Batosta per Starmer, perde ma non molla. È il trionfo di Farage

REGNO UNITO Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory 

Di Leonardo Clausi, il manifesto

Resta perché ha fallito. «Il Labour è stato eletto per raccogliere queste sfide. E io non ho intenzione di sottrarmici. Non bisogna attenuare il peso di questi risultati e non lo farò. Sono negativi, lo ammetto». Così un terreo Keir Starmer ieri mattina presto, dopo una nefasta notte di veglia elettorale. Alla quale si andava preparando da mesi, viste le sciagure inanellate dalla sua premiership fin da quella colossale – benché argillosa – vittoria alle politiche di un paio di anni fa.

Non si dimette ovviamente, e per ora il vagheggiato complotto dei deputati laburisti per rovesciarlo resta un bisbiglio, anzi un glaciale silenzio: nel tardo pomeriggio di ieri, Wes Streeting, Andy Burnham e Angela Rayner, considerati i principali potenziali sfidanti di Starmer, tenevano ancora le bocche cucite. A ieri sera, solo una decina di pesi leggeri del partito azzardava un’invocazione alle dimissioni. Il rendimento dei titoli di Stato, dopo i sussulti verso l’alto degli ultimi giorni, si è calmato di mezzo punto percentuale, indicando che al premier resta ancora una boccata di ossigeno politico.

L’ESITO NON È FORSE la caporetto intimata dai sondaggisti, ma rimane comunque luttuoso, in corsa per diventare il peggiore mai sofferto dal partito alle amministrative in mezzo secolo. L’Inghilterra votava per le amministrative, il Galles e la Scozia per i rispettivi parlamenti devoluti. Nel pomeriggio di ieri, quando ancora nemmeno un terzo dei risultati dei council inglesi era stato reso noto, il partito laburista aveva bruciato oltre 650 seggi e 20 circoscrizioni, tra cui Essex, Hartlepool, Redditch e Westminster, tutti caduti nel carniere di Farage tranne l’ultimo, tornato fortuitamente in mano Tory. A Holyrood, il parlamento scozzese, i secessionisti dell’Snp si riappropriano della maggioranza dei seggi senza raggiungere la maggioranza assoluta.

Ma a rendere la debacle simbolicamente punitiva è la perdita del Galles, ancestrale roccaforte rural-mineraria di quel sindacalismo riformista insulare e moderato che prende il nome di laburismo. Il senato nazionale, istituito nel 1999 dopo la cosiddetta devolution, non sarà più controllato dal Labour, la cui leader e premier, Eluned Morgan, ha addirittura perduto il proprio seggio. Con i nazionalisti di Plaid Cymru diventati primo partito, il Labour scivola in terza posizione dietro Reform. Dopo aver ammesso la sconfitta, la stessa Morgan (baronessa) ha esortato il governo di Starmer a cambiare rotta. «Dobbiamo tornare a essere il partito della classe operaia», ha osato ammettere.

È UNA RISPOSTA a denti stretti alla strategia che Starmer ha bovinamente mutuato da Morgan McSweeney, l’ex onnipotente spin doctor della losca corrente Blue Labour dimessosi per il pastrocchio Mandelson/Epstein: l’ossessiva esigenza di riconquistare il “tradizionalista” e storicamente pro-Brexit Red Wall, le circoscrizioni elettorali ex-operaie del Nord già cadute nella padella Tory, provvisoriamente recuperate da Starmer alla politiche del 2024 e ora finite nella brace di Reform.

IL SISTEMA ELETTORALE pigliatutto, l’uninominale secco vigente nel paese, fa sì che il Labour perda seggi a favore di Reform nelle ex roccaforti settentrionali del partito perché altrove sanguina voti a favore dei Verdi. I quali, nonostante gli attacchi virulenti mossi al leader Zack Polanski, colpevole di essere un ebreo antisionista e filopalestinese ergo immediatamente tacciato di antisemitismo – quella macchia trasformata in patacca dall’abuso delle destre – hanno conquistato con Zoë Garbett il loro primo council londinese, l’ex feudo Labour di Hackney.

Nel festeggiare lo storico risultato, Polanski ha dato per «morto» il bipartitismo. Mentre scriviamo, non sono ancora stati resi noti i risultati di altre storiche mete londinesi dei Verdi, come Camden e Lewisham.

SU TUTTO CAMPEGGIA il carnascialesco sorriso (ghigno?) di Nigel Farage. Con oltre 900 seggi è lui l’incontrastato dominatore di queste elezioni amministrative, fosca epifania delle politiche prossime venture (2029) più di quanto Starmer ne sia lo sconfitto. Ieri sera, quando ancora non tutti i risultati erano stati vagliati, l’avanzamento della masnada di Reform era l’unico dato incontrovertibile.

Nel Nord del paese hanno fatto registrare la temuta impennata, conquistando circa 700 seggi. Nel complesso, al netto dell’avanzamento significativo ma non eclatante dei Verdi e a un correre sul posto dei Libdem, a risaltare sono le nette sconfitte di laburisti e conservatori in un quadro politico dove la parola d’ordine resta “frammentazione”, termine asettico che evita di evocare lo spettro della polarizzazione politica come dell’arcaicità di un centro fisiologicamente contrario ad andare incontro alle esigenze di un elettorato schiacciato da un costo della vita che galoppa impazzito.


Mistificazioni di ieri

REGNO UNITO Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory 

La storia del sionismo è ricca di falsità, parte delle quali utili – se non indispensabili – al raggiungimento di un nobile scopo: quello di creare un focolare nazionale per il popolo ebraico. Molte altre hanno invece lo scopo di “stendere un velo pietoso” su tutta una serie di azioni che gli ebrei europei hanno subito in secoli di storia, per poi riproporle all’indirizzo dei più deboli, iniziando dal popolo palestinese. Se è comprensibile che qualcuno nasconda quelle verità “di cui non vado fiero” (come direbbe Vasco Rossi), travisare la realtà di fatti indispensabili alla costruzione di una possibile pace è semplicemente imperdonabile.

Molto è stato fatto per cancellare le tracce persino dell’esistenza di quei 711’000 palestinesi che nel 1948 subirono l’esodo forzato e l’espropriazione. Per non rispondere davanti al diritto internazionale di ciò che fu impossibile nascondere, ancora oggi la propaganda israeliana – ma anche la tifoseria nostrana – argomenta che un numero ancora maggiore di ebrei sarebbe stato espulso per ripicca dai paesi musulmani, pareggiando il conto.

Ma la ripicca viene esercitata da chi ha subito il torto, mentre in questa vicenda i palestinesi, coloro che hanno subito le angherie dei coloni sionisti, non hanno espulso nessun ebreo dalle proprie terre. È inoltre difficile pensare che i mediorientali fossero così stupidi da voler espellere i “loro” ebrei – con cui convivevano da secoli senza particolari problemi – per mandarli in Israele ad occupare case e terre lasciate libere dall’espulsione dei palestinesi e a gonfiare i ranghi dell’esercito che minacciava i loro confini con dichiarata brama di conquista.

Effettivamente, fino a fine 1952 arrivarono in Israele 377’251 ebrei dai paesi musulmani, ma per cause diverse da quelle sfruttate dalla narrazione israeliana per i propri fini. La seguente frase pronunciata da Golda Meir nel 1937 a Zurigo riassume bene il concetto sionista: «Più popolazione significa più risorse e più territori. Solo le guerre modificano i confini.»

L’Olocausto fermò l’arrivo degli ebrei dall’Europa, costringendo i sionisti a prendere in considerazione i cosiddetti “ebrei orientali” per lo scopo. David Hirst, il corrispondente del “Guardian” dal Medio Oriente scrisse: «Gli ebrei orientali non erano altro che carne da cannone disprezzata dal credo europeo del sionismo.» Intanto la pressione politica aumentava: «Presto! Presto! La nostra nazione non ha tempo da perdere! Portatene centinaia di migliaia…» scrisse Menahem Begin, e il “Mossad” sguinzagliò i propri agenti per convincere gli ebrei mediorientali a prendere la strada per Israele, causando importanti danni collaterali. «La Libia è il peggior esempio dei danni causati dalle autorità militari e dai missionari sionisti, che sembrano essersi uniti nello sforzo di trasformare il Paese, dove ebrei e musulmani hanno convissuto in amicizia per generazioni, in un’altra Palestina.» scrisse la rivista ebraica “Jewish Outlook” nel ’46.

