L’offerta di Putin, un test per l’Europa

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

A confronto delle precedenti ‘Sfilate della vittoria’, orgogliose parate militari sulla Piazza Rossa, visivamente e simbolicamente sintesi della vittoria contro il nazifascismo, quest’anno Vladimir Putin ha messo in scena una parata militare modesta e sbrigativa. Nessun ospite illustre (come il cinese Xi, che dodici mesi fa primeggiava su una tribuna affollata di leader stranieri), niente carri armati e missili per la prima volta nella storia della cerimonia, un discorso del capo del Cremlino di appena otto minuti. Curiosa rappresentazione per una giornata con cui nelle ultime otto decadi si è sempre voluto esaltare potenza militare, forza politica, compattezza nazionale e valore fondativo della nazione (“la patria russa”, invocata da Stalin, più del comunismo sovietico) il cui tributo di sangue fu in effetti determinante per la sconfitta di Hitler.

Un po’ sorpresi dalle scarne immagini arrivate da Mosca e dai toni poco trionfalistici della cerimonia, in Occidente gli osservatori non hanno immediatamente colto le “aperture” del leader del Cremlino sulla guerra in Ucraina. Primo, “la guerra sta per finire”, ha assicurato Vladimir Putin; e, siccome un’affermazione del genere sarebbe stata semplicemente ripetitiva, lo zar ha indicato nell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder un “mediatore ideale”. È comprensibile lo scetticismo che il nome dell’assai discusso e controverso ex leader socialdemocratico può suscitare nelle cancellerie europee. Schroeder è stato a lungo sul libro paga dell’industria petrolifera russa, e in Germania questa sua scelta lo ha messo in contrasto anche con il suo partito. Che il suo nome sia poi proposto dal capo del Cremlino, più volte difeso dallo stesso ex cancelliere, non può che accrescere dubbi e ostilità. Tuttavia, un’Europa in cerca di un ruolo più risolutivo sulla scena internazionale, a cominciare dal conflitto ucraino, dovrebbe esplorare la serietà dell’offerta russa, ipotizzare comunque un ruolo per Schroeder (convincente anche per Zelensky) al tavolo di una trattativa, e fare semmai una seria contro-proposta, avanzando eventualmente il nome di un altro mediatore fra Mosca e Kiev. In definitiva si tratta di “stanare” la serietà dei propositi putiniani.

Il momento potrebbe rivelarsi favorevole. Infatti, sul piano militare, tutti gli analisti certificano in questa fase maggiori difficoltà per l’esercito russo di fronte alle forze armate ucraine che, riuscendo a produrre in proprio droni e missili efficienti e forse sufficienti, stanno ulteriormente rallentando la faticosa (anche se sanguinaria) avanzata russa. Ciò proprio mentre le difficoltà che gli Stati Uniti incontrano dopo essersi cacciati nella trappola vicino-orientale testimoniano la diminuita capacità di Trump di dettare ovunque la propria volontà militare, e in questo caso di concretizzare il vile progetto di creare un’alleanza con Mosca ai danni di Kiev. E ai danni dell’Europa. Che in questo momento sopporta da sola le spese per la difesa del Paese aggredito. Ora vi è forse un’opportunità politica. Certo tenue. Tutta da verificare. Ma comunque, e con saggezza. Non semplicemente da respingere.

Scritto per la Regione


Galeotti: “Molti in Russia stanchi della guerra. Ora Putin vuole trattare”

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

«La parata della vittoria del 9 maggio a Mosca è stata un’umiliazione per Putin». Così la pensa Mark Galeotti, tra i massimi esperti di Russia nel Regno Unito, 61 anni, di origine italiana e oltre 20 libri pubblicati a tema.

Perché un’umiliazione, Galeotti?

«Perché, in qualche modo, gli ucraini hanno imposto la loro organizzazione in tono minore, dato il timore di attacchi di Kiev. È davvero sorprendente che Mosca si sia sentita così vulnerabile. Se la si paragona con le parate degli anni precedenti, questa è sembrata piuttosto logora. Anche il discorso di Putin non è stato nulla di memorabile, anzi. Certo ci sono stati tanti riferimenti al passato, all’eroismo sovietico, ma nella seconda parte Putin ha parlato della guerra in Ucraina e ha dovuto farlo anche se non aveva granché da annunciare: ha assicurato che la Russia vincerà ma allo stesso tempo che la guerra in Ucraina potrebbe finire presto. Tutte cose di cui avrebbe fatto volentieri a meno».

Perché?

«Perché l’insoddisfazione a Mosca cresce verso Putin e verso questa guerra».

Crede siano le premesse di un colpo di Stato contro lo zar?

«Non credo proprio, almeno al momento. Ma questa guerra in Ucraina oramai ha raggiunto un punto critico per la Russia: le conquiste oramai sono limitate, si rischiano di perdere altre decine di migliaia di giovani soldati, per non parlare delle città che i russi dovranno ricostruire, una volta ottenutone il controllo».

Pensa che Putin sia stanco di questa guerra?

«Non lo so. Ma di certo, in molti intorno al presidente russo si sono stufati di questa guerra, e credo glielo stiano comunicando. Ma non è facile uscire con onore da una situazione così complessa».

Quanto credito dà alla voci di un Putin sempre più paranoico verso un possibile complotto interno al Cremlino contro di lui?

«Sono molto scettico su queste indiscrezioni tramite “fonti di intelligence europea”. Putin è sempre stato paranoico e oramai gli ucraini compiono sabotaggi a Mosca e nel cuore della Russia. Dalle mie fonti non percepisco un golpe imminente contro Putin: come detto c’è tensione, ma nessuno al momento sembra voler rischiare una mossa contro il presidente, soprattutto se ciò mettesse ancora più in pericolo la patria».

Però la credibilità e l’autorità dello zar in questi ultimi mesi ne sono uscite pesantemente ridimensionate, non trova?

