tipo nel proprio contenitore. Oggi mettiamo tutto in un unico sacco perché i contenitori sono scomparsi e le attrezzature sono distrutte. È pericoloso per i pazienti, per lo staff e per la gente fuori».

A pochi metri di distanza, Abu Khaled, un venditore di verdura cinquantenne, dispone la sua merce su un piccolo tavolo di legno, tenendosi un fazzoletto umido sul naso per attenuare l’odore. «Ogni giorno vengono scaricati nuovi sacchi davanti al mercato e marciscono in fretta. I clienti scappano e noi viviamo in mezzo a odori insopportabili. Di notte arrivano i camion e scaricano i rifiuti qui come se fosse una discarica ufficiale».

ACCANTO a lui, il tassista Abu Wael è in piedi vicino alla sua auto bloccata nel traffico e indica i sacchi in mezzo alla strada: «La gente ci cammina sopra, le auto li investono. Se anche un solo sacco contaminato si rompe, il pericolo si diffonde. Questo è in mezzo al mercato, non in un luogo isolato».

È un altro volto della guerra. Con i sistemi di trattamento dei rifiuti sanitari fermi e le attrezzature distrutte, la Striscia di Gaza è diventata un ambiente esposto all’inquinamento e alle epidemie, in assenza di soluzioni sostenibili o di meccanismi di smaltimento sicuri.

Saeed Al-Aklouk, responsabile del monitoraggio delle acque reflue e dei rifiuti idrici presso il ministero della salute, afferma che ciò che sta accadendo può essere descritto solo come un crollo simultaneo a livello amministrativo e ambientale. Riconosce che il ministero ha una parte di responsabilità nell’attuale carenza, ma la collega alla distruzione totale e all’assedio in corso.

Prima della guerra esisteva un sistema integrato per lo smaltimento dei rifiuti sanitari, che prevedeva la raccolta differenziata , lo stoccaggio e il trasporto, per poi concludersi con l’utilizzo di dispositivi a microonde che neutralizzavano le sostanze inquinanti.

OGGI TUTTO QUESTO è crollato: mancano strumenti, risorse e capacità di controllo. «Conosciamo i rischi e ci rendiamo conto che scaricare i rifiuti in fosse improvvisate non è una soluzione, ma è l’unica opzione rimasta in assenza di alternative o di sostegno internazionale», aggiunge.

Questo scarico non isolato comporta il rischio che percolati tossici si infiltrino nelle acque sotterranee, la principale fonte di acqua potabile di Gaza, con il rischio di infertilità del suolo a lungo termine e degrado ambientale.

Prima del conflitto, i consigli di servizio congiunti nelle province di Gaza raccoglievano mensilmente 30-35 tonnellate di rifiuti sanitari dagli ospedali, trattati in dispositivi a microonde per renderli rifiuti sicuri. Ma l’ultima guerra ha distrutto i dispositivi e gli inceneritori di riserva nella zona di Hajar al-Deek, causando un crollo totale della gestione dei rifiuti sanitari.

«Abbiamo perso gli strumenti di smistamento, i sacchi e i contenitori appositi e abbiamo dovuto usare sacchi normali che non rispettano gli standard – dice Al-Aklouk – I rifiuti sono stati seppelliti in fosse profonde tre metri senza isolamento né supervisione, con il rischio di fuoriuscite di sostanze inquinanti nel suolo e nelle acque sotterranee».

IL PERICOLO si estende oltre la città di Gaza. A Khan Younis, nel sud, i rifiuti sanitari si mescolano ad altri rifiuti vicino alle zone residenziali e alle tende che ospitano migliaia di sfollati. Umm Khalil, una donna sfollata dalla città di Gaza, indica un cumulo di rifiuti vicino alla sua tenda: «L’odore è insopportabile e gli insetti sono ovunque. I miei figli hanno avuto eruzioni cutanee e infezioni; il medico ha detto che è colpa dell’aria e dell’acqua inquinate. Viviamo a pochi metri da una discarica».

