La fine dell’egemonia Usa in Medio oriente

IL NUOVO RUOLO DELLA CINA Non siamo davanti a un divorzio tra i paesi del Golfo e Washington, ma a qualcosa di più sottile e più difficile da invertire: la scoperta che esistono alternative, e che conviene coltivarle 

Di Francesca Luci, il manifesto

Quando il 28 febbraio i primi missili Usa hanno devastato la residenza del Leader Supremo della Repubblica iraniana, i megafoni di Washington davano la notizia di un’operazione breve e risolutiva. Dieci settimane dopo, non c’è sul tavolo nessuna conclusione né sul piano militare né su quello diplomatico e non ci sono neanche segni di imminente fine del conflitto. Il bilancio politico per gli Stati uniti si rivela pesantissimo: credibilità erosa, basi militari impraticabili e alleati in fuga.

Pochi giorni, forse meno di una settimana, tutto era pronto: i militari avevano preparato le mappe e i funzionari avevano scelto le parole per annunciare la vittoria. Ogni giorno in più di conflitto è un giorno in cui il mondo aggiorna il proprio giudizio sugli Usa – un giudizio che non torna indietro.
Le basi americane nel Golfo erano lì con un preciso messaggio: non osate attaccare. Per trent’anni la presenza di decine di migliaia di soldati americani nella regione era stata giustificata come scudo, la loro sola esistenza scoraggiava gli avversari dall’attaccare. Ma questa volta non ha funzionato. Il conflitto con l’Iran ha smontato questa certezza in modo brutale. 17 installazioni colpite con danni gravi. 17 attacchi distribuiti su chilometri di deserto. Le basi non solo non hanno funzionato come deterrente, ma hanno trasformato la presenza americana in bersaglio, non in scudo.

Il numero di emergenza dei paesi del Golfo Persico – Arabia Saudita, Emirati, Kuwait – per decenni rispondeva a Washington. Ora si aggiungono nuove voci all’agenda. Pakistan e Turchia offrono capacità militari, Russia e Cina offrono qualcos’altro – l’assenza di condizioni, la promessa di non fare domande. Il logoramento americano non riguarda soltanto la sfera militare. La reputazione diplomatica degli Usa esce dall’odierno conflitto gravemente compromessa. Non siamo davanti a un divorzio tra i paesi del Golfo e Washington, ma a qualcosa di più sottile e più difficile da invertire: la scoperta che esistono alternative, e che conviene coltivarle.

Uno dei principali motivi che impedisce agli iraniani di raggiungere un accordo con gli americani è la carenza di fiducia. Trump ha provato che è capace di schiacciare sotto i piedi qualsiasi accordo, vincolo, regola senza alcuno scrupolo politico o morale. La leadership iraniana chiede un garante credibile per un’eventuale intesa.
Per generazioni gli Stati uniti hanno alzato il telefono e hanno chiamato tutti, anche i nemici nella regione, per essere ascoltati e ricevere obbedienza. Con Teheran quel filo si è spezzato. Pechino lo sta raccogliendo. La Cina – mai coinvolta, mai accusata, mai parte del conflitto – parla all’Iran, parla all’Arabia Saudita e, da quella posizione, può offrire garanzie che Washington non è più in grado di dare. La mediazione non si chiede, si guadagna: e la Cina la sta guadagnando senza sparare un colpo. Per tanti anni nessuno poteva permettersi di essere garante della sicurezza del Medio oriente eccetto gli Usa, non perché gli altri non volessero esserlo, ma perché nessuno aveva i mezzi, la rete, la reputazione per competere. Oggi mille piccoli segni evidenziano che quel tempo sta finendo.

Un accordo firmato altrove, un esercitazione militare con nuovi partner, un ambasciatore ricevuto a Pechino invece che a Washington: in un mondo multipolare il cambiamento non arriva in un giorno. Arriva però in silenzio, mentre qualcuno è ancora impegnato a combattere la guerra che pensava di aver già vinto.

Washington sta cercando di risolvere con la forza il nodo iraniano; paradossalmente, sta consegnando alla Cina la chiave diplomatica della regione. Un risultato che nessun pianificatore di Pechino avrebbe osato sperare, e che nessun analista di Washington avrebbe previsto. Il conflitto con l’Iran non segna necessariamente la fine della presenza Usa in Medio oriente. Ma ne accelera il ridimensionamento, trasformando quello che era un primato esclusivo in una delle tante influenze che si contendono lo spazio regionale. Per un Paese abituato a pensarsi come potenza egemone, è un cambiamento di paradigma difficile da metabolizzare – e ancor più difficile da invertire.

Nell’immagine: Teheran 


Sulla piazza Rossa niente missili e carri armati: così si sgonfiano i muscoli del regime

IL NUOVO RUOLO DELLA CINA Non siamo davanti a un divorzio tra i paesi del Golfo e Washington, ma a qualcosa di più sottile e più difficile da invertire: la scoperta che esistono alternative, e che conviene coltivarle 

Di Domenico Quirico, La Stampa

La guerra corrode pazientemente le opere dell’uomo e certe volte, tra quelle cose mezzo digerite, tra quei relitti che hanno perduto l’impronta umana, si stabilisce di colpo un rapporto nuovo, malefico. E se in quel momento qualcuno si trova a passare di là la realtà gli piomba addosso come un fulmine. Una realtà diversa da quella della propaganda: inquietante, un disorientamento totale. Attenzione: non dura mai a lungo, non bisogna fidarsene troppo. Ma contiene certo spiriti sottili di decomposizione.

Parlo della parata per la vittoria del 1945 a Mosca, ieri: la Grande Guerra Patriottica eternamente scritta a caratteri maiuscoli, i suoi ventisette incancellabili milioni di morti. E molti di loro erano ucraini. Apparentemente tutto sembra uguale. Le truppe avanzano a passi pesanti e ritmati, i parà e gli Spetsnaz obelischiformi: sono così ben allineati e compatti che anche se li colpissero, potresti esser certo che resterebbero in piedi sostenendosi l’un con l’altro.

Eppure, eppure manca qualcosa. Non gli ospiti stranieri. Qui sul palco in passato hanno fatto tappa tutti, plaudenti quando Putin era non il nuovo Gengis Khan ma un simpatico fornitore di gas. Dettagli: il Cremlino può accontentarsi di un bielorusso e di un tagico, senza danni.

Contano di più i carri armati i missili i formidabili congegni di guerra meccanici per la prima volta assenti. Scomparse tutte le novità dell’arsenale putiniano, lucide come soprammobili, il carro T-90 i missili iskander i droni. Nulla. Come se la guerra fosse tornata per miracolo a essere soltanto un fatto umano, contassero solo i cuori saldi dei ragazzi che sfilano in uniformi immacolate, e le vittorie fossero un fatto non di mezzi ma di “eroi’’. In fondo di “automi’’ come diceva il barone Alphonse de Custine molto tempo fa dei russi.

Ecco: la giornata più importante dell’anno ha qualcosa di leggermente più rigido del solito, di leggermente più chimico. È troppo silenziosa dentro di sé e non bastano i fragorosi “Urrà” che accompagnano il discorso di Putin e le musiche marziali. Sembra imbalsamata perché non si sfasci. Dopo un attimo che ci si è dentro ti accorgi che è piena di sottintesi. Era forse il fracasso dei grandi dinosauri di acciaio, dei giganteschi bombardieri che sorvolavano la piazza mostrando il ventre lucente che poteva ospitare i congegni della Apocalisse che suggerivano il senso, l’orgoglio, l’arroganza. Teatro, niente altro che teatro, veramente. Ma che teatro. Dei grandi schermi sulla piazza Rossa hanno mostrato in continuazione quelle meraviglie moderne e letali in azione nell’operazione speciale, ma gli organizzatori non hanno previsto che, evocati così, paiono oggetti finti o che appartengono un mondo defunto. Se le sfilate militari diventano museo, allegoria, pura evocazione allora vuol dire che dietro occhieggia funebre il vuoto.