«Assolutamente sì. Ovviamente nessuno osa sfidare apertamente Putin sulla guerra in Ucraina, ma chi lo fa, adotta una modalità più subdola. Come ha fatto il partito del presidente, Russia Unita, che parla di “questioni da affrontare” in vista delle prossime elezioni. E c’è un dossier governativo che gira a Mosca che ragiona su come terminare la guerra in Ucraina e venderla come “un trionfo glorioso”. Allo stesso tempo, però, ci sono altri collaboratori di Putin che vogliono aumentare la pressione bellica, per un’altra mobilitazione nazionale che creerebbe grossi problemi interni. Insomma, non è affatto facile trovare la quadra per il presidente. Anche perché Putin non è affatto un decisionista. Spesso si prende molto tempo per giungere a una conclusione, rimanendo nel guado a lungo».

Sempre due giorni fa, però, Putin ha detto che “la fine della guerra è vicina”. La considera una apertura seria?

«Credo che Putin pensi ancora di vincere, perché comunque sul campo è ancora in vantaggio rispetto agli ucraini. Insomma non è disperato, scenderà difficilmente a compromessi, ma allo stesso tempo è felice di negoziare, anche se non direttamente con Zelensky».

Putin ha citato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder come possibile negoziatore tra Russia e Occidente. È credibile?

«Schroeder aveva legami pericolosi con Mosca, secondo me è un personaggio che l’Ucraina non accetterebbe mai, e tantomeno gli europei. Ma certo è il segnale che Putin vuole che il rapporto con il Vecchio Continente torni quello precedente al 2022, contando magari su leader europei più accondiscendenti verso la Russia, per ritornare a quello status quo, con le sanzioni contro Mosca eliminate».

Come crede che finirà la guerra in Ucraina?

«Tutte le guerre sono politiche, oltre che combattute al fronte. Spesso, più che uccidere i soldati nemici, a essere decisiva è la capacità di rompere la fiducia e la forza di volontà degli avversari, mediante sabotaggi e offensive “psicologiche”, e convincendoli che non vale la pena continuare. Così finirà la guerra in Ucraina».


I soldi ci sono

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

La litania la conosciamo, anche se nei confronti internazionali si rivela una mistificazione: lo Stato non ha soldi e quindi bisogna tagliare le spese. Vale per la Confederazione, dove si sta discutendo il “pacchetto di sgravio 27”, e per il Canton Ticino, che propone tagli per finanziare le due iniziative votate dal popolo sulle casse malati.

Per racimolare i milioni necessari per avviare parzialmente l’applicazione delle iniziative si prevedono risparmi per circa 25 milioni di franchi e pari entrate. Fra le vittime dei tagli figurano trasporto pubblico, sostegno ai rifugiati, settore disabili, USI e Supsi. Alle entrate si prevede un supplemento (iniquo e provvisorio) sull’aliquota massima dell’imposta cantonale sulla sostanza (da 0,25 a 0,3 %).

La direttrice del DECS Marina Carobbio ha presentato le misure assieme ai suoi quattro colleghi, ma certo non avrà digerito le proposte di tagli ai più deboli o alle due scuole superiori, sebbene indipendenti dal Dipartimento. Infatti, in occasione dei festeggiamenti per i 30 anni dell’Università della Svizzera italiana, Carobbio si è espressa in modo lapidario ai microfoni RSI: “Dal mio punto di vista penso che nell’ambito delle entrate a livello fiscale sarà necessario agire soprattutto laddove, se posso dire così, i soldi ci sono, pensiamo ai grandi patrimoni che esistono anche nel nostro Cantone”. Certo che si può dire così, è il minimo che ci si possa attendere da una ministra socialista. In Consiglio di Stato accetta di sottostare alla maggioranza borghese, ma fuori si può distanziare. Magra consolazione: ha senso stare in governo così?

Le soluzioni per finanziare l’iniziativa 10% ci sono. Per esempio, il partito socialista aveva indicato tre misure: aumento delle stime immobiliari, ripristino dell’aliquota massima dello 0,35 % sulla sostanza, crescita del moltiplicatore cantonale. In ogni caso tocca a Parlamento e Governo attuare la volontà popolare e in tempi ragionevolmente brevi. La copertura finanziaria può essere rimandata.

“Quello che serve è un cambio di paradigma: – sostiene il professore di economia Sergio Rossi – non dire più ‘quanti soldi abbiamo, quanti ne possiamo spendere’, ma piuttosto calcolare quante risorse occorre raccogliere tramite le imposte affinché i bisogni della popolazione, comprese le imprese, vengano soddisfatti”.

I soldi ci sono e, come sostiene l’economista Christian Marazzi: “L’idea di una tassa di solidarietà sulle grandi fortune è inaggirabile”. In tema gli fa eco un altro collega, Ronny Bianchi: “Invece di intervenire con una maggiore tassazione sui patrimoni (la scusa è sempre che poi i milionari se ne vanno, scusa che non ha nessuna consistenza statistica) si preferisce spolpare ancora un pochino il reddito dei cittadini come ad esempio facendo pagare agli anziani le cure a domicilio”: altra misura vergognosa, in tema di risparmi, partorita dal governo ticinese.

“Tax the rich”, tassare i milionari, è ormai un tema internazionale. Al G20 di Rio de Janeiro del 2024 l’economista francese Gabriel Zucman ha proposto di lanciare una campagna per introdurre una tassa del 2% sui patrimoni dei circa 3 mila miliardari globali.

In Ticino, per i patrimoni più alti, l’imposizione ammonta solo allo 0,25%. Ivo Durisch, capogruppo socialista in Gran Consiglio, da anni propone di correggere l’aliquota sulla sostanza superiore ai 10 milioni di franchi all’1%, ciò che permetterebbe di incassare 200 milioni di franchi al Cantone e ai Comuni. Anche il miliardario Alfred Gantner fa discutere, proponendo una tassazione progressiva della ricchezza: 1% sopra i 200 milioni, 1,2% sopra i 500 milioni e 1,5% sopra un miliardo di franchi.