Poi iniziarono i trasferimenti di massa dallo Yemen e dall’Iraq. Il fatto che l’inviato dell’Agenzia Ebraica ad Aden, Shlomo Schmidt, chiese il permesso di proporre alle autorità yemenite di espellere gli ebrei rimasti dal paese, non fa che confermare che non si trattò di espulsioni. Un fatto espresso anche nell’intervista in cui l’agente del Mossad che scontò 10 anni di prigione per gli attentati di Baghdad – volti a creare panico tra la popolazione ebrea – affermò: «Avevamo tre obiettivi. Il primo era quello di portare gli ebrei iracheni in Israele, perché eravamo solo 600.000 persone e dovevamo aumentare il nostro numero il più rapidamente possibile». Versione confermata anche dall’ambasciatore USA in Israele: «(…) il vero motivo, mi hanno detto, è che Israele è scarsamente popolato e circondato da nemici reali e potenziali. (…) Israele deve essere ripopolato il più rapidamente possibile.» Moshe Sharret, ministro degli Esteri israeliano, sintetizzò la posizione del suo governo all’inizio del 1949 affermando che, se «si voleva mantenere la situazione in Medio Oriente, entro il 1952 tre milioni di ebrei avrebbero dovuto entrare in Israele.»

Dalle bustarelle necessarie per aggirare il divieto di emigrazione per gli ebrei emanato dalla Lega Araba, i sionisti passarono agli attentati per convincere gli ebrei alla partenza. Interessante la testimonianza del responsabile della CIA per il Medio Oriente basato in Iraq: «Sebbene la polizia irachena abbia successivamente fornito alla nostra ambasciata prove che dimostravano come gli attentati (…) fossero opera di un’organizzazione sionista clandestina, la maggior parte del mondo ha creduto alle notizie secondo cui il terrorismo arabo avrebbe motivato la fuga degli ebrei iracheni, che i sionisti avrebbero “salvato”, in realtà solo per aumentare la popolazione ebraica di Israele.» La narrativa sionista descrisse infatti le due operazioni come un salvataggio dalle persecuzioni arabe o “pogrom”. Secondo il capo rabbino di Baghdad, il New York Times riportava giornalmente notizie di “pogrom” inesistenti che Tel Aviv forniva con lo scopo di stimolare la ricerca fondi negli USA «che gli ebrei iracheni avessero bisogno di essere salvati o meno.» In un rapporto confidenziale dell’alto commissario britannico al Foreign Office si legge: «È davvero sorprendente che, nonostante gli eventi in Palestina siano spesso fonte di provocazioni estreme, in questi paesi [i paesi arabi] si siano verificati relativamente pochi episodi di discriminazione nei confronti degli ebrei.» Nonostante ciò, le due comunità ebraiche più antiche furono sradicate completamente: 48’375 yemeniti e 124’226 iracheni presero il volo per Israele.

Nei paesi magrebini viveva circa mezzo milione di ebrei, ma solamente 52’584 arrivarono in Israele entro la fine del 1952. Parlare di espulsione degli ebrei quando, a quattro anni dai fatti palestinesi, poco più del 10% di loro aveva lasciato il Maghreb, è dunque senz’altro fuori luogo. L’esodo non avvenne, poiché ciò che i britannici permisero e promossero a Baghdad e Aden dovette attendere la partenza dei francesi.

«Riteniamo che, tra l’intera popolazione ebraica del Marocco, coloro che vivono nei villaggi del sud siano i più adatti – sia fisicamente che moralmente – ad adattarsi alla vita in Israele. (…) Sono abituati a una vita dura, al duro lavoro, all’agricoltura, alla sobrietà, ecc. (…) Tutte queste ragioni rendono l’aliyah [immigrazione verso Israele] di queste popolazioni una necessità urgente e assoluta.» Sono le parole del relatore del congresso ebraico mondiale che confermano la tesi del trasferimento organizzato dai sionisti.

Il 2 settembre 1949 fu riportato che «Oltre trecento giovani provenienti dal Nord Africa, immigrati in Israele all’inizio dell’anno, sono tornati in Nord Africa la scorsa settimana. Il loro ritorno è stato organizzato dopo che avevano ripetutamente manifestato davanti alla missione diplomatica francese a Tel Aviv chiedendo di essere rimandati indietro.» Inoltre, un emissario dell’agenzia ebraica scrisse: «La prima cosa che si nota ora è l’evidente riluttanza ad andare in Israele. (…) Le persone devono praticamente essere caricate sulle navi con la forza.» Due indizi che non lasciano dubbi su chi abbia forzato la partenza per Israele.

L’arrivo in Israele degli ebrei egiziani, paese confinante, è infine interessante. Non per il numero (17’114), ma piuttosto per le modalità di trasporto. Lo storico Tom Segev, nel suo libro “1949: The first Israelis” scrive infatti: «Il governo svizzero concesse agli ebrei egiziani di fare scalo in Svizzera durante il viaggio verso Israele, grazie alle pressioni esercitate dalla Swissair, che li trasportava dal Cairo.» Un viaggio stranamente lungo e lussuoso, che ha poco in comune con le modalità d’espulsione riservate dai sionisti ai palestinesi.

Il parallelismo tra i due esodi è dunque una falsità propria alla propaganda sionista. Le differenze tra le due “espulsioni” andrebbero però chieste a quel cittadino del nord di Gaza che da decenni vede la propria casa al di là della zona non calpestabile, magari con la consapevolezza che ora è abitata da un profugo che vi ha issato la bandiera con la Stella di Davide.

Nell’immagine: Palestinesi detenuti durante l’espulsione da Ramle, luglio 1948


Dal libretto giallo all’IA 

REGNO UNITO Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory 

È l’emblema della resistenza e lo usano ormai solo gli anziani. È il libretto giallo delle ricevute della Posta svizzera, un piccolo taccuino di formato tascabile. Può registrare 300 ricevute e diventa un archivio della contabilità di casa. Facilissimo e utilissimo da consultare. Semplice da conservare, anche a distanza di decine di anni. Elenchi di spese che danno il senso del rincaro e permettono di scoprire, con nostalgia, che venti anni fa il premio di cassa malati era meno di un terzo di oggi. Nel 2019 se ne vendevano 164’760 pezzi, nel 2010 il doppio, 341’297. Oggi saranno molti di meno, ma non ci sono dati disponibili.

Ora il libretto delle ricevute, nato nel 1910, è superato dall’ E- banking, il pagamento online. La pressione sui cittadini per rinunciare alle bollette cartacee e passare al digitale è fortissima. Le aziende, l’amministrazione statale, le banche, le assicurazioni impongono la relazione online e addebitano a chi vuole fare i pagamenti all’ufficio postale tasse e spese extra. Per ogni versamento due o tre franchi di penalità. Anche la Posta svizzera fa la sua parte, perché il numero degli uffici postali continua a diminuire e in alcune zone diventa complicato raggiungere una filiale.

Il libretto giallo è una delle vittime della digitalizzazione imperante, che in tutti gli ambiti obbliga a utilizzare il computer o il telefonino. Una volta il biglietto del treno era un cartoncino minuscolo, 5 cm per 2, andata e ritorno con libertà di scegliere il treno preferito. Oggi per un biglietto si deve dare nome, cognome, anno di nascita, orario del treno.

Chi non si adegua al “dispotismo tecnologico” è spacciato, ammonisce lo storico e filologo Luciano Canfora: “Le nuove marginalità sono anche gli anziani che per le più disparate ragioni non si sono adeguati e in banca, in una stazione ferroviaria o in qualunque altro contatto con il mondo esterno, non essendo attrezzati, sono di fatto estromessi. Se non è dittatura questa, non so che cosa si intenda con il termine ‘dittatura’”.

