La fine dell’egemonia Usa in Medio oriente

IL NUOVO RUOLO DELLA CINA Non siamo davanti a un divorzio tra i paesi del Golfo e Washington, ma a qualcosa di più sottile e più difficile da invertire: la scoperta che esistono alternative, e che conviene coltivarle 

Di Francesca Luci, il manifesto

Quando il 28 febbraio i primi missili Usa hanno devastato la residenza del Leader Supremo della Repubblica iraniana, i megafoni di Washington davano la notizia di un’operazione breve e risolutiva. Dieci settimane dopo, non c’è sul tavolo nessuna conclusione né sul piano militare né su quello diplomatico e non ci sono neanche segni di imminente fine del conflitto. Il bilancio politico per gli Stati uniti si rivela pesantissimo: credibilità erosa, basi militari impraticabili e alleati in fuga.

Pochi giorni, forse meno di una settimana, tutto era pronto: i militari avevano preparato le mappe e i funzionari avevano scelto le parole per annunciare la vittoria. Ogni giorno in più di conflitto è un giorno in cui il mondo aggiorna il proprio giudizio sugli Usa – un giudizio che non torna indietro.
Le basi americane nel Golfo erano lì con un preciso messaggio: non osate attaccare. Per trent’anni la presenza di decine di migliaia di soldati americani nella regione era stata giustificata come scudo, la loro sola esistenza scoraggiava gli avversari dall’attaccare. Ma questa volta non ha funzionato. Il conflitto con l’Iran ha smontato questa certezza in modo brutale. 17 installazioni colpite con danni gravi. 17 attacchi distribuiti su chilometri di deserto. Le basi non solo non hanno funzionato come deterrente, ma hanno trasformato la presenza americana in bersaglio, non in scudo.

Il numero di emergenza dei paesi del Golfo Persico – Arabia Saudita, Emirati, Kuwait – per decenni rispondeva a Washington. Ora si aggiungono nuove voci all’agenda. Pakistan e Turchia offrono capacità militari, Russia e Cina offrono qualcos’altro – l’assenza di condizioni, la promessa di non fare domande. Il logoramento americano non riguarda soltanto la sfera militare. La reputazione diplomatica degli Usa esce dall’odierno conflitto gravemente compromessa. Non siamo davanti a un divorzio tra i paesi del Golfo e Washington, ma a qualcosa di più sottile e più difficile da invertire: la scoperta che esistono alternative, e che conviene coltivarle.

Uno dei principali motivi che impedisce agli iraniani di raggiungere un accordo con gli americani è la carenza di fiducia. Trump ha provato che è capace di schiacciare sotto i piedi qualsiasi accordo, vincolo, regola senza alcuno scrupolo politico o morale. La leadership iraniana chiede un garante credibile per un’eventuale intesa.
Per generazioni gli Stati uniti hanno alzato il telefono e hanno chiamato tutti, anche i nemici nella regione, per essere ascoltati e ricevere obbedienza. Con Teheran quel filo si è spezzato. Pechino lo sta raccogliendo. La Cina – mai coinvolta, mai accusata, mai parte del conflitto – parla all’Iran, parla all’Arabia Saudita e, da quella posizione, può offrire garanzie che Washington non è più in grado di dare. La mediazione non si chiede, si guadagna: e la Cina la sta guadagnando senza sparare un colpo. Per tanti anni nessuno poteva permettersi di essere garante della sicurezza del Medio oriente eccetto gli Usa, non perché gli altri non volessero esserlo, ma perché nessuno aveva i mezzi, la rete, la reputazione per competere. Oggi mille piccoli segni evidenziano che quel tempo sta finendo.

Un accordo firmato altrove, un esercitazione militare con nuovi partner, un ambasciatore ricevuto a Pechino invece che a Washington: in un mondo multipolare il cambiamento non arriva in un giorno. Arriva però in silenzio, mentre qualcuno è ancora impegnato a combattere la guerra che pensava di aver già vinto.

Washington sta cercando di risolvere con la forza il nodo iraniano; paradossalmente, sta consegnando alla Cina la chiave diplomatica della regione. Un risultato che nessun pianificatore di Pechino avrebbe osato sperare, e che nessun analista di Washington avrebbe previsto. Il conflitto con l’Iran non segna necessariamente la fine della presenza Usa in Medio oriente. Ma ne accelera il ridimensionamento, trasformando quello che era un primato esclusivo in una delle tante influenze che si contendono lo spazio regionale. Per un Paese abituato a pensarsi come potenza egemone, è un cambiamento di paradigma difficile da metabolizzare – e ancor più difficile da invertire.

Nell’immagine: Teheran