In assenza di sistemi fognari sicuri, gli effetti si estendono all’aria e all’acqua, aggravando i cicli locali dei cambiamenti climatici e rendendo ogni ondata di caldo o episodio di piogge intense doppiamente pericoloso. A Deir al-Balah è stata allestita una terza discarica temporanea nella zona di Al-Baraka, dove i rifiuti sanitari provenienti dagli ospedali vicini si mescolano a quelli domestici, aumentando i rischi di inquinamento nelle aree densamente popolate.

Il ministero della salute conferma che gli ospedali producono attualmente 35-40 tonnellate di rifiuti sanitari al mese, senza attrezzature di trattamento né discariche ufficiali sicure.

Al-Aklouk avverte che i rifiuti contenenti campioni di sangue, aghi e altri materiali biologici pericolosi si mescolano ora con i rifiuti normali, trasportati in tre discariche temporanee non qualificate: Gaza City, Khan Younis e Deir al-Balah. Mette in guardia contro i raccoglitori di rifiuti che li recuperano per riutilizzarli: «Abbiamo trovato tubi per dialisi lavati e riutilizzati nei bar! L’ambiente è diventato fertile per le epidemie».

Al-Aklouk sottolinea che il ministero non combatte solo i virus o l’inquinamento, ma anche il tempo e il collasso: «Se non agiamo in fretta, Gaza dovrà affrontare una crisi ambientale i cui effetti dureranno per decenni».

GLI ESPERTI considerano la situazione come un microcosmo di un «collasso ambientale a cascata», in cui la guerra provoca emissioni inquinanti e cambiamenti climatici locali difficili da invertire.

Il ricercatore dell’Al-Mezan Center for Human Rights, Bassem Abu Jreij, ritiene che la crisi ambientale vada oltre il fallimento amministrativo, diventando una palese violazione dei diritti umani: «Un ambiente pulito è un diritto fondamentale. Distruggerne le componenti viola il diritto internazionale umanitario. L’occupazione israeliana ha preso di mira direttamente le infrastrutture ambientali e ha bloccato l’ingresso di attrezzature essenziali per il trattamento dei rifiuti, aggravando il deterioramento sanitario e ambientale».

I continui bombardamenti e l’uso prolungato di ordigni esplosivi hanno distrutto le reti idriche, le fognature, le discariche e gli impianti di trattamento, costituendo crimini di guerra ambientali ai sensi del diritto internazionale.

Abdel Rahim Abu Al-Qumbaz, direttore esecutivo del Consiglio dei servizi congiunti per la gestione dei rifiuti solidi a Gaza e nel nord, osserva che il consiglio opera praticamente senza risorse dall’inizio della guerra. «Raccoglievamo circa mille chili di rifiuti sanitari al giorno e li trattavamo con dispositivi a microonde all’avanguardia, ma la guerra ha distrutto tutte le strutture e le attrezzature, interrompendo completamente la raccolta differenziata, il trasporto e il trattamento».

AGGIUNGE: «Cerchiamo, con il personale e gli strumenti rimasti, di evitare disastri ambientali, ma una crisi di questa portata non può essere gestita senza elettricità, carburante e attrezzature. Tutto ciò che facciamo oggi sono misure provvisorie che non garantiscono la sicurezza di nessuno».

I rifiuti a rischio infettivo, come aghi e bisturi, vengono temporaneamente stoccati in magazzini chiusi sotto l’ospedale Al-Rantisi, nella parte settentrionale di Gaza, in attesa di soluzioni internazionali per riavviare il sistema di smaltimento. Abu Al-Qumbaz afferma: «Attualmente, i rifiuti infettivi si mescolano con i rifiuti normali e vengono trasportati in discariche non autorizzate in aree affollate come il mercato di Firas: una situazione ambientale estremamente pericolosa».

