Violenza xenofoba in Sudafrica

 

La violenza xenofoba colpisce duramente il Kwazulu Natal, e in particolare la città di Durban.
I numerosi immigrati e rifugiati vivono nella paura, mentre non è ancora chiaro chi sta alimentando questo ignobile e pericoloso movimento di dimostranti che si fanno chiamare March and March, e che, anche con l’uso della forza, chiede l’espulsione dal paese di centinaia di immigrati.
Per ora non è chiaro chi stia fomentando tanta violenza e odio.
Sono in molti a temere che, senza fare chiarezza, il paese rischi di rivivere una replica dei disordini del luglio 2021, che fecero più di 350 morti.

I rifugiati, dal canto loro, affermano di essere in possesso di documenti che comprovano la legittimità della loro presenza nel paese. In effetti, un controllo eseguito dall’ufficio locale degli Affari Interni ha stabilito che su 457 forestieri solo due non erano in regola.
Ciò nonostante, gruppi di facinorosi organizzati e finanziati da non si sa ancora chi, hanno già terrorizzato decine di famiglie e fatto irruzione nelle loro abitazioni, interrogando con violenza i capofamiglia.
Gli immigrati non sono al sicuro nemmeno sul posto di lavoro, dove i gruppi di questo movimento xenofobo hanno fatto irruzione e interrogato con la forza gli impiegati.
Le organizzazioni umanitarie vicine ai rifugiati chiedono con fermezza che la polizia intervenga in loro difesa. Finora, difatti, la polizia si è rifiutata di intervenire, rinviando gli stranieri al centro dei rifugiati di Durban.
La città ha vissuto una settimana traumatica con l’impiego di proiettili di gomma e gas lacrimogeni. I gruppi xenofobi hanno addirittura posto un preoccupante termine ultimo con scadenza al 30 giugno, entro il quale rifugiati e immigrati devono lasciare il Sudafrica.

Ho interpellato diversi cittadini sudafricani che si sono detti preoccupati di possibili nuovi gravi disordini nel Kwazulu Natal, la più popolosa regione del paese. Dal canto loro, alcuni immigrati intervistati dalla stampa hanno detto che lascieranno il paese per proteggere le loro famiglie.
Una situazione pericolosa in un momento dove regna il malcontento generalizzato, in un contesto di dilagante corruzione e grave assenza dei servizi pubblici.

Per non parlare dei social media, che una volta di più hanno servito da megafono e contribuito a infiammare gli animi. Il governo centrale non si è ancora manifestato, ma sarebbe auspicabile che adottasse misure cautelari prima che la situazione precipiti.

Nell’immagine: il centro di accoglienza rifugiati del dipartimento degli interni a Durban.

         


Quel doppio filo dell’Occidente alle origini dell’impunità

 

Di Widad Tamimi, il manifesto

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, il regime dell’apartheid sudafricano crollò sotto il peso di un cortocircuito morale ed economico. Le immagini del massacro di Sharpeville del 1960 e i corpi dei ragazzi di Soweto nel 1976 squarciarono il velo dell’indifferenza occidentale.

Seguirono i boicottaggi dei consumatori, il disinvestimento delle Università, l’isolamento culturale e, infine, il colpo di grazia finanziario: nel 1985, le grandi banche internazionali, guidate dalla Chase Manhattan, decisero di non rinnovare i prestiti a breve termine a Pretoria.

Oggi, mentre la strage a Gaza supera la drammatica cifra di 72mila vittime palestinesi e la Cisgiordania colonizzata brucia sotto i colpi di un’espansione degli insediamenti illegali mai così aggressiva dal 2017, le piazze mondiali e le istituzioni internazionali evocano con forza lo spettro dell’apartheid. Eppure, l’arma del boicottaggio totale e delle sanzioni economiche, che un tempo piegarono Pretoria, oggi nei confronti di Israele appare impossibile.

LA RAGIONE di questa paralisi non risiede solo nelle evidenti asimmetrie geopolitiche, ma in una differenza strutturale profonda: il Sudafrica dell’apartheid era un partner commerciale esterno da cui l’Occidente comprava merci; l’Israele di oggi è un organo vitale inserito direttamente dentro il motore tecnologico, digitale e militare dell’Occidente. Se si analizza la struttura degli scambi, il confronto tra i due scenari rivela importanti differenze. Il Sudafrica esportava commodities fisiche: oro, carbone e minerali rari come cromo e manganese, essenziali per l’industria siderurgica della Nato. Se un’azienda occidentale poteva sostituire il carbone sudafricano con quello australiano in poche settimane, una banca europea che utilizza architetture di cybersecurity israeliane non può cambiare sistema premendo un bottone. Oltre il 55% dell’export di Tel Aviv è composto da servizi intangibili.

Siamo di fronte a un’interdipendenza invisibile che si manifesta anzitutto nel settore dei semiconduttori, dove centri nevralgici di colossi come Intel hanno sede in Israele, rendendo un eventuale blocco delle esportazioni un potenziale fattore di paralisi per la catena di fornitura dell’elettronica globale e dei dispositivi medici. La stessa vulnerabilità si registra nella sicurezza informatica, dato che le reti finanziarie e i sistemi di difesa occidentali sono profondamente integrati con i software israeliani. C’è poi il nodo cruciale della ricerca e sviluppo: più di 400 multinazionali globali, tra cui spiccano Apple, Google, Microsoft e i grandi marchi della farmaceutica, sviluppano i loro brevetti strategici proprio nei laboratori di Tel Aviv e Haifa.

L’Unione europea rappresenta il primo partner commerciale di Israele, attorno ai 70 miliardi di euro all’anno, i rapporti sono regolati dall’Accordo di Associazione del 2000. Nonostante l’articolo 2 di tale trattato vincoli esplicitamente le relazioni al rispetto dei diritti umani, Bruxelles sbarra la strada a ogni reazione concreta.

LA GERMANIA registra un interscambio bilaterale di merci di circa sei miliardi di euro all’anno e un legame militare strettissimo con Israele. L’Italia mantiene relazioni solide con un valore che si aggira intorno ai 4-5 miliardi di euro, caratterizzato da cooperazioni strategiche guidate da giganti nazionali come Eni nell’esplorazione energetica del Mediterraneo orientale e Leonardo nel comparto dell’aerospazio e della difesa. I Paesi Bassi agiscono invece come un fondamentale hub logistico e tecnologico. Persino l’Irlanda rappresenta un caso emblematico di questa asimmetria: dipende economicamente dall’importazione di circuiti integrati per alimentare i propri stabilimenti tecnologici nazionali.

E poi gli Stati uniti, partner commerciale più importante per Israele, con un commercio bilaterale di beni e servizi che si aggira sui 50-55 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia, a fare la differenza non sono le merci tradizionali, ma un cordone ombelicale finanziario e militare che non ha eguali. Sulla base del memorandum decennale in vigore, gli Usa inviano a Israele 3,8 miliardi di dollari all’anno in assistenza militare fissa, a cui si sono aggiunti pacchetti d’emergenza straordinari approvati dal Congresso per oltre 14 miliardi di dollari.

A QUESTO SI AGGIUNGE il valore geopolitico di Israele, storicamente definito come la più grande portaerei americana nel Mediterraneo orientale. Il parallelo storico con il Sudafrica si inceppa dunque nei nodi di una rete globale immateriale. L’apartheid di Pretoria fu sconfitto perché il capitalismo occidentale scoprì che poteva sopravvivere anche senza i razzisti afrikaner.

Eppure, l’apparente insostituibilità di Israele non è una condanna eterna: è una scelta politica ed economica reversibile. Se l’Europa volesse davvero allineare la propria condotta morale ai trattati istituzionali che celebrano i diritti umani, dovrebbe avviare un piano strutturale e coordinato di sganciamento e indipendenza strategica dal commercio con Israele. Volendo, Bruxelles potrebbe stimolare la crescita dell’industria digitale europea.

E UN GRUPPO di paesi d’avanguardia – guidato da Spagna, Irlanda, Slovenia, Belgio e Paesi Bassi – potrebbe agire attraverso coalizioni forti. Questi Stati possono applicare la recente opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia introducendo bandi commerciali totali sui prodotti provenienti dagli insediamenti illegali e bloccando i transiti e le licenze di esportazione di armi o componenti militari verso Israele attraverso i propri territori nazionali. Se una decisione unanime a 27 è temporaneamente impossibile, lo strappo politico dei singoli governi può innescare un effetto domino normativo in grado di incrinare la compattezza del mercato unico a difesa del diritto internazionale.