Nell’immagine: Marina Carobbio ai festeggiamenti dell’USI


Un vecchio spunto valmaggese per una grande scrittrice a corto d’ispirazione

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

Ci sono libri pubblicati da noi (pochi) che trovano riscontro anche oltre confine. Ultimamente è successo più volte alle Edizioni Casagrande di Bellinzona. Le ragioni di questo successo? Certamente la scelta di autrici e autori in grado di attirare l’attenzione, ma anche, molto probabilmente, una buona rete di contatti con uffici stampa, critici e giornalisti dei maggiori quotidiani italiani e dei loro inserti. Il caso più recente è quello di un esile volume,  poco più di 50 pagine, ma firmato da una grande scrittrice americana, Patricia Highsmith (1921-1995). L’autrice è nota in tutto il mondo tra i cultori di noir e thriller: dalla sua penna sono nati personaggi famosi, primo fra tutti Tom Ripley, che compare in 5 suoi romanzi tra il 1955 e il 1991.

Highsmith piace da subito al mondo del cinema. Nel 1950 esordisce con Sconosciuti in treno (Strangers on a Train): non raccoglie grande successo di pubblico, ma viene letto da Alfred Hitchcock che ne trae L’altro uomo. Hitchcock si assicura i diritti per 7’500 dollari (10% dei quali andarono all’agente della scrittrice), senza mai apparire in prima persona nella trattativa.

“Non era un cattivo prezzo per un primo libro, e il mio agente lo ha spinto al massimo. Avevo 27 anni e non avevo nulla alle spalle. Lavoravo come una matta per guadagnarmi da vivere e pagare l’affitto. Non frequentavo l’ambiente del cinema”, dichiarò in un’intervista a Sight and Sound del 1988.

Sul grande schermo, comunque, i racconti e i romanzi della scrittrice americana hanno sempre trovato fortuna: 17 i film tratti da sue opere e firmati da registi di primissimo piano: René Clément, Claude Autant-Lara, Claude Chabrol e i due che secondo me dalla Highsmith hanno tratto il meglio: Wim Wenders (L’amico americano, 1977) e Liliana Cavani (Il gioco di Ripley, 2002).

Nel 1978 Highsmith presiede la giuria internazionale dei Filmfestspiele di Berlino, affiancata, tra gli altri, da Sergio Leone e Theo Angelopoulos. Negli anni ticinesi andrà qualche volta da spettatrice al Festival di Locarno.

Veniamo alla recente pubblicazione commissionatale dal settimanale Le Nouvel Observateur che la pubblicò con il titolo La longue marche hors de l’Enfer. Il testo uscì in tedesco nel 1993 da Diogenes Verlag e ora, tradotto dalla locarnese Maurizia Balmelli, lo possiamo rileggere anche in lingua italiana. Balmelli è una garanzia: lavora con le più importanti case editrici italiane (Mondadori, Adelphi, Einaudi) e ha trasposto nella nostra lingua Cormac McCarthy, Ian McEwan, Colette, Romain Gary, Emmanuel Carrère, Agota Kristóf, Yasmina Reza.

Highsmith è tra gli autori letterari che scelsero a un certo punto della loro vita – siamo nei primi anni ’80 – il Ticino per risiedervi stabilmente: già nel 1963 si era trasferita nel Vecchio Continente (Regno Unito, poi Francia); nei primissimi anni ’80 si insediò dapprima ad Aurigeno, nel 1988 acquista la casa di Tegna, dove vivrà appartata, ma non isolata. Nel bel cimitero di Tegna è anche sepolta. All’Archivio Svizzero di Letteratura Highsmith ha lasciato i manoscritti delle sue opere, ai quali si sono poi aggiunti altri nuclei epistolari che ora consentono di mettere meglio a fuoco anche la sua lunga parentesi valmaggese, iniziata con l’acquisto di una vecchia casa segnalatale dall’amica Ellen Rifkin Hill, che abitava a Cavigliano.

Queste notizie biografiche sono raccontate da Daniele Cuffaro nel prezioso testo che accompagna il racconto e contribuisce a sostanziarne con precisione cornice e contesto. Cuffaro, curatore dei Fondi italiani dell’Archivio, si occupa anche dell’inventariazione del Fondo Highsmith. Giunta in Ticino, la scrittrice fece due acquisti: una VW Derby rossa fiammante (“very strong”, per affrontare le tortuose strade ticinesi, e una macchina per scrivere Smith-Corona, presa al Jelmoli di Locarno, che invece non funzionava affatto e che riporta indietro. Scopre i luoghi, parla con la postina che inizierà a dar da mangiare ai suoi amatissimi gatti, frequenta i grotti definendoli “Un pizzico di vita sociale che qui consiste nel sedersi a cena a un tavolino all’aperto di un ristorante finché ti ritrovi col sedere paralizzato” (19 agosto 1981).

Il rapporto con il Ticino è duplice: la reclusione aperta a pochissimi, le giornate di isolamento in compagnia di centinaia di sigarette,  whisky e gatti, e l’ossessione estiva del turismo, che invade anche i paesini più isolati. Nei suoi Taccuini leggiamo, per esempio: “Non appena il tempo diventa più caldo e soleggiato, sarò circondata dai maledetti turisti – anche se qui non è niente in confronto al turismo che si concentra a Locarno, dove fare la spesa diventa un calvario. È il destino dei bei posti. L’unica salvezza, in Ticino, è un giardino con muro di cinta” (23 marzo 1982).

O ancora: “Qui abbiamo avuto forti nevicate e, dove vivo, agli angoli delle strade c’è ancora parecchia neve. In realtà sto cercando un’altra casa, più soleggiata. Mi piacciono i rustici (…) ma non hanno mai il garage e nemmeno una tettoia per la macchina – e spalar neve, grattare ghiaccio non è divertente” (10 marzo 1986).

Un ruolo centrale in tutta la vicenda lo ha Vivien De Bernardi, americana come lei, residente in Vallemaggia. Highsmith faticava infatti a finalizzare il breve racconto richiestole dal settimanale parigino: “Non fa per me”, scrive il 5 luglio 1988 all’amica Kate Kingsley Skattebøl. Sarà proprio  Vivien  (il cognome è quello di una famiglia patrizia di Lodano che aveva conosciuto, a fine Ottocento, l’emigrazione in California)  a suggerire alla scrittrice alcuni spunti che aveva sentiti raccontare dal suo patrigno.

In pochi giorni, anche con un mese di ritardo, Pat consegna il testo. Qualcuno se ne accorge anche da noi: Il Dovere lo segnalò il 10 agosto 1988 , mentre 7 mesi più tardi ne apparve anche una prima versione italiana, curata da Elda Guidinetti, sul Quotidiano di Silvano Toppi (25 marzo 1989).