L’attivista per i diritti umani Saeed Abdullah sottolinea che l’accumulo di rifiuti sanitari vicino alle zone residenziali minaccia il diritto alla salute, all’ambiente e alla vita: «Lasciare questi rifiuti non trattati viola il diritto a un ambiente sicuro e sano, come sancito dalle risoluzioni delle Nazioni unite e dalle Convenzioni di Ginevra. Oggi, ciò costituisce una minaccia diretta alla vita e alla dignità dei civili».

AVVERTE che l’infrastruttura ambientale distrutta di Gaza aggrava gli effetti dei cambiamenti climatici a livello locale, aumentando le emissioni di gas tossici e l’infiltrazione di percolato nel suolo e nelle acque sotterranee, causando un degrado a lungo termine dell’ecosistema.

Il ministero della salute e i consigli di servizio congiunti, in collaborazione con le organizzazioni internazionali, tentano di fornire nuovi dispositivi o di riavviare il trattamento dei rifiuti sanitari, ma l’assedio, la carenza di carburante e la mancanza di infrastrutture impediscono l’adozione di misure concrete.

A Gaza, la guerra non è più solo una tragedia umanitaria; è una complessa crisi ambientale e climatica. La miscelazione dei rifiuti sanitari con la materia organica genera gas serra, facendo aumentare le temperature dell’aria a livello locale, mentre l’inquinamento si infiltra nelle falde acquifere, minacciando l’equilibrio ecologico della zona costiera.

Con l’assedio che continua ogni speranza di una giustizia climatica che garantisca ai gazawi il diritto a un ambiente sicuro sta svanendo. Qui, la guerra si aggiunge all’elenco dei fattori che determinano il cambiamento climatico, mentre la città inala quotidianamente le sue tossine.

Nell’immagine: una discarica informale di rifiuti a Gaza City


Drone in Romania, incidente annunciato e la Nato sceglie la prudenza: “Rafforzare le difese aeree”

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

Di Claudio Tito, La Repubblica

Evitare l’escalation, rafforzare la difesa aerea e quella anti-droni e poi far crescere il livello della deterrenza. Ma niente di più.

Per alcune ore ieri notte il livello di allarme alla Nato è stato altissimo. Le consultazioni sono state frenetiche. Il Consiglio Atlantico si è riunito di fatto. In un primo momento era stata persino valutata l’opportunità di una risposta proporzionata. Un episodio di questa gravità, infatti, non si registrava da tempo. Ma alla fine il messaggio è stato quello di «continuare a condannare» e nello stesso tempo giudicare l’episodio un «incidente». O meglio un «danno collaterale» della guerra in Ucraina. L’obiettivo, dunque, è di mantenere lo scontro a livello diplomatico e verbale. Andare oltre, del resto, significherebbe accettare il conflitto e ampliarlo. Bucarest ha così convocato l’ambasciatore russo ed espulso il console. Una risposta quasi protocollare.

Ma la situazione è probabilmente peggiore di un semplice «danno collaterale». Anche se tutti i primi rilievi confermano che si è trattato di un «caso». La traiettoria del drone, infatti, è stata monitorata per diversi minuti dalla difesa rumena. Erano consapevoli, cioè, di quel che stava accadendo. E la traiettoria, come quella degli altri 43 oggetti che formavano uno “sciame”, è stata considerata non pericolosa o di impossibile neutralizzazione senza rischi. Insomma colpirlo avrebbe potuto creare più danni: incalcolabile ad esempio il punto in cui sarebbero caduti i detriti: su un centro abitato? E di che dimensione sarebbero stati i pezzi residui? Ma il punto è che quel corridoio aereo che porta in Ucraina è stato violato sistematicamente dai droni russi negli ultimi mesi. È il “binario” migliore per arrivare in quella parte della regione incastonata tra la Moldavia e il Mar Nero.