L’oligarchia tecnologica ci inculca la necessità di fare tutto in fretta e in modo più semplice, ma è una chimera. Preparare i versamenti online richiede un computer, tempo e concentrazione per copiare cifre e indirizzi. Andare all’ufficio postale è un atto di relazione che fa bene alla salute. In banca sarà sempre più difficile ritirare banconote: gli sportelli sono stati aboliti, ci si deve affidare alla macchina e per fortuna che il popolo svizzero ha ancorato recentemente nella Costituzione la sopravvivenza del denaro contante.

La scrittrice statunitense Rebecca Solnit ha indagato “cosa ci toglie la tecnologia e come riprendercelo”. “Siamo assillati da un’ideologia che ci spinge a massimizzare ciò che possediamo e a minimizzare ciò che facciamo. Lo usa da sempre il capitalismo, e ora anche la tecnologia. Un’ideologia che finisce per toglierci relazioni, legami e, alla lunga, anche una parte di noi stessi.” Solnit mette in guardia nei confronti della “tirannia del quantificabile”, dove ciò che facciamo è valutato in funzione della “convenienza, efficienza, produttività, redditività”. “Il risultato è un aumento dell’isolamento e dell’alienazione. Oggi molte cose sono diventate più complicate da fare di persona. È vero, ci sono vantaggi evidenti, ma gli effetti negativi non sono certo di meno. Gli spazi pubblici e la vita collettiva si sono impoveriti, e con loro anche quei luoghi in cui un tempo andavamo a comprare ciò che ci serviva”.

Non andare all’ufficio postale, all’edicola, in banca, al negozio è una perdita di rapporti sociali e di occasioni di comunicazione e di conoscenze. “Abbracciare la tirannia del quantificabile – afferma Rebecca Solnit – significa ignorare il valore sottile di questi gesti quotidiani nel mondo reale e il modo in cui creano e alimentano reti di relazioni”.

Siamo solo all’inizio. L’intelligenza artificiale esaspererà questi aspetti e queste tirannie. Dice bene Bruno Giussani nel suo saggio “La mente sotto assedio”. Lancia un invito alla resistenza: allentare la morsa digitale, riconoscere la manipolazione e disamericanizzarsi: “Qui sta il vero nodo di questa tecnologia e del nostro rapporto con essa: offre servizi reali, pratici, utili e ci rende efficaci. Ma al prezzo della cessione dei nostri dati personali, dell’estinzione della sfera privata e di una crescente dipendenza”.

“Trasformare l’analogico in digitale potrebbe sembrare un atto senza grandi conseguenze. Ma è così che nasce la struttura di sorveglianza: perché ogni volta che trasformiamo l’analogico in digitale rendiamo tracciabile e ricercabile qualcosa che non lo era. E a cosa serve tracciare qualcosa (o qualcuno) se non a sorvegliarlo”, sostiene Carissa Véliz, dell’Università di Oxford, citata da Giussani.

Non si può frenare il progresso tecnologico, ma bisogna regolamentarlo e cercare di resistere. Più attenzione da parte dei cittadini, dei parlamenti, della politica, delle scuole.

Contrastare e difendersi può voler dire, per esempio, tassare i grandi gruppi padroni del digitale. Una web tax insieme all’imposta minima OCSE (non ancora implementata completamente) possono fornire capitali per difendere la democrazia, perché di questo si tratta. Non c’è tempo da perdere!

Per i 110 anni del libretto giallo La Posta svizzera ha scritto una “lettera d’amore” al libretto delle ricevute che concludeva dicendo: “Avere il libretto delle ricevute significa che ho un’alternativa alla presenza online e che posso funzionare anche senza cellulare e computer”. Sempre più difficile e possibile ormai per pochi resistenti.


Uomini, cani e lupi: cosa possiamo imparare dalla morte di Osso

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Di Michele Serra, La Repubblica

Se ho deciso di raccontare un’esperienza molto privata, la morte di uno dei miei cani ucciso dai lupi a duecento metri dalla casa dove abito in Appennino, è perché ho voce, e ho sentito il dovere di rendere pubblico un problema che condivido con una specie che voce non ha: gli umani di montagna, i miei vicini di vallata. La quantità impressionante di reazioni suscitate (giornali, tivù, radio, social) dimostra che il problema è, diciamo così, di grande impatto sentimentale. Ma la qualità media dei commenti – specie sui social, e non è una novità – dimostra che è molto poco conosciuto, messo a fuoco, pensato: molti parlano a vanvera, molti senza avere letto quello che ho scritto. L’approssimazione sui termini, sui luoghi, sui fatti lascia pensare che la rottura del rapporto uomo-natura, conseguenza della grande urbanizzazione del Novecento, sia senza rimedio.

Città e campagna non parlano più la stessa lingua. Stiamo parlando di ciò che rimane della presenza umana sui crinali e nelle valli: quella residua, i vecchi che hanno resistito, e quella di ritorno, in genere giovani coppie che scelgono di risalire in quota per allevare, coltivare, aprire agriturismi. In burocratese sono le cosiddette “aree interne” (il 60 per cento del territorio nazionale) che questo governo ha dichiarato, in sostanza, irrecuperabili, destinate allo spopolamento e alla marginalità – ovvero: destinate a rimanere ciò che già sono. La resilienza degli abitanti di questi luoghi (nei quali, lo dico per gli idioti che hanno scritto del “milanese che va a spasso nei boschi con il suo cagnolino”, io vivo da diciotto anni, coltivo la terra, curo i fossi e il bosco, ho forti vincoli con persone e cose) è decisiva. Perché fa argine all’abbandono, al dissesto idrogeologico e, chiamiamolo così, al dissesto psicologico prodotto dall’isolamento. Perché è cura del mondo. Chi scrive che la natura “si autoregola” ha ragione in riferimento al Giurassico; e alle future ere innominate che seguiranno la scomparsa della specie umana.

Ma nell’Antropocene, qui e ora, è l’uomo che, dopo avere squinternato le connessioni e gli equilibri con gli altri esseri viventi, ha il dovere e il potere di prendersi cura della vita sulla Terra. Senza il governo degli umani, tanto per fare l’esempio più facile, non esisterebbero i parchi nazionali, le aree protette, le politiche di tutela e conservazione. Molte specie si sono estinte per mano degli uomini, la loro avidità e loro invadenza. Molte specie sono ancora sulla Terra per l’accudimento e la protezione degli uomini: il lupo tra queste. Il ritorno del lupo è un successo ormai consolidato, dopo circa mezzo secolo di prezioso lavoro di tutela.

Per chi vive in Appennino è una ragione in più per rimanerci: il risanamento di un ambiente che senza il suo predatore apicale era decapitato. Una rinascita. Ma non siamo a Yellowstone. Non ci sono sconfinate foreste e praterie, a disposizione del lupo. Ci sono spazi generosi e magnifici, ma da condividere con gli umani, e in simbiosi con loro le mucche, le pecore, le capre, le oche, le galline, i cavalli, gli asini. E i cani. L’insieme di queste componenti è “l’ambiente”. Se si è ambientalisti per davvero è con l’ambiente nel suo complesso che si devono fare i conti. E se si è animalisti, e non per vezzo o per moda, sono animali anche i cani, da secoli abitanti delle campagne, delle aie, dei giardini, delle aree adiacenti alle case. Non sono gingilli da salotto, i cani, ma corridori da prato e da foresta, secondo la loro indole. Che può e deve essere controllata, ovviamente: ma non omessa. Il cane non nasce al guinzaglio, fuori dalle città. Il mio cane è vissuto da cane, parte integrante dell’ambiente dove è nato e morto. Accudito, controllato, ma a tratti lasciato libero, con gli altri cani, di scorrazzare attorno a casa: nel suo territorio.