L’indipendenza economica dell’Europa non è solo una sfida industriale: è l’unico modo rimasto per non essere complici dello sterminio di un popolo.

Nell’immagine: soldati israeliani invadono la città vecchia di Nablus


Il Libano martoriato attaccato da Israele

 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

GERUSALEMME. C’è una parola che Israele usa con precisione chirurgica, e quella parola è mirato. Attacco mirato. Raid mirato. Operazione mirata. La mattina del 28 maggio, un missile israeliano ha colpito un appartamento al secondo piano di un palazzo residenziale nel quartiere di Shuwayfat, alla periferia sud di Beirut.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato che l’obiettivo era Ali al-Hasani, responsabile del comparto missilistico della Divisione Imam Hussein di Hezbollah. Se sia stato ucciso, al momento non è confermato.Quello che è certo è tutto il resto: era il primo attacco su Beirut in tre settimane, avvenuto mentre è formalmente in vigore un cessate il fuoco tra Israele e Libano, firmato il 17 aprile. E la parola mirato serve a questo, a fare in modo che un edificio residenziale abitato non sia un edificio residenziale abitato, ma un obiettivo militare colpito con precisione. Come se la precisione assolvesse.

Intorno alla parola mirato si è costruita l’intera architettura del conflitto libanese nelle ultime sei settimane: una serie di operazioni che individualmente vengono presentate come eccezioni, risposte a provocazioni, necessità tattiche, e che collettivamente compongono qualcosa di completamente diverso.

Dal 17 aprile, giorno in cui la tregua è entrata formalmente in vigore, 600 persone sono state uccise, 10 mila case sono state distrutte o danneggiate, e solo nei primi quattro giorni il cessate il fuoco è stato violato 220 volte. Duecento venti violazioni in quattro giorni non sono la disintegrazione di un accordo.

Sono la prova che quell’accordo non è mai esistito come tale, che il documento firmato il 17 aprile non regolamenta la presenza della violenza, ma soltanto la sua forma, che stabilisce come nominarla, come giustificarla, in quale formato presentarla al mondo. Ogni raid diventa «mirato», ogni ordine di evacuazione diventa «misura di protezione dei civili», ogni avanzata terrestre diventa «rafforzamento della zona di sicurezza».

Le stesse parole che nel diritto internazionale umanitario esistono per proteggere le popolazioni civili vengono svuotate e riempite di contenuto opposto, trasformate nello schermo dietro cui la distruzione procede ordinata e nominata. È una violenza che ha imparato a parlare il linguaggio della sua stessa regolamentazione, e proprio per questo diventa quasi inattaccabile nelle sedi in cui la contestazione dovrebbe contare: il Consiglio di Sicurezza, le corti internazionali, le cancellerie europee. Ogni volta che qualcuno alza la voce, la risposta è già pronta: l’operazione era mirata, l’obiettivo era militare, i civili erano stati avvisati. La forma è rispettata. Quello che accade dentro quella forma è, formalmente, un’altra questione.

Benjamin Netanyahu non si nasconde. «Li colpiremo. Stanno usando i droni, abbiamo una squadra speciale che se ne occupa. Quello che ci impone è di intensificare gli attacchi e colpirli frontalmente», ha dichiarato in un video lunedì. Davanti al gabinetto di sicurezza ha precisato che le forze israeliane «stanno operando con ingenti forze sul terreno e conquistando posizioni strategiche dominanti», e che l’obiettivo è «fortificare la zona di sicurezza per proteggere le comunità israeliane del Nord». La zona di sicurezza è il luogo in cui la retorica difensiva diventa progetto territoriale.

Quella zona ha confini mobili. Inizialmente identificata lungo il corso del fiume Litani, dopo il cessate il fuoco è stata spostata ulteriormente verso Nord, portando l’occupazione israeliana a circa 20 chilometri dal confine. Nelle ultime ore l’Idf ha esteso le operazioni di terra anche oltre quella fascia, un’estensione che avviene per decreto militare, senza negoziato, senza accordo con il governo libanese, senza che nessun organismo internazionale abbia l’autorità o la volontà di contestarla.

Si dichiara una zona di sicurezza, la si abita militarmente, si demolisce quello che c’era, si impedisce il ritorno di chi viveva lì, e poi si sposta la linea ancora un poco avanti. Al momento 110 località rimangono soggette agli ordini di sfollamento forzato israeliani, inclusi 55 paesi e cittadine che si trovano al di sotto della nuova linea di demarcazione.

Gli ordini di evacuazione sono lo strumento attraverso cui tutto questo diventa presentabile. Nell’uso che ne fa l’Idf si costruisce l’idea della guerra giusta: Israele avvisa, la gente si mette in salvo, poi arrivano le bombe su obiettivi militari. Ma l’evacuazione non è una misura umanitaria quando riguarda interi centri urbani storici e quando a essa non segue il diritto al ritorno. L’esercito israeliano ha costretto gran parte della popolazione meridionale ad andarsene e sta portando avanti una campagna sistematica di demolizione di case, uffici, moschee e infrastrutture, con l’obiettivo dichiarato di creare una zona cuscinetto tra i due Paesi.

Le immagini satellitari mostrano che questa strategia di distruzione e sradicamento di comunità intere sta continuando quasi quotidianamente, come nell’antico villaggio di Deir Sarya, raso al suolo con escavatori. È il copione di Gaza. Come accaduto nella Striscia a Rafah, a Khan Younis e Jabalya, anche in Libano si assiste alla distruzione di intere città e villaggi, con l’occupazione di circa il 15% dell’intero territorio libanese e lo sfollamento del 20% della sua popolazione.

Il parallelismo con Gaza è più di una metafora critica, è una descrizione operativa. Stesse ruspe, stessa logica delle zone di sicurezza che avanzano, stessa costruzione di un territorio inabitabile come precondizione per un’occupazione che non dice il suo nome. La differenza, per ora, è che il Libano ha uno Stato con un esercito e un governo, per quanto fragile, e che sulla sua terra operano i contingenti Unifil, e che la sua capitale ha aeroporti, ambasciate, quartieri frequentati da giornalisti stranieri.

Per ora Beirut non è Gaza. Ma questa mattina un missile è arrivato a Shuwayfat, a poche centinaia di metri dall’aeroporto internazionale, e un alto funzionario israeliano ha già chiarito che gli «attacchi mirati» sono esclusi da qualunque vincolo imposto da Washington. Perché Washington è il vero punto di pressione, e anche il vero punto cieco. Nei giorni scorsi era emersa la contrarietà americana a eventuali raid sulla capitale libanese.

L’amministrazione Trump aveva fatto sapere, attraverso canali ufficiali israeliani, di non volere palazzi crollati a Beirut. La frase è rivelatrice nella sua brutalità pragmatica: il problema non sono i palazzi che crollano, ma la visibilità dei palazzi che crollano, il frame televisivo, la reazione dell’opinione pubblica americana. Nel sud del Libano, lontano dalle telecamere, oltre 3.200 persone sono state uccise dall’inizio dell’escalation del 2 marzo, con più di un milione di sfollati.

Quei palazzi crollano da mesi senza che questo rappresenti un problema per l’amministrazione Trump, impegnata nei negoziati con Teheran e nella costruzione del Board of Peace a Gaza. Il Libano è lo spazio che resta quando l’attenzione diplomatica guarda altrove. Netanyahu lo sa, e agisce di conseguenza. L’opposizione israeliana lo accusa di aver accettato il “diktat” americano sul memorandum con l’Iran e di essere «una marionetta nelle mani di Trump».

L’accusa è strumentale e in larga parte disonesta – Lieberman, Lapid e Gantz avrebbero condotto la stessa guerra – ma rivela la logica politica interna che governa le scelte sul Libano: Netanyahu deve mostrare alla sua destra che non si è fermato, che la zona di sicurezza avanza, che Hezbollah paga un prezzo. La guerra in Libano è anche, sempre, una guerra domestica israeliana combattuta con bombe straniere.