«La Russia – ha ammesso l’Alta Responsabile per la politica estera Ue, Kaja Kallas – ha smesso da tempo di rispettare i confini». Insomma si tratta di incursioni frequenti e costantemente monitorati dalla Nato senza intervenire. Per altri due motivi: non è possibile attivare sistematicamente la difesa aerea. Troppo costoso adottare questa contromisura considerando che per lanciare uno sciame di droni basta un camion e quindi non è possibile controllare l’area di partenza. Eppoi la rete di sensori volti a individuare questi sistemi autonomi non è ancora sufficientemente sviluppata in Europa (lo è invece in Ucraina) e quindi l’individuazione avviene in ritardo.

Per questo il capo di Stato maggiore rumeno, d’intesa con i vertici della Nato, ha dichiarato che il “target” non era il territorio rumeno. La necessità era quella di abbassare la tensione e non smascherare una debolezza. Per lo stesso motivo è stata avviato un rafforzamento su quel versante della difesa aerea e anche dei sistemi anti-droni. L’Organizzazione atlantica trasferirà parte delle sue attrezzature di difesa aerea in Romania. Una richiesta esplicita del governo di Bucarest. Per lo stesso motivo non è mai stato preso in considerazione il ricorso all’articolo 5 dell’Alleanza – quello che prevede la solidarietà militare – ed è stata solo ventilata l’attivazione dell’articolo 4, quello per le consultazioni volta a stabilire come reagire.

«La Nato – ha avvertito il segretario generale Mark Rutte dopo aver parlato con il presidente rumeno – è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato. Continueremo a rafforzare la nostra prontezza operativa per scoraggiare e difenderci da qualsiasi minaccia, compresi i droni». E ovviamente quello russo viene giudicato un «comportamento sconsiderato». Garanzie fornite anche dall’ambasciatore Usa presso l’Alleanza: «Difenderemo – ha detto Matthew Whitaker – ogni centimetro del territorio Nato».

Ma la paura in Europa è cresciuta così come il timore di continuare ad essere solo un «danno collaterale». L’ipotesi di dialogare con Mosca da ieri si è quindi allontanata ulteriormente. Nominare un inviato ad hoc per negoziare con Putin viene giudicato «inutile» perche il presidente russo non ha alcuna intenzione di trattare. L’Ue sta semmai cercando di accelerare per approvare il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro il Cremlino. «La guerra di aggressione della Russia – ha ammonito la presidente della Commissione Ursula von der Leyen – ha oltrepassato un altro limite».

Nell’immagine: i danni causati dal drone


Dividi, distrai, incassa

Il modello repressivo basilese, ha fatto scuola anche in Ticino, ma il processo in corso sui fatti del 1° maggio 2023 dimostra che questa strategia è destinata al fallimento 

Nel comune dove vivo, i discorsi anti stranieri sono sempre stati portati avanti da quelle persone che, speculando, hanno venduto i terreni dove, altri della stessa cerchia, hanno costruito i palazzi nei quali sono andati ad abitare gli stessi stranieri che danno loro tanto fastidio. 

Nel cantone dove vivo, un imprenditore che voleva la sua fetta di torta negli appalti pubblici ha costruito un movimento politico xenofobo mentre la sua impresa impiegava operai stranieri, i suoi postriboli erano pieni di prostitute e clienti stranieri e le sue narici si rimpinzavano di neve straniera, venduta da stranieri. 

Nello stato dove vivo, un miliardario urbano ha trasformato un piccolo partito di contadini nella più grande forza politica del paese, facendo leva sul sentimento anti stranieri. Contemporaneamente, il miliardario diventava miliardario in gran parte grazie a operazioni finanziarie transfrontaliere, come quando acquistò il capitale di un colosso industriale locale, lo ristrutturò, lo svuotò risucchiandone i dividendi, per poi rivendere il tutto ad interessi stranieri: lasciò un deserto lavorativo, ma rimpinguò per bene le sue tasche.