In questo senso le paternali e i rimbrotti per “avere lasciato libero il cane” valgono per le buone intenzioni che li muovono, ma non tengono in alcun conto come si vive tra i monti. I miei cani dormono in casa e dall’imbrunire in poi hanno a disposizione un grande recinto. Ma la custodia non è un ergastolo, e nessuno, essere umano o cane, può accettare di vivere sui crinali barricandosi giorno e notte perché ci sono i lupi. Cercare i grandi spazi naturali e poi essere costretti a viverci da reclusi è indizio di uno squilibrio: c’è qualcosa non va. C’è qualcosa da correggere. Essere cauti e essere atterriti non è la stessa cosa.

Convivere con il lupo, come tutti desideriamo fare, non può significare sottomettere alle sue esigenze quelle di tutti gli altri abitanti del suo territorio: che non è solamente il suo. Il rischio zero non esiste, tanto meno nella vita naturale, dove la predazione è regola e la morte è di casa. Ma, come ogni rischio, può essere molto ridotto ragionando sulla situazione per come è, non per come dovrebbe essere; ascoltando le ragioni degli altri e non limitandosi a ribadire le proprie come se fossero la sola legge; cercando di mettere insieme esigenze anche molto diverse, perché uomini e lupi, galline e cani, non la vedono allo stesso modo. A giudicare da quanto ho letto, sentito, capito negli ultimi giorni, non sono ottimista. Un tecnico faunistico di alto livello, dipendente regionale, con il quale parlo da anni di uomini e lupi, mi dice sconsolato: “è una guerra tra due religioni opposte, e ogni mediazione, ogni compromesso tra ragioni diverse mi sembra impossibile”.

Provo a tradurre: da una parte spinge la lobby delle doppiette, molto potente nel governo Meloni-Salvini e in quella dependance governativa che è diventata Coldiretti. Per loro contano solo le attività umane, compresa ovviamente la caccia, e le specie non umane sono appena un accessorio. Se i lupi sono in soprannumero, basta eliminarne un bel po’. Dall’altra ci sono quelli che confondono la salvaguardia della specie con l’intoccabilità di ogni singolo esemplare. Non capiscono che ogni allevamento di montagna, compatibile con una vita dignitosa e sana degli animali, che chiude i battenti perché si sente sconfitto dai lupi, è un favore fatto agli allevamenti intensivi e alla indecenza della reclusione animale in orribili gabbie. Nonché un peggioramento netto della qualità del cibo. Le recinzioni elettrificate fanno molto: eppure perfino gli allevatori, quando è stagione, espongono le loro bestie al libero pascolo, e la tutela dei cani da guardiania, sebbene efficace, non è assoluta. Né i risarcimenti bastano a cicatrizzare il trauma e ridurre l’ansia. Sperando che nessuno dica anche a loro, davanti alla pecora scannata: “è colpa tua, dovevi tenerla rinchiusa”. In mezzo ai due poli opposti lavorano fior di tecnici e di studiosi che si occupano del lupo, e della convivenza con gli uomini, da molto tempo. Fanno un lavoro prezioso e paziente sul territorio, anche con buoni risultati. Sanno molto, fanno molto, affiderei soprattutto al loro parere e alla loro esperienza ogni decisione sul da farsi: ovvero, su come gestire la presenza esuberante e forse esondante del lupo in Italia. Ma le decisioni che pesano, e i finanziamenti che servirebbero (per esempio per un monitoraggio non occasionale della fauna selvatica: l’ultimo censimento del lupo è del 2021), dipendono dalla politica e dalle istituzioni annesse, prima tra tutte l’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

In Parlamento c’è qualcuno che si alza strillando “spariamo al lupo!”, ma è solo folklore. Prevarranno l’indecisione, il timore di perdere voti dall’una o dall’altra parte, e tutto verrà affidato al caso, alla pazienza di chi subisce danno, alla speranza che “il lupo si regoli da solo”, come mi scrive qualche animalista molto ma molto ottimista. Nel frattempo vale quello che dice il mio amico Massimo Castelli, ex sindaco in Val Trebbia, tartufaio (cane senza guinzaglio!), ex portavoce delle aree di montagna, che nel 2019 ebbe una standing ovation in Parlamento per un suo discorso appassionato sulla vita nelle valli: i Lupi sono una specie in espansione, gli Umani dei Monti una specie in estinzione, bisogna trovare la maniera di farle convivere.


Cosa succede se l’Europa affida la sua sicurezza all’industria tedesca

REGNO UNITO Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory 

Di Timothy Garton Ash, La Repubblica

Oggi cade l’ottantunesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa, ed è palese che la Germania sarà presto di nuovo la prima potenza militare del continente. La spesa tedesca per la difesa eguaglierà già il prossimo anno quella di Francia e Regno Unito insieme – ed è destinata a superarla largamente entro il 2030. L’obiettivo dichiarato del governo tedesco è disporre del “più forte esercito convenzionale d’Europa”. È vero che Francia e Regno Unito possiedono armi nucleari, ma ciò comporta minori risorse da destinare agli altri ambiti della difesa. Che la potenza militare tedesca sia destinata a crescere è quindi, salvo imprevisti, indubbio. L’interrogativo che si pone, soprattutto in occasione di una ricorrenza così solenne, è un altro: come fare in modo che questa volta rappresenti un fattore positivo per tutta l’Europa?

Le ragioni di questa svolta radicale rispetto alla linea – sempre più inadeguata – portata avanti partendo dall’ottimismo degli anni Novanta fino all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin il 24 febbraio 2022, sono due. La prima è proprio l’aggressione russa. A Berlino si fa strada la convinzione che Putin non si fermerà all’Ucraina. La seconda è che il presidente Donald Trump ha messo in discussione l’impegno complessivo degli Stati Uniti a difesa dell’Europa, incarnato dalla Nato sin dal 1949. Il recente annuncio del ritiro di 5.000 militari statunitensi (e forse più) dalla Germania è solo l’ennesimo segnale in questa direzione. L’annuncio, più che il ritiro in sé e per sé, è frutto del risentimento personale di Trump nei confronti del cancelliere tedescoFriedrich Merz, critico riguardo alla disastrosa guerra mossa contro l’Iran dal presidente americano.

La sfida che si pone all’Europa è dunque la seguente: noi da soli siamo in grado di esercitare deterrenza nei confronti di una Russia aggressiva e dotata di armi nucleari? (Il “noi” deve includere l’Ucraina, che dispone dell’esercito più grande e con più esperienza sul campo di tutta Europa.) Ma esiste anche una sfida meno evidente, e altrettanto cruciale: come evitare la ricomparsa delle acute tensioni circa la distribuzione del potere militare tra i Paesi europei che, fino al 1945, rappresentavano al tempo stesso la normalità e la maledizione del continente? In quanto potenza militare egemone sostanzialmente benevola, gli Stati Uniti ci hanno protetto dall’una e dall’altra evenienza.

La Germania è centrale per rispondere a entrambi gli interrogativi. La sua nuova strategia militare, la prima nella storia della Repubblica federale, è titolata “Responsabilità per l’Europa”. Ma quel “per l’Europa” è solo una formula che tutti i Paesi europei (tranne il Regno Unito) usano in riferimento alle proprie politiche nazionali. La vera questione è se le parole si tradurranno in azioni realmente europee.

Gli ambiti chiave in cui servono risposte comuni sono l’industria della difesa e le nostre effettive capacità belliche. Tecnologia e produzione nel settore della difesa sono i nervi e i muscoli della potenza militare. A Otto von Bismarck viene spesso erroneamente attribuita l’espressione “sangue e ferro”, ma lo storico Peter Wilson ricorda che, nel 1862, chiedendo al Parlamento prussiano un aumento delle spese militari, il cancelliere parlò in realtà di “ferro e sangue”. Prima il ferro, poi il sangue. Wilson osserva inoltre che, già prima del 2022, pur avendo ridotto il proprio apparato militare e continuando a sostenere con convinzione una politica di appeasement verso la Russia, la Germania era comunque tra i maggiori esportatori di armi al mondo.