Le parate della vittoria, per chi può vantare vittorie anche se vetuste, funzionano soltanto se la sensazione di potenza è implacabile, presente, reale. Questo è tanto più vero per una autocrazia come la Russia dove da sempre l’uomo non ha nulla a cui legarsi, diritti libertà contropoteri, e non ha altra via d’uscita che identificarsi in valori più locali: Stato, Impero, Potere, Potenza. Che sia lo zar o Stalin, Breznev o Putin, la parata ribadisce più che una antica sanguinosa e gloriosa vittoria la realtà immanente di un potere dal funzionamento carnivoro.

Per questo nel 1941 sulla piazza sfilarono nel gelo le truppe siberiane mentre il cannone tedesco rombava già sulla collina degli inchini: la Russia non si arrende! Marciarono senza fermarsi direttamente sul campo di battaglia.

E poi le immani sfilate della Guerra Fredda, perfino nella epoca delle gerontocrazie stagnanti con sul palco i vassalli non ancora fedifraghi ma i negozi desolatamente vuoti. Eppure gli occidentali, tremebondi, attendevano di veder sfilare davanti al Cremlino le novità che l’arsenale russo metteva in mostra come “memento’’, spremendole dalla miseria del resto. Nell’Urss, che affermava di volere la pace, si parlava continuamente di guerra: le celebrazioni pompose del nove maggio e dell’ottobre, l’evocazione della perfidia tedesca, e per estensione dell’Occidente tutto, ogni 22 giugno, data dell’attacco nazista, il calendario consacrato ogni mese ai difensori della patria all’Armata rossa alle truppe di frontiera alla difesa anti aerea alla marina. Scudo del proletariato mondiale, commandos nella lotta inesausta alla abissale disparità del benessere tra i popoli della terra. Quando ascoltavano una canzone composta verso la fine degli anni sessanta, “dien pobièdy’’, la giornata della vittoria, migliaia di persone scoppiavano a piangere pubblicamente: “Buon giorno mamma/ non siamo tornati tutti/ come sarebbe bello/ correre a piedi nudi nel giardino”.

Per ventisei anni Putin ha atteso ogni anno il nove maggio per ricapitolare tutto questo: la storia russa, la intoccabilità del suo potere personale che richiede complicità e obbedienze ma non la totale resa dell’anima come chi lo ha preceduto, la sua promessa del debutto del Millennio: vi farò diventare di nuovo temuti e potenti.

Nella parata di ieri, che nemmeno la tregua dell’ultima ora voluta da Trump ha salvato dalla molesta suspence dei droni ucraini, pare che quella potenza così evocata e fino a ieri credibile, abbia finito, dopo quattro anni di conflitto vero, per corrompersi: nel contatto con il tempo che passa senza vittoria, con una guerra che sembra diventata abitudine, vecchia fiacca e cattiva. Come se anch’essa chiedesse di essere relegata tra le divinità fuori uso.


Gemelli

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L’apertura di Putin all’Europa: “Il conflitto con Kiev sta finendo, vorrei Schroeder negoziatore”

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Di Polo Brera, La Repubblica

«Il premier slovacco Fico «mi ha detto che Zelensky è pronto a incontrarmi personalmente. Potremo farlo in un Paese terzo, ma solo una volta che sarà raggiunto un accordo per una pace duratura. Credo che il conflitto in Ucraina stia volgendo al termine». Il Putin che non ti aspetti, alla fine di una mini parata in tono minore, ribalta il tavolo riaprendo le porte a un negoziato che pareva naufragato nello stagno.

È già sera quando il presidente russo parla ai giornalisti. Da poco ha incontrato a tu per tu Fico, l’unico leader europeo che quest’anno — dopo essere passato per Kiev — pur non presenziando alla parata è andato a Mosca a deporre un fiore alla tomba del milite ignoto e a incontrare Putin. Una scelta per cui ieri ha ricevuto le critiche del presidente tedesco Merz, ma a Putin consegna il «messaggio» di Zelensky: un incontro che lastrichi la via per la fine della guerra, trasformando la tregua concordata con gli americani fino a lunedì in un prologo di pace come ha auspicato Trump.

Nulla di nuovo sotto le nubi di Mosca: un incontro ad accordo raggiunto è una delle carte che il Cremlino gioca e toglie da tavolo e taschino, tra la delegittimazione di Zelensky e l’ossequio a Trump. Ma in questi giorni di sorprese, dopo la tregua concordata per la prima volta in 50 mesi di massacri, è un nuovo jolly nel mazzo. Durante la parata, Putin aveva dedicato solo un accenno alla guerra in Ucraina rivolgendosi ai soldati russi che «resistono a una forza aggressiva armata e sostenuta dall’intero blocco Nato. E nonostante ciò — aveva detto — i nostri eroi avanzano: la vittoria sarà nostra».

Con i giornalisti sceglie un registro diverso, e apre alla ripresa delle relazioni con l’Europa rimasta alla finestra di ogni negoziato sul conflitto. Mosca, dice replicando alla proposta di dialogo del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, «non ha mai rifiutato» i negoziati con la Ue. Ed esprime anche una preferenza sul ruolo del negoziatore: «Preferirei l’ex cancelliere tedesco Schroeder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano». Per gli sforzi finora fatti da Washington dice di essere «grato», ma aggiunge che la questione «riguarda solo Russia e Ucraina».

Quantomeno si è ripreso i riflettori dopo la mini parata, breve e senza i grandi leader ospiti del passato; senza missili e senza carri armati, ma con i soldati nordcoreani impettiti e, soprattutto, senza incidenti. Nel silenzio della Piazza Rossa, con il saluto alle armi delle fanfare, l’81esimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista è stato ieri un appuntamento in tono minore. Organizzato nel timore di un attacco ucraino ormai non più simbolico.

Sebbene al fronte i russi continuino lentamente a guadagnare terreno, Kiev ha dimostrato di poter colpire a enorme distanza con i droni e i nuovi missili Flamingo. A proteggere la parata è arrivata la diplomazia: venerdì Trump ha annunciato la tregua e stavolta ha tenuto, dopo gli ultimi attacchi prima della mezzanotte di venerdì e nonostante le accuse reciproche di violazioni.

Davanti alle truppe in alta uniforme, compresi i nordcoreani che aiutarono a liberare Kursk, sfilano le limousine cabriolet del ministro della Difesa Belousov e del generale Mordvichev, il comandante delle Forze di terra che guida la Parata. Per la prima volta da anni non c’è la tradizionale sfilata di carri e blindati, di missili e lanciamissili.

«I nostri soldati soffrirono perdite enormi e fecero immensi sacrifici nel nome di libertà dei popoli d’Europa», dice Putin chiedendo un minuto di silenzio per i 27 milioni di sovietici caduti nella Seconda Guerra mondiale. Ma parla a un parterre lontano dagli anni migliori: i presidenti di Kazakhstan e Uzbekistan sono tra i pochi presenti con il fedelissimo bielorusso Lukashenko, i leader di Malesia e Laos, Abkhazia, Ossezia del Sud, e Repubblica serba di Bosnia. Ancora lo scorso anno, con l’Ucraina incapace di colpire efficacemente la Piazza Rossa, c’era il presidente cinese Xi Jinping. Ora è la stessa desolazione del Covid.


La metamorfosi mostruosa della Silicon Valley

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Di , Valigia Blu

Alcune settimane fa l’account ufficiale X di Palantir ha pubblicato il manifesto ufficiale dell’azienda, una sintesi in 22 punti del libro The Technological Republic del CEO Alex Karp e Nicholas Zamiska.

