Otto mosse per sconfiggere Putin

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 

Di Timothy Garton Ash, La Repubblica

Nessun dittatore è eterno. Un giorno Vladimir Putin non ci sarà più. Stando alle ultime analisi, in Russia l’economia è indebolita, cresce il malcontento e in seno al regime cala progressivamente la fiducia: ma sarebbe imprudente concludere che la fine sia vicina. Solo la morte o la Russia stessa possono deporre Putin, e nessuno sa quando o come ciò avverrà. Quello che le democrazie, europee e non solo, possono fare è affinare la strategia per sconfiggere le sue ambizioni esterne. Ecco un elenco, non esaustivo, di otto elementi utili a tal fine.

Porsi un obiettivo chiaro. Putin mira a soggiogare l’Ucraina, ripristinare il più possibile dell’impero russo, distruggere la credibilità della Nato, indebolire l’Unione europea e ristabilire la sfera d’influenza russa sull’Europa orientale. Impedirgli di raggiungere questi obiettivi equivale a sconfiggerlo.

Restare al fianco dell’Ucraina. L’11 giugno la guerra su vasta scala mossa dalla Russia contro l’Ucraina avrà superato per durata la Prima guerra mondiale. È sorprendente come l’Ucraina sia riuscita a resistere a un avversario di gran lunga superiore. Considerata la kill zone creata dai droni, è molto improbabile che il conflitto si decida sulla linea del fronte, entrambe le parti colpiscono invece le rispettive retrovie, puntando a danneggiare le infrastrutture energetiche, l’economia e il morale. Il venir meno del sostegno statunitense sotto la presidenza Trump ha ostacolato la difesa dell’Ucraina, senza però comprometterla del tutto. La caduta di Viktor Orbán in Ungheria ha sbloccato 90 miliardi di euro di sostegno economico europeo, che dovrebbero garantire la tenuta del bilancio ucraino fino al termine del 2027. Gli scenari possibili sono molti, ma il più probabile è che la guerra prosegua ancora per diverso tempo.

Ma non sarà finita nemmeno quando finirà. Nel momento in cui taceranno le armi, non sapremo chi avrà vinto, come avvenne invece nel 1945 in quello che fu chiamato il Giorno della Vittoria in Europa. L’arrivo della “pace” – molto probabilmente sotto forma di un cessate il fuoco destinato a trasformarsi in un congelamento più duraturo delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte – rappresenterà un ulteriore momento di pericolo per l’Ucraina. Sul piano interno, tutte le disuguaglianze sociali e i traumi accumulati negli anni di guerra potrebbero esplodere, dando vita a una campagna elettorale presidenziale segnata da rabbia e tensioni, e a una fase politica profondamente divisiva. Sul piano esterno, l’attenzione dell’Europa potrebbe rapidamente spostarsi su altri scenari, proprio come accaduto con la Bosnia dopo gli accordi di pace di Dayton del 1995. È purtroppo del tutto plausibile che in futuro i quattro quinti dell’Ucraina non occupati dalla Russia si trasformino in uno Stato spopolato, problematico e lacerato internamente. Sarebbe una vittoria del “Piano B” di Putin, ossia distruggere l’Ucraina se non può controllarla. Si potrà affermare che Putin è stato sconfitto in Ucraina solo quando quest’ultima sarà un Paese membro dell’Unione europea ragionevolmente prospero, sicuro, stabile e democratico

Aumentare la pressione economica sulla Russia. La guerra contro l’Iran voluta da Trump ha avuto l’effetto perverso di aumentare le entrate russe derivanti da petrolio e gas, e di ridurre in parte le sanzioni che le colpiscono. Se si vuole sconfiggere Putin deve accadere l’opposto. Oltre a inasprire le sanzioni e sostenere gli attacchi ucraini a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe, l’Europa dovrebbe essere più incisiva nel contrastare la “flotta ombra” russa. Quasi metà delle esportazioni petrolifere russe passa attraverso il Mar Baltico, spesso a bordo di petroliere già sottoposte a sanzioni.

Dissuadere i russi da un nuovo attacco. Giustamente ci si concentra molto sulla transizione che nell’arco di cinque-dieci anni dovrà portare l’Europa, dalla attuale situazione di dipendenza dagli Stati Uniti sotto il profilo della sicurezza, a gestire una difesa autonoma. Ma è probabile che il rischio più elevato di un attacco russo contro il territorio Nato o Ue si presenti nei primi anni di questa transizione, in particolare tra il 2027 e il 2028. Putin è un uomo anziano che sente il tempo stringere, ossessionato dall’idea di far rivivere la grande Russia e – come spesso accade ai dittatori longevi – sempre più scollegato dalla realtà. Dispone di un grande esercito temprato sul campo di battaglia e di un’economia di guerra.

Di fronte ha un’Europa che ha appena iniziato a riarmarsi e un presidente americano difficilmente disposto a onorare l’impegno di difendere un alleato dell’Europa orientale sotto attacco, come previsto dall’articolo 5 della Nato. Putin, tuttavia, può contare sulla presenza di Trump alla Casa Bianca solo fino al 20 gennaio 2029. Questa potrebbe dunque essere la sua occasione migliore – forse l’ultima – per dimostrare che la Nato è una tigre di carta. Non servirebbe nemmeno un massiccio attacco frontale: gli basterebbe occupare pochi chilometri quadrati in Estonia, in Lituania, un’isola del Baltico o qualche altra zona del fianco orientale.

Anche se la probabilità di un simile attacco è bassa, il rischio che comporta è talmente elevato da rendere indispensabile un rafforzamento della deterrenza. L’attuale assetto della Nato a guida americana sarebbe adeguato allo scopo, ma non potendo contare sul presidente degli Stati Uniti dobbiamo sviluppare rapidamente un “piano B”, nel quale le forze europee (comprese in particolare quelle tedesche) attualmente integrate nei comandi Nato, insieme a quelle inserite in strutture regionali come la Joint Expeditionary Force britannico-nordico-baltico-olandese, siano in grado di agire anche autonomamente come credibile deterrente nei confronti di un simile attacco. È una sfida enorme – e ormai fondamentale.