Se la Germania continuerà a investire nella propria industria nazionale le enormi risorse deputate alla difesa (riducendo al contempo gli acquisti dagli Stati Uniti) potrebbe alla fine superare la Francia, oggi seconda esportatrice mondiale di armamenti dopo gli Usa. Un’eventualità che preoccupa molto Parigi. Con logica cartesiana impeccabile, la Francia interpreta la “sovranità europea” come: non comprare americano, britannico o tedesco – compra francese. O, al limite, franco-tedesco; ma il principale progetto congiunto tra Parigi e Berlino, il Future Combat Air System, oggi sta andando a pezzi.

I francesi non sono gli unici a nutrire preoccupazioni. La destra polacca è in forte allarme, mentre anche altri Paesi europei iniziano a sentirsi a disagio. A pesare è anche la prospettiva che Alternative für Deutschland (AfD), formazione nazionalista populista oggi in testa ai sondaggi, possa assumere il controllo di potenti forze armate. In realtà è probabile che AfD torni a una politica di appeasement nei confronti di Mosca. Ma chi può prevedere quale sarà la situazione politica in Germania alla fine dell’orizzonte di pianificazione di medio termine della strategia militare, fissato al 2035? Del resto, solo un decennio fa nessuno avrebbe immaginato che nel 2026 AfD sarebbe diventata il partito più popolare in Germania.

Forti pressioni spingono il governo tedesco a spendere in patria le risorse miliardarie. Il modello economico del Paese, basato sull’export, è in crisi e questo è uno dei pochi rimedi disponibili. Alcuni stabilimenti automobilistici sono già in fase di riconversione alla produzione di armi. Inoltre, ogni contratto di approvvigionamento militare superiore ai 25 milioni di euro deve essere approvato dalla commissione bilancio del Bundestag, una dinamica che favorisce logiche di distribuzione territoriale della spesa mirate al consenso elettorale.

Sul piano operativo la realtà, per quanto scomoda, è che oggi la difesa dell’Europa dipende dalla Nato a guida statunitense. I piani di battaglia prevedono un’enorme macchina da guerra pronta a entrare in funzione in caso di attacco russo lungo il fianco orientale dell’Alleanza. Le brigate multinazionali nei Paesi di prima linea riceverebbero rapidamente rinforzi da parte degli altri membri dell’alleanza. Questa reazione è basata a qualsiasi livello sugli Stati Uniti, dall’intelligence satellitare agli aerei da trasporto pesante, dalla difesa aerea integrata ai sistemi di comando e controllo, fino alla deterrenza nucleare. Arrivare a una europeizzazione anche solo parziale di questo formidabile apparato costituisce una sfida tanto necessaria quanto complessa.

Da dove partire? Quest’estate il cancelliere Merz dovrebbe incontrare, in occasione di una cena di lavoro informale, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer (o il suo successore) e il premier polacco Donald Tusk per affrontare in modo franco e pragmatico le questioni centrali: come europeizzare l’industria della difesa e come rafforzare le capacità militari autonome del continente. Quanto al primo punto, è paradossale che, a fronte dei 33 principali sistemi d’arma degli Stati Uniti, l’Europa ne conti circa 174 – tra cui 12 diversi tipi di carri armati e 14 modelli di caccia. Quanto al resto, il primo passo è semplicemente creare il contesto per questa discussione, che dovrà includere anche il tema dell’allargamento a est della deterrenza nucleare franco-britannica.

Negli anni Novanta, il grande predecessore di Merz, Helmut Kohl, integrò la Germania riunificata nel mercato unico europeo e nell’unione monetaria. Nessun Paese ne trasse maggior beneficio della Germania stessa. Merz dovrebbe puntare a fare lo stesso sul terreno della sicurezza europea. Le soluzioni non saranno affatto lineari come il mercato unico e l’unione monetaria – né si collocheranno prevalentemente all’interno dell’Unione europea. In definitiva, i banchi di prova saranno questi: nella percezione dei Paesi vicini alla Germania, emergerà una industria della difesa europea realmente integrata, oppure resteranno i sistemi nazionali in competizione tra loro? E gli assetti militari europei autonomi, pur disordinati e imperfetti, verranno percepiti da Vladimir Putin come un deterrente sufficiente?

Se Merz, insieme agli altri leader europei, saprà fornire risposte convincenti a questi due quesiti, si garantirà un posto nei libri di storia.


La sconfitta travestita da vittoria e dividendi del caos

REGNO UNITO Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory 

Di Francesco Strazzari, il manifesto

«Erano ormai a due settimane dall’uccidervi». Così Donald Trump parlando degli iraniani ai bambini di una scuola americana. Una favola morale, lo storytelling come surrogato del controllo degli eventi. Una favola morale, lo storytelling come surrogato del controllo degli eventi. La terza guerra del Golfo sta evidenziando tutto il limite storico della forza americana, la soglia oltre la quale la capacità di interrompere il mondo non si traduce in capacità di ordinarlo.

Washington può ancora bloccare, annunciare, colpire. Ma ogni maggior dimostrazione di forza produce sempre meno controllo reale. Stiamo assistendo al passaggio dall’egemonia all’impotenza performativa, con Marco Rubio che parte per Roma consegnando Epic Fury al passato.

L’operazione Project Freedom è già un simbolo: quindicimila militari annunciati per garantire il transito, nessun coordinamento con gli armatori, risultati penosi. La stessa sequenza si è ripetuta cinque volte in venti giorni: annuncio di accordo imminente, nessun accordo, nuovo annuncio. Nel frattempo, i satelliti mostrano danni ingenti sulle basi statunitensi in Medio oriente.

Insomma, rassicurare i mercati, guadagnare tempo, imporre il racconto. Ma ogni annuncio smentito dalla realtà consuma credibilità, e un impero finanziario vive soprattutto di questa. Il conflitto riguarda ormai la gestione simbolica dell’uscita, la forma della resa, il racconto domestico della vittoria. Il più forte si rivela anche strutturalmente più rigido: gli Usa non possono permettersi di apparire una potenza che arretra, mentre l’Iran può giocare sulla flessibilità, sui tempi, sull’ambiguità. Più la crisi si allunga, più questa asimmetria conta.

La Cina è sempre più il centro silenzioso della partita, grazie a una strategia che consiste precisamente nel non doversi mostrare. Pechino copre Teheran all’Onu, le fornisce intelligence, dichiara illegali le sanzioni Usa, rifiutando di riconoscerne la giurisdizione extraterritoriale. I contatti tra il titolare degli esteri Wang Yi e l’omologo iraniano Aragachi definiscono i margini operativi, calibrano le garanzie, stabiliscono fin dove può spingersi la pressione. Nessuna solidarietà ideologica da Pechino: il nudo interesse strategico nel mantenere il rivale americano in una postura abbastanza logorante da eroderne risorse e credibilità, senza che la situazione degeneri in un conflitto totale che destabilizzerebbe i mercati energetici da cui Pechino dipende. Nel mentre, gli analisti del partito Comunista e della People’s Bank of China studiano pazientemente l’architettura finanziaria americana: tutto viene mappato, modellato, archiviato.

Washington sequestra wallet, colpisce exchange, deanonimizza transazioni in criptovalute. Il segnale è doppio: a Teheran dice che le vie di fuga finanziaria sono permeabili; a Pechino dice che il progetto dello yuan digitale si scontra con la capacità di monitorare i flussi globali. Ma ogni intervento rivela al contempo il proprio limite: tradisce un sistema che ha bisogno di controllare sempre più spazio per ottenere risultati sempre più circoscritti. È in fondo la stessa logica di Hormuz: superiorità tattica, erosione strategica.