Ho letto il contenuto del post ed è stato esattamente quello che mi aspettavo; qualche anno fa una cosa del genere sarebbe stata considerata trolling o avreste potuto trovarla sulle pagine di The Onion. Ma ormai gli oligarchi occidentali non si preoccupano più di dire certe cose solo a porte chiuse e il loro senso di impunità li sta spingendo a lasciar cadere anche le ultime maschere.

In soldoni, questo manifesto non è solo un sales pitch reazionario indirizzato a Trump e agli ultra conservatori USA, ma l’apice di quella che Timothy Noah definisce la “metamorfosi mostruosa” della Silicon Valley: il passaggio dai garage liberal e idealisti degli anni ’70 a un messianismo oligarchico che vede nell’IA una “Seconda Venuta” da proteggere a ogni costo.

Dietro la retorica dell’hard power e del debito morale si cela la realtà di un investimento privato da 670 miliardi di dollari che non tollera né frizioni democratiche né limiti etici, etichettando ogni tentativo di regolamentazione come un atto di “sabotaggio” contro il progresso. Soprattutto perché la velocità degli investimenti ora è cruciale, altrimenti il castello di carte speculativo crolla.

La tesi di fondo richiama un po’ il realismo capitalista di Fisher: ci dicono che il mondo è brutale, le alternative alla sorveglianza totale sono fantasie per deboli, e che è inevitabile il dover consegnare le chiavi della democrazia a loro. Ma per rendere più chiara la situazione mi sono impegnato per tradurre per noi comuni mortali ogni punto del lungo tweet di Palantir.