Non limitarsi alla difesa sul fronte ibrido. Un eccellente rapporto pubblicato di recente dallo European Council on Foreign Relations sostiene che, data la vastità della campagna ibrida condotta dalla Russia contro l’Europa, non dobbiamo limitarci a difenderci, ma dobbiamo anche ostacolarla e, entro limiti attentamente definiti, passare all’offensiva. (Vale la pena leggerlo per approfondire.)

Parlare a tutte le Russie. Si è discusso della possibilità di affidare a un rappresentante europeo di alto livello il mandato di dialogare con Putin. Ma cosa potrebbe dirgli, ammesso che voglia ascoltarlo? Sì, vale la pena di tenere aperti canali di comunicazione con il Cremlino, compresi quelli informali e riservati. Ma l’unico linguaggio che Putin comprende davvero è quello della forza, militare ed economica, sostenuta da una chiara volontà politica. È invece più importante dialogare con altre tre componenti della società russa: le élite imprenditoriali, professionali e persino burocratiche ancora presenti nel Paese; la società russa nel suo insieme; e l’“Altra Russia”, quella che oggi vive in gran parte fuori dai confini nazionali e desidera la sconfitta di Putin più ardentemente di chiunque altro. Pur espresso in maniera diversa a seconda dell’interlocutore il messaggio sarebbe: “Un altro rapporto con la Russia è possibile, a patto che…”. Nel breve periodo questo cambierà poco, ma potrebbe dare frutti quando si verificherà il cambiamento.

Sconfiggere i nostri nazionalismi interni. Putin, al momento, non dispone di un sostituto del premier ungherese Viktor Orbán nel ruolo di alleato della Russia in grado di porre il veto alle decisioni di Bruxelles. Lo slovacco Robert Fico non è paragonabile. Tuttavia, i partiti antiliberali, populisti e nazionalisti continuano a guadagnare terreno altrove in Europa. Jordan Bardellapresidente francese nel 2027 – per non parlare di Alternative für Deutschland (AfD), primo partito al Bundestag nel 2029 – offrirebbero a Putin nuove opportunità di dividere l’Europa dall’interno.

Non agire tanto per fare, meglio stare a guardare. Ho trascorso più anni a studiare le politiche occidentali nei confronti dell’Unione Sovietica di quanto tenga a ricordare, e ne ho tratto una conclusione chiara: la vittoria nella Guerra fredda non fu determinata da elementi di politica estera, ma dal semplice fatto di aver reso le nostre società sicure, forti, prospere e attraenti – e di essere “stati a guardare”. Lo stesso vale oggi. Un cambiamento politico significativo in Russia potrebbe arrivare domani oppure tra dieci anni. Per l’insieme eterogeneo delle democrazie liberali la sfida più ardua è anche la più importante: esercitare la pazienza strategica. Se ci riusciremo, il tempo giocherà a nostro favore.


Norberto Fuentes: “Cuba è alla fame ma la gente è orgogliosa e si opporrà all’invasione”

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 

Di Laura Lucchini, La Repubblica

Norberto Fuentes, 83 anni, è uno scrittore e giornalista cubano. Ha partecipato alla Rivoluzione e negoziato la pace in Angola. Ha scritto Hemingway a Cuba e la biografia di Fidel Castro. È stato amico intimo di entrambi i fratelli, Fidel e Raúl, ma poi è fuggito in esilio – con l’appoggio di Gabriel García Marquez e la mediazione di Felipe González – dopo la fucilazione del suo migliore amico. In una conversazione telefonica tra Miami e l’Avana racconta un aneddoto: «Eravamo io Fidel e Gabo a casa di Raúl, era appena passato Jacque Cousteau con un documentario sui fondali di Haiti che a causa della povertà erano stati depauperati di tutto. Dopo aver visto il filmato dissi a Fidel: “Lì ci vuole una rivoluzione”. E lui rispose: “Ma cosa dici Norberto, le rivoluzioni non risolvono nulla!”». Con Repubblica ha discusso il tramonto della Revolución e le opzioni per il futuro dell’isola.

Lei ha partecipato alla Rivoluzione. Come osserva ciò che sta accadendo ora, da Miami?

«È una situazione difficile da spiegare ma anche da prevedere. Con Donald Trump al potere, uno non sa mai cosa succederà. I cubani in questo momento stanno ricevendo molte informazioni che vengono da Miami, ma nella mia esperienza, la lettura e interpretazione dei fatti di Cuba che si dà da Miami molto spesso è sbagliata. È sempre una visione reazionaria e vendicativa. Ascolto da parte di deputati democratici la speranza che Cuba torni nell’orbita degli Stati Uniti. Mi sembra irrealistica».

Sul tavolo c’è addirittura un’opzione militare.

«Qualsiasi cambiamento che sia indotto attraverso a un’operazione militare sarà un bagno di sangue. Mi auguro che Trump abbia imparato dall’Iran che la guerra asimmetrica non serve a nulla. L’esercito cubano è praticamente inesistente, però si ci sono persone che non cederanno. È un Paese con 600 mila militanti del partito. Un intervento armato sarebbe sanguinoso da entrambe le parti. È una situazione difficile dal punto di vista militare, ma oltre a questo la domanda è: prendere il Paese con quale scopo? Per dare cibo e denaro a dieci milioni di morti di fame? Non ne capisco il senso. Chiaro, la logica potrebbe essere che Trump ha bisogno di un trionfo. Ma i cubani non sono i venezuelani».

Quale sarebbe dunque il modello che lei auspica per Cuba?

«Cina e Vietnam. Bisogna apportare i cambi necessari per introdurre un’economia di mercato all’interno di un governo socialista. E poi Cuba, in questo momento, ha una pessima macchina di propaganda, il giornale Granma è una schifezza. Il presidente Díaz Canel è una mummia. E Raúl Castro ha quasi 95 anni: qualsiasi giorno potrebbe mettersi a dormire e non svegliarsi. Lo dico da amico di Raúl. Dunque la speranza è che ci sia una leva di ufficiali, colonnelli e dirigenti che possano essere portatori del cambiamento».

Ma come si fanno questi cambiamenti in un Paese che da 70anni solo conosce il regime?