Già dal 2024 il costo degli interessi sul debito pubblico Usa ha superato la spesa militare. Il deficit strutturale non è correggibile senza trasferimenti di risorse che il sistema politico americano non è in grado di autorizzare democraticamente. La soluzione adottata è una sorta di finanziarizzazione coercitiva del mondo: i dazi come strumento di trasferimento al Tesoro, il dollaro come infrastruttura di estrazione globale, i mercati finanziari americani come destinazione obbligata del risparmio mondiale. La Cina ha costruito la propria ascesa su fondamenta produttive reali: manifattura, infrastrutture, catene del valore. Gli Stati uniti producono debito e sicurezza. Quando la sicurezza si dimostra non garantita, la rendita crolla.

Il fertilizzante russo completa il disegno: la guerra nel Golfo destabilizza i mercati, i competitor russi ne beneficiano, i dazi di Trump colpiscono chi competeva con Mosca sui fertilizzanti. L’agricoltore americano compra fertilizzanti russi a prezzi crescenti, e il Cremlino incassa.

La guerra in Ucraina, la guerra a Gaza e in Libano, la guerra del Golfo non sono crisi parallele con occasionali interconnessioni. Esse lievitano come un unico sistema in formazione, le cui componenti si alimentano nella disputa per l’egemonia globale.

La connessione più profonda riguarda l’ordine internazionale in quanto tale. La simultaneità delle guerre produce la dimostrazione empirica che le regole dell’ordine guidato dall’Occidente non sono tali. Questa dimostrazione è il dono più prezioso che la crisi fa alla narrazione cinese e russa sull’ordine multipolare. Per il Sud globale la lezione si traduce in scelte concrete – diversificazione delle riserve valutarie, rifiuto di allinearsi nelle votazioni Onu, costruzione di reti di sicurezza parallele.

La vera domanda non riguarda chi vincerà a Hormuz, ma chi beneficia della permanenza della crisi: i mercati, che prosperano nella volatilità; le industrie della difesa; la Russia e la Cina. Oltre a Israele, che trasforma la guerra nel proprio ambiente politico permanente. Si è delineata una struttura di incentivi che premia l’escalation controllata e punisce la de-escalation reale. Ragione per cui la pace, ogni volta che si affaccia, viene sabotata da chi ha più da perdere dalla sua realizzazione.

Nell’immagine: il cacciatorpediniere lanciamissili mentre lancia un missile da attacco terrestre Tomahawk nell’ambito dell’operazione Epic Fury


Insider di governo, l’”accordo Usa-Iran” paga 125 milioni

REGNO UNITO Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory 

Di Luigi Pandolfi, il manifesto

Che l’uranio e la libertà del popolo iraniano c’entrassero poco con l’ultima guerra americana era chiaro fin dall’inizio. Certo, c’è Israele e la sua volontà di consolidare il proprio dominio regionale. Ma non basta. Gli Stati Uniti oggi producono abbastanza petrolio da esportarlo, e la crisi del Golfo – con la chiusura di Hormuz – ha finito per favorire, guarda caso, proprio le big oil americane. Manca però un tassello: chi conosce in anticipo mosse e annunci del tycoon sta facendo soldi a palate. È già successo con il sequestro di Maduro, con i dazi, con i tecnologici e con le criptovalute. Ed è successo in modo clamoroso anche questa volta. Ormai è un metodo di governo.

L’ULTIMO CASO è stato ricostruito dal settimanale finanziario The Kobeissi Letter in un post su X. È l’alba di mercoledì scorso: senza notizie rilevanti, vengono aperti 10.000 contratti «short» – vendite allo scoperto per lucrare sul calo dei prezzi – pari a 920 milioni di dollari nominali. Un volume anomalo per quell’ora. 70 minuti dopo, Axios pubblica la notizia-scoop di un presunto accordo in «14 punti» tra Stati Uniti e Iran. Si fa giorno, il prezzo del greggio è già crollato del 12%, generando un profitto di 125 milioni in poche ore per chi aveva scommesso al ribasso. Una tempistica da orologio svizzero.

Sul fronte opposto, questa volta Teheran punta il dito contro Axios e il suo giornalista Barak Ravid, accusato di aver annunciato cinque volte in 19 giorni un accordo «imminente» mai arrivato – e ogni volta i corsi del greggio precipitavano per un giorno. Per la tv di Stato iraniana, quelle indiscrezioni avrebbero alimentato la volatilità, favorendo «gli amici nel governo Usa». Ravid, d’altra parte, da anni tra i cronisti più informati su Washington e Tel Aviv, è passato da giornalista «ben introdotto» a voce quasi ufficiale del potere. L’informazione è parte della guerra, ma ora anche un mezzo per far fare soldi.

Intanto, secondo Abc News, il Dipartimento di giustizia e la Commodity Futures Trading Commission starebbero analizzando operazioni sospette per oltre 2,6 miliardi di dollari di transazioni effettuate pochi minuti prima degli annunci presidenziali su guerra, tregue e rinvii militari. Il 23 marzo, 15 minuti prima che Trump comunicasse il rinvio degli attacchi alla rete elettrica iraniana, qualcuno ha puntato 500 milioni sul ribasso del greggio e ha vinto. Il 7 aprile, altre scommesse per 960 milioni poche ore prima del cessate il fuoco temporaneo, fino al caso di mercoledì. «È un’economia predatoria, l’odore di corruzione è insopportabile», ha scritto Paul Krugman su Substack, avvertendo che la presenza di operatori con informazioni privilegiate rischia di minare la fiducia nel mercato dei futures, che dovrebbe ridurre l’incertezza anziché moltiplicarla.

MA IL PUNTO è anche un altro: come si forma davvero il prezzo del petrolio? La chiusura di Hormuz ha inciso sull’offerta, certo. Ma gli Stati Uniti – oggi primi esportatori mondiali davanti all’Arabia Saudita – hanno compensato parte del deficit. Il resto lo fanno le scommesse. La quasi totalità delle operazioni non riguarda barili reali, ma «petrolio di carta»: futures e opzioni. Gli speculatori comprano contratti puntando sul rialzo (long) o li vendono scommettendo sul ribasso (short), senza alcuna intenzione di ricevere fisicamente il greggio. Questa massa di denaro influenza il prezzo reale molto più dei flussi fisici. E la speculazione amplifica la volatilità: basta un allarme su Hormuz, un attacco a un impianto, un annuncio del tycoon, per generare oscillazioni violente.

È UN CIRCUITO che si autoalimenta: guerra, rischio di strozzature, aumento della domanda di petrolio americano, balzo dei prezzi, nuove scommesse. Un meccanismo che negli ultimi mesi ha favorito i produttori Usa e, in misura diversa, anche la Russia, insieme – come si è visto – a investitori «bene informati». Secondo il Financial Times, le compagnie petrolifere Usa potrebbero incassare fino a 63 miliardi di extraprofitti. Ma la distribuzione resta squilibrata: nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il 50% dei guadagni da combustibili fossili è finito all’1% più ricco d’America, mentre il 50% più povero ha ricevuto appena l’1%. Anche oggi lo scenario è simile, come mostrano i prezzi alla pompa, aumentati di oltre il 30%.

PETROLIERI, BANCHE, speculatori, «insider». Non il popolo, che paga la guerra con inflazione e caro carburante. La partita nel Golfo è ancora aperta, ma ciò che accadrà non dipende solo dalla Casa Bianca: il baricentro resta nell’equilibrio tra lobby finanziarie, petrolifere e industria degli armamenti.

Nell’immagine: una nave cargo all’ancora nello Stretto di Hormuz


La ricchezza se ne va

REGNO UNITO Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory 

In un mio precedente articolo avevo descritto il Sonderfall ticinese. Un cantone in cui, tra il 2010 e il 2022, il patrimonio medio per contribuente è cresciuto del 58 per cento mentre il reddito mediano avanzava di appena il 10-12 per cento. In altre parole, anche in Ticino il capitale corre più del lavoro. Chi vive di stipendio vede il proprio reddito muoversi a passo lento; mentre chi vive di patrimonio lo vede crescere a ritmi che il lavoro non potrà mai eguagliare. È la conferma locale di una tendenza globale documentata da Piketty in poi, che la formula r > g (il rendimento del capitale supera strutturalmente la crescita dell’economia) ha reso celebre.