  1. “La Silicon Valley ha un debito morale verso il paese che ha reso possibile la sua ascesa. L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo affermativo di partecipare alla difesa della nazione”.
    1. Traduzione per noi: Vendere app per farsi consegnare l’hamburger o fare balletti su TikTok non rende più miliardi come dieci anni fa. I soldi veri ora stanno nei contratti col Pentagono.
    2. La realtà dei fatti: Questa non è una previsione, è il bilancio di aziende come Anduril (fondata da Palmer Luckey, ex Oculus) o della stessa Palantir. Stanno attivamente spostando il baricentro della Valley dal software di consumo agli appalti militari, sviluppando torrette autonome e sistemi di puntamento algoritmico. I sistemi Maeven di Palantir. che integrano l’AI Claude di Anthropic, sono attivamente usati in Iran.
  1. “Dobbiamo ribellarci alla tirannia delle app. L’iPhone è il nostro più grande risultato creativo, se non il coronamento come civiltà? L’oggetto ha cambiato le nostre vite, ma ora potrebbe anche limitare e restringere il nostro senso del possibile”.
    1. Traduzione per noi: Il mercato B2C (quello rivolto ai cittadini comuni) è saturo. Per fare il vero salto di fatturato dobbiamo vendere sistemi di controllo sociale e militare.
    2. La realtà dei fatti: I venture capitalist della cerchia di Peter Thiel stanno dirottando capitali immensi verso il B2G (Business to Government), come evidenziato dalla retorica del libro di Karp. Sanno che il mercato degli smartphone non ha più margini di crescita folli, mentre i budget per la difesa statale e la sorveglianza urbana sono virtualmente infiniti. Stanno letteralmente smettendo di vendere prodotti a noi per vendere noi (e il nostro controllo) agli Stati.
  1. “L’email gratuita non è abbastanza. La decadenza di una cultura o di una civiltà, e in particolare della sua classe dirigente, sarà perdonata solo se quella cultura è capace di fornire crescita economica e sicurezza al pubblico”.
    1. Traduzione per noi: Vi stiamo smantellando il welfare, vi rubiamo i dati, distruggiamo il mercato del lavoro con l’IA, ma vi offriamo in cambio sicurezza e servizi gratuiti. Pieni di pubblicità, profilazione e sorveglianza, ma GRATUITI.
    2. La realtà dei fatti: La retorica della “Smart City” è il cavallo di Troia per questo tipo di progetto. Società come Clearview AI hanno raschiato miliardi di nostre foto dai social per addestrare algoritmi di riconoscimento facciale venduti alle polizie di mezzo mondo, spesso operando in zone grigie o illegali. La narrazione è chiara: rinunciate alla privacy e al diritto di non essere tracciati in cambio di una percezione di sicurezza.
  1. “I limiti del soft power, della sola retorica altisonante, sono stati smascherati. La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più dell’appello morale. Richiede l’hard power, e l’hard power in questo secolo sarà costruito sul software”.
    1. Traduzione per noi: Più guerre, grazie. Dalle guerre ci facciamo i soldi veri. Vedi punto uno.
    2. La realtà dei fatti: Pensate a NSO Group e al suo spyware Pegasus, usato da governi autoritari per spiare giornalisti, dissidenti e politici avversari. Il software come arma geopolitica è già qui. I colossi tech operano ormai come entità sovrane parallele: basti vedere come Elon Musk ha usato Starlink per influenzare tatticamente le operazioni militari in Ucraina, spegnendo o accendendo i satelliti a sua discrezione nonostante le richieste degli ufficiali di Kiev.
  1. “La domanda non è se le armi basate sull’IA verranno costruite; è chi le costruirà e per quale scopo. I nostri avversari non si fermeranno a indulgere in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni militari e di sicurezza nazionale critiche. Loro andranno avanti”.
    1. Traduzione per noi: Volete farvi battere dalla Cina? Non vi basta che quelli stiano già rendendo popolare il socialismo anche qui?.
    2. La realtà dei fatti: Il Pentagono ha già lanciato il progetto “Replicator”, che punta a schierare migliaia di droni autonomi governati dall’IA in tempi brevissimi. Le LAWS (Lethal Autonomous Weapons Systems) stanno bypassando ogni moratoria internazionale. L’industria tech sta usando lo spauracchio della Cina per forzare i governi occidentali a deregolamentare completamente la produzione di armi autonome.
  1. “Il servizio di leva nazionale dovrebbe essere un dovere universale. Dovremmo, come società, prendere seriamente in considerazione l’idea di allontanarci da una forza armata di soli volontari e combattere la prossima guerra solo se tutti condividono il rischio e il costo”.
    1. Traduzione per noi: Una società ampiamente militarizzata è più controllabile. Credevate che Starship Troopers fosse satira? Ovviamente i nostri figli saranno riformati perché sfortuna vuole che quando nasci ricco hai sempre qualche problema di salute incompatibile con la vita militare ma non con i pool party alle Hawaii.
    2. La realtà dei fatti: C’è un’evidente spaccatura di classe. Mentre i tech miliardari come Zuckerberg si costruiscono complessi fortificati sotterranei alle Hawaii e si preparano al collasso sociale, contemporaneamente finanziano think-tank che chiedono una maggiore militarizzazione.
  1. “Se un Marine degli Stati Uniti chiede un fucile migliore, dovremmo costruirlo; e lo stesso vale per il software. Dovremmo, come paese, essere in grado di continuare un dibattito sull’opportunità di un’azione militare all’estero, rimanendo al contempo incrollabili nel nostro impegno verso coloro a cui abbiamo chiesto di mettersi in pericolo”.
    1. Traduzione per noi: Sviluppatori, zitti e programmate. Altrimenti i figli degli altri che abbiamo mandato a farsi sparare addosso ce li avrete sulla coscienza voi. 
    2. La realtà dei fatti: Google ha licenziato in tronco decine di dipendenti che protestavano contro il “Project Nimbus” (un mega contratto cloud per il governo e i militari israeliani). Stessa cosa anni fa con il Project Maven. I vertici della Valley stanno attivamente epurando chiunque all’interno delle aziende chieda valutazioni etiche sullo sviluppo tecnologico.
  1. “I dipendenti pubblici non devono essere i nostri sacerdoti. Qualsiasi azienda che compensasse i propri dipendenti nel modo in cui il governo federale compensa i dipendenti pubblici farebbe fatica a sopravvivere”.
    1. Traduzione per noi: Tagliare la spesa pubblica e spostarla su di noi, che quella collezione di auto vintage non si completerà da sola. E poi, diciamocelo, questi polverosi burocrati fanno troppe domande.
    2. La realtà dei fatti: Il DOGE di Elon Musk è stato il primo esperimento più o meno riuscito di smantellamento dell’infrastruttura governativa con la scusa dell’efficientamento. È stato dannoso sotto molteplici punti di vista ma si incastra benissimo nella visione tech di privatizzazione dei servizi (meno pubblico equivale a più privato) e riduzione dei controlli. Lo snellimento della burocrazia è solo una scusa per rendere i processi di appalto privato meno regolamentati e più rapidi.
  1. “Dovremmo mostrare molta più grazia verso coloro che si sono sottomessi alla vita pubblica. L’eliminazione di qualsiasi spazio per il perdono – un rigetto di qualsiasi tolleranza per le complessità e le contraddizioni della psiche umana – potrebbe lasciarci con un cast di personaggi al timone di cui finiremo per pentirci”.
    1. Traduzione per noi: Smettetela di criticare online quando i miliardari o i politici corrotti fanno cose orribili. Basta con questa cancel culture. E basta anche parlare degli Epstein Files.
    2. La realtà dei fatti: Miliardari come Peter Thiel hanno dimostrato che possono semplicemente distruggere chi li critica (finanziò in segreto cause legali per far fallire la testata Gawker). Oggi, comprano i social network (X/Twitter) o testate giornalistiche intere per controllare la narrazione (come il caso del Washington Post di Bezos), fare cause milionarie alle ONG che denunciano l’odio online e disinnescare ogni tipo di accountability dal basso.
  1. “La psicologizzazione della politica moderna ci sta portando fuori strada. Coloro che guardano all’arena politica per nutrire la propria anima e il proprio senso del sé, che fanno troppo affidamento sul fatto che la loro vita interiore trovi espressione in persone che potrebbero non incontrare mai, rimarranno delusi”.
    1. Traduzione per noi: Non azzardatevi a cercare empatia o senso civico in chi governa. Loro sono lì per fare i nostri interessi, non i vostri, che non sapete neanche cosa volete se non ve lo diciamo noi.
    2. La realtà dei fatti: Questa è la matrice del pensiero “neoreazionario” (NRx) diffuso tra i tech bros, ispirato da ideologi come Curtis Yarvin. Il loro obiettivo dichiarato è superare la democrazia per passare a un modello dove lo Stato è gestito letteralmente come una startup, con un CEO al posto del presidente e cittadini trattati come utenti.
  1. “La nostra società è diventata troppo ansiosa di affrettare, e spesso si rallegra per, la caduta dei propri nemici. La sconfitta di un avversario è un momento per fare una pausa, non per gioire”.
    1. Traduzione per noi: Non gioite quando uno di noi “potenti” viene finalmente beccato o va in bancarotta. Potreste esserci voi al loro posto un giorn… ahahaha ok no, ma ci conviene che continuiate a pensarlo.
    2. La realtà dei fatti: Pretendono compassione istituzionale mentre applicano un capitalismo estrattivo spietato. Amazon ha distrutto il commercio al dettaglio locale, Meta ha devastato l’editoria e l’attenzione collettiva (quella che Cory Doctorow chiama “enshittification”, l’imbarbarimento delle piattaforme). Distruggono concorrenti con pratiche monopolistiche, ma esigono che nessuno applauda quando incappano in un’indagine federale.
  1. “L’era atomica sta finendo. Un’era di deterrenza, l’era atomica, sta finendo, e una nuova era di deterrenza costruita sull’IA sta per iniziare”.
    1. Traduzione per noi: Stiamo progettando il restyling della Guerra Fredda. Abbiamo bisogno di un terrore apocalittico costante per giustificare l’estrazione continua di miliardi di dollari dalle tasse dei cittadini verso le nostre aziende. 
    2. La realtà dei fatti: Personaggi come Sam Altman di OpenAI passano il tempo a rilasciare interviste apocalittiche dicendo che “l’IA potrebbe distruggere l’umanità”, non perché vogliano fermarla, ma perché questa retorica terrorizza i governi. Lo scopo? Spingere gli Stati a firmare contratti multimiliardari in fretta e furia per assicurarsi la “supremazia IA”, mantenendo alte le aspettative dei mercati e le capitalizzazioni che sono l’unica cosa che li tiene in piedi.
  1. “Nessun altro paese nella storia del mondo ha fatto progredire i valori progressisti più di questo. Gli Stati Uniti sono tutt’altro che perfetti. Ma è facile dimenticare quante più opportunità esistano in questo paese per coloro che non appartengono a élite ereditarie rispetto a qualsiasi altra nazione del pianeta”.