«L’imperativo deve essere “proibito proibire”. Che si liberi subito la forza produttiva del Paese. Che si liberi l’immaginazione dei cubani. Quando ci furono le aperture di Obama, a Cuba si mise in moto una enorme vitalità, ma si sono fermati a metà dell’opera. Ora però la situazione è cambiata e negli Stati Uniti c’è un governo inetto, come quello di Cuba. Stanno facendo di nuovo di Cuba un simbolo di resistenza. Quando hanno ucciso i 32 cubani della guardia di Maduro, la reazione della popolazione cubana è stata enorme. I reduci dal Venezuela sono stati ricevuti da eroi. Questo evento ha toccato la fibra dell’orgoglio nazionale».

Però ora la situazione è estrema. Non c’è luce e non c’è acqua, la gente inizia ad essere disperata. E ci sono proteste spontanee…

«Da quello che vedo sono episodi di protesta spontanei ma isolati, che vengono subito spenti. Una sollevazione popolare in questo Paese è molto difficile. Perché ci sarebbero due sollevazioni: c’è molta gente che non lo permetterà, perché è ancora convinta sostenitrice della Rivoluzione. Cio che sta facendo Marco Rubio, asfissiare il Paese in questo modo, è senza precedenti. E compatta la resistenza».

Cosa ha pensato quando ha letto dell’incriminazione di Raúl Castro?

«Che è politichetta, perché è un uomo di 95 anni che, se soffi, cade. Ma mettiamo pure che arrivino gli americani, che la scorta non lo protegga e che lo mettano sull’aereo: non arriverebbe comunque vivo a Miami».

Stiamo assistendo al collasso della Rivoluzione?

«Il collasso di cosa, che non c’è nulla? Ci sono solo milioni di cubani con la bocca aperta. E io non credo nemmeno che il governo stia sinceramente negoziando. Quello che stanno facendo è guadagnare tempo».

Per cosa?

«Per stabilizzare la situazione».

Ma la situazione è disperata, non si può stabilizzare nulla in queste condizioni…

«Diceva Lenin che nessun popolo fa una sollevazione per la fame. Che le catastrofi naturali come gli uragani o i terremoti sono cause piu frequenti di sollevazioni che la fame».

Gli alleati di sempre di Cuba non stanno aiutando.

«Si è vero, sono assenti. E mi riferisco anche ai Paesi africani, che furono aiutati da Cuba e non si stanno facendo sentire. Ma voglio dire una cosa: gli Stati Uniti si stanno giocando le elezioni di medio termine sulla pelle di Cuba. So che è infantile ciò che dico, ma credo che la questione si riduca a questo. Ed è un gioco al massacro».

Lei è stato parte della rivoluzione ma se n’è anche andato…

«Si, sono stato parte della rivoluzione. Ma me ne sono andato per una questione personale. E a questo si aggiungeva il fatto che ne avevo bisogno per dare una prospettiva al mio lavoro di scrittore. Però ho partecipato, avevo amici tra i militari e sono diventato amico di Fidel e di Raúl. Ma Toni (Antonio de la Guardia fucilato al termine di un processo politico per corruzione e traffico di droga, ndr) era mio fratello, e lo hanno fucilato. Questo momento ha significato la fine della rivoluzione, per me. Ma non sono un controrivoluzionario.

Mi racconti un episodio con Fidel…

«Eravamo García Marquez, Fidel e io in casa di Raúl, era l’una di notte e Fidel aveva appena ricevuto l’esploratore francese Jacques Cousteau. Veniva da Haiti e aveva presentato un documentario che era devastante, perché gli haitiani stavano così male che si erano mangiati anche il fondale marino, e non rimaneva nulla. Fidel mi chiese se lo avevo visto, dissi di si, che era drammatico. Gli dissi: “Comandante ci vorrebbe una rivoluzione”. Rispose: “Una cosa? Ma cosa dici, Norberto, sappiamo che la rivoluzione non risolve nulla!”».

Nell’immagine: Fuentes con Fidel Castro prima della fuga negli Usa


Una nuova umanità? Non certo quella del ‘transumanesimo’

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 


La narrazione farlocca dell’Udc

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 

I 10 milioni che contano non è il numero di abitanti della Svizzera che l’iniziativa dell’Udc vorrebbe che non fossero raggiunti ma è il costo che la Confederazione deve accollarsi per lo svolgimento della votazione. Un costo non indifferente per un’iniziativa inutile e pericolosa, che serve solo all’Udc per far parlare di sé, sempre e comunque. Un’ottima pubblicità a spese della comunità.

L’infondatezza dell’iniziativa relativa al pericolo dal punto di vista demografico è già stata dimostrata su Naufraghi/e da Valentin Tombez nell’articolo pubblicato il 19 maggio.

L’altro elemento sul quale puntano molto gli iniziativisti è che l’aumento della popolazione comporta un aumento incrollato dei costi degli alloggi. Evidentemente è un’affermazione che non trova riscontro nella realtà, come mostra il grafico qui accanto, che riporta l’evoluzione del prezzo degli immobili in alcuni paesi, ponendo il 1990 come base di partenza. Non solo nel nostro paese i prezzi degli immobili hanno registrato incrementi irrisori, ma sono addirittura inferiori all’inflazione.

Dunque anche il secondo pilastro della narrazione democentrista cade di fronte all’evidenza dei numeri. Ma al partito i dati non interessano, purché possa essere sempre sulla scena politica con proposte astruse e inconcludenti, che però – una volta o l’altra – potrebbero anche attecchire con conseguenze dirompenti.


La furia insensata dello Zar sull’orlo di una crisi di nervi

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Un centro commerciale, un mercato, una manciata di musei, due scuole, decine di condomini multipiano, una stazione di filtraggio delle fogne, un parcheggio, qualche magazzino, teatri, ministeri, uffici, caffetterie e ristoranti. Migliaia di finestre rotte, anche negli edifici governativi in pieno centro. La lista dei danni della notte più dura di Kyiv appare incredibilmente sproporzionata rispetto alla potenza senza precedenti impiegata da Mosca per colpire la metropoli ucraina con una punizione esemplare. Per fortuna, la pioggia di missili di ogni genere e tipo, e di droni, ha provocato soltanto quattro morti tra Kyiv e regione, e un centinaio di feriti per lo più non gravi. La capitale ucraina ha visto l’alba di una notte insonne e assordante, avvolta nel fumo di numerosi incendi, coperta di polvere, calcinacci e schegge, ma viva, e il proprietario di HoGo nel quartiere della movida Podil, che aveva inaugurato il suo bar poche ore prima dell’attacco russo, ieri stava già servendo i caffè attraverso la vetrina sventrata dall’onda d’urto.