Il cessate il fuoco del 17 aprile non è mai stato una pace. Era una ridefinizione delle regole di ingaggio, il permesso di continuare in modo controllato quello che era già in corso. Adesso anche quel controllo si allenta, e la linea che separava il sud di Beirut dai teatri attivi di guerra si è spostata di qualche isolato verso il centro. Come è già accaduto in Libano nel 2006, come è accaduto a Gaza dal 2007 in poi, come accade ogni volta che una violenza si normalizza gradualmente, la linea si sposta, e quando si sposta nessuno riesce più a ricordare esattamente dov’era prima, e questo è già metà del lavoro.


Anthropic vale quasi mille miliardi di dollari dopo un mega-round di investimento da 65 miliardi

 

Di Gabriella Rocco, La Repubblica

C’è un numero che, fino a pochissimo tempo fa, sarebbe appartenuto al vocabolario delle speculazioni fantascientifiche. Sessantacinque miliardi di dollari. In un solo round di finanziamento.

Per un’azienda fondata nel 2021 che, fino a qualche anno fa, era conosciuta ai più soltanto come “quella startup fondata dagli ex di OpenAI”.

Oggi Anthropic non è più una startup. È qualcosa di difficile da definire con le categorie tradizionali del venture capital e dell’industria tech: un colosso privato da 965 miliardi di dollari di valutazione post-money, un soffio sotto il trilione, con un fatturato che ha già superato i 47 miliardi di dollari e una lista di investitori che legge come il who’s who della finanza globale.

Il round da 65 miliardi Series H – guidato da Altimeter Capital, Dragoneer, Greenoaks e Sequoia Capital – non è soltanto il finanziamento privato più grande della storia della Silicon Valley. È un evento che ridisegna le coordinate dell’intera industria dell’intelligenza artificiale. E pone domande enormi sul futuro dell’economia digitale, sulla concentrazione del potere tecnologico e sul ruolo che l’AI avrà nelle nostre vite nei prossimi anni.

Ora il valore stimato dell’azienda guidata da due fratelli italoamericani, Daniela e Dario Amodei, è addirittura superiore a quello di OpenAI, l’azienda di cui è amministratore delegato Sam Altman, che da laboratorio no-profit si è trasformata in un colosso tech da circa 850 miliardi di dollari.

Una lista di investitori da capogiro

Per capire la portata di questo round, basta scorrere la lista di chi ha deciso di scommettere su Anthropic. Il round è stato co-guidato da Capital Group, Coatue, D1 Capital Partners, GIC — il fondo sovrano di Singapore — ICONIQ e XN. Tra gli investitori di rilievo figurano nomi che attraversano verticalmente il mondo della finanza globale: Blackstone, Brookfield, Fidelity Management & Research Company, General Catalyst, Insight Partners, Jane Street, Lightspeed Venture Partners, T. Rowe Price, Temasek, DST Global, Baillie Gifford, MGX e molti altri.

Non si tratta soltanto di venture capital tradizionale. Ci sono fondi sovrani, colossi della gestione patrimoniale, hedge fund e investitori istituzionali che raramente siedono allo stesso tavolo. Un segnale inequivocabile: Anthropic non viene più percepita come una scommessa ad alto rischio su una tecnologia emergente. È diventata un asset strategico globale.

A completare il quadro, 15 miliardi di dollari di investimenti già impegnati da parte degli hyperscaler – i grandi fornitori di cloud computing – tra cui 5 miliardi di dollari da Amazon, da sempre il principale partner cloud e di training di Anthropic. E poi i partner strategici dell’infrastruttura: Micron, Samsung e SK Hynix, i tre giganti mondiali della memoria e dei chip logici, il cui coinvolgimento segnala che Anthropic sta costruendo un ecosistema hardware oltre che software.

I numeri che nessuno si aspettava

Per comprendere come si sia arrivati a un round di questa dimensione, bisogna guardare alla traiettoria di crescita di Anthropic negli ultimi mesi. Dalla Series G, chiusa a febbraio, l’adozione di Claude tra i clienti enterprise globali non ha smesso di accelerare. Il fatturato ha superato i 47 miliardi di dollari all’inizio di questo mese. Una cifra che, per una società che non era ancora quotata in borsa, è semplicemente storica.

Aziende di ogni settore stanno impiegando Claude nelle loro operazioni principali. Non si tratta più di sperimentazioni pilota o di progetti proof-of-concept: l’AI è entrata nei flussi di lavoro core delle organizzazioni più complesse al mondo. E un numero crescente di individui lo utilizza quotidianamente per il proprio lavoro, dalla scrittura di codice all’analisi di dati, dalla redazione di documenti legali alla ricerca scientifica.

«Claude è sempre più indispensabile per la nostra crescente comunità globale di clienti», ha dichiarato Krishna Rao, Chief Financial Officer di Anthropic. «Questo finanziamento ci aiuterà a soddisfare la domanda storica che stiamo vivendo, restare al campo della ricerca e portare Claude in più luoghi dove avviene il lavoro.»

L’infrastruttura come campo di battaglia

Se c’è un elemento del round che rivela la vera ambizione di Anthropic, è la dimensione infrastrutturale. Nelle ultime settimane, l’azienda ha firmato accordi che avrebbero fatto notizia singolarmente, ma che insieme compongono un quadro di proporzioni straordinarie.

Con Amazon, fino a cinque gigawatt di nuova capacità computazionale. Con Google e Broadcom, cinque gigawatt di capacità TPU di nuova generazione — le unità di elaborazione tensor sviluppate da Google specificamente per i carichi di lavoro AI. Con SpaceX, l’accesso alla capacità GPU all’interno di Colossus 1 e Colossus 2, il supercomputer costruito da Elon Musk per xAI e ora aperto a partnership esterne.

Dieci gigawatt totali di nuova capacità. Per dare un termine di paragone: dieci gigawatt è la potenza di circa dieci grandi centrali nucleari. È l’energia necessaria per alimentare milioni di abitazioni. Stiamo parlando di un’infrastruttura computazionale di scala industriale, non di qualche server farm aggiuntiva.

E poi c’è il dato che forse più di ogni altro racconta la posizione di Anthropic nel mercato: Claude è oggi il primo modello di frontiera disponibile simultaneamente su tutte e tre le maggiori piattaforme cloud del mondo: Amazon Web Services, Google Cloud e Microsoft Azure. Una presenza trasversale che nessun altro modello AI può vantare, e che trasforma Claude in un’infrastruttura neutrale su cui le aziende possono costruire indipendentemente dal proprio fornitore cloud di riferimento.

Le voci degli investitori: perché ora, perché Anthropic

In un mercato dove le valutazioni miliardarie si moltiplicano e la retorica sull’AI rischia di superare i fondamentali, le parole degli investitori di questo round sono particolarmente significative. Non si tratta di ottimismo generico: emergono tesi di investimento precise e articolate.

Brad Gerstner, fondatore e CEO di Altimeter Capital, uno dei lead investor del round, è diretto: «Gli ultimi progressi di Claude hanno favorito un’adozione su larga scala tra le organizzazioni più impegnative al mondo. Questo slancio posiziona Anthropic per guidare la prossima fase dell’innovazione nell’AI e cogliere l’enorme opportunità che li attende.»

Marc Stad, Managing Partner di Dragoneer, aggiunge una prospettiva più lunga: «Il progresso tecnologico che stiamo vedendo ora è mozzafiato. E crediamo di essere ancora nei primi giorni sia dello sviluppo che della commercializzazione di questa tecnologia.» Una frase che suona quasi paradossale davanti a numeri come quelli di questo round, ma che riflette una convinzione genuina: siamo al prologo, non al climax.

Neil Mehta, founder e managing partner di Greenoaks, si concentra su qualcosa di meno misurabile ma forse più duraturo: «Anthropic ha costruito un’organizzazione in cui i migliori ricercatori e ingegneri del mondo operano con una chiarezza di scopo senza pari, perché credono che questo sia il lavoro più importante che faranno mai. Raramente la cultura, la missione e lo slancio commerciale di un’azienda si sono rafforzati così completamente.»

È Alfred Lin di Sequoia Capital, però, a fornire forse la sintesi più lucida di cosa sta succedendo nel mercato enterprise: «Startup e aziende della Global 5000 stanno impiegando Claude per gestire flussi di lavoro complessi e, così facendo, Claude sta imparando come operano realmente le aziende: il contesto, i processi, il giudizio. Anthropic sta costruendo il ponte tra dove si trova oggi l’AI enterprise e dove sta andando.»