Ma c’è un secondo livello, meno visibile, che la ricerca economica recente ha portato alla luce: non tutto il capitale rende uguale. Gli studi dimostrano che i grandi patrimoni ottengono rendimenti strutturalmente superiori a quelli dei piccoli, anche al netto delle imposte e anche su asset identici. Passando dal 10° al 90° percentile della distribuzione della ricchezza, il rendimento annuo cresce di circa 10 punti percentuali. A livello globale, dal 1996 al 2025, i patrimoni dei miliardari sono cresciuti del 7,5 per cento annuo in termini reali, contro il 2,3 dell’economia mondiale. Dentro la rendita da capitale esiste quindi una seconda disuguaglianza: chi è già ricco si arricchisce più velocemente di chi è solo benestante. È il vero motore della concentrazione patrimoniale che l’articolo precedente documentava sul piano cantonale, dove l’1 per cento più ricco dei contribuenti ticinesi detiene circa il 48 per cento del patrimonio dichiarato.

Davanti a questa doppia divaricazione, la politica fiscale ticinese ha scelto la direzione opposta a quella che il senso di equità avrebbe suggerito. Negli ultimi sette anni, il Cantone ha alleggerito sistematicamente la fiscalità sui grandi patrimoni: riduzione dell’imposta sulla sostanza dal 3,5 al 2,5 per mille, freno all’imposta sulla sostanza, riduzione delle aliquote sull’utile delle aziende dal 9 al 5,5 per cento, abbassamento delle aliquote massime sul reddito e sulle successioni. Ogni misura è stata giustificata in nome della concorrenza fiscale intercantonale e del rischio di “fuga dei milionari”. Il vero problema non è se i milionari cambiano domicilio. È che una parte crescente dei rendimenti generati in Ticino non resta in Ticino.

I dati cantonali parlano di 395 grandi contribuenti partiti tra il 2016 e il 2022, circa 66 all’anno. Un fenomeno marginale, che peraltro non considera gli arrivi. Ben più imponente è invece il flusso silenzioso di rendimenti che ogni anno lasciano il Ticino senza che nessuno se ne accorga. Una quota crescente di ricchezza non nasce più da nuova attività economica ma dall’estrazione di rendita su asset esistenti. Mariana Mazzucato e Brett Christophers hanno chiamato questo fenomeno estrazione di valore o capitalismo della rendita. La ricchezza generata sul territorio non si traduce in investimenti sul territorio, semplicemente se ne va.

Il caso Sintetica, raccontato in un’inchiesta di Federico Franchini su Area Online, è l’esempio paradigmatico di questa dinamica. La storica azienda farmaceutica di Mendrisio, fondata nel 1921, è stata acquistata nel 2019 dal fondo francese di private equity Ardian con un’operazione di leveraged buyout. In pratica, il debito contratto per comprare l’azienda, circa 100 milioni di franchi, non è stato accollato al fondo acquirente, ma all’azienda stessa. È Sintetica che da allora paga gli interessi su quel debito (circa 10 milioni all’anno). Per sostenere questo onere, l’azienda è stata progressivamente ridotta: 41 licenziamenti, una linea produttiva chiusa a Mendrisio, produzioni esternalizzate in Portogallo e in Francia. Il valore prodotto a Mendrisio dai lavoratori di Mendrisio viene drenato per ripagare un debito contratto altrove, da qualcun altro, per acquistare l’azienda. Le banche incassano gli interessi, il fondo prepara la rivendita. A Mendrisio restano i posti di lavoro tagliati. È questa la vera ricchezza che se ne va e non la fuga dei contribuenti.

Il paradosso politico ticinese non si chiude qui. Gli stessi politici che negli ultimi anni hanno sgravato sistematicamente i grandi patrimoni oggi ci chiedono come finanziare l’iniziativa del 10 per cento per ridurre l’impatto dei premi di cassa malati. Si interrogano sulla sostenibilità delle spese per invecchiamento, transizione climatica, infrastrutture. La risposta è davanti ai loro occhi: recuperare risorse al vertice della distribuzione patrimoniale, dove la ricchezza è cresciuta più rapidamente, è stata tassata sempre meno, e in larga parte è già uscita dal territorio sotto forma di rendimenti finanziari. Reintrodurre un’imposizione più progressiva sulle grandi successioni, riportare l’aliquota sulla sostanza agli scaglioni più elevati e allineare le stime fiscali delle grandi proprietà immobiliari ai valori reali non significa colpire il ceto medio. Significa chiedere un contributo mirato a meno dell’1 per cento dei contribuenti e ristabilire un equilibrio tra chi paga con il lavoro e chi guadagna sul capitale. Il Ticino può scegliere se continuare a inseguire la chimera della “fuga dei milionari”, o riconoscere che una parte della ricchezza prodotta sul territorio deve tornare al territorio.

Ivo Durisch è capogruppo PS in Gran Consiglio

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: la formula di Piketty. La ricchezza accumulata cresce più velocemente dell’economia reale (stipendi e produzione)


La SECO in rotta di collisione con la legge

REGNO UNITO Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory 

Di Martin Stoll, Infosperber

Questo comportamento è preoccupante: Il Segretariato di Stato dell’economia (Seco) – con il sostegno del consigliere federale Guy Parmelin (UDC) – non solo nega l’accesso ai documenti nei procedimenti relativi all’accordo doganale con gli Stati Uniti, ma impedisce anche la partecipazione alla procedura di conciliazione. In breve: la legge sulla trasparenza viene elusa ai massimi livelli.

È quanto emerge dalle raccomandazioni recentemente pubblicate dal responsabile federale della trasparenza. Secondo queste, la SECO – dopo aver consultato il dipartimento del ministro dell’economia Guy Parmelin – non ha concesso a quest’ultimo l’accesso ai documenti controversi. In questo modo, questo strumento centrale della trasparenza amministrativa viene di fatto vanificato.

Il Consiglio federale ha espressamente sancito il diritto di accesso

Con la procedura di conciliazione, la legge sulla trasparenza ha creato uno strumento che risolve i conflitti in modo pragmatico. Le autorità e i richiedenti si siedono attorno a un tavolo, mentre il responsabile funge da mediatore. In questo modo si evitano contenziosi lunghi e costosi. Il presupposto, tuttavia, è che il responsabile della trasparenza conosca l’oggetto della controversia – ovvero che abbia accesso ai documenti controversi. Ciò vale anche se questi sono classificati come riservati. Così recita l’articolo 20 della Legge sulla trasparenza.

Se la SECO e il consigliere federale Guy Parmelin sostengono che l’ufficio non debba concedere l’accesso all’autorità di conciliazione perché i documenti esulano dal campo di applicazione della legge, l’amministrazione si pone al di sopra di chiare disposizioni di legge. Eppure, lo stesso Consiglio federale ha stabilito nel 2024 che il responsabile della trasparenza deve poter prendere visione dei documenti, anche in caso di campo di applicazione controverso.

Il responsabile della trasparenza Adrian Lobsiger ha cercato anche la via diretta e ha offerto di consultare i documenti in via riservata presso la sede della SECO. Ma anche questa concessione è stata respinta dall’ufficio all’inizio di marzo 2026.

Nessun nuovo approccio da parte delle autorità

Se l’amministrazione ignora il proprio obbligo di collaborazione, ciò non solo è giuridicamente discutibile, ma mina il sistema e trasforma la procedura di conciliazione in una farsa.

Eppure questo comportamento non è un caso isolato. Ad esempio, nel 2024 il Politecnico federale di Zurigo (ETH) ha negato non solo l’accesso ai documenti, ma anche la loro consegna nel procedimento di conciliazione, nonostante la raccomandazione contraria del responsabile della trasparenza. Analogamente nel caso Ruag: il Segretariato generale del DDPS ha respinto una richiesta di accesso facendo riferimento a un’indagine in corso e non ha trasmesso i documenti nemmeno nel procedimento di conciliazione.