    1. Traduzione per noi: Il razzismo sistemico e le disuguaglianze sono invenzioni dei perdenti. Smettetela di lamentarvi, siete già fortunati a vivere nel nostro stesso paese e qualche briciola prima o poi ve la lasceremo. 
    2. La realtà dei fatti: “Il socialismo non ha mai attecchito in America perché i poveri non si vedono come un proletariato sfruttato, ma come milionari temporaneamente in difficoltà” diceva John Steinbeck. Le élite sbandierano le pari opportunità per mantenere l’illusione di una società dove il duro lavoro viene ripagato mentre implementano l’algoritmic management. Nelle logistiche di Amazon o nelle piattaforme gig-economy come Uber, i lavoratori sono gestiti, sanzionati e licenziati da software opachi. Questo sistema non crea “opportunità per chi non ha eredità”, ma ripristina le condizioni lavorative dell’Ottocento, negando ferie, malattia e diritti sindacali dietro il paravento dell’app.
  1. “Il potere americano ha reso possibile una pace straordinariamente lunga. Troppi hanno dimenticato o forse danno per scontato che quasi un secolo di una qualche versione di pace è prevalso nel mondo senza un conflitto militare tra grandi potenze. Almeno tre generazioni – miliardi di persone e i loro figli e ora nipoti – non hanno mai conosciuto una guerra mondiale”.
    1. Traduzione per noi: Abbiamo raso al suolo, destabilizzato, corrotto, asservito e impoverito decine di nazioni per mantenere i nostri privilegi e abbiamo speso miliardi in propaganda corporativa per convincervi che sono privilegi anche vostri. Prego.
    2. La realtà dei fatti: La Silicon Valley ignora volutamente che la transizione tecnologica su cui prospera (dalle batterie EV all’hardware dei server) si basa sull’estrazione intensiva di terre rare, cobalto e litio nel Sud del mondo, spesso attraverso sfruttamento e lavoro minorile. La loro “lunga pace” dipende dalla delocalizzazione strutturale della miseria e dell’impatto ambientale lontano dalle colline californiane.
  1. “La castrazione postbellica di Germania e Giappone deve essere annullata. Aver tolto i denti alla Germania è stata una correzione eccessiva per la quale l’Europa sta ora pagando un prezzo alto. Un impegno simile e altamente teatrale verso il pacifismo giapponese, se mantenuto, minaccerà anche di spostare l’equilibrio di potere in Asia”.
    1. Traduzione per noi: L’Europa e l’Asia stanno comprando troppe poche armi. Dobbiamo assolutamente far saltare i vincoli costituzionali pacifisti di Germania e Giappone. Il Pentagono è una bella fetta della torta ma ci sono . così tante altre torte nel mondo. Ah, e ci servono delle basi vicine alla Cina. Non si sa mai.
    2. La realtà dei fatti: Il pressing lobbistico sulle istituzioni europee è asfissiante. Agenzie come Frontex utilizzano già algoritmi forniti da privati per il pattugliamento dei confini, spingendo verso una vera e propria militarizzazione del Mediterraneo con droni e sensori. La Valley sta forzando i governi europei a smantellare le restrizioni sugli armamenti per aprire un mercato continentale al loro software di difesa.
  1. “Dovremmo applaudire coloro che tentano di costruire dove il mercato ha fallito nell’agire. La cultura quasi ridacchia dell’interesse di Musk per le grandi narrazioni, come se i miliardari dovessero semplicemente rimanere nella loro corsia ad arricchirsi… Qualsiasi curiosità o genuino interesse per il valore di ciò che ha creato viene essenzialmente respinto, o forse si nasconde sotto un disprezzo a malapena velato”.
    1. Traduzione per noi: Lasciate in pace questi poveri miliardari che si sacrificano per immaginare cose che voi poveri non potete e accumulano più ricchezza di quanto potrebbero fisicamente spendere loro, i loro figli e i loro trisnipoti mentre voi avete gli attacchi di panico se si brucia la guarnizione della lavatrice. Haters.
    2. La realtà dei fatti: La fortuna della Silicon Valley si basa perlopiù su bolle speculative. Gli annunci e le promesse sempre disattese di gente come Elon Musk servono a mantenere i mercati in hype e a nutrire le capitalizzazioni e gli investimenti. Con l’IA sta succedendo la stessa cosa e non possono permettersi che la società civile faccia troppe domande o che i legislatori mettano troppe regole, perché se la macchina rallenta i mercati potrebbero percepire che non vale quanto raccontato da loro.
  1. “La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare i crimini violenti. Molti politici in tutti gli Stati Uniti hanno essenzialmente fatto spallucce quando si tratta di crimini violenti, abbandonando qualsiasi sforzo serio per affrontare il problema o assumersi qualsiasi rischio con i propri elettori o donatori nel proporre soluzioni ed esperimenti in quello che dovrebbe essere un disperato tentativo di salvare vite umane”.
    1. Traduzione per noi: Perché privatizzare solo la guerra quando possiamo farlo anche con le forze dell’ordine. Vogliamo usare i quartieri poveri e le minoranze come ambiente di beta-testing per il nostro riconoscimento facciale e per la polizia predittiva. Credevate (di nuovo) che RoboCop fosse satira o Minority Report un racconto ammonitore? Ma siete del mestiere?
    2. La realtà dei fatti: Sistemi di polizia predittiva come PredPol (ora Geolitica) o ShotSpotter sono già stati ampiamente implementati nelle città americane. Il risultato? Hanno creato loop di feedback razzisti: gli algoritmi mandano più pattuglie nei quartieri neri o latini, trovano più micro-criminalità lì perché cercano solo lì, e i bias confermano l’algoritmo. La tecnologia non ha ridotto il crimine, ha solo automatizzato i pregiudizi.
  1. “L’esposizione spietata della vita privata delle figure pubbliche allontana fin troppo talento dal servizio governativo. L’arena pubblica – e gli assalti superficiali e meschini contro coloro che osano fare qualcosa di diverso dall’arricchirsi – è diventata così implacabile che la repubblica viene lasciata con un elenco significativo di vasi vuoti e inefficaci la cui ambizione si perdonerebbe se ci fosse un’autentica struttura di credenze in agguato all’interno”.
    1. Traduzione per noi: I giornalisti fanno troppe domande. Non riusciamo a mettere i nostri tirapiedi al potere perché la stampa scava nei loro conflitti di interesse e nei loro scandali. Loro vogliono solo servire il paese, se poi noi finanziamo le loro fondazioni e incidentalmente i nostri interessi diventano anche quelli del Paese è solo perché siamo inguaribili filantropi che amano la propria terra.
    2. La realtà dei fatti: L’intolleranza verso lo scrutinio pubblico si sta traducendo in progetti di “secessione” fisica e giuridica. Parliamo dei Network States proposti da Balaji Srinivasan o di progetti come “California Forever”: l’acquisto in segreto di migliaia di ettari di terra agricola per costruire città private da zero. Luoghi non soggetti ai governi locali, slegati dalla stampa democratica, in cui i CEO scrivono le proprie leggi.
  1. “La cautela nella vita pubblica che incoraggiamo involontariamente è corrosiva. Chi non dice nulla di sbagliato spesso non dice proprio nulla”.
    1. Traduzione per noi: Vogliamo il diritto inalienabile di dire nefandezze, diffondere disinformazione e propagare idee di due secoli fa senza che ci siano ripercussioni. Ma ecco un video di gatti che fanno kung fu.
    2. La realtà dei fatti: Si mascherano dietro la libertà di parola (free speech) per mantenere attivi gli ideologi organici al loro sistema di potere e per fare cassa. Le piattaforme riabilitano account di estremisti e suprematisti non per idealismo, ma perché la rabbia genera engagement e clic pubblicitari. Parallelamente, le stesse piattaforme non esitano ad assecondare le richieste di censura di governi autoritari (come in India o Turchia) quando c’è in ballo l’accesso a quei mercati.
  1. “La pervasiva intolleranza verso le credenze religiose in certi circoli deve essere contrastata. L’intolleranza dell’élite per le credenze religiose è forse uno dei segni più rivelatori del fatto che il suo progetto politico costituisce un movimento intellettuale meno aperto di quanto molti al suo interno vorrebbero far credere”.
    1. Traduzione per noi: Sappiamo benissimo che conservatori integralisti e fanatici religiosi sono il nostro bacino di utenza perfetto per smantellare i diritti civili e la solidarietà di classe. Sempre sia lodato.
    2. La realtà dei fatti: L’alleanza profana tra i tecno-libertari della Valley e i conservatori reazionari (o i nazionalisti cristiani) è solidissima. Stanno collaborando alla stesura di legislazioni per la sorveglianza sanitaria; ci sono aziende pronte a vendere i dati di geolocalizzazione e di ricerca online alle autorità di quegli Stati che vogliono perseguire penalmente le donne che cercano di abortire. La fede è solo uno scudo per l’autoritarismo digitale.
  1. “Alcune culture hanno prodotto progressi vitali; altre rimangono disfunzionali e regressive. Tutte le culture sono ora uguali. Le critiche e i giudizi di valore sono vietati. Eppure questo nuovo dogma sorvola sul fatto che certe culture e persino sottoculture… hanno prodotto meraviglie. Altre si sono dimostrate mediocri, e peggio, regressive e dannose”.
    1. Traduzione per noi: La diversità ci danneggia perché donne e minoranze in luoghi di autorità compromettono fisiologicamente l’esercizio di potere tradizionalmente bianco, maschile, prevaricatore e violento su cui abbiamo costruito la nostra cultura. Tornate in cucina o nei campi. Non fateci perdere tempo con il vostro woke.
    2.  La realtà dei fatti: Sotto le sigle dell’E/acc (Accelerazionismo Effettivo) e del TESCREAL, sta rinascendo in Silicon Valley un eugenetismo 2.0. Sono movimenti pseudofilosofici abbracciati da investitori miliardari che spingono per il “pronatalismo” tra le élite ricche (facendo figli in provetta per creare una stirpe superiore) mentre ritengono tranquillamente sacrificabili le fasce povere della popolazione globale, ritenute zavorre o al massimo bassa manovalanza.
  1. “Dobbiamo resistere alla vuota tentazione di un pluralismo vacuo e cavo. Noi, in America e più in generale in Occidente, nell’ultimo mezzo secolo abbiamo resistito a definire le culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusione in cosa?”.
    1. Traduzione per noi: Uno stato nazionalista ed etnico assimila maggiormente in controllo sociale e fa più guerre. La diversità crea troppo dibattito e questa cosa ci rallenta.  Non ci serve crescita sociale, ci serve crescita del ROI.
    2. La realtà dei fatti: L’attacco attivo alle politiche DEI (Diversity, Equity, and Inclusion) nel settore tech è ormai sistemico. I licenziamenti di massa degli ultimi due anni hanno colpito scientificamente i dipartimenti etici, quelli per la diversità e i team di sicurezza dell’IA. Non vogliono attriti, non vogliono prospettive “diverse” che possano rallentare il rilascio dei loro prodotti. Per loro, l’inclusione è un fastidioso ostacolo alla massimizzazione del profitto e della sorveglianza.