Sicurezza e interpretabilità: la scommessa che distingue Anthropic

C’è un elemento che distingue Anthropic dalla maggior parte dei suoi competitor, e che torna esplicitamente nella comunicazione di questo round: l’impegno sulla sicurezza e l’interpretabilità dell’AI. Parte significativa del finanziamento, secondo quanto dichiarato dall’azienda, sarà destinata proprio a far avanzare la ricerca in questi ambiti.

Non è marketing. È il DNA dell’azienda. Anthropic nasce nel 2021 da una scissione da OpenAI, guidata da Dario Amodei e sua sorella Daniela Amodei, insieme ad altri ricercatori che ritenevano insufficiente l’attenzione della loro precedente organizzazione ai rischi legati allo sviluppo di AI sempre più potente. Da allora, la ricerca sulla sicurezza – e in particolare sull’interpretabilità, ovvero la capacità di capire cosa succede davvero all’interno di un modello AI – è rimasta centrale nella missione dell’azienda.

In un momento in cui i modelli AI diventano agenti autonomi capaci di eseguire compiti complessi nel mondo reale, la questione della sicurezza non è più accademica. È operativa. Ed è probabilmente uno dei motivi per cui le organizzazioni più conservative – dai fondi sovrani alle istituzioni finanziarie – hanno scelto di investire in Anthropic piuttosto che altrove.

Cosa significa per il mercato globale dell’AI

Un round da 65 miliardi di dollari non riguarda soltanto Anthropic. Manda segnali precisi all’intero ecosistema.

Il primo: il mercato dei modelli AI di frontiera si sta consolidando intorno a pochissimi player. La barriera all’ingresso – in termini di capitale, talento e infrastruttura – è ormai così alta da rendere quasi impossibile l’emergere di nuovi contendenti senza backing istituzionale massiccio. La competizione si gioca tra OpenAI, Google DeepMind, Meta AI e Anthropic. E forse qualcuno in Cina.

Il secondo: il modello di business dell’AI enterprise funziona. I 47 miliardi di dollari di fatturato di Anthropic non sono proiezioni o valutazioni speculative. Sono ricavi reali, generati da aziende reali che pagano per usare Claude nei loro processi. L’era del “ci pensiamo alla monetizzazione dopo” è definitivamente chiusa.

Il terzo, e forse il più sottile: la concentrazione di capitale e infrastruttura nell’AI sta creando dipendenze sistemiche che i regolatori di tutto il mondo — Europa in testa — faranno sempre più fatica a ignorare. Quando un singolo modello è disponibile sui tre principali cloud al mondo, quando i chip di memoria di Samsung, Micron e SK Hynix alimentano la stessa piattaforma, quando fondi sovrani di Singapore, Abu Dhabi e altri paesi siedono nel cap table della stessa azienda, le domande sulla governance e sulla concentrazione del potere tecnologico diventano urgenti.

Il ponte verso il trilione

Novecento sessantacinque miliardi di dollari. Anthropic è a 35 miliardi dal diventare la prima azienda AI privata a raggiungere la valutazione di un trilione di dollari. Un traguardo che, ai ritmi attuali di crescita, potrebbe essere questione di mesi.

Ma al di là del numero – affascinante quanto può esserlo qualsiasi record – ciò che questo round racconta è qualcosa di più profondo. Racconta di un cambio di paradigma nell’economia globale, in cui l’intelligenza – artificiale, scalabile, distribuibile – sta diventando la risorsa più preziosa e contesa del pianeta. Racconta di aziende che non sperimentano più l’AI, ma ci costruiscono sopra il loro futuro. Racconta di investitori che non scommettono su una tecnologia, ma su un’infrastruttura che potrebbe ridisegnare come lavoriamo, decidiamo e creiamo valore. E racconta, in fondo, di quanto poco abbiamo ancora capito di dove stiamo andando.

Come ha detto Marc Stad di Dragoneer: siamo ancora nei primissimi giorni. Sessantacinque miliardi di dollari sembrano tantissimi. Potrebbero rivelarsi soltanto l’inizio.


Le bugie sui caduti non bastano: oltre 600mila morti tra russi e ucraini

 

Di Sabato Angieri, il manifesto

La guerra in Ucraina si è trasformata da tempo in un tritacarne, ma per avere un’idea di quanto sia costata in termini di vite umane non ci si può affidare ai dati dei belligeranti. Se considerassimo affidabili i dati ucraini sulle perdite russe, tra morti e feriti inabili al combattimento, saremmo ben oltre il milione e 300mila uomini. Quasi specularmente il ministero della Difesa di Mosca quantifica in 1,5 milioni gli ucraini morti o feriti gravi. Tuttavia, pur non avendo cifre ufficiali, esistono report basati su elenchi di nomi verificati che portano le vittime militari complessive a oltre 600mila uomini.

PER PIÙ DI TRE ANNI i media occidentali hanno aperto le notizie del giorno sull’Ucraina citando le cifre fornite dal ministero della Difesa di Kiev sui caduti russi e azzardando le teorie più apocalittiche sulle sorti dei reparti di Mosca. Le quali, in parte, traggono spunto da un assunto impresso su tutti i manuali di teoria militare: chi attacca subisce perdite molto più alte di chi difende, in un rapporto di circa 3 a 1. Siccome la guerra dei russi è stata tutta offensiva, è scontato e quasi certamente vero che gli uomini di Vladimir Putin alla fine avranno un bilancio complessivo molto più alto della controparte.

QUESTA SETTIMANA Anne Keast-Butler, direttrice della Gchq, l’agenzia di intelligence britannica che si occupa di cyberattacchi ha dichiarato che «quasi 500mila soldati russi sono morti dall’inizio della guerra», ma si tratta di stime su dati classificati. Non come quelli che compongono il report che Mediazona (uno dei principali media dell’opposizione del Cremlino) ha compilato e aggiorna costantemente in collaborazione con Meduza (altro media d’opposizione russo) e la versione russa della Bbc. Al 22 maggio 2026 è stata trovata conferma di 221.206 soldati russi caduti in Ucraina dall’inizio dell’invasione. Di questi 7.147 sono ufficiali. Il dato, considerato il più affidabile al momento, è costruito basandosi sugli annunci delle famiglie sui social network, sui funerali, le comunicazioni funebri, gli elenchi ufficiali (laddove disponibili o in qualche modo scoperti) dell’amministrazione civile e militare. Si legge nella premessa: «abbiamo elaborato una stima basata sulla mortalità maschile in eccesso, utilizzando i dati del Registro nazionale delle successioni. Questo metodo statistico, messo a punto in collaborazione con Meduza, contribuisce a ovviare ai limiti derivanti dal fare affidamento esclusivamente sui decessi riportati dai media» e porta la cifra complessiva stimata a 352mila caduti. Non si tengono in considerazione i feriti, che secondo tutti i rapporti internazionali ammontano a diverse centinaia di migliaia.

IL RAPPORTO consegna uno schema evidente dell’evoluzione del conflitto: «nei primi sei mesi di guerra, quando i combattimenti erano condotti dall’esercito regolare, la fascia d’età compresa tra i 21 e i 23 anni registrava il maggior numero di vittime». Successivamente, con il reclutamento forzato dei carcerati, l’afflusso costante di volontari e l’arrivo dei richiamati delle classi precedenti, si arriva a più di 120mila morti confermati tra i 30 e i 45 anni. Questi numeri ci dicono che la guerra è cambiata: dall’ “operazione militare speciale” dei professionisti delle armi, alla carne da cannone reclutata nelle regioni più lontane e mandata a fare numero. Infatti i morti complessivi sono saliti progressivamente settimana dopo settimana, fino a quintuplicare – in media – nel 2025 rispetto al 2022.

ANCHE LA PROVENIENZA dei defunti è emblematica: le regioni che hanno dato più uomini sono le più remote (e in molti casi povere) con in testa la Baschiria (9473) e il Tatarstan (8408). Tuttavia, dell’intera parte occidentale della Federazione, la regione di Mosca è quella che ha pagato il tributo di sangue più alto (5799, ma su 13 milioni di residenti).