Questi casi mostrano uno schema ricorrente: le autorità eludono il controllo previsto dalla legge, negando al responsabile della trasparenza informazioni fondamentali.

Ora decide il tribunale

Secondo un articolo del «Sonntags-Blick», la SECO ha nel frattempo formalmente ribadito la sua posizione negativa e negato l’accesso con una decisione.

Almeno una delle parti interessate porterà probabilmente il caso davanti al Tribunale amministrativo federale. È giusto così, ma è necessario anche un controllo politico. Gli uffici federali non possono infatti interpretare le leggi a loro piacimento. Altrimenti la fiducia viene meno. Ora servono chiari correttivi, da parte dei tribunali e delle autorità di controllo.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: il consigliere federale Guy Parmelin e la sua SECO dicono no. L’opinione pubblica non deve sapere cosa c’è scritto nell’accordo doganale con gli Stati Uniti


A causa delle sanzioni alcuni cittadini svizzeri non ricevono più la rendita AVS

REGNO UNITO Le elezioni, amministrative in Inghilterra e per i parlamenti di Edimburgo e Cardiff, travolgono il Labour. Male anche i Tory 

Di Martina Frei, Infosperber

«Dal 1° febbraio 2026 ci ritroviamo a mani vuote», dice Hans Rudolf Knecht. Il 76enne è sposato da circa 20 anni con una bielorussa. Si definisce uno svizzero con i piedi per terra, ha più che adempiuto a tutti i suoi doveri di cittadino e ha versato contributi all’AVS per tutta la vita. E ora questo. «Ma sono fuori di testa?»

Circa dieci anni fa, Knecht si è trasferito con la moglie in Bielorussia. In passato, le loro pensioni venivano versate senza problemi. Ma ora non più. Knecht è uno dei 58 svizzeri all’estero in Bielorussia e di altri in Russia che hanno diritto a una pensione, ma che non viene più loro versata o pagata. Non esiste una base giuridica per questo.

Il motivo presunto del blocco dei pagamenti: «Il 20° pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia, entrato in vigore il 1° febbraio 2026», afferma H.S.*, che vive anch’essa in Bielorussia e desidera rimanere anonima. A gennaio ha ricevuto un’e-mail dalla Centrale di compensazione AVS (ZAS). Quest’ultima trasferisce mensilmente circa un milione di pensioni in oltre 180 paesi a beneficiari dell’AVS.

Nessun altro bonifico tramite Postfinance

L’e-mail recitava: Postfinance, il partner finanziario della ZAS responsabile dei pagamenti verso la Russia, ha comunicato che a partire dalla fine di gennaio 2026 non trasferirà più pensioni in Russia e in Bielorussia. «Nonostante i nostri sforzi, finora non abbiamo trovato altre possibilità per garantire questi versamenti. Ci vediamo quindi costretti a sospendere il pagamento della sua rendita a partire da febbraio. Continuiamo a cercare una soluzione alternativa, ma vista la situazione internazionale non possiamo garantire che ne troveremo una.»

E poi arriva la notizia shock: «La preghiamo di tenere presente che non è legalmente consentito trasferire una pensione AVS sul conto di un terzo, anche se si tratta di un familiare stretto.»

La via d’uscita: richiedere le prestazioni sociali in Svizzera

Su richiesta di Infosperber, la ZAS comunica ora: «I pagamenti delle rendite da parte della Centrale di compensazione non sono soggetti a sanzioni in Svizzera; sono consentiti dal diritto svizzero.» Tuttavia, sarebbe «prassi comune che le banche svizzere e straniere, per motivi strategici e legati al rischio, tengano conto anche delle normative straniere che possono influire sulla loro attività commerciale, ad esempio il diritto statunitense.» L’interpretazione in parte estensiva delle misure sanzionatorie straniere da parte degli intermediari finanziari porta a una crescente limitazione dei pagamenti verso determinati Stati, anche se questi sono consentiti dal diritto svizzero.

Per H.S. ciò ha conseguenze esistenziali. Dopo il pensionamento del marito svizzero, la coppia si è trasferita in Bielorussia nel 2022. Lui è morto pochi anni fa, la 54enne ora vive di una piccola rendita di vedovanza. «L’età pensionabile per le donne in Bielorussia è di 58 anni. È molto difficile per me trovare ancora un lavoro qui.

In Bielorussia posso vivere della pensione di vedovanza, in Svizzera non sarebbe possibile.» Al momento vive dei propri risparmi, ma prima o poi finiranno. «Se i versamenti AVS continuassero a non arrivare, dovrei tornare in Svizzera e richiedere le prestazioni sociali. Non vorrei farlo», dice S.

Circa 60 persone coinvolte

Spetta alla banca stessa decidere se aprire un conto a una persona residente all’estero. Secondo la ZAS, per la maggior parte dei circa 170 beneficiari dell’AVS residenti in Russia e in Bielorussia il versamento funziona perché dispongono ancora di un conto presso una banca in Svizzera o in un Paese non soggetto a sanzioni. Circa 60 persone, tuttavia, dispongono esclusivamente di un conto nel loro paese di residenza. Queste sono interessate dal blocco dei pagamenti.

Un versamento tramite le ambasciate svizzere non è possibile. Manca una base legale, comunica il Dipartimento degli affari esteri.

Postfinance non si esprime in modo concreto

Infosperber ha chiesto a Postfinance, tra l’altro, su quale base giuridica rifiuti il trasferimento dei fondi AVS nei paesi sopra citati e cosa possano fare ora le persone interessate residenti in Bielorussia o nella Federazione Russa per ottenere le loro rendite AVS.

La risposta vaga: Postfinance «si impegna in linea di principio a effettuare pagamenti di rendite all’estero, purché ciò sia possibile dal punto di vista operativo, economico e giuridico. Per l’esecuzione di questi pagamenti transfrontalieri, tuttavia, Postfinance dipende dalle banche corrispondenti e spesso non può determinare in modo completamente autonomo le destinazioni e le modalità di pagamento».

«Senza via d’uscita», lo definisce Hans Rudolf Knecht. Postfinance gli aveva già chiuso il conto nell’autunno del 2023. Motivo: «Il suo profilo non è in linea con l’orientamento della politica aziendale di Postfinance». Postfinance ha fatto riferimento all’articolo 19 delle sue condizioni generali. In base a questo, può chiudere i conti, ad esempio, se ne derivano dei rischi o se il cliente ha commesso un reato. Knecht è rimasto di stucco.

A quel punto lui – un cliente di Postfinance da decenni e senza precedenti penali, come sottolinea – è volato in Svizzera per svuotare il conto. Sconvolto, ha contattato diverse banche. Una alla fine ha mostrato comprensione per la sua situazione di emergenza, non causata da lui, e gli ha permesso almeno di aprire un conto, contro una commissione di 40 franchi al mese.

Recarsi in Svizzera per ritirare il denaro

Questo consiglio viene dato anche dalla ZAS: «In casi specifici può essere d’aiuto se il beneficiario della rendita possiede un conto presso una banca svizzera o in un Paese non soggetto a sanzioni e può ricevere i pagamenti della rendita tramite questo conto.»

Tuttavia, i bonifici verso la Bielorussia non sono possibili nemmeno dal conto attuale di Knecht in Svizzera. Deve quindi volare in Svizzera per prelevare il denaro. A causa delle sanzioni dell’UE, raggiungere in qualche modo la Svizzera comporta sempre un viaggio lungo e costoso in autobus via Vilnius in Lituania, oppure in aereo via Istanbul.

Per sua moglie, il trasferimento della rendita AVS dalla ZAS tramite Postfinance ha funzionato almeno fino all’inizio del 2026. Poi anche lei è stata informata del blocco dei pagamenti. Non le viene concesso un conto bancario in Svizzera.

In casi eccezionali potrebbero essere emessi dei bollettini di pagamento, le ha comunicato la ZAS. «Questi dovrebbero però essere ritirati presso la nostra sede a Ginevra. La preghiamo di contattarci con almeno 10 giorni di anticipo.»

Traduzione a cura della redazione