Un lungo cammino dall’inferno racconta la storia di Luigi Barba, contadino di Riato (nome di fantasia che nasconde Lodano). Costui venne scomunicato dal parroco dopo un contenzioso su una vigna che la parrocchia rivendicava, ma che la famiglia Barba aveva sempre curato. Una vicenda che potrebbe apparire esile, minima, ma che ne riassume altre assai simili, di cui sono state vittime altre figure di un Ticino periferico, povero, spesso costretto all’esilio anche se non sempre l’emigrazione costituiva una sconfitta o un  fallimento, come bene spiega e sottolinea Giorgio Cheda nel suo recente La storia e l’invenzione dei miti (Edizioni Oltremare, 2025). Come scrive Marco Ostoni recensendo il libro nel Corriere della Sera del 3 maggio 2026, il racconto descrive “un passato dove bastava l’anatema di un prete per sprofondare il malcapitato nell’inferno dell’esclusione sociale”.

Vista dal paesino di Era, Locarno sembrava lontanissima: se ne parlava ”con rispetto e una certa soggezione, neanche fosse Roma o una metropoli simile. A Riato erano in pochi ad averla vista. Si diceva che a Locarno la gente possedesse bei cavalli e carrozze, che ci fossero negozi di alimentari, vestiti e pelletteria, un albergo e perfino una stazione ferroviaria” (p. 11).

Il Monte Ceneri appare insormontabile. Ma Luigi decide di spingersi fino a Lugano per incontrare il Vescovo e chiedere giustizia. “Nessuno in famiglia, e probabilmente nessuno in paese, era mai stato a Lugano. La città era al di là del Monte Ceneri, un passo assediato dalla nebbia e in inverno dalla neve. Nella testa dei bambini, e perfino di Maria, sarebbe anche potuta distar mille chilometri” (pp. 20-21).

Sulle prime, consigliato di rivolgersi a lui da un amico, Luigi sembra titubante e intimorito: “Ebbe la visione di una sacra figura con la talare rossa, distante da tutto. Inaccessibile. «Perché mai il vescovo dovrebbe darmi retta?» «Perché è anche lui un uomo di chiesa. E più importante di Don Nicola! Potresti chiedergli un parere. Non puoi andare avanti così, ti sfinirai. Hai già l’aria sfinita»” (pp. 19-20).

In un incontro di pochi minuti, il presule perdona il contadino che non sopportava l’umiliazione subita dal parroco. La proprietà del modesto vigneto non è più il centro della questione. “Dal punto di vista di Luigi, essere liberati dalle fiamme eterne dell’inferno era più importante di un centinaio di metri quadri di terreno” (p. 29).

Luigi – tramandava il racconto orale di quella vicenda che salvò una Highsmith a corto d’ispirazione, ma costretta a rispettare il contratto firmato con il Nouvel Observateur – “non solo fu l’unico uomo di Riato ad aver visto Lugano, ma il fatto che ci fosse andato a piedi elevava la sua avventura al sovrannaturale. (…) I suoi figli, i sei che gli sopravvissero, godettero la gloria di quelle gesta ben oltre la morte di Luigi. Erano dello stesso sangue di quell’instancabile eroe sovrumano che aveva trionfato sul Monte Ceneri. (…) Maria conservò le sue scarpe consumate per molti anni, finché nel corso di un inverno umido ammuffirono e si dovette buttarle. Fine”.

Nell’immagine: Patricia Highsmith mentre firma i suoi libri (Thomas Werthefrongel, 1988)


Se la civiltà corre verso la catastrofe

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Quando si attraversano epoche di rottura avviene sempre che figure e conflitti tendano ad assumere un significato simbolico. Vi sono momenti di crisi per così dire normali, in cui l’Ordine, la Legge si riassestano o riformano per potersi adattare a mutamenti “locali” di situazione e così resistere e durare. Ma altri nei quali la trasformazione è così sistematica, investe così organicamente tutti gli aspetti della vita, da rendere patetico ogni “riformismo” e da costringere a pensare a nuovi Ordini globali. Credo che la nostra epoca abbia questi caratteri catastrofici. Catastrofe significa letteralmente cambiamento radicale di stato. Non è l’apocalisse, poiché nell’idea di apocalisse vi è il Giudizio divino che mette fine alla storia – e però ci somiglia, ne avverte in qualche modo la tremenda imminenza. E noi, credo, per citare un verso del Faust di Goethe, ci sentiamo, tra lo sgomento e la paura, maturi a un tale Giorno.

Nulla più continua sulle tracce del tempo passato. La Tecnica che irrefrenabilmente sconvolge le nostre forme di vita non è semplicemente una nuova espressione dell’Homo technicus. Essa pone l’uomo stesso, la sua evoluzione biologica, a oggetto del proprio potere di manipolazione e trasformazione. Così un’altra Intelligenza rispetto a quella umana sarà chiamata a programmare istituzioni, comportamenti, la nostra stessa immaginazione. Un’analoga metamorfosi sta terremotando la geopolitica; gli equilibri tra i grandi spazi che avevano caratterizzato il secondo Dopoguerra non reggono evidentemente più. All’affermazione della realtà imperiale cinese occorre aggiungere la crescita dello spazio economico, tecnologico, politico del continente indiano. E la possibilità di giungere a una pace americano-occidentale-israeliana in Medio-oriente dimostra ogni giorno di più, con le guerre e i massacri che costa, la propria radicale infondatezza. O si giunge a un accordo, a una rete di trattati multipolari, che nulla hanno più a che fare con la Yalta di un tempo, oppure, se la follia ci guida a perseguire l’obbiettivo di uno Stato mondiale, l’attuale catastrofe produrrà l’Apocalisse.