VOLODYMYR ZELENSKY ha fornito per la prima volta delle cifre sui caduti ucraini all’inizio di quest’anno: 55mila. Qualsiasi fonte che non sia il governo di Kiev sostiene che tale cifra non sia aderente alla realtà. Secondo il progetto Ua losses, che sta compilando un report simile a quello di Mediazona ma con meno mezzi e collaborazioni, ad oggi siamo ad almeno 91.559 morti confermati, 95.165 dispersi e 4.454 prigionieri. Stupisce – e questa è una specificità ucraina – che in molti casi le autorità militari preferiscano utilizzare l’etichetta “disperso” invece che dichiarare il decesso di un soldato. Tale pratica, come abbiamo più volte raccontato, porta all’esasperazione le famiglie. Meno specifici i dati del centro studi Usa Csis: tra i 100 e i 140mila caduti e quasi 500mila feriti. Mentre la Bbc parla di 200mila caduti.

I DATI SUI CIVILI, al contrario, sono quasi univoci. Gli ucraini uccisi dai bombardamenti russi sono almeno 16mila e 48mila i feriti (dati Onu). Mentre per quelli russi non si hanno stime esatte anche perché al momento i numeri sono esigui e limitati alla seconda metà del 2025 e al ’26, ovvero da quando i droni ucraini hanno iniziato a colpire regolarmente le regioni a ridosso della frontiera.

Nell’immagine: corpi di soldati russi in un obitorio a Kiev


PSE e nuovo stadio. Cosa ci sarà mai da festeggiare?

 

Nel weekend del 30-31 maggio avrà luogo l’inaugurazione dell’AIL Arena, il nuovo stadio calcistico del FC Lugano. E con essa esploderà l’intossicazione mediatica, fatta di retorica sportiva sui nuovi confini inesplorati che raggiungerà la società calcistica grazie alla nuova, fiammante struttura (anzi, tutto lo sport ticinese), di deliri sulle ricadute economiche per la città (anzi, per tutto il Ticino) di questa operazione, e di osannanti ringraziamenti alla lungimiranza di certe figure che hanno permesso la creazione del Polo Sportivo e degli Eventi (PSE) e dei suoi contorni speculativo-immobiliari. In breve: raramente si ripeterà un’operazione collettiva di tale potenza, finalizzata a celebrare per nascondere le criticità disseminate lungo la strada di questo progetto megalomane. Media, autorità politiche cittadine e cantonali, società sportive: tutte saranno unite nel celebrare l’AIL Arena e il PSE. Non ci sarà spazio per nient’altro, tanto meno per un onesto bilancio critico. Nessuna considerazione per il 42% delle e degli aventi diritto di voto che hanno rifiutato il PSE. A questa mancanza cercheremo di rimediare con questo piccolo e parziale bilancio, giusto per non dimenticare. Infatti, il PSE è ancora lontano dall’essere completato.

Uno stadio regalato a una società privata…

Varrà la pena cominciare ricordando un semplice fatto: lo stadio da 114 milioni di franchi non risponde ai bisogni sociali della popolazione luganese, ma agli interessi di una società sportiva privata, ormai nelle mani di un miliardario che vuole realizzare profitti. Detto altrimenti, la collettività pagherà a una società privata una struttura sovradimensionata che, pur ammettendo che il calcio e il tifo siano l’espressione di un certo bisogno sociale, riguarda un’esigua minoranza di persone: i 3’583 spettatori che hanno mediamente seguito il FC Lugano in questa stagione. Il tutto condito da un affitto di soli 400’000 franchi l’anno. A Lugano gli affitti a pigione moderata sono concessi solo ai miliardari e alle loro società sportive. Ciliegina sulla torta: dopo aver vantato lo stadio come strumento per rispondere anche ad altre esigenze oltre a quelle sportive, l’organizzazione di concerti ad esempio, è arrivato il diktat della dirigenza dell’FC Lugano, ovviamente sostenuto dal Municipio, secondo il quale lo stadio servirà esclusivamente alle partite di calcio. 

Però, le conseguenze dell’edificazione dello stadio e di tutto il PSE graveranno pesantemente sull’intera popolazione. Vediamole in rapida rassegna. Per recuperare i campi da calcio secondari divorati dai contenuti immobiliari e sportivi, è stato necessario creare il centro sportivo del Maglio: quattro campi costati 51,4 milioni di franchi. Tutto a carico della cittadinanza. Ovviamente non si può passare sotto silenzio il Palazzetto dello Sport, questo più utile, ma dal prezzo spropositato: 80 milioni di franchi! Poi, in futuro, arriverà anche la Torre Est, discutibile intervento architettonico che svuoterà gli uffici comunali sparsi sul territorio cittadino per concentrarli appunto in questa nuova costruzione, della quale non vi era la minima necessità, né sociale né amministrativa. Stesso discorso per il Blocco Servizi, che ospiterà la nuova sede della polizia cittadina. Così la collettività pagherà a UBS almeno 3,4 milioni di franchi l’anno che, per i 25 anni di durata dei contratti, porteranno nelle casse della banca 85 milioni di franchi. Gli affitti attuali per i servizi amministrativi e per la polizia comunale costano 1’228’790 franchi l’anno. Municipio e Consiglio comunale dunque riusciranno a sperperare 54 milioni di franchi.

…mentre si tagliano servizi pubblici e si svende il patrimonio cittadino!

Per finanziare l’operazione PSE, dal 2026 scatterà un aumento del moltiplicatore comunale di 3 punti: un incremento del carico fiscale che andrà a colpire tutti i cittadini. Ma ciò non basta. Gli investimenti del PSE hanno fatto tracimare quello che sarà l’onere netto di cui la città dovrà farsi carico per il periodo 2026-2033. Su un totale di 622 milioni di franchi, almeno 195 milioni sono dovuti al riscatto dei contenuti sportivi del PSE. Per pagare questo sperpero di denaro pubblico, le autorità politiche hanno deciso di tagliare i servizi pubblici. Un primo pacchetto di tagli è già attivo e prevede un risparmio di 13,8 milioni di franchi, colpendo scuola, aiuti sociali, cultura e personale comunale. Ma nel periodo 2028-2030 interverrà un secondo pacchetto di tagli per un totale di 22,9 milioni di franchi. Secondo il Municipio questa scelta è dovuta all’aumento delle spese derivato dall’accettazione delle due iniziative sui costi della cassa malati (votazione del 28.9.2025). Può anche darsi, ma questi aumenti di spesa avrebbero potuto essere sopportati senza operare tagli se la città non si fosse dissanguata con il progetto PSE. Questa è una certezza. Tagli che, peraltro, non bastano.

Per ridurre il peso finanziario dovuto al pagamento degli interessi sul debito e alle quote di capitale da rimborsare, anche a causa del PSE, le autorità politiche luganesi hanno elaborato una lista di beni pubblici (mobili e immobili) da (s)vendere ai privati. L’obiettivo è recuperare 306,1 milioni di franchi. Tra questi figura anche il pregiato palazzo Ex-Dogane in via Posta. Ricordate? Il Municipio aveva promesso ufficialmente che, con lo svuotamento degli uffici comunali, questo palazzo sarebbe stato riconvertito in immobile residenziale, per ripopolare il centro città. Una menzogna, allora, spudorata, confermata ora dal fatto che l’immobile è addirittura in svendita.

In questo bilancio sociale del nuovo stadio, e del PSE nel suo insieme, non vanno taciuti due altri aspetti importanti. Le scelte per finanziare questa operazione traducono l’inettitudine di chi dirige la città. Il riscatto dello stadio e del palazzetto non può attenuare la grave incompetenza dimostrata. Dal contratto di leasing contenuto nell’accordo di Partenariato Pubblico Privato per finanziare i contenuti sportivi, un vero e proprio furto, si è scelto di far valere la clausola del riscatto. Ciò dimostra che la città poteva procedere fin da subito in maniera autonoma con un prestito obbligazionario. Se lo avesse fatto già nel 2020, come hanno sempre sostenuto gli oppositori al PSE, i tassi più bassi dell’epoca rispetto agli attuali avrebbero potuto evitare un costo maggiore alla popolazione luganese. A quanto ammonta questo sovraccosto? Tutti muti, ovviamente. E il peggio è che ancora oggi ci sono forze politiche che sostengono la validità del Partenariato Pubblico Privato anche per i prossimi grandi investimenti, in primis per il Polo Turistico-Congressuale.