Nell’immagine: il dott. Stranamore rivive nelle pagine del ‘manifesto’


Yurii Colombo – Un anniversario in tono minore

IL NUOVO RUOLO DELLA CINA Non siamo davanti a un divorzio tra i paesi del Golfo e Washington, ma a qualcosa di più sottile e più difficile da invertire: la scoperta che esistono alternative, e che conviene coltivarle 

Yurii Colombo è il nostro corrispondente da Mosca


L’arroganza del potere

IL NUOVO RUOLO DELLA CINA Non siamo davanti a un divorzio tra i paesi del Golfo e Washington, ma a qualcosa di più sottile e più difficile da invertire: la scoperta che esistono alternative, e che conviene coltivarle 

Come avevo scritto qualche settimana fa a proposito del salario minimo, se una maggioranza politica contraria a un oggetto vuole farlo, ha i mezzi per tirare per le lunghe, tentare di annacquare o cercare scuse anche se il popolo si è espresso chiaramente. Il fair play imporrebbe altro, ma in politica è merce sempre più rara e a prevalere è spesso l’arroganza o il bullismo di chi sa di avere i numeri nel palazzo dalla sua. Sul salario minimo si è trovato un compromesso accettabile e questo scenario è stato evitato, non così sull’applicazione dell’iniziativa 10% in tema di cassa malati, pur trattandosi di una modifica precisa di legge, non di un testo costituzionale ancora da tradurre in norme legali.

Eppure le regole del gioco sono chiare. La prima dice che quando un testo legale è accolto va applicato, senza accampare scuse. Il Consiglio di Stato ha il compito tecnico di farlo e non può abusare del suo potere. Sarebbe ben triste che debba essere un tribunale a ricordarglielo.

La seconda dice che il principio di unità di materia vieta ai promotori di un’iniziativa popolare di mischiare cose senza connessioni dirette, comprese le proposte di più prestazioni sociali e le modalità del loro finanziamento. Non solo non è richiesto, è proprio vietato, su pena di invalidazione di un’iniziativa popolare. I promotori possono indicare nel dibattito come loro vedrebbero la questione della copertura delle nuove spese, ma il principio rimane fermo nel prevedere che del finanziamento si discute dopo. A livello federale sta accadendo con la tredicesima Avs, senza che il Consiglio federale si sia permesso di non mettere in vigore la nuova prestazione, ma in Ticino le cose sono diverse, probabilmente perché fanno difetto quel senso dello Stato e quella minima creanza democratica che Oltralpe sussistono ancora.

Basterebbe questo affinché i tanti cittadini che hanno sostenuto l’iniziativa 10% pretendessero quello che è loro dovuto, senza grandi altre discussioni. Se in futuro si vorrà modificare il sistema democratico obbligando gli iniziativisti a dire in maniera vincolante come finanziare le loro proposte di maggior spese o di minori entrate bene, ma finché le regole non cambieranno sono quelle attuali a valere.

E, cosa non da poco, se si modificherà il sistema dei diritti popolari in questo senso, sarà il popolo a determinarsi sul modo di finanziamento delle iniziative, non certo la maggioranza del parlamento. È proprio su questo punto che la pretesa che sta maturando in Commissione della gestione sull’iniziativa 10% risulta arrogante. Chiedere agli iniziativisti di avanzare in Gran Consiglio una proposta di finanziamento che piaccia a una maggioranza politica che ha sempre avversato l’iniziativa e che in passato più e più volte ha cercato, rimangiandosi poi le proprie decisioni anno per anno, di andare nel senso opposto, significa imporre a chi ha avuto la maggioranza popolare dalla sua una missione impossibile, nel disprezzo palese delle regole vigenti della democrazia diretta.

Di strappi e strattoni ne ho visti tanti in politica, ma questo è uno dei peggiori. Prima che arrivi un giudice a dire basta, prima che le persone che contano sul rispetto del voto popolare si mobilitino per chiedere rispetto, si decida di mettere in vigore quello che deve essere messo in vigore, così si vedrà qual è il vero costo di questo sostegno determinante per tanti ticinesi. Nel frattempo, come si sta facendo a Berna sulla tredicesima Avs, va discusso il finanziamento di questa prestazione accolta dal popolo, ma senza ricatti e senza inventarsi regole inesistenti, valide solo per alcuni.

Scritto per La Regione

Manuele Bertoli, già consigliere di Stato


Il Tennessee cancella l’ultimo distretto nero. «Tornati al ’65»

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Di Luca Celada, il manifesto

Dopo la storica sentenza revisionista con cui la Corte suprema ha abrogato le tutele del voto afroamericano, negli Usa gli eventi stanno precipitando alla vigilia delle primarie: il primo turno delle prossime, cruciali elezioni di mid term il prossimo novembre.

Si profilano sempre più chiaramente i contorni di un’operazione istigata dal presidente e attuata dai repubblicani col concorso del massimo tribunale per destabilizzare il processo democratico.
Lo svuotamento a tutti gli effetti del Voting Rights Act, la legge conquistata negli dal movimento per i diritti civili per porre rimedio all’esautorazione degli Afroamericani negli stati segregazionisti del sud, è stato l’atto finale di un’operazione già in corso con le acrobazie ammnistrative chieste da Trump a stati come Florida e Texas: ridisegnare i contorni dei collegi uninominali per ottimizzar le maggioranze repubblicane nel Congresso. Con mappe che “spalmano” gli elettori in modo “creativo” all’interno dei collegi è possibile così ottenere maggioranze assolute.

IL RITMO FORSENNATO con cui gli stati repubblicani si sono precipitati ad attuare riforme spesso fuori tempo massimo, a volte in circoscrizioni dove il voto per posta era addirittura già avviato, ha dato il senso della portata di una manovra che non si cura più di dissimulare lo spirito antidemocratico e che sta ripiegando il paese sui capitoli più nefasti della propria storia. Nella maggior parte degli stati ex confederati, in particolare, si stanno producendo scene che sembrano uscite da cinegiornali e le lotte per ottenere il diritto di voto sessant’anni fa.

Drammatiche quelle viste in Tennessee in occasione della seduta speciale convocata dal parlamento dello stato per estinguere l’ultimo dei nove distretti elettorali in cui i neri erano ancora in grado di esprimere un parlamentare. Il collegio di Memphis, seconda città a maggioranza afroamericana del paese (dopo Detroit), è stato suddiviso in tutta fretta in tre settori ognuno arbitrariamente accorpato a sobborghi bianchi (in un caso fino a 200 km di distanza) per diluire sufficientemente la popolazione nera e impedire che possa esprimere una maggioranza. Il tipo di operazione comune ai tempi del Ku Klux Klan (associazione fondata nel 1865 proprio in Tennessee), e tutto tornato improvvisamente legale secondo la Corte suprema a maggioranza trumpista.

LA RIFORMA messa all’ordine del giorno in fretta e furia è stata approvato in mezzo a proteste, cori e canti gospel della moltitudine di cittadini che si sono riversati all’interno del parlamento a Nashville. Nel Tennessee i neri sono il 17% circa del totale, il 45% dei cittadini vota democratico. Con il nuovo assetto non avranno nemmeno un rappresentante in parlamento.