E, infine, altro segno dell’epoca di rottura che viviamo: la crisi del Diritto in tutte le sue forme. Nei conflitti e nelle guerre in atto non se ne fa più neppure cenno. Diritto è ormai nient’altro che il “nome” dell’atto in cui realizzo la mia volontà di potere. La legalità, come ha detto un alto esponente della leadership americana, è una cosa che va trattata “tiepidamente”. Non solo non deve cercare di impedire, ma neanche essere d’intralcio all’attuazione del mio progetto. Una Giustizia patriottica è quella che serve, e che cosa significa patria lo decide, di nuovo, chi detiene il potere. Ma non era lo Stato di diritto il valore supremo che noi occidentali offrivano al resto del mondo? quello che pretendevamo anche di esportare?

Discontinuità radicale su tutti i fronti. Nulla resterà come prima. Ripetiamolo, c’è odore di apocalisse. Inevitabile che nello stesso discorso politico emergano tratti e immagini di pregnanza simbolica.

Chi avrebbe mai immaginato un presidente degli Stati Uniti che attacca la Chiesa di Roma? Sbaglieremmo profondamente a derubricarlo come un caso pato-psicologico, limitato alla “maschera” di Trump. Le forme attuali del potere che regolano il sistema economico-finanziario globale, nel suo necessario rapporto con quello politico-militare, non possono non entrare in conflitto con il significato e il ruolo che la Chiesa contemporanea è chiamata, per propria natura, ad assumere. Anzitutto, esso è un ruolo di contenimento o di freno. Per questo aspetto, non si viene a contraddire in quanto tale la pressione irrefrenabile cui ci sottopone il ritmo dell’innovazione, ma certo si denuncia il fatto che l’imperativo dell’indefinito sviluppo non considera i propri effetti, le disuguaglianze che produce, non si traduce in benessere generale.

Il sistema della Tecnica, che si esprime nella crescente simbiosi di economia e politica caratterizzante i grandi spazi imperiali, non tollera queste funzioni di contenimento. Per essi queste rappresentano limitazioni di quella libertà dell’individuo dalla cui fonte, dalla cui inesauribile tensione soltanto vengono ricerche, scoperte, innovazioni. Ogni sforzo va sostenuto per promuoverne l’energia creativa. O la politica assume questo come il proprio fine, o che l’ira Dei possa distruggerla. L’Anticristo è uno Stato mondiale che pretenda di programmare crescita e distribuzione della ricchezza, e ogni Stato che voglia ancora svolgere funzioni di comando sull’Intelligenza che dello sviluppo è l’anima, governarne lo spirito attraverso la sua “lettera”, dell’Anticristo è l’immagine.

Posta così la questione, lo scontro è radicale, poiché attiene al significato ultimo dell’escatologia cristiana. Colui che in prima persona è chiamato a rappresentarla e difenderla non può non denunciare il rovesciamento totale che della figura dell’Anticristo viene fatto da chi ora se ne proclama l’autentico nemico. Anticristo è chi sovverte in toto il senso cristiano della libertà, assumendo il volto del suo difensore e svuotandola dall’interno.

Si profila davvero una lotta sulle “cose ultime”, come avvenne con un altro Papa allo scoppio della prima Guerra mondiale che decise del suicidio d’Europa. La libertà cristiana escatologicamente intesa è quella che obbedisce al “comandamento nuovo”, all’unico comandamento, quello di amore. È quella del samaritano che con gesto assolutamente gratuito cura il nemico mezzo morto sulla sua strada. È quella di chi sa perdonare.

Vi era un potere che ipocritamente sembrava a volte rendere omaggio a questo “comandamento”, e lo tradiva in tutti i modi di continuo. Ora infingimenti e ipocrisie non hanno più corso. È bene che così sia. Lo spirito di ognuno di noi può decidere in chiarezza. Due forme di libertà si confrontano e richiedono questa decisione. La libertà che come limite non ha che il proprio potere. E quella libertà che trascende il proprio stesso potere e riconosce il valore indistruttibile dell’altro e ne ha cura, e con lui vuole pace.


Le ferite morali dei soldati di Israele

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

Di Anna Foa, La Stampa

Un giovane israeliano in visita a Madrid si ferma al Prado davanti ad un quadro famoso di Goya che mostra un uomo con le mani alzate che guarda con gli occhi pieni di terrore i soldati che puntano il fucile su di lui. Improvvisamente, nello sconcerto generale, il giovane comincia a piangere senza più riuscire a fermarsi. Siamo nel 2024 ed è da poco tornato dal servizio militare a Gaza come riservista. Il giovane soffre di quella che recentemente è stata definita in Israele “ferita morale”, un dissidio terribile fra quanto fatto o visto a Gaza e i principi etici in cui ha vissuto fino a quel momento e che lo caratterizzano da civile. Lo racconta, in un ampio articolo su questo tema significativamente intitolato “Mi sono sentito un mostro”, il 17 aprile di quest’anno il giornale israeliano Haaretz. È una storia vera.

Perché a soffrire non sono solo le vittime, i palestinesi in questo caso, sono, anche se non sempre, anche i persecutori. Chi tiene il fucile dalla parte del manico e è stato cresciuto nell’idea che non si debba sparare, almeno non su vittime inermi, vecchi e bambini. I racconti di chi è tornato da Gaza e si è trovato ad affrontare questi fantasmi, sono terribili, e quasi tutti quelli che si raccontano sono in cura presso psichiatri o psicologi. Il dissidio tra quello che hai fatto in questo massacro, o anche a cui non ti sei opposto, e quello in cui hai creduto, che hai assunto come principio in base a cui regolare la tua esistenza, è dilaniante. Festeggiati come eroi, tra chi torna emerge l’idea di essere in realtà mostri. È una sindrome diversa da quella post-traumatica che pure è molto presente tra chi ha vissuto questa esperienza, in cui la cura spinge a dimenticare il trauma dopo averlo affrontato. Qui si tratta di perdonarsi.

Quando si parla di suicidio morale di Israele si pensa anche a questo.A quei ragazzi mandati ad obbedire a ordini ingiusti, ad uccidere civili innocenti, che al loro ritorno si ritrovano soli coi loro fantasmi, in un mondo in cui troppo spesso chi manifesta questo dissidio è accusato di tradimento o di viltà. Perché, anche se certo non si può dire, ammesso che mai sia stato vero, che l’esercito israeliano è il più morale del mondo, resta comunque ancora un esercito di popolo, reso tale dalla frequenza dei richiami in servizio e dalla reputazione di cui, nonostante tutto, ancora gode nella società. Per questo, il termine “genocidio” è tanto difficile da accettare, anche se gli attivisti israeliani che manifestano ogni settimana lo hanno ormai adottato: perché accusa l’esercito, uno dei pilastri della società israeliana.