Infine, va ricordato che il progetto dello stadio e del Palazzetto dello Sport ha subito un peggioramento importante dal punto di vista architettonico-urbanistico e paesaggistico. Per contenere i costi, dopo la votazione popolare, sono state decise modifiche peggiorative del progetto iniziale. Una manifestazione della poca considerazione di cui gode la volontà popolare a Lugano. Infatti, la popolazione ha votato un progetto che oggi non corrisponde più alla sua versione originale. Anche questo è un aspetto che va messo in conto: la scarsa onestà politica delle autorità luganesi.

La lotta continua!

Ecco, questo è il bilancio sociale e finanziario del nuovo stadio e del PSE in generale che dovrebbe stare al centro di un dibattito pubblico permanente. Invece, la propaganda di regime, sostenuta dai centri di interessi economici privati, nel nome dello sport farà di tutto per evitare questo esercizio fondamentale. Ma la battaglia attorno al PSE non è finita. Continueremo a denunciare le sue derive e i suoi costi sociali inaccettabili. Ma questa esperienza è utile: ci permetterà di preparare le battaglie di domani. Il lavoro incessante di denuncia lascia dei segni nelle coscienze, fa riflettere e, forse, modifica progressivamente i rapporti di forza. L’esperienza del PSE ci servirà, eccome, quando le inette autorità politiche luganesi verranno avanti con altri progetti deliranti, come il rifacimento dell’aeroporto di Lugano-Agno: un’operazione da decine di milioni di franchi per permettere a una decina di miliardari di continuare a usare i loro jet privati super inquinanti, scaricando inquinamento e costi sulle spalle di migliaia di cittadine e cittadini. La battaglia contro il PSE ha permesso a diverse decine di persone di sviluppare il loro senso critico e di mobilitarsi. Forze preziose che andranno ad alimentare il fronte di opposizione sociale alla politica sempre più antisociale e privatistica della città di Lugano.

Matteo Poretti, sindacalista, è responsabile MPS del Luganese


Giornalisti libanesi nel mirino di Israele: «L’impunità di Gaza ha aperto la strada»

 

Al Congresso centenario della Federazione Internazionale dei Giornalisti (FIJ), svoltosi a Parigi all’inizio di maggio, l’Unione dei Giornalisti del Libano (UJLeb) ha presentato una mozione urgente per chiedere alla comunità internazionale di rompere il silenzio sui crimini di guerra commessi da Israele contro i giornalisti libanesi. Elsy Moufarrej, presidente dell’UJLeb, ci spiega perché il tempo delle parole è finito.

Dal 13 ottobre 2023, l’UJLeb denuncia attacchi sistematici contro i giornalisti in Libano. Elsy Moufarrej, come descriverebbe la situazione che stanno vivendo i suoi colleghi sul campo?

La situazione è diventata estremamente pericolosa. I giornalisti non sono più soltanto esposti ai rischi del conflitto: vengono sempre più deliberatamente presi di mira. Abbiamo documentato attacchi diretti contro squadre di giornalisti chiaramente identificati, attacchi ripetuti sugli stessi luoghi, e ostacoli sistematici ai soccorsi. Tutto ciò crea un clima di paura permanente e compromette gravemente la capacità dei giornalisti di svolgere il loro lavoro.

Il caso di Amal Khalil, uccisa il 22 aprile 2026, è al centro della vostra mozione urgente alla FIJ. Può raccontarci cosa è successo quel giorno e perché lo considerate un crimine di guerra premeditato?

Il 22 aprile, Amal Khalil è stata colpita da una serie di attacchi israeliani successivi: prima contro il veicolo civile che la scortava, poi di nuovo mentre si trovava vicino alla sua auto – riportando ferite gravissime – e infine contro la casa in cui si era rifugiata. I soccorsi sono stati ritardati e presi di mira, impedendone l’evacuazione in tempo. È morta ore dopo per le ferite riportate. La ripetizione degli attacchi, la sorveglianza continua con i droni, l’ostacolo ai soccorsi e le minacce che aveva ricevuto in precedenza sul suo telefono personale indicano un’intenzione chiara. Per questo consideriamo che si tratti di un crimine di guerra premeditato.

Il caso di Amal Khalil non è isolato. Quali altri casi documentati ritiene particolarmente significativi?

Ce ne sono diversi che illustrano uno schema ricorrente. Il 13 ottobre 2023 ad Alma el-Chaab, il fotografo Issam Abdallah è stato ucciso mentre si trovava con un gruppo di giornalisti chiaramente identificati: più indagini indipendenti hanno concluso che si è trattato di un tiro deliberato. Il 21 novembre 2023 a Tayr Harfa, Farah Omar e Rabih al-Maamary sono stati uccisi in un attacco mentre coprivano gli eventi. Il 25 ottobre 2024 ad Hasbaya, un raid israeliano ha colpito di notte una residenza nota per ospitare giornalisti, senza alcun contesto di scontro: tre colleghi uccisi e più di quindici sopravvissuti. E nel marzo 2026, sulla strada di Jezzine, Ali Shoeib, Fatima Ftouni e Mohammad Ftouni sono stati inseguiti da droni israeliani: un primo attacco ha ucciso Ali e Mohammad, un secondo – il cosiddetto double tap – ha preso di mira Fatima e i soccorritori. Un targeting ripetuto, con ostacolo deliberato ai soccorsi.

A Gaza, secondo Reporters sans frontières e la FIJ, oltre 220 giornalisti sono stati uccisi dall’esercito israeliano dall’ottobre 2023. Ritiene che l’impunità di cui Israele ha goduto in Palestina lo stia incoraggiando a replicare le stesse pratiche in Libano?

L’impunità osservata a Gaza, dove centinaia di giornalisti sono stati uccisi senza che vi fosse alcuna reale responsabilizzazione, crea un precedente pericoloso. Incoraggia la ripetizione di pratiche simili in Libano, dove documentiamo gli stessi schemi di targeting. Senza indagini indipendenti e meccanismi di responsabilità, queste violazioni rischiano di continuare.

Tre relatori speciali dell’ONU hanno qualificato gli assassinii mirati di giornalisti come crimini di guerra e hanno chiesto un’indagine internazionale indipendente. Le autorità libanesi hanno dato seguito a queste richieste?

Le autorità libanesi sono ancora nella fase della documentazione, con una missione attesa dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani. Ma questo non basta: occorre aprire indagini giudiziarie e riconoscere la competenza della Corte Penale Internazionale ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 3, dello Statuto di Roma, per permettere procedimenti effettivi.

Al Congresso centenario della FIJ a Parigi avete presentato una mozione urgente chiedendo la creazione di una commissione d’inchiesta internazionale. Perché una presa di posizione della federazione è importante in questo momento?

L’ampiezza e la ripetizione degli attacchi contro i giornalisti libanesi esigono una risposta collettiva forte. La FIJ, che rappresenta centinaia di migliaia di giornalisti nel mondo, ha una legittimità unica per portare questa richiesta a livello internazionale. Una presa di posizione chiara a favore di una commissione d’inchiesta indipendente permette di trasformare la solidarietà in pressione concreta. È anche un segnale politico: i crimini contro i giornalisti non possono restare senza risposta. Senza una mobilitazione internazionale strutturata, l’impunità rischia di installarsi in modo duraturo.

Cosa chiede concretamente ai sindacati di giornalisti europei e alle loro organizzazioni affiliate?

Di agire concretamente sul piano politico e giuridico: di mobilitare i loro governi e le loro missioni presso il Consiglio per i Diritti Umani per sostenere la creazione di una commissione internazionale di accertamento dei fatti sui crimini di guerra in Libano, incluso il targeting dei giornalisti. E di sostenere le procedure giudiziarie volte ad attivare la giurisdizione universale, per permettere procedimenti davanti ai tribunali nazionali che la prevedono.

Un’ultima domanda, più personale. Lei porta questo combattimento a nome di colleghi uccisi, di famiglie che aspettano giustizia, di fronte ad autorità che tardano a reagire e a un silenzio internazionale pesante. Come sta, umanamente? Sente la vicinanza e il sostegno dei colleghi giornalisti europei e delle organizzazioni internazionali, o c’è anche un senso di abbandono?