IL TUTTO tanto più doloroso in una storica capitale black, la città di Beale Street, di Sun e Stax Records, di Otis Redding, Al Greene e BB King dove ancor più dolorosa è stata la eco delle leggi Jim Crow che si credevano relegate ad una storia vergognosa ma archiviata dopo il movimento in cui era culminata la lotta secolare per un pieno diritto alla cittadinanza, quello di Martin Luther King – il leader che proprio a Memphis era stato assassinato nel 1968. «Sono entrato in aula nel 2026», ha detto Justin Jones parlamentare afroamericano che per protesta fuori dall’aula ha bruciato la bandiera stellacrociata dei confederati. «Quando siamo usciti eravamo tornati al 1965».

PAROLE che hanno descritto il trauma collettivo di una comunità che ha visto svanire in un paio d’ore o i diritti di cittadinanza conquistati con lacrime e sangue da madri, padri e nonni. Prima del Voting Rights Act in tutto il paese vi erano non più di 72 neri eletti agli organi politici. Nel 1980 il numero era salito a più di 1500. Con il nuovo regime i 60 parlamentari neri nel Congresso potrebbero scendere a meno di 40. Tutto regolare e giustificato per un partito Maga apparentemente deciso a giocarsi il tutto e per tutto in quest’anno elettorale, a costo di dar fuoco alla democrazia.

Con la manomissione ormai palese della appare sempre più lampante la crisi di rappresentatività nei sistemi elettorali maggioritari ed intermediati, suscettibili di trucchi giurisdizionali ed escamotage come il collegio elettorale, che permettono di beffarsi di volontà popolari con evidente profitto di un regime post-democratico. «La lotta per controllare il Congresso è una battaglia per la civiltà, il futuro, la sicurezza, l’economia e la forza della nazione»,ha affermato il vice governatore dello stato Randy McNally. «Con questa mappa il Tennessee si unisce alla battaglia».

UNA BATTAGLIA che sembra sempre più chiaramente mirata a ristabilire antiche gerarchie suprematiste e, nel sud degli Usa, ad agitare fantasmi di una dolorosa storia ancora recente. Un’accelerazione promossa dall’amministrazione, dalle legislature Gop e dai tribunali, come quello che in Virginia ha contemporaneamente invalidato il referendum con cui i cittadini di quello stato avevano votato per prendere contromisure.

LE SCENE FUORI dal parlamento di Nashville hanno rimandato a quelle di sbiaditi documentari su Selma e Montgomery, Little Rock e Birmingham, le tappe sanguinose di un calvario nazionale che l’opportunismo repubblicano sembra intenzionato a ripetere. Immagini che hanno restituito quella di un’America sempre più schiacciata sulla propria storia e avvitata in una spirale verso il baratro, ma anche di un attacco frontale ad una comunità nera che, ad esempio contro la “grande deportazione”, era rimasta relativamente ai margini ma che ora promette una nuova mobilitazione politica.

«NON STAREMO in silenzio, nessuno ci azzittirà», ha gridato ancora il parlamentare nero, Justin Jones, che durante le operazioni di voto ha denunciato al megafono i colleghi bianchi come degni discendenti del KKK. «Se credi nella democrazia, devi batterti per essa. Questo razzismo non passerà in silenzio. Le voci nere contano, i voti neri contano. Non torneremo mai indietro!».

Nell’immagine: Klan Girl, Lawrenceburg, Tennessee 1990


È già iniziato il dopo Trump

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Di Stefano Stefanini, La Stampa

Doppia missione compiuta di Marco Rubio a Roma. Con carte molto più deboli in Vaticano che non con l’Italia. Gli Usa hanno più bisogno della, e pochi strumenti di pressione sulla, Santa Sede che non viceversa. Il Soglio Pontificio gioca su tempi lunghi, gli orizzonti di Washington non vanno oltre l’intervallo novembre 2026-28. Con l’Italia ben ha fatto il Ministro Tajani a ribadire che «anche gli Usa hanno bisogno di Italia e Europa» – ha perfettamente ragione – ma nell’immediato l’amministrazione Trump ha la mano nettamente più forte: ruolo ancora indispensabile nella Nato per la difesa dell’Europa; Sostegno all’Ucraina; dazi; conseguenze della guerra in Iran, specie della chiusura dello Stretto di Hormuz, che ricadono sull’Europa ma dipendono da Washington. Rubio poteva ottenere più dall’Italia che non dal Vaticano. Così e’ stato. Ma senza marce indietro neanche dalla Roma al di qua del Tevere.

Nella prima tappa alla Santa Sede il Segretario di Stato si è dovuto accontentare di sorrisi, della cordialità del Papa americano e di un «comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America» accuratamente verbalizzato dalla Sala stampa vaticana. Accompagnato dal costante promemoria di Leone XIV su crisi umanitarie e necessità di «lavorare instancabilmente per la pace». Punto cardinale da cui la rotta vaticana non si scosta di un grado, impermeabile alle sparate di Trump. Il Pontefice l’ha reiterato ieri a Pompei e a Napoli. Con il governo italiano Rubio ha avuto la vita più facile. Italia-Usa riparte di comune accordo – ma senza “ponti”. Quell’ora e mezzo del Segretario di Stato a Palazzo Chigi – colloquio lungo e quindi di sostanza – segnala infatti la reciproca volontà di girare pagina alle divergenze bilaterali delle ultime settimane. Rubio veniva per ricucire, la presidente del Consiglio non voleva certo scoraggiarlo. La chiave di volta è consistita nell’accantonarle per parlare d’altro. Che è tanto. Per esempio, non delle basi ma di quanto l’Italia potrebbe fare per la stabilizzazione in Libano.

Evaporata però l’ambizione italiana a fare da ponte transatlantico nell’era Trump. Richiederebbe che vi si prestasse direttamente il Presidente come fece in passato nei confronti di Giorgia Meloni. Al momento, egli si lancia in altre direzioni. Più se la prende con Leone XIV più obbliga Meloni, come qualsiasi altro leader politico italiano o europeo, a prenderne le distanze. Impossibile vagheggiare ponti se dall’altra parte non c’è neppure una sponda cui agganciarlo. Giocano inoltre fattori obiettivi. Washington non può contare su un appoggio acritico da parte italiana e, parallelamente, Giorgia Meloni non è più pronta a darlo uscendo dall’alveo europeo-occidentale. In una parola: sfiducia. Causa, pure in una parola: Iran.

Per un anno di seconda amministrazione Trump a corrente transatlantica alternata, la premier è stata paladina instancabile e inossidabile dei rapporti Europa-Stati Uniti – ricordiamo la coraggiosa, anche contro corrente intervista al Financial Times di circa un anno fa pur subendo dazi, Groenlandia, amicizia Donald-Vladimir a spese di Volodymyr. Ma la guerra all’Iran ha fatto traboccare il vaso. Di Donald Trump non ci si può fidare perché mette nei guai anche amici e alleati. Senza darsi la minima pena non solo di consultarli ma neppure di avvertirli. Dopo aver rotto il vaso dice a loro di raccogliere i cocci. Il disastro della chiusura di Hormuz è stato causato dalla guerra per scelta di Trump, subito dall’Europa e dal resto del mondo. Il Presidente americano chiede agli alleati di farsene carico salvo accusarli di ignavia per non intervenire. Giorgia Meloni ne trae due conclusioni: con Trump è indispensabile procurarsi una contro assicurazione; la polizza si sottoscrive solo in Europa.