Allo stesso dissidio tra prassi ed etica appartiene anche il grande aumento dei suicidi verificatosi in Israele dopo il 2023. Quasi l’80% è di soldati o ufficiali impegnati a Gaza. Migliaia di altri soldati soffrono di malattie psichiche. I dati ufficiali tendono ad essere taciuti, per il loro terribile significato: che il governo di Netanyahu non sta solo compiendo un genocidio nei confronti dei palestinesi, ma sta uccidendo l’anima dei suoi figli.

E anche se la definizione di antisemitismo che va per la maggiore anche in Italia, dove dovrebbe essere posta alla base di una nuova legge contro l’antisemitismo in discussione alla Camera, considera antisemita “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”, non posso fare a meno di ricordare le modalità e le motivazioni di una parte almeno dei perpetratori tedeschi dello sterminio degli ebrei, la loro acquiescenza agli ordini, il loro adeguarsi alla volontà genocidaria del gruppo. Forse c’è un filo comune che unisce ovunque, in tutti i contesti, chi spara guardando negli occhi la propria vittima a mani alzate, come nel dipinto di Goya. Non posso che sperare con tutto il cuore che con queste ferite morali si arrivi a ricostituire, sia pure con difficoltà e dolore, la vecchia etica scomparsa o forse una nuova morale di pace e uguaglianza. Non sembra facile, ma chissà!


“Cremare i nigeriani per riempire le buche delle strade”. E il candidato di Farage viene eletto

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

“Non riesco a credere a quanti nigeriani ci siano in città… dovrebbero cremarli tutti e usarli per riempire le buche delle nostre strade!”. A scrivere così online nel marzo 2024 è stato Glenn Gibbins, un candidato di Reform Uk – il partito di Nigel Farage – nella circoscrizione di Sunderland, nel nord inglese. Ebbene, giovedì scorso, alle elezioni amministrative in Inghilterra stravinte proprio da Farage, Gibbins ha ottenuto il seggio da consigliere comunale. Nonostante tutto.

Non solo. Gibbins, eletto nel collegio di Hylton Castle, è travolto di critiche anche perché sono spuntati altri post, pubblicati online dal nuovo consigliere comunale, e poi cancellati come quello sui nigeriani. Vedi i migranti arrivati via mare definiti “un esercito di musulmani che col tempo si rivolterà contro di noi” e “la nostra tolleranza è la più grande arma dei musulmani”. Ma ci sono anche insulti misogini e omofobi, come le presentatrici televisive Mel e Sue marchiate come “le conduttrici lesbiche più grasse, ripugnanti e tristi di sempre”, mentre, durante la partita di rugby Irlanda-Giappone del 2021, avrebbe scritto così di una commentatrice donna: “Vorrei che si limitassero a cucinare, cucire e occuparsi della casa”.

Ma tutto questo non sembra un grosso problema per il partito di Nigel Farage. Il vicepresidente di Reform UK, Richard Tice, ha detto stamani alla Bbc: “Questo weekend stiamo festeggiando il nostro incredibile successo alle elezioni. Ma come ogni partito, abbiamo procedure interne per valutare i casi in cui qualcuno abbia detto o fatto qualcosa di sbagliato. Condanno tutto ciò che è sbagliato e inappropriato. Ma gli elettori hanno già sentito simili campagne diffamatorie e l’atteggiamento sprezzante contro di noi, e come risposta, ciononostante, hanno votato in massa per noi”. Tuttavia, nel pomeriggio Reform UK ha successivamente deciso di sospendere Gibbins dal partito, in attesa delle indagini interne.

La ministra dell’Istruzione del governo Starmer, la laburista Bridget Phillipson, ha risposto definendo l’episodio un esempio “del tipo di razzismo e divisione” che Reform instillerebbe nella politica. Mentre un portavoce del Labour Party ha aggiunto: “È assolutamente grottesco che Reform non riesca nemmeno a condannare apertamente un chiaro episodio di razzismo. Dice molto il fatto che Tice abbia cercato di minimizzare questi commenti. E dice molto il fatto che Nigel Farage si sia rifiutato di rimuoverlo prima come candidato e sia ora felice di averlo come consigliere rappresentante di Reform. Entrambi sono una vergogna”.

Nell’immagine: Glenn Gibbins


Le trombe degli angeli

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

Il Festival organistico internazionale di Magadino è tra le più longeve istituzioni musicali della Svizzera italiana. Un’operazione culturale iniziata nel 1963 grazie all’entusiasmo dell’allora parroco don Aldo Lanini e del maestro Carlo Florindo Semini, all’epoca uno dei responsabili di Radio Monteceneri, che sin dalla prima edizione registrò e diffuse tutti i concerti della rassegna, divulgando in tutta Europa il suo nome.

Per sottolineare l’importanza di questa manifestazione, la cui 64esima edizione si svolgerà dal 30 giugno al 7 luglio prossimi, ripubblichiamo un ricordo di Aurelio Sargenti, apparso nel volume (esaurito) I 30 anni del  Festival internazionale di musica organistica di Magadino 1962-1992, Tipografia Poncioni (1992).


A distanza di tanti anni mi ricordo ancora la fatica che duravo a sostenere le lunghe serate organistiche di Magadino che mi vedevano impiegato prima come non sempre attenta maschera, poi, al chiudersi delle pesanti porte della parrocchiale, come annunziatore muto dei vari brani musicali che l’interprete di turno affrontava: ero io che, appoggiando su un leggio ben in vista i cartelli con i titoli del programma, ritmavo il concerto. Un lungo rosario sgranato con molto impegno ed altrettanto coraggio.