Umanamente, è una battaglia estremamente pesante. Portiamo la memoria dei nostri colleghi, il dolore delle loro famiglie e una responsabilità che va ben al di là del quadro professionale. Esiste una solidarietà reale da parte di molti giornalisti e organizzazioni internazionali, in particolare in Europa, ed è essenziale. Ma rimane insufficiente di fronte alla gravità di ciò che stiamo documentando.

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Midterm sul collo, Trump in un vicolo cieco: «Forse attacco, forse no»

 

Di Marina Catucci, il manifesto

Con l’ennesima giravolta, Donald Trump ha respinto la bozza di memorandum d’intesa diffusa mercoledì dalla tv di stato iraniana, definendola una «completa fabbricazione». Aprendo la riunione di gabinetto ha dichiarato che gli Stati uniti «non sono ancora soddisfatti» dei negoziati con l’Iran. «Forse dovremo tornare a finire il lavoro, forse no», ha aggiunto.

In un breve colloquio con Pbs News ha precisato la sua posizione sull’uranio arricchito: l’Iran dovrà cedere le sue riserve di uranio altamente arricchito, ma non otterrà in cambio la revoca delle sanzioni. Ha anche detto di non sentirsi a suo agio con l’idea che Russia o Cina prendano il controllo delle riserve iraniane.

Nel corso della stessa riunione ha detto che l’Iran «sta negoziando senza più risorse» perché «la sua marina è andata, la sua aeronautica è andata, tutto è andato» (poco prima aveva confuso l’Iran con il Venezuela). Le valutazioni dell’intelligence americana, invece, mostrano che Teheran ha ancora accesso operativo a molti siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz, il che suggerisce che le sue forze armate siano molto più solide di quanto il presidente degli Stati uniti affermi.

CON IL SOLITO approccio belligerante e vendicativo, Trump è arrivato a minacciare l’Oman, paese mediatore nei negoziati, dopo che gli è stato chiesto se avrebbe accettato un accordo che desse a Teheran e Muscat il controllo congiunto dello Stretto: «L’Oman si comporterà come tutti gli altri o dovremo farlo saltare in aria»,

Il segretario di stato Marco Rubio, seduto alla sua destra, è intervenuto affermando che ci sono stati «alcuni progressi» e che «le prossime ore e i prossimi giorni» diranno di più, ribadendo che la diplomazia resta la preferenza dell’amministrazione, «ma ci sono altre opzioni disponibili se questa non dovesse funzionare».

Alla domanda se il conflitto – Trump ha precisato «non la chiamo guerra, lo chiamo conflitto» – stia erodendo il suo consenso politico, il tycoon ha risposto: «Pensavano che mi avrebbero fatto aspettare. Non mi importa dei midterm». Questa frase vale più di un’analisi: i midterm sono esattamente il problema di Trump.

Secondo l’ultimo sondaggio Marist di maggio, il 60% degli americani disapprova la sua gestione della guerra, in aumento rispetto al 54% di marzo. Il 61%, incluso il 25% di repubblicani, ritiene che l’azione militare abbia portato più danni che benefici. Solo il 20% dice di avere «grande fiducia» nelle sue decisioni sull’Iran. Dichiarare di non dare peso al voto di metà mandato in realtà veicola il messaggio opposto e ribadisce che il problema del presidente è proprio quello di uscire da questa guerra in tempo per non perdere le elezioni di midterm.

SUL PIANO MILITARE la situazione è più complicata di quanto l’amministrazione ammetta. Il capo della marina, l’ammiraglio Daryl Caudle, ha detto al Congresso che il bilancio 2026 non prevedeva l’Operazione Epic Fury e che la Marina sta subendo impatti sulle operazioni di routine, con le richieste di fondi aggiuntivi che sono ancora in sospeso. In contemporanea il Financial Times ha rivelato che il fondo ufficiale del Board of Peace, creato da Trump per la ricostruzione di Gaza, è vuoto da quattro mesi, nonostante le promesse.

Il punto è che Trump si trova in una trappola di sua costruzione. Ha dichiarato lui questa guerra il 28 febbraio, con gli attacchi coordinati con Israele all’Iran. Il 7 aprile aveva dichiarato «vittoria totale e completa. 100%. Nessun dubbio». Poi i negoziati si sono incagliati, il cessate il fuoco regge a malapena, lo Stretto è chiuso. Ha detto che l’accordo era quasi fatto. Poi ha detto che non è soddisfatto. Infine che non gli importa dei midterm.

Intanto l’Iran non è crollato: ha subito danni enormi, ma è ancora in piedi, capace di bloccare Hormuz e in grado di dettare condizioni.

Nell’immagine: Donald Trump ieri durante il Consiglio di Gabinetto a Washington


Senza fondi né controlli, il bluff del Board of Peace

 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Ieri era l’Eid al-Adha, la festa del sacrificio. La sera prima, a Gaza City, la gente si è radunata in una piazza per pregare. Mentre erano in corso le festività, Israele ha lanciato missili contro i piani superiori di un edificio che si affacciava sulla piazza affollata per le celebrazioni. Almeno tre persone sono state uccise nell’attacco. L’esercito israeliano ha detto che l’obiettivo era il capo militare di Hamas, Mohammed Odeh. La sua uccisione è stata confermata il giorno seguente dal ministro della Difesa, Israel Katz. Una festa, una piazza, un bersaglio. La logica è sempre la stessa: gli obiettivi militari esistono dentro le vite civili, e le vite civili esistono attorno agli obiettivi militari. È il principio su cui si regge questa guerra dal 7 ottobre 2023, e che nessun cessate il fuoco, nessun piano di pace, nessuna promessa di ricostruzione ha scalfito davvero.

Proprio ieri, il Financial Times ha rivelato che il fondo ufficiale del Board of Peace di Donald Trump – il meccanismo finanziario istituito attraverso la Banca Mondiale e approvato dall’Onu – non ha ricevuto un solo dollaro dai donatori. «Zero dollars have been deposited» («Non è stato depositato alcun dollaro»), ha dichiarato una fonte a conoscenza della situazione. Quattro mesi dopo la nascita dell’organismo che Trump aveva definito uno dei più «consequential» («importanti») mai creati, quello che resta è un conto vuoto, un limbo giuridico e una domanda precisa: chi controlla i soldi che ci sono davvero?

Perché i soldi, almeno in parte, ci sono. Contributi del Marocco e degli Emirati Arabi, per circa tre milioni e venti milioni di dollari rispettivamente, hanno finanziato l’ufficio di Nickolay Mladenov, l’alto rappresentante per Gaza nel dopoguerra, e i salari del comitato tecnocratico palestinese che il board ha formato per governare la striscia. Ma questi fondi non transitano attraverso il meccanismo trasparente della Banca Mondiale. I donatori hanno invece versato direttamente su un conto JPMorgan controllato dal board, per il quale non sono previsti requisiti indipendenti di trasparenza. Un organismo internazionale creato per governare la ricostruzione di due milioni di persone, che raccoglie denaro senza obbligo di rendiconto pubblico, attraverso la banca privata con cui il suo fondatore ha una causa legale aperta da cinque miliardi di dollari. La Carnegie Endowment lo ha scritto chiaramente a marzo: la struttura non prevede meccanismi di supervisione e audit, e solleva domande su chi potrà prelevare da quel conto anche dopo la fine del mandato Onu e dopo che Trump lascerà la Casa Bianca.

Mladenov, il diplomatico bulgaro incaricato di tradurre questo progetto in realtà, lo sa. Lo sa così bene che la settimana scorsa, parlando al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha avvertito che il deteriorarsi dello status quo rischia di diventare permanente: una Gaza divisa, in cui Hamas detiene il controllo militare e amministrativo su due milioni di persone in meno della metà del territorio. Lo ha detto con una lucidità che suona come una resa anticipata: «Quelle persone rischiano di restare intrappolate tra le macerie, dipendenti dagli aiuti senza alcuna ricostruzione reale, perché i finanziamenti per la ricostruzione non seguiranno dove le armi non sono state deposte. E il risultato? Un’altra generazione che cresce nelle tende nella paura, con la disperazione come l’emozione più razionale che possano provare».

Il problema è che questa diagnosi descrive esattamente il presente, non un futuro da evitare.