Anche ammettendo che non tutti i danni dei bombardamenti siano stati resi pubblici – difficile però anche occultarli, in una città di quasi 4 milioni di abitanti tutti dotati di smartphone connessi a Internet – quello che colpisce è l’insensatezza militare di questo attacco russo. Considerato la quantità e l’assortimento dei droni e dei missili lanciati – più di 600 i primi e quasi 100 i secondi, incluso il famigerato Oreshnik, il razzo ipersonico a testate multiple che Vladimir Putin pubblicizza come l’arma dell’apocalisse, e che ha ridotto trionfalmente in macerie una cooperativa di box auto – appare incredibile che una potenza militare abbia speso in una notte l’equivalente del bilancio annuo di un paio di regioni russe per incenerire un centro commerciale e un mercato.

Siccome è difficile pensare che qualcuno al Cremlino continui davvero a credere di poter spezzare il morale della popolazione con le bombe –perfino l’ex presidente russo Dmitry Medvedev ieri ha riconosciuto, seppure con una retorica contorta, che gli attacchi non fanno che consolidare gli ucraini – viene il sospetto che tra i bersagli dei missili ci siano anche i russi. Ai quali il loro presidente ha appena raccontato che le forze armate ucraine sono «in uno stato catastrofico», anche perché il suo capo dello Stato maggiore gli aveva appena riferito di avanzate che non trovano alcun riscontro sul terreno. La linea del fronte nel Donbas rimane ferma, e gli attacchi quotidiani degli ucraini nel cuore della Russia appaiono molto più efficienti di quelli russi nel colpire raffinerie, aeroporti militari, depositi di armi e fabbriche belliche (resta solo da immaginarsi quale danno potrebbero arrecare se avessero anche solo un decimo dell’arsenale di Putin). E mentre il centro demoscopico governativo VTsIOM non pubblica ormai da quasi due mesi i sondaggi sulla popolarità del presidente russo, perfino i suoi sostenitori lo definiscono sempre più spesso come “debole”, e raccontano ai media occidentali (sotto anonimato, ovviamente) che non potrà mai vincere la guerra alle sue condizioni.

Il tentativo di scatenare l’inferno a Kyiv serve proprio a smentirli, perché nella visione putiniana la forza si misura dalla quantità di paura che si incute. I suoi generali sono pronti a compiacerlo con immagini delle case ucraine distrutte, perché hanno molta più paura di Putin di quanta ne abbia Zelensky, ed è per questo che il ministero della Difesa russo parla di un «attacco di ritorsione» contro Kyiv, e nega nonostante l’evidenza di aver colpito bersagli civili. È l’inquilino del Cremlino che esige lo spettacolo agghiacciante, e inutile, della città in fiamme, e non a caso il regista russo in esilio Andrey Zviagintsev dal palco di Cannes, dove ha vinto il Grand Prix, si rivolge direttamente a Putin: «Fermi questo macello».


Quegli attivisti che sfidano Re Bibi per salvare i palestinesi dall’odio

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 

Di Anna Foa, La Stampa

Si chiama “protective presence”, protezione attraverso la presenza. Non riguarda solo Israele ma molte situazioni di conflitti e violenze. È stata ed è molto usata dall’Unhcr, l’organizzazione Onu per i rifugiati. In Israele se ne parla molto. L’abbiamo vista all’opera nel giorno in cui si festeggiava la presa di Gerusalemme nella guerra dei Sei giorni, Yom Yerushalayim, da sempre una ricorrenza celebrata con entusiasmo dalle destre nazionaliste e religiose, la presa di Gerusalemme e l’inizio dell’occupazione. Negli ultimi anni, in particolare quest’anno, le destre si sono scatenate, i coloni dalla Cisgiordania sono scesi in massa a Gerusalemme, hanno fatto irruzione nella Città Vecchia, aggredito i palestinesi, distrutto i loro negozi, il tutto nell’indifferenza o nella complicità della polizia. Ma c’erano gli attivisti dei gruppi che si battono contro Netanyahu e il suo governo. Vestiti di un giubbotto viola, si sono frapposti con le braccia distese fra gli aggressori e gli aggrediti, cercando di evitare aggressioni e violenze. Sono pacifici, senza armi, a differenza dei coloni, riuniti in gruppi misti di ebrei e palestinesi, in organizzazioni importanti come Standing together o il New Israel Fund. I gruppi erano composti soprattutto di ebrei, perché l’intento di fronte a quelle violenze è proprio quello di frapporre il corpo di ebrei degli attivisti a difesa di quello dei palestinesi.

Anche se nei giorni scorsi sono stati particolarmente visibili nelle strade di Gerusalemme, non si limitano a agire in città o nelle manifestazioni settimanali che li vedono protagonisti. Operano ormai da molto tempo in Cisgiordania. Da anni si sono dedicati a ripiantare e a proteggere gli ulivi dei palestinesi, sistematicamente distrutti dai coloni. Con il progredire delle violenze in Cisgiordania, hanno iniziato ad andare a dormire nelle case dei palestinesi. Portano i loro bambini a scuola, li proteggono con la loro presenza, documentano col telefonino le violenze di coloni ed esercito. Alcuni gruppi dagli Stati Uniti, da organizzazioni come Rabbini per i diritti umani, che organizzano nei villaggi palestinesi stages di attivisti ebrei americani, sempre allo scopo di frapporre ebrei, corpi ebraici, a protezione dei palestinesi. Ma con il progredire delle violenze, anche questa riluttanza dei fanatici a colpire gli ebrei sta diminuendo. Per loro, sono terroristi. In fondo anche razzisti come loro, che finora distinguevano fra ebrei e palestinesi, ben possono assimilare gli attivisti ebrei ai non ebrei e colpirli come fanno con loro.

Anche nelle università cresce il ruolo protettivo di professori e studenti ebrei verso i loro colleghi palestinesi. Recentemente, in occasione della giornata in ricordo della Nakba, l’espulsione da Israele dei palestinesi nel 1948, gli studenti arabi di un’importante università si sono riuniti in un’aula a discutere sull’organizzazione della loro protesta. Improvvisamente ha fatto irruzione un deputato del partito di Ben Gvir, coi suoi accoliti. Volevano sfondare la porta dell’aula dove c’erano gli studenti palestinesi. Fortunatamente studenti, docenti e fin le guardie di sicurezza dell’Università hanno fatto muro e li hanno cacciati. Il deputato, andandosene, ha minacciato pesanti conseguenze all’Università.

Ricordare questi fatti ci impedisce, credo, di considerare che in Israele è tutto perduto. Se per ogni Ben Gvir, per ogni Netanyahu, per ogni terrorista razzista e fanatico ci fosse qualcuno che si frappone disarmato contro l’odio… Se una generazione di “protettori” crescesse in quel terreno di violenza e razzismo, come abbiamo visto nel caso degli attivisti, anch’essi disarmati, della Flotilla, in un contesto che è dieci volte più duro quando ad essere colpiti sono i prigionieri palestinesi, allora credo che davvero Israele potrebbe rinascere come una fenice dalle sue ceneri. Ceneri, a differenza di quelle di Gaza, immateriali, il frutto della distruzione dell’etica, della giustizia, dei valori. «Signore, quanti giusti servono perché tu non distrugga Sodoma?», chiedeva Abramo a Dio. Oggi, nonostante tutti gli ingiusti che vi proliferano, e l’indifferenza di chi li tollera, ci sono ancora giusti in Israele. Ma fino a quando?

Nell’immagine: Anna Foa


Kagan: “Gestione disastrosa, gli Usa hanno perso la guerra in Iran e lo pagheranno per anni”

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 

Di Polo Mastrolilli, La Repubblica

«Una resa totale, che ci rende succubi dell’Iran e corrode la leadership globale degli Stati Uniti». Robert Kagan, già guru dei neocon durante l’amministrazione Bush, non sa da dove cominciare nel criticare l’accordo a cui lavora Trump.

Perché ha scritto su Atlantic che il presidente si è arreso?

«Non ha ricevuto alcuna concessione dall’Iran, nemmeno sul fronte nucleare, l’unica cosa che sembra interessargli. Non mi interessa nemmeno sapere su cosa abbiano concordato di parlare nei prossimi 60 giorni, perché a quel punto l’Iran sarà quasi completamente invulnerabile. Quindi l’idea che Trump possa ricominciare la guerra tra 60 giorni è semplicemente ridicola. Ma l’elemento più importante è che l’Iran finirà per controllare lo Stretto di Hormuz: riaprirà, ma sotto una nuova gestione. L’Iran deciderà chi entra, chi esce, quando e per quanti soldi. È un enorme cambiamento degli equilibri di potere. Prima della guerra l’Iran era fondamentalmente debole e isolato nella regione, ora ne uscirà con la capacità di controllare il prezzo del petrolio su base mondiale, tenendo in ostaggio tutti i grandi paesi consumatori. Una enorme sconfitta per gli Usa, nonostante il successo militare, che è stato tattico, ma strategicamente disastroso».

Quindi staremo peggio di prima della guerra?

«Molto peggio, perché il regime di Teheran avrà il controllo della situazione».

Netanyahu può accettare un simile accordo?

«Prima della guerra Israele era la potenza più forte della regione; ora lo diventerà l’Iran. Le sanzioni dovranno essere revocate, perché altrimenti Teheran non permetterà il passaggio ad alcuna nave dei paesi che le impongono. Avrà la libertà di esportare tutto il suo petrolio, ma anche di incassare grazie a quello degli altri paesi, imponendo tasse. La bozza poi include il cessate il fuoco in Libano. Netanyahu continuerà a combattere, ma l’Iran avrà leve da usare per schierare tutto il mondo contro lo Stato ebraico, che sarà sempre più isolato, perché ora c’è anche un forte consenso bipartisan anti Israele negli Usa. L’esito è molto negativo per lo Stato ebraico».

Ma alla fine Netanyahu cederà?

«La sua dichiarazione dopo le notizie sull’accordo aveva l’unico scopo di chiarire che lui continuerà a bombardare il Libano. L’Iran però dirà che è una violazione dell’intesa, e allora sarà interessante vedere la risposta degli Usa«.

Gli alleati europei hanno fatto bene a non farsi coinvolgere?

«Magari se Trump li avesse avvicinati prima dell’attacco, spiegando cosa intendeva fare e coordinandosi con loro, lo avrebbero anche seguito, perché vogliono compiacerlo. Ora è ridicolo criticarli per la loro scelta, perché non hanno avuto alcuna possibilità di scegliere».

Quale sarà l’impatto geopolitico della resa?

«Sarà molto dannoso per gli Stati Uniti a livello globale. Cominciamo dal Medio Oriente e poi guardiamo al resto. Una delle prime vittime saranno gli Accordi di Abramo e le relazioni dell’America con gli Stati del Golfo, che ora dovranno compiacere l’Iran e fare le proprie intese separate con Teheran. Il secondo danno grave è che nonostante le incredibili capacità dimostrate delle forze armate, gli Usa hanno ovviamente fallito e il resto del mondo ne prenderà nota. Gli alleati asiatici in particolare si segneranno che il Pentagono ha dovuto ritirare forze significative dal Pacifico, che servivano a difendere loro e Taiwan. Tutti poi sanno che l’arsenale Usa è stato ridotto a livelli pericolosamente bassi e ci vorranno anni per ricostituirlo. Quindi in generale chi ne ha tratto grande beneficio sono Cina e Russia, anche perché l’Iran è loro alleato. Gli Usa hanno perso e ora ci saranno significative conseguenze negative globali non per mesi, ma per anni».

Viste le pesanti critiche ricevute dagli stessi repubblicani, è possibile che Trump cambi idea e rinunci all’accordo?

«Se avesse voluto bombardare l’Iran, l’avrebbe fatto. Ha smesso dopo il 18 marzo, quando ha visto la rappresaglia iraniana dopo il raid israeliano contro i campi del gas di South Pars. Poi ha bluffato e minacciato di distruggere un’intera civiltà, ma non è mai tornato all’azione militare perché non vuole. Quindi ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, senza alcuna concessione in cambio. Spera che questa guerra scompaia e smetta di essere un problema, per stabilizzare i mercati e non perdere le elezioni di novembre. Magari ora punta a cambiare argomento invadendo Cuba, nella speranza che gli americani non si accorgano della grande sconfitta subita in Iran».


L’alleanza tra Big Tech e Big State e lo smottamento della democrazia

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 

Di Ugo Nespolo, La Stampa 

Non si può evitare di mettere in campo oggi il nuovo libro di Asma Mhalla, appena stampato da Einaudi, dal titolo più che allarmante, quasi una pressante invocazione a Resistere ai tempi oscuri, dotato di un angosciante sottotitolo Il nuovo sistema totalitario. In realtà il libro uscito in Francia per le Edizioni Seuil nasceva con il titolo Cyberpunk. Le nouveau système totalitaire. La sostituzione non è da poco. Significa in fondo che la profezia fantascientifica, Gibson, Dick, i profeti adempiuti, cioè quelli le cui profezie si sono davvero già realizzate, vengono da noi sostituite con imperativi civili.

Asma Mhalla, specialista di politica e geopolitica della tecnologia, fa parte del Laboratoire d’Anthropologie Politique dell’EHESS/CNRS e insegna alla Columbia University, ha forgiato il sintagma del Léviathan a due teste: Big Tech e Big State, non visti però come nemici e rivali ma come complici strutturali e simbiotici nel controllo. La quarta di copertina sintetizza in maniera tanto efficace quanto drammatica i temi che costruiscono il libro:ipermodernità urbana, mondo in multicrisi, onnipresenza delle interfacce, tecnologie di controllo camuffate in nome della sicurezza, senso di solitudine, saturazione cognitiva. Dice anche «Byung-Chul Han incontra Mark Fisher in questo fondamentale manuale di lotta cognitiva». In realtà non cita né Han né Fisher, ma in profondo il libro ha da fare con i due filosofi quando enuncia con coraggio – scoprendo il tema cardine del volume – nel dire che: «Questa non è una crisi della democrazia, ma lo smottamento verso un nuovo regime». Le crisi – si sa – possono ammettere una guarigione, lo smottamento è invece una modificazione radicale del territorio senza possibilità di ritorno. È il regime che Mhalla descrive col nome di Diléviathan in cui Trump ha il ruolo dello showman e Musk quello di ingegnere del codice, identici nella funzione che non governa ma programma e, pur non impedendoci di pensare, ci tiene talmente occupati finché non sapremo più come e cosa fare. Fluxocrazia come forma di governo, l’État-flux come architettura del potere, insignificante sui temi sociali, totale nel controllo.

Per Baudrillard si produce piuttosto una sorta di mondo autonomo in cui la distinzione tra vero e falso perde qualsiasi consistenza. Mhalla colloca Trump in una categoria definibile fascismo-simulacro servendosi di una citazione strutturale di Simulacri e Simulazione del 1981 di Baudrillard. Trump è solo il simulacro di fascismo che tenta di imitarne i codici, la retorica della purificazione, il culto del capo, proprio come Disneyland che esiste per far credere che il resto dell’America sia reale mentre è vero il contrario. Il simulacro esiste per convincerci che la democrazia sia ancora in piedi ed esista.

Qui Mhalla lascia entrare senza citarlo Mark Fisher, il più doloroso dei fantasmi, colui che aveva costruito un lessico per la malattia del presente, l’edonia depressa come piacere senza godimento, l’impotenza riflessiva, come sapere che tutto va male e credere di non poter fare nulla.

Fisher con il suo Realismo Capitalista (2009) è la struttura concettuale su cui si basa il libro di Asma Mhalla. Stesso respiro corto, stessa diagnosi, stessa rassegnazione apparente. La frase manifesto di Fisher mutata da Jameson e Žižek: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo», proprio l’esatta sintesi dell’incipit mhalliano. «Vediamo che tutto sta crollando eppure andiamo avanti come se niente fosse» e anche: «Siamo costretti ad accettare di vivere malati senza avere la forza di guarire».

Fisher parla di malinconia militante, una sorta di lenta cancellazione del futuro mentre Mhalla rivendica l’urgenza del presente. Forse il pensatore con il quale l’autrice converge nell’analisi è Byung-Chul Han, filosofo coreano berlinese che ha negli anni messo insieme il più articolato vocabolario del disagio contemporaneo. Lo smart power seduce invece che reprimere, non più controllo dei corpi ma controllo dei clic. L’idea di Mhalla per cui il XXI secolo non ci governerà ma programmerà ha da fare col pensiero di Han. La differenza sta però nel fatto che mentre Han offre una filosofia, Mhalla prova a scrivere un atto d’accusa e lo fa citando espressamente Shoshana Zuboff e il suo straordinario Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press 2019) seicento pagine di analisi profonda che hanno solidificato un vocabolario e dato il via ad un pensiero che ha segnato un’intera stagione intellettuale.

Nel libro Mhalla non può esimersi dal citare Nick Land che non è proprio una curiosità accademica ma la colonna portante del partito Trump-Musk via Peter Thiel che, dopo aver finanziato il Presidente nel 2016 e nel 2024, ha dichiarato che libertà e democrazia non sono più compatibili. Di fronte alle tesi dei Lumi Oscuri, quelle che si diramano a Marc Andreessen col suo Manifesto Tecno-Ottimista del 2023 o a Curtis Yarvin pseudonimo di Mencius Moldbug sempre presente nei salotti di San Francisco, fino a J.D. Vance che ha studiato Fanged Noumena al college, Mhalla propone una risposta neo-illuminista democratica che non è il modo più semplice di rispondere al nihilismo con una risposta contraria.

Risponde piuttosto con la categoria più semplice e antica: la dignità, che poi non è che la libertà prima di essere rubata. È l’epigrafe che Einaudi ha scelto per la campagna promozionale. La dignità è l’unica singolarità che ci resta ed è quella che conserviamo dentro di noi. La dignità non può essere quantificata e quindi mai ottimizzata, per questo non può essere mai completamente catturata. Il pericolo allora non è che le macchine diventino troppo simili agli uomini e che gli uomini diventino troppo simili alle macchine, Mhalla scrive un pamphlet e chiamarlo manuale di sopravvivenza cognitiva non è un gesto retorico. È il minimo che la filosofia può assumere per restare utile.

Nell’immagine: il disegno de “L’uomo che cade” realizzato dall’artista Ugo Nespolo 


“10 milioni”: il ritorno del famigerato statuto di stagionale

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 

Considerando che, a causa dell’immigrazione, la Svizzera è cresciuta in media di 67’000 persone all’anno nell’ultimo decennio, è comprensibile che molti svizzeri siano preoccupati. Ma qual è la ricetta del partito più votato? Propone come frenare l’immigrazione? No, chiede semplicemente un tetto massimo con misure severe non appena la Svizzera supera i 9,5 milioni di abitanti e con misure ancora più severe non appena viene superata la soglia dei 10 milioni.

Cosa ha fatto l’UDC negli ultimi anni per far sì che arrivassero meno stranieri in Svizzera? Quasi nulla, anzi: i consiglieri di Stato dell’UDC, i parlamentari a Berna e nei Cantoni hanno promosso con zelo la riduzione delle imposte sulle imprese e, in generale, delle tasse. L’obiettivo: indurre le aziende straniere e gli stranieri facoltosi a stabilirsi in Svizzera – con successo. Le aziende arrivano con il proprio personale dirigente e necessitano di ulteriore manodopera. Così aumenta il numero di stranieri in Svizzera.

La doppia contraddizione del direttore delle finanze UDC di Zugo

Particolarmente efficaci sono il Cantone di Zugo e il direttore delle finanze Heinz Tännler, membro dell’UDC. Egli incarna la contraddizione in due modi, come si è potuto leggere recentemente sulla NZZ. Lo scorso autunno il consigliere di Stato Tännler si era espresso chiaramente contro l’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni» del suo partito; un limite massimo rigido alla popolazione sarebbe pericoloso e soffocherebbe l’economia.

Nel frattempo sostiene questa pericolosa iniziativa sulla NZZ e anche sul Blick. Il consigliere di Stato Tännler ha spiegato che si può anche cambiare idea ogni tanto e diventare più saggi. Le basse imposte fanno lievitare gli affitti. Molti abitanti di Zugo senza un portafoglio ben fornito devono lasciare il loro cantone per trovare un appartamento a prezzi accessibili. Questo perché i lavoratori stranieri altamente qualificati e gli stranieri ricchi sono disposti a pagare affitti esorbitanti.

Ad Andermatt si presenta un quadro simile. Anche la consigliera agli Stati del Centro Heidi Z’Graggen sostiene l’iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni», in contrasto con la decisione del proprio partito. Elogia i grandi investimenti di Samin Saviri nella località turistica, sebbene questa impresa abbia dovuto reclutare manodopera aggiuntiva dall’estero – il che in realtà è in netto contrasto con l’iniziativa dell’UDC.

Ancora più residenti di breve durata e frontalieri

Se si legge attentamente il testo dell’iniziativa, in caso di sì il numero di lavoratori stranieri non dovrebbe diminuire. Infatti, manodopera straniera con contratti di undici mesi o meno potrebbe immigrare in Svizzera senza limiti. Rudolf Minsch, capo economista di Economiesuisse, ha risposto alla mia domanda affermando che, in tempi di carenza di manodopera qualificata, è probabile «che il numero dei residenti di breve durata, senza diritto al ricongiungimento familiare, aumenterebbe».

Con la stessa determinazione di Economiesuisse, anche i sindacati si oppongono all’iniziativa dell’UDC. L’Unione sindacale svizzera avverte che se venissero meno gli accordi bilaterali e la protezione salariale si rischierebbe un peggioramento dei salari e delle condizioni di lavoro. Il settore alberghiero e quello agricolo, in concorrenza con l’industria e il settore dei servizi, difficilmente otterrebbero contingenti sufficienti. Con i titolari di un permesso di soggiorno di breve durata si tornerebbe quindi al famigerato statuto di stagionale degli anni ’50-’80, con condizioni precarie per i lavoratori. Anche il numero dei frontalieri potrebbe continuare a crescere.

L’economia deve assumersi le proprie responsabilità

Come accennato, molte persone nel nostro Paese sono preoccupate per la forte immigrazione in corso. Inoltre, i dati sulla disoccupazione sono leggermente aumentati negli ultimi tempi. Troppo spesso sentiamo dire che le persone sopra i 55 anni verrebbero sostituite da giovani stranieri. Lo stesso presidente uscente di Economiesuisse ha affermato una volta che l’immigrazione è stata un po’ troppo elevata negli ultimi anni e che, per rispetto dell’umore della popolazione, l’economia ha una responsabilità.

Cosa significa questo? Le imprese dovrebbero fare il possibile per ridurre il numero dei disoccupati, per evitare che i residenti di età superiore ai 50 o 55 anni vengano licenziati o, qualora le aziende chiudano, per garantire che i licenziati trovino nuovamente un impiego. Gli sforzi delle autorità volti a integrare maggiormente nel mercato del lavoro le persone che arrivano in Svizzera per ricongiungimento familiare dovrebbero essere sostenuti ancora più fortemente dall’economia. Ma anche se questi sforzi possono contribuire a sfruttare meglio il potenziale di manodopera in Svizzera, l’iniziativa dell’UDC va in ogni caso respinta. Economiesuisse e il suo presidente si oppongono con determinazione all’iniziativa popolare, perché la considerano dannosa per l’economia. In caso di sì, la manodopera straniera verrebbe assegnata tramite contingenti, il che comporterebbe una burocrazia ingombrante e costosa. Inoltre, molti settori si troverebbero a corto di personale.

Nessuna traccia di sostenibilità

L’UDC definisce la sua iniziativa anche «iniziativa per la sostenibilità». Si tratterebbe di proteggere il paesaggio e il suolo dallo sfruttamento eccessivo, poiché, come sottolinea il presidente del partito e agricoltore Marcel Dettling, ogni secondo viene edificato un metro quadrato di terreno. L’improvviso amore dell’UDC per la protezione della natura e delle aree non edificate non è credibile. I politici dell’UDC al Palazzo federale, nei Cantoni e nei Comuni si oppongono sistematicamente alle proposte di legge volte a proteggere il paesaggio, limitare i fertilizzanti tossici, rafforzare la biodiversità e limitare le zone edificabili. Molti bei pendii vengono inseriti nelle zone edificabili e ricoperti di ville per ricchi svizzeri e stranieri.

Non votiamo quindi su una «iniziativa per la sostenibilità». Ma non trovo nemmeno appropriata la definizione di «iniziativa del caos». È molto più preciso definirla «iniziativa delle contraddizioni».

Molti svizzeri e svizzere si stupiscono che l’iniziativa dell’UDC, su cui voteremo il 14 giugno, riceva così tanto sostegno. Si prevede un risultato serrato. A quanto pare, molti aventi diritto di voto intendono approvare l’iniziativa dell’UDC per ripicca o con l’intento di dare una lezione al Consiglio federale e al Parlamento. Ad oggi, gli svizzeri sono considerati un popolo razionale e sobrio. Un atteggiamento di sfida nella decisione su un’iniziativa popolare non sarebbe quindi compatibile con questa immagine.

Pubblicato da Journal21
Traduzione a cura della redazione
Immagine da Areaonline


E anche questa volta c’entra la Svizzera…

Nonostante le difficoltà, la fine del dittatore non sembra imminente. Le democrazie, però, possono contenerne l’aggressività 

Di Kaspar Surber e Lorenz Naegeli, Die Wochenzeitung

Herman Halushchenko era seduto nella hall dell’Hotel Admiral a Lugano, ben protetto da agenti di polizia svizzeri. Era il luglio 2022, in occasione della conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, e Halushchenko si presentava come un ministro dell’Energia tanto premuroso quanto intraprendente.

«Il mio compito è garantire che tutti possano riscaldarsi», disse allora in un’intervista alla WOZ. Per questo motivo, durante la guerra, continuava a puntare sui combustibili fossili come il carbone e promuoveva la costruzione di centrali nucleari. In Ucraina, anche le aziende svizzere avrebbero potuto sperimentare nuove tecnologie nel settore energetico. In qualità di ministro, durante la guerra disponeva di un potere senza precedenti. «Quello che voglio dire è: gente, ho questo potere, ditemi di cosa avete bisogno!»

A distanza di poco meno di quattro anni, il quadro appare ben diverso: Halushchenko sembra aver sfruttato la propria influenza soprattutto per arricchirsi. A febbraio, l’avvocato, che ha lavorato a lungo nell’apparato statale, è stato arrestato mentre tentava di lasciare l’Ucraina. È uno dei principali indagati in un caso di corruzione che arriva fino ai vertici dello Stato. La scorsa settimana è stato posto in custodia cautelare anche Andrij Jermak, ex capo dell’ufficio presidenziale e per lungo tempo il secondo uomo più potente dopo Volodymyr Zelensky. Le tracce dei fondi sottratti conducono anche in Svizzera.

Dieci milioni per la famiglia

Una recente inchiesta del settimanale tedesco «Die Zeit», che ha avuto accesso agli atti dell’indagine, mostra come funzionasse nel dettaglio il sistema di corruzione. Al centro c’è una banda che ruota attorno a Halushchenko e all’uomo d’affari e amico di Zelensky Timur Mindich. In occasione di appalti assegnati dalla più grande azienda energetica ucraina, Energoatom, a imprese edili, fornitori di servizi e fornitori, la banda avrebbe preteso cosiddette tangenti pari al dieci-quindici per cento. In caso contrario, le fatture non sarebbero state pagate o non sarebbero stati assegnati ulteriori appalti. In totale sarebbero stati versati più di 118 milioni di dollari in tangenti.

Secondo gli investigatori dell’Ufficio nazionale anticorruzione Nabu, una parte di questi fondi sarebbe stata trasferita anche in Svizzera passando per l’isola caraibica di Anguilla, fondi nelle Isole Marshall e un trust a St. Kitts e Nevis: 7,4 milioni in dollari, 2,4 milioni in euro e 1,3 milioni in franchi. Secondo un comunicato del Nabu, la beneficiaria del denaro sarebbe la sua ex moglie. L’avvocato di Halushchenko nega sul «Zeit» che il suo cliente abbia trasferito «anche solo un centesimo».

Arredamento per i ricchi

La moglie di Halushchenko è fuggita in Svizzera nel 2022 per sfuggire alla guerra, insieme ai figli, che frequentano il costoso collegio d’élite Collège Alpin Beau Soleil nelle Alpi vodesi. In generale, l’ex moglie sembra condurre uno stile di vita lussuoso. Secondo le informazioni fornite dalla WOZ e dal collettivo di ricerca WAV, a Ginevra vive sul lungolago, vicino al simbolo della città, il Jet d’eau. Con il suo studio di architettura, specializzato in raffinati arredi d’interni per una clientela facoltosa, ha preso piede con successo non solo a Kiev ma anche a Ginevra. Lo dimostrano diversi progetti di ristrutturazione presenti sul sito web dello studio, che realizza, tra l’altro, per ricchi ucraini. Allo stesso indirizzo è domiciliata anche una società che, secondo il registro di commercio, può partecipare ad acquisti immobiliari. L’unica titolare è l’ex moglie di Halushchenko. Durante una telefonata al suo cellulare svizzero, ha affermato di essere sempre disponibile a parlare della sua attività di architettura. «Ma non prendo posizione su domande relative alla mia vita passata.»

Come hanno potuto appurare WOZ e WAV, nel frattempo sono pervenute in Svizzera diverse richieste di assistenza giudiziaria dall’Ucraina in relazione allo scandalo di corruzione. Lo conferma, su richiesta, il Ministero pubblico della Confederazione. Esso fa sapere che darà seguito a tali richieste di assistenza giudiziaria, ma che per il resto non commenterà le notizie riportate dai media. Chi ha fatto entrare in Svizzera il denaro della corruzione e chi alla fine ha accesso a tutto ciò potrebbe quindi chiarirsi definitivamente nel corso delle indagini.

Per gli investigatori ucraini è già chiaro oggi che Energoatom operava in modo inefficiente a causa della corruzione. Molte strutture di protezione per le infrastrutture energetiche sono rimaste incompiute fino ad oggi, il che si è fatto dolorosamente sentire durante gli attacchi russi dello scorso inverno. Il ministro dell’Energia Halushchenko non ha mantenuto la sua promessa che tutti gli ucraini potessero avere il riscaldamento.

Nell’immagine: a Lugano c’era anche lui