Oggi ci risiamo, con questo doppio binario dell’incoerenza. L’UDC, lo stesso partito del miliardario di cui sopra, ha lanciato l’ennesima iniziativa xenofoba. Il copione di base, intriso di razzismo, è sempre la stesso: attaccare lo straniero, limitarne i diritti, denunciarne la presenza massiccia, fuori controllo, che mette in pericolo la nostra sacra elvetica identità.
Oggi, quest’esca trita e ritrita è rimasta un po’ nell’ombra. I novelli Schwarzenbach insistono piuttosto sulle difficoltà che gli svizzeri hanno nel trovare alloggio, spostarsi, ottenere un posto di lavoro. Persino le questioni ecologiche, come la cementificazione e la perdita di spazi verdi, trovano inaspettatamente grazia ai loro occhi. Una conversione sorprendente, per un partito che in parlamento è in realtà in prima linea nel rappresentare gli interessi dei tanto vituperati poteri forti: i grandi azionisti, i grandi immobiliaristi, le grandi aziende.
Nonostante le alabarde e il verbo popolar-populista, l’UDC ha infatti sempre votato contro i salari minimi, i trasporti pubblici, le energie rinnovabili, la biodiversità e gli affitti calmierati. Posizioni, queste, che rispecchiano fedelmente i legami con i grandi gruppi d’interesse economici. Secondo i dati di lobbywatch, l’UDC è oggi il primo partito delle lobby padronali e dell’economia, superando il PLR in settori come banche, assicurazioni, industria, costruzioni, trasporti e immobiliare.

Proprio l’immobiliare ci mostra le acrobazie retoriche di questi grandi saltimbanchi della politica. La penuria di alloggi e gli affitti troppo cari, ci dicono, sono colpa dell’immigrazione.
A determinare gli affitti, però, sono i rendimenti immobiliari, il diritto locativo e tutta una serie di aspetti dettati dai grandi proprietari i cui interessi sono rappresentati dai deputati UDC.
Prendiamo il suo più noto rappresentante ticinese, Marco Chiesa, che parla di “affitti fuori controllo” mentre al contempo presiede la sezione ticinese dell’Associazione Proprietari Fondiari e una società il cui scopo è tutelare gli interessi dei proprietari immobiliari.
La stessa dinamica la si vede in altri Cantoni. A Zurigo, dove il presidente dei proprietari fondiari è il consigliere nazionale UDC Gregor Rutz, negli ultimi anni oltre 6000 persone hanno perso la propria abitazione a causa della demolizione di edifici, con gli affitti raddoppiati dopo la ricostruzione. Sulla Limmat, il più grande proprietario immobiliare privato è il miliardario tedesco-svizzero Henning Conle, grande finanziatore del partito tedesco di estrema destra AfD e vicino all’UDC locale.

A livello nazionale, il principale proprietario di immobili è il gruppo assicurativo Swiss Life, che controlla quasi 40.000 appartamenti e, anche in Ticino, continua a costruire e cementificare. Presidente del cda del gruppo, con uno stipendio di 1,2 milioni di franchi annui, è Rolf Dörig, un ex PLR passato all’UDC nel 2023 e oggi grande sostenitore dell’iniziativa che addita gli stranieri come responsabili del caos dell’alloggio.
In Ticino, l’editrice del giornale filo-leghista Mattino della Domenica, Antonella Bignasca, è attiva in sei società immobiliari. Suo marito, che amministra il giornale filo-udc Il Paese, è anch’egli immobiliarista: la sua società gestisce e affitta oltre 1000 oggetti propri, perlopiù in stabili plurifamiliari. 

Funziona così, nel comune, nel cantone, nello stato dove vivo: chi specula sul suolo, cementifica e ti stritola sugli affitti, sono gli stessi che si ergono a difensori del popolo e ti indicano lo straniero come nemico.
Il trucco è vecchio quanto la demagogia: dividi, distrai, e incassa.