Dall’accordo di cessate il fuoco dell’ottobre 2025, l’esercito israeliano mantiene un rigido regime di sicurezza, e molte centinaia di palestinesi sono stati uccisi nei sette mesi successivi alla tregua. I monitor del conflitto registrano che i bombardamenti israeliani su Gaza sono accelerati del 35% dopo il cessate il fuoco con l’Iran, stipulato il mese scorso. Come se la fine di una guerra in un teatro avesse liberato energia per intensificare quella nell’altro. L’occupazione militare israeliana si estende ora a circa il 65% del territorio di Gaza: quando Trump dichiarò la tregua in ottobre, le forze israeliane occupavano il 53% della Striscia. Da allora si sono spinte più a ovest, definendo un nuovo perimetro chiamato “linea arancione”. I sopravvissuti palestinesi vivono nel 35% rimanente del loro territorio originario. Due milioni di persone in un terzo di uno spazio già minuscolo, con i bombardamenti, i cecchini e i checkpoint come confini mobili della loro esistenza quotidiana. Israele mantiene il controllo di oltre il 60% della Striscia, inclusi tutti i valichi di entrata e di uscita, mentre la popolazione è concentrata lungo la costa. È in questo scenario che si inserisce la seconda fase del piano Trump, quella che dovrebbe portare al disarmo di Hamas, alla governance civile, alla ricostruzione. Il problema è che l’accordo firmato da Israele e Hamas a ottobre riguardava esclusivamente il ritiro iniziale dalle parti di Gaza, il cessate il fuoco, lo scambio di ostaggi e le disposizioni sugli aiuti umanitari. Hamas non ha ancora accettato la seconda fase del piano in venti punti, e i negoziati tra i mediatori – Stati Uniti, Egitto, Qatar, Turchia – si sono ripetutamente arenati.

Nessuna delle parti ha interesse a un accordo definitivo nelle condizioni date. Hamas perché cedere le armi senza garanzie di sovranità significa cedere l’unica leva rimasta. Israele perché ogni settimana che passa consolida una presenza militare e territoriale che, nella visione dei ministri della destra estrema del governo Netanyahu, è l’obiettivo reale, non il mezzo. Smotrich, il ministro delle Finanze, ha già chiesto la dissoluzione del Board of Peace, lo considera un affronto alla sovranità israeliana su Gaza. Quando gli Stati Uniti hanno chiesto a Israele di permettere il trasferimento di una parte dei cinque miliardi di dollari di tasse palestinesi che Gerusalemme trattiene dall’Autorità Palestinese verso il Board of Peace, Smotrich ha opposto un rifiuto. Questa è la struttura del blocco: un fondo senza fondi, un organismo di pace senza autorità, un cessate il fuoco che non ferma le bombe, un piano di disarmo che nessuno ha firmato, un’occupazione che avanza ogni settimana ridefinendo i propri confini come se la geometria fosse più solida del diritto. Un rapporto congiunto Onu-Ue-Banca Mondiale stima che la ricostruzione di Gaza richiederà 71,4 miliardi di dollari in dieci anni. Metà degli ospedali non funziona, quasi tutte le scuole sono state colpite, e l’economia è crollata dell’84%. Queste cifre esistono in un documento. Il documento esiste in un sistema che non ha ancora trovato il modo, o la volontà, di tradurlo in azione.

Ieri erano in corso le preghiere dell’Eid. In quella piazza c’era un bersaglio militare, dice Israele. In quella piazza c’era una comunità che pregava, dice chiunque abbia occhi. La verità è che dopo oltre due anni e più di 72. 775 morti palestinesi, entrambe le cose possono essere vere insieme, e questa coesistenza è esattamente il problema che né il Board of Peace né nessun altro ha affrontato con onestà: Gaza non è un territorio da ricostruire. È un territorio in cui la distruzione è ancora in corso. E costruire una pace sopra una guerra attiva non si chiama ricostruzione. Si chiama architettura del limbo, e qualcuno ne trae vantaggio.


Per Silicon Valley il capitale umano ha «scarso valore»

 

Di Francesca Coin, il manifesto

Hanno fatto discutere le parole di Bill Winters, Ceo di Standard Chartered, una banca multinazionale britannica con sede a Londra che impiega circa 82mila persone, accusato di aver definito i propri dipendenti come «capitale umano di scarso valore».

Winters stava annunciando un piano per tagliare circa ottomila posti di lavoro nei prossimi quattro anni per sostituirli con l’intelligenza artificiale. «La priorità della banca non è ridurre i costi» ha detto, ma sostituire «capitale umano di scarso valore, con il capitale finanziario e il capitale d’investimento che stiamo immettendo».

A destare scandalo è stata la trasparenza con cui Winters ha descritto i propri dipendenti come una merce di dubbia utilità. Chi lavora, secondo Winters, ha un’utilità relativa classificata in base al proprio contributo produttivo. Si tratta, dunque, di capire chi genera un rendimento superiore all’investimento. Se, a parità di costi, c’è un capitale che rende di più, quello meno produttivo va tagliato. Era stato Jeremy Bentham a catalogare gli individui come unità di utilità.

Nel suo Writings on the Poor Laws, Bentham osservava che il valore di ciascun bambino ospitato nelle workhouses, derivava dal costo sostenuto per mantenerlo (cibo, vestiario, sorveglianza) e dal valore che sarebbe stato in grado di produrre nella sua vita. I bambini avranno valore positivo quando producono di più di quanto costano, e negativo quando costano più di quanto producono. In questa casa di lavoro coatto che il filosofo chiamava Utopia, la manodopera doveva garantire un rendimento costante.

Negli anni Sessanta, la teoria del capitale umano della Scuola di Chicago, formalizza l’idea che le persone siano portatrici di valore quando gli investimenti fatti per dotarli di competenze producono rendimenti. Dagli anni Ottanta in poi, le Risorse Umane gestiranno il capitale umano come un portafoglio, allocandolo o dismettendolo in base alle necessità. In questo contesto, non c’è, effettivamente, nulla di nuovo nella frase di Winters. Salvo che, nella gerarchia del valore stilata per decidere chi merita di sopravvivere nel mercato, non è detto che i vincitori siano umani.

Per molti versi, Winters ammette l’indicibile e ci ricorda che, per quanto l’intelligenza artificiale non sia ancora riuscita a rendere il lavoro umano obsoleto, è nata per questo. Sembra, a dirla tutta, l’ultima, costosa strategia di una guerra di classe pensata per ridurre il costo del lavoro, disciplinare le persone, contrastare una volta per tutte il lavoro organizzato. Come ha confessato un ex ingegnere della General Motors in un’inchiesta pubblicata da Internazionale: «Il mio lavoro è fare tutto il possibile per espellere dalla produzione gli operai». Vista da questa angolatura, l’intelligenza artificiale accelera un processo di selezione naturale in base al quale chi non genera rendimento diventa una inutile eccedenza.

Ha fatto bene Papa Leone a dedicare all’Intelligenza Artificiale la prima enciclica del proprio papato. Per quanto, infatti, il senso comune continui a identificare l’intelligenza artificiale con un semplice chatbot, siamo di fronte a un nuovo modo di produzione destinato a trasformare la società. Nel Quaderno 22, Gramsci osservava come il Fordismo facesse leva sulla coercizione della catena di montaggio e il consenso derivante dagli elevati salari per trasformare l’operaio in un «gorilla ammaestrato». È questa combinazione di coercizione e consenso che ha plasmato il compromesso sociale dell’epoca Fordista. Ma se questo è il modo di produzione che ha portato alla nascita delle democrazie liberali, c’è da chiedersi quale tipo di società sia sotteso a un modo di produzione che considera l’umano utile solo quando porta rendimento.

C’è un retrogusto di darwinismo sociale nel rinnovato tentativo di applicare l’utilitarismo al genere umano. Un retrogusto che ci costringe a chiederci quale sia, per Silicon Valley, il ruolo di tutti quegli individui che non producono rendimenti – perché malati, disabili, anziani in gravidanza o disoccupati. E quale sia, invece, il ruolo che una società democratica dovrebbe attribuire a una tecnologia altamente energivora come l’IA. Perché, fino a prova contraria, è la tecnologia che deve dimostrare di avere un’utilità sociale, non il contrario.