Noi ragazzini vivevamo nell’eccitazione la vigilia, per poi lottare contro il sonno che ci coglieva, assassino!, nel pieno del nostro lavoro. Ma devo confessare che, più della musica, a me interessava cercare, fra la gente che saliva la scalinata che porta alla chiesa, qualche figura conosciuta, autorevole ai miei occhi. Che so: un professore del ginnasio di Bellinzona, il sindaco di Locarno (quello di Magadino no, l’avevo in casa), un onorevole conosciuto o, meglio, intravisto da dietro le spalle di mio padre. A loro volevo sollecitamente andare incontro per un saluto, per offrire un programma… o per marcare il mio territorio? Certo che il Festival mi inorgogliva: il mio paese, in quelle sere, mi sembrava decisamente più mio.

Con qualche organista ho potuto stringere sottili patti di complicità. Abitando a pochi metri in linea d’aria dalla chiesa, riuscivo a sentire le note del Maestro quando provava il giorno prima del concerto: correvo su per le scale imbandierate a festa, su su fino a ritrovarmi faccia a faccia con lui: «Signore mi fa un autografo?».

Ricordo con piacere i sorrisi di Gaston Litaize, per il quale provavo viva ammirazione, non già perché riconoscessi in lui un interprete d’eccezione (così gli addetti ai lavori dicevano), ma per come lui, cieco, riusciva a infilarsi con grande sicurezza in quella angusta scaletta elicoidale che porta in alto, dove si trova l’organo. Come lo faceva cantare! Il cecoslovacco Jan Valach, invece, mi faceva sentire il suono delle trombe e mi diceva che erano quelle degli angeli. (Della musica che si faceva lassù, in cielo, conoscevo solo il rotolio dei tuoni, che mio padre sosteneva essere provocato dagli angeli impegnati in furibonde partite a bocce). E non dimenticherò mai la cordialità del maestro Fernando Germani, lo stesso che, anni dopo, potei riascoltare nelle sequenze introduttive del film L’albero degli zoccoli.

Rimanevo così per diverso tempo, immobile al loro fianco, trattenendo il respiro per non disturbare i loro magici esercizi, nella paura che mi allontanassero. Negli occhi le mani, che sono sempre mani bianche, e che, veloci, correvano sulle tre tastiere fino allo spasimo: forse lo facevano per stupirmi.

Qualcuno mi chiedeva addirittura se avessi un desiderio particolare: «Toccata e fuga di Bach!». (Detto in fretta, anche per via del gioco di parole che a noi ragazzi provocava sempre maliziosi sorrisi d’intesa: toccata… e fuga di Bach! Un po’ come ora pro nobissssssss…).

Insomma subivo il fascino di queste persone e della loro musica che riempiva il vuoto della chiesa. Mi consideravo un privilegiato. Il mio concerto era quello, del tutto privato. E quando tentavo di partecipare il mio entusiasmo allo zio Tin, venivo immediatamente zittito con un secco pof, i è tücc di rüvina organ!

Ora confesso di non essere più un assiduo frequentatore del Festival, preferendo talvolta il mare alle calde serate estive magadinesi. Ma di tanto in tanto mi capita ancora di avere sorde esplosioni d’orgoglio per il mio paese, soprattutto in contesti lontani e sorprendenti. Come nel giugno del 1991, quando con una classe liceale mi trovavo a Trezbnica, in Polonia: Woicek, uno studente di quella città, esagerato melomane, con un italiano imparato sui libretti d’opera volle chiedermi tutto sul “Festival organistico di Magadino in Svizzera!” (Potenza delle registrazioni radiofoniche).

Sì, il Festival è cresciuto assieme a noi. I Magadinesi magari non brilleranno per la loro presenza, ma non togliete loro questa manifestazione: ne soffrirebbero.

Nell’immagine: le canne dell’organo della chiesa di Magadino


Il poeta sindaco e “funzionario”

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita”. Impossibile dimenticare queste parole, mi son rimaste scolpite addosso e mi danno vita: così mi ricordava un amico poeta. E ricordava, quasi con le stesse parole, quanto un singolare, aconvenzionale docente inglese (John Keating), impersonato dal superlativo Robin Williams, diceva in uno straordinario film visto qualche anno prima (era “Dead Poets Society”, da noi “L’attimo fuggente”, del 1989, del regista Peter Weir, Oscar al miglior attore, Williams).

Anche da noi, nel Ticino, ci sono poeti che ci tengono in vita; sono però ignorati o anche snobbati. E neppure la scuola osa proporli o menzionarli.

Silvano Codiroli (1936, nato a Pianezzo) è “poeta che tiene in vita”, da vari anni, in lingua e in dialetto. E un amico d’infanzia, è vero, ma ciò non aggiunge niente a quanto di positivo si può dire di lui e della sua poesia. Che troviamo ne “Il sapore del tempo” (2016) o “Pensieri con le ali” (2025) O anche nella produzione dialettale “Radis” (2024, dal sottotitolo già significativo: “per mia dismentigass da dùva a sémm vegnü). In quest’ultima pubblicazione è perfetto quanto dice nella prefazione uno che se ne intende, Franco Lazzarotto, già direttore delle Scuole Medie e nostro apprezzatissimo attore teatrale: “…ti regala marcate emozioni facendoti sentire e toccare con mano il “nostro” o, se preferite, “nostrano” mondo attraverso un curato linguaggio…che va diritto dalla penna al cuore”.

C’è un elemento in più, una sorta di “plusvalore” (termine da economista, ma che serve a dar l’idea) che affascina in lui: un poeta non astratto, da tavolino, in attesa della Musa, sempre immerso pienamente nella realtà, alle volte dura ed insopportabile, della vita politica-istituzionale o della minuta vita quotidiana. Che riesce però ammirabilmente a conciliare i doveri e i compiti di semplice cittadino, di funzionario, che sono perlopiù aridi, anaffettivi e il mistero o l’incanto della poesia che non riesce mai ad abbandonarlo. Una sorta di miracolo che può solo la poesia. Silvano Codiroli è stato infatti presidente della Regione Valle Morobbia, è stato consigliere comunale, vicesindaco e poi sindaco di Pianezzo per tredici anni; è stato funzionario di Stato per quarant’anni, trenta dei quali nel ruolo di segretario dell’allora Tribunale di espropriazione della giurisdizione sopracenerina. C’è anche un filo di orgoglio (o di meraviglia?) nel constatare che il Ticino riesce anche a “produrre” o ad “ottenere” questo genere di poeti e di poesia.

