Lo scrittore iberico non fa sconti: “In politica estera il premier ha posizioni condivisibili, ma questo non può più bastare”
Di Laura Lucchini, La Repubblica
Javier Cercas aveva chiesto le dimissioni di Pedro Sánchez già nel 2025, quando emergevano i primi casi di corruzione. Ora è preoccupato che sia addirittura troppo tardi. «Quello che sta accadendo fa un danno enorme alla democrazia».
Martedi Sánchez riceveva un’ovazione a Roma e ieri…
«Siamo di fronte a un grande contrasto tra la visione che c’è del governo spagnolo fuori dalla Spagna e dentro al Paese. Non è la prima volta che accade, quando un presidente è da tanto tempo al potere, all’estero si vedono solo le cose positive, e dentro solo quelle negative. È stato il caso del primo presidente spagnolo Adolfo Suárez, che alla fine della sua carriera era considerato all’estero un grande statista ma era criticato in patria. È dunque normale che l’opinione su Sánchez sia positiva: la sua posizione sulla guerra in Iran è stata corretta. Quella su Gaza, anche. Lo stesso vale per quella più ambigua sull’aumento delle spese per la Nato – dove ha detto che non pagherà, ma alla fine pagherà. I critici dicono che sono posizioni “gratuite”, che non hanno un prezzo politico. E anche questo è vero: politicamente lo avvantaggiano. Tra le altre cose, perché in Spagna c’è un antiamericanismo molto spiccato. Tutto vero, ma non smettono di essere posizioni corrette».
Non solo, c’è anche l’aspetto economico….
«In Spagna l’economia cresce. È uno dei Paesi che più crescono in Europa. Però quando poi si va a osservare la realtà, ci sono grandi problemi. Aumentano le disuguaglianze, aumenta la povertà infantile. Abbiamo un problema abitativo enorme. I giovani non possono emanciparsi. Il denaro non è distribuito in modo equo. E questo dovrebbe essere un tema della sinistra. Cresce lo scontento».
Fatte le dovute premesse, arriviamo alla corruzione. C’è un effetto deja-vu?
«In questo momento la moglie di Sánchez è imputata. Suo fratello è imputato. Il suo braccio destro, Santos Cerdán, è imputato. Il suo ex braccio destro, José Luis Ábalos, è in carcere. E il braccio destro di quest’ultimo, è anche lui imputato. E infine c’è un episodio orribile: Leire Díez, donna dello Psoe, risulta parte di una rete criminale guidata dal numero due del partito con il fine di screditare giudici, poliziotti e giornalisti che stavano indagando su Sánchez e i suoi».
Si aggiungono le accuse contro José Luis Rodríguez Zapatero…
In un atto di accusa terribile è indagato per traffico di influenze. Per quello che ne so, è un’inchiesta che risale a molto tempo fa. In secondo luogo, è la prima volta che in Spagna viene imputato un ex premier. Gli indizi devono essere molto seri. È un’inchiesta dell’anticorruzione a cui hanno collaborato Francia, Svizzera e Usa. Si tratta di un’inchiesta molto importante che ha a che vedere con i rapporti di Zapatero con il Venezuela. Ma il tema è che Zapatero non è solamente l’ex premier, è l’ispiratore stesso di Sánchez, il suo mentore politico. E qui bisogna ricordare che il Psoe non ha vinto le elezioni, le ha vinte il Partito Popolare. Sánchez è riuscito a mettere insieme una maggioranza che chiamano progressista ma include elementi di destra, come i catalani di Puigdemont. E Zapatero ha contribuito ha configurare questa situazione.
Il Paese non riesce ad arginare la corruzione?
«In Spagna la corruzione è un problema molto serio che non è mai stato affrontato nel modo dovuto. Anche l’ultimo premier, Mariano Rajoy, è finito coinvolto in un caso di corruzione. E il timore è che anche questo primo ministro cadrà per la corruzione. Mi infurio su questo, perché mettere la fine alla corruzione è possibile. Sembra che con la scusa che siamo latini la accettiamo. Se c’è la volontà politica, la corruzione si può ridurre, ma in Spagna non la prendiamo sul serio. E questo è un danno per la democrazia, prima ancora che per la sinistra».
Le ultime elezioni hanno punito la sinistra…
Il Partito socialista è sprofondato proprio nei territori in cui era più forte. In Estremadura e Andalusia ha smesso di essere rilevante. Sánchez pensa che nelle elezioni federali le cose andranno diversamente, ma io credo di no. Alla sua sinistra non c’è nulla e il Partito socialista è in una crisi profonda. Questo è quel che mi fa paura, come elettore di sinistra: che la sinistra diventi totalmente irrilevante. Ho votato Sánchez le due volte che si è presentato. Quando il suo braccio destro è andato in carcere, ho detto che avrebbe dovuto farsi da parte a foavore di qualcun altro. Parliamo dei suoi collaboratori più intimi».
È quello che chiede anche ora? Dimissioni?
«No, non l’ho ancora detto. Forse ora è troppo tardi anche per quello. Sánchez pensa che la paura all’estrema destra possa ancora garantirgli la vittoria. Io credo che non sarà così. Perché c’è un Partito Popolare che può governare da solo. E lo spauracchio della destra funziona una volta sola. Non si può governare con la paura. Mi fa arrabbiare e mi preoccupa molto di più il discredito della democrazia che quello della sinistra. Perché la democrazia è un bene maggiore. Un anno fa c’era metà della legislatura per svoltare e finire nel miglior modo possibile. Ora invece mi sembra tardi».
Nell’immagine: Javier Cercas