La visita di Rubio non bastava a fargli cambiare idea. Anzi. Egli non è stato in grado di indicare se nel Golfo la via d’uscita sia in vista, come e quando. Gli avrebbe detto: «vedremo…. spero davvero in una proposta seria da parte loro». Un po’ poco da chi cumula la carica di Segretario di Stato con quella di Consigliere alla Sicurezza Nazionale – mai successo se non a Henry Kissinger per quattordici mesi. Ma onesto. Rubio non sa cosa Teheran risponderà ai quattordici punti in una pagina americani. Ci saranno forse divisioni all’interno della dirigenza – fra teocrazia più pragmatica e Guardie Rivoluzionarie più intransigenti? – ma è chiaro che gli iraniani giocano a tenere sulla corda Donald Trump, sempre più impaziente mentre si avvicina la visita in Cina- fra una settimana. Vorrebbe assolutamente arrivare a Pechino con un accordo, anche se straccio di accordo. Ma, soprattutto, Rubio non ha la minima idea di cosa il suo presidente può accettare o meno e di cosa deciderà di fare se non accetta.

A Roma Marco Rubio navigava a vista, sia in Vaticano che a Palazzo Chigi. Come sempre, come tutta l’amministrazione. La strategia di Washington è strettamente personale – del presidente. Questo però faceva sì che nell’aria degli incontri romani aleggiasse vagamente anche la domanda: cosa succederà dopo Trump? Che nessuno avanzava e cui tanto meno nessuno rispondeva. È ancora prestissimo, siamo appena a un terzo di secondo mandato. Donald può fare moltissimo in due anni e mezzo, soprattutto moltissimo danno. Sono un’eternità. Il Vaticano si può permettere di guardare oltre Trump. Italia, Nato, Ue non ancora. Ora devono sopravvivere. Dopo le elezioni di MidTerm quando spunta la sindrome “dell’anitra zoppa”, qualche pensierino si comincerà a fare, specie se Trump rimane invischiato in problemi da lui stesso creati che non riesce a risolvere. Come l’Iran. Ci pensava anche Marco Rubio? Lo negherebbe assolutamente. Alla francese: y penser toujours, en parler jamais?


Ecco perché l’Intelligenza artificiale non può restare solo nelle mani del mercato

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Di Flavia Barca, La Repubblica

Se l’AI ha un radicale impatto sociale e rischia di consolidarsi meno come nuovo prodotto commerciale e più come infrastruttura permanente di potere e controllo allora la sua direzione non può essere lasciata esclusivamente alle dinamiche del mercato o alla competizione geopolitica.

Per chiarire questo punto è utile interrogarsi su come viene definito il valore all’interno dei sistemi economici che orientano lo sviluppo tecnologico. Come ricordano Giovanna Badalassi e Federica Gentile, il termine «economia» deriva dal greco oikonomia, cioè amministrazione della casa, e rinviava originariamente alla gestione della vita quotidiana e delle relazioni sociali.

Nel corso della modernità questo significato si è progressivamente spostato verso la sfera della produzione e del mercato, mentre attività fondamentali per la qualità e la riproduzione della vita – come il lavoro di cura – sono state marginalizzate o rese invisibili. L’economia femminista propone di ribaltare questa prospettiva, mettendo al centro proprio quelle attività che rendono possibile ogni altra forma di lavoro e di produzione. Come osserva Marcella Corsi, la costruzione di un modello economico più giusto richiede un ruolo proattivo delle istituzioni pubbliche e una diversa concezione delle relazioni sociali, fondata sulla cura. L’economia femminista rappresenta un tentativo di costruire un paradigma alternativo capace di mettere al centro le persone, le relazioni sociali, la sostenibilità della vita e la dimensione democratica delle scelte economiche, contrastando le molteplici disuguaglianze generate dal modello dominante.

Una simile ridefinizione del valore mostra la strada da intraprendere alle scelte pubbliche che orientano lo sviluppo tecnologico: piuttosto che inseguire maggiore competitività e autonomia nei nuovi ambienti digitali l’obiettivo dovrebbe essere quello di investire diversamente, come suggerisce Atkinson, equilibrando i finanziamenti all’innovazione tecnologica con quelli in innovazione sociale. Rimettere al centro il capitale umano significa rimettere al centro la persona, e la cura, perché se le risorse che il settore pubblico investe in tecnologia non sono al servizio del miglioramento della vita delle persone sulla terra, cui prodest?

Negli ultimi anni l’innovazione digitale è stata presentata come soluzione automatica a problemi sociali complessi, mentre le scelte vengono sempre più influenzate da una nuova logica geopolitica della conoscenza. L’intelligenza artificiale, le infrastrutture digitali, i semiconduttori e i sistemi di dati sono diventati elementi centrali della competizione tra potenze economiche, e la ricerca scientifica è progressivamente entrata nel linguaggio della sicurezza, della competizione strategica e della sovranità tecnologica.

Questa trasformazione rischia di produrre una contraddizione profonda. Da un lato, la scienza contemporanea si fonda su processi di cooperazione internazionale, circolazione dei dati e condivisione del sapere che hanno storicamente alimentato l’innovazione globale. Dall’altro, la crescente chiusura dei sistemi tecnologici e la tendenza a considerare la conoscenza come un asset strategico da proteggere minacciano proprio quelle condizioni di apertura che hanno reso possibile lo sviluppo scientifico degli ultimi decenni.

La questione non è scegliere tra condivisione e autonomia, ma evitare che la ricerca venga progressivamente catturata da logiche di competizione geopolitica o da interessi industriali concentrati. Per questo motivo, nelle strategie per una nuova stagione dell’intelligenza artificiale, il nodo decisivo è il reindirizzamento delle politiche legate all’innovazione. Occorre rafforzare modelli di innovazione aperta, sostenere infrastrutture pubbliche della conoscenza, promuovere la trasparenza degli algoritmi e ampliare la partecipazione di università, istituzioni pubbliche e società civile nei processi di sviluppo tecnologico.

In una direzione non lontana si colloca la proposta delle Scientist AI, avanzata da Yoshua Bengio e altri ricercatori, che invita a separare due dimensioni oggi sempre più intrecciate: la capacità dei sistemi di comprendere il mondo e quella di agire autonomamente su di esso. Mentre lo sviluppo industriale tende a fonderle in modelli sempre più agentici, viene suggerito invece di orientare la ricerca verso sistemi avanzati sul piano inferenziale ma privi di capacità di intervento, destinati a supportare la conoscenza umana – non sostituirla! – e a svolgere funzioni di verifica e valutazione del rischio rispetto ad altri sistemi più autonomi. Chi fa ricerca, sviluppo e chi governa le politiche sarebbero così chiamati a investire deliberatamente in traiettorie tecnologiche più sicure, capaci di sfruttare le capacità inferenziali dell’intelligenza artificiale riducendo al contempo i rischi associati ai sistemi agentici e alla possibile perdita di controllo umano sui processi decisionali automatizzati.

Questa visione rende evidente l’importanza del concetto di responsabilità. I sistemi di intelligenza artificiale distribuiscono le decisioni lungo catene tecniche e organizzative estremamente complesse: dataset, infrastrutture computazionali, modelli, piattaforme e utenti finali contribuiscono tutti al funzionamento dei sistemi. Questa dispersione rischia di trasformarsi in una zona grigia senza tetto né legge. Ripoliticizzare l’innovazione significa quindi anche individuare chi debba rispondere delle conseguenze prodotte dai sistemi algoritmici e quali strumenti normativi e istituzionali siano necessari per rendere effettivo tale principio. E ripartire quindi dal ruolo dello Stato.

Le politiche pubbliche devono garantire che gli «interstizi» possano esprimere tutta la loro vitalità e ricchezza plurale: si tratta di spazi in cui diventano visibili i processi attraverso i quali categorie come razza, genere o appartenenza sociale vengono costruite e negoziate. L’intelligenza umana è in grado di leggere questi spazi di ambiguità e conflitto; i sistemi algoritmici, invece, tendono a operare su categorie rigide e semplificate che riflettono spesso i pregiudizi presenti nei dati e nei modelli che li alimentano. Proprio per questo motivo, una governance democratica dell’intelligenza artificiale deve essere capace di preservare e valorizzare quella pluralità e interpretazione che nessun sistema automatico può sostituire.