El spécc da la vita

A guardi un vécc, setà davanti a cà,
cui man in man e in d’un brasc el bastun.
L’è lì tranquill e el vet senza guardà
la gent che pàsa, senza cugnòss nisügn.
A poch a poch el söö el va a scumparì
isnscì cum’è la scàpa la so vìta:
un zichinin da menu tüucc i dì,
cum’è s’el sfuiaréss na margherita.
In da la ragnatela di rügh da la so pèll
ga léngi el so destin e la so storia;
quel ch’el ga avü da brütt ü pür da bèl,
quel che per lü l’è già pasà a la storia.
E a guardà la figüra da quel vécc
ch’el ciapa l’ültim calt dal söö che l’è scapà,
ma par da guardà dent in d’un grant spécc
e ma dumandi: “In la mè vita cus’è che ho cumbinà?

Nell’immagine: Pianezzo


Lustrinelli perde la testa e la panchina occupata da Yakin, ma non per sempre…

Lo zar fa una proposta, l’Europa e Kiev dovrebbero verificare quanto sia seria 

Il Thun che passa direttamente dalla serie B alla vittoria nella massima categoria con un budget di 14 milioni (un alluce di Mbappé) è solo il sesto caso in Europa; la notizia sta facendo il giro del mondo anche se il nostro campionato non è fra i migliori, sicuramente non all’altezza della Nazionale. Lustrinelli ha fatto un ottimo lavoro, è il miglior allenatore svizzero.

Laureato in economia, ha dimostrato di avere notevoli qualità nella gestione della squadra composta da gente scartata da club con risorse finanziare nettamente superiori come Imeri e Bertone (Young Boys) Bamert (Sion) e Rastoder (Grasshoppers). 

Li ha fatti crescere, come sono cresciuti molto Heule e Meichtry che potrebbero arrivare alla Nazionale: insomma, senza offesa (per intenderci soprattutto) ha ‘cavato sangue dalle rape’: insomma non solo la conoscenza del mestiere, che da ex calciatore nessuno ha mai messo in dubbio, ma anche conoscenza della psiche umana: a maggior ragione il suo comportamento che ha portato alla squalifica (non sarà più in panchina in questo finale di campionato) è razionalmente incomprensibile: ma anche persone dal livello intellettuale e personale di Lustrinelli, quando si tratta di avere un certo distacco dall’evento, dall’ineffabile palla del buddista Rinpoche, dimostrano di cadere nell’egocentrismo più infantile, morsi da una tarantola che si aggira a bordo campo e fa salire il sangue al cervello: il fatto (fattaccio) capita nel finale della partita Basilea-Thun sull’ 1–1.
Il pareggio garantirebbe la grande festa, la conquista matematica del titolo.

Senonché tutti perdono la testa: il difensore Bamert, già con Lustrinelli nella nazionale ‘Under 21’, dà uno spintone del tutto gratuito e inutile ad Ajeti e lo manda con il sedere per terra: non appena l’ex nazionale del Basilea, stupito, si alza, viene preso per il collo da Fehr che lo fa ruotare su se stesso: qualche telecronista, peggio ancora qualche tecnico, dirà che Ajeti ha accentuato la caduta. Il problema è che nessuno dice che nel calcio non si usano le zampe. Fehr viene giustamente espulso, il Thun rimane in 10 e perde la partita per 2-1.

Lustrinelli aggredisce verbalmente il ‘quarto uomo’, gli fiata addosso, il labiale indice che l’espulsione non ci sta, non è possibile. Poi passa ad insultare l’arbitro: non è possibile fare una cosa del genere in una partita di tale importanza a pochi minuti dal termine. La sua reazione ricorda quella famosa di Buffon quando accusa l’arbitro di ‘avere un bidone al posto del cuore’ per aver fischiato un rigore contro la Juventus, impedendo al grande portiere di disputare l’ultima finale della sua lunga carriera, magari festeggiando un trionfo. Ma l’arbitro è neutro, non può arbitrare secondo empatia o antipatia nei confronti di nessuno. E dunque ha fatto bene ad espellere Fehr che ha agito in modo infantile, stupido: non mi hai dato la caramella e io mi metto a urlare.

Il comportamento di Lustrinelli fa il paio con quello dell’allenatore del Bayern Vincent Kompany: il belga del Bayern dà in escandescenze per un inesistente fallo di mano di un giocatore del Paris S. Germain: è stato colpito involontariamente da un suo compagno nel tentativo di ‘spazzare’ l’area di rigore alla vecchia maniera (da oratorio). In nessun caso si tratta di un fallo da rigore.

Lustrinelli deve imparare da Yakin ad avere una certa distanza (‘Abstand’) dall’evento. Non può comportarsi come un ‘fan’ (contrazione dall’inglese ‘fanatics’), non può comportarsi come il paranoico Mourinho.

Non resta che appellarsi alla Società Svizzera di Psichiatria e Psicoterapia (SGPP): che cominci a studiare i comportamenti nel gioco del calcio e definisca in modo chiaro certi momenti di follia, di perdita del ‘ben dell’intelletto’ come diceva un famoso esperto di calcio fiorentino.

La terribile sindrome potrebbe essere definita: ‘MORBUS VIRALIS PILA CALCIBUS FERIRE’ dove pila sta per palla, e ferire per colpire, il resto si capisce. Andrebbe bene anche ‘MORBUS VIRALIS PILAM PEDE IMPELLE’, dove pilam sta per palla all’accusativo, pede si capisce e impelle sta per spingere. In ogni caso Lustrinelli sarà il sostituto del sostituto di Yakin se, verosimilmente, chiuderà dopo i Mondiali: a meno che arrivi almeno alle semifinali…

Che ‘Lustri’ si calmi, che non si tolga la giacca in segno di alta offesa, che maturi un po’ come il mespilus germanicus, il nespolo selvatico della Foresta Nera che una volta maturava solo nella paglia, ora sulla pianta già in autunno. Lustrinelli ha solo 50 anni. La prestigiosa panchina rossocrociata lo attende. 

Nell’immagine: Mauro Lustrinelli