“Con la guerra l’Iran è diventato uno Stato militare, rischia di passare alla Cina”

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Trump è all’angolo, stretto tra una «guerra che non può vincere e un accordo inaccettabile». Ma la sconfitta nel Golfo potrebbe persino non essere l’unica per l’America, ragiona Ali Vaez, uno dei più lucidi e informati analisti di cose iraniane, responsabile del programma Iran del Crisis Group, già negoziatore all’epoca di Obama: se «l’Occidente continua a insistere nella sua politica di contenimento consegnerà l’Iran a Russia e Cina».

Il presidente Usa continua a non escludere l’opzione militare: potrebbe davvero bombardare per la terza volta l’Iran?

«È una opzione e un modo per alzare la pressione, ma è anche indicativo della trappola in cui si trova tra due opzioni molto sgradevoli: una guerra impossibile da vincere o un accordo inaccettabile. Se lanciasse un terzo attacco contro l’Iran non renderebbe gli iraniani più propensi al compromesso. Anzi. Ogni volta che lo ha fatto, Teheran ha irrigidito le sue posizioni. Se accettasse le condizioni che l’Iran ha in mente, che in sostanza danno priorità all’apertura dello Stretto di Hormuz rispetto alla risoluzione della questione nucleare, ammetterebbe di fatto la sconfitta strategica».

Che accordo si sta negoziando?

«È più che altro una lettera d’intenti per rimuovere il doppio blocco sullo Stretto di Hormuz, che rimanda i negoziati sostanziali sul nucleare e sulle sanzioni a fasi successive. Per molti versi, è simile all’accordo di Gaza, che non è mai arrivato alla seconda fase».

L’Iran accetterà di riaprire lo Stretto senza condizioni?

«Continuerà a mantenere il controllo sul traffico, almeno nel breve termine. Vedremo poi se riuscirà a raggiungere un accordo con l’Oman che preveda l’imposizione di una sorta di tariffa, ma non sono questioni che verranno sciolte dal memorandum».

E Trump può accettare una intesa che non comprenda il nucleare?

«La guerra ha fatto sì che l’Iran non mettesse più nemmeno sul tavolo la questione nucleare. È un disastro assoluto per gli Stati Uniti da ogni punto di vista. Ma almeno potrebbe riaprire il traffico a Hormuz creando una situazione più stabile».

L’Iran non rinuncerà all’arricchimento né all’uranio arricchito. Nella migliore delle ipotesi, si profila un accordo simile al Jcpoa di Obama. Due guerre per tornare al punto di partenza?

«L’intesa potrebbe migliorare perché il Jcpoa non sospendeva l’arricchimento per lungo tempo. Detto questo, il programma nucleare iraniano non raggiungerà mai il livello di trasparenza che aveva sotto il Jcpoa. Ci saranno seri interrogativi sul destino dell’uranio altamente arricchito. Se scavassero e scoprissero che mancano 10 chilogrammi di uranio arricchito al 60%? Cosa succederebbe? Trump avrebbe potuto offrire all’Iran un accordo migliore durante il suo primo mandato e non intraprendere questa follia politica».

Che futuro attende gli iraniani, un’autocrazia militare?

«Il futuro è già qui. Un comandante delle Guardie Rivoluzionarie è contemporaneamente presidente del Parlamento, capo negoziatore e inviato speciale in Cina. Tutte le posizioni pubbliche su Hormuz, sulle richieste iraniane, non vengono prese dalla nuova Guida Suprema, ma da Ghalibaf e da una ristretta cerchia di persone con un passato nelle Guardie Rivoluzionarie. L’Iran non è più una teocrazia, è già un sistema militarizzato».

La guerra potrebbe spingere l’apparato a volere una deterrenza nucleare?

«La capacità di imporre un costo all’economia globale attraverso il controllo di Hormuz è un deterrente, ma c’è un dibattito interno al sistema se questo sia sufficiente se non abbinato alla deterrenza nucleare. In futuro verranno create rotte alternative a Hormuz, ci sarà una minore dipendenza dagli idrocarburi. Potrebbe essere necessaria una nuova deterrenza. L’idea oggi è persino più popolare in ampi segmenti della società iraniana, anche in coloro che non apprezzano il regime».

L’amministrazione Trump sarà costretta a revocare le sanzioni?

«Senza agevolazioni economiche l’Iran non accetterà un memorandum d’intesa anche se molto limitato. Gli iraniani avranno bisogno di molti soldi per riprendersi da questa guerra. E dopo, potrebbero decidere di spingersi molto oltre rispetto al passato nel tentativo di assorbire investimenti cinesi nella propria economia. Se l’Occidente continua a insistere nella sua politica di contenimento nei confronti dell’Iran, se non offrirà al paese serie opportunità economiche per riprendersi, consegnerà l’Iran alla Russia e alla Cina».

Nell’immagine: Ali Vaez


Rubio, il clan Donald e le lezioni alla Nato

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Mentre la guerra russo-ucraina si accende come non mai, Marco Rubio tiene a lezione la Nato – sull’Iran. Per far parte gli alleati dell’insoddisfazione del presidente. I quali avrebbero anche loro motivi di insoddisfazione con il grande alleato, ma chinano la testa e tirano avanti. In era Trump la Nato vive alla giornata.

Qualche giorno fa il Segretario alla Guerra revoca, senza preavviso, la rotazione di 4.000 militari già sul piede di partenza per la Polonia. Ieri il presidente li restituisce con interesse, un migliaio in più. Gli assetti geostrategici non sono cambiati, non ci sono nuovi rapporti della Cia di rischi imminenti per Varsavia, ma il Presidente polacco, Karol Nawrocki, gli sta simpatico. E questo basta. A caval donato non si guarda in bocca né a Varsavia né a Bruxelles, ma capitali europee e comandi militari dell’Alleanza si domandano quale sarà la prossima mossa e a chi toccherà.

Intanto, tutti gli alleati si sorbiscono la ramanzina del Segretario di Stato. Ramanzina per aver deluso Donald Trump sull’Iran. Rubio annuncia poi che le truppe americane in Europa scenderanno sotto le 76 mila unità, cioè al livello del 2021, pre-invasione dell’Ucraina. Questo disimpegno non è una punizione per il disappunto trumpiano, aggiunge, ma «la questione va affrontata». L’ombra dell’insoddisfazione di Donald Trump si allunga ora sul vertice di Ankara del 7-8 luglio. Il Segretario di Stato ha posto sul tavolo della Nato tre distinte questioni: la riduzione dell’impegno militare americano in Europa e nella Nato; il ruolo della Nato e degli alleati nella guerra in Iran; l’insoddisfazione del suo presidente nei loro confronti.

Il ridimensionamento è stato preavvisato. A dicembre, la nuova Strategia della Sicurezza Nazionale (Nss) diceva chiaramente che l’Emisfero Occidentale, leggi America, leggi Venezuela, leggi Cuba, ha la precedenza sulla sicurezza europea. Se questa è diventata la visione geopolitica americana, del mondo diviso in sfere d’influenza, non si può che prenderne atto. L’Europa è abbastanza grande da non essere sotto altrui zona d’influenza e da prendersi la responsabilità della propria sicurezza, dividendone equamente gli oneri con gli americani. Friedrich Merz ha appena detto che la Germania non si tira indietro. Francia e Regno Unito sono potenze nucleari. Anche l’Italia sta prendendo coscienza che l’era dei dividendi della pace è terminata – perché la pace è terminata.

Il problema non è la riduzione delle truppe americane ai livelli del 2021, ma del tempismo e delle modalità con cui avviene per non lasciare finestre di vulnerabilità. Di questo è tempo di cominciare a parlare, seriamente, con Washington non con percentuali di Pil che sono importanti ma non definiscono ruoli, impegni e capacità. È fuori discussione che su tutti e tre il contributo europeo e canadese debba crescere. Il futuro dell’Alleanza Atlantica sta nel riequilibrio dell’impegno militare difensivo fra le due sponde dell’Atlantico, in coerenza con il Trattato di Washington. Chiamiamola pure Nato 3.0 come propone il Segretario Generale, Mark Rutte. Ma sempre alleanza difensiva resta.

Qui entra in gioco la spaccatura fra Usa e tutti gli altri alleati Nato sull’Iran. E il primo punto debole della lezione impartita da Rubio ai Ministri degli Esteri alleati. La guerra iniziata il 27 febbraio scorso da Stati Uniti e Israele contro Teheran non è difensiva, quali che possano essere le motivazioni avanzate per sorreggerla – programma nucleare iraniano, cambio di un barbaro regime teocratico. Quindi non rientra in alcun modo nella fattispecie dell’Articolo 5. Ma la Nato è un’alleanza politico-militare. Ha spazio anche al di fuori della difesa collettiva alle aggressioni. Ha un Articolo 4 che prevede consultazioni politiche quando qualsiasi alleato ne avverta la necessità. Gli Usa non ne hanno mai minimamente sfiorato l’utilizzo. Trump lamenta la non collaborazione o non appoggio di alleati che non si è degnato di consultare o informare. «No collaboration without consultation», mutuando dalla Rivoluzione americana che si appresta a celebrare il 250° anniversario?

Ciò non impedirà certo al presidente di manifestare, e far pesare, la sua insoddisfazione. Ed è questo l’unico motivo per cui, forse, hanno fatto bene i ministri degli Esteri ad ascoltare e incassare da Rubio anziché contro argomentarlo – e le controargomentazioni non mancano, a cominciare dal rigettare la narrativa di un’alleanza a vantaggio di una sola sponda dell’Atlantico. La Nato ha reso più forti gli Stati Uniti – non l’hanno fondata gli americani del resto? Quando alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato c’erano giganti di pensiero e d’azione non semplici esecutori di ordini che talvolta neppure conoscono ancora. Il che li costringe ad interventi insopportabili come quello di Marco Rubio ai suoi colleghi Nato. Secondo punto debole: non per le posizioni espresse, non per aver messo in sordina l’Ucraina, che è in questo momento l’epicentro della sicurezza europea, a favore di un Iran che è un clamoroso “unforced error” americano, ma perché non ha parlato di quello che conta per la missione dell’Alleanza, oggi soprattutto l’Ucraina, ma solo dell’orticello del suo presidente. Rubio ha fatto da cassa di risonanza alle sue rimostranze senza neppure sapere quali conseguenze Donald Trump intenda trarne. L’arroganza politica è sopportabile. La piaggeria arrogante no.


Dopo il piano E1, spunta E2: Israele circonda Betlemme

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Circa due mesi fa, a fine marzo, cinque o sei coloni israeliani apparsi dal nulla si piazzarono alla periferia del villaggio di Abu Nuiaym, a breve distanza dalla colonia di Efrat, a sud di Betlemme. Gli abitanti notarono quella presenza inquietante, senza però darle troppo peso. A sera andarono via. Tornarono qualche giorno dopo e piantarono una tenda: ad Abu Nuiaym scattò l’allarme. In breve, i coloni, provenienti in maggioranza da Efrat, divennero svariate decine e si sistemarono anche su terreni dei villaggi di Jurat al-Shamma, Tuqua e Harmala.

Quello fu il primo passo verso la realizzazione concreta del progetto coloniale israeliano denominato Givat Eitam, noto ora come E2. Nei disegni delle autorità israeliane, dovrà ridisegnare in modo radicale la geografia politica e territoriale intorno a Betlemme, così come il progetto gemello E1 sta isolando a est la zona palestinese di Gerusalemme e i suoi sobborghi, tagliando in due la Cisgiordania occupata.

CON IL PIANO E2, Betlemme, già bloccata a nord dagli insediamenti di Gilo, Har Gilo e Har Homa, a sud sarà chiusa da Givat Eitam. Il progetto, non ancora approvato formalmente ma già in avanzata fase di preparazione, sarà inizialmente realizzato su 120 ettari di terre palestinesi. Le stime parlano di 2.500 fino a 7mila alloggi per coloni israeliani. Interromperà la continuità territoriale e urbana con le aree rurali palestinesi storicamente legate a Betlemme. Come per il piano E1, il nuovo corridoio coloniale frammenterà il territorio, compromettendo la possibilità di uno Stato palestinese contiguo con Gerusalemme est come capitale. E2 rappresenta un passaggio strategico nella politica israeliana di annessione di fatto della Cisgiordania.

A PROPORLO FU, nel 2020, l’allora ministro della difesa Naftali Bennett, esponente di punta della destra religiosa e oggi principale avversario di Netanyahu. Cinque anni fa Peace Now e una dozzina di proprietari terrieri palestinesi presentarono un ricorso alla Corte suprema che nel 2022 è stato respinto. Se realizzato, il progetto raddoppierà le dimensioni di Efrat, trasformando l’area nel più esteso polo coloniale israeliano tra Gerusalemme e Hebron. «Lo Stato ha annunciato di voler modificare la giurisdizione della colonia di Efrat definendo un nuovo confine – spiega Hagit Ofran di Peace Now – Questo significa che la presentazione del piano è imminente. Temo che vedremo l’inizio della sua realizzazione pratica nei prossimi mesi».

L’insediamento di Efrat, fondato nel 1983, occupa un ruolo centrale in questa strategia. Nato all’interno del blocco coloniale di Gush Etzion grazie all’iniziativa di ambienti nazionalisti religiosi legati a coloni statunitensi e al rabbino Shlomo Riskin, Efrat ha contribuito all’espropriazione di ampie terre appartenenti ai villaggi palestinesi di al-Khader, Wadi al-Nis, Artas e Khirbet Beit Zakariya, prontamente dichiarate zone demaniali. La continua espansione di Efrat, dove nei mesi scorsi gli Stati uniti hanno aperto un loro ufficio consolare, non si è realizzata solo con la costruzione di case ed edifici.

HA PREVISTO anche una rete di strade riservate ai coloni e forti limitazioni all’edilizia palestinese nell’Area C della Cisgiordania, dove l’esercito israeliano mantiene un controllo esclusivo. Givat Eitam, a est di Efrat, riflette questa strategia. Nel 2004 Israele dichiarò «terra demaniale» 130 ettari nei pressi di al-Nahla, interpretando sulla base delle proprie esigenze la legge fondiaria ottomana del 1858 che consente allo Stato di appropriarsi di terreni considerati «incolti».

NOVE PROPRIETARI palestinesi presentarono ricorso alla Corte suprema israeliana, ma il tribunale riconobbe loro soltanto il 7% delle terre espropriate, lasciando il resto sotto il controllo dell’esercito. Nel 2011 fu creata una «fattoria», permettendo l’installazione di un avamposto poi ampliato dai coloni che, nel corso degli anni, hanno occupato case palestinesi e compiuto attacchi violenti. Nel 2018 l’area è stata messa a disposizione del ministero dell’Edilizia per favorire la costruzione di Givat Eitam. Inutili i ricorsi. Infine, nel 2022, il governo israeliano ha deciso di dare il via all’iter ufficiale per l’approvazione definitiva del progetto. Le infrastrutture, comunque, sono già in costruzione. Una circonvallazione unisce Efrat agli insediamenti di Tekoa e Nokdim, creando una continuità coloniale che taglierà sempre di più Betlemme fuori dalla Cisgiordania meridionale.

Per la città palestinese nota in tutto il mondo, le conseguenze saranno ancora più devastanti. Già separata da Gerusalemme dal Muro e dall’insediamento di Har Homa, rischia di trasformarsi in un’enclave isolata, circondata da colonie e infrastrutture israeliane. La storica connessione culturale, economica e religiosa con Gerusalemme verrà ulteriormente spezzata.

«GIVAT EITAM – ha spiegato a un giornale locale Dalia Qumsieh, della Balasan Initiative for Human Rights, che monitora il progetto coloniale israeliano – è stato rinominato E2 per allinearsi al più famoso piano E1a est di Gerusalemme. Entrambi creano corridoi di insediamento, annettono ampie porzioni di terre palestinesi e ostacolano qualsiasi prospettiva di un futuro Stato palestinese contiguo».

Nell’immagine: il muro di separazione accanto al quartiere arabo di Al-Eizariya, vicino alla zona del progetti d’insediamento E1 


Autopsia della guerra anti-Iran. Il “Katechon” come giustificazione

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Questa non è l’analisi di una campagna militare sul campo, ma l’autopsia filosofica e ideologica di una guerra di aggressione, quella americo-israeliana contro l’Iran. Se le armi distruggono i corpi, sono le narrazioni e le dottrine politiche a legittimare i conflitti, plasmando la percezione pubblica. Smontare i meccanismi di questa guerra delle idee significa comprendere come la metafisica e la propaganda si trasformino in decisioni geopolitiche letali.

Al cuore della moderna instabilità mediorientale non vi sono solo interessi energetici, ma una profonda radice teorica che affonda nel pensiero del filosofo Carl Schmitt.

La strategia israeliana, infatti, riflette il concetto di Katechon: la “forza che trattiene” l’avvento del caos e dell’apocalisse. Presentandosi come l’unico baluardo democratico contro la “barbarie”, Israele legittima la propria azione militare trasformandola in una missione sacrale.

In questa visione, l’Iran viene dipinto come l’opposto metafisico: un elemento di disordine da rimuovere per garantire la stabilità globale. Questa retorica trasforma il conflitto in uno scontro finale, dove lo Stato ebraico agisce spesso come proxy occidentale per compiere operazioni che le democrazie moderne non potrebbero rivendicare apertamente.

Questo modello narrativo del “baluardo della civiltà” non è un caso isolato, ma una costante della comunicazione geopolitica contemporanea. Lo abbiamo visto con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha ripetutamente impostato le sue richieste di aiuti economici e militari all’Unione Europea sulla stessa identica logica: l’Ucraina come scudo estremo che combatte per l’Europa, senza il quale il “male russo” invaderebbe e distruggerebbe l’intero Occidente.

La conferma definitiva di questa mentalità strumentale è arrivata dalle parole del Cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha dichiarato in un’intervista alla ZDF che in Iran “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”, svelando senza filtri il cinismo di un Occidente che delega l’uso della forza a proxy esterni pur di proteggere la propria comfort zone morale e strategica.

L’errore dei Think Tank e la “mentalità apocalittica”

La decisione di attaccare l’Iran è stata pesantemente influenzata da una narrazione distorta promossa da influenti Think Tank americani, come la Heritage Foundation e l’Hudson Institute. Questi circoli hanno convinto l’amministrazione Trump che l’Iran stesse attraversando il suo “momento di massima debolezza” e che non avrebbe risposto in modo deciso a un’offensiva.

Questa visione, unita alla retorica di Trump sulla “distruzione della civiltà” e alla visione messianica di Netanyahu, ha creato una pericolosa mentalità apocalittica: la convinzione che una vittoria totale e facile fosse a portata di mano attraverso una “decapitazione” della leadership sciita.

Il mito dell’invincibilità tecnologica

Se la filosofia politica ha fornito la giustificazione ideologica, la tecnologia ha offerto l’illusione operativa della guerra perfetta. L’utilizzo massiccio di sistemi di Intelligenza Artificiale come Project Maven e Gotham ha consentito agli Stati Uniti e ai loro alleati di integrare enormi quantità di dati: intercettazioni, immagini satellitari, tracciamenti digitali, reti logistiche, spostamenti individuali e pattern comportamentali.

Questa superiorità tattica ha generato nei circoli strategici occidentali un senso di onnipotenza tecnologica: la convinzione che fosse possibile mappare e neutralizzare l’intera struttura statale iraniana con precisione chirurgica, replicando il “Modello Venezuela”, ovvero un collasso rapido del sistema politico attraverso shock mirati, pressione psicologica e paralisi dei vertici.

Il vero paradosso è che la combinazione tra narrativa apocalittica e fiducia assoluta nell’Intelligenza Artificiale ha prodotto un effetto opposto a quello previsto. Più la guerra veniva percepita come “scientificamente controllabile”, più aumentavano il rischio di errori strategici, le escalation incontrollate e le gravi distorsioni percettive. In questo senso, la tecnologia non ha eliminato l’ideologia, ma l’ha amplificata, trasformando la convinzione politica della vittoria inevitabile in una certezza apparentemente matematica.

Il fallimento dell’Intelligence: Il caso David Barnea

Un pilastro di questa falsa certezza è stato il rapporto fornito dal capo del Mossad, David Barnea. Questi aveva assicurato che il regime iraniano sarebbe crollato entro una sola settimana in caso di eliminazione dei vertici, puntando tutto su una rapida rivolta interna che non si è mai concretizzata.

Il fallimento di questa previsione ha portato a pesanti critiche interne, culminate con la decisione di “scaricare” Barnea, sostituito da Roman Gofman poco dopo l’inizio delle ostilità. Questo errore dimostra come la superiorità tecnologica e lo spionaggio non possano mai sostituire una comprensione reale delle dinamiche sociali di una nazione.

Tragedia a Minab: Quando l’errore diventa strage

L’eccessiva fiducia negli algoritmi e nei dati freddi ha portato a conseguenze umane devastanti. Il 28 febbraio 2026, durante le prime ore dell’attacco, un missile statunitense (probabilmente un Tomahawk) ha colpito la scuola elementare femminile “Shajarah Tayyebeh” a Minab, uccidendo circa 176 persone, in gran parte bambine tra i 7 e i 12 anni.

Le indagini hanno rivelato che l’errore è derivato dall’uso di coordinate obsolete: il Pentagono ha colpito l’edificio credendolo ancora parte di un’adiacente base dei Pasdaran, ignorando che da oltre dieci anni un muro separava la scuola dalla zona militare. Questa strage è diventata il simbolo dell’insensatezza di una guerra guidata da un’intelligenza artificiale alimentata da dati errati e non verificati sul campo.

Le ferite autoinflitte: Il “Razionalismo Tardivo” di Teheran

L’autopsia rivela però che l’Iran è stato anche vittima delle sue stesse mancanze. Oltre alla sottovalutazione del nemico, il governo ha adottato un razionalismo tardivo, agendo solo a crisi esplosa e con scarsa trasparenza. L’errore tattico di vietare gli smartphone ai leader, convinti che i telefoni cellulari semplici fossero più sicuri (rivelatisi invece facilissimi da intercettare), e il devastante filtraggio di Internet hanno paralizzato il Paese. Lo spegnimento della rete non ha fermato il nemico, ma ha distrutto l’economia digitale e la fiducia dei cittadini, creando una profonda frattura sociale.

La resilienza dell’identità millenaria

Nonostante le devastazioni e la superiorità tecnologica nemica, l’Iran ha dimostrato una resilienza inaspettata. Il sistema si è rivelato non “uomo-centrico”: la scomparsa di figure chiave non ha portato al collasso della struttura governativa. Ma il dato più sorprendente è sociologico: anche i cittadini non allineati e i critici del governo hanno difeso l’Iran come “civiltà e nazione” contro la minaccia di distruzione totale.

E proprio questa profonda distinzione tra amore per la patria e dissenso politico è la forza invisibile che ha impedito il collasso previsto dai Think Tank americani e dal Mossad.

Nell’immagine: illustrazione dal Libro dei miracoli di Augusta (ca. 1545-1552)


Abbi pietà di noi, “Cervo bianco”!

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Perizia n. 1 (Bruno Manzoni, Mendrisio): “bugiardo, megalomane patologico”.
Perizia n. 2 (Marco Carrara, antropologo criminale, Torino): “bugiardo patologico, mitomane dalla personalità istrionica”.

Di chi stiamo parlando? Di ‘Cervo Bianco’ o dei ‘Grandi Capi’ calati sul calcio ticinese per portarlo in ‘Champions League’, non prima di averlo sistemato in uno stadio da 25/30’000 posti con annesse lussuose boutique?

‘Cervo Bianco’, ovvero ‘Tewanna Ray’, è accolto nell’Italia di Mussolini (1924) al canto di ‘Giovinezza’, celebrato come il Grande Capo della Nazione irochese oppresso dalla ‘plutocrazia giudaico-massonica anglo-americana.’ Raccoglie soldi a palate per il suo popolo e per la Croce Rossa. Il Papa gli manda due fotografie autografate. L’incontro con Mussolini salta all’ultimo momento per motivi di politica interna, ma i gerarchi se lo contendono, lo nominano ‘fascista ad honorem’.

Nella sua terra in riva al lago Ontario ci sono le pepite d’oro (pietruzze colorate), i diamanti (fondi di bottiglia) chiazze di petrolio (colaticcio) a vista: lo Stato canadese lo deruba, nazionalizzando parte delle sue ricchezze, che comunque restano notevoli; le dimostra gettando dal balcone dei grandi Hotel (a partire dal ‘Danieli’ a Venezia) ma anche da auto in corsa, banconote da 100 lire (mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar!). False? Vere, regalo della contessa italo-austriaca Melanie Kevenhüller-Metsch, 60 anni, e di sua figlia Antoinette (26) per le cure prestate. ‘Alce Bianco’ le massaggia a turno con un olio di serpente dalle proprietà lenitive e afrodisiache: per mantenere l’esclusiva del prodotto non rivela a nessuno natura, forma e lunghezza del rettile.

Al ritorno da un safari africano, il fratello della contessa George scopre che dal conto in banca della famiglia mancano 1 milione e 18’874 lire: equivalenti suppergiù a un egual numero di nostri franchi, salvo che, 100 anni fa, il loro potere d’acquisto era nettamente maggiore.

La polizia fascista lo bracca. ‘Cervo Bianco’, malconcio per le troppe prodezze erotiche, si rifugia a Bellinzona, a Lugano e a Mendrisio dove viene nutrito e curato. Oltre al copricapo di penne d’aquila (alias tacchino, struzzo o pavone) fa impressione l’ermellino bianco che gli orna il collo. Vero, della contessa. Vive come sempre a sbafo. A un certo punto lascia il Cantone per Neuchâtel dove prova a vendere il suo olio di serpente. Non funziona. Torna dalle nostre parti, ma viene processato per frode, sconta un anno di prigione a Lugano, viene estradato in Italia dove Mussolini gli appioppa 5 anni di carcere per truffa aggravata. Ne sconta tre, poi torna in Canada dove vive esibendosi in canti e danze imparate dalla mamma, una squaw irochese. Il papà è di origine francese, all’anagrafe il figlio risulta essere Edgar Laplante. Cervo Bianco-Alce-Wapiti, Tewanna Ray-Laplante muore d’infarto nel 1944, a 56 anni, dopo aver detto addio a un amato figlio concepito in Inghilterra.

Fra i molti fratelli / eredi spirituali calati sulla nostra testa, quello più vicino all’originale si manifesta a Bellinzona: si chiama Gabriele Giulini, è gentile, formidabile affabulatore, ti venderebbe un micio per cucciolo di tigre. Ha l’aria di un uomo di mondo e di cultura, porta a teatro Lustrinelli e Co., riesce persino a legare al club Hakan Yakin e Padre Callisto Calderari.

Coltiva un sogno di cui mi accenna personalmente: una cattedrale nel deserto?

No, uno stadio-boutique a Castione a mezza strada fra Nord e Sud, dove Svizzera e Italia si incontreranno per vedere le grandi squadre europee affrontate dal Bellinzona, e nello stesso tempo per comprare le eccellenze delle due nazioni.

Si, ma per quanto riguarda la vil moneta? Niema problema: nel remoto Caucaso ha un giacimento di terre rare, deve solo risolvere qualche minimo inghippo burocratico per poterlo monetizzare. Niet? Abbiate fede e pazienza, risolveremo. Se del caso poi, con la garanzia di quella preziosa miniera, interverrà una banca del Liechtenstein.

Nel 2013 l’azienda elettrica, l’impresa delle pulizie ecc. denunciano il mancato pagamento delle bollette e dei conti mensili. Possibile? Sì, il Bellinzona non ha più un soldo in cassa, i debiti ammontano almeno a 7 milioni. Fallimento? Ma no, Giulini non dispera, è in contatto con una cordata che rileverà la Società: “datemi un paio di settimane”. Nessuno gli crede, il fallimento è decretato: “peccato, mancava poco tempo all’arrivo dei soldi, mi sento comunque moralmente responsabile, coprirò io l’ammanco”. Come? Le terre rare caucasiche erano solo sabbia e ghiaia, reperibili anche in riva al Ticino.

12 anni dopo, Cervo Bianco ha in serbo un’altra mazzata per la Capitale che l’ha ‘venduto’ a Mussolini: dopo Giulini manda tale Juan Carlos Trujillo Velasquez. La serie B svizzera è debole a tal punto che con 4-5 ‘talenti’ colombiani la promozione entro due anni è certa. Li compra per 7 tortillas, una papaya e un mango, e li rivende a breve a un milione di franchi l’uno come minimo. Quando si accorge di aver sbagliato tutto, con una giravolta a 360 gradi dice che il Bellinzona va male perché non è radicato nel territorio, i mercenari, oltre a essere debolucci, non sentono la maglia, sono di passaggio. Riesce a mettere le grinfie sul settore giovanile (era staccato, in mano all’ex sindaco Brenno Martignoni Polti). Comunque vada, il 17 marzo Trujillo annuncia urbi et orbi: “non farò un passo indietro, credo nel potenziale del club, lavoro per le future generazioni che sperano di giocare in prima squadra; lo anima “l’amore per la città” che non abbandonerà nemmeno in caso di retrocessione.

Il 20 maggio, con perfetta coerenza, se ne va: “Qui non si può fare calcio“. Perché?

  1. “Non ci sono le infrastrutture”
    Certo,Trujillo non ha pagato gli ultimi 3 mesi di stipendio perché non c’era lo stadio da 25’000 posti che, strapieno, avrebbe portato l’oro in cassa (ma non doveva, come Giulini, costruirlo lui?).
  2. “Sono mancati gli sponsor”
    Ciechi e autolesionisti: perché non hanno capito che la massa di spettatori (500…) e il gioco spettacolare del Bellinzona avrebbe attirato l’attenzione generale?
  3. “La città non ci ha dato una mano”
    Non si capisce perché la Capitale non ha messo nelle tasche di Trujillo almeno un milioncino.
  4. “Il Lugano ha scelto il Giubiasco per la formazione dei giovani talenti”
    Sbagliato, dovevano scegliere il Bellinzona di Trujillo che i talenti li porta dalla Colombia.

A proposito: il club che forma i giovani che passano al professionismo ha diritto a una bella indennità di formazione: in questo caso circa 800’000 franchi. Molti vanno al Llaneras, di proprietà di tale Juan Carlos Trujillo Velasquez… Che ci sia anche la beffa finale? Che il futuro proprietario debba versare le indennità a Trujillo?

Comunque niente paura: Trujillo spera di far ritornare Bentancour, al quale deve 400’000 franchi. Altrimenti ci sono tre cordate: una tedesca, una italiana, una locale. I debiti sono pochi, solo un milione e mezzo…

Te lo diciamo con la lingua di tuo padre, che in parte è anche la nostra, Cervo Bianco: ait pitié de nous, les pauvres tessinois! È vero, dovevamo darti il foglio di via per il Canada, non per le carceri di Mussolini. Ma allora il Ticino, come scrive Pierre Codiroli (ci manca…) era tra ‘FASCIO E BALESTRA’, tra Roma e Berna, sotto l’incombente ‘OMBRA DEL DUCE’ – libri che Dadò dovrebbe ristampare.

È passato esattamente un secolo: hai punito con vicende tragiche, criminali (la squadra rafforzata con i soldi rubati agli investitori) e fantozziane il calcio e il basket: hai portato al fallimento o alla retrocessione le nostre grandi città: non ti basta, Alce Bianco? Alce, non Cervo, perché il cervo canadese (wapiti) o anche il nostro non sarà mai bianco, l’alce in casi eccezionali lo può essere.

Non ci resta che un’atroce domanda: ma perché tutti i Cervi / Alci, Tewanna Ray / Edgar Laplante, tutti i magliari / pataccari di mezzo mondo arrivano dalle nostre parti promettendo ricchezza e gloria? È un mistero: mica abbiamo scritto a caratteri cubitali ‘POLLO RUSPANTE’, o peggio ancora ‘SCEMO’ in fronte…

Nell’immagine: Tewanna Ray con i suoi nipotini


Malley: “In Iran la via d’uscita c’è, se Trump non lo capisce finirà come in Vietnam”

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Trump rischia «la trappola del Vietnam», se non smette di leggere la guerra in Iran attraverso la lente delle statistiche militari, e non si rassegna ad un’intesa che «non porterà alla capitolazione del regime». L’ammonimento viene da Robert Malley, negoziatore dell’accordo Jcpoa del 2015.

Perché boccia l’amministrazione?

«Se guardiamo le tre questioni su cui dice di lavorare – assicurare che Teheran non abbia la capacità di costruire una bomba atomica, mettere le mani sugli oltre 400 chili di uranio arricchito e riaprire Hormuz – nessuna sarebbe esistita se Trump non fosse uscito dall’accordo Jcpoa e non avesse bombardato l’Iran durante i negoziati. L’amministrazione sta cercando di risolvere problemi che ha creato».

Perché Trump rischia un Vietnam?

«Ovviamente ci sono grandi differenze. La trappola a cui mi riferisco è quella che qualsiasi conflitto di guerriglia asimmetrica presenta, cioè l’applicazione della forza maggiore non funziona. Pensi che se colpisci l’avversario più duramente capitolerà, ma non succede. I presidenti Johnson e Nixon, guardando le statistiche dei nemici uccisi e gli obiettivi distrutti, erano convinti di vincere, però sappiamo com’è finita. I parametri della distruzione in Iran sono simili al Vietnam, ma non è la metrica giusta. Il regime sta sopravvivendo ed è riuscito a creare la prima guerriglia globalizzata, facendo leva sugli anelli più deboli del sistema americano, a partire dall’economia».

Girano voci che l’accordo potrebbe essere vicino.

«Un’intesa sarebbe stata possibile in qualunque fase del conflitto. Bastava affermare che gli obiettivi erano stati raggiunti decapitando la leadership, distruggendo l’arsenale militare e rallentando il programma nucleare. Trump però ha scelto di non approfittare della rampa d’uscita».

Come giudica la bozza d’accordo?

«I dettagli possono variare, ma gli elementi restano invariati: rallentamento del programma nucleare, riapertura di Hormuz che gli stessi iraniani vogliono, cancellazione delle sanzioni. L’accordo è possibile, partendo con un memorandum d’intesa per fermare la guerra e avviare un negoziato di sostanza sul resto, ma Trump deve decidere se è disposto ad accettare qualcosa che non sia la capitolazione».

L’Iran non punterà comunque all’atomica?

«Qualunque accordo rifletterà il Jcpoa, anche se alcuni elementi potrebbero essere migliori, come il periodo di sospensione dell’arricchimento. L’Iran non ha mai ordinato di costruire la bomba, lo riconosce anche l’intelligence americana, però vuole la capacità di farlo e dalla cancellazione del Jcpoa a oggi ha migliorato la sua conoscenza. Questo know how non può essere cancellato con le bombe, ma può essere contenuto con le ispezioni e la gestione dei 400 chili di uranio già arricchito».

Ma Teheran non rinuncerà mai alla bomba.

«Se ti metti nei loro panni, è facile capire perché dopo questa guerra vogliano proseguirla. Non cercheranno di costruirla ora, mentre hanno addosso occhi e orecchie di Usa, Israele e altri, ma non rinunceranno alla capacità di farlo. Il meglio che si può fare è imporre vincoli reali per impedirlo».

Trump può accettare una soluzione senza cambio di regime?

«Non lo so, ma penso che ci abbia rinunciato da un po’. La capitolazione non avverrà, mentre il prezzo economico e politico per lui cresce ogni giorno. La storia giudicherà comunque la sua guerra inutile, illegale e infruttuosa, ma non significa che non possa trovare il modo di proclamare la vittoria e uscirne».

Israele lo accetterà?

«Se potesse ottenere il cambio di regime sarebbe felice, ma penso abbia capito che non avverrà. L’obiettivo quindi è diventato minare il governo il più possibile. Se l’intesa non includerà il congelamento dell’arricchimento per molti anni e l’eliminazione del programma missilistico, Netanyahu non sarà contento. Ma non può rifiutarsi di obbedire a Trump».

Lei ha pubblicato un libro, “Tomorrow is Yesterday”, in cui scrive che la soluzione dei due Stati in Palestina non è più realistica. Quale sarà l’effetto della guerra sul Medio Oriente?

«Il Board of Peace serve solo a gestire l’emergenza a Gaza. Ammesso che funzioni, non ha nulla a che vedere con le soluzioni di lungo termine. Anzi, crea un enorme squilibrio tra i palestinesi che devono disarmare e gli israeliani che occupano. I due Stati non sono più realistici: il domani è ieri perché in siamo tornati al 1948. Bisogna ricominciare a pensare in maniera creativa per trovare una forma praticabile di coesistenza».

Nell’immagine: Robert Malley


Sanzionare i coloni fanatici non basta. L’Europa riveda gli accordi economici

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha condannato il trattamento incivile inflitto agli attivisti della Flotilla, fermati illegalmente in acque internazionali e deportati in Israele – un trattamento da lui giustamente definito «infimo» da parte del governo israeliano. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa eco al presidente, definendo l’accaduto «inaccettabile». Spetta però al governo italiano rispondere concretamente a questa inaccettabilità, e ancora non si intravedono segnali concreti, e non meramente di facciata.

Partiamo dai fatti. In sede europea, l’Italia si oppone a qualunque misura nei confronti di Israele che comporti un costo economico – e quindi un impatto politico – e che riguardi lo Stato di Israele nel suo insieme, non singoli suoi cittadini. Con l’uscita di Viktor Orbán in Ungheria, che aveva imposto il veto, l’Italia aveva acconsentito alle sanzioni Ue nei confronti di alcuni coloni israeliani violenti. Si è trattato di una misura simbolica, senz’altro corretta, ma largamente inutile e parzialmente fuorviante. Inutile, perché gli individui in questione non hanno interessi economici né legami con l’Europa: sanzionarli non produce alcun effetto reale.Fuorviante, perché prendere di mira i coloni violenti sottolinea una distinzione artificiosa, che separa i coloni dallo Stato di Israele. Le colonie sono ormai parte integrante della società e delle istituzioni israeliane, a partire dall’esercito. E la violenza dei coloni nei confronti dei civili palestinesi non è più solo tollerata, ma attivamente sostenuta dal governo e dell’esercito israeliano.

Fino all’ultima incresciosa vicenda del trattamento dei manifestanti della Flotilla, l’Italia tentennava sul passo successivo lungo lo stesso solco: sanzionare i ministri estremisti del governo israeliano. Con l’ultimo scempio del ministro per la sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir nei confronti dei manifestanti, il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è dichiarato favorevole a sanzioni individuali europee nei suoi confronti. È un passo avanti, ma rimane comunque fallace e inconsistente. Fallace, perché ancora una volta si tende a sottolineare una distinzione inesistente tra il ministro e il governo, e quindi lo Stato, che rappresenta. Il problema non sta nel fatto che Ben Gvir abbia pubblicato quel video disgustoso, ma nel fatto che ciò che mostra è quello che lo Stato di Israele sistematicamente fa agli attivisti internazionali – e che rappresenta comunque ben poco rispetto a ciò che la popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania subisce da decenni. Inconsistente, perché il governo italiano sa bene che le sanzioni europee, incluse quelle individuali, richiedono l’unanimità. E sa che anche senza Orbán, altri governi di destra in Europa – a partire da quello della Repubblica Ceca – hanno già dichiarato di opporsi alle sanzioni ai ministri.

Il punto cruciale, però, non riguarda queste misure individuali, simbolicamente importanti ma istituzionalmente ardue (poiché richiedono l’unanimità) ed economicamente, quindi politicamente, irrilevanti. Riguarda piuttosto il fatto che l’Italia, insieme alla Germania e a pochi altri, continua a opporsi alla sospensione dei benefici economici accordati a Israele nel quadro dell’accordo di associazione Ue-Israele. Eliminare questi benefici non costituisce una sanzione, ma rientra nella politica commerciale europea. È per questo che sospenderli non richiederebbe l’unanimità, ma solo una maggioranza qualificata di Stati membri. Ormai una maggioranza di Paesi europei appoggia la sospensione dell’accordo, ma questa maggioranza rimane insufficiente finché vi si opporranno sia l’Italia sia la Germania, dato il peso demografico dei due Paesi.

Ancor più sconcertante è che l’Italia abbia attivamente scoraggiato la Commissione dall’avanzare la proposta al Consiglio di vietare il commercio dell’Ue con gli insediamenti israeliani. A differenza delle sanzioni individuali, l’impatto sia della sospensione delle preferenze commerciali sia del divieto di commercio con le colonie illegali sarebbe significativo. Stime conservative parlano di diverse centinaia di milioni di euro, ma con ogni probabilità il vero impatto economico ammonterebbe a molto di più. Un onere di tale entità su un Paese che vede nell’Ue il primo partner commerciale avrebbe un impatto politico considerevole.

È tragico che senza le azioni della Flotilla i crimini che Israele commette quotidianamente nei territori palestinesi occupati, in Libano e con l’attacco illegale contro l’Iran, non sarebbero tornati al centro del dibattito pubblico. Ma è un bene che il tema vi sia rientrato. Lo sarà ancor di più se all’inaccettabilità dichiarata a parole dal governo italiano inizieranno finalmente a seguire azioni concrete e non di facciata. È ormai diventato «inaccettabile» che ciò non avvenga.


Ben Givr, il nemico facile: ecco perché non si può accusare solo lui

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Il video di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, che cammina tra le centinaia di attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati sul ponte di una nave, mani legate dietro la schiena, volti a terra ha fatto il giro del mondo. Ben-Gvir ha la bandiera israeliana in pugno, si avvicina a uno di loro e dice: «Benvenuti in Israele. Siamo i padroni di casa». Da un altoparlante si diffonde l’inno nazionale. Una donna urla «Free Palestine» e viene buttata a terra da un agente. Lo sdegno è stato immediato e pressoché universale. Canada, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi hanno convocato gli ambasciatori israeliani. Il presidente Mattarella ha parlato di «trattamento incivile». Tajani di «linea rossa superata». Persino Netanyahu ha preso le distanze, definendo il comportamento del suo ministro contrario ai valori e alle norme di Israele. Ed è esattamente qui, in questo sdegno compatto e soddisfatto, che si annida il problema.

Le immagini sono insopportabili non perché mostrino qualcosa di sconosciuto, ma perché lo mostrano senza più mediazioni, ed è precisamente qui che comincia l’ipocrisia. Perché Ben-Gvir è un nemico facile. È volgare, esplicito, compiaciuto della propria brutalità. Non chiede neppure lo sforzo dell’interpretazione. È l’estremista che si presenta come estremista, il ministro che fa della crudeltà una scena pubblica, l’uomo che consente alle democrazie occidentali di indignarsi senza interrogarsi troppo. Se il problema è lui, allora basta sanzionare lui. Se il problema è la sua oscenità personale, allora basta espellerla simbolicamente dal perimetro della rispettabilità.

Ma Ben-Gvir non è il contrario del sistema israeliano. Ne è una forma più esibita, più sfrontata, più impaziente. Non è l’incidente che contraddice la norma. È l’estremo che permette di leggere il centro. Da anni, e con una accelerazione feroce dopo il 7 ottobre, Ben-Gvir ha fatto delle prigioni uno dei luoghi centrali della sua politica. La novità è che questa volta i corpi inginocchiati erano corpi europei, occidentali, riconoscibili all’opinione pubblica che di solito riesce a distogliere lo sguardo quando gli stessi gesti e umiliazioni ben peggiori che vengono inflitte ai palestinesi. È questa la soglia morale che il video rivela: per anni la detenzione palestinese è stata raccontata come un capitolo interno alla sicurezza israeliana, un materiale opaco, periferico, confinato nelle denunce delle organizzazioni per i diritti umani. Quando la stessa grammatica è stata applicata agli attivisti stranieri, è diventata scandalo internazionale. Non perché fosse più grave, ma perché era leggibile come violazione di un corpo che l’Europa riconosceva come simile a sé.

Ma l’errore più grave sarebbe fermarsi al carattere grottesco del ministro. Ben-Gvir non nasce nel vuoto. Non cade dal cielo sulla politica israeliana come una deviazione improvvisa. È il prodotto di una lunga abitudine al doppio regime: democrazia per alcuni, dominio militare per altri; cittadinanza piena da una parte, permessi, check-point, detenzione amministrativa, demolizioni, espropri dall’altra; diritto come garanzia interna e diritto come amministrazione della subordinazione nei territori occupati. Una democrazia può continuare a chiamarsi tale mentre governa per decenni milioni di persone senza concedere loro sovranità, uguaglianza, libertà di movimento, rappresentanza politica? La domanda non nasce con Ben-Gvir. Lui la rende soltanto più difficile da eludere. C’è un modo molto comodo di guardare all’estremo: usarlo per assolvere il centro. Ma le società non precipitano nell’estremo soltanto quando eleggono uomini estremi. Ci arrivano prima, quando si abituano a eccezioni permanenti, quando costruiscono categorie di esseri umani per i quali la dignità diventa condizionata, quando convincono sé stesse che il diritto può valere pienamente dentro i propri confini e sospendersi appena oltre una linea militare.

Lo stesso vale per gli insediamenti. Pensare che l’annessione strisciante della Cisgiordania sia una invenzione esclusiva di Netanyahu o della destra messianica significa cancellare una parte decisiva della storia israeliana. L’impresa degli insediamenti comincia dopo il 1967, attraversa governi diversi, anche laburisti. La destra religiosa e nazionalista l’ha radicalizzata, ha smesso di dissimularne il fine, ha trasformato l’occupazione in annessione dichiarata. Ma non l’ha inventata. Netanyahu l’ha protetta, accelerata, normalizzata dentro alle istituzioni. Smotrich e Ben Gvir l’hanno resa programma ideologico esplicito. Quegli insediamenti non sono cresciuti solo sotto governi di destra. Sono cresciuti sotto Rabin, sotto Barak, sotto Olmert. Successivi governi israeliani hanno sfruttato il complesso schema giurisdizionale degli accordi e le numerose scappatoie per minimizzare il trasferimento di territorio e autorità alle istituzioni palestinesi, usando Oslo come copertura per l’espansione massiccia degli insediamenti.

Ben-Gvir non è il padre di questa storia. Ne è il figlio più rumoroso.

Per questo la sanzione individuale contro Ben-Gvir, da sola, serve a dire: abbiamo identificato il mostro, abbiamo isolato l’eccesso, il resto può continuare. Ma il punto non è punire un ministro per avere umiliato degli attivisti davanti a una telecamera, il punto è riconoscere che quella umiliazione appartiene a una politica di Stato, a una cultura dell’impunità che nessun governo europeo può più fingere di non vedere. L’Europa non manca di strumenti. Può sospendere accordi, interrompere privilegi commerciali, bloccare cooperazioni, applicare misure contro lo Stato e contro le istituzioni che rendono possibile la violazione sistematica del diritto internazionale. Quello che manca non è l’architettura giuridica. È la volontà politica. Guardare Ben-Gvir, allora, serve se capiamo che l’estremo è un rivelatore, mostra ciò che il linguaggio istituzionale aveva reso più accettabile, ciò che i governi precedenti avevano amministrato con toni più sobri, ciò che l’alleanza occidentale ha tollerato perché veniva ancora pronunciato nel vocabolario della sicurezza.

La domanda, dunque, non è se Ben-Gvir meriti sanzioni. La risposta è ovvia. La domanda è perché si continui a pensare che sanzionare Ben-Gvir basti. Perché un ministro può essere rimosso, isolato, interdetto, e tuttavia il sistema che lo ha reso possibile può restare in piedi, continuare a espandere insediamenti, a incarcerare senza processo, a restringere il cibo dei detenuti, a governare vite palestinesi come materiale amministrativo. L’indignazione per Ashdod avrà senso solo se smetterà di funzionare come una parentesi morale. Solo se porterà l’Europa a dire che il problema non è l’imbarazzo prodotto da un video, ma la lunga normalizzazione politica di ciò che quel video ha mostrato. Ben-Gvir è la faccia più facile da guardare. Proprio per questo è anche la più pericolosa: perché permette di non guardare tutto il resto


Il tramonto di Cuba e quel piano di una Baia dei Porci al contrario

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Di Domenico Quirico, La Stampa

«Non hanno soldi, non hanno petrolio, non hanno niente di niente, soltanto dei paesaggi carini…». Così parlò dei cubani Donald Trump senza ricamarci tanto sopra. Allora perché spedire la portaerei, ancora! Un’altra volta! Perché minacciare invasioni e possibili «prelievi» di un matusalemme di 94 anni, Raul Castro, per una vicenda molto dubbia di quaranta anni fa. «Volete sapere la verità? Perché io posso fare quello che voglio! » sempre lui, sempre Trump.

Questo ennesimo (ultimo?) capitolo della lunga fine del castrismo e del corpo a corpo con l’America, puzza. Emana un insopportabile odore di marcio, di stantio, di materia storica politica umana in decomposizione.

Si sfaglia un regime ucciso da una embolia economica letale, senza benzina senza medicine senza tutto: per colpa delle feroci sanzioni americane ma anche di un potere che finite le egre massime di Fidel, del Jefe, è rimasto senza idee da grammaticalizzare se non quella di un controllo repressivo e totalitario della popolazione. Gli unici conti che tornano dopo decenni di epopea sono quelli del gruppo Gaesa, la solita società in mano a militari e gerarchi che capitalizza tutto, persino la penuria. Il soave liquore del socialismo caraibico si è ridotto a un farmaceutico veleno difficile da trangugiare.

Ma puzza di marcio anche questa sgangherata postuma piroetta dell’imperialismo yankee, le cannoniere, le minacce, i colpi di scopa nel subcontinente. Per desublimazione lo incarna questo Caligola ignorante costretto a mollare la presa su prede troppo grosse, come l’Iran, per inquisire sui pedigree di decrepiti caudillos del cortile di casa.

Bastava attendere e anche Maduro e l’altro Castro si sarebbero trasformati in polvere davanti all’inesorabile scorrere del tempo e all’irrecusabile giudizio dei popoli. Ma no: lui, il caudillo immobiliare e il suo patetico caddy “cubano”, Rubio, sognano una Baia dei Porci a rovescio, stavolta non disastro ma trionfo, una spettacolare dilatazione di Guantamo, perché no?, estesa a tutta l’isola a forma di serpente. Un’altra ossessione trumpiana: dove fallì Kennedy e la sua sussiegosa Camelot di teste d’uovo arriva lui, lo zaretto di Mar-a-Lago e via… cancellata la caserma Moncada la Sierra Maestra i comunisti caraibici e aggiungiamo anche il Che e Cienfuegos. Come se fosse facile.

Così affamata moribonda tradita quanto sarebbe durata la agonia del dopo Fidel? La guerriglia anti-capitalista era ormai un ricordo, il regime sembrava rassegnato, dopo il modello sovietico, a quello cinese, orma la via di fuga delle autocrazie alle strette: ovvero apertura eretica ma tra mortaretti e sonagli al Libero Mercato sperando che porti benessere e palanche; ma sempre con il controllo rigido della società perché non imbocchi brutte strade.

Una volta, molto una volta, si spergiurava in occidente che con il Mercato, con magico automatismo, sarebbe arrivata anche la democrazia. Un’altra delle pie illusioni, delle fate morgane che rigano le pagine del (nostro) Novecento di alchimisti alla rovescia. Niente affatto. Per dimissionare questo fantasma si ritiene necessario estirparlo in modo spettacolare, con sciupio vistoso della doppiezza perfida e della reversibilità trogloditica della “resa”.

Ci sono decadenze storiche ricche di umori, di presenze, di respiri profondi, fascino che la Storia regala quando muore e si trasforma. La decadenza del regime castrista e il declino di quello americano sono miserie grottesche, gesticolazioni improduttive e parole superflue.

L’unica cosa che in questo ritardato disastro del Novecento (questa è una storia che appartiene ancora al secolo defunto) si salva e riluce è il nobile popolo di Cuba, tenace intelligente colto, che ha lottato da par suo perché anche questa isola non diventasse una subAmerica di fronte alle sguaiate prepotenze dei padroni di Washington. Invece di abbandonarci ai soliti frettolosi happy end in salsa realpolitik – «In fondo è un altro dittatore che se ne va, il modo conta poco…» – quella nobiltà dovremmo aiutare e difendere. Di loro dovremmo occuparci, come di una parte di noi, dei reduci da una lunga assenza, dei lazzari di quella lunga morte.

Fidel Castro considerava ridere un atto controrivoluzionario. Ma di fronte alla guerra cubana di Trump il golfista sarebbe scoppiato in una gigantesca risata prima di avviare uno dei suoi interminabili sermoni. Con una preziosa ironia della Storia, il bunker di Punto Cero dove El Uno ha consumato il suo autunno di implacabile patriarca era ai tempi del dittatore Batista il campo da golf più chic frequentato dall’alta borghesia cubana. Una restaurazione che potrebbe convertirsi in investimento.

Debray, un figurino di Parigi che sognò di diventare un Danton sudamericano suggerì a Castro, quando era evidente la senile decadenza, di finire bene, lanciarsi contro i reticolati dei gringos a Guantanamo. Come Josè Martí che, sciabola sguainata, affrontava i colonialisti. Fidel non lo ha certo ascoltato. Dicono che nella demenza senile si paragonasse al Cid Campeador, l’eroe della Reconquista spagnola contro i mori.

La moglie del Cid fece legare il suo cadavere al cavallo portandolo sui campi di battaglia, come terrore dei nemici. Ma neanche questo accorgimento con l’ex allievo dei gesuiti avrebbe salvato il regime. Raul, mentre Lui si occupava della epopea, ha provveduto alla famiglia, discreto anche nella repressione, avvinto alla burocrazia di apparatchik e di sbirri. Ha solo guadagnato tempo.

Neanche lui andrà a suicidarsi epicamente contro i reticolati di Guantanamo o la portaerei di Trump. Ma sarebbe giusto che fosse il popolo cubano, e solo lui, a trarre le conclusioni, a stendere l’inventario dei decenni dell’evo castrista.

Il lungo duello tra Stati Uniti e Cuba, segatura del Novecento, è iniziato e si è avviluppato di bugie. Quando gli americani invasero cuba nel 1898 dissero che volevano vendicare l’attentato alla corazzata Maine nel golfo del l’Avana. In realtà l’esplosione avvenne per la combustione del carbone nella stiva.

Il presidente McKinley, uno dei preferiti di Trump, per chiedere al Congresso l’autorizzazione a usare la forza, aggiunse un’altra bugia: scopo della guerra è fermare l’oppressione spagnola: «Interveniamo per il bene della umanità! Per guadagnarci le lodi di ogni amante della libertà nel mondo». In privato la definì, raggiante, «una splendida piccola guerra». Sembra di ascoltare Trump.


L’iniziativa va bene così 

L’analista del Crisis Group: “Anche i critici verso il regime ora pensano che la bomba sia una necessità per difendersi dal tycoon” 

Si torna a discutere sulle iniziative popolari. Questa volta lo spunto è dato dal successo delle due iniziative sulle casse malati, approvate in Ticino dai cittadini lo scorso 28 settembre. Governo e Parlamento sono chiamati a mettere in pratica le due misure approvate dal popolo. Siccome la contabilità dello Stato è più importante della volontà popolare, il confronto su come finanziare le due norme comincia a far scintille.

Il partito liberale, con la deputata Simona Genini, chiede che per le iniziative popolari con un costo superiore a 10 milioni di franchi annui i promotori specifichino chiaramente e in modo verificabile la modalità di copertura finanziaria. Non bastano formule vaghe come riferimenti a “risparmi futuri” o “riduzioni di spese superflue”. Il Gran Consiglio è chiamato a definire i dettagli di questa eventuale modifica della Legge sull’esercizio dei diritti politici.

Naturalmente, ogni volta che si vuole correggere l’istituto dell’iniziativa popolare lo si fa dicendo che non si intende limitare il diritto “ma migliorarne la qualità”. Anche dieci anni fa, quando Avenir Suisse, il pensatoio padronale, ha proposto di aumentare il numero di firme per l’iniziativa costituzionale federale, lo ha fatto dicendo  che “non vogliamo indebolire la partecipazione democratica” ma “modernizzare”. Piccole ipocrisie semantiche!

La proposta del PLR è pericolosa perché limita l’esercizio della democrazia diretta. In Svizzera si parla di democrazia diretta per semplificare, ma la nostra è una democrazia semidiretta. Gli organi di democrazia rappresentativa, Governo e Parlamento, sono chiamati a mettere in atto le iniziative (sia a livello federale con le iniziative costituzionali, sia nei cantoni, dove ci sono anche le iniziative legislative).

Quindi, il finanziamento di un’iniziativa approvata dal popolo deve essere garantito da Governo e Parlamento. Eppoi, uno Stato incapace di stanziare più di dieci milioni all’anno, che Stato è? Ministri o amministratori di condominio?

La proposta del PLR è da respingere, perché parte dal presupposto che un finanziamento superiore ai 10 milioni di franchi all’anno sia problematico. È in linea con la politica del pareggio dei conti, austerità che garantisce i privilegi ai ricchi (vedi riduzioni fiscali degli ultimi anni) e taglia le spese nel sociale e nella formazione.

Certo, l’iniziativa incappa nel paradosso: il Parlamento, che aveva bocciato la proposta, è chiamato a metterla in vigore. Questo è il motivo per cui molte iniziative, soprattutto le costituzionali federali, vengono attuate senza rispettare pienamente l’articolo costituzionale approvato dal popolo.

L’iniziativa popolare è un fiore all’occhiello della democrazia elvetica. È stata attaccata più volte, nel corso degli anni, ma ha sempre resistito. Aumentare il numero di firme (ora 100 mila a livello federale e 7 mila in Ticino per la legislativa) può solo indebolirla, perché gli studi dimostrano che chi ha più soldi può avere più successo nella raccolta delle firme. L’iniziativa popolare è nata per dar voce alla società civile. Ora la usa (e ne abusa) anche l’UDC, il partito di maggioranza, a fini propagandistici. Per le minoranze, in Svizzera e in Ticino la sinistra, è il solo metodo per ottenere consenso popolare.

Chiedere di prevedere un finanziamento dettagliato delle iniziative popolari significa snaturare questo diritto politico, pilastro della democrazia diretta. Invece di discutere, valutare e votare sul contenuto dell’iniziativa, si finirebbe per discutere e decidere in funzione della spesa prevista. Una follia, figlia della cultura liberista che tende a monetizzare tutto. Come la malaugurata idea di depositare una cauzione milionaria per chi promuove iniziative o referendum.

Il PS aveva indicato tre modalità per finanziare l’aumento dei sussidi di cassa malati: aumento delle stime immobiliari, ripristino dell’aliquota massima dello 0,35% sulla sostanza, crescita del moltiplicatore cantonale. Se questi suggerimenti fossero stati proposti in votazione, assieme alla misura del 10%, avremmo dovuto discutere di quattro temi: un brutto pasticcio che avrebbe offerto su un piatto d’argento ai detrattori dell’iniziativa nuovi pretesti per bocciarla.

Altro esempio, a livello federale: se l’iniziativa per la tredicesima AVS, approvata dal popolo, avesse dovuto prevedere il metodo di finanziamento, sarebbe stata approvata? Difficile. Almeno la Confederazione rispetta la Costituzione e dimostra di mettere la volontà popolare prima della contabilità. La tredicesima AVS verrà consegnata a fine anno, senza che siano state decise le modalità di finanziamento: la Svizzera non dovrebbe fallire!

In Ticino, Parlamento e Governo prendano esempio da Berna: prima si rispetti la volontà popolare, poi si concretizzi il finanziamento delle iniziative.

Nell’immagine: Simona Genini